A Fukushima il dramma non è finito – gli agghiaccianti dati di Greenpeace ed il commento dell’Enea

 

Fukushima

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

A Fukushima il dramma non è finito – gli agghiaccianti dati di Greenpeace ed il commento dell’Enea

Canale Energia – Sette anni dopo il disastro nucleare di Fukushima, i livelli di radiazioni rimangono troppo alti per un ritorno sicuro alle proprie case da parte dei cittadini giapponesi evacuati.
Lo rileva Greenpeace, che ha effettuato un sopralluogo nei luoghi dell’incidente riuscendo anche, grazie alla collaborazione degli abitanti locali, a fare dei rilievi in alcune case della zona altamente contaminata di Namie.

Nelle zone evacuate ci sono ancora radiazioni

Proprio nell’area dei centri di Namie e Iitate, dove è stata ordinata l’evacuazione il marzo scorso, i livelli di scorie nucleari rimarranno ancora al di sopra di 1 millisievert (mSv) all’anno (soglia massima di esposizione per la salute umana riconosciuta internazionalmente) per alcuni decenni, secondo l’associazione ambientalista. Il limite è stato fissato dal governo ipotizzando un’esposizione all’aria aperta media di 8 ore al giorno e tenendo conto del fatto che, dentro abitazioni in legno, l’uomo è schermato dalle radiazioni.
Nella “exclusion zone” (dove cioè è difficile ritornare) intorno a Namie, Greenpeace ha stimato che solo alla fine del secolo ci si riavvicinerà agli obiettivi del governo giapponese, il quale è ben consapevole dei rischi di cancro e altri problemi di salute che anche bassi livelli di radiazione (1-5 mSv/anno) possono portare.

Il Giappone dovrà rivedere l’attuale limite di contaminazione

Purtroppo, il Giappone ha dovuto ammettere il fallimento del processo di decontaminazione e sarà costretto a rivedere l’attuale target di lungo termine di 0,23 micro Sv/ora, portandolo, si pensa, a 1 micro Sv/ora.
L’Autorità per la regolazione nucleare nazionale, infatti, aveva dichiarato a gennaio che gli attuali limiti “potrebbero ostacolare il ritorno a casa delle persone colpite”.
In abitazioni nel raggio di 25-30 km a nord-ovest della centrale di Fukushima, i rilievi fotografano valori nel range 1,3-3,4 mSv/ora, che addirittura sono superiori nelle vicine foreste e fattorie (anche 17 mSv/anno).

Una casa nel centro di Namie, sottoposta a estese opere di decontaminazione, presenta livelli radioattivi medi di 1,3 micro Sv/ora, con punte di 5,8.

Obori, località a 20 km dalla centrale, si arriverebbe addirittura a 101 mSv/anno.
E ancora, a meno di 50 metri dalla strada pubblica Route 114, sono stati registrati livelli di 11 micro Sv/ora a un metro sottoterra e di 137 micro Sv/ora a 0,1 metri di altezza.  Rapportati con lo standard di altezza utilizzato per le altre misurazioni di un metro (è stato notato che a un’altezza più elevata corrispondono radiazioni più alte), questi livelli sono davvero pericolosi.

Gli stessi addetti alla decontaminazione, avvisa Greenpeace, sono costretti a subire radiazioni, facendo un lavoro che permette di “pulire” solo una piccola frazione dell’aria.
Per rendere un’idea dell’emergenza, si pensi che livelli di contaminazione del genere porterebbero, in un impianto nucleare, ad azioni immediate richieste dall’Autorità per la tutela della salute umana e dell’ambiente. Il governo giapponese, invece, non si sta comportando in questo senso, anzi, sottolinea Greenpeace.
L’analisi di un’altra casa a Iitate ha mostrato, a partire dal 2016, una decrescita molto lenta dei valori radioattivi e addirittura un incremento degli stessi, cosa che porta a galla il fantasma della ricontaminazione, possibile per la migrazione di radionuclidi dalle vicine foreste altamente contaminate del versante montuoso.

Il ritorno a casa per gli abitanti non è possibile. L’intervento dell’ONU

Il dramma per la popolazione abitante nell’area è evidente, e solo il 3,5% delle 27.000 persone che abitavano l’area nel marzo 2011 sono tornate a casa.
La situazione ha attirato l’attenzione anche dell’ONU. I governi degli Stati membri di Austria, Portogallo, Messico e Germania hanno chiesto al Giappone di rispettare i diritti umani degli sfollati di Fukushima e adottare misure forti per ridurre i rischi di radiazioni per i cittadini, in particolare donne e bambini, e per sostenere pienamente gli sfollati.
La Germania, in particolare, ha invitato il Giappone a tornare a radiazioni massime ammissibili di 1 mSv all’anno, mentre l’attuale politica governativa giapponese è di consentire esposizioni fino a 20 mSv all’anno. Se questa raccomandazione dovesse essere adottata, il governo nipponico non potrebbe far rientrare la popolazione nelle aree contaminate.

Parola all’esperto

Sulla situazione di contaminazione in Giappone abbiamo chiesto un commento ad Alessandro Dodaro, esperto di sicurezza nucleare dell’ENEA, per il quale “i valori di rateo di dose (che è una grandezza proporzionale al danno biologico subito da un particolare organo o tessuto quando viene investito da una radiazione e dipende dal tipo di radiazione e dalla sua energia) sono stati misurati con strumentazione non idonea alla sua misura, a meno che non siano disponibili tipologia ed energia della radiazione rivelate: lo strumento, infatti, trasforma il rateo di particelle rivelate (qualunque esse siano) in rateo di dose sulla base di una calibrazione effettuata in laboratorio, in condizioni neanche paragonabili a quelle in cui è stato utilizzato in campo” ; dice l’esperto Enea basandosi su valutazioni di massima riferite all’enorme mole di dati ufficiali reperibili sui siti IAEA, OCSE, UNSCEAR, WHO ecc., che, specifica, forniscono valori di dose ambientale molto inferiori rispetto a quelli del rapporto Greenpeace.

Inoltre, ha rimarcato Dodaro, “questi strumenti sono poco stabili e necessitano di decine di secondi per stabilizzarsi su un valore utilizzabile, sia pure con tutte le tutele sopra richiamate, per la misura di dose: il documento dichiara misure da 1 secondo, quindi soggette a fluttuazioni statistiche che non le rendono, a mio avviso, significative”.

Sui tempi per cui persisterà la contaminazione delle aree interessate, ha aggiunto l’esperto dell’Enea, “dando per accertato che si tratti ormai in massima parte di Cs-137, anche se non ho modo di fornire numeri ufficiali, posso solo dire che circa ogni 30 anni la presenza di Cs-137 si dimezza, quindi fra 50 anni ci saranno valori che si aggirano intorno a un quarto di quelli immediatamente misurati dopo l’incidente“.

fonte: http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/focus_energia/2018/03/07/a-fukushima-il-dramma-non-e-finito_54524543-1cd5-416e-850e-a44966351160.html

Centrali nucleari insicure, il rapporto di Greenpeace che vorrebbe aprire il dibattito, ma che nessuno ha il coraggio di rendere noto.

 

Centrali nucleari

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Centrali nucleari insicure, il rapporto di Greenpeace che vorrebbe aprire il dibattito, ma che nessuno ha il coraggio di rendere noto.

Il rapporto “Security of nuclear reactors”, rilasciato in 7 copie da Greenpeace alle autorità di sicurezza francesi e belghe, identifica le aree di rischio per le centrali nucleari rispetto a possibili atti criminali. L’aspetto di maggiore preoccupazione evidenziato dal rapporto riguarda le piscine di stoccaggio del combustibileesaurito – le barre già utilizzate per produrre energia – che rappresenta la parte più pericolosa dei rifiuti nucleari e quella di maggiore difficoltà di gestione. Si tratta di piscine che devono essere costantemente raffreddate – le barre irraggiate sono calde – e dunque devono esser mantenute in funzione le pompe di circolazione dell’acqua e garantita la disponibilità di acqua.

Le analisi di sicurezza fatte all’epoca della costruzione degli impianti nucleari sottostimavano il rischio di malfunzionamento e, per questa ragione, le piscine di stoccaggio non sono protette da edifici progettati per confinare eventuali rilasci di radioattività. In una piscina di stoccaggio possono esserci 2 o 3 volte la quantità di barre di combustibile presente nel reattore e, essendo queste barre già “bruciate”, contengono un inventario radioattivo ben superiore a quello presente nel nucleo di un reattore.

Questo tema è emerso con particolare evidenza durante l’incidente di Fukushima nel 2011, quando le piscine di raffreddamento del combustibile esaurito hanno cominciato a rilasciare radioattivitàa causa della mancanza di corrente alle pompe di circolazione dell’acqua. Le analisi di rilascio di Cesio 137 nel caso di Fukushima hanno dimostrato che un incidente grave alle piscine di stoccaggio può potenzialmente coinvolgere un’area distante fino a 150 km dal sito, con quantità di radioattività superiori a quelle di un incidente a una centrale.

Il rischio di possibili attentati terroristici – dopo l’11 settembre 2011 – è stato invece considerato nella progettazione del reattore EPR a Flamanville – i cui lavori procedono ormai con anni di ritardo e miliardi di costi aggiuntivi – nel quale le piscine del combustibile esausto sono protette da una struttura di contenimento simile a quella del reattore. Ma così non è per tutti le altre centrali nucleari.

L’analisi di Greenpeace, condotta da sette esperti internazionali, ha approfondito sia il tema generale che i dettagli di un gruppo di impianti nucleari: le centrali francesi di Cattenom – dove si è svolta ieri l’azione dimostrativa di otto attivisti – BugeyFessenheim e Gravelines, oltre all’impianto di ritrattamento del combustibile nucleare di La Hague, e le centrali belghe di Doel e Thiange.

Il rapporto esplora gli scenari di possibili atti criminali e la realizzabilità concreta di attacchi mirati alle piscine di stoccaggio del combustibile irraggiato. Contenendo analisi di dettaglio sui siti sopracitati, il rapporto integrale è stato consegnato solo alle autorità di sicurezza nucleare e di polizia.

Per quanto il tema sia di ovvia elevata riservatezza, l’obiettivo di Greenpeace è stato quello di aprire un dibattito pubblico su un tema che riguarda la sicurezza di milioni di persone.

 

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/13/centrali-nucleari-insicure-il-rapporto-greenpeace-vuole-aprire-il-dibattito/3912318/

Greenpeace: dicono che il disastro di Fukushima sia finito. Ma non è così.

 

 

Fukushima

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Greenpeace: dicono che il disastro di Fukushima sia finito. Ma non è così.

 

Nucleare, dicono che il disastro di Fukushima sia finito. Ma non è così

L’11 marzo di sei anni fa più di 15mila persone morirono e la vita di altre decine di migliaia di persone cambiò per sempre. Il Giappone nord-orientale fu colpito da un violento terremoto, seguito da un enorme tsunami che spazzò via una dopo l’altra le città costiere. Poi, nei giorni successivi, arrivò la notizia sconvolgente dell’incidente ai reattori nucleari della centrale di Fukushima Daiichi.

Un disastro nucleare che continua ancora oggi. I sopravvissuti all’incidente continuano a vivere con il timore per la salute delle loro famiglie e con l’incertezza sul futuro. E sono le donne ad affrontare le conseguenze più pesanti. Donne che continuano a farsi domande senza avere risposte che siano in grado di alleviare il profondo senso di rabbia e di ingiustizia.

A partire dalle due settimane successive al disastro nucleare, e per tutti questi sei anni, Greenpeace ha condotto campagne di misura della radioattività nella regione contaminata. L’ultima indagine ha raccolto dati sia all’interno che all’esterno di alcune case selezionate nel villaggio di Iitate, situato a circa 30-50 km dalla centrale nucleare di Fukushima. In alcune di queste abitazioni, chi dovesse eventualmente tornarvi potrebbe ricevere una dose di radiazioni equivalente a una radiografia del torace a settimana. E questo assumendo che la popolazione rimanga nella parte di territorio decontaminata, visto che il 76 per cento della superficie totale di Iitate non è stato bonificato e rimane altamente contaminato.

Nonostante questo, il governo guidato da Shinzo Abe intende revocare a breve – a cavallo tra fine marzo e inizio aprile – gli ordini di evacuazione dal villaggio di Iitate e da altre aree, a un anno dalla fine dell’erogazione dei risarcimenti per le famiglie di quelle zone. Verrà inoltre annullato il sostegno per l’alloggio a chi è stato evacuato al di fuori delle zone designate. Una decisione che, per chi dipende economicamente da questo supporto, potrebbe significare il ritorno forzato in aree contaminate.

Le donne e i bambini sono i più colpiti da quanto accaduto sei anni fa. Sono infatti fisicamente più vulnerabili agli impatti del disastro e all’esposizione alle radiazioni. L’evacuazione ha inoltre smembrato comunità e famiglie, privando donne e bambini di reti sociali e fonti di sostegno e protezione. Insieme a un forte divario salariale – il Giappone è terzo nella disparità di reddito di genere, secondo le più recenti classifiche dell’Ocse – per le donne sfollate, soprattutto per le madri sole con figli a carico, il rischio povertà è molto più alto rispetto agli uomini.

Nonostante le avversità, o forse proprio per queste, le donne rappresentano la più grande speranza di cambiamento. Nonostante siano politicamente ed economicamente ai margini, le donne si sono poste in prima fila per chiedere cambiamenti al governo e all’industria nucleare.

Per proteggere i propri figli e per garantire un futuro libero dal nucleare per le future generazioni, le madri di Fukushimae dintorni sono mobilitate contro le politiche e le decisioni paternalistiche del governo. Sono alla testa dei movimenti antinucleari, organizzano manifestazioni e sit-in davanti agli uffici del governo, guidano le battaglie legali, testimoniano in tribunale, si sono unite per difendere i loro diritti.

Noi lottiamo assieme alle donne che sono in prima fila nella lotta antinucleare, per i loro diritti e per il loro futuro.

 di Yuko Yoneda – direttrice di Greenpeace Giappone
fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/11/nucleare-dicono-che-il-disastro-di-fukushima-sia-finito-ma-non-e-cosi/3443253/

Greenpeace France denuncia l’incubo nucleare: reattori vecchi, logori e protetti in modo insufficiente – Tutti i Francesi interessati – Ma non è solo un problema loro, Chernobyl era ben più lontana, eppure…

 

nucleare

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Greenpeace France denuncia l’incubo nucleare: reattori vecchi, logori e protetti in modo insufficiente – Tutti i Francesi interessati – Ma non è solo un problema loro, Chernobyl era ben più lontana, eppure…

 

La carta dei rischi nucleari. Greenpeace France: «Tutti interessati»

40 milioni di persone a rischio si verificasse una catastrofe nucleare “tipo Chernobyl” vicino a Parigi

Mentre in Francia aumentano le denunce per le falle nella sicurezza delle centrali nucleari gestite da Edf e un terzo del parco nucleare francese è in  panne o fermo. Greenpeace France dice che «Siamo tutti più che mai preoccupati per il rischio nucleare. In Francia, il 66% di noi vive a meno di 75 km da un reattore nucleare». Per questo Greenpeace France ha pubblicato una cartografia interattiva che visualizza concretamente il rischio nucleare legato ai 58 reattori presenti nel Paese e quelle che l’associazione definisce «Le protezioni insufficienti di cui beneficiamo».

La carta di Greenpeace punta a far vedere i rischi che corrono i francesi in caso di incidente nucleare  e permette di identificare le centrali più vicine al luogo dove si abita e di capire quale potrebbe essere l’estensione della contaminazione radioattiva nel caso di una catastrofe del tipo  di quella di Chernobyl o di Fukushima Daiichi.

Per esempio, con questa carta gli abitanti di Lione possono constatare che appena 40 Km li separano dalla centrale nucleare di Bugey, mentre gli abitanti di Parigi vivono a 100 Km dalla  centrale di Nogent-sur-Seine e verrebbero colpiti se si verificasse una catastrofe nucleare “tipo Chernobyl”: 40  milioni di persone sarebbero interessate dalla contaminazione radioattiva.

Per capire quali rischi si corrono e avviare la simulazione, basta scrivere il nome del luogo dove si abita o il suo codice postale. Per lanciare la simulazione degli effetti di un incidente nucleare, è  anche possibile cliccare direttamente sulla carta in corrispondenza del luogo scelto e verrà indicata la centrale Edf più vicina, permettendo di visualizzare l’impatto sul territorio di un incidente nucleare nella centrale in questione.

A Greenpeace France spiegano che «Sulla versione attuale di questa carta abbiamo scelto di far figurare le 19 centrali francesi sfruttare da Edf , così come le 2 centrali nucleari belghe sfruttate da Engie-Electrabel. In Francia, la zona PPI è la zona nella quale si applica il Plan Particulier d’Intervention (PPI). Questo piano comporta un insieme di misure che devono essere applicate dal Prefetto in caso di incidente in un sito nucleare. L’impatto radiologico (contaminazione radioattiva) dell’incidente di Fukushima si è esteso su un perimetro di oltre 100 km. Per quel che riguarda la catastrofe di Chernobyl, il perimetro era di più di 300 km. La Francia ha tratto qualche lezione da questi incidenti nucleari? Il Piano attuale prevede una zona di… 10 Km. Nel 2016, Ségolène Royal, allora ministro dell’ambiente, annunciò il raddoppio di queste zone (20 km). Però, per il momento ci sono solo una circolare adottata e non dei decreti applicativi pubblicati». Il calendario di applicazione della misura dell’ex ministra socialista resta sconosciuto e Greenpeace sottolinea che così «Un PPI, anche se allargato a 20 km, resta un PPI troppo restrinto».

Con 58 reattori nucleari per 67 milioni di abitanti, la Francia è di gran lunga il Paese più nuclearizzato del mondo davanti a Giappone e Usa, ma secondo Greenpeace «Lo stato del parco nucleare francese è molto preoccupante. Tanto per ricordare, 37 di questi 58 reattori sono oggi colpiti da dei problemi di anomalie. A causa di numerose défaillances, 18 di questi reattori sono attualmente fermi, cioè circa un terzo del parco! A questi problemi di sicurezza si aggiungono delle défaillances estremamente inquietanti in materia di sicurezza: le centrali francesi e belghe, costruite in un’epoca in cui le minacce non erano le stesse di oggi, non sono protette di fronte ad atti dolosi».

Secondo il rapporto  “La sécurité des réacteurs nucléaires et des piscines d’entreposage du combustible en France et en Belgique, et les mesures de renforcement associées”, le maggiori preoccupazioni riguardano le 58 piscine per lo stoccaggio temporaneo del combustibile nucleare esausto di Edf,. che sono risultate «molto mal protette di fronte a questi rischi di attacchi esterni».

A questo si deve aggiungere la catastrofica situazione finanziaria di Edf determinata proprio dal nucleare  che impedisce alla multinazionale energetica francese di investire nella manutenzione delle centrali nucleari e nel prosieguo del suo programma industriale.  Greenpeace France si chiede  «Comme Edf farà fronte ai lavori necessari per mettere in sicurezza le piscine di stoccaggio del combustibile nucleare esausto« e dice che  il risultato è che «In 40 anni, il rischio di incidente nucleare non è mai stato così grave».

Un rischio che riguarda anche i vicini della Francia, Italia compresa, che si sono già lamentati con Parigi per i pericoli che vengono dalle centrali nucleari francesi, a cominciare dalla Svizzera e dalla Germania, ma anche dal Belgio e dal Lussemburgo, mentre il nostro governo sembra più “comprensivo”.

Infatti, le simulazioni della carta di Greenpeace France dimostrano che «Un incidente nucleare che coinvolga una delle centrali di Edf può avere delle conseguenze catastrofiche su diversi Paesi e su milioni di cittadini/e europei/e».

Greenpeace si rivolge a tutti di cittadini francesi, belgi, tedeschi e lussemburghesi: «Dobbiamo denunciare e rifiutare il rischio nucleare al quale siamo esposti in Europa. Condividiamo questa carta dei rischi nucleari intorno a noi e chiediamo a Edf di agire. La compagnia deve mettere in sicurezza gli impianti esistenti, in particolare le 58 piscine adiacenti ai 58 reattori presenti sul territorio francese. Edf deve anche, urgentemente, cambiare rotta e investire nelle energie sicure, pulite e oggi a buon mercato».

 tratto da: http://www.greenreport.it/news/energia/la-carta-dei-rischi-nucleari-greenpeace-france-tutti-interessati/#prettyPhoto

Non solo TTIP e CETA. C’è un altro accordo in corso, forse anche peggiore, di cui nessuno parla: quello tra Unione Europea e Giappone – Negoziati segreti e disinteresse ambientale!

 

 

Giappone

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Non solo TTIP e CETA. C’è un altro accordo in corso, forse anche peggiore, di cui nessuno parla: quello tra Unione Europea e Giappone – Negoziati segreti e disinteresse ambientale!

 

L’accusa di Greenpeace, passata sotto silenzio:

Accordo Ue-Giappone, come (e peggio) del Ceta: negoziati segreti e disinteresse ambientale

Pochi giorni fa Greenpeace Olanda ha pubblicato leak di 200 pagine sulle negoziazioni segrete dell’accordo commerciale fra Unione europea e Giappone noto come Jefta. I documenti – disponibili su trade-leaks.org – mostrano ancora una volta come Commissione europea e governi nazionali stiano portando avanti negoziati commerciali in segreto, a scapito degli standard ambientali.

Così come per il Ceta (l’accordo Ue-Canada), su cui l’Italia è chiamata a esprimere un voto domani Commissione Affari Esteri del Senato, siamo in presenza di un accordo disastroso, assolutamente non accettabile fino a quando non avverrà un vero cambio di rotta. La politica commerciale europea deve infatti diventare un volano per rafforzare i nostri diritti sociali e la salvaguardia del Pianeta, non uno strumento per il commercio fine a se stesso

I documenti sul Jefta resi noti da Greenpeace Olanda sono in prevalenza datati tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, appena precedenti al diciottesimo round di negoziati. I negoziatori sperano di concludere il nuovo accordo nelle prossime settimane. Qualora venisse siglato, l’accordo commerciale con il Giappone potrebbe essere il più grande mai sottoscritto dall’Ue e coprire un volume commerciale pari a circa il doppio del Ceta.

Le disposizioni al momento presenti nell’accordo Ue-Giappone sulle “corti speciali” per la tutela degli investimenti sono addirittura più deboli di quelle già estremamente preoccupanti previste dall’accordo commerciale con il Canada. Sia Ceta che Jefta mancano di impegni concreti e vincolanti per aspetti legati ad ambiente, sviluppo sostenibile e lavoro.

Per riuscire ad avere un sistema commerciale trasparente, giusto ed equo, la globalizzazione deve essere governata da regole. Queste regole devono rispettare i valori nazionali e culturali, consentire uno sviluppo sostenibile e attuare efficacemente gli obiettivi degli accordi delle Nazioni Unite quali l’Accordo sul clima di Parigi, la Convenzione sulla Biodiversità e gli obiettivi di sviluppo sostenibile. I trattati ambientali, gli accordi sui diritti umani e gli standard internazionali del lavoro devono avere la precedenza sulle norme commerciali. Per questo abbiamo definito dieci principi per garantire che il commercio operi a favore delle persone e del Pianeta, e non il contrario.

E per ribadire il nostro forte no al Ceta, in concomitanza con il voto in Commissione Affari Esteri, domani saremo in piazza a Romainsieme ad altre associazioni ambientaliste, agricole e sindacali, a partire dalle 10 al Pantheon.

 

fonte:https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/26/accordo-ue-giappone-come-e-peggio-del-ceta-negoziati-segreti-e-disinteresse-ambientale/3687166/

 

Omicidi di matrice ambientale – Il legno è soprattutto un business e quello che viene dall’Amazzonia è sporco di sangue!

 

Amazzonia

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Omicidi di matrice ambientale – Il legno è soprattutto un business e quello che viene dall’Amazzonia è sporco di sangue!

Da: Il Fatto Quotidiano:

Omicidi di matrice ambientale, in Amazzonia il legno è rosso sangue

È il 19 aprile 2017. Quattro uomini armati di coltelli, machete, pistole e fucili arrivano a Colniza, una cittadina brasiliana dello Stato del Mato Grosso, nella Foresta Amazzonica. Hanno un obiettivo preciso: devono uccidere per terrorizzare la popolazione locale. E portano avanti il loro piano, torturando diversi abitanti di Colniza e uccidendone nove con metodi brutali.
Questo efferato crimine, conosciuto in Brasile come “il massacro di Colniza“, è stato ordinato da Valdelir João de Souza, proprietario di due aziende che commerciano legname.

Ed è infatti il risultato dell’avido accaparramento di risorse naturali preziose come l’ipê, lo jatobá e il massaranduba, ovvero alberi il cui legno pregiato è molto ricercato per la produzione mobili di lusso.

Tuttavia, a sette mesi di distanza, Souza rimane in libertà e le sue aziende continuano a operare normalmente, esportando legname in Europa e negli Stati Uniti. Il fatto che il “massacro di Colniza” resti al momento impunito fa sì che eventi come questo divengano sempre più comuni, specialmente nel cuore della Foresta Amazzonica, dove i conflitti con comunità locali e popolazioni indigene sono spesso collegati alla deforestazione illegale.

Dal Brasile, purtroppo, arrivano con sempre maggior frequenza notizie di esecuzioni, di tentativi di omicidio e di intimidazioni ai danni delle comunità che vivono nella foresta e la proteggono. Il Rondônia – un altro Stato dell’Amazzonia brasiliana – ha per esempio il triste primato del numero di omicidi di matrice ambientale: ben 21 morti registrate solo nel 2016. È proprio da Stati come Pará, Mato Grosso e Rondônia che proviene la maggior parte della produzione di legname amazzonico. Se esistesse un piano nazionale che permettesse alle comunità che abitano la foresta di gestirla direttamente, la produzione di legname diventerebbe più sostenibile, fornendo una fonte di reddito alle popolazioni locali che avrebbero quindi tutto l’interesse a proteggere questo ecosistema. Invece, chi sfrutta la foresta non la vive, considerandola solo una miniera da sfruttare.

E, come denuncia dal 2014 Greenpeace Brasile con report come Blood-stained timber, il legno tagliato illegalmente continua ad arrivare in Europa. Italia inclusa.

di  – 23 novembre 2017

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/23/omicidi-di-matrice-ambientale-in-amazzonia-il-legno-e-rosso-sangue/3994413/

“Centrali nucleari francesi pericolosissime”: il rapporto che non può essere divulgato e le prove raccolte di nascosto da Greenpeace!

 

Centrali nucleari

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

“Centrali nucleari francesi pericolosissime”: il rapporto che non può essere divulgato e le prove raccolte di nascosto da Greenpeace!

 

“Centrali nucleari francesi non sicure”: il rapporto che non può essere pubblicato. La prova: Greenpeace entra a Cattenon

L’associazione ambientalista ha commissionato uno studio sulla vulnerabilità degli impianti atomici d’Oltralpe in caso di attacchi terroristici. I risultati sono così evidenti che la maggior parte del documento non può essere diffuso perché rischierebbe di rappresentare un prezioso aiuto per eventuali attacchi. E in mattinata Greenpeace è riuscita a entrare nel sito a 40 km da Metz e a esplodere alcuni fuochi d’artificio.

Era ancora buio quando questa mattina gli attivisti di Greenpeacehanno scavalcato le recinzioni della centrale nucleare francese di Cattenon, a circa cinquanta chilometri da Metz e hanno sparato fuochi d’artificio nei pressi della vasca di raffreddamento, prima di essere fermati. Dimostrando in questo modo che quella, come altre centrali francesi, sono vulnerabili rispetto al rischio di possibili attacchi terroristici. E quella di Cattelon è una delle centrali oggetto di un rapporto commissionato da Greenpeace e reso pubblico solo parzialmente. Per un anno e mezzo esperti internazionali commissionati dalla ong hanno studiato le misure di sicurezza in vigore nel parco atomico francese e, alla fine, le hanno ritenute inadeguate. Sono state rese pubbliche solo 5 pagine, il resto del dossier è stato giudicato ‘non pubblicabile’, perché avrebbero addirittura potuto fornire spunti a potenzialiattentatori. Il tutto nella Francia colpita più volte dal terrorismo islamico. “Le centrali sono tanto vulnerabili che a Cattelon siamo riusciti a entrare – spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – ed è per questo che si è deciso di non pubblicare interamente le conclusioni del rapporto commissionato da Greenpeace Francia a un gruppo di esperti di sicurezza nucleare e terrorismo”. Arriva così la conferma alla notizia scritta dal quotidiano Le Parisien e riportata da LifeGate sulla scelta di rendere pubblica solo una parte del dossier, optando per la riservatezza delle informazioni più sensibili.

IL RAPPORTO “NON PUBBLICABILE” – Il direttore generale dell’organizzazione non governativa Jean-François Julliard ha consegnato invece le copie integrali del documento solo a sette dirigenti di istituzioni direttamente coinvolte nella supervisionedel parco atomico francese, ossia l’Autorità per la sicurezza nucleare (Asn), l’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare (Irsn) e il Comando speciale militare per la sicurezza nucleare (Cossen). A redarre il rapporto, che fa luce sulle carenze dei sistemi di sicurezza e lancia l’allarme sia alla politica sia a Edf, l’azienda pubblica che gestisce le 19 centrali nucleari presenti in Francia, sono stati setteesperti, tre francesi, una tedesca, due britannici e un americano. “Nel rapporto – spiega Onufrio – si affronta l’analisi di rischio in generale e poi nel dettaglio si parla di alcune centrali. I dati forniti non sono riservati, ma le analisi degli esperti in base a quelle informazioni potrebbero persino tornare utili a malintenzionati. E non è certo questa la nostra intenzione”.

LE CENTRALI NON PROTETTE – Il rapporto degli esperti ha messo in evidenza come le centrali non rispondono agli standarddi sicurezza attuali. Nello studio Greenpeace ha fatto fare anche i conti. Secondo l’organizzazione ambientalista, per scongiurare possibili attacchi terroristici alle 62 riserve e alle strutture che necessitano interventi intorno ai 58 reattori attivi in Francia, servirebbero tra 140 e 222 miliardi di euro. “Intanto c’è un problema che riguarda le strutture – sottolinea Onufrio – perché alcune risalgono a 20, 30 e 40 anni fa, quando i rischi erano diversi rispetto a quelli di oggi e la minaccia terroristica non era certo una priorità. All’epoca l’unico rischio preso in considerazione era quello di un eventuale incidente”. E se gli edifici dove si trovano i reattori sono protetti dai recinti, non è così per le piscine di raffreddamento. Così le riserve di combustibile usato sono facilmente accessibili. La quantità di combustibile che può essere stoccato all’interno di ciascuna piscina dipende dal progetto, ma la maggior parte di esse può contenerne in misura pari a diverse volte la quantità presente in un reattore nucleare in esercizio. “Di norma – spiega il direttore esecutivo di Greenpeace Italia – si stocca il triplo del combustibile utilizzato da una centrale”. Così queste strutturecontengono la maggior parte degli elementi radioattivi di ciascuna centrale. “D’altro canto – aggiunge Onufrio – anche nel caso di Fukushima, le piscine hanno rappresentato un problema e, in generale, con le misure di sicurezza attuali, il pericolo è concreto se si ha a che fare con persone che sanno dove mettere le mani”.

Dalla Edf nessuna presa di posizione, se non l’elenco dei sistemi di sicurezza in vigore, che per Greenpeace sono insufficienti. Sarà che in queste ore l’azienda pubblica che gestisce le centrali francesi è alle prese con un altro problema di sicurezza e con altri 5 reattori verso il fermo, a due settimane dallo stop alla centrale di Tricastin, per i pericoli che potrebbero verificarsi in caso di terremoto. La decisione è stata presa dopo un’ispezione dei circuiti di pompaggio dell’acqua in decine di reattori. I tubi sottili potrebbero causare allagamenti nelle centrali e rappresentare un rischio in caso di sisma. Da qui il via alle operazioni per la messa in sicurezza.

 

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/12/centrali-nucleari-francesi-non-sicure-il-rapporto-che-non-puo-essere-pubblicato-la-prova-greenpeace-entra-a-cattenon/3909750/

 

VERGOGNOSO – Glifosato: l’Unione Europea rinnova per altri 10 anni. Ma non era cancerogeno? No, secondo le valutazioni dell’Efsa, che sono un copia e incolla della richiesta di Monsanto!

 

Glifosato

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

VERGOGNOSO – Glifosato: l’Unione Europea rinnova per altri 10 anni. Ma non era cancerogeno? No, secondo le valutazioni dell’Efsa, che sono un copia e incolla della richiesta di Monsanto! 

L’Efsa, nella valutazione con cui ha assolto il glifosato, ha copiato e incollato centinaia di pagine dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione di Monsanto. A scoprire ( e a pubblicare) le pagine-copia è stata la radio francese Rmc. “I punti chiave del rapporto dell’Agenzia europea, un centinaio di pagine in tutto, sono stati copiati dalla richiesta Monsanto. E’ sulla base di questi dati che l’Efsa ha assolto il pesticida e la Commissione europea deciderà nei prossimi mesi se autorizzare o meno il glifosato. Quanto possiamo fidarci?” scrive la radio che a supporto della sua tesi ha pubblicato alcune delle pagine incriminate (che noi vi riproponiamo di seguito)


A sinistra la pagina 847 della domanda di ri-registrazione, depositata dalla società Monsanto
A destra: una pagina 529 della relazione di valutazione inviata dal BfR all’Efsa

La domanda che si pone la radio francese non è sbagliata. Quanto può essere attendibile una valutazione copiata dall’azienda che ha tutto l’interesse a che il suo prodotto di punta venga autorizzato nuovamente? In effetti, i dubbi sull’attendibilità della valutazione circolavano da un pò ma adesso ci sono nero su bianco tutte le parti copiate e incollate.

Efsa: i nostri studi sono indipendenti

Durante l’intero processo di revisione dell’autorizzazione, gli enti responsabili della valutazione dell’Efsa, come l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BfR), hanno affermato che la loro opinione è basata esclusivamente sulla propria valutazione obiettiva delle ricerche scientifiche sul glifosato, ma qualcosa non torna.

Confrontando la richiesta di rinnovo dell’autorizzazione che Monsanto aveva presentato nel maggio 2012 per conto della Glyphosate Task Force, un consorzio di oltre 20 aziende che commercializzano prodotti a base di glifosato in Europa, e la relazione dell’EFSA si nota chiaramente che le cose non stanno cosi.

…ma la realtà è ben diversa

I documenti sembrano confermare che il BfR e di conseguenza l’Efsa non hanno condotto nessuna revisione indipendente degli studi scientifici sui potenziali impatti del glifosato sulla salute umana, prendendo per buona la valutazione fornita dall’azienda produttrice.

Greenpeace: inaccettabile

Duro il commento di Greenpeace. “Che si tratti di negligenza o di dolo il risultato non cambia: è assolutamente inaccettabile che enti governativi, invece di fare una valutazione scientifica indipendente, facciano propria l’analisi delle aziende interessate. Quanto è accaduto rimette in discussione l’intero processo di approvazione dei pesticidi nell’Unione europea” spiega Federica Ferrario. “Votare contro il rinnovo del glifosato diventa ancora di più un passo obbligato per l’Italia e gli altri Stati Membri, per proteggere persone e ambiente da questa sostanza chimica pericolosa. Chiediamo – conclude – come intende votare il governo italiano. Il suo assordante silenzio sulla vicenda è diventato ormai insostenibile”.

 

 

tratto da: https://ilsalvagente.it/2017/09/15/glifosato-quando-lunione-euroepa-copia-e-incolla-una-ricerca-di-monsanto/25843/

Dal rapporto di Greenpeace: gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima avranno effetti per secoli!

 

Fukushima

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Dal rapporto di Greenpeace: gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima avranno effetti per secoli!

Studio Greenpeace: da Fukushima impatti per secoli
Gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima Daiichi avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari. È quanto emerge da “Radiation reloaded”, nuovo rapporto diffuso da Greenpeace Giappone.

Gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima Daiichi avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari. È quanto emerge da “Radiation reloaded”, nuovo rapporto diffuso da Greenpeace Giappone, secondo cui gli elementi radioattivi a lunga vita sono stati assorbiti da piante e animali, riconcentrati tramite le catene alimentari, e trascinati a valle verso l’Oceano Pacifico da tifoni, da inondazioni e dallo scioglimento della neve.

«Il Programma di decontaminazione del governo giapponese non avrà quasi nessun impatto sulla riduzione del rischio ecologico legato all’enorme quantità di radioattività emessa nel disastro nucleare di Fukushima», afferma Kendra Ulrich, senior campaigner nucleare di Greenpeace Giappone. «Già oltre 9 milioni di metri cubi di scorie nucleari sono sparsi su almeno 113 mila siti nella Prefettura di Fukushima. Questo mentre il governo Abe vuol far passare la favola che cinque anni dopo l’incidente nucleare la situazione stia tornando alla normalità. E, purtroppo per le vittime, ciò significa che gli viene raccontato che possono tornare in sicurezza in ambienti in cui i livelli di radiazione sono spesso ancora troppo elevati e circondati da una pesante contaminazione».

Con il rapporto lanciato oggi, basato su un grande volume di ricerche scientifiche indipendenti effettuate nelle zone colpite nell’area di Fukushima, l’organizzazione ambientalista denuncia anche la posizione profondamente sbagliata dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e del governo Abe, sia in termini di rischi di decontaminazione che di rischi per l’ecosistema. Lo studio si basa inoltre sulle analisi dell’impatto ambientale della catastrofe nucleare di Cernobyl, per trarre un’indicazione del possibile futuro delle aree contaminate in Giappone.

Le analisi mostrano come evidenti i seguenti impatti ambientali:

  • Elevate concentrazioni di radioelementi riscontrate nelle nuove foglie e, almeno nel caso del cedro, anche nel polline;
  • Aumento di mutazioni nella crescita degli abeti con l’aumento dei livelli di radioattività;
  • Mutazioni ereditarie riscontrate nelle farfalle tipo Pseudozizeria maha, Dna danneggiato nei vermi nelle zone altamente contaminate e riduzione della fertilità nella rondine comune;
  • Diminuzione dell’abbondanza di 57 specie di uccelli nelle aree a maggiore contaminazione, evidenziata da uno studio di quattro anni;
  • Elevati livelli di contaminazione da cesio riscontrati nei pesci d’acqua dolce di importanza commerciale;
  • Contaminazione radiologica degli estuari che rappresentano uno degli ecosistemi più importanti.

«Ancora non si vede la fine di questa drammatica vicenda per le comunità di Fukushima», continua Ulrich. «Quasi 100 mila persone non sono tornate a casa e molti non saranno mai in grado di farlo. La maggior parte dei cittadini si oppone al riavvio dei reattori nucleari, e molti di essi chiedono lo sviluppo delle fonti rinnovabili, le uniche opzioni sicure e pulite in grado di soddisfare le esigenze del Giappone. Il governo giapponese dovrebbe mettere gli interessi dei suoi cittadini prima di ogni altro», conclude.

Dal marzo 2011 ad oggi Greenpeace ha condotto 25 indagini radiologiche su Fukushima. Nel 2015, si è concentrata sulla contaminazione delle montagne boscose nel distretto di Iitate, a nord-ovest della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Sia le analisi di Greenpeace che ricerche indipendenti hanno dimostrato come la radioattività si muova dai bacini montani contaminati, fino a entrare negli ecosistemi costieri.Il fiume Abukuma, uno dei più grandi del Giappone, che scorre in gran parte attraverso prefettura di Fukushima, nei primi cento anni dopo l’incidente potrebbe scaricare in mare 111 TBq di Cesio-137 e 44 TBq di Cesio-134.

Attualmente un team di ricercatori di Greenpeace Giappone sta studiando la contaminazione radioattiva dei sedimenti oceanici e alla foce del fiume sulla costa di Fukushima. L’indagine sottomarina è condotta da una nave di ricerca giapponese, con l’appoggio della Rainbow Warrior. Il disastro di Fukushima rappresenta il più grande rilascio di radioattività nell’oceano. Insieme all’incidente nucleare di Cernobyl è l’unico di livello 7 mai verificatosi sinora.

Leggi il report “Radiation reloaded” (pdf)

Dopo il Fipronil, dall’Olanda arriva anche l’Ogm libero!

 

 

Ogm

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Dopo il Fipronil, dall’Olanda arriva anche l’Ogm libero!

A poche settimane dallo scandalo del Fipronil, l’insetticida tossico ritrovato nelle uova provenienti da Belgio e Olanda, dai Paesi Bassi arriva un altro rischio per la sicurezza alimentare europea. Questa volta si tratta però di una proposta: un documento riservato che l’Olanda ha inviato agli altri stati membri dell’Ue con la richiesta di deregolamentare l’immissione in commercio e nei campi dei nuovi Ogm. A diffondere il documento è stato il gruppo dei verdi europei. L’eurodeputato del Movimento 5 Stelle, Marco Affronte, ha rilanciato la notizia su Facebook scrivendo: “Allucinante!!! Abbiamo intercettato la proposta olandese ai rappresentanti degli altri stati membri: deregolamentazione totale per gli Ogm”.

Al centro della proposta i “nuovi Ogm”

Il documento, dal titolo “Proposta di discussione sulle azioni volte a migliorare il meccanismo di esenzione per le piante geneticamente modificate ai sensi della direttiva 2001/18 / CE”. La direttiva in questione è per l’appunto quella che prevede che qualsiasi organismo transgenico prima di essere introdotto in territorio comunitario debba passare prima per l’autorizzazione della Commissione europea.  Gli olandesi, nello specifico, propongono di esentare da questo passaggio i cosiddetti “nuovi ogm”, formalmente detti: “Nuove tecniche di coltivazione (Npbts)”. 

Greenpeace: “Meccanismo uguale al passato”

Federica Ferrario, responsabile della Campagna Ogm di Greenpeace Italia, dichiara: “Quelle tecniche producono Ogm, escluderle dalla direttiva europea non ha nessun senso logico. Si tratta infatti – spiega l’esperta – di una serie di tecniche “nuove” nel senso che quando è stata fatta la direttiva ancora non esistevano. In ogni caso modificano il dna delle colture. Ad esempio, una di queste tecniche è lacisgenesi”. La differenza con i vecchi metodi è che invece di inserire del Dna di un organismo completamente differente, qui si inseriscono geni che appartengono alla stessa specie. “Ma comunque è una tecnica che in natura non esiste – continua Ferrario – tagliano il dna, inseriscono il gene, e non si sa che reazione si ha né che effetti e rischi questo possa comportare nel tempo. Il meccanismo è lo stesso dei vecchi Ogm”.

Un autogoal per l’Italia

Per Greenpeace, se l’Italia sposasse questo tipo di interpretazione “sarebbe veramente un autogol per tutta la nostra produzione agroalimentare, perché significherebbe non avere tracciabilità ed etichettatura in grado di far sapere se e quando stai comprando questo tipo di Ogm. Addio Made in Italy e trasparenza nei confronti dei consumatori”. Non è ancora noto, quali reazioni abbiano avuto i rappresentanti italiani davanti a questa proposta, né quale sarà la posizione del ministro delle politiche agricole Maurizio Martina rispetto alla deregolamentazione degli Npbts. Di sicuro, è un fatto il finanziamento di 21 milioni di euro che lo scorso anno è stato inserito nella legge di stabilità su volontà del Miipaf per la ricerca nel campo delle “biotecnologie sostenibili” tra le quali, appunto, la cisgenesi.  “La deregolamentazione di queste tecniche – conclude Ferrario – viaggia nella direzione di quanto richiesto da accordi come il Ttip e il Ceta che puntano a dare il via libera a un tipo di prodotti che negli Usa sono già in fase di sperimentazione nel campo”.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/09/08/dopo-il-fipronil-dallolanda-arriva-anche-logm-libero/25721/