Quello che i “signori del cibo” non vogliono farci sapere – Da dove viene (davvero) il cibo che mangiamo? Un viaggio shock fra i retroscena dell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta…!

 

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Quello che i “signori del cibo” non vogliono farci sapere – Da dove viene (davvero) il cibo che mangiamo? Un viaggio shock fra i retroscena dell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta…!

 

Quello che i “signori del cibo” non vogliono farci sapere

Ce lo spiega il giornalista Stefano Liberti che in un libro ha ricostruito come il sistema di produzione industriale del cibo mondiale sia controllato da pochissimi grandi attori

Da dove viene il cibo che mangiamo? Che processi di trasformazione subisce? Come e dove viene lavorato? Interrogativi che più o meno ogni consumatore si domanda quando va a fare la spesa o quando si accomoda ad un tavolo di un ristorante. Stefano Liberti, giornalista e scrittore d’inchiesta lo ha scoperto dopo un peregrinaggio per quattro continenti e lo ha spiegato in un libro – I signori del cibo – Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta pubblicato nel 2016 da Minimum fax.

“Non conosciamo l’origine del cibo che arriva nei nostri supermercati, compriamo dei prodotti di cui non sappiamo nulla e la nostra scelta è dettata dall’unica variabile evidente e cioè il prezzo”, spiega Stefano Liberti.

Che cosa arriva nei nostri supermercati e che cosa mangiamo?

Quello che arriva nei nostri supermercati non sappiamo molto bene da dove provenga. Abbiamo pochissime informazioni sulle origine delle materie prime, sui processi industriali che queste materie prime hanno subito, dove come e quando proprio perché non è obbligatorio indicarle. Compriamo dei prodotti di cui non sappiamo nulla e la nostra scelta è dettata dall’unica variabile evidente e cioè il prezzo.

Cioè?

E’ il prezzo che guida le scelte dei cittadini consumatori che non è necessariamente quello più basso. Qualche anno fa si è fatto un esperimento molto interessante: si è preso un prodotto, lo si è messo in tre packaging diversi tra loro (uno povero, uno medio e uno di lusso). La scelta dei consumatori nell’80% dei casi è ricaduta sulla confezione di mezzo. Questo significa che il consumatore non si vuole sentire così povero da comprare il primo prezzo né è abbastanza ricco per comprare il prodotto di lusso. Ma in realtà in quelle scatole c’era lo stesso prodotto proprio perché tutte quelle informazioni che dovrebbero essere fornite ai consumatori non sono obbligatoriamente indicate in etichetta.

Quindi è un problema di etichetta?

Direi di indicazione di alcuni elementi in etichetta o in forme simili anche digitali. Oggi fotografando il codice a barre è possibile ottenere una serie di informazioni su come è stato prodotto l’articolo alimentare, su quanta C02 è stata utilizzata, quanta acqua è stata consumata, che impegno è costato ai lavoratori. Ci sono già alcuni industriali che cominciano a farlo perché hanno capito che il mercato sta andando verso quella direzione e che c’è sempre una maggiore attenzione da parte dei cittadini consumatori su queste tematiche. Però l’industria alimentare è ancora abbastanza indietro. L’etichetta come è oggi è il risultato di un negoziato tra una industria alimentare che non vuole arretrare troppo e un legislatore che cerca di ridurre l’opacità con metodi burocratici.

E non è nemmeno facile da leggere…

Oggi per comprendere un’etichetta bisogna avere una laurea in chimica per decifrare tutta una serie di ingredienti di cui non si conosce la composizione la sigla, etc. Io credo che bisognerebbe fare un’etichetta diversa nella quale vengono indicati in maniera intellegibile tutta una serie di elementi che potrebbero condurre il cittadino-consumatore verso una scelta più consapevole che non deve essere necessariamente una scelta più etica: ognuno poi si muove secondo la propria morale e le proprie predisposizioni però io posso decidere di comprare una salsa di pomodoro con materia prima proveniente dalla Cina a 20 centesimi di euro oppure pagare 30 o 40 centesimi in più premiando un’azienda agricola che produce localmente in Italia, che consuma poca acqua, poca C02, che usa un particolare tipo di semi e non si serve di lavoratori in nero.

Lei ha scritto un interessantissimo libro sui signori del cibo: chi sono?

Io ho seguito la filiera alimentare di quattro prodotti – la carne di maiale, la soya, il pomodoro concentrato e il tonno – che sono un po’ dei prodotti emblematici per capire come funziona la filiera alimentare intesa come produzione, commercializzazione e distribuzione dei prodotti. Seguendo queste filiere in giro per il mondo ho visto come il sistema di produzione industriale del cibo sia controllato da pochissimi grandi attori che spesso lo fanno in maniera verticale e integrata controllando tutto dal campo fino allo scaffale del supermercato. Essi impongono i modi di produzione, standard sempre più al ribasso, economie di scala che schiacciano da una parte i produttori agricoli costretti a seguire quel protocollo di produzione imposto dalle grandi aziende e dall’altra i consumatori che non hanno più varietà di scelta perché queste grandi aziende controllano ormai tutto il mercato. Questo però non si sa.

Diciamo che noi sappiamo quello che vogliono farci sapere…

Esatto. Nella produzione spesso ci si ferma all’ultimo anello della catena e cioè al produttore agricolo come se fosse un mostro che sfrutta i lavoratori. Quello in realtà è il risultato di una filiera tutta distorta che comincia molto più a monte cioè nella grande distribuzione organizzata. Nel momento in cui tu vendi una passata di pomodoro a 39 centesimi sottocosto sei costretto a imporre agli industriali che trasformano il pomodoro dei prezzi bassissimi (circa 20 centesimi al chilo) e loro poi si rifanno sui produttori agricoli (a cui pagano il pomodoro 8 centesimi al chilo). I produttori agricoli tagliano l’unico costo di produzione che è il lavoroquindi sfruttano i lavoratori che raccolgono il pomodoro. Il caporalato va inteso come risultato di una filiera che funziona male in tutti gli anelli. Se il consumatore si rifiutasse di pagare 39 centesimi per una lattina di passata di pomodoro e ne spendesse 30 in più, tutti questi fenomeni disfunzionali diminuirebbero sensibilmente perché sarebbe più facile riversare le porzioni di reddito sugli industriali, sugli agricoltori e poi anche sul lavoratore dei campi.

L’Italia importa pomodoro doppio o triplo concentrato dalla Cina e poi lo lavora a Salerno per poi riesportarlo all’estero come cibo prodotto in Italia.

Tornando alle etichette cosa si dovrebbe fare per fornire informazioni ai consumatori?

Dovrebbe essere obbligatorio indicare l’origine delle materie prime in etichetta in modo molto trasparente. Bisogna dire che il nostro Ministero dell’agricoltura sta cominciando a farlo per tutta una serie di filiere (lattiero-casearia) e lo ha proposto anche per il grano duro da pasta e per i prodotti derivati dal pomodoro. Il problema è che per fare una cosa del genere il governo italiano deve fare un decreto e andare a Bruxelles alla Commissione europea a chiedere il permesso per andare in deroga. Questi decreti però funzionano solo sul territorio italiano.

Quindi cosa avviene?

Succede che i produttori italiani prendono il pomodoro fresco e fanno passata per il mercato nazionale mentre per il mercato estero possono comportarsi in tutt’altro modo perché non c’è nessuna obbligatorietà di indicazione nell’etichetta. Noi importiamo centinaia di tonnellate di pomodoro concentrato, anche triplo concentrato, dalla Cina che attraversano un paio di oceani, arrivano a Salerno dove il pomodoro viene ritrasformato in doppio concentrato aggiungendo acqua e sale sostanzialmente e poi riesportato in diversi paesi del mondo. Non è una truffa ma sarebbe etico scrivere “prodotto italiano fatto con materia prima proveniente dalla Cina” in modo che il consumatore possa decidere se acquistarlo lo stesso.

Che armi abbiamo noi consumatori?

Spesso si dice che il consumatore non ha nessun potere perché suddito della grande distribuzione alimentare. Ciò è in parte vero ma io vedo una forte crescita di consapevolezza e una forte crescita numerica di consumatori critici che vogliono un altro tipo di cibo e che vogliono avere maggiori informazioni. Io credo fortissimamente nel potere dei consumatori. Prendiamo la campagna contro l’olio di palma che ha bucato lo schermo e ha trasformato l’Italia nel primo paese al mondo Palm oil free. Senza entrare nel merito delle ragioni della campagna, il risultato è che il singolo consumatore andando al supermercato non ha comprato più il prodotto, i grandi gruppi della distribuzione hanno detto agli industriali “Se nei prodotti ci metti l’olio di palma io non te lo metto sullo scaffale”. A questo punto è avvenuta una trasformazione gigantesca nella produzione industriale determinata a monte dal desiderio dei consumatori di non volere più l’olio di palma nei prodotti. Questo esempio, per quanto nevrotico possa essere, dimostra che un cittadino informato può avere il potere di modificare i meccanismi di produzione e commercializzazione. L’importante è l’informazione e la consapevolezza perché a quel punto qualcosa può succedere.

 

fonte: http://wisesociety.it/incontri/cibo-industria-alimentare-pomodoro-liberti/

Cibo a perdere. Le scadenze in etichetta causano il 10% degli sprechi …anche perché a loro conviene che li butti e ne compri altri!

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Cibo a perdere. Le scadenze in etichetta causano il 10% degli sprechi …anche perché a loro conviene che li butti e ne compri altri!

 

Cibo a perdere. Le scadenze in etichetta causano il 10% degli sprechi

Lo spreco ha molti volti, e quello che dipende da noi consumatori spesso comincia in etichetta. Lo testimonia uno studio finanziato dalla Commissione Europea, secondo il quale fino al 10% degli 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari che i Paesi Ue producono ogni anno sono legati proprio alle indicazioni della data di scadenza.

L’ammontare degli sprechi evitabili in genere, cioè delle perdite dal campo alla tavola che potremmo scongiurare, è vastissimo: quasi 50 milioni di tonnellate di prodotti. Frutta e verdura valgono da soli il 33% di questo insieme (16,2 milioni di tonnellate), seguiti dai prodotti da forno (21%, 10,5 milioni di tonnellate), da pesce e carni (10%, 4,8 milioni di tonnellate) e dai prodotti lattiero-caseari (10%, 4,7 milioni di tonnellate).

Tra questi sprechi evitabili, gli equivoci attorno al vero significato del “da consumarsi entro” portano circa 8,9 milioni di tonnellate di alimenti nella spazzatura.

I ricercatori sono arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato in otto Paesi differenti le etichette di ben 2296 prodotti, acquistati in 109 punti vendita e suddivisi in dieci tipologie commerciali. Quasi il 96% dei beni esaminati riportava in etichetta una scadenza con la dicitura “da consumarsi entro” o “da consumarsi preferibilmente entro”.

Nell’11% dei casi, tuttavia, le stesse etichette sono state giudicate poco leggibili dai consumatori.

Un problema ulteriore è legato alla mancanza di una normativa europea uniforme sulle etichettature: fra i dieci prodotti considerati, soltanto le salse, il pane a fette e la frutta fresca riportavano perlopiù lo stesso tipo di scadenza negli otto Stati europei. In altri casi la differenza tra scadenze “perentorie” e scadenze consigliate variava da Paese a Paese, perfino per i prodotti degli stessi marchi internazionali commercializzati su mercati diversi.

La frammentazione si ritrova nelle politiche antispreco nazionali: mentre Paesi come la Polonia sconsigliano la donazione di cibo che ha superato il termine minimo di conservazione, altri – come l’Italia – la incoraggiano influenzando le scelte degli operatori di filiera.

Le maggiori opportunità di prevenzione dello spreco, secondo gli autori del report, esistono in relazioni a latte e yogurt, succhi di frutta, carne congelata e pesce. Per gli altri tipi di prodotto, è più probabile che la decisione del consumatore di disfarsene dipenda piuttosto da segnali visivi che indicano un calo della qualità del prodotto e della gradevolezza.

I ricercatori Ue suggeriscono di mettere a punto una serie di linee guida che aiutino i produttori a comprendere quando il “da consumarsi preferibilmente entro” possa essere apposto in luogo del “da consumarsi entro”, senza compromettere la bontà del prodotto e la sicurezza del consumatore. Attualmente, l’inerzia dei mercati locali limita le potenzialità di un approccio coerente tra gli Stati membri, come evidenziano le informazioni contrastanti fornite su parecchie etichette multilingue.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

tratto da: http://www.slowfood.it/cibo-perdere-le-scadenze-etichetta-causano-10-degli-sprechi/

Etichetta di origine della pasta: il Salvagente si chiede quanto durerà? – Per non dimenticare: origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Ora, chiedetevi PERCHÈ, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

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Etichetta di origine della pasta: il Salvagente si chiede quanto durerà? – Per non dimenticare: origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Ora, chiedetevi PERCHÈ, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

 

Da Il Salvagente:

Etichetta di origine della pasta: quanto durerà?

“I pastai italiani sono pronti: ci siamo già adeguati, arrivando anche in anticipo rispetto alla data prevista, tanto che pacchi di pasta con la nuova etichetta sono già presenti in scaffale da alcune settimane”. Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di AIDEPI (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta) non fa di certo salti di gioia per festeggiare l’esordio, avvenuto ieri, della dichiarazione obbligatoria dell’origine del grano per la pasta. Dopo i ricorsi al Tar – persi –  e quelli a Bruxelles, attraverso FoodDrinkEurope, l’associazione dei produttori alimentari europei che ha presentato un reclamo formale contro la decisione del governo italiano, Felicetti fa buona faccia a cattivo gioco. “Da questo momento in avanti – continua Felicetti – i consumatori avranno modo di verificare che dietro ottime marche di pasta a volte ci sono semole ricavate da grani duri italiani e altre volte, invece, semole che utilizzano anche ottimi grani duri stranieri. Perché la qualità non conosce frontiere. Non bisogna infatti confondere l’origine con la qualità del prodotto: tutto il grano che utilizziamo per la pasta italiana, per bontà, sicurezza e tracciabilità, è il migliore del mondo.”

Come leggere l’etichetta

Secondo quanto previsto dal decreto le confezioni di pasta secca made in Italy dovranno avere obbligatoriamente indicato in etichetta il nome del Paese nel quale il grano viene coltivato e quello di molitura; se proviene o è stato molito in più paesi possono essere utilizzate, a seconda dei casi, le seguenti diciture: paesi UE, paesi NON UE, paesi UE E NON UE. Inoltre, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come a esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”.

Trasparenza a termine?

Il presidente di Aidepi, però, non molla: “Purtroppo, come temevamo, questa etichetta sarà presto superata dal Regolamento UE sull’origine degli alimenti, che arriverà questa estate e cambierà nuovamente le carte in tavola” spiega Felicetti. Il purtroppo più che per lo stop alla dichiarazione di origine sembra legato al fatto che “Noi pastai saremmo costretti a riadeguare nuovamente l’etichetta e il consumatore troverà questa informazione scritta in un modo differente.”

Secondo AIDEPI, la sola indicazione in etichetta dell’origine del grano non basta. Conclude Felicetti “Per incrementare la disponibilità di grano duro nazionale di qualità e prodotto in modo sostenibile in linea con le esigenze dell’industria molitoria e della pasta la strada giusta sono infatti i contratti di filiera, che diversi protagonisti del mondo grano-pasta hanno già intrapreso: in questo modo si garantisce ai pastai un grano adeguato e agli agricoltori un reddito certo, commisurato all’impegno profuso e alle specifiche condizioni ambientali e climatiche, garantendo al contempo una protezione dalle fluttuazioni del mercato”.

Il Canada paga l’abuso di glifosato

Peccato che al momento la realtà sia meno rosea, almeno a prestare fede ai dati della Borsa merci telematica italiana. La debolezza dei prezzi degli ultimi mesi del grano duro (quello usato per la pasta) avrebbero spinto i produttori ad un incremento delle superfici dedicate al grano tenero (per la panificazione) in Italia nel 2018.

Un dato che potrebbe dare nuovo impulso alle importazioni dall’estero, calate drasticamente del 10%  su base annua. Un risultato che si spiega con la drastica riduzione degli acquisti effettuati fuori dai confini comunitari (Canada in primis) osservata a dicembre e gennaio. Proprio dal Canada, giova ricordarlo, viene il grano sospetto di contenere i residui più alti di glifosato, il pesticida utilizzato anche poco prima della raccolta del grano per favorire l’essiccamento.

Assolutamente da leggere:

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

Riporta Codacons

ALIMENTARE: È OBBLIGO ORIGINE IN ETICHETTA PER RISO E PASTA

 

CODACONS: FINALMENTE CONSUMATORI AVRANNO TRASPARENZA SULL’ALIMENTO PIU’ CONSUMATO IN ITALIA

ORA ESTENDERE OBBLIGO ORIGINE A TOTALITA’ BENI ALIMENTARI

Esprime soddisfazione il Codacons per l’arrivo dell’obbligo di indicazione dell’origine in etichetta per pasta e riso, che entrerà ufficialmente in vigore il 16 e il 17 febbraio.
“Finalmente ai consumatori sarà garantita trasparenza e la possibilità di fare scelte consapevoli sull’alimento più consumato in Italia: la pasta – afferma il presidente Carlo Rienzi – Finora gli italiani sono stati del tutto all’oscuro sull’origine della materia prima, una situazione di incertezza che ha danneggiato il Made in Italy e dato vita ad inganni attraverso confezioni che richiamavano una italianità del prodotto nella realtà inesistente, perché grano e riso provenivano da paesi esteri”.
“Il prossimo passo da compiere è estendere l’obbligo dell’indicazione di origine in etichetta a tutti i prodotti alimentari, perché i consumatori hanno il diritto di sapere cosa mangiano e da dove arrivano le materie prime che finiscono sulle nostre tavole” – conclude Rienzi.

Ignobile – L’associazione produttori europei presentata reclamo contro la decisione Italiana dell’indicazione in etichetta dell’origine di grano, riso e pomodoro. Vogliono essere liberi di rifilarci qualunque porcheria a nostra insaputa!

 

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Ignobile – L’associazione produttori europei presentata reclamo contro la decisione Italiana dell’indicazione in etichetta dell’origine di grano, riso e pomodoro. Vogliono essere liberi di rifilarci qualunque porcheria a nostra insaputa!

 

Pasta: contro l’indicazione di origine le aziende (sconfitte in Italia) pressano la Ue

A testa bassa contro i consumatori: FoodDrinkEurope l’associazione dei produttori alimentari europei ha presentato un reclamo formale prima di Natale a Bruxelles contro la decisione dell’Italia di introdurre in etichetta l‘indicazione d’origine del grano della pasta, del riso e del pomodoro nei prodotti derivati. Un tentativo estremo per impedire etichette sempre più trasparenti che è solo l’ultimo in ordine di tempo: già in Italia, Aidepi, l’associazione dei pastai di Confindustria, ha provato a bloccare il decreto del ministro Martina sull’indicazione di origine del grano nella pasta ma è stato respinto dal Tar del Lazio.

Big Food contro le etichette trasparenti

Il tempismo della lobby europea del Big Food non è casuale. Il 17 febbraio prossimo potremo conoscereda dove proviene il grano o la semola con i quali sono stati prodotti gli spaghetti che portiamo nel piatto. Un mese dopo toccherà al riso: sulle confezioni scatterà l’obbligo di indicare l’origine dei chicci. Tempi un po’ più lunghi ma analoghe informazioni dovranno essere riportate sui prodotti derivati del pomodoro (sughi e concentrati) come già avviene per le passate. Si tratta di informazioni importanti per il consumatore che, come quella dell’indicazione dello stabilimento di produzione reintrodotta nel nostro paese dopo il “niet” dell’Europa e molto importante in caso di ritiri e allerta alimentari, il governo italiano ha deciso di adottare incontrando il favore dei consumatori e le proteste dei produttori.

Quando il governo canadese provò a “nascondere” il glifosato

Sull’indicazione di origine del grano sui pacchi di pasta si è scatenato una vera e propria guerra che ha visto scendere in campo addirittura il governo canadese che a luglio ha protestato con l’Italia di fronte alla possibilità che i consumatori del Belpaese sappiano che i loro spaghetti vengano prodotti con il grano canedese fortemente trattato con il glifosato.

Coldiretti: “Il 96% dei consumatori vogliono l’origine degli alimenti

Dopo il sogno infranto di Aidepi di bloccare il decreto Martina nel novembre scorso, Big Food alza il tiro e prova, in un modo abbastanza grossolano, ad alzare la voce con la Commissione Juncker contro l’Italia. “Il reclamo dell’organizzazione dell’industria alimentare europea – ha attaccato Coldiretti – va contro l’interesse del 96% dei consumatori che chiedono venga scritta sull’etichetta in modo chiaro e leggibile l’origine degli alimenti. Non si può impedire ai consumatori di conoscere la verità privandoli di informazioni importanti come quella di sapere se nella pasta che si sta acquistando è presente o meno grano canadese trattato in preraccolta con il glifosate proibito in preraccolta sul grano italiano o se il riso viene dai campi della Birmania sequestrati alla minoranza Rohingya contro la quale è in atto una pulizia etnica o ancora se il concentrato di pomodoro proviene dalla Cina, ai vertici mondiali per l’insicurezza alimentare”.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/12/28/pasta-contro-lindicazione-di-origine-le-aziende-sconfitte-in-italia-pressano-la-ue/29827/

Grano, dopo l’indagine di Report il M5s all’attacco: “Indicare nell’etichetta della pasta la presenza di glifosato”

 

Report

 

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Grano, dopo l’indagine di Report il M5s all’attacco: “Indicare nell’etichetta della pasta la presenza di glifosato”

Leggi: Anche Report conferma: la pasta che mangiamo? Fatta col grano al glifosato canadese! …E racconta come ci stanno avvelenando!

Grano, dopo ‘Report’ i grillini all’attacco: “Indicare nell’etichetta della pasta la presenza di glifosato”

Abbiamo già illustrato e commentato l’approfondimento che la trasmissione della RAI – Report – ha dedicato al grano duro e alla pasta. La politica registra la prima presa di posizione ufficiale: un’interrogazione ai Ministri Beatrice Lorenzin e Maurizio Martina nella quale si chiede di inserire nelle etichette della pasta l’eventuale presenza di glifosato a tutela dei consumatori. In calce il testo di un’altra interrogazione dei grillini sempre sul glifosato

Abbiamo già commentato l’approfondimento che la trasmissione della RAI – Report – ha dedicato al grano duro. Programma che non è passato inosservato, se è vero che il parlamentare nazionale del Movimento 5 Stelle, Mirko Busto, ha già presentato un’interrogazione al Governo, con riferimento al Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, e al Ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina.

“Inserire nell’etichetta della pasta la presenza di glifosato – scrive il parlamentare grillino – il pesticida della Monsanto (in realtà, si tratta di un erbicida ndr) più usato al mondo, specificandone i contenuti; rivedere il limite massimo previsto per la messa in circolazione e garantirne il monitoraggio nell’ambito dei controlli effettuati dagli uffici dell’Asl preposti sul territorio”.

“In base ai risultati diffusi dalla trasmissione TV Report – leggiamo sul sito di GranoSalus – il glifosato è stato rilevato nei campioni di tutt’e sei i marchi di pasta italiana più venduti. Anche se si tratta in tutti i casi di valori molto bassi, e quindi inferiori al limite massimo consentito, non è detto che i consumatori siano tutelati”.

“Infatti – spiega il parlamentare grillino Busto – in base alle dichiarazioni della dottoressa Belpoggi, dell’istituto Ramazzini di Bologna, che citava recenti studi scientifici, anche quantità minime di glifosato, agendo come interferente endocrino, possono avere un’azione genotossica, alterare lo sviluppo sessuale e la flora batterica intestinale. Chiediamo pertanto al Governo di farsi promotore, presso le istituzioni UE e in tutte le sedi competenti di un adeguamento della normativa nel rispetto del principio di precauzione”.

“E’ evidente – prosegue il parlamentare nazionale del Movimento 5 Stelle – che non basta vietare l’uso del glifosato nel territorio UE, ma occorre tracciarne l’ingresso alle Dogane, e renderlo visibile in etichetta, in totale trasparenza. Solo così – conclude Busto – potremo tutelare la salute dei consumatori e valorizzare il Made in Italy che usa grano non trattato con il glifosato”.

Insomma, il parlamentare pentastellato pone il tema che GranoSalus e I Nuovi Vespri sottolineano da tempo: non si può vietare in Europa l’uso del glifosato e poi non controllare il grano che arriva con le navi in Italia.

E’ molto importante, inoltre, la richiesta – avanzata dal deputato grillino – di indicare nell’etichetta della pasta l’eventuale presenza di glifosato.

E’ noto che il Governo italiano ha disposto, a partire dal prossimo anno, l’indicazione dell’origine del grano nella pasta prodotta in Italia. Su questo tema il dibattito è in corso.

La Barilla, ad esempio, ha già manifestato la propria contrarietà.

Anche in Canada sono molto in ansia per questo provvedimento.

Noi, invece, abbiamo manifestato le nostro perplessità, perché a nostro modesto avviso, oltre alle indicazioni contenute nelle etichette della pasta – di certo importanti – è necessario far conoscere ai cittadini-consumatori cosa c’è dentro i pacchi di pasta, con riferimento, soprattutto, alle eventuali presenza di glifosato e di micotossine.

Non possiamo non notare che la richiesta avanzata dal parlamentare Busto va proprio nella direzione chiesta da GranoSalus e da I Nuovi Vespri: e cioè chiarezza massima sull’eventuale presenza di contaminanti, anche se presenti entro i limiti consentiti dalla legislazione.

Anche perché – è il caso della pasta – se sulla tavola può finire un prodotto che non contiene sostanze contaminanti i consumatori non possono che guadagnarci. E la pasta prodotta con il grano duro del Sud Italia non contiene né glifosato, né micotossine DON.

Foto tratta da greenme.it

Interessante anche questo altro atto parlamentare a firma dei deputati del Movimento 5 Stelle:

BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO,
TERZONI, ZOLEZZI e VIGNAROLI. — Al
Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio
e del mare. — Per sapere – premesso
che:
il glifosato è un diserbante commercializzato
sin dagli anni ’70 e largamente
usato per fini agricoli ed urbani;
diversi studi scientifici avvertono sul
rischio connesso all’uso del glifosato in
relazione allo sviluppo di patologie tumorali,
anche infantili, e malattie neurodegenerative.
Esso è riconosciuto, dagli anni
’80, come un interferente endocrino e, da
uno studio pubblicato su The Lancet oncology,
è correlato al linfoma non-Hodgkin.
Sono note, inoltre, le ripercussioni ambientali
dell’uso del glifosato in termini di dissesto
idrogeologico e riduzione della biodiversità;
l’Agenzia internazionale per la ricerca
sul cancro (Iarc), in « iarc monographs volume
112: evaluation of five organophosphate
insecticides and herbicides », ha inserito
il glifosato nella classe 2A, « probabilmente
cancerogeno per gli esseri umani »;
l’agenzia americana Oehha (Office of
Environmental Health Hazard Assessment),
ha definito cancerogeno, già dal 2015, il
diserbante. Da qui la decisione della California
di riportare l’indicazione di cancerogenicità
sull’etichetta dal 7 luglio 2017;
l’Agenzia europea per le sostanze chimiche
(Echa), nel marzo 2017, e l’Efsa nel
2016 hanno affermato, per contro, la non
cancerogenicità del glifosato. Lo studio dell’Efsa
è alla base della scelta della Commissione
di prolungare la sua autorizzazione
fino a dicembre 2017;
l’inchiesta giornalistica « Monsanto Papers
» ha denunciato conflitti di interesse
nella valutazione dell’Efsa. Ulteriori dubbi
sono stati sollevati dal confronto, pubblicato
da fonti giornalistiche, tra la richiesta
di rinnovo dell’autorizzazione della Monsanto
del 2012 e la relazione dell’Efsa. La
denuncia riguarda un centinaio di pagine
delle relazioni Monsanto copiate nella relazione
dell’Efsa;
il 22 settembre è iniziata la discussione
tecnica a Bruxelles sulla possibile
proroga di dieci anni per l’impiego del
glifosato in Europa, mentre per il 5-6 ottobre
2017 è prevista la discussione in sede
politica;
la Francia ha dichiarato la volontà di
vietare completamente il diserbante entro
Atti Parlamentari — 50267 — Camera dei Deputati
XVII LEGISLATURA — ALLEGATO B AI RESOCONTI — SEDUTA DEL 27 SETTEMBRE 2017
il 2022. Insieme alla Svezia, inoltre, ha
ribadito la contrarietà al rinnovo in sede
europea;
oltre un milione di firme (1.300.000)
sono state raccolte dall’iniziativa dei cittadini
europei stop glifosato;
il Governo italiano si era dichiarato
contrario al rinnovo dell’autorizzazione al
glifosato, affermando la necessità di un
« piano glifosato zero », astenendosi poi durante
il voto del 2016 –:
quale sia la posizione del Governo
rispetto al rinnovo dell’autorizzazione relativa
al glifosato e quali iniziative, in applicazione
del principio di precauzione, il
Ministro interrogato abbia intenzione di
intraprendere per vietare definitivamente e
in maniera permanente la produzione, la
commercializzazione e l’impiego di tutti i
prodotti a base di glifosato. (5-12307)

 

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/11/02/grano-dopo-report-i-grillini-allattacco-indicare-nelletichetta-della-pasta-la-presenza-di-glifosato/#_

Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar: l’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano. Difende il suo sacrosanto diritto di farci mangiare qualunque porcheria a nostra insaputa!

 

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Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar: l’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano. Difende il suo sacrosanto diritto di farci mangiare qualunque porcheria a nostra insaputa!

Scrive L’Avvenire:
Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar

L’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano

Dieci giorni fa Aidepi, l’Associazione delle Industrie del dolce e della pasta italiane, ha presentato ricorso al Tar del Lazio contro la cosiddetta ‘etichetta Made in Italy’, che obbliga a indicare l’origine del grano duro sulle confezioni di pasta che troviamo sugli scaffali. Il provvedimento, oggetto di un decreto del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, entrerà in vigore il prossimo febbraio, obbligando i produttori a trasmettere in etichetta il o i Paesi in cui è stato coltivato il grano e dove sono state ottenute le semole (se siano Ue, non Ue, Ue e non Ue). Ma i pastai non ci stanno e sono compatti nell’esprimere il proprio dissenso, mai celato nemmeno in questi mesi di discussione sul tema. Oltre al ricorso al Tar, hanno fatto anche una segnalazione alla Commissione europea, attraverso una lettera che sottopone all’attenzione di Bruxelles la questione.

«Il decreto è fatto male – tuona Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di Aidepi – non informa correttamente il consumatore, rischia di far credere che ciò che conta per una pasta di qualità è l’origine del grano». E poi «riduce la nostra competitività all’estero perché introduce un obbligo che comporta costi aggiuntivi solo per noi e non per i nostri concorrenti». Oggi l’export di pasta pesa circa il 50% sul fatturato di questo prodotto, ma secondo stime di Aidepi con la nuova etichetta verrebbe perso il 5-7% annuo delle quote di mercato. È dunque contrapposizione netta al governo. «Il rischio – ha spiegato ieri Paolo Barilla, vicepresidente della Barilla e presidente della International pasta organisation – è che sulla spinta del decreto in Italia si semini più grano, ma non è detto che si semini grano di alta qualità, perché ci vuole qualche anno per migliorare la varietà e fare un lavoro più completo».

Arriva anche la replica della Coldiretti, da sempre schierata a favore delle etichette da apporre alle confezioni: quella di avversare il decreto sarebbe «una decisione che va contro gli interessi dell’81% dei consumatori che chiedono che venga indicata in etichetta l’origine del grano utilizzato nella pasta secondo la consultazione pubblica online sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal Ministero delle Politiche agricole – puntualizza il presidente Roberto Moncalvo – ancora una volta la rappresentanza industriale dei pastai preferisce agire nell’ambiguità contro gli interessi dell’Italia e degli italiani che chiedono trasparenza». «Ci piacerebbe usare il 100% di grano italiano – precisa Felicetti – ma non c’è a livello di volume e nemmeno di qualità». Il grano italiano non è sufficiente e quella che manca è l’uniformità del raccolto: «Il 10% del nostro grano è eccellente, il 50% circa è di qualità media, il restante non ha gli standard di qualità della legge di purezza», specifica Barilla.

Il Canada è uno dei grandi granai mondiali e uno dei principali Paesi da cui gli italiani acquistano partite di materia prima. Per Moncalvo di Coldiretti, senza etichetta «si vuole impedire ai consumatori di conoscere la verità privandoli di informazioni importanti come quella di sapere se nella pasta che si sta acquistando è presente o meno grano canadese trattato in preraccolta con il glifosate, accusato di essere cancerogeno e per questo proibito sul grano italiano». Da parte sua Aidepi difende invece la scelta, spiegando come i livelli di glifosato utilizzato in Canada siano «molto al di sotto della soglia che dà ripercussioni negative sulla salute». Intanto il prossimo 25 ottobre si celebra il 19esimo ‘World pasta day”. Per l’occasione in tutto il mondo pastai e chef doneranno 3 milioni di porzioni di pasta, di cui 160mila in Italia, che verranno consegnate alla Caritas Diocesana per aiutare gli indigenti di 12 regioni.

 

fonte: https://www.avvenire.it/economia/pagine/la-guerra-della-pasta-arriva-al-tar

Occhio all’etichetta: quando il cibo non è quello che sembra

 

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Occhio all’etichetta: quando il cibo non è quello che sembra

mpariamo a leggere le etichette alimentari e a riconoscere le diciture ingannevoli che possono indurci all’acquisto di un prodotto differente da quello che crediamo

Leggere le etichette dei prodotti, si sa, è di fondamentale importanza per fare degli acquisti consapevoli, ancora di più se si tratta di alimenti: sapere cosa abbiamo sulla tavola è un diritto di ogni consumatore. Esistono tuttavia delle diciture non sempre trasparenti che spesso possiamo ritrovare nelle targhette alimentari e che ci possono trarre in inganno.

La funzione principale delle etichette è quella di informare i consumatori, tuttavia occorre dire anche che è il mezzo attraverso il quale i produttori cercano di attirare l’attenzione e la fiducia dei propri clienti, utilizzando talvolta determinate parole piuttosto che altre. È un sottile strategia che si serve di parole, determinati aggettivi e l’omissione di alcuni dettagli per suggerire un’immagine allettante e rendere il più accattivante possibile il prodotto. In questo modo spesso il consumatore finisce per acquistare un prodotto differente da ciò che egli ritiene. Vediamo quali sono le diciture più frequenti e come scoprire cosa si cela dietro.

Naturale. Questo termine suggerisce sicurezza e qualità, tuttavia ciò non corrisponde sempre a realtà. È una scorrettezza utilizzare questa parola per prodotti alimentari in cui compaiono nella lista degli ingredienti anche sostanze chimiche o se si tratta di cibi di tipo industriale. Tuttavia, poiché non esiste una regolamentazione a livello legislativo circa questa dicitura, molte aziende tendono ad approfittarne.

Produzione artigianale. Questo binomio evoca nell’immaginario del consumatore l’idea di un prodotto autentico, genuino, fatto in casa. La verità è che dietro può esservi una produzione di tipo industriale che impiega anche ingredienti come additivi, coloranti ed emulsionanti. È il caso, ad esempio, di molti gelati spacciati come “artigianali” ma che in realtà sono ottenuti attraverso l’impiego di polveri industriali.

Prodotto a base di carne. Con questa terminologia si indica un prodotto che non è costituito prettamente da carne, anzi in genere ne contiene una minima parte. In genere a tali elaborati vengono aggiunti conservanti, additivi, esaltatori di sapidità, acqua e coloranti.

Preparato di. Questa dicitura in genere è seguita da un tipo di carne (tacchino, pollo, manzo, ecc.) ed è in genere indice di un prodotto di qualità non eccelsa. Anche in questo caso l’ingrediente principale ed in percentuale maggiore non è la carne, ma tutto ciò che gli fa da “contorno”.

Marinato. Il termine normalmente fa pensare ad un determinato condimento a base di aceto, aglio e prezzemolo, che conferisce a carne e pesce un gusto prelibato. In realtà, nella maggior parte dei casi, i prodotti con tale dicitura nella confezione sono stati sottoposti unicamente ad un’aggiunta di acqua, che appare come secondo ingrediente nell’elenco riportato sull’etichetta.

100% di carne di. Una denominazione furba poiché chi acquista in genere pensa che si tratti di un prodotto costituito di sola carne. In realtà la percentuale sta ad indicare che tutta la carne contenuta nel prodotto è di un solo tipo di animale, ma questa carne può anche costituire il 70% del prodotto, il resto potrebbero essere altri ingredienti (grasso, lardo, interiora, scarti di lavorazione).

Al sapore di. Questa denominazione in genere la si trova sulle etichette dei dessert al cucchiaio e degli yogurt. “Al sapore di” indica in genere che sebbene il prodotto abbia il gusto di un determinato ingrediente, non è detto che lo contenga. Ad esempio si può gustare una crema al sapore di vaniglia ma che non contiene la vera vaniglia estratta dalla bacca bensì l’aroma di vanillina, ottenuta il più delle volte attraverso la sintesi chimica in laboratorio.

Nettare. Questa parola fa pensare a qualcosa di buono e naturale al contempo, ma in genere si tratta di un succo diluito con acqua con l’aggiunta di zuccheri, aromi e dolcificanti per renderlo più appetibile.

Italiano. Al richiamo di “Compra italiano” il consumatore medio è portato ad acquistare con fiducia i prodotti che riportano a chiare lettere questa denominazione. Anche in questo caso però occorre far attenzione e leggere se si tratta effettivamente di ingredienti coltivati o allevati in Italia o se si tratta piuttosto di ingredienti provenienti dall’estero e poi confezionati in Italia.

Tradizionale. L’immagine che questo termine richiama è simile a quella dell’artigianale: un prodotto buono, familiare, rassicurante. In verità le ricette tradizionali “della nonna”, come molti produttori amano rimarcare, poco hanno a che fare con i prodotti industriali che si fregiano di questo marchio.

fonte: http://www.breaknotizie.com/occhio-alletichetta-quando-il-cibo-non-e-quello-che-sembra/

Ricordate in ns. articolo: “Indicare l’origine del grano sulla pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando fate la spesa”? Beh, la norma alla fine è solo una presa per i fondelli. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

grano

 

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Ricordate in ns. articolo: “Indicare l’origine del grano sulla pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando fate la spesa”? Beh, la norma alla fine è solo una presa per i fondelli. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Ricordate il  nostro articolo dell’aprile scorso sull’opposizione di Barilla (e di altri grandi marchi) a segnalare sulle confezioni l’origine del grano?

Potete rileggerlo qui:

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè, soprattutto quando al supermercato fate la spesa!!

Non Vi sfuggirà che il solo fatto di opporsi, la dice lunga su quali porcherie contengono le paste industriali…

La nuova normativa avrebbe dovuto rendere obbligatoria indicazione di origine del grano a partire dal febbraio 2018.

Ma la norma che hanno partorito è una porcata. Tutela ancora una volta i produttori che potranno ancora fare quello che gli pare ed è solo una presa per i fondelli per i consumatori che, ancora, non potranno sapere cosa cavolo mangiano.

Riportiamo di seguito il nostro articolo al riguardo di qualche giorno fa:

Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Grano. Gagnarli: “La beffa della nuova etichettatura d’origine”

L’indicazione obbligatoria dal febbraio 2018 è destinata a non essere applicata e non garantisce i consumatori sulla reale presenza di grano nazionale nei pacchi di pasta italiani.

Con i nuovi decreti sull’etichettatura della pasta e del riso, dal prossimo febbraio sarà obbligatorio esplicitare sia la provenienza del grano, ovvero il suo Paese di coltivazione, sia il luogo della sua molitura. In pratica, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura “Italia e altri Paesi UE e/o non UE” in funzione dell’origine comunitaria o meno della restante metà. Idem per l’etichetta del riso dove dovranno essere chiaramente indicati sia il Paese di coltivazione sia quello di lavorazione e confezionamento. Il provvedimento ha diviso la filiera, da una parte i pastai che hanno sempre avuto ritrosia nel dichiarare apertamente che il 20-40% del grano utilizzato proviene da Australia, Canada, Francia o Stati Uniti, difendendosi dietro l’insufficienza della produzione italiana e la sua scarsa qualità proteica, dall’altra le associazioni di categoria degli agricoltori a difesa delle coltivazioni nazionali.

“Ma nel braccio di ferro tra Ministero delle Politiche Agricole e Ministero dello Sviluppo Economico il più grande sconfitto è, purtroppo, il consumatore – dichiara la deputata cortonese Chiara Gagnarli, vice-presidente della commissione Agricoltura alla Camera – L’etichetta, infatti, rischia di essere assolutamente ingannevole perché nessuna verifica può garantire che il grano italiano presente nel pacco di pasta che compriamo sia presente al 50% o all’1%. Il limite della percentuale inserita dal Governo non fa altro che raggirare i consumatori italiani. Sarebbe stata più onesta una generica dicitura ‘miscele di grani Ue/non Ue’ piuttosto che illudere tutti dell’acquisto di un prodotto in gran parte tricolore ma che, nei fatti, rischia di non esserlo. Per questo – continua Gagnarli (M5S) – presenteremo una interrogazione parlamentare per chiedere come il Governo intenda verificare la veridicità di ciò che verrà dichiarato in etichetta. Da sempre ci battiamo per una etichetta più trasparente ma questo provvedimento, che peraltro non ha rispettato le tempistiche indicate da Bruxelles, sembra essere più uno specchietto per le allodole che uno strumento in mano ai consumatori e alla filiera cerealicola nazionale”.

Le imprese italiane avranno 180 giorni di tempo per adeguarsi alla normativa nonché per smaltire le etichette e le confezioni già prodotte. I provvedimenti, nelle intenzioni del Governo, intendono anticipare la completa ed effettiva entrata in vigore del Regolamento comunitario 1169 del 2011 ma rischia, al contempo, di aprire una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles ai danni dell’Italia.

fonte: http://www.arezzonotizie.it/politica/grano-gagnarli-la-beffa-della-nuova-etichettatura-dorigine/

Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

 

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Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Grano. Gagnarli: “La beffa della nuova etichettatura d’origine”

L’indicazione obbligatoria dal febbraio 2018 è destinata a non essere applicata e non garantisce i consumatori sulla reale presenza di grano nazionale nei pacchi di pasta italiani.

Con i nuovi decreti sull’etichettatura della pasta e del riso, dal prossimo febbraio sarà obbligatorio esplicitare sia la provenienza del grano, ovvero il suo Paese di coltivazione, sia il luogo della sua molitura. In pratica, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura “Italia e altri Paesi UE e/o non UE” in funzione dell’origine comunitaria o meno della restante metà. Idem per l’etichetta del riso dove dovranno essere chiaramente indicati sia il Paese di coltivazione sia quello di lavorazione e confezionamento. Il provvedimento ha diviso la filiera, da una parte i pastai che hanno sempre avuto ritrosia nel dichiarare apertamente che il 20-40% del grano utilizzato proviene da Australia, Canada, Francia o Stati Uniti, difendendosi dietro l’insufficienza della produzione italiana e la sua scarsa qualità proteica, dall’altra le associazioni di categoria degli agricoltori a difesa delle coltivazioni nazionali.

“Ma nel braccio di ferro tra Ministero delle Politiche Agricole e Ministero dello Sviluppo Economico il più grande sconfitto è, purtroppo, il consumatore – dichiara la deputata cortonese Chiara Gagnarli, vice-presidente della commissione Agricoltura alla Camera – L’etichetta, infatti, rischia di essere assolutamente ingannevole perché nessuna verifica può garantire che il grano italiano presente nel pacco di pasta che compriamo sia presente al 50% o all’1%. Il limite della percentuale inserita dal Governo non fa altro che raggirare i consumatori italiani. Sarebbe stata più onesta una generica dicitura ‘miscele di grani Ue/non Ue’ piuttosto che illudere tutti dell’acquisto di un prodotto in gran parte tricolore ma che, nei fatti, rischia di non esserlo. Per questo – continua Gagnarli (M5S) – presenteremo una interrogazione parlamentare per chiedere come il Governo intenda verificare la veridicità di ciò che verrà dichiarato in etichetta. Da sempre ci battiamo per una etichetta più trasparente ma questo provvedimento, che peraltro non ha rispettato le tempistiche indicate da Bruxelles, sembra essere più uno specchietto per le allodole che uno strumento in mano ai consumatori e alla filiera cerealicola nazionale”.

Le imprese italiane avranno 180 giorni di tempo per adeguarsi alla normativa nonché per smaltire le etichette e le confezioni già prodotte. I provvedimenti, nelle intenzioni del Governo, intendono anticipare la completa ed effettiva entrata in vigore del Regolamento comunitario 1169 del 2011 ma rischia, al contempo, di aprire una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles ai danni dell’Italia.

fonte: http://www.arezzonotizie.it/politica/grano-gagnarli-la-beffa-della-nuova-etichettatura-dorigine/

Ed il Codacons si ribella: è assurdo! Non conosciamo l’origine di metà della nostra spesa!

Codacons

 

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Ed il Codacons si ribella: è assurdo! Non conosciamo l’origine di metà della nostra spesa!

 

Bene per il Codacons l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del latte e dei prodotti lattiero-caseari che scatta in Italia mercoledì 19 aprile.
“Da decenni chiedevamo un simile provvedimento e finalmente, dopo anni in cui i consumatori hanno totalmente ignorato la provenienza del latte bevuto e del formaggio mangiato, sarà possibile garantire piena trasparenza – spiega il Presidente Carlo Rienzi – Quello sul latte però è solo un primo passo: il Codacons chiede infatti di estendere l’obbligo di etichettatura d’origine alla totalità dei prodotti alimentari. Oggi per beni di elevato uso quotidiano come sughi e pasta regna il mistero, e non si conosce da quale paese del mondo provenga la materia prima. I consumatori, al contrario, hanno pieno diritto di sapere cosa mangiano perché l’origine dei prodotti modifica le scelte economiche degli utenti.