Per farvi riflettere su come hanno “colonizzato” il cibo che arriva sulle nostre tavole: il pomodoro “Datterino”, un’eccellenza Siciliana? Nei supermercati, anche siciliani, trovi quello africano o cinese ad oltre 4 euro al Kg. Ed a Pachino, la sua Patria, i contadini lo abbandonano nei campi per non regalarlo a 0,30-0,40 Euro al Kg…!

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Per farvi riflettere su come hanno “colonizzato” il cibo che arriva sulle nostre tavole: il pomodoro “Datterino”, un’eccellenza Siciliana? Nei supermercati, anche siciliani, trovi quello africano o cinese ad oltre 4 euro al Kg. Ed a Pachino, la sua Patria, i contadini lo abbandonano nei campi per non regalarlo a 0,30-0,40 Euro al Kg…!

Ancora un’accusa de I Nuovi Vespri:

In Sicilia il ‘Datterino’ cinese o africano a oltre 4 euro al Kg! Ecco come difenderci

Per riflettere su come hanno ‘colonizzato’ anche il cibo che arriva sulle nostre tavole vi invitiamo a riflettere sul pomodorino ‘Datterino’ senza indicazione di provenienza (in realtà africano o cinese) che nei grandi centri commerciali e nei supermercati siciliani si vende a oltre 4 euro al Kg. Facciamo il nostro piccolo ‘viaggio’: partiamo da Pachino e Porto Palo di Pachino, in provincia di Siracusa dove… 

Da una parte, nel territorio di Pachino e Porto Palo di Pachino, in provincia di Siracusa, ci sono i produttori del Datterino, il pomodorino di pezzatura un po’ più piccola del Ciliegino, che non trovano mercato: quando va bene vendono il proprio prodotto a 0,30-0,40 euro al Kg. Dall’altra parte ci sono i supermercati della Sicilia, dove il Datterino si vende in confezioni da 250 grammi. Costo: 1,09 euro. In pratica a 4,4 euro al Kg! E senza indicazione di provenienza.

Egregi lettori, ecco a voi un esempio di ‘colonizzazione’ economica della Sicilia. Ci sono i produttori di Datterino della Sicilia – soprattutto della provincia di Siracusa – che sono costretti a farsi derubare il proprio prodotto. E ci sono i consumatori siciliani, che acquistano un pomodoro Datterino che arriva da chissà dove (prodotto chissà come).

Vi raccontiamo come funziona il gioco. Ormai da anni il Datterino viene prodotto anche nel Nord Africa e in Cina. Se già i nostri agricoltori (ci riferiamo agli agricoltori siciliani), che sono molto bravi, debbono fare molta attenzione a che tipo di pesticidi utilizzare e a come utilizzarli (soprattutto nel Datterino di serra, prodotto fuori stagione), voi non potete minimamente immaginare che prodotti chimici utilizzano in Nord Africa e in Asia per produrre il Datterino!

Ma tanto: chi è che controlla la salubrità delle derrate alimentari che arrivano in Italia? E’ sufficiente che arrivino, in prima battuta, in un porto dell’Unione Europea a zero controlli per poi poter circolare liberamente nel resto dell’Unione Europea. Olè!

Quindi in Italia controlli zero. Sapete quanto costa ai commercianti il Datterino Nord Africano, cinese o, in generale, asiatico? Molto, ma molto meno dei 30-40 centesimi di euro – che già è un prezzo stracciato! – pagato agli agricoltori di Pachino e di Porto Palo di Pachino.

Dopo di che il Datterino che arriva da mezzo mondo, acquistato a prezzi stracciati dai nostri bravi commercianti – Datterino del quale nessuno ha controllato la salubrità – viene sistemato in confezioni da mezzo Kg, o da 250 grammi (per fare ‘scena’ è meglio la confezione da 250 grammi, che rende più ‘prezioso’ il prodotto) e via alla vendita nei supermercati e nei grandi centri commerciali agli ignari consumatori che vanno sempre di fretta e non possono certo riflettere su queste cose…

Nella stragrande maggioranza dei casi il Datterino (ma anche il pomodorino Ciliegino di Pachino e il pomodorino Piccadilly) viene confezionato senza indicazione di provenienza. La cosiddetta ‘tracciabilità’ in buona parte non esiste. E là dove esiste nessuno ne controlla la veridicità.

I nostri lettori, a questo punto, si chiederanno: in tutto questo bailamme truffaldino che fine fa il Datterino di Pachino e di Porto Palo di Pachino? Chiedetelo agli stessi agricoltori. O lo vendono per pochi ‘spiccioli’ – cioè a 30-40 centesimi di euro al Kg – o non lo vendono affatto.

Come per i produttori di grano duro della Sicilia e, in generale, del Sud Italia, l’obiettivo è quello di farli fallire e di prendersi i loro terreni.

Il meccanismo è semplice: gli agricoltori, vendendo il prodotto a 30-40 centesimi al Kg, non riprendono nemmeno i costi e si indebitano con le banche. Queste ultime si rivolgono ai Tribunali per i provvedimenti esecutivi.

E li si apre il capitolo delle esecuzioni immobiliari: la banca è creditrice il 10 mila euro e il terreno vale 100 mila euro? Bene. Il terreno – o anche l’abitazione – si vende 20 mila euro, la banca si prende i 10 mila euro e ‘qualcuno’ si prende tutto il resto…

Non stiamo dicendo nulla di nuovo: nel gennaio del 2011 la rivolta dei Forconiinizia proprio da questo angolo della provincia di Siracusa: a ribellarsi sono proprio i piccoli produttori di pomodorino Ciliegino e Datterino e, in generale, di ortaggi che si battono contro un sistema che li stritola.

Come potete vedere, basta recarsi in un supermercato della Sicilia e cercare il Datterino, confezione di 250 grammi al prezzo di 1 euro e 09. Il resto viene da sé…

Per smantellare questo sistema non ci vorrebbe molto. Basterebbe potenziare i mercati contadini, cioè i mercati locali, accorciando la filiera, ovvero mettendo in contatto i produttori con i consumatori.

Si tratterebbe di ridurre – e fin dov’è possibile eliminare – la produzione spesso avvelenata che arriva da fuori dalla Sicilia. 

I siciliani sono 5 milioni, più gli immigrati. Basterebbe organizzare una produzione siciliana di Datterino e di Ciliegino commisurata al fabbisogno interno. L’export lasciamolo fare ai cinesi e alle multinazionali che operano in Africa: che si avvelenino tra loro.

Ci guadagnerebbero sia gli agricoltori siciliani, sia i consumatori siciliani.

I primi – gli agricoltori – venderebbero ai siciliani Datterino e Pomodorino a 1 euro al Kg, più del doppio del prezzo attuale.

I secondi – i consumatori siciliani – acquisterebbero Datterino e Pomodorino a 1 euro al Kg invece che a oltre 4 euro al Kg.

Ci guadagnerebbe, nel complesso, l’economia siciliana. Oggi, per l’agroalimentare, i siciliani spendono circa 13 miliardi di euro all’anno. Ebbene, di questa spesa, solo 2 miliardi interessa prodotti siciliani.

11 miliardi di euro all’anno i siciliani li spendono per acquistare prodotti agroalimentari non siciliani, spesso di pessima qualità. 

Questo grazie anche a una classe politica miope o di ascari – a livello regionale e comunale – che continua a incentivare l’apertura di Grandi centri commerciali che vendono ai siciliani prodotti agroalimentari non siciliani!

Per questo è importante, per noi siciliani, là dov’è possibile, acquistare prodotti siciliani!

Se i consumatori siciliani, nel giro di qualche anno, riusciranno ad acquistare almeno 4 miliardi di euro di prodotti agroalimentari siciliani rispetto agli attuali 2 miliardi di euro lo scenario economico muterebbe. Si avrebbero effetti benefici in tutta l’economia siciliana. Con aumento del reddito per i nostri agricoltori, risparmio per i consumatori siciliani e rilancio dell’economia della nostra Isola.

Questo dobbiamo farlo noi, al massimo con l’aiuto di sindaci che, però, non debbono essere collegati ai partiti nazionali. Per questo motivo, alle prossime elezioni comunali, non dovete votare sindaci di centrodestra e di centrosinistra. Ricordatevi che i partiti nazionali non fanno gli interessi della Sicilia.

Ricordatevi che PD e Forza Italia hanno votato in favore del CETA contro gli interessi della Sicilia e dei consumatori siciliani. Due partiti che non fanno gli interessi dell’agricoltura siciliana e della nostra Isola.

Qualcuno potrebbe spaventarsi e dire: dovremmo introdurre i dazi doganali made in Sicily? Niente di tutto questo. Basterebbe introdurre i controlli sanitari sulle derrate alimentari che arrivano in Sicilia.

Solo con i controlli sanitari, nei primi sei-dodici mesi, quasi tutti i prodotti agricoli del Nord Africa e della Cina arrivati in Sicilia verrebbero rispediti al mittente perché fuori legge.

Ricordate le mele di Biancaneve? Ebbene, siamo lì… Sappiate che la maggior parte dell’ortofrutta prodotta fuori dall’Italia andrebbe controllata per verificare la presenza di prodotti chimici: ma nessuno lo fa.

Il Governo regionale di Nello Musumeci ha detto di volere effettuare tali controlli. Ma fino ad oggi, a parte il carico di una sola nave piena di grano duro proveniente dal Kazakistan controllata e respinta, Musumeci ha fatto solo chiacchiere.

Anzi, da quanto ci risulta – ma è un’indiscrezione alla quale non vogliano credere – gli avrebbero addirittura consigliato di rimangiarsi ‘sta storia dei controlli sulle derrate alimentari…

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2018/05/16/in-sicilia-il-datterino-cinese-o-africano-a-oltre-4-euro-al-kg-ecco-come-difenderci/#_

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano

 

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Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano

 

Il bambino ha l’aria concentrata. Vestito con una tuta lacera, le mani protette da un paio di guanti, scava un foro nel terreno. Ci infila la piantina. Copre il foro. Si sposta di circa 30 centimetri e ripete la stessa operazione. Dice di avere dodici anni, ma ne dimostra anche meno. Intorno a lui, un’altra ventina di persone, donne, uomini, qualche altro ragazzo più grande. Tutti fanno gli stessi gesti, veloci e ripetitivi: afferrano le minuscole piante da cassette di plastica e le collocano a terra, a una distanza fissa l’una dall’altra. Finita una cassa, ne attaccano un’altra. E poi un’altra ancora, seguendo le linee dell’aratura.

Seduto su una panca di legno ai bordi del campo, il proprietario li osserva pigramente, mentre un caposquadra annota su un taccuino lo spazio che ha coperto ognuno di loro. La sera li pagherà in contanti, a cottimo: 0,17 yuan (2 centesimi di euro) al metro. A fine giornata, i più svelti riusciranno a mettere in tasca una settantina di yuan, più o meno dieci euro.

Siamo nello Xinjiang, estremo ovest della Cina, a tremila chilometri da Pechino. Questa regione sconfinata, grande cinque volte e mezzo l’Italia, è tappezzata di terreni dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Una produzione destinata non al consumo interno, ma all’esportazione: i frutti delle piantine immesse nel terreno da questi braccianti a giornata di ogni età saranno trasbordati in una fabbrica, per essere lavorati e mandati in giro per il pianeta sotto forma di triplo concentrato. Dopo opportuna rilavorazione, finiranno nel ketchup della Heinz, nei barattoli che si vendono a due soldi nei mercati africani. O in concentrati e sughi pronti prodotti da marchi italiani.

Perché il principale importatore di questo prodotto è proprio il nostro paese: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente.

Intere famiglie nei campi
Le piantine nascono in serra e quando le temperature diventano più miti, tra aprile e maggio, vengono trapiantate per crescere in campo aperto. Questa è precisamente l’operazione che sta compiendo la squadra di braccianti di cui fa parte il bambino con la tuta lacera.

Nel giro di un paio di mesi, tra luglio e settembre, i frutti matureranno e saranno raccolti da altre squadre molto più numerose. Per l’occasione si riverseranno nello Xinjiang migliaia di migranti da altre zone della Cina: intere famiglie con prole al seguito, tutti insieme a lavorare nei campi. Il proprietario del campo, che dice di chiamarsi semplicemente signor Li, conferma: “Bisogna raccogliere velocemente, prima che il pomodoro marcisca. I bambini sono particolarmente adatti a questo lavoro: grazie alle loro mani piccole sono più svelti”.

Come mai l’Italia, importa così tanto dall’estremo oriente? Dove finisce questo mare di concentrato?

Centinaia di camion assicureranno poi il trasbordo dai campi alle fabbriche, dove i pomodori saranno trasformati e spediti in treno al porto di Tianjin, vicino a Pechino, luogo di raccolta in attesa dell’esportazione. Da qui navi cargo attraverseranno gli oceani e porteranno il prodotto in giro per il pianeta. Molte di queste sbarcheranno al porto di Salerno, dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatrici e diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati.

Come mai l’Italia, che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo nel mondo dopo gli Stati Uniti, importa simili quantitativi dall’estremo oriente? E soprattutto, dove finisce questo mare di concentrato prodotto all’altro capo del mondo?

“Il pomodoro che importiamo dalla Cina non è immesso nel mercato nazionale. È utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”, sottolinea il direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav) Giovanni De Angelis. La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo. Per questo l’industria che fa la rilavorazione è esentata dal pagamento dei dazi doganali.

L’allarme di Coldiretti
Nel suo ufficio al centro direzionale di Napoli, nel cuore della regione che storicamente trasforma il pomodoro, De Angelis mostra le tabelle statistiche a suffragio delle sue affermazioni: “Esportiamo il concentrato in quantità due-tre volte maggiori rispetto a quello che importiamo”.

Il direttore è perentorio su questo punto e lo sottolinea più volte: “I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know-how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di euro su un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.

“In termini quantitativi, non lo definirei propriamente marginale”, ribatte Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’organizzazione che più di ogni altra negli ultimi anni ha lanciato l’allarme sulle importazioni di concentrato cinese. “Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”.

Origini non etichettate
Bazzana studia da anni i movimenti del concentrato cinese, registra le oscillazioni nelle importazioni e non si stanca di denunciare la mancanza di trasparenza dell’industria, che non indica sui prodotti la provenienza della materia prima. “Confezionando concentrato cinese in prodotti italiani si danneggia tutta la filiera, perché questi hanno standard di uso di fitofarmaci più bassi di quelli consentiti all’interno dell’Unione europea. Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”.

Il concentrato “confezionato in Italia” ma prodotto da “pomodoro cinese” finisce quindi prevalentemente nei barattoli venduti in Africa, ma in parte anche nei sughi pronti e nel pomodoro da pizza smerciato in vari paesi europei (la Germania è il primo importatore di concentrato italiano, la Francia il terzo), e a volte nella passata (quella venduta in Italia deve essere fatta da pomodoro fresco, ma la legislazione ha validità solo nazionale).

Non tutto il pomodoro cinese entra infatti in regime di temporanea importazione: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, 14mila tonnellate sono entrate in via definitiva e sono rimaste all’interno dell’Unione europea. “Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente di quel prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro”, continua Bazzana. “Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.

Che sia venduto all’interno del’Ue o nei mercati africani, l’origine del pomodoro non è mai indicata in etichetta, dove c’è l’obbligo di scrivere solo il paese dove il pomodoro è inscatolato. In pratica, denuncia la Coldiretti, quel pomodoro raccolto nello Xinjiang anche da bambini è venduto come italiano a milioni di consumatori in tutto il mondo. “Noi vendiamo un processo industriale”, ripete De Angelis. “Il triplo concentrato è un materiale grezzo, che la nostra industria trasforma grazie a competenze e tecnologie acquisite nel corso del tempo. È un procedimento che nell’agro-nocerino-sarnese, culla della trasformazione di pomodoro del sud Italia, si fa da più di un secolo”.

Dagli anni novanta a oggi
La storia del concentrato cinese è invece parecchio più recente. Fino agli anni novanta, nello Xinjiang non c’era l’ombra di un pomodoro. Poi sono arrivati proprio gli italiani che, per far fronte all’aumento dei costi e a una riduzione dei sussidi previsti dalla politica agricola comune (pac), hanno pensato di esternalizzare la produzione.

Con sé hanno portato due cose fondamentali: la tecnologia e il mercato per l’esportazione. E in pochi anni, il remoto Xinjiang è diventato la seconda regione produttrice al mondo di pomodoro da industria, subito dopo la California. Ma come mai la Cina, che già ha di per sé scarsità di terre per sfamare la sua popolazione, ha deciso di coltivare in scala massiccia un prodotto non destinato al mercato interno?

La risposta si trova nella particolarità dell’area in cui è stata impiantata la produzione. Lo Xinjiang è una regione complicata, scossa da tensioni sociali e da spinte separatiste. Gli abitanti autoctoni, gli uiguri di lingua turcofona e religione musulmana, ne rivendicano da anni l’indipendenza. I cinesi han, arrivati in massa grazie a un generoso programma di incentivi, controllano le leve politiche ed economiche, lasciando gli uiguri in una situazione di cittadini di serie b. Per stabilizzare l’area, fin dagli anni cinquanta Mao Zedong ha inviato nella regione un vero e proprio esercito di pionieri, reclutati in tutta la Cina, e li ha inquadrati in una specie di ente militare, lo Xinjiang shengchan jianshe bingtuan (Corpi di produzione e costruzione dello Xinjiang), più comunemente chiamato bingtuan(Corpi).

Incaricato di rappresentare i nuovi arrivati, ma anche di costruire nuove città e far fruttare le terre che gli erano state assegnate, il bingtuan nasce come filiazione del governo centrale e deve rispondere solo a questo. Formava – e ancora forma per certi versi – una società a parte all’interno dello Xinjiang, con le proprie scuole, le proprie città, le proprie terre.

La storia dello sviluppo del pomodoro in Cina è legata a doppio filo a quella del bingtuan. Nel corso degli anni, con la modifica delle priorità e degli obiettivi della Repubblica popolare, l’ente ha perduto la sua connotazione originaria di corporazione militar-rurale per assumere un ruolo più prettamente urbano, orientato ad attività industriali e commerciali.

Nel 1998, il bingtuan è diventato ufficialmente una corporation, una struttura privata, i cui obiettivi sono legati alla “apertura delle regioni occidentali” ufficializzata dal presidente Jiang Zemin l’anno successivo. È stata la progressiva trasformazione dei Corpi da gruppo militare con interessi agricoli a vera e propria industria orientata al profitto a fare da propulsore allo sviluppo dei “cash crop”, cioè prodotti destinati all’esportazione, come per l’appunto il pomodoro. Il grande balzo in avanti nella produzione dell’“oro rosso” è cominciato proprio in concomitanza con la trasformazione del bingtuan in impresa commerciale, alla fine degli anni novanta.

Sviluppo folgorante
In quegli anni è nata la Chalkis. Espressione dei Corpi, quest’azienda ha avuto uno sviluppo a dir poco folgorante: nel giro di pochi anni, ha decuplicato il suo fatturato, aprendo 23 fabbriche di trasformazione in Cina e acquisendo temporaneamente un importante gruppo estero, i francesi di Conserve de Provence-Le Cabanon. Chalkis è partita da un vantaggio non indifferente: in quanto legata al bingtuan, è proprietaria della terra in cui si coltiva il pomodoro e delle fabbriche in cui si produce il concentrato, foraggiate da sussidi statali e portate avanti da manodopera a basso costo, fra cui anche i bambini.

Vedendo il suo successo, altri si sono lanciati sul promettente settore. All’inizio degli anni 2000, una piccola azienda di nome Tunhe ha cominciato a svilupparsi in questo comparto, aprendo numerose fabbriche di trasformazione. Nel 2004, la Tunhe è stata acquisita dal conglomerato di stato cinese Cofco, il grande braccio commerciale e produttivo del governo di Pechino, che ha iniettato nell’azienda vagonate di soldi pubblici. Oggi, i due gruppi si dividono il mercato: insieme controllano complessivamente l’80 per cento della produzione cinese e il 15 per cento del commercio globale di concentrato. Gran parte dei derivati di pomodoro consumati in giro per il pianeta ha origine dalla materia prima proveniente da questi due gruppi: il braccio commerciale di un’azienda nata come una impresa paramilitare di colonizzazione e il principale conglomerato di stato in mano al governo cinese, che ha affari in tutto il mondo.

L’industria del pomodoro concentrato italiano deve importare il prodotto dal suo principale concorrente internazionale

“Il nostro mercato migliore è l’Italia”, esclama con un certo orgoglio Tian Jun nell’accogliermi in una specie di improvvisata sala conferenze nella sede centrale dell’azienda a Urumqi, capitale dello Xinjiang. “La collaborazione è antica, i rapporti ottimi. Vendiamo a gran parte dei principali gruppi. Poi, con l’aumento del cambio del dollaro, dal 2015 i nostri volumi di esportazione sono aumentati perché i nostri acquirenti preferiscono comprare da noi piuttosto che dai produttori statunitensi”.

Figlio della colonizzazione han della regione, questo responsabile commerciale di 39 anni sciorina le cifre del successo e prospetta ulteriori sviluppi. Con un entusiasmo debordante, mostra la ambizioni del gruppo, ben evidenziate dallo slogan usato nelle varie operazioni di marketing: “Chalkis will tomato the world!”. La grande inondazione di pomodoro del pianeta deve partire proprio da questa sede anonima nella capitale dello Xinjiang e dai campi coltivati in tutta la regione. Tian Jun indica chiaramente la strategia per il futuro: “Il nostro primo mercato di riferimento è l’Italia. Ma, negli ultimi anni, abbiamo diversificato. Da un po’ di tempo forniamo ditte cinesi che vendono direttamente nel mercato africano”.

Tian riassume bene con le sue parole l’evoluzione degli ultimi anni. Nata alla fine degli anni novanta, la collaborazione tra i cinesi e gli italiani era basata su uno scambio: gli italiani fornivano ai cinesi la tecnologia e gli impianti e questi li ripagavano in concentrato, che poi gli italiani ritrasformavano e vendevano sui loro mercati di riferimento.

Ma pian piano, i cinesi si sono affinati e hanno trasformato l’idea apparentemente geniale di delocalizzare la produzione in Cina in una specie di mostro di Frankenstein sfuggito di mano ai suoi creatori: perché invece di rifornire in modo esclusivo i loro ex mentori italiani, i produttori cinesi hanno cominciato a fargli concorrenza. E, nell’impossibilità di competere con ditte sostenute dallo stato che usano manodopera anche minorile a prezzi stracciati, questi hanno perso consistenti quote di mercato.

La memoria storica del concentrato
“Ormai non c’è più partita. I cinesi ci stanno buttando fuori”. Angelo D’Alessio è una sorta di memoria storica del concentrato italiano.

La sua ditta di famiglia è nel settore da più di un secolo e, con il nome di Centro di esportazioni concentrato (Cec), a partire dagli anni cinquanta si è specializzata nel doppio concentrato destinato ai mercati africani. Nel suo ufficio a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, ricorda quando il concentrato non si importava dall’estero ma si produceva nel centro Italia. E, soprattutto, quando il business era saldamente in mano agli italiani. “Nessuno poteva competere con noi”. D’Alessio mostra con orgoglio i manifesti storici appesi alle pareti dei vari marchi che la sua ditta di famiglia ha esportato in tutto il mondo, dal concentrato “Sole d’Italia” ai pelati “la Chitarrella”, fino ai marchi “pupetta nera” e “faccetta nera” usati durante il ventennio fascista.

D’Alessio produce ancora una linea di concentrato completamente “certificato italiano” con materia prima proveniente dal nord Italia. “Ma è una nicchia per i più ricchi, che si vende a prezzi decisamente più alti”. Per il grosso della produzione, è costretto a importare i fusti di triplo concentrato da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti, dalla Spagna. E in parte anche dalla Cina. “È l’unico modo per competere su quei mercati”. Paradossi della globalizzazione, D’Alessio si rifornisce – anche se, assicura, “al massimo per il 15 per cento” della materia – dai suoi stessi concorrenti, di cui dice peste e corna. “Fanno dumping perché le loro aziende sono sovvenzionate e perché usano manodopera a costo zero. Poi, nei mercati africani, mandano merce scadente, con additivi di vario genere, che gli costa anche meno”.

Ricapitolando, l’industria del pomodoro concentrato italiano si trova nella necessità di dover importare concentrato da quello che è il suo principale concorrente sui mercati internazionali. Non potrebbe contrastarlo con un prodotto proprio, originale, fatto con materia prima italiana? “Si tratta di mercati poveri in cui già stiamo perdendo competitività. Con il concentrato prodotto ai costi italiani, usciremmo fuori dal mercato”, continua Giovanni De Angelis. Che ribadisce: “Se vogliamo alzare muri e impedire l’arrivo della materia prima cinese, facciamolo. Ma assumiamoci la responsabilità di distruggere un intero comparto e i posti di lavoro a esso collegati”.

“Noi non vogliamo alzare muri”, ribatte Lorenzo Bazzana di Coldiretti. “Vogliamo semplicemente un’etichettatura completa, che indichi la provenienza della materia prima e permetta al consumatore di fare scelte consapevoli”. Su questo punto gli industriali non sono in disaccordo. “Noi non abbiamo nulla in contrario a indicare la provenienza della materia prima”, aggiunge De Angelis. “Siamo per la trasparenza più completa”.

Ma poi verrà da chiedersi: quando sulla latta sarà scritto “pomodoro concentrato confezionato in Italia da materia prima cinese”, il consumatore africano non preferirà comprare un prodotto totalmente cinese, che costa pure meno? E i consumatori di pizza tedeschi, francesi o inglesi non avranno a loro volta qualcosa da ridire su un pomodoro che viene dalla Cina e che è stato raccolto da bambini di dodici anni pagati dieci euro al giorno?

fonte: https://www.internazionale.it/reportage/stefano-liberti/2017/04/08/pomodoro-cina-italia

Il Litio – il “petrolio” del futuro: chi lo controllerà sarà il padrone del mondo

 

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Il Litio – il “petrolio” del futuro: chi lo controllerà sarà il padrone del mondo

 

ECCO IL “PETROLIO” DEL FUTURO: CHI LO CONTROLLERÀ AVRÀ IL MONDO

Cos’hanno in comune il Cile, l’Afghanistan, l’Australia e la Cina? Sono 4 delle nazioni in cuisi trovano le maggiori riserve di un metallo alcalino divenuto molto importante nel mondo moderno per l’utilizzo che se ne sta facendo, un minerale leggero, relativamente abbondante ed il cui prezzo è aumentato del 200% in Cina in un solo quadrimestre nel 2015 in concomitanza con una provvisoria scarsità di approvvigionamento. Questo minerale è il litio e non ne possiamo fare a meno.

In natura si trova sotto forma di brine – ovvero precipitati di soluzioni concentrate – e di minerali come carbonati, idrossidi e inosilicati (come lo Spodumene che arriva principalmente dall’Australia).

La sua produzione è aumentata del 4% su base annua a cominciare dal 2005 e più del 50% di questa risorsa viene consumata dai Paesi asiatici con in testa la Cina che ne è il più grande importatore e trasformatore.

Il litio infatti, grazie alle sue proprietà chimiche come l’elevato coefficiente di reattività elettrochimica, è il metallo utilizzato principalmente per la produzione di batterie ricaricabili. I nostri telefoni cellulari, laptop così come tutti gli utensili da lavoro che non usano l’alimentazione diretta dalla rete elettrica, usano delle batterie al litio. Non solo. I costruttori di autovetture lo utilizzano per le batterie delle auto elettriche e ibride e batterie ricaricabili al litio sono anche presenti in accumulatori di griglie elettriche di grandi dimensioni.

Il consumo globale di litio viene quindi assorbito per il 39% dai produttori di batterie, per il 30% dall’industria del vetro e della ceramica e per la restante fetta in vari settori come quello del trattamento dell’aria, produzione di polimeri o di grassi lubrificanti. Se andiamo ad analizzare meglio il dato sulle batterie scopriamo che queste vengono prodotte per il 25% per l’automotive e per il 19% per cellulari o smartphone; il 16% va a finire nei laptop mentre un altro 16% in biciclette elettriche, sempre più presenti sul mercato. Si calcola che il consumo globale di batterie di questo tipo sia aumentato del 23% l’anno nel periodo che va dal 2010 al 2015 passando dai 21 GWh (Gigawattora ovvero un miliardo di watt/ora) ai 60 GWh per un valore di mercato complessivo, comprendente le batterie ricaricabili e non, pari a 10,7 miliardi di dollari l’anno. Numeri certamente destinati a salire se non altro grazie al solo settore automobilistico che vede progressivamente aumentare la richiesta di vetture ibride o elettriche: +69% nel 2015.

Questo mercato in forte espansione attira investimenti, e gli investimenti aprono nuove frontiere di ricerca, ed ecco perché la Cina, che già detiene la maggior quota del mercato della sua manifattura, sta intraprendendo una vera e propria politica di accaparramento delle nuove fonti di approvvigionamento di minerali “tecnologici” come il litio. La Great Wall Motors, ad esempio, ha rilevato il 3,5% dell’australiana Pilbara Minerals che si occupa prevalentemente dell’estrazione di questo minerale divenuto prezioso ed ha intenzione di raddoppiarne la produzione nell’arco di un anno per far fronte alle maggiori richieste di mercato. Litio ma anche cobalto, altro elemento fondamentale per le batterie, e Pechino anche qui sta assumendo posizioni di forza in tutta la filiera produttiva, come riporta Il Sole 24 Ore in un articolo recente: la Gem, fornitore del gigante delle batterie Catl, ha sottoscritto un colossale contratto con Glencore che prevede la compera di un terzo della sua produzione totale di cobalto in Congo, uno dei maggiori Paesi produttori di questa risorsa, per un totale di 52.800 tonnellate, ovvero pari a più della metà di quanto estratto da tutte le miniere del mondo l’anno scorso.

Non solo litio e cobalto

La rivoluzione elettronica che stiamo vivendo, e che, secondo alcuni, sarà di portata storica almeno quanto quella industriale, sta conducendo allo sfruttamento di risorse minerarie un tempo considerate non economiche costituite, ad esempio, dalle Terre Rare (in inglese REERare Earth Elements). Questi elementi chimici, come il lantanio, cerio e neodimio sono fondamentali per l’industria tecnologica ed elettronica moderna e sono presenti in innumerevoli prodotti sia della nostra quotidianità – come schermi tv o hard drive di pc – sia di livello militare o altamente specializzato – come magneti, superconduttori, turbine, laser, sistemi di guida di missili e satelliti.

Da sottolineare che molto spesso la cosiddetta “tecnologia verde”, ovvero le già citate auto elettriche ma anche i pannelli fotovoltaici, è fortemente dipendente dalle Terre Rare e che la lavorazione di questi elementi, dall’estrazione sino al prodotto finito, consuma molta energia ed ha un forte impatto ambientale.

Anche qui la Cina la fa da padrone in quanto è l’unico Paese al mondo capace di controllarne tutta la filiera produttiva: ha infatti tra i più grandi giacimenti di questi minerali e fornisce il 97% del totale mondiale di questa risorsa, facendone praticamente un monopolio seguito, a larghissima distanza, dagli Stati Uniti.

Ecco perché l’Afghanistan, teatro di un sanguinoso e decennale conflitto, diventa particolarmente interessante da questo punto di vista.

Secondo l’Usgs, il prestigioso servizio geologico americano, nel suo sottosuolo ci sarebbero Terre Rare per un valore di circa 1000 miliardi di dollari. In un rilievo effettuato nel 2006, che ha anche individuato depositi stimati in 60 milioni di tonnellate di rame e 2,2 milioni di tonnellate di ferro, nel Paese lacerato dal conflitto coi Talebani ci sarebbero circa 1,4 milioni di tonnellate di Terre Rare come lantanio, neodimio e cerio. Per fare un esempio, nella sola provincia di Helmand, ben nota alla cronaca di guerra, nei depositi carbonatici di Khanneshin, si stima vi siano riserve per 89 miliardi di dollari.

“L’Afghanistan è un Paese che è molto, molto ricco di risorse minerarie” sostiene Jack Medlin geologo e program manager del progetto Us Geological Survey in Afghanistan “abbiamo identificato potenzialmente 24 depositi di livello mondiale”.

Ma anche qui non ci sono solo gli americani pronti a mettere le mani sul tesoro sotterraneo di quella terra martoriata, ci è arrivata ancora una volta la Cina che ha firmato, tramite la sua azienda di ricerca mineraria di Stato, la China Metallurgical Group, un contratto di sfruttamento trentennale del valore di 3 miliardi di dollari con il governo Afghano per l’estrazione di rame dai depositi di Mes Aynak.

L’economia mondiale sta quindi vivendo una rinnovata corsa alle risorse minerarie spinta dalle nuove tecnologie elettroniche e le frontiere di questa corsa arrivano sino all’Artico, che, a causa dei cambiamenti climatici, sta diventando sempre più accessibile alle attività industriali. Lo scioglimento dei ghiacci sta rendendo economicamente sfruttabile non solo il 13% del petrolio globale ed almeno un terzo del suo gas naturale, ma anche un controvalore di circa 1000 miliardi di dollari di oro, zinco, nichel e platino secondo quanto riporta l’Us Government Accountability Office.
Ecco perché le nazioni a ridosso del Circolo Polare Artico, come Russia, Canada, Usa e Norvegia, si stanno dando battaglia in merito alle questioni di sovranità sulla piattaforma continentale, ed ecco perché Mosca, come abbiamo già avuto modo di dire all’inizio di quest’anno, ha deciso di nazionalizzare le rotte commerciali del “Passaggio a Nord Est”.

Attenzione però che nemmeno queste sono illimitate. In un articolo comparso su Naturel’anno scorso, un ricercatore dell’Università del Delaware, Saleem Ali, avvisa che a questo ritmo di sfruttamento i minerali “tecnologici” non saranno sufficienti a far fronte alla richiesta dell’industria, nemmeno considerando l’apporto dato dal riciclo. Allo stesso tempo, come si legge sempre nello studio, la transizione verso una società “low carbon”, richiederà una sempre più vasta quantità di metalli e minerali per le tecnologie pulite ed i ricercatori evidenziano come non siamo equipaggiati per far fronte a questa richiesta addizionale di materie prime. Sempre la stessa ricerca evidenzia come l’idea che si possa utilizzare “qualcos’altro” per far fronte alle carenze di un determinato minerale o per evitare il suo alto costo di mercato, sia un mito da sfatare: ci sono infatti pochissime soluzioni alternative e per alcuni minerali – come per il rame dei cablaggi che è quasi insostituibile ad un prezzo commerciale accettabile – non ce ne sono affatto. Idem per le Terre Rare come il neodimio, iridio e terbio, preziosi non solo perché rari, appunto, ma anche perché assolutamente essenziali.

L’articolo Ecco il “petrolio” del futuro:
chi lo controllerà avrà il mondo
 proviene da Gli occhi della guerra.

tratto da: http://www.stopeuro.news/ecco-il-petrolio-del-futuro-chi-lo-controllera-avra-il-mondo/

La grande presa per i fondelli della raccolta differenziata: milioni di tonnellate di plastica e non sappiamo cosa farcene!

 

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La grande presa per i fondelli della raccolta differenziata: milioni di tonnellate di plastica e non sappiamo cosa farcene!

Il mondo ha un grande problema in più: la plastica da riciclare

Di Maria Rita D’Orsogna

Per molti anni ogni giorno un numero infinito di container è partito dalla Cina con i prodotti “made in Cina” verso Usa ed Ue. Ogni giorno Usa ed Ue hanno rimandato indietro spazzatura. Ora però la Cina non prenderà più plastica da riciclare. Nelle ultime settimane Londra, Ottawa, Dublino, Berlino, Washington… hanno visto montagne di plastica accumularsi un po’ dappertutto, in magazzini abbandonati o all’aperto. Usa e Ue non sanno che fare perché nessuno è in grado di rimpiazzare la Cina. L’unica soluzione resta cambiare i nostri stili di vita, la soluzione dunque non è in mano soltanto a governi e imprese

La Cina non vuole essere più l’immondezzaio del mondo. Da Pechino hanno annunciato che da questo gennaio non prenderanno più plastica e carta dal resto del mondo per il riciclo. La chiamano yang laji, la spazzatura estera. E cosi hanno fatto.

Finiva in Cina circa il 50 per cento della plastica e della carta a livello mondiale, per un totale di 24 categorie di articoli e 7,3 milioni di tonnellate nel solo 2016. E ora? Che facciamo con la nostra plastica? Non si sa, certo è che una soluzione occorre trovarla, e occorre trovarla presto. Ma quale?

Nessuno lo sa, e cosi in giro per il mondo la plastica che aspetta di essere riciclata continua ad aumentare. Londra, Ottawa, Dublino, Berlino, Washington, hanno visto montagne di plastica accumularsi… La plastica e la carta per ora giacciono un po’ dappertutto, in magazzini abbandonati o all’aperto nell’attesa di una risposta. Anche i piccoli e grandi business occidentali che ruotavano attorno al riciclaggio che partiva per la Cina sono adesso morenti.

La cosa triste però è che si pensa a esportare la spazzatura in Indonesia, India, Vietnam, Malesia, paesi che hanno già tanti guai ambientali per conto loro. Altre idee sono di incenerire i rifiuti e/o di mandarli in discarica anche se sarebbero in realtà riciclabili. Per fortuna però la capacità ricettiva di paesi terzi è limitata. Nessuno potrà davvero rimpiazzare la Cina da questo punto di vista. In più costruire inceneritori e anche trovare nuovi spazi per le discariche è difficile, e la gente non li vuole (giustamente).

Cosi, per necessità, non certo per troppo amore, ecco che arrivano i nuovi annunci di leggi, divieti e idee per diminuire il consumo di plastica. Non ci vuole certo una laurea per capire se non sai dove la metti, forse è meglio non produrne più cosi tanto. Per esempio, in Gran Bretagna, Theresa May annuncia che entro il 2025 sarà eliminata gran parte della plastica inutile. Ha chiesto a supermercati e affini di introdurre reparti plastica-free dove tutto è venduto sfuso. Anche l’Unione europea chiede tasse su buste di plastica e impacchettamento e materiale mono-uso in risposta alla decisione della Cina. Fra le altre proposte: il 55 per cento della plastica prodotta in Europa dovrà essere riciclata in Europa entro il 2030. In questo momento, solo il 30 per cento della spazzatura prodotta in Europa, circa 25 milioni di tonnellate di plastica l’anno, viene riciclato in Europa.

Il Regno Unito ha mandato ogni anno una quantità di spazzatura in grado di riempire 10mila piscine olimpiche. Gli Stati uniti 13 milioni di tonnellate di carta e 1,4 milioni tonnellate di plastica: è il sesto più grande export degli Usa verso la Cina. Anzi era. In pratica per anni i container arrivavano dalla Cina con i prodotti “made in Cina” e gli Usa gli rimandavano indietro spazzatura. Tutto ciò ovviamente non è sostenibile.

In realtà l’annuncio dello stop della Cina era stato già dato nel luglio del 2017, quando la Cina notificò il World Trade Organization che per proteggere ambiente e salute voleva fermare l’importazione di plastica da paesi terzi (dal momento che mescolata alla spazzatura riciclabile c’è anche materiale tossico e inquinante). A volte quello che arrivava da oltremare non era davvero riciclabile oppure sporco. Ma l’Occidente ha fatto ben poco per prepararsi a questo problema. Usa ed Europa infatti per anni si sono preoccupati di fare la raccolta differenziata, ma senza sapere esattamente dove questa differenziata dovesse finire. Si, certo la Cina. Ma ora in Cina non si può più.

Ovviamente la soluzione c’è ed è al tempo stesso la più semplice ma anche la più difficile: cambiare i nostri stili di vita.

 

 

fonte: https://www.pressenza.com/it/2018/01/mondo-ha-grande-problema-piu-plastica-da-riciclare/

Sempre più grave il disastro ambientale della petroliera iraniana… Perché nessuno ne parla?

 

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Sempre più grave il disastro ambientale della petroliera iraniana… Perché nessuno ne parla?

A rischio un intero ecosistema

Sempre più grave il disastro ambientale della petroliera iraniana

Le chiazze di petrolio si stanno espandendo a vista d’occhio. Oggi il disastro ambientale copre più di 300 chilometri quadrati e può far strage di animali marini

Si tratta del disastro ambientale più grave dal 2010

Si complica il disastro ambientale causato dalla petroliera iraniana Sanchi lo scorso 6 gennaio, dopo una collisione con il mercantile Cf Crystal, registrato ad Hong Kong. La macchia di greggio raffinato, cui si somma il petrolio pesante utilizzato come combustibile dalla nave cisterna, si estende ormai per 330 chilometri quadrati nel Mar Cinese. Sono queste le ultime stime dell’Autorità marittima del paese che ha confermato la presenza di tre grandi chiazze più altre meno estese.

Ad oggi, inoltre, sono state ritrovate soltanto tre salme dei 32 marinai a bordo della Sanchi. Accanto a quella umana, cresce la probabilità di una tragedia ambientale: il tipo di petrolio leggero trasportato dalla Sanchi, che prende il nome di condensato, non forma una classica macchia liscia si disperde, ma è comunque altamente tossico per la vita marina e molto più difficile da separare dall’acqua. Il carico ammontava a quasi un milione di barili di petrolio, cioè 136 mila tonnellate. Sembra molto probabile che il condensato resterà in acqua per mesi, e vi sono rischi anche per la salute umana dal momento che può causare il cancro anche in basse concentrazioni.

L’area in cui la nave è andata a fondo, inoltre, è un importante zona di riproduzione per specie come il calamaro indopacifico. Non solo: secondo Greenpeace qui vengono a svernare il pesce giallo e il granchio blu, tra gli altri animali, e alcuni mammiferi marini – come le megattere o le balene grigie – attraversano quest’area durante le migrazioni.

Si tratta fino ad ora della fuoriuscita di petrolio più importante dal 2010, quando l’esplosione e l’inabissamento della Deep Water Horizon hanno determinato una catastrofe ambientale sulle coste del Golfo del Messico. Ma oggi c’è una differenza: per la prima volta gli esperti si confrontano con l’inquinamento da condensato su così vasta scala, e non hanno ancora chiaro con precisione quanto potrà incidere sull’ecosistema e sull’uomo.

 

tratto da: http://www.rinnovabili.it/ambiente/disastro-ambientale-petroliera-iraniana-333/

L’altra faccia dell’iPhone: ecco come vivono gli operai in una blindatissima fabbrica cinese.

 

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L’altra faccia dell’iPhone: ecco come vivono gli operai in una blindatissima fabbrica cinese.

Dopo che il Pegatron Group, uno dei maggiori produttori cinesi di apparecchiature informatiche, era stato accusato di far lavorare i propri dipendenti in condizioni inaccettabili, la società ha invitato i giornalisti a visitare una grande fabbrica a Shanghai.

E così ora il mondo intero ha la possibilità di vedere come si svolge il processo di lavorazione organizzato presso lo stabilimento per l’assemblaggio di gadget Apple in Cina. Come lavoreranno mai 50 mila dipendenti in una così enorme fabbrica?

Ogni giorno tutti i dipendenti passano attraverso un metal detector.

Lo scopo è impedir loro di portare a lavoro attrezzature per favorire lo spionaggio industriale.

Tutti gli operai si dispongono in fila per il controllo dei propri badge.

Non solo, ci sono anche dispositivi per il controllo facciale, proprio per impedire eventuali intrusioni.

Secondo il China Labour Watch gli stipendi sono molto bassi.

Se i dipendenti vogliono cercare di guadagnare una cifra ragguardevole devono fare gli straordinari.

Ma le novità non mancano: è stato impiantato un nuovo sistema di ID-keeping per migliorare la qualità del lavoro.

Il sistema prevede un miglioramento dell’efficienza di ogni singolo lavoratore.

Quando si avvicina il limite settimanale di 60 ore lavorative o di lavoro per sei giorni di fila, il sistema invia al dipendente un messaggio automatico di avvertimento.

Il limite di straordinari per dipendente è fissato infatti per legge ad 80 ore.

Questo sistema dà anche la possibilità di controllare il libro paga e il numero di pasti mensili e dei loro costi.

A far discutere ovviamente, sono piuttosto le condizioni di vita, e non di lavoro, dei dipendenti.

Qui le immagini si fanno più difficili da spiegare…

Docce in comune, stanze sovraffollate, servizio di pulizia fatiscente…

Per concludere, qualche numero sugli stipendi: una dipendente afferma di guadagnare 2.020 yen (£230) al mese; se consideriamo che in Cina un Iphone 6 (uno soltanto!) costa 4,488 yen (£480), il quadro globale diventa di colpo davvero inquietante…

tratto da: http://lospillo.info/laltra-faccia-delliphone-ecco-come-vivono-gli-operai-in-una-blindatissima-fabbrica-cinese/

Frutta Cinese in vendita nei supermercati di Napoli… È proprio necessario?

 

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Frutta Cinese in vendita nei supermercati di Napoli… È proprio necessario?

 

Da Il Mattino di Napoli:

Frutta fresca dalla Cina in vendita nei supermercati di Napoli

La globalizzazione ha modificato le abitudini alimentari di molti italiani. Gli scaffali dei supermercati abbandono di prodotti provenienti da ogni angolo della Terra. Ma è proprio necessario proporre in vendita anche frutta fresca proveniente dalla Cina? Come il pomelo, una sorta di gigantesco pompelmo, riapparso in questi giorni nei supermercati napoletani. Ha la forma, e più o meno le dimensioni, di un melone bianco, ma la buccia è gialla e liscia. Tanto liscia da sembrare finta. Un agrume con un abbondante sostanza spugnosa sotto la buccia e che – dicono – ha il sapore di un pompelmo. Viene proposto in vendita a 1,48 euro al chilo. E correttamente sulla confezione c’è la dicitura ma in inglese  «treated with imazalil», ovvero «trattato con imazalil», un funghicida (autorizzato dalle autorità italiane) che probabilmente ne garantisce la stabilità durante il lungo viaggio dalla Cina in Italia.

In definitiva il pomelo è un agrume come quei bei mandarini, le clementine e le arance che troviamo in questo periodo in abbondanza nei mercatini degli agricoltori a un euro al chilo, insieme ad altra frutta di stagione: cachi, mele e pere.  Non trattati. Evviva la globalizzazione, ma almeno la frutta dovremmo mangiarla a chilometro zero.

fonte: https://www.ilmattino.it/napoli/citta/frutta_fresca_dalla_cina_vendita_supermercati-3360392.html

Riso asiatico, conserve di pomodoro cinesi, nocciole turche: ecco nei supermarket i prodotti dello schiavismo. Il tutto con l’OK della UE…!

 

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Riso asiatico, conserve di pomodoro cinesi, nocciole turche: ecco nei supermarket i prodotti dello schiavismo. Il tutto con l’OK della UE…!

Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana alle nocciole turche, gli scaffali dei supermercati dell’Unione Europea sono invasi dalle importazioni di prodotti extracomunitari ottenuti dallo sfruttamento schiavista e spesso anche grazie alle agevolazioni commerciali.

È quanto denuncia la Coldiretti in occasione del G7 dell’agricoltura a Bergamo dove, nel sentierone della città bassa, è in corso una mobilitazione con i prodotti locali del territorio e la pecora “Vicky” di razza bergamasca, che è la piu’ grande; del mondo, assunta a simbolo del G7. Conserve di pomodoro, olio d’oliva, ortofrutta fresca e trasformata, zucchero di canna, rose, olio di palma sono solo alcuni dei prodotti stranieri che arrivano in Europa e in Italia che sono spesso il frutto del mancato rispetto dei diritti sociali che passa inosservato solo perché avviene in Paesi lontani, dove viene sfruttato il lavoro minorile, che riguarda in agricoltura circa 100 milioni di bambini secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), di operai sottopagati e sottoposti a rischi per la salute, di detenuti o addirittura di veri e propri moderni “schiavi”.

E tutto questo – segnala Coldiretti – accade nell’indifferenza delle Istituzioni nazionali, europee ed internazionali che, anzi, spesso alimentano di fatto il commercio dei frutti dello sfruttamento con agevolazioni o accordi privilegiati per gli scambi che avvantaggiano solo le multinazionali. Un esempio è rappresentato dalle importazioni di conserve di pomodoro dalla Cina al centro delle critiche internazionali per il fenomeno dei laogai, i campi agricoli lager che secondo alcuni sarebbero ancora attivi, nonostante l’annuncio della loro chiusura.

Nel 2016 sono aumentate del 36% le importazioni in Italia di concentrato di pomodoro dal Paese asiatico che hanno raggiunto 92 milioni di chili, pari a quasi il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente. In questo modo, c’è il rischio concreto che il concentrato di pomodoro cinese, magari coltivato da veri e propri “schiavi moderni”, venga spacciato come Made in Italy sui mercati nazionali ed esteri per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza.

Rilevanti sono anche le importazioni di nocciole dalla Turchia sulla quale pende l’accusa per lo sfruttamento del lavoro delle minoranze curde, ma il problema dello sfruttamento riguarda anche le rose dal Kenya per il lavoro sottopagato e senza diritti, i fiori dalla Colombia dove è stato denunciato lo sfruttamento del lavoro femminile o la carne dal Brasile dove è stato denunciato il lavoro minorile.

Le banane sono il terzo frutto più consumato in Italia, ma su quelle che vengono dall’Ecuador sono stati segnalati trattamenti chimici fuorilegge in Europa, mentre lo zucchero di canna, divenuto di gran moda, viene ottenuto in Bolivia in piantagioni dove si segnala l’abuso di stimolanti per aumentare la resistenza al lavoro. Ma ci sono trattative in corso anche per i prodotti frutticoli con i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) dove non ci sono le stesse norme di tutela di lavoro vigenti in Italia.

L’Argentina, che è nella lista nera del dipartimento di Stato americano per lo sfruttamento del lavoro minorile nelle coltivazioni di aglio, uva, olive, fragole e pomodori, ha aumentato le esportazioni di prodotti ortofrutticoli in Italia del 15% nel corso del 2016 – prosegue Coldiretti -.

Un caso a parte è quello delle importazioni di olio di palma ad uso alimentare che in Italia sono più che raddoppiate negli ultimi 20 anni raggiungendo nel 2016 circa 450 milioni di chili. Uno sviluppo enorme che sta portando al disboscamento di vaste foreste senza dimenticare l’inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione e, naturalmente, le condizioni di sfruttamento del lavoro delle popolazioni locali private di qualsiasi diritto.

“Non è accettabile che alle importazioni sia consentito di aggirare le norme previste in Italia dalla legge nazionale sul caporalato ed è necessario, invece, che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela della dignità dei lavoratori, garantendo che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore a sostegno di un vero commercio equo e solidale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

 

fonte: http://www.stopeuro.news/riso-asiatico-conserve-di-pomodoro-cinesi-nocciole-turche-nei-supermarket-prodotti-dello-schiavismo-con-lok-della-ue/

Glaxo: Farmaci, Tagenti, Favori Sessuali e Frode in Cina. Ecco a chi è affidata la nostre salute

 

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Glaxo: Farmaci, Tagenti, Favori Sessuali e Frode in Cina. Ecco a chi è affidata la nostre salute

 

Un vecchio e saggio proverbio recita: “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio“. Quando si tratta poi di Glaxo il non fidarsi è d’obbligo dopo tutti gli scandali e il malaffare accumulati nel corso della sua attività. Il primo a non fidarsi dovrebbe essere il governo per tutelare il suo popolo, ma così non è e si continua a far finta di non vedere (qualcuno questa forma di cecità la chiama corruzione), e a lasciar campo libero a questo gigante farmaceutico. Certo se tu non paghi le tasse ingiuste e più alte d’Europa come il Bollo auto verrai perseguito ed etichettato come “il cattivo” e “il male” per la società mentre se siedi nel consiglio di amministrazione di qualsiasi multinazionale puoi far quello che vuoi, che tanto ci sarà sempre qualcuno a pagare per te e sarai sempre ben accetto da ogni politico al governo, soprattutto se la “busta” è bella piena.

Ritornando alla Glaxo vogliamo ricordare tra i tanti già riporti e non scandali, quello che ha combinato in Cina, perché le persone in buona fede devono capire che al mondo non siamo tutti gli stessi, come da piccoli nei cartoni animati, oggi nei film, i cattivi esistono anche nella vita reale. Glaxo mette il fatturato dinnanzi a tutto, e non sono supposizioni, ecco cosa è successo in Cina.

Il gigante farmaceutico britannico ha riportato un balzo nelle vendite del 20% a circa 1,15 miliardi di euro. Ma secondo le autorità anti-frode di Pechino la maggior parte sarebbero il frutto di pratiche illegali.

L’accusa: aver corrotto personale medico perché prescrivesse i suoi farmaci attraverso una rete di 700 intermediari. Agenzie di viaggio e di consulenza fittizie che si assicuravano i contratti con i dirigenti GSK, secondo quanto riportato, anche con corrispettivi di natura sessuale.

Secondo i quotidiani cinesi, le agenzie sarabbero state usate per creare dei fondi neri, erogati ai medici attraverso carte di credito dell’azienda.

Le tangenti ammonterebbero a oltre 371 milioni di euro e quattro dirigenti cinesi del gruppo in Cina sono già finiti in manette. Il capo della divisione cinese di GSK, dicono le autorità, avrebbe lasciato il Paese a fine giugno.

 

 

fonte: http://www.stopeuro.news/glaxo-farmaci-tagenti-favori-sessuali-e-frode-in-cina-ecco-a-chi-e-affidata-la-nostre-salute/

Incredibile, ma vero: i Cinesi ci sommergono tutti i giorni con le loro peggiori porcherie… Però dicono stop al nostro gorgonzola con la scusa della “sicurezza alimentare”

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Incredibile, ma vero: i Cinesi ci sommergono tutti i giorni con le loro peggiori porcherie… Però dicono stop al nostro gorgonzola con la scusa della “sicurezza alimentare”

 

Lo stop dei cinesi al gorgonzola con la scusa della sicurezza alimentare
La Cina ha da tempo bloccato l’importazione dall’Europa di formaggi con muffe come gli italiani gorgonzola e taleggio e i francesi camembert e roquefort e ora il vicedirettore per l’Europa del ministero del Commercio cinese, Wu Jing-chun ha spiegato che “non c’è alcun problema politico”, bisogna solo ridefinire alcuni parametri igeinico-sanitari legate alle muffe. Ma la scusa di Pechino non è troppo convincente.

Ritieni: “I ceppi delle muffe sono controllati”

Ma questi formaggi possono rappresentare un rischio sanitario per i consumatori? Ci aiuta a rispondere il professor Alberto Ritieni docente di Chimica degli Alimenti all’Università Federico II di Napoli, firma nota ai nostri lettori e autore insieme a Riccardo Quintili del libro Miti Alimentari edito da Salvagente: “Per produrre i formaggi erborinati bisogna aggiungere nella lavorazione dei determinati ceppi di muffe. Parliamo di sostanze selezionate e testate che non solo vengono analizzate in modo rigoroso ma non posseggono neanche i geni che possono ad esempio far nascere le micotossine, alcune delle quali tossiche per l’uomo”. Parliamo quindi di funghi selezionati e sicuri che producono muffe capaci di donare sapore e profumi inconfondibili al formaggio ma completamente sicure per la salute umana.
Nel gorgonzola ad esempio vengono aggiunti nel latte ceppi di penicillium che sono selezionati e controllati in modo costante. “Chi produce formaggi di questo tipo con tutti i crismi – conclude il professor Ritieni – non espone in alcun modo il consumatore a dei pericoli. Per entrare nello specifico: se il governo di Pechino pone la questione sulla conta delle muffe, deve sapere che i produttori onesti non potranno mai inserire nella lavorazione dei formaggi elementi tossici per l’uomo”.

Una barriera doganale “mascherata”

Nonostante le rassicurazioni che arrivano dal governo di Pechino – “non è uno stop politico” – e scartate gli allarmi sulla sicurezza alimentare,  è chiaro che il blocco alle importazioni invece è un modo per penalizzare i cibi made in Ue.
Il braccio di ferro con il governo di Pechino potrebbe tuttavia risolversi entro breve tempo visto che la Ue è disponibile a rivedere i parametri 2010 – molto bassi sulle muffe – per superare gli ostacoli cinesi.
fonte: https://ilsalvagente.it/2017/09/11/lo-stop-dei-cinesi-al-gorgonzola-con-la-scusa-della-sicurezza-alimentare/25738/