La lotta delle donne turche: “Stiamo pagando a caro prezzo il diritto alla felicità, non ci fermeranno”

 

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La lotta delle donne turche: “Stiamo pagando a caro prezzo il diritto alla felicità, non ci fermeranno”

Melek Önder, attivista turca della piattaforma “Fermeremo il Femminicidio” racconta a Fanpage.it cosa sta succedendo nel Paese. Dopo l’annuncio di Erdogan di volersi ritirare dalla Convenzione di Istanbul la situazione sembra essere precipitata tra aumento della violenza sulle donne e morti definite “sospette”.

Le strade della Turchia, da ormai un mese, sono il teatro delle rivendicazioni delle donne. Nelle ultime settimane in migliaia hanno sfidato la polizia, il potere di Erdogan e hanno denunciato a gran voce la condizione femminile nel Paese, che sempre più spesso mostra il suo volto più brutale quando si parla di donne. Da Ankara a Istanbul, passando per le città più a sud come Adana e Antalya, i cortei sono stati massici, tanto che a Smirne sono intervenute le forze dell’ordine per bloccare la manifestazione, arrestando decine di attiviste.

Le manifestazioni di piazza delle donne turche
La situazione in Turchia, se guardiamo ai numeri della violenza sulle donne, sta precipitando. Lo scorso anno si sono registrati 474 femminicidi e attualmente il Governo ha annunciato l’intenzione di ritirare il Paese dalla Convenzione di Istanbul, documento del Consiglio d’Europa per la prevenzione e la lotta alla violenza domestica. Melek Önder, attivista turca della della piattaforma “Fermeremo il Femminicidio” racconta a Fanpage.it cosa sta succedendo.

Esattamente come il mondo intero, anche noi eravamo in uno stato di emergenza a causa della recente pandemia di coronavirus. Con la quarantena, l’isolamento e il lavoro da casa, le donne hanno dovuto affrontare e subire casi di violenza di gran lunga maggiori, aggravati dalla frustrazione e dall’incertezza del momento che stavamo vivendo. È innegabile che stiamo registrando un aumento significativo di richieste di aiuto al nostro numero dedicato.

La fotografia che Melek ci regala, purtroppo, è molto simile a quella dei paesi occidentali. La restrizione dell’autonomia e delle relazioni sociali a causa del coronavirus, se in un primo momento ha comportato un crollo sostanziale delle denunce, alla fine del lockdown moltissime donne hanno denunciato i partner violenti.

Alla violenza incredibile a cui moltissime donne sono sottoposte in Turchia, in questo momento migliaia di cittadine scelgono di scendere in piazza perché si somma anche la decisione scellerata di Erdogan di ritirare il Paese dalla Convenzione. E la cosa sconcertante sai qual è? Che dal momento in cui sono iniziati i dibattiti sul ritiro, abbiamo registrato 36 femminicidi e 11 morti sospette in un solo mese.

Quello che Melek Önder ci tiene a sottolineare è proprio questo: il semplice fatto di lanciare un messaggio che dimostra quanto poco importante sia rispettare un protocollo che tutela la donna dalla violenza, rende gli uomini maltrattanti spalleggiati e legittimati a fare ciò che fanno.

Un dettaglio importante che caratterizza quest’ultimo periodo sono le morti sospette. Aleyna Çakır era una donna che ha denunciato più volte il proprio compagno al Pubblico Ministero. È morta la scorsa settimana senza ufficialmente sapere chi sia il responsabile. La legge non è quasi mai dalla parte della donna maltrattata, violentata, vessata. Quando si decide di varcare la soglia di una stazione di polizia, poco dopo da quella porta si esce con un nulla di fatto. Ayşe Tuba Arslan ha denunciato il proprio partner 23 volte, fino alla decisione di non procedere. Ayse è stata uccisa.

La morte di Pinar e quel diritto irrinunciabile alla felicità
La massiccia partecipazione ai cortei femminili per le strade delle principali città turche è avvenuta all’indomani dell’uccisione di Pinar Gultekin, studentessa di 27 anni il cui corpo è stato ritrovato lo scorso 21 luglio nella provincia di Mugla, sulle coste dell’Egeo. Secondo l’autopsia, Pinar è stata strangolata, data alle fiamme e poi gettata in un bidone della spazzatura in seguito ricoperto con del cemento. Il compagno ha confessato dopo essere stato ripreso da alcune telecamere della zona.

La maggioranza della società turca, donne e uomini, si oppone a questa brutalità. Non può più accettare di vivere in un Paese dove la violenza sulle donne è così radicata e viene quasi legittimata dal Governo. Non è un caso se mentre si discute il ritiro dalla Convenzione sono aumentati gli episodi di violenza e omicidio. Dopo Pinar, abbiamo perso Emine Bulut. Se la politica adotta una narrazione di delegittimazione verso qualunque strumento combatta la violenza sulle donne o la loro emancipazione, mandi il messaggio che tutto resterà impunito. Oggi, l’uomo che ha brutalmente ucciso Pınar Gültekin e ha cercato di nasconderlo con un barile ha trovato di nuovo coraggio e forza dopo questa discussione sulla cancellazione della Convenzione.

Le nuove generazioni, le donne giovani che popolano le piazze da Ankara a Istanbul, lottano con i propri corpi, occupando fisicamente gli spazi che dovrebbero appartenergli.

Tutte le donne turche, ad oggi, di qualunque regione ed estrazione sociale, hanno ben chiaro cosa vogliono: il diritto al lavoro, all’istruzione, e soprattutto quello di poter rompere con il proprio partner se non sono felici. Vogliono prendere le loro decisioni sulla propria esistenza. E il diritto alla felicità è un qualcosa di fondamentale a cui non vogliamo più rinunciare. La lotta che portiamo avanti ci farà guadagnare i nostri diritti prima o poi. Tuttavia, non dovrebbero pagare un tale prezzo.

fonte: https://donna.fanpage.it/la-lotta-delle-donne-turche-stiamo-pagando-a-caro-prezzo-il-diritto-alla-felicita-non-ci-fermeranno/
https://donna.fanpage.it/

 

 

La lotta delle donne turche: “Stiamo pagando a caro prezzo il diritto alla felicità, non ci fermeranno”ultima modifica: 2020-08-23T23:11:43+02:00da eles-1966
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