L’insaziabile avidità che uccide: il modello di business di Big Pharma

Big Pharma

 

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L’insaziabile avidità che uccide: il modello di business di Big Pharma

Le grandi case farmaceutiche negli Usa sostengono che gli alti profitti ottenuti con prezzi alti dei farmaci servono a finanziare le ricerche innovative volte a salvare vite umane. In realtà quei proventi vengono utilizzati per comprare azioni delle stesse società, mentre viene ristretto l’accesso ai farmaci e si pongono freni all’innovazione. La multinazionale Big Pharma giustifica questo nell’investimento in innovazione per produrre medicine per migliorare la qualità della nostra vita, ma è solo teoria. Stamani al Festival dell’Economia di Trento, l’economista William Lazonick, ha affrontato questo tema spiegando il settore farmaceutico statunitense e presentando la sua teoria basata sull’impresa innovativa che torna ad essere comunità, dove capitale e lavoro si mescolano per produrre beni e servizi.

Roberto Mania, giornalista di Repubblica, ha introdotto la lezione del professor William Lazonick, economista dell’Università del Massachusetts a Lowell, illustrando come negli anni, durante la cavalcata dell’ideologia liberista, sia mancato un pensiero critico, una voce alternativa. Abbiamo assistito alla disgregazione sociale, alla nascita delle disuguaglianze, al cambiamento delle periferie del mondo, alla perdita di ruolo delle classi sociali, al declino della classe media in Europa e negli Stati Uniti. In questo scenario Lazonick è stato una voce critica, ancora in tempi non sospetti, e comprendendo che quel capitalismo finanziario aveva una visione corta, senza futuro, è approdato alla teoria dell’impresa innovativa per ricomporre i cocci di un capitalismo senza un ruolo. Il suo percorso intellettuale si basa sull’idea dell’impresa innovativa che torna ad essere comunità, con una funzione comunitaria, che mescola capitale e lavoro per produrre beni e servizi.
William Lazonick oggi si è concentrato sul settore farmaceutico statunitense nel quale è viva una discussione su come vengono utilizzati i profitti dei farmaci. In tutti settori può accadere che i profitti ottenuti da alcune industrie servano ad acquistare azioni delle società stesse, ma a questo modello si sono adeguate anche le case farmaceutiche: anche se sostengono che gli alti profitti ottenuti con prezzi alti dei farmaci servono a finanziare le ricerche innovative volte a salvare vite umane, in realtà quei proventi vengono utilizzati per comprare azioni delle stesse società, mentre viene ristretto l’accesso ai farmaci e si pongono freni all’innovazione. Negli Stati Uniti le medicine costano il doppio. Big Pharma giustifica questo nell’investimento in innovazione per produrre medicine per migliorare la qualità della nostra vita. In realtà negli Stati Uniti le multinazionali come Big Pharma non sviluppano più nuovi farmaci ma acquisiscono altre aziende farmaceutiche che brevettano farmaci; ci sono poi le aziende della New Economy, che presentano un approccio più speculativo, ovvero hanno sviluppato farmaci a maggiore diffusione, a poco prezzo, e giocando sulla quantità e grazie ai finanziamenti pubblici per le start up, non solo hanno guadagnato parecchio, ma hanno capito che potevano guadagnare ancora di più senza sviluppare nuovi farmaci.
E’ Medici Senza Frontiere che lancia l’allarme, affermando che i farmaci necessari non vengono prodotti perché le aziende si concentrano su quelli che fanno guadagnare di più. Addirittura alcune aziende producono farmaci nocivi, con una avidità rapace e assassina per soddisfare gli assurdi compensi dei top manager (cifre inimmaginabili) invece che investire per produrre farmaci dedicati alla salute globale. Questo atteggiamento predatorio è basato quindi su una azione che si sofferma sugli effetti azionari invece che su quelli benefici, contraria all’obiettivo virtuoso di avere un prodotto di qualità ad un prezzo più basso.
Il professor Lazonick ha parlato della sua teoria incardinata sul processo innovativo definendolo incerto collettivo e cumulativo, ovvero dal futuro imprevedibile, che coinvolge una pluralità di soggetti e che richiede del tempo. E’ inutile negare che le aziende che sposano questo progetto si trovano spesso in difficoltà a causa del costo elevato dell’innovazione, ma nel momento in cui si raggiunge un prodotto di qualità, l’orizzonte è quello di ammortizzare i costi fissi. Quando si parla di innovazione in questo senso, è bene specificare che non si intendono solo investimenti nelle attrezzature ma soprattutto nelle risorse umane. Questo ha un effetto positivo per tutti gli stakeholder, compresi i consumatori.

fonte: https://www.trentinosalute.net/Notizie/L-insaziabile-avidita-che-uccide-il-modello-di-business-del-Big-Pharma

 

L’oncologa Patrizia Paterlini, grazie al suo test, riesce ad individuare il tumore almeno 4 anni prima che si manifesti. Il test è già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, ma in Italia quasi non se ne parla!

 

Patrizia Paterlini

 

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L’oncologa Patrizia Paterlini, grazie al suo test, riesce ad individuare il tumore  almeno 4 anni prima che si manifesti. Il test è già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, ma in Italia quasi non se ne parla!

 

Ve ne avevamo già parlato:

L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopro i tumori prima che nascano”

 

Un tumore si può individuare 4 anni prima che si manifesti

L’oncologa Patrizia Paterlini Bréchot dirige il centro Inserm a Parigi, ma grazie al suo test, già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo e presentato all’Istituto SDN, riesce ad osservare la presenza di cellule neoplastiche, almeno 4 anni prima che si manifesti la malattia.

Non a caso in Italia non se ne è più parlato, ma in Francia la dottoressa Paterlini Bréchot, continua la sua ricerca portando avanti il test che sarà di conseguenza commercializzato, ma non in Italia.

Scoprire la presenza di un tumore quattro anni prima che si manifesti. Grazie a una analisi di laboratorio messa a punto dall’oncologa Patrizia Paterlini Bréchot, a Parigi, dove dirige l’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche médicale) all’Université Descartes, è già possibile da oggi far diagnosi di cancro in netto anticipo rispetto a Tac, Pet e Risonanza.

Il test, già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, è stato presentato ufficialmente, prima volta in Italia, all’Istituto Sdn, nell’ambito del ciclo di incontri “L’infor-mazione al servizio della salute”, ideato dal direttore scientifico Marco Salvatore. La scienziata, emiliana di nascita e da 25 anni in Francia, spiega al quotidiano “La Repubblica” lo stato dell’arte, le possibili applicazioni e gli sviluppi della ricerca sul test Iset (Isolation by Size of Tumor Cells).

Un test che entro «pochi mesi sarà commercializzato in Francia». «L’obbiettivo da cui siamo partiti», premette la docente di biologia, «era ed è far diminuire in modo massivo la mortalità per cancro. I pazienti non muoiono per il tumore primitivo che li ha colpiti ma per le metastasi.

Le cellule neoplastiche sono nel sangue per anni, prima di andare a proliferare in altri organi e formare metastasi. Ed è questa la finestra in cui era necessario intervenire». Un gap spazio temporale durante il quale le tecniche di imaging, non sono in grado di “vedere” cellule delle dimensioni di un millimetro. A differenza del test, sicuro e al riparo da falsi positivi e falsi negativi. L’ostacolo è che queste minuscole cellule, precisa la Paterlini, sono rarissime, «nell’ordine di una per millilitro di sangue. Che vuol dire, in media, una mescolata a 5 miliardi di globuli rossi e a 10 milioni di globuli bianchi. È come individuare su tutta la terra, una persona tra i sette miliardi della popolazione mondiale».

La ricerca, dopo avere escluso la possibilità di isolare le cellule tumorali con anticorpi o mezzi molecolari, ha sfruttato un elemento fisico, la taglia. «Nel nostro studio il nodulo è diventato visibile in cinque pazienti, da uno a quattro anni dopo l’identificazione delle cellule tumorali nel sangue attraverso il test», continua la scienziata.

«Per il tumore al seno, ad esempio, si sa che l’invasione neoplastica comincia 5, 6 anni prima della diagnosi per immagini, ecco, in quest’arco di tempo è possibile adesso identificare il tumore. Purtroppo, per ora, il test ci informa sulla presenza di cellule tumorali ma non da quale organo derivano». A usufruirne per primi, in Francia, saranno i pazienti già colpiti da neoplasia.

In questo modo potranno sapere con largo anticipo se svilupperanno negli anni successivi una recidiva e, quindi, combatterla prima che si manifesti. Una volta scoperte le cellule tumorali, infatti, i pazienti potranno essere trattati con un farmaco e capire entro qualche settimana se la terapia praticata fa effetto o meno».

Guardate il primo ed ultimo servizio andato in onda sulla Rai- TGR, dedicato al test dell’Oncologa Patrizia Paterlini Bréchot.

 

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MOSTRUOSO MA VERO – Ex manager dichiara: “Alle Case farmaceutiche non importa guarirvi. Voi non siete pazienti, siete consumatori”

Case farmaceutiche

 

 

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MOSTRUOSO MA VERO – Ex manager dichiara: “Alle Case farmaceutiche non importa guarirvi. Voi non siete pazienti, siete consumatori”

«Ho speso 35 anni della mia vita lavorando nell’industria farmaceutica … e loro non fanno altro che annientare la popolazione di questo mondo … perché lo fanno? Perché vogliono fare soldi, soldi, soldi … A loro non importa della vostra vita, a loro importa solo del loro portafogli … Non sono interessati a curare nessuna delle vostre malattie: tutt’altro. Sono interessati a farvi prendere NUOVE malattie … Voi per loro non siete pazienti. Siete consumatori.»
Chi parla è John Rengen Virapen, ex rappresentante di commercio per la filiale Eli Lilly & Co, uno dei colossi farmaceutici mondiali che compongono la Big Pharma. Virapen non è un santo, ma un pentito. La sua testimonianza è visibile su un video diffuso da Youtube (che è in fondo all’articolo), un estratto dal Convegno AZK che si tenne in Germania nel maggio 2009. Un anno dopo, lo stesso Virapen pubblicò un libro per raccontare nel dettaglio i meccanismi che stanno alla base del mercato dei medicinali. Il libro si titola “Side effects: Death. Confessions of a Pharma-Insider” (“Effetti collaterali: morte. Confessioni di un membro interno della Pharma”) ed e disponibile anche su Amazon.
Nel libro, Virapen si sofferma a lungo nel raccontare il caso “Prozac”.
«Io ho corrotto il governo svedese per ottenere l’autorizzazione a vendere il Prozac in Svezia. E la Svezia ha il Premio Nobel per la Medicina. E così l’evento è stato un esempio per gli altri paesi. Perché l’ho fatto? Perché la società mi disse che la mia carriera professionale avrebbe potuto dipendere da questo…»
Nato in Guyana (Sud America) da genitori indiani, nel 1960 Virapen emigrò in Europa, affamato e senza casa. Presto si trasferì in Svezia, mosso dall’amore per una donna che incontrò nei suoi viaggi. E lì ottenne un lavoro come rappresentate di commercio per la Eli & Co. Virapen contattava i medici locali, li corrompeva con piccoli regali e li incoraggiava a prescrivere farmaci della sua azienda. Così iniziò la sua scalata professionale alla Lilli & Co, di promozione in promozione, fino a diventarne un dirigente. Oggi Virapen è in pensione e – reo confesso – punta il dito sul sistema, denunciando il meccanismo che muove tutto il mercato delle industrie farmaceutiche. Secondo l’ex dirigente, le lobby farmaceutiche hanno il solo scopo di fare sentire le persone malate e di proporre loro nuovi farmaci.
Non sappiamo cosa abbia mosso Virapen a una denuncia tanto trasparente, tuttavia la sua non è una voce isolata.
Gli effetti collaterali sono alla base della medicina allopatica e, come abbiamo già spiegato più volte in questo blog, sono sempre presenti. E così il paziente che prende un antinfiammatorio per curare un dolore muscolare, danneggia inevitabilmente il suo stomaco, poiché i FANS agiscono bloccando la produzione di prostaglandine, una proteina che viene secreta nel corpo in caso di infiammazione ma che, allo stesso tempo, è sempre presente a livello della mucosa gastrica con lo scopo di proteggere lo stomaco.
Le terapie sintomatiche, come accusa Virapen, sfruttano gli effetti collaterali per creare dipendenza dai farmaci. Il paziente guarisce da una malattia, ma poi ne manifesta un’altra. E allora torna a rivolgersi dal medico.
Come si potrebbe evitare tutto questo?
Il nostro corpo in realtà è una macchina perfetta che ha già dentro di sé tutte le risorse per auto-guarirsi. Qualsiasi medicina prendiamo, alla fine è il nostro sistema immunitario che ci permette di recuperare la nostra salute. Infatti ogni sostanza non è altro che un informazione che diamo al nostro corpo affinché esso compia un comando. Il sistema immunitario legge l’informazione e provvede ad auto-rigenerarsi. Prima della medicina farmaceutica, l’uomo si curava riequilibrando le informazioni del proprio corpo in diversi modi. Nel libro The Healing Code, il dottor Alexander Loyd spiega che la storia dell’uomo può essere divisa in cinque “età” della guarigione: preghiera, fitoterapia, farmaci, chirurgia ed energia.

La preghiera è stato il primo modo con cui l’uomo cominciò a comunicare con il suo inconscio, che è la parte della nostra mente che regola tutte le nostre funzioni biologiche. Poi la fitoterapia sfruttò le informazioni di determinate piante o minerali o vitamine; successivamente si sviluppo la farmacia, che cura attraverso la somministrazione di sostanze chimiche (le quali, però, hanno sempre effetti collaterali); infine è arrivata la chirurgia, che “rimuove” il problema attraverso un intervento operatorio.

E l’energia?

L’energia è l’ultima frontiera della medicina, quella che il dottor Giuseppe Genovesi, presidente dello PNEI, ha già definito la Medicina Moderna. Essa si sviluppa in seguito alle scoperte della Fisica Quantistica, da Albert Einstein in avanti, ma in realtà fonda le sue origini in tempi molto più antichi: la medicina tradizionale cinese, infatti, già seimila anni fa curava riequilibrando i flussi di energia nel nostro corpo attraverso l’agopuntura o i cinque elementi.
Oggi, il Metodo RQI del dr. Marco Fincati attinge al sapere antico e lo fonde con quello più recente, basandosi su un modus operandi scientifico e, quindi, riproducibile da chiunque. Se il nostro corpo ha già tutte le risorse per auto-star-bene, tutto quello che ci serve per la nostra salute è maggiore consapevolezza in quello che siamo. E allora saremo davvero liberi dal sistema, dai farmaci e dai loro effetti collaterali.
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Perché l’ Italia elude i controlli ufficiali sul glifosate? Cosa risponde il Ministro?

 

glifosate

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Perché l’ Italia elude i controlli ufficiali sul glifosate? Cosa risponde il Ministro?

Da Granosalus

Cosa sono i controlli ufficiali? A che servono? A chi spettano? Come mai l’ Italia non fa controlli ufficiali sul glifosate sebbene ne abbia disposto il divieto? E come mai in Europa nessuno si preoccupa di analizzare i residui sulle materie prime e sui prodotti finiti? Ne è prova il fatto che il sistema di allerta RASFF da agosto 2016 ad oggi non ha segnalato alcun problema! C’è da fidarsi di un sistema che non allerta? Le analisi dicono che il glifosate c’è sia nel grano estero che nella pasta italiana…e pure nelle urine delle mamme in gravidanza

E’ bene precisare che i controlli ufficiali sono controlli eseguiti dall’ autorità competente o dalla Comunità per verificare la conformità alle normative volte a prevenire, eliminare o ridurre a livelli accettabili i rischi per gli esseri umani e gli animali, siano essi rischi diretti o veicolati dall’ ambiente.

Nel caso del glifosate, il Ministero della Salute, attraverso l’art. 1 del D.M. 9.8.2016, ha attuato il Regolamento UE 1313/2016, revocando la possibilità dell’impiego del glifosate in pre-raccolta, al dichiarato scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.

Un provvedimento quello del Ministero, che di fatto, rappresenta l’ attuazione pratica del principio di precauzione (ma a quanto pare lo è solo sulla carta!) e che scaturisce dalla necessità di tutelare la salute dei consumatori di fronte a possibili minacce, atteso che il dibattito scientifico sulla cancerogenità della molecola è ancora aperto.

Tale disposizione pare, comunque, superare i pregressi  limiti di contaminazione da glifosate di cui al Regolamento UE 293/2013 ed alle relative tabelle, e, in ogni caso, si pone in contrasto con tale ultima norma, senza che nessuna forza politica sino ad oggi abbia ancora affrontato la delicata questione.

In punto di diritto la norma regolamentare successiva abrogherebbe

tacitamente la precedente e tanto basterebbe affinché le forze parlamentari inducano il Ministro della Salute a fare chiarezza e ad uscire allo scoperto. Anche se sotto l’ombrellone, ma senza schivare la domanda crescente dei consumatori.

Del resto, la normativa europea sui controlli ufficiali  prevede, attraverso il Regolamento CE 882 /2004, che per realizzare un approccio uniforme e globale in materia di controlli ufficiali, gli Stati membri dovrebbero stabilire e applicare piani di controllo conformemente a orientamenti generali elaborati a livello comunitario.

Questi orientamenti dovrebbero promuovere strategie nazionali coerenti, identificare le priorità in base ai rischi nonché le procedure di controllo più efficaci.

A tal proposito, la strategia comunitaria ha già espresso – attraverso un regolamento – il  parere riguardo all’ uso del glifosate negli Stati Membri. Se così è si dovrebbe applicare un approccio completo e integrato ai sistemi di controllo. E il nostro Ministro dovrebbe non solo sollecitare le autorità europee in tal senso ma dar conto ai consumatori italiani. Magari approntando un piano cautelativo…in quanto noi italiani siamo più esposti degli altri.

Infatti, i controlli comunitari negli Stati membri, dovrebbero consentire ai servizi della Commissione di verificare se la normativa in materia di alimenti e le norme sulla salute e sul benessere animale sono attuate in modo uniforme e corretto in tutta la Comunità europea.

Nel caso di merce proveniente da paesi terzi, come dicono le norme Ue, i controlli sono necessari per verificare la conformità o l’equivalenza alla normativa comunitaria in materia di alimenti, nonché alle norme sulla salute.

I paesi terzi possono essere anche sollecitati a fornire informazioni sui loro sistemi di controllo (vedi Canada, ndr). Tali informazioni, strutturate sulla base di orientamenti comunitari, dovrebbero costituire la base per successivi controlli della Commissione da effettuarsi in un quadro multidisciplinare che copra i principali settori che esportano verso la Comunità.

Questo è quello che le norme europee definiscono per una efficace politica dei controlli. Che succede in caso di violazione?

Violazioni alla normativa in materia di alimenti e alle norme sulla salute e sul benessere degli animali possono costituire una minaccia per la salute umana, la salute degli animali e il benessere degli animali. Tali violazioni dovrebbero essere quindi oggetto di misure efficaci, dissuasive e proporzionate a livello nazionale in tutta la Comunità europea.

Gli operatori inoltre dovrebbero avere diritto di impugnazione avverso le decisioni prese dalle autorità competenti in seguito ai controlli ufficiali ed essere informati di tale diritto. Ovviamente in Italia ciò non accade!

Nel caso del glifosate c’è da rimanere basiti perchè sebbene ci sia un divieto all’ uso, i controlli ufficiali sono praticamente inesistenti e in Puglia, dove  arriva la maggior parte del grano estero, sono pure inesistenti laboratori pubblici accreditati!

Non solo, ma se all’ inesistenza dei controlli ufficiali analitici del Ministero della Salute o all’ assenza di un piano di campionamento cautelativo, si affiancano pure improbabili controlli della Procura, allora c’è da essere preoccupati perché in tal caso i Regolamenti comunitari per l’ Italia rappresentano un optional ed è meglio che i controlli ce li faccia direttamente la Comunità europea.

Il caso delle navi di grano al porto di Bari, a tal proposito, è eclatante. Quanti sono i laboratori scelti dai Carabinieri Forestali che hanno fatto le analisi sulle ultime navi sequestrate e dissequestrate? Quanti certificati sono stati prodotti e che cosa hanno effettivamente ricercato?

Noi in quel grano abbiamo trovato il glifosate anche se il sistema di allerta RASFF da agosto 2016 ad oggi non ha segnalato alcun problema…né in Italia, né all’ estero.

Vi sembra normale?

fonte: http://www.granosalus.com/2017/08/13/perche-l-italia-elude-i-controlli-ufficiali-sul-glifosate/

Test Glifosate nella birra: “In quella tedesca è presente 300 volte più che nell’ acqua…!”

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Test Glifosate nella birra: “In quella tedesca è presente 300 volte più che nell’ acqua…!”

Da Granosalus

 

Uno studio di quattordici marche di birra in Germania ha concluso già da un anno che tutte le marche contengono glifosate. I risultati sono schiaccianti, la birra prodotta dal malto d’orzo tedesco supera lo standard previsto per l’acqua fino a 300 volte! Effetti pericolosi della fusione Bayer-Monsanto? Chissà! Intanto facciamo attenzione nei pub o in pizzeria…

Mancava una goccia di glifosate a far traboccare la pinta, ed è stata versata da quando uno studio di quattordici marche di birra (link in tedesco per lo studio) ha concluso che tutte le marche contengono glifosate, in quantità variabili (da 0,46 a 29.74 microgrammi / litro).

Il dibattito ha avuto luogo nonostante la debolezza della metodologia utilizzata dagli autori dello studio e l’assenza di norme ufficiali per il glifosato nella birra. Dal momento che i tedeschi, a quanto pare, bevono birra come gli altri bevono l’acqua, il confronto è stato fatto con i limiti in vigore per l’ acqua potabile.

E i risultati sono schiaccianti, la birra tedesca supera lo standard dell’acqua fino a 300 volte!

Le analisi sono state condotte da un laboratorio incaricato dall’ Environmental Institute di Monaco di Baviera.

Il governo tedesco prima ha voluto rassicurare: “bevete enormi quantità di birra ogni giorno”. Ma il caso ha finito per piegare il ministro dell’Agricoltura, Christian Schmidt (conservatori CSU). Il glifosate, di cui è titolare Monsanto, è un prodotto “per i professionisti che devono utilizzare con grande cura, ha detto al canale televisivo ARD. Voglio limitare, possibilmente vietare l’uso del glifosate in privato.

Ma il ministro dell’Agricoltura tedesco dovrebbe sapere che il glifosate si può usare nei giardini, ma sull’orzo è vietato in Europa e che il suo omologo alla Salute, attraverso un piano di controlli cautelativo, dovrebbe garantire non solo i consumatori tedeschi ma tutti gli europei sull’assenza di glifosate nell’orzo e nella birra. Lo impone il principio di precauzione!

La messa in discussione del pesticida stride inoltre con l’approvazione per il rinnovo dell’autorizzazione del glifosate in Europa che coincide, caso strano, con la maxi fusione Bayer-Monsanto. Una delle operazioni più rischiose per il mercato agricolo europeo e per l’ambiente.

Un autorizzazione mal digerita

Sul punto, la Commissione Ue, il 20 luglio 2017, ha presentato agli Stati membri del’Unione europea la sua proposta di rinnovo dell’autorizzazione  per altri dieci anni, fino al 15 dicembre 2027. La proposta, che comprende anche un allegato, è stata pubblicata dopo che la Commissione Ue ha ricevuto il parere positivo deliberato dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA). A marzo l’Agenzia ha stabilito che  il glifosate non è cancerogeno, né mutageno, né tossico per la riproduzione e neppure genotossico. Ma sappiamo bene che nell’ambito dell ‘ Organizzazione mondiale della Sanità le posizioni della IARC, massimo ente internazionale in tema di ricerca sul cancro, sono diametralmente opposte.

L’ ECHA, però, non dice nulla riguardo al fatto che il glifosate è sospettato di essere un pericoloso INTERFERENTE ENDOCRINO!  Il motivo? Semplice. La UE balbetta nel definire i criteri per identificare gli interferenti endocrini. 

I pesticidi che influiscono sul sistema endocrino, di fatto, non vengono vietati dalla Commissione europea

Il cambiamento d’indirizzo su “esposizione” e “rischio” indebolisce in modo marcato qualsiasi affermazione relativa alla sicurezza del Glifosato ed é incompatibile con il principio di precauzione, cui l’UE affida la gestione del rischio relativo alla salute umana e all’ambiente.

Del resto, un pronunciamento chiaro in ossequio al principio di precauzione forse nuocerebbe alla fusione Bayer-Monsanto, una delle più grandi fusioni dell’agricoltura mondiale, ma di sicuro aiuterebbe la salute dei consumatori. Che dispongono di un unico antidoto: scegliere birre italiane, meglio se artigianali, prodotte con orzo italiano senza glifosate e altri contaminanti.

Nel merito dell’autorizzazione al glifosate, il presidente della Commissione Juncker nella sua proposta ha offerto  di vietare l’associazione glifosate con l’ “ammina di sego” (cooformulante), ma anche di estendere l’autorizzazione all’immissione in commercio senza ulteriore restrizione.

Sul punto però il commissario alla Salute e alla Sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitis, ha affermato che “la Commissione non ha alcuna intenzione di riapprovare questa sostanza senza il sostegno di una maggioranza qualificata degli Stati membri. Questa è e rimarrà una responsabilità condivisa”.

Questa maggioranza qualificata è mancata quando il 30 giugno 2016 è scaduta la precedente autorizzazione  e la Commissione Ue  è stata costretta ad assumersi la responsabilità di una proroga di 18 mesi, a fronte della disputa scientifica sul livello di cancerogenicità di questo erbicida tra l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Ricordiamo che lo Stato della California ha bandito la molecola!

Se la Bayer ha acquisito la Monsanto per rinnovare più facilmente le autorizzazioni,  aumentare i volumi di vendita del glifosate e i profitti, e fare concorrenza ai cinesi danneggiando ambiente e salute dell’uomo, allora ha sbagliato strada. Noi alla birra sana ci teniamo e pure alle informazioni corrette.

Nel frattempo, meglio il malto d’orzo italiano e quando andiamo nei pub o in pizzeria, occhio alle seguenti marche di birra…il principio di precauzione fai da te funziona meglio!

 

fonte: http://www.granosalus.com/2017/08/16/test-glifosate-nella-birra-in-quella-tedesca-e-presente-300-volte-piu-che-nell-acqua/

Interferenti endocrini: “quei veleni che non ci fanno paura”. Cosa sono e quanto costano alla salute.

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Interferenti endocrini: “quei veleni che non ci fanno paura”. Cosa sono e quanto costano alla salute.

Da Granosalus

Gli interferenti endocrini si trovano nei pesticidi (il glifosate è sospettato di esserlo!) ma non fanno paura a Confagricoltura Brescia sebbene possono interferire con la produzione ormonale. Sono considerati una “minaccia mondiale” dall’ OMS e sospettati di essere all’origine di molte malattie gravi: dai tumori all’infertilità, dall’obesità al diabete fino ai disturbi neurocomportamentali. L’incapacità della Commissione Ue di prendere decisioni chiare, evidenzia che spesso l’interesse generale viene bypassato dagli interessi particolari di poche grandi aziende. L’ influenza delle lobby ha provocato infatti forti ritardi della Commissione al punto da rendere necessario l’intervento della Corte di Giustizia che ha “vietato di usare considerazioni economiche per definire i criteri”, nel silenzio dell’ Italia. Quanto costano i danni alla salute causati dall’esposizione a queste sostanze onnipresenti nell’ambiente domestico e nella catena alimentare?

Gli interferenti endocrini possono interferire con la produzione ormonale. E sono sospettati di essere all’origine di molte malattie gravi: dai tumori all’infertilità, dall’obesità al diabete fino ai disturbi neurocomportamentali. A Brescia, invece, sembra facciano bene alla salute…!

In realtà, studi sugli effetti di queste sostanze sono in corso da anni senza che finora si sia giunti all’elaborazione di atti giuridicamente vincolanti sulla materia, né in ambito nazionale né in ambito internazionale.

Ma a Brescia sul glifosate la pensano diversamente. Nove agricoltori su dieci approvano l’ uso del glifosate (leggere link qui ). Ne è sicuro il direttore di Confagricoltura Brescia, Gabriele Trebeschi alla luce dei risultati del sondaggio lanciato dal sito AgroNotizie. Un sito notoriamente sponsorizzato da ditte di Agrofarmaci…che si avventura in sondaggi inaffidabili (tale può definirsi un improbabile sondaggio promosso da venditori di agrofarmaci presso clienti-agricoltori), senza coinvolgere i consumatori.

Il direttore, purtroppo, ignora che la massima agenzia internazionale di ricerca sul cancro (IARC) ha definito il glifosate “probabile cancerogeno”  e fa finta di non sapere che la civilissima California lo ha già bandito.

Gli sarà anche sfuggito il report “Buying science – Comprare la scienza“, secondo cui “la Monsanto e altre aziende produttrici di glifosato avrebbero distorto le prove scientifiche sugli effetti per la salute pubblica del glifosato, al fine di mantenere sul mercato questa controversa sostanza“. Lo scandalo dei cosiddetti ‘Monsanto papers’ denunciato nello studio ‘Buying science’ a cura di alcune organizzazioni della ‘Coalizione Stop Glifosato‘ imporrebbe un atteggiamento più cauto da parte di Confagricoltura.

L’ organizzazione vicina all’ industria, invece, si ostina a perorare vantaggi di carattere economico-commerciale derivanti dall’uso (in pre-semina) che la Corte di Giustizia europea ha bocciato, come vedremo più avanti! Mentre i regolamenti comunitari ne hanno previsto il divieto in pre-raccolta.

Il direttore di Confagricoltura, prima di avventurarsi in azioni di tifoseria da stadio, dovrebbe sapere che la valutazione sui progressi scientifici in materia di interferenti endocrini è stata condotta da un gruppo di esperti per conto dell’Organizzazione mondiale della Sanità e del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente: “State of the science of endocrine disrupting chemicals – 2012“.

Il pdf del rapporto è disponibile qui: Rapporto endocrini_eng

Secondo la classificazione dell’Unione Europea sono almeno 564 le sostanze sospettate di essere pericolose. Per 66 di esse è provato che possano agire come interferenti endocrini e su altre 52 ci sono gravi sospetti, tra cui il glifosate. Che ne pensano nei dintorni di Brescia?

L’Unione europea ha fatto riferimento agli interferenti endocrini in due atti di legislazione primaria (il regolamento in tema di prodotti fitosanitari del 2009 e quello in tema di biocidi del 2012). Nell’introdurre il divieto di utilizzo di queste sostanze, entrambi i regolamenti hanno rimandato la definizione puntuale di interferente endocrino a successivi atti di legislazione secondaria, che la Commissione europea avrebbe dovuto adottare entro il dicembre 2013.

La mancata adozione di tali atti ha dato vita a numerose discussioni e ad un duro richiamo della Corte di giustizia, che si è pronunciata a seguito di un ricorso.

Il Ricorso è stato presentato dal “Regno di Svezia contro la Commissione europea, per carenza di: Definizione di criteri scientifici per la determinazione delle proprietà di interferenza con il sistema endocrino – Mancata adozione di atti delegati da parte della Commissione – Obbligo di agire“,  con l’intervento ad adiuvandum, tra l’altro, di DanimarcaFranciaPaesi BassiFinlandia, Parlamento europeo e Consiglio, nei confronti della Commissione. Un vero e proprio braccio di ferro politico-istituzionale…con tanto di carta bollata, a cui l’Italia si è sottratta.

Come mai l’ Italia non è intervenuta al pari della Francia e degli altri paesi europei? Cosa rispondono a riguardo i sindacati agricoli italiani? Specie quelli che si sciacquano la bocca con gli slogan (“Campagna amica“, “Collaborare nell’interesse dei consumatori“, “Food Made In“, “La spesa in campagna“)….E’ bene che i consumatori tengano conto di questi finti paladini della salute pubblica!

Il procedimento si è concluso il 16 dicembre 2015 con una sentenza (T-521/14) di condanna della Commissione europea per la sua inazione. E’ stata acclarata  la mancata adozione degli atti legislativi delegati da parte della Commissione in materia di interferenti endocrini.

A giugno 2016 la Commissione ha finalmente presentato un pacchetto su cui si è sviluppato un intenso dibattito sulla definizione e regolamentazione degli interferenti endocrini.

I criteri, purtroppo, anche se sono arrivati solo dopo il pronunciamento da parte della Corte di Giustizia, sono considerati ancora troppo permissivi.

La Corte di giustizia, respingendo uno specifico argomento giuridico avanzato dalla Commissione per giustificare la sua mancata azione, ha stabilito in modo inequivocabile che nessuna disposizione del regolamento (UE) n. 528/2012 richiede una valutazione d’impatto dei criteri scientifici basati sul rischio.

La Commissione Ue, invece, ha confermato in diverse occasioni la sua intenzione di procedere alla valutazione d’impatto prima di adottare l’atto delegato in questione.

Il ritardo conseguente nell’adozione degli atti delegati, giustificato con la necessità di una valutazione d’impatto, di fatto “illegale“, rientrava in una strategia pianificata da alcuni burocrati di alto livello della Commissione che hanno scelto di tutelare gli interessi del settore industriale privato a scapito della protezione della salute umana e ambientale.

Interessante a tal proposito l’ articolo dell’ Internazionale: “La Chimica delle Lobby“, molto istruttivo per il direttore di Brescia…

Su cosa poggiano i criteri?

Il 15 giugno 2016 la Commissione europea ha presentato un pacchetto  che riguarda non solo il regolamento sui biocidi – oggetto della sentenza della Corte di giustizia -, ma anche quello sui prodotti fitosanitari. Il pacchetto però altera il concetto di interferente endocrino.

LA DEFINIZIONE DI “PROPRIETÀ DI INTERFERENTE ENDOCRINO” CONTENUTA IN ENTRAMBI I PROGETTI DI REGOLAMENTO È ARTICOLATA SU TRE ELEMENTI:
  1. L’ESISTENZA “ACCERTATA” DI UN EFFETTO NEGATIVO PER LA SALUTE UMANA.
  2. L’ESISTENZA DI UNA MODALITÀ OPERATIVA “ENDOCRINA”.
    3. L’ESISTENZA DI UN NESSO DI CAUSALITÀ TRA L’EFFETTO NEGATIVO E LA MODALITÀ OPERATIVA ENDOCRINA.

Ovviamente con questi criteri l’importanza del principio di precauzione, contenuto anche nell’art. 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, passa in secondo piano.

Qual’è il costo economico per l’ Europa degli interferenti endocrini? 

Le “considerazioni economiche” sono indicate nelle pagine dello studio d’impatto messo sotto chiave nei corridoi della Commissione.

I numeri sono impressionanti. Secondo Le Monde, venti biologi, epidemiologi ed economisti della salute hanno pubblicato una stima del costo economico in Europa dei composti interferenti endocrini.

I danni alla salute causati dall’esposizione a queste sostanze onnipresenti nell’ambiente domestico e nella catena alimentare – pesticidi, plastificanti, imballaggi, solventi, cosmetici, ecc – sono stimati dai ricercatori in circa 150 miliardi di euro annui,  tra costi diretti (spese mediche, assistenza …) e indiretti (assenteismo, la perdita di produttività economica …).

Eppure, per quanto enormi possano sembrare, queste cifre sono ancora fortemente sottovalutate. Infatti, la quota maggiore degli effetti sulla salute di questi paesi non è stata presa in considerazione. Ma questo è un particolare che interessa poco ai confindustriali di Brescia…

La Corte, tuttavia, ha “vietato di usare considerazioni economiche per definire i criteri”! Se ne faccia una ragione anche il direttore della Confagricoltura e/o Confindustria!

La Commissione di Bruxelles non aveva quindi nessuna scusa economica per ritardare  le decisioni necessarie. Ma la sua incapacità dimostrata sulla questione degli interferenti endocrini, evidenzia il tema dell’interesse generale che viene scavalcato spesso dagli interessi particolari di poche grandi aziende, anche con l’ ausilio di scienziati partigiani delle multinazionali o di qualche sigla sindacale.

E questo, purtroppo, alimenta la sfiducia nelle istituzioni europee e pure nelle organizzazioni sindacali…

fonte: http://www.granosalus.com/2017/08/18/interferenti-endocrini-quei-veleni-non-ci-fanno-paura-cosa-quanto-costano/

Di Acrilammide si muore. Ma le lobby di patatine e cereali invocano di “tutelate il mercato”. E i consumatori…?

 

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Di Acrilammide si muore. Ma le lobby di patatine e cereali invocano di “tutelate il mercato”. E i consumatori…?

Da Il Salvagente

Acrilammide, allo scoperto la lobby di patatine e cereali: “tutelate il mercato”. E i consumatori?

L’avevamo definito tiepido, ma evidentemente sbagliavamo. Il provvedimento con il quale la Commissione europa intende regolare in modo più stringente la presenza dell’acrilammide negli alimenti, ha scatenato un coro di critiche tanto da costringere Bruxelles a una parziale (l’ennesima) retromarcia.

Cos’è l’acrilammide

Ricordiamolo: l’acrilammide è una sostanza definita dall’Efsa cancerogena e genotossica e per questo si è sentita l’esigenza di fissare un limite massimo alla sua concentrazione. La sostanza si forma quando gli alimenti ricchi di amidi – come le patate e il pane – vengono fritti o cotti ad elevate temperature – nel baby food, patatinecorn flakes e tutti i cibi pronti.

Dopo anni di discussione la Commissione era arrivata a un testo che ci era parso fin troppo debole: scomparsa l’istituzione di un limite di legge, svanita la previsione temporale della sua fissazione. Per intenderci: senza stabilire un livello massimo di concentrazione un’azienda può continuare a vendere un prodotto non conforme senza rischiare che venga ritirato dal mercato. A danno della salute del consumatore.

 

Destra in ansia per i biscotti e Belgio preoccupato per le French fries

Eppure, come dicevamo, neppure tanta debolezza ha rassicurato i “portatori di interesse delle lobbies”. Mara Bizzotto, membro dell’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF) di destra e euroscettica, ha chiesto alla Commissione “come intendeva proteggere adeguatamente le specialità gastronomiche italiane, belghe ed altre gastronomiche europee contenenti patate e cereali fritti (patatine fritte, biscotti) per ridurre al minimo le perdite di mercato e di immagine nell’intera catena di approvvigionamento che potrebbero derivare dalla futura regolamentazione sulla riduzione dell’acrilamide negli alimenti “.

Bizzotto, per la verità, non era la prima a pressare la Commissione. Già il ministro fiammingo per il turismo, Ben Weyts, aveva protestato contro la proposta legislativa per le ripercussioni economiche legate all’immagine su una delle specialità culinarie belghe, le patatine.

Ministri e parlamentari preoccupati dai mercati, insomma, non dalla salute dei cittadini che rappresentano.

La Commissione fa da pompiere

La pronta risposta della Commissione è stata pubblicata il 16 agosto sul sito del Parlamento europeo; e “l’inflessibile” (perdonateci l’ironia) commissario per la Salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis ha spiegato che  “Le misure regolamentari obbligano gli operatori del settore alimentare ad applicare misure di mitigazione ma non proibiranno certe pratiche tradizionali culinarie o certi cibi tradizionali”.

Inutile dire che i difensori di patatine fritte dei paesi bassi e cereali fritti (ma a che diamine di tradizione italiana si sarà mai riferita la Bizzotto?), possono stare tranquilli. Dato che non c’è obbligo, al contrario di quanto dice Andriukaitis, non ci sarà mai divieto per chi non rispetta il limite.

Con grande soddisfazione delle multinazionali dell’alimentare, altro che dei prodotti tipici…

fonte:https://ilsalvagente.it/2017/08/22/acrilammide-allo-scoperto-la-lobby-di-patatine-e-cereali-tutelate-il-mercato-e-i-consumatori/25264/

Quella pancetta vi può ammazzare: lo studio scientifico. Ecco perché vi siete pesati sempre nel modo sbagliato

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Quella pancetta vi può ammazzare: lo studio scientifico. Ecco perché vi siete pesati sempre nel modo sbagliato

Arriva un allarme per tutti i cosiddetti soggetti normopeso, quelli con braccia e gambe magre, ma con una pancetta più o meno prominente. Così come per le persone sovrappeso, anche loro mettono seriamente a rischio la propria salute, come ribadito dall’ultima ricerca dell’Università di Auckland. Come riporta il Corriere della sera, quei soggetti: “Sono ad alto rischio cardiovascolare. La valutazione dell’indice di massa corporea, usato per identificare chi ha problemi di peso e calcolato dividendo i chili per il quadrato dell’altezza, non tiene conto infatti di due elementi fondamentali – dice il responsabile del Centro per la Cura dell’Obesità al Policlinico Tor Vergata di Roma, Paolo Sbraccia – quanto grasso c’è realmente nel corpo e dove si trova”.

Secondo i dati degli esperti, circa la metà dei normopeso è a rischio: “Il grasso accumulato sugli organi interni ha effetti metabolici negativi, per esempio favorisce la produzione di mediatori dell’infiammazione, aumenta lo stress ossidativo generale e, se si accumula a livello epatico, faiclita la comparsa del diabete”, oltre che esportre a rischio infarto e ictus.

L’unico modo per allontanare i rischi è quindi: “Fare più movimento, è il mezzo migliore per ridurre i depositi di grasso e contemporaneamente aumentare la massa muscolare, per una composizione corporea ideale. I falsi magri – ha aggiunto – sono avvantaggiati rispetto a chi ha qualche chilo di troppo, perché per fare attività fisica non devono spostare una mole imponente. L’unico nemico da combattere resta per loro la pigrizia”.

 

fonte:

ALLUMINIO E BARIO: una coppia letale per la nostra salute.

 

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ALLUMINIO E BARIO: una coppia letale per la nostra salute.

leggi anche: 

Sapete cosa è il BARIO e cosa provoca? No? Eppure sarebbe il caso di informarsi, visto che ne assumiamo tutti, tutti i giorni, quantità spropositate grazie all’irrorazione delle scie chimiche !!

 

In tutte le analisi che abbiamo effettuato in anni di studio sia nell’ambiente, acqua piovana e neve, sia su di noi, sangue, urina, capelli, abbiamo sempre trovato, ora più e ora meno, presenza di alluminio e bario. In effetti questi metalli sono costantemente rilevati in tutto il mondo in occasione delle analisi compiute sul materiale di ricaduta proveniente dalle scie chimiche, dispersi sotto forma di nano particelle facilmente inalate dagli uomini, dagli animali ed assorbite dalla piante.
Fegato, ossa, polmoni, tiroide e cervello sono i siti in cui si immagazzina l’Alluminio nel nostro organismo. La percentuale di alluminio nel capello è in stretta relazione alla percentuale presente nelle ossa. E’ accertato che il morbo di Alzheimer è correlato anche ad alte quantità di alluminio nel tessuto cerebrale.
ALLUMINIO: i pericoli dell’avvelenamento da alluminio
L’alluminio è particolarmente tossico per il sistema nervoso, con una serie di sintomi che possono includere disturbi del sonno, nervosismo, instabilità emotiva, perdita di memoria, mal di testa e compromissione intellettiva.
Esso può fermare la capacità del corpo di digerire e fare uso di calcio, fosforo e fluoro. Questo impedisce la crescita ossea , riduce la densità delle ossa e può anche causare condizioni che effettivamente scacciano il calcio dalle ossa. Ciascuna di queste situazioni può portare a debolezza e a deformazione della struttura ossea, con effetti paralizzanti.
L’avvelenamento può anche provocare dolori muscolari, disturbi del linguaggio, anemia, problemi digestivi, diminuzione della funzionalità epatica, coliche renali e compromissione della funzionalità renale.
L’alluminio provoca danni neurologici, a meno che il nostro sistema immunitario non reagisca velocemente, eliminando questo metallo.
I pericoli dell’avvelenamento da bario.
Quali sono le conseguenze dell’’accumulo di bario? Oltre ad irritare le vie respiratorie, a provocare problemi digestivi ed ai muscoli, cuore in primis, questo metallo pesante può incidere pesantemente sul sistema immunitario.
Gli esami di laboratorio hanno permesso di concludere che il bario interferisce con l’attivazione nell’organismo dei linfociti T, le cellule che attaccano i microbi patogeni. Quando non sono direttamente coinvolti nella distruzione dei patogeni, i linfociti T promuovono altre funzioni immunitarie, compresa l’eliminazione delle cellule tumorali.
Sembra quindi che le scie chimiche ci forniscano in modo regolare una coppia di ingredienti abbastanza micidiale da renderci immunodepressi e incapaci di reattività.
Dove si trovano alluminio e bario
Il problema dell’accumulo dei metalli pesanti nel nostro corpo è dovuto al fatto che questi metalli, oltre che nella ricaduta del materiale delle scie chimiche, sono presenti in numerose altre fonti con cui veniamo facilmente in contatto.
I farmaci da banco possono essere una delle maggiori fonti di alluminio: coloro che assumono spesso aspirina tamponata, come le persone con artrite, possono assumere fino a 700 mg di questo metallo ogni giorno. Ma dal momento che l’alluminio contribuisce al danno osseo, l’aspirina aumenta effettivamente l’artrite.
I medicinali per l’apparato digerente, come i farmaci contro la diarrea, gli antiacidi e quelli per le emorroidi, possono contenere anche alluminio. Una dose tipica di antiacidi contenenti alluminio può contenerne fino a 200 mg., e l’uso di un’intera giornata può fornire 800-5000 mg. di alluminio.
I cibi che sono stati cotti o conservati in pentole di alluminio e in fogli di alluminio sono un’altra fonte. Le stime dicono che fino a 4 milligrammi di alluminio possono essere trasferiti ad ogni porzione di alimenti acidi come i pomodori o gli agrumi che sono stati riscaldati o conservati con alluminio.
Anche le pentole in acciaio inossidabile possono essere una fonte, in quanto vengono prodotte saldando l’acciaio inox con strati di alluminio.
Ci sono sei sali di alluminio che sono stati approvati come additivi alimentari negli Stati Uniti. I sali più comunemente usati sono i fosfati di sodio e alluminio. Essi si aggiungono a torte, minestre, pasta surgelata, pancake mix, farine autolievitanti, formaggio fuso, cibi a base di formaggio e birra (in lattine di alluminio). Una singola fetta di formaggio fuso confezionata singolarmente può contenere fino a 50 mg di alluminio. Si pensa che il cheeseburger possa avere uno dei contenuti più alti di alluminio rispetto a qualsiasi alimento. I prodotti da forno hanno circa 5-15 mg per porzione.
Un sottaceto di media grandezza contiene da 5 a 10 mg se è stato trattato in una soluzione di allume, come comunemente avviene. L’allume è una forma di solfato di alluminio che viene utilizzata nella soluzione di decapaggio per rassodare i cetrioli.
I Vaccini: il Dr. Hugh Fudenberg, uno dei leader mondiali in immunologia e genetica, ha affermato che “ i pericoli dei vaccini sono dovuti tra l’altro all’alluminio e al mercurio che quasi ogni vaccino anti-influenzale contiene. Il graduale accumulo di alluminio e mercurio nel cervello porta a disfunzioni cognitive”.
Le Scie Chimiche spruzzate nel cielo contengono alluminio: vedi articolo del Dottore e Professore Russel L.Blaylock della National Health Federation( recentemente pubblicato su prima pagina)
L’alluminio è spesso aggiunto ai prodotti per l’igiene, come gli antitraspiranti e bagnoschiuma, alcuni Lieviti Artificiali e molti Cosmetici contengono alluminio.
Evitare di assumere Alluminio
Il primo passo per liberare il nostro corpo da questo veleno è evitare l’assunzione di alluminio, per quanto possibile.
Sostituire le pentole in alluminio.
Evitare di usare le Caffettiere in alluminio che possono essersi lentamente corrose, favorendo la dissoluzione di alluminio negli alimenti.
Non cucinare con foglio di alluminio, e ridurne al minimo l’uso per la conservazione degli alimenti. Non usarlo mai per avvolgere cibi acidi (arance, limoni, pomodori, ecc) o cibi cotti ancora caldi.
Evitare di bere bibite in lattina.
Controllare le etichette di tutti i prodotti alimentari, medicinali ed igienici, evitando di acquistare quelli che contengono alluminio.
Ridurre al minimo il consumo di formaggio, in particolare dei formaggi fusi.
Ridurre al minimo l’assunzione di eventuali prodotti da forno che non siano fatti in casa.
Disintossicazione
Riporto quello che ho letto in vari articoli sull’argomento, precisando che non ho esperienze significative in merito da poter segnalare.
Pare che Zeolite, Clorella, Coriandolo, Aglio, Acido Malico ( si trova in natura nel rabarbaro- aceto di mele – vino) siano sostanze naturali disintossicanti dall’alluminio. Il nostro corpo tollera bassi livelli di alluminio, bisogna iniziare a controllarsi e a monitorarsi. Ci sono test, come l’analisi del capello, delle urine e del sangue che possono aiutare a controllare i livelli di alluminio nel corpo.

La salute? Un salasso. Un paziente italiano su 10 spende mille euro al mese di tasca propria! …E chi non ce l’ha può anche crepare, vero Lorenzin?

 

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La salute? Un salasso. Un paziente italiano su 10 spende mille euro al mese di tasca propria! …E chi non ce l’ha può anche crepare, vero Lorenzin?

 

La salute? Un salasso. Un paziente italiano su 10 spende mille euro al mese di tasca propria

Tra farmaci, badante, fisioterapista e pannoloni, un paziente su 10 spende oltre 1000 euro al mese di tasca propria. E’ quanto costa in media ai cittadini compensare la carenza di servizi territoriali e assistenza a domicilio, secondo il Rapporto di Cittadinanzattiva. A causa di lentezze burocratiche, spesso, secondo quanto riportano le interviste a 1800 pazienti, si provvede di tasca propria a comprare materiale che arriva in ritardo.

Un cittadino su 4, infatti, attende più di 30 giorni per materasso o cuscino antidecubito, così come per traverse e pannoloni; uno su 3 aspetta un mese per ricevere una carrozzina. Più di uno su 10 attende oltre un mese per avere farmaci indispensabili. L’esperienza dei cittadini nei confronti di infermieri e fisioterapisti che si recano a casa è positiva ma chiedono di migliorare il grado di tempestività nell’attivazione del servizio: circa il 14% ha incontrato criticità nell’attivarlo.

Quanto alle forme di aggregazione delle cure primarie, che dovrebbero spostare l’offerta di prestazioni sanitarie dall’ospedale al territorio, un esplicito coordinamento tra i due tipi di struttura previsti, ovvero AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali) e UCCP (Unità Complesse di Cure Primarie), è presente nel 63% delle regioni. Inoltre balza agli occhi la diversità di nomi per definire le UCCP: in Emilia Romagna Toscana e Piemonte si chiamano Case della Salute, in Veneto Medicine di Gruppo Integrate, in Piemonte Centri di Assistenza Primaria.

tratto da: http://www.leggo.it/sanita/sanita_1000_euro_al_mese-2571364.html