Il Presidente della Coldiretti lancia l’allarme: “Ecco quali cibi non mangiare se non volete morire avvelenati” …Leggi l’articolo, se ne hai il coraggio!

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Il Presidente della Coldiretti lancia l’allarme: “Ecco quali cibi non mangiare se non volete morire avvelenati”…!!

 

“Ecco quali cibi non mangiare se non volete morire avvelenati”

L’affondo di Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti: “Sui cibi il primo nemico ce l’abbiamo in casa, è la Ue”

Non usa mezzi termini Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti. Nella sua intervista a Libero, Moncalvo attacca l’Europa e i paesi del Nord Europa, troppo attenta ai prezzi bassi che alla qualità dei cibi che mangiamo.

“La differenza tra una fiorentina e una bistecca texana – dice – come quella tra il nostro olio extravergine e una margarina confezionata da qualche multinazionale nordica, può essere la stessa che passa tra la vita e la morte“.

La lotta contro l’Ue

Moncalvo, intervistato da Pietro Senaldi, spiega i motivi di questa sua dura affermazione. “Il primo nemico ce l’abbiamo in casa, è la Ue, che sacrifica l’ agricoltura utilizzandola come merce di scambio per privilegiare altri settori negli accordi internazionali”. Per la precisione, Bruxelles preferisce privilegiare “esportazione in settori considerati chiave come la farmaceutica e il comparto metalmeccanico abbiamo aumentato la quantità di prodotti ortofrutticoli importabili senza dazi da Paesi che utilizzano pesticidi che l’Italia ha messo fuori legge da decenni perché cancerogeni“.

I cibi stranieri che entrano in Italia

Di esempi di accordi commerciali per liberalizzare l’ingresso nel mercato italiano di prodotti stranieri ce ne sono a bizzeffe. “L’ olio tunisino, le fragole e i pomodori marocchini, i carciofi e le zucchine egiziani – elenca Moncalvo – Abbiamo fatto accordi commerciali sulla pelle dei cittadini, che sul banco si trovano prodotti a basso costo perché avvelenati e ottenuti con uno sfruttamento del lavoro al limite della schiavitù. Ma attenti anche al grano che arriva dal Canada: lì hanno poco sole e lo fanno seccare con il glifosate, che è cancerogeno“.

La Diet Coke meglio del parmigiano reggiano

Ed è proprio sulla qualità del cibo che si gioca la lotta dei nostri agricoltorti. Infatti arriviamo al paradosso secondo cui alcune etichettature considerano dannosi i buoni prodotti italiani e ottimali preconfezionati industriali di altri Paesi.”Sei multinazionali americane – spiega il presidente della Coldiretti – stanno promuovendo in Europa un sistema di etichettatura nutrizionale a semaforo, fuorviante e discriminatorio, per sconsigliare l’ acquisto di prodotti naturali a vantaggio di cibo preconfezionato. L’Inghilterra impone a ogni prodotto un’ etichetta, verde, gialla o rossa a seconda di quanto faccia bene o male. Risultato? Il nostro prosciutto di Parma e le forme di Reggiano hanno il bollino rosso mentre la Diet Coke ha quello verde e l’ export italiano di olio di oliva verso la Gran Bretagna è calato del 12% in un anno“.

“L’Ue dorme”

Un modo per risolvere il problema sarebbe introdurre “a livello europeo l’obbligo di indicare l’ origine dei prodotti, il che ci agevolerebbe molto, visto che in tutto il mondo si sa che il cibo italiano è il più sano oltre che il più buono, e darebbe un’ informazione onesta al consumatore”. Ma così non avviene. “L’Ue dorme”, dice Moncalvo. “Come nell’ accordo Ceta con il Canada, che toglie valore alla stragrande maggioranza dei nostri prodotti Dop, costringendo i nostri prodotti tipici a convivere sullo scaffale con le loro imitazioni, per cui per esempio uno può fare il prosciutto in Quebec e chiamarlo “San Daniele” o fare il formaggio in Arkansas e chiamarlo “Parmesan”“.

Ecco quali cibi evitare

Ecco dunque quali cibi devono essere evitati se non si vuole rischiare “un quotidiano avvelenamento del corpo”: la prima indicazione sono i “cibi venduti a prezzi troppo bassi per essere credibili”. “Dietro di essi – spiega Moncalvo a Libero – spesso si nascondono rischi per la salute, l’ambiente e anche lo sfruttamento. Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ ortofrutta sudamericana a quella africana, fino ai fiori del Kenya. Quasi un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia dall’ estero non rispetta le normative in materia di tutela dei lavoratori vigenti nel nostro Paese. I prodotti low cost sono spesso il risultato di ricette modificate, uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi. Per non parlare dei famosi insaccati tedeschi: in Germania esistono allevamenti dove convivono stipati anche 200mila maiali, ciascuno con mezzo metro quadrato a disposizione. Per evitare che si ammalino, li curano preventivamente bombardandoli di farmaci, che noi assumiamo quando mangiamo i loro wurstel e salumi. Se poi andiamo in Africa e Cina, la situazione peggiora: siamo ai vertici mondiali per insicurezza alimentare con l’ uso di prodotti chimici vietati in Italia da decenni“.

 

 

tratto da: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ecco-quali-cibi-non-mangiare-se-non-volete-morire-avvelenati-1526403.html

Il grano Terminator – Come le multinazionali hanno creato semi sterili, modificando il DNA delle piante, per tenere in pugno l’agricoltura, i contadini e la gente…!

 

 

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Il grano Terminator – Come le multinazionali hanno creato semi sterili, modificando il DNA delle piante, per tenere in pugno l’agricoltura, i contadini e la gente…!

Henry Kissinger: “Controlliamo il petrolio e controlleremo le Nazioni, controlliamo il cibo e controlleremo i Popoli”

Il grano Terminator

Ci sono piccole storie che pochi conoscono e che hanno cambiato radicalmente i nostri consumi e il nostro cibo. Il grano, il cereale più presente nell’alimentazione mondiale, è stato spesso la vittima di interessi lucrativi, dalle speculazioni di borsa alla manipolazione genetica. Ci sono però piccole storie come questa che voglio raccontarvi che rimangono sconosciute alle masse ma che esemplificano il modo in cui i governi e le multinazionali agiscono spesso a sproposito su quella fetta di pane che mettiamo sul nostro tavolo.

Verso l’inizio degli anni Novanta, le grandi multinazionali che trattavano OGM cominciarono a guardare le risorse alimentari mondiali, a collezionare dati su produzioni, coltivatori, sementi. In questo furono facilitate e appoggiate in primis dalla WTO (World Trade Organization, l’organizzazione mondiale del commercio che dovrebbe solo supervisionare gli accordi commerciali tra gli stati membri) e dal governo americano che ha una ben nota propensione a cercare di controllare il cibo nel mondo. Ricorderei solo al volo l’affermazione di Kissinger al Congresso: «Controlliamo il petrolio e controlleremo le nazioni, controlliamo il cibo e controlleremo i popoli».

Bene, in questo assembramento di occhi puntati su quello che facevano gli agricoltori nel mondo, si accorsero di una cosa elementare: tutto parte dai semi. È l’acquisto della semenza da parte del contadino che innesca tutto il processo, non la raccolta del grano o la sua quotazione in borsa, lì è ormai troppo tardi. All’origine di tutto, scoprirono, c’è il seme e il seme diventa frutto e fa altri semi quindi se il contadino prende un seme brevettato dalla multinazionale, potrebbe ottenere un numero esponenziale di nuovi semi gratis. Un po’ quello che scopriamo noi alla terza strofa quando all’asilo ascoltiamo: «Per fare un tavolo ci vuole il legno». Il problema è che la stessa informazione nelle mani sbagliate produce risultati nefasti.

A questo punto le multinazionali costruirono uno strumento collettivo che gli consentisse di vendere solo dei semi che non si potessero riprodurre, il GURT (Genetic Use Restriction Technology), ribattezzato poco dopo “Terminator”, dal nome del celebre film del tempo. Leggendo i documenti di costituzione di Terminator, si apprende che questa tecnologia viene impiegata (questa è divertente!) per tutelare le multinazionali dai contadini furbetti che utilizzavano i semi brevettati senza pagare i giusti diritti. Ovvero, la tecnologia Terminator doveva impedire ai contadini di riprodurre i semi, costringendoli a comprarli dalle multinazionali. In pratica, questo Terminator non era altro che una tecnologia brevettata applicabile a molte specie vegetali che consentiva alle multinazionali proprietarie di creare dei semi sterili intervenendo sul DNA della pianta, facendo in modo che fosse la pianta stessa ad uccidere i propri embrioni e quindi ad auto-sterilizzarsi. Questo è stato il momento esatto in cui l’uomo ha deciso coscientemente di devastare il più grande equilibrio naturale, la più grande risorsa rigenerativa che abbiamo: il ciclo seme – pianta – altri semi – altre piante. Le prime ad applicare questa tecnologia Terminator furono la Delta & Pine Land per il cotone e la Monsanto per soia e grano. I semi Terminator di grano erano geneticamente programmati per non riprodursi dopo il raccolto. Seminati, non crescevano piante. In particolare riuscivano a fare questo suicidio perché sviluppavano una tossina, in fase di germogliazione, che uccideva gli embrioni. Furono sperimentati e utilizzati quasi esclusivamente nel Terzo Mondo, impoverendo ulteriormente i contadini locali, costretti a comprare le sementi ogni anno.

Ma è alla seconda generazione dei semi Terminator verso la fine degli anni ‘90 che si iniziano a vedere risultati un po’ diversi, tanto che questi semi vennero rinominati Traditori. Non bastava più, infatti, fare delle sementi che producevano piante con semi sterili. Arrivarono a fare delle sementi modificando o aggiungendo un gene, detto gene interruttore, che veniva attivato solo in presenza di un particolare prodotto chimico. In pratica, i semi di grano erano inermi finché il contadino non li irrorava del prodotto attivatore. Di conseguenza, le coltivazioni OGM di grano potevano resistere ai patogeni più comuni solo utilizzando un prodotto chimico specifico, chiaramente acquistabile dalle multinazionali stesse. Nessun interesse per la qualità del prodotto e la sua iterazione con l’uomo che se ne nutre, l’unico interesse di tutta questa sperimentazione e chiusura del mercato è stato unicamente il mercato e il capitale. Grazie a questi nuovi semi di grano Terminator, si arrivò anche a brevetti in cui le piante dovevano essere attivate con un prodotto per germogliare, proponendo la cosa come un sistema ideale per evitare problemi climatici. Per esempio: il contadino semina ma vede che sta arrivando una gelata, non attiva i semi, attende che sia passata e solo allora utilizza il prodotto per innescare la crescita.

Ma perché un governo dovrebbe appoggiare un piano del genere? Perché, semplicemente, queste aziende sono americane e questi brevetti sono di conseguenza americani. Negli USA l’accordo sugli OGM Terminator prevedeva che il 5% dei diritti andasse al governo americano. Ecco quindi da dove nasce la grande spinta dell’America nel cercare di rifilare gli OGM all’Europa, dopo averne impestato tutto il Terzo Mondo. Solo il brevetto di grano, soia e cotone Terminator fu utilizzato in 78 nazioni diverse con un introito di milioni di dollari di allora per il governo.

Chiaramente, ci furono anche delle proteste, soprattutto da parte di chi aveva capito che il controllo dei semi attuato da poche multinazionali nel mondo era un disastro ambientale, sociale e agrotecnico. I governi dopo un po’, soprattutto quelli europei e tra loro quelli meno filo-americani come i francesi, cominciarono a interrogarsi su che cosa fosse effettivamente il grano Terminator, se magari questa manipolazione genetica non potesse influire sul prodotto finale, sulla fetta di pane in tavola tutti i giorni, sul piatto di pasta. Nel frattempo, arriviamo al 1998 tra le proteste, ma con il perseverare della vendita dei semi Terminator e degli incassi del governo americano sull’utilizzo del brevetto. Il 1998 però è anche l’anno in cui la Monsanto cerca di annettersi la Delta & Pine Land, tentando in pratica di diventare l’unico distributore dei semi brevettati che avrebbe venduto ai contadini di tutto il mondo. Valse a fermarla l’allora nascente campagna contro i cibi OGM finché però nel 1999 intervenne il presidente della Rockfeller Foundation a chiedere che si fermasse la commercializzazione dei semi Terminator. Apparentemente fu una ritirata dopo aver scatenato l’opinione pubblica, in effetti invece fu una mossa strategica: erano in corso di sviluppo altre tecnologie OGM, il grano Terminator era ormai cosa vecchia e obsoleta, ma lo tennero parcheggiato qualche anno fino a farlo ricomparire quasi in sordina verso il 2007-2008, grazie al fatto che l’opinione pubblica e la stampa che la guida se ne erano completamente scordati.

Oggi, la tecnologia OGM è più che mai presente e pressante alle porte dell’Europa, si infiltra dai paesi più compiacenti e arriva sulle nostre tavole in prodotti in cui non è specificato se il grano sia Terminator o altro. Ci arrivano anche travestiti da progetto ecologico. Dal giugno 2003 infatti, la Monsanto presenta i semi Terminator con nomi più allettanti – ma uguale tecnologia – proponendoli però come un metodo per controllare la diffusione dei semi geneticamente modificati che potevano riprodursi attraverso il vento o altri agenti naturali, contaminando così le coltivazioni non OGM. No, non è una storia con un bel finale, mi spiace. Però è un finale aperto, possiamo farlo noi: interessarci puntualmente del cibo, a partire dalla sua forma primaria, il seme.

 

Autore: 

Giornalista e saggista, esperta in diversi settori delle discipline olistiche, della coltivazione naturale e dell’economia sostenibile. Pioniera della decrescita e dell’autoproduzione in Italia, è conosciuta per il sito erbaviola.com, dove dal 1999 documenta il suo percorso di vita.

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/il-grano-terminator/

La Mcmondializzazione

 

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La Mcmondializzazione

 

L’antropologo francese Marc Augé analizza le storture della società contemporanea che esalta la bellezza delle modelle filiformi e condanna una parte della sua gioventù all’obesità grazie al cibo spazzatura del Fast food. L’opportunità di consumare alimenti sani, scegliendo tra un ventaglio di proposte gastronomiche praticamente illimitato, è un lusso che possono permettersi solo i paesi più ricchi, a discapito di quelli più poveri per cui il mangiare continua a essere un bisogno primario.

“Mai il mondo è stato più ineguale. Esistono grandi differenze tra le diverse regioni del pianeta, ma gli scarti di reddito sono enormi anche all’interno di ciascuna di esse, all’interno dei paesi emergenti e dei paesi sviluppati.

Assistiamo all’affermazione di una società divisa in tre classi:

  • i possidenti,
  • i consumatori,
  • gli esclusi.

Nel campo dell’alimentazione la traduzione di questo fenomeno è sbalorditiva. Da una parte si assiste alla moltiplicazione delle forme di assistenza internazionale ai più poveri, a coloro che la guerra, la siccità o le epidemie minacciano di morte; si assiste nei Paesi più sviluppati a un ritorno delle attività caritative, la grande povertà ritorna a farsi vedere; disoccupati o precari non riescono più a sfamarsi o a sfamare le proprie famiglie.

Incrociamo nelle strade delle Capitali europee mendicanti che portano un cartello sul quale è scritto “Ho fame”. Dall’altra parte, l’agricoltura si trasforma per soddisfare i bisogni di un numero sempre più grande di persone. Molti specialisti stimano oggi che solo produzioni locali sufficientipotrebbero risolvere in modo durevole il problema della fame nel mondo.

La grande distribuzione delle catene alimentari riguarda una clientela che dispone di scarse risorse e propone un’alimentazione non equilibrata.

L’obesità si sviluppa in Europa, in provenienza dagli Stati Uniti. Oggi un adulto su otto è obeso. Contrasto sbalorditivo: si tratta della stessa società che esalta la bellezza delle modelle filiformi, incoraggia diverse forme di rimodellamento del corpo e condanna una parte della sua gioventù all’obesità grazie ai Fast food.

Il diffondersi del Fast food, come McDonald’s, Burger King, Quick, ecc… rappresenta l’opposto del ristorante tradizionale: parlare dei loro menu, come fa la pubblicità, è una battuta di cattivo gusto. Non si servono alcolici, ma bibite gassate e bevande zuccherine. Solo la scelta del posto dove sedere caratterizza la libertà del cliente. Tutti uguali, questi distributori di cibo rapido si situano per definizione fuori da qualsiasi colore e contesto locale.

mappa Mc Donald's presenti nel mondo

La mappa dei Mc Donald’s presenti nel mondo.

Ho assistito nel lontano 1990 a Mosca, in piazza Puškin, qualche mese dopo la caduta del Muro di Berlino, all’inaugurazione del primo McDonald’s in URSS. Le autorità erano presenti e, nelle ore successive, chilometri di coda si formarono in piazza. All’ora di sera erano stati forniti 30.000 pasti.

La perestoijka aveva l’odore di hamburger e di patatine fritte. Il 30 gennaio un reportage di Antenne 2 celebrava con entusiasmo l’avvenimento: anche i russi finalmente potevano mangiare come gli altri! Era un entusiasmo rivelatore. Si potevano in fondo comprendere i moscoviti. Avevano l’abitudine di fare la coda e di mangiare male.

Ma cosa dire del fatto che Parigi e la Francia si mostrassero altrettanto vulnerabili agli assalti della McmondializzazioneA Parigi ci sono più di 60 McDonald’s. La Francia è il secondo mercato al mondo di McDonald’s dopo gli Stati Uniti! McDonald’s acquista francese in Francia come tedesco in Germania, è un buono sbocco per la produzione locale, e fornisce posti di lavoro a gioventù poco qualificata. Tutto questo val bene qualche obeso in più.

L’Europa e la Francia avevano inventato i loro ristoranti, i loro caffè, i loro bistrot, un modello culturale oggi minacciato dall’esterno e dall’interno. Cosa ci porta il Fast food? Nessun prodotto, nessuna professionalità particolare, ma uno stile di vita, precisamente, ciò che, oltre a qualche vino e qualche ricetta, un certo numero di paesi europei aveva la pretesa di proporre al resto del mondo.

Di converso, di fronte alla carestia e alla malnutrizione, noi vediamo comparire sugli schermi televisivi e sulla stampa la moda della gastronomia. Una gastronomia elaborata che promuove un’alimentazione sana. E raffinata. Un’alimentazione che si trova nei ristoranti di lusso. La sua affermazione dipende da quella che gli etnologi hanno chiamato “rituali d’inversione”. I costumi popolari di ieri divengono le raffinatezze di oggi.

Non è certo perché si può morire di fame nel nostro mondo che bisogna condannare l’umanità a mangiare qualunque cosa (tre milioni di italiani comprano solo cibo in scadenza). Le iniziative locali (penso a Slow Food in Italia) devono essere incoraggiate.

Non bisogna ignorare, da una parte, che la questione dell’alimentazione (della sua produzione, della sua distribuzione e del suo consumo) è al cuore della questione sociale. Le considerazioni tecniche sulla produttività, sui modi di conservazione, di distribuzione, sono importanti ma non porteranno a risultati che il giorno in cui delle soluzioni politiche avranno aperto la porta alla democrazia globale.

Si può fare un parallelo tra l’alimentazione del corpo e l’alimentazione dello spirito. Ciò che si rafforza oggi nel mondo è il divario tra coloro che sono, a un titolo o a un altro, vicini al mondo della conoscenza e della scienza e coloro che ne sono definitivamente esclusi.

La società globale è divisa tra l’oligarchia dei possidentii consumatori e gli esclusi; questa tripartizione si ritrova nel campo della conoscenza e dell’educazione.

Non c’è bisogno di avere statistiche raffinate per stabilire che le differenze di alimentazione sono parallele alle differenze di cultura, d’istruzione, di educazione. Detto altrimenti, l’abuso di zuccheri è un fenomeno di classe, come l’obesità, come la crisi economica o l’analfabetismo.

Se ne deduce che, se campagne pubblicitarie per una corretta e sana alimentazione sono auspicabili, l’obiettivo dell’educazione per tutti, che non si limiti solo ai temi dell’alimentazione, dovrebbe essere la priorità di tutti i governi. Questa è la sfida dell’intero pianeta”.

fonte: http://www.mondoallarovescia.com/mcmondializzazione-disuguaglianze-aumentano-anche-a-tavola/#more-9439

Come le multinazionali ci prendono per i fondelli con il finto naturale – Il marketing alimentare crea continuamente mostri di disinformazione, a cui noi consumatori idioti costantemente abbocchiamo.

 

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Come le multinazionali ci prendono per i fondelli con il finto naturale – Il marketing alimentare crea continuamente mostri di disinformazione, a cui noi consumatori idioti costantemente abbocchiamo.

Anni fa iniziavamo a parlare di stevia e a portare in giro per fiere e manifestazioni l’argomento di unapianta boicottata in Italia dalle lobby degli zuccherifici, mentre nella vicina Svizzera veniva utilizzata come edulcorante che non crea dipendenza, persino nella cura dei pazienti diabetici. Anni d’impegno volontario che in tempi recenti si è convertito nello sblocco di questo boicottaggio e nella dichiarazione dell’UE nel 2011 di non pericolosità della stevia, consumabile quindi liberamente. Una vittoria dei comitati? No, una vittoria delle multinazionali, sono loro che hanno comprato questa svolta, originata dal crescente uso personale della stevia.

Gli uffici sviluppo delle multinazionali dell’alimentare hanno ormai questo punto di osservazione privilegiato che è il web. Non appena qualcosa diventa virale, come nel caso della riscoperta della pasta madre, se ne appropriano per farne una novità per i propri prodotti. Si sa, non si può vendere in eterno lo stesso prodotto con gli stessi ingredienti, bisogna aggiungere una novità che carpisca l’attenzione e stimoli la voglia del cliente di alimenti che fanno bene a basso costo.

Chi parla più di plasmon nei biscotti, che una volta era proposto come indispensabile? L’ingrediente plasmon non era altro che un latte in polvere con formula proprietaria di una multinazionale che oggi si guarderebbe bene dal pubblicizzare come alimento sano. Oggi il latte in polvere si sdogana fino ai sei anni chiamandolo “latte crescita”: è il vecchio pessimo latte in polvere travestito di fattore novità. Il marketing alimentare crea continuamente questi mostri di disinformazione, con l’unico scopo di far comprare un prodotto che altrimenti non verrebbe comprato.

Le multinazionali osservano e seguono. All’interesse degli auto-produttori per la pasta madre, è seguita l’immissione sul mercato di prodotti con pasta madre. Questo lievito, fino a poco prima considerato nocivo, una cloaca di batteri incontrollabili, evitato ovunque dalle scuole di cucina alla ristorazione e ovviamente all’industria alimentare, è diventato improvvisamente una benedizione, sinonimo di genuinità. E quindi cosa succede, hanno sostituito il pessimo lievito chimico con il lievito madre? No, dal punto di vista industriale non sarebbe possibile dati i tempi necessari per la lievitazione e la gestione delle materie. Allora hanno aggiunto ai prodotti da forno un pochino di lievito madre essiccato e stabilizzato – cioè inattivo e privo della maggior parte dei benefici del lievito madre. Ma il consumatore medio, quello che si ritiene informato dalle marchette dei produttori su discutibili riviste di gossip o da altrettanto discutibili programmi tv sulla salute, tende a preferire il nuovo prodotto “con pasta madre”. Perché “pasta madre” fa tanto genuino, salutare.

Perché la gente compra quello che può avere gratis a casa sua, con meno impegno di tempo che le ore dedicate alla spesa al supermercato? Grazie al marketing che fanno queste multinazionali alimentari. Quello che propongono è un cibo migliore di quello naturale. Il concetto è questo: confezionato è migliore che naturale. Più pulito perché impacchettato singolarmente, più sano perché controllato, migliore perché vanta analisi di laboratorio, la perfezione nella standardizzazione.

È questa mentalità che bisogna cambiare per non farsi ingannare: confezionato è pessimo, non è migliore, non è più igienico. Il cibo è già igienico. La buccia della frutta è rivestita da batteri benefici che la preservano a lungo, ne permettono la fermentazione quando necessaria e la rendono più digeribi le. Nei supermercati viene venduta una frutta passata sotto potenti getti di acqua, rivestita con docce di cere lucidanti che ne annullano la carica batterica benefica e la rendono una buccia tossica. Poi per mantenere questa frutta, dobbiamo tenerla in frigoriferi che hanno un costo energetico esagerato.

orniamo alla stevia. Siccome la natura ha già previsto la corretta concentrazione di steviolo per singola foglia, ha previsto la fibra vegetale per renderla più digeribile, allora per vendercela prendono delle aziende che coltivano la stevia con i pesticidi, estraggono lo steviolo, lo uniscono a composti cancerogeni come l’eritritolo, impastano tutto in pastigliette di cellulosa e lo distribuiscono nel formato del dolcificante per signore a dieta. Quando basterebbe vendere le foglie essiccate o polverizzate. 
Ma si vende di più ciò che apparentemente non si può fare in casa, quindi la trasformazione è necessaria.

Da più di un decennio coltivo la mia stevia. È una pianta facilissima da coltivare, a prova di pollice nero, tanto che la devo coltivare in vaso per evitare che mi invada spontaneamente tutto l’orto. Tre vasi a marzo, diventano entro la fine di ottobre il raccolto sufficiente a due persone che la usano continuamente per tè, tisane e saltuariamente per i dolci. Conservo le foglie essiccate, non le polverizzo più, quando ne ho bisogno nella versione più simile allo zucchero ne polverizzo una manciata. Ha un potere dolcificante più che doppio rispetto allo zucchero raffinato bianco. Mi basta metterne due foglie essiccate in una teiera da sei tazze.

 

Quale sarà il prossimo argomento di interesse delle multinazionali dell’alimentare, cosa cercheranno di venderci prossimamente? Senza grandi margini di errore posso anticiparvelo: i fermentati. L’ondata d’interesse arriva dagli USA, in Italia se ne sta parlando nelle aree più radicali dell’autoproduzione da qualche anno, soprattutto riguardo la già citata pasta madre ma anche yogurt, kefyr, kombucha, crauti. Quello che arriverà prossimamente sarà la fermentazione generalizzata, soprattutto su verdure e frutta.

Dopo un centinaio di anni in cui l’Istituto Superiore di Sanità ci terrorizza con i pericoli delle conserve fatte in casa e impone stretti parametri di pastorizzazione all’industria alimentare – con il conseguente drammatico impoverimento degli alimenti conservati – dovrà presto trovare una giustificazione alla volontà delle multinazionali che vorranno immettere sul mercato sottaceti fermentati naturalmente e crauti al naturale, alimento che vi sarà presentato come indispensabile a un sistema immunitario che si voglia mantenere efficiente.

Il che è vero, ma non per i loro.
 Oggi i sottaceti sono banali conserve per il gusto e in genere ignorate dai nutrizionisti perché povere e a volte dannose per la quantità di conservanti e sale. Questo perché ora vengono fatte per bollitura della verdura, immersione in soluzione acida o salamoia e infine pastorizzazione, così da inattivare qualsiasi proliferazione batterica, anche quelle benefiche. Al contrario, i fermentati naturali sviluppano autonomamente la soluzione acetica in cui sono immersi, soluzione che però è instabile, va mantenuta a certe temperature ecc. Questo procedimento genera un alimento di grande beneficio per la salute. Quel che sta succedendo è che i reparti sviluppo delle multinazionali si stanno interessando a questo ritorno dei fermentati naturali. Quel che succederà è prevedibilmente l’immissione sul mercato di qualche imitazione del fermentato naturale, da proporre al consumatore finto-informato.

Riprendiamoci il nostro cibo, ma soprattutto teniamocelo stretto nella sua forma originaria, quella naturale davvero, non perché scritto sulla confezione.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/le-multinazionali-ed-il-finto-naturale/

Autore: 

Giornalista e saggista, esperta in diversi settori delle discipline olistiche, della coltivazione naturale e dell’economia sostenibile. Pioniera della decrescita e dell’autoproduzione in Italia, è conosciuta per il sito erbaviola.com, dove dal 1999 documenta il suo percorso di vita.

Il miracolo Italiano degli Ogm: santificati solo dalla nostra stampa, prodigiosamente diventano “sicuri per la salute umana”…!

 

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Il miracolo Italiano degli Ogm: santificati solo dalla nostra stampa, prodigiosamente diventano “sicuri per la salute umana”…!

 

Il miracolo Ogm santificato solo dalla stampa italiana

Notiziona: «Gli Ogm sono sicuri per la salute umana». A metà febbraio titoIoni e chilate di byte strillavano la notizia: Scientific Report pubblica lo studio italiano – a cura di un gruppo della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (Impact of genetically engineered maize on agronomic, environmental and toxicological traits: a meta-analysis of 21 years of field data di Pellegrino et al., 2018) che scagiona le colture transgeniche.

Abbiamo sentito gli echi dei tappi e il tintinnare dei bicchieri, grandi sospiri di sollievo e minacce di cause allo Stato. Par di vederli i sostenitori di questa tecnologia vetusta dollari negli occhi e sguardo rivolto all’orizzonte, al largo dell’oceano delle monocolture Gm.

Peccato che qualcuno è arrivato (finalmente) a rovinare la festa e a mettere in evidenza i punti di debolezza degli annunci dei media e anche dello studio.

Manca qui lo spazio per elencarli tutti, ma una cosa è certa: quanto analizzato da Pellegrino et al. non avrebbe dovuto far gridare alla stampa italiana (poco risalto alla ricerca è stato dato da quella internazionale) che gli Ogm sono esenti da rischi per la salute umana.

In primo luogo, nonostante l’annuncio che il report analizzasse seimila studi, la realtà è che solo 76 sono stati davvero presi in considerazione, un numero che rende la ricerca molto più debole. Non solo.

Molti di questi studi sono compromessi da conflitto di interesse, perché gli autori lavorano o per un`azienda produttrice di semi Gm o per un laboratorio che collabora con aziende che li commerciano. Addirittura, alcuni dati arrivano da ricerche finanziate direttamente da produttori di semi transgenici. Non proprio indipendenti ecco.

Ci sono dubbi inoltre sui metodi comparativi adottati che non tengono conto delle diverse caratteristiche delle modificazioni indotte.

 

Per di più, lo studio del Sant’Anna non tiene in considerazione le colture Gm resistenti agli erbicidi, nonostante sia stato dimostrato che questo tipo di Ogm resiste accumulando l’erbicida, tanto che il fitofarmaco si trova anche nei tessuti della parte edule. Con i conseguenti problemi per la salute pubblica che non sono ancora stati affrontati.

I punti controversi non finiscono qui, ma per concludere possiamo affermare che la stampa italiana ha perso l’occasione di affrontare il tema con serietà, mentre ci dispiace constatare che gli autori dello studio non si sono preoccupati di correggere i titoli.

Finora, quanto è certo è che gli Ogm non rappresentano la svolta per l’agricoltura mondiale, né per la salvezza del pianeta: è provato che non abbiano risolto il problema della fame, ridotto l’uso di pesticidi né arricchito i contadini, mentre impoveriscono suolo e biodiversità, alimentando un sistema alimentare ingordo e che poco si preoccupa degli ecosistemi.

E come non ci stanchiamo di ripetere, la questione Ogm è una questione politica, di democrazia, che chiama In causa la sovranità alimentare nel senso più ampio: la libertà di scegliere ciò che coltiviamo.

 

Michela Marchi

m.marchi@slowfood.it

da Il Manifesto del 19 aprile 2018

tratto da: http://www.slowfood.it/il-miracolo-ogm-santificato-solo-dalla-stampa-italiana/

In California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno” – Ricordiamo che l’Europa ha stabilito che invece noi possiamo pure crepare, almeno per i prossimi 5 anni!

 

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In California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno” – Ricordiamo che l’Europa ha stabilito che invece noi possiamo pure crepare, almeno per i prossimi 5 anni!

 

Da Il Salvagente:

California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno”

Nello stato della California il glifosato sarà etichettato come un prodotto “noto allo Stato per causare il cancro“. Un tribunale d’appello della California ha confermato la scelta dello Stato e del Centro per la sicurezza alimentare (Cfs)ad inserire il pesticida tra quelle comprese nell’elenco di sostanze chimiche pensate per causare cancro o difetti di nascita come prevede la Proposition 65, la legge sulla sicurezza delle acque potabili e tossiche del 1986. La vicenda legale tra lo Stato della California e Monsanto va avanti dal 2017, da quando, cioè, la multinazionale si è schierata contro la decisione della California’s Office of Environmental Health Hazard Assessment di elencare il glifosato, l’ingrediente attivo nell’erbicida di Monsanto, Roundup, tra le sostanze della Proposition 65 che richiede la notifica e l’etichettatura di tutte le sostanze chimiche note per provocare cancro, difetti alla nascita o altri danni riproduttivi e vieta il loro scarico nelle acque potabili dello stato.

“Questa è una grande vittoria per tutti i californiani – e un’enorme perdita per Monsanto – poiché sostiene il nostro diritto di proteggere noi stessi e il nostro ambiente da esposizione non necessaria e indesiderata alla sostanza chimica pericolosa, il glifosato”, ha dichiarato Adam Keats, avvocato senior della Cfs.

Ricordiamo a tutti  che  solo pochi mesi fa L’Unione Europea ha rinnovato l’aurorizzazione al Glifosato per altri 5 anni!

Da Focus:

L’Unione Europea rinnova l’uso del glifosato per altri 5 anni

Gli stati dell’UE hanno votato: l’autorizzazione per il potente erbicida verrà estesa. Rimane aperto il dibattito sui rischi per la salute.

L’Unione Europea ha rinnovato per altri 5 anni l’autorizzazione all’utilizzo del glifosato, uno dei più potenti e diffusi diserbanti del mondo. Lo ha deciso il Comitato d’appello dell’Unione Europea, dopo diversi rinvii.

Italia e Francia si sono dette contrarie, ma Germania e altri Stati hanno fatto pendere l’ago della bilancia a favore del glifosato, sostanza i cui effetti sull’uomo sono molto dibattuti: mentre l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) la reputa “non carcerogena“, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’ha classificata come “probabilmente cancerogena per gli esseri umani”.

 

Leggi anche:

Incredibile, ma vero: Glifosato, gli studi dell’Efsa hanno nascosto le prove di cancerogenicità…!

L’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha dichiarato che il GLIFOSATO non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche. Inoltre fa dimagrire, aiuta la diuresi e fa nascere figli biondi e con gli occhi azzurri …ma vaffanculo, va!!

Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

Multinazionali e speculatori: chi governa davvero la nostra alimentazione!

 

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Multinazionali e speculatori: chi governa davvero la nostra alimentazione!

Alima ha appena dieci anni, sognava di diventare insegnante ma ora non va più nemmeno a scuola. La mattina si sveglia e percorre alcuni chilometri a piedi per raggiungere la piantagione di cacao. Passa tutta la giornata di fronte a grandi sacchi che deve riempire chicco dopo chicco e poi trascinare fino al magazzino. In mezzo alle piantagioni per 10 o 12 ore al giorno, respirando i residui nocivi degli antiparassitari chimici, trasportando sacchi che pesano quasi quanto lei.

Ma la storia di Alima non ha nulla di speciale, se non fosse che l’Unicef l’ha fatta conoscere al mondo rendendola protagonista di una campagna di denuncia contro il lavoro minorile. Nel suo paese, la Costa D’Avorio, ci sono 200mila altri bambini che vivono nelle stesse condizioni, forse di più. Alcuni di loro hanno appena cinque anni, molti sono nati lontano, in altri paesi poveri come Guinea, Sierra Leone, Mali o Burkina Faso. Le loro famiglie, rese disperate dalla povertà, li hanno affidati a uomini che promettevano di portarli verso una vita migliore oltre confine, ma poi li hanno venduti come schiavi ai latifondisti.

Alima e gli altri sono fantasmi della globalizzazione. Sono gli ultimi anelli di una catena di produzione che grazie al loro sfruttamento garantisce prodotti a basso prezzo a una piccola parte privilegiata del mondo.

Dai latifondisti il cacao viene venduto alle multinazionali dei prodotti a base di cioccolata. In cinque si spartiscono i tre quarti del mercato mondiale: Mars, Mondelez, Nestlé, Hershey’s e Ferrero. In seguito ad una campagna di denuncia internazionale alcune di queste corporation nel 2001 firmarono il protocollo internazionale Harkin-Engel, nel quale si impegnavano a contrastare il lavoro minorile e la schiavitù nelle piantagioni.

Da allora nulla è cambiato, se non una cosa. Le multinazionali non acquistano più il loro cacao direttamente dalle piantagioni, ma da un manipolo di grossisti che fungono da intermediari. Il prodotto gli costa un po’ di più ma questo passaggio permette loro di dichiararsi estranei a ciò che avviene sui campi, riversando la responsabilità sui grossisti locali. In questo modo la Nestlé si è difesa con successo da una denuncia dell’International Labor Rights Fund per sfruttamento del lavoro minorile. Del prezzo al quale paghiamo una barretta di cioccolato al supermercato meno del 7% viene destinato alle miserrime paghe dei lavoratori: tutto il resto se ne va in spese di trasporto e soprattutto in margini di guadagno per la multinazionale che confeziona il prodotto e per il distributore che lo vende al consumatore finale. Una filiera ingiusta che non riguarda solo il cacao, ma praticamente ogni prodotto della terra che dai paesi poveri viene esportato nei paesi industrializzati: banane, caffè, olio di palma, zucchero e molto altro. Un mercato che è ormai nelle mani di un oligopolio ristrettissimo di industrie che si spartiscono tutte le fette della torta.

Non sono mai stati così pochi i padroni del cibo. Il potere di decidere cosa e come finisce sulle nostre tavole si è concentrato nelle mani di un pugno di multinazionali che controllano la filiera alimentare mondiale, dalle sementi ai pesticidi, dalla trasformazione industriale alla distribuzionecommerciale. Il miliardo e mezzo di produttori agricoli mondiali sono stretti in una tenaglia da pochi grandi gruppi che dettano le regole di mercato. La perdita di potere contrattuale si traduce in difficoltà economiche e occupazionali per gli agricoltori a livello globale, ma l’elevata concentrazione mette a rischio anche la libertà di scelta dei consumatori e gli standard di qualità e sicurezza alimentare, oltre che la stessa sovranità alimentare dei vari Paesi. Non a caso la Fao ha lanciato l’allarme per la crescente uniformità delle colture mondiali che ha portato nell’ultimo secolo ad una perdita del 75 per cento della biodiversità vegetale e ha stimato il rischio dal qui al 2050 della perdita di un terzo delle specie oggi rimaste.

La filiera dei prodotti agricoli, dall’origine allo scaffale, può essere suddivisa in cinque fasi. Alla base della produzione troviamo le aziende che producono semi e quelle che producono pesticidi, due settori che – come vedremo – sono talmente intrecciati da risultare quasi indistinguibili. Il secondo anello è quello della coltivazione, tolti i piccoli produttori che coltivano per la propria famiglia o il mercato locale, nel mondo rimangono pochi milioni di imprese agricole che, pur essendo di grandi e a volte enormi dimensioni, sono in una posizione di forte dipendenza, sia nei confronti dei prezzi imposti dai produttori di semi e pesticidi, sia da quelli – sempre più bassi – ai quali il terzo anello, rappresentato dai grossisti, pretende di acquistare la materia prima. I grossisti infatti sono così pochi e così grandi da fungere spesso da acquirenti esclusivi nella loro zona di interesse, una posizione che gli permette di imporre alle aziende agricole cosa produrre e a quanto venderlo. Il prodotto arriva poi alle multinazionali dell’industria alimentare, che lavorano il prodotto finale e lo rivendono all’ultimo anello della filiera, quello dei supermercati, anch’essi racchiusi in pochi gruppi sempre più grandi, in grado di schiacciare ogni concorrenza.

 

Il mercato mondiale delle sementi vale 40 miliardi di dollari l’anno. Una cifra enorme, controllata al 60% da sole 5 aziende multinazionali: le americane Monsanto (26%), Du Pont (18,2%) e Dow (3,1%), la svizzera Syngenta (9,2%) e la tedesca Bayer (3,3%). Praticamente analogo il valore del mercato dei pesticidi, che si è attestato nel 2015 a 41 miliardi di dollari, ed è allo stesso modo controllato per il 64 % da cinque corporation.

Ma le analogie non finiscono qui, infatti le multinazionali che gestiscono questo mercato sono esattamente le stesse che producono i semi, cambiano solo le rispettive quote di mercato, con Syngenta (23,1%) davanti a Bayer (17,1%), Dow (9,6%), Monsanto (7,4%) e Du Pont (6,6%). Eppure ad una prima analisi le produzioni di semi e pesticidi chimici non sembrerebbero settori così correlati, visto che richiedono strumentazioni e conoscenze scientifiche profondamente diverse. A cosa è dovuta quindi questa “coincidenza”? In realtà la distinzione regge nell’agricoltura tradizionale, ma se si utilizzano semi geneticamente modificati le cose cambiano. I semi OGM possiedono un patrimonio genetico alterato in laboratorio allo scopo di ottenere caratteristiche non presenti in natura e necessitano di prodotti standard per essere fertilizzati e protetti dai parassiti.

Ad esempio i semi geneticamente modificati di soia prodotti dalla Monsanto massimizzano la propria resa solo se trattati con l’erbicida Roundup, prodotto dalla stessa azienda americana. Questo consente alle multinazionali di imporre ai coltivatori un pacchetto completo che ne raddoppia i guadagni. Il mercato dei semi OGM rappresenta ormai oltre 1/3 del totale, attestandosi a 15 miliardi di dollari.

Nel mondo un ettaro su otto è coltivato tramite semi geneticamente modificati, con punte impressionanti in Argentina (dove l’80% delle terre agricole sono oggi occupate da coltivazioni OGM), Brasile (71% del totale) e Usa (42% del totale). Passando alle colture, quelle maggiormente coltivate a partire da semi OGM sono la soia (il 74% del totale è geneticamente modificato), il cotone (70%), il mais (32%) e la colza (24%). Oltre la retorica della massimizzazione della resa dei terreni per far fronte alla crescente necessità di cibo nel mondo, l’introduzione delle colture geneticamente modificate per le multinazionali ha rappresentato innanzitutto una cosa: la possibilità di moltiplicare i profitti attraverso la vendita garantita dei pesticidi correlati al seme.

E come sempre accade i profitti di queste multinazionali comportano peggioramenti nelle condizioni di vita delle popolazioni e rischi per la salute e l’ambiente. Venti organizzazioni internazionali hanno presentato un rapporto intitolato “L’imperatore OGM è nudo”, nel quale si dimostra come queste colture necessitino ogni anno di maggiori quantità di pesticidi, vista la naturale caratteristica degli insetti “infestanti” ad evolversi rapidamente aumentando la resistenza alle sostanze chimiche irrorate. Un adattamento ovvio (lo stesso avviene ad esempio nei batteri che si evolvono in nuove varietà resistenti agli antibiotici), evidentemente preso in considerazione e quindi desiderato dalle stesse aziende produttrici, che comporta livelli di inquinamento chimicospaventoso nei campi, e quindi nei cibi che arrivano sulle nostre tavole, oltre a spese sempre maggiori per gli agricoltori che ne coltivano le varietà. Talvolta con conseguenze drammatiche come dimostra il caso dell’India, dove negli ultimi anni si sono registrate numerose proteste – e purtroppo anche diversi casi di suicidi – da parte dei coltivatori di cotone economicamente strozzati dai costi per i prodotti Monsanto.

La logica che regola gli altri anelli della filiera del cibo segue le stesse dinamiche, in un gioco sempre uguale all’interno del quale cambiano solo, e neanche sempre, i nomi dei protagonisti. Un ristretto oligopolio di multinazionali, che ogni anno continuano ad allargarsi con nuove acquisizioni, domina i mercati dei prodotti trasformati. Cinque grandi torrefattori, guidati dalla Nestlé, si spartiscono la metà del mercato del caffè. Lo stesso avviene ad esempio nel mercato delle banane (con Chiquita e Del Monte a recitare la parte del leone) e anche nel mercato forse più assurdo di tutti, quello dell’acqua in bottiglia, con sette aziende che si accaparrano i due terzi del mercato, guidate dall’onnipresente Nestlé, dalla Danone e dalla Coca-Cola. Le multinazionali che abbiamo elencato dominano soprattutto i terreni e i mercati delle Americhe e dell’Asia, ma anche in Europa le dinamiche sono essenzialmente le stesse. Ovunque i terreni coltivabili stanno tornando a concentrarsi nelle mani di pochi latifondisti.

In Italia il 3% dei proprietari dispone del 50% dei terreni destinati all’agricoltura. Sono gli stessi terreni sui quali troviamo i moderni schiavi migranti chinati mentre, per tre o quattro euro all’ora, raccolgono i pomodori che domani andremo a comprare nei supermercati.

Sul cibo non ci guadagna solo chi è protagonista della filiera produttiva. Pochi decenni di globalizzazione liberista sono stati sufficienti per trasformare i principali frutti della terra in entità immateriali che si possono scambiare in astratto, come fossero azioni di borsa o bitcoin. Sul cibo oggi si possono guadagnare montagne di soldi anche tramite le speculazioni, ovvero scommettendo sulle variazioni dei prezzi. I fondi di investimento acquistano e rivendono tonnellate di grano, riso, orzo, caffè, mais o cacao solo per guadagnare sulle fluttuazioni del loro valore. Una dinamica che talvolta provoca vere e proprie bolle speculative capaci di incidere sulle condizioni di vita di milioni di persone. Nel 2008 le speculazioni sul mercato dei cereali provocarono un aumento repentino dei prezzi del pane che in molti paesi poveri fece aumentare sensibilmente il numero degli affamati. Per farsi un’idea della grandezza raggiunta dal fenomeno può bastare sapere che lo scorso anno il valore dei contratti di caffè stipulati a scopo speculativo (cioè senza scambio reale di materia prima) è stato di 784 miliardi di dollari, ben 34 volte superiore agli scambi reali a scopo commerciale, che si sono attestati a 28 miliardi.

Da qualunque angolatura si voglia osservare il mercato alimentare, è evidente che ci troviamo di fronte ad un gioco sfuggito completamente di mano.

Chi governa il mercato è perfettamente consapevole che i cittadini non sono disposti a vedere il cibo come una semplice merce perché sono consapevoli che l’alimentazione è strettamente connessa alla salute e al benessere. Per questo le multinazionali riversano enormi somme nelle pubblicità. Servono a farci credere che al supermercato troveremo prodotti sani e genuini, come se fossero prodotti da noi stessi. In una narrazione falsa eppure potentissima ci mostrano l’allegra vita dei contadini intenti a mietere il grano, mentre la famiglia felice che vive nel mulino di campagna prepara ottimi biscotti e la mucca Lola custodisce il latte per la nostra tavola. Niente di più lontano dalla realtà. Il cibo naturale non viene prodotto da nessuno di questi marchi e difficilmente si trova nei supermercati delle grandi catene della distribuzione.

Autore: 

Giornalista professionista, vive a Bologna dove lavora insieme al gruppo media indipendente SMK Videofactory. Ha scritto e realizzato video-inchieste per Il Corriere della Sera, La Repubblica, Altreconomia ed altri. Come documentarista ha realizzato le inchieste “Kosovo vs Kosovo” e “Quale Petrolio?”. E’ caporedattore web di Dolce Vita Magazine.

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/multinazionali-e-speculatori-chi-governa-davvero-la-nostra-alimentazione/

Le 8 fake news su cibo e salute smascherate dall’Istituto Superiore della Sanità

 

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Le 8 fake news su cibo e salute smascherate dall’Istituto Superiore della Sanità

 

C’è sempre più attenzione nei confronti dell’alimentazione in relazione alla nostra salute ma non sempre le notizie che circolano dentro e fuori la rete sono corrette. Per fare chiarezza l’Istituto Superiore della Sanità ha deciso di dedicare una sezione del suo nuovo sito alle fake news di cui una sezione è dedicata proprio al cibo.

Il portale è ISSalute.it, nato con l’obiettivo di fornire ai cittadini una serie di informazioni e consigli a 360° sui temi della salute e del benessere. E’ stato pensato in modo tale che tutte le persone possano accedere alle notizie corrette, scritte in modo semplice e facilmente comprensibili. All’interno non può mancare ovviamente uno spazio dedicato all’alimentazione e ai “falsi miti e bufale” che circolano, soprattutto in rete.

Di cosa si tratta nello specifico? Di una serie di mini articoli che riportano appunto dei luoghi comuni falsi (o non del tutto corretti) che vengono confutati grazie anche ad un bibliografia e ad altri link di riferimento da utilizzare per avere le giuste informazioni in merito a quell’argomento.

1. La pasta fa sempre ingrassare, l’ananas invece fa dimagrire

Non esistono invece alimenti che sono di per sé giusti o sbagliati e che fanno sicuramente (o magicamente) dimagrire se non inseriti nell’ambito di una dieta sana e varia. Non vanno poi assolutamente demonizzati i carboidrati utilissimi al nostro metabolismo energetico.

Leggi: Ananas: proprietà, valori nutrizionali e calorie

2. Pesce e mercurio: non è vero che tutto il pesce è ricco di mercurio

I pesci di grossa taglia, come pesce spada e tonno, sono più facilmente contaminati da questo metallo pesante rispetto ai pesci piccoli. Le prime tipologie dovrebbero essere consumate molto limitatamente o evitate del tutto da bambini, donne in gravidanza o allattamento.

Leggi: Mercurio nel pesce: i consigli per ridurre i rischi

3. Lo zucchero di canna è migliore rispetto allo zucchero bianco

Questo è falso in quanto si tratta sempre dello stesso prodotto di base, il saccarosio, lavorato diversamente. Tra l’altro quello comunemente presente, ad esempio nei bar, non è neppure integrale. Questo, grazie alla presenza di melassa, garantirebbe alcuni nutrienti in più anche se comunque in dosi bassissime dato l’utilizzo che si fa dello zucchero.

Leggi: Zucchero di canna: fa male come il bianco? Proprietà e quale scegliere

4. Mangiare cibi senza glutine è più salutare

Al contrario in assenza di patologie come la celiachia che giustifichino l’esclusione di questa proteina dalla dieta, è consigliabile consumare cibi tradizionali e non “gluten free” per non privarsi di alcuni nutrienti. Tra l’altro i prodotti senza glutine in commercio sono più calorici e ricchi di grassi. Una ricerca di cui vi abbiamo parlato recentemente è arrivata esattamente alla stessa conclusione.

Leggi: Cosa accade al corpo eliminando il glutine senza essere celiaci

5. Obesità infantile? Inutile preoccuparsi, passa con lo sviluppo

Questo è ovviamente falso, essere obesi da piccoli aumenta di molto il rischio di soffrire dello stesso problema da adulti. I bambini dovrebbero essere educati fin da subito ad una sana alimentazione, a non saltare i pasti e a non essere sedentari.

Leggi: Obesita’ infantile: nel 2030 sara’ una vera epidemia. Ecco cosa fare

6. Barrette energetiche, prodotti solubili ed integratori alimentari possono sostituire un pasto

E’ sempre consigliato seguire una dieta sana e bilanciata anche per favorire il dimagrimento. Difficilmente i prodotti sostitutivi, anche se ci provano, hanno la completezza di nutrienti di un pasto equilibrato e sano.

Leggi: Saltare i pasti fa ingrassare: ecco perché

7. Il colesterolo alto dipende dai geni e non dall’alimentazione

Al contrario mantenere una dieta sana, tenere sotto controllo il peso, fare attività fisica e non fumare sono ottime strategie per prevenire i disturbi cardiovascolari sia nelle persone geneticamente predisposte che in tutte le altre.

Leggi: Colesterolo: 20 mosse per tenerlo giù (VIDEO)

8. Hai bisogno di ferro? Mangia tanti spinaci!

Questo è un argomento un po’ controverso. La posizione ufficiale dell’ISS rimane comunque quella che gli spinaci non sono una buona fonte di ferro per l’organismo cosi come gli altri alimenti vegetali. Si tratterebbe infatti di un tipo di ferro che, trovandosi insieme ad altre sostanze che ne inibiscono l’assorbimento ed essendo non-eme, non sarebbe particolarmente biodisponibile per il nostro organismo.  Queste sostanze, però, come sottolineano gli esperti dell’ISS, possono essere inattivate con la cottura e l’assorbimento del ferro può essere incentivato utilizzando del limone o altri alimenti in cui è presente vitamina C.

 

tratto da: https://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/27110-fake-news-alimentari

Ma quanto alluminio ci mangiamo?

 

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Ma quanto alluminio ci mangiamo?

 

L’Associazione Culturale Pediatri ha analizzato l’esposizione media all’alluminio della popolazione attraverso l’utilizzo dei contenitori per alimenti. E il risultato è tutt’altro che rassicurante.

 

 

«L’alluminio è il terzo elemento più rappresentato nella crosta terrestre, con una percentuale pari al 7.5%, dopo l’ossigeno ed il silicio – scrive l’Associazione Culturale Pediatri (ACP) sulla propria rivista, Quaderni ACP – A differenza di altri metalli come il ferro ed il magnesio, non ha alcuna funzione nel metabolismo dell’uomo e degli altri animali, all’interno dei quali normalmente non è rappresentato nemmeno in tracce. La presenza di questo minerale all’interno dell’organismo umano è quindi secondaria ad una contaminazione non necessaria, prevalentemente per via alimentare. L’assorbimento per via transcutanea, secondario all’utilizzo di deodoranti contenenti questo minerale, è una seconda e meno importante via di contaminazione. La maggior parte dell’alluminio ingerito non viene assorbito e viene eliminato con le feci (95%). Per quanto riguarda la frazione assorbita, l’escrezione avviene essenzialmente tramite il rene; il bioaccumulo, e quindi la tossicità dell’alluminio possono essere quindi nettamente maggiori nei soggetti con funzionalità renale immatura o diminuita (bambini piccoli, anziani, nefropatici) [1]».

«L’alluminio è uno dei metalli con riconosciuta potenziale pericolosità per la nostra salute, interferisce con diversi processi biologici (stress ossidativo cellulare, metabolismo del calcio, etc.), pertanto può indurre e etti tossici in diversi organi e sistemi: il tessuto nervoso, il sistema emopoietico e l’osso sono i bersagli più vulnerabili [2-3]. Diversi studi in passato suggerivano che l’alluminio, per la sua neurotossicità, potesse contribuire all’insorgenza della malattia di Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative. Le più recenti pubblicazioni non hanno prodotto dati a sostegno del diretto coinvolgimento dell’alluminio nella genesi dell’Alzheimer. Per contro l’alluminio può aumentare la morte neuronale e lo stress ossidativo a livello cerebrale; per cui non va escluso un ruolo nell’aggravare o accelerare i sintomi e l’insorgenza di patologie neurodegenerative umane [4]. Per tale motivo sono stati fissati dall’Agenzia Europea per la sicurezza alimentare dei limiti di cautela, corrispondenti ad una dose settimanale tollerabile (tolerable weekly intake, TWI) pari a 1mg/ kg di peso corporeo /settimana, corrispondente a 70mg di allumino/settimana per un adulto di 70kg e a 15mg per un bambino di 15 chili di peso [5]».

«L’alluminio è un minerale frequentemente utilizzato dall’industria, grazie alla sua morbidezza, elasticità e resistenza all’ossidazione, per la produzione di numerosissimi prodotti, da solo o sotto forma di leghe – prosegue ACP – Tra questi ricordiamo i contenitori che vengono a contatto con bevande e cibi dai quali potenzialmente questa sostanza può migrare negli alimenti (pentole, lattine, ecc.). I composti di alluminio sono usati anche come additivi per il cibo. Si tratta degli additivi alimentari de niti con i codici da E520 a E523 (solfato di alluminio, di alluminio e sodio, di alluminio e potassio, di alluminio e ammonio) e possono essere utilizzati per promuovere la precipitazione delle proteine o rafforzare la struttura dei vegetali durante la lavorazione in diversi alimenti come per esempio l’albume d’uovo in polvere, la birra, frutta e verdura candite e cristallizzate. Inoltre, l’alluminio si trova naturalmente anche nell’acqua potabile e negli alimenti (Tabella 1)».

«Possiamo pertanto dividere l’esposizione umana a questo minerale in due categorie: da alluminio intrinsecamente contenuto negli alimenti e da alluminio non alimentare, da additivi oppure da migrazione da materiali a contatto con il cibo» prosegue ACP

Esposizione ad alluminio per via alimentare

Contenuto intrinseco degli alimenti

L’esposizione all’alluminio intrinsecamente contenuto negli alimenti riflette il contenuto del suolo e dell’acqua di irrigazione delle piante, ed il contenuto degli alimenti utilizzati per gli animali. Tra le piante con maggior capacità di concentrazione di questo minerale ricordiamo il the, le verdure a foglia verde e le spezie, in cui la concentrazione può essere superiore a 10 mg /kg, mentre nei prodotti di origine animale la concentrazione abitualmente varia tra 5 e 10 mg/kg (Tabella 1).

Additivi alimentari contenenti alluminio

Gli additivi alimentari contenenti alluminio possono avere una influenza significativa sulla concentrazione totale di alluminio nei prodotti alimentari. Vari composti di alluminio sono approvati come additivi nell’Unione Europea, e possono essere utilizzati come coloranti, rassodanti, agenti di rivestimento e altri. La concentrazione massima in cui questi additivi possono essere utilizzati nei cibi è normata da un regolamento della Commissione Europea, da alcuni ritenuto eccessivamente permissivo [6].

Migrazione di alluminio da materiali a contatto con i cibi

L’alluminio o le sue leghe sono comunemente contenuti in numerosi manufatti che vengono a contatto con i cibi e possono rappresentare una componente importante dell’introduzione di questo minerale nell’organismo umano. Un elenco non esaustivo di questi è rappresentato in Tabella 2.

«La quantità massima di alluminio che può migrare da qualsiasi materiale utilizzato a contatto con i cibi (Specific Release Limit, SRL) è stata regolamentata per legge nel 2013, ed è pari a 5 mg per kilogrammo o litro di prodotto alimentare, e tutti i programmi di monitoraggio messi in atto per controllare il rispetto di questa norma non hanno dimostrato degli sforamenti nella quantità di alluminio trasferita nei cibi. Tuttavia, soprattutto in particolari condizioni di utilizzo, per particolari tipi di alimenti e per l’età infantile questo limite forse non è su cientemente sicuro, e l’alluminio che migra da questi prodotti nei cibi e nelle bevande potrebbe determinare dei livelli di assunzione superiori alle dosi raccomandate, e quindi rischiosi per la salute. Uno studio condotto recentemente in Germania (la cui scheda analitica a cui rimandiamo è contenuta in questo numero) ha determinato con delle analisi di laboratorio il quantitativo di alluminio rilasciato da contenitori e stoviglie, usati per la preparazione e la conservazione di cibi e bevande [7-8-9]. Sono state effettuate delle analisi su 297 tipi di cibi o bevande, e le conclusioni a cui sono giunti gli autori sono che solo in situazioni particolari, e soprattutto per cibi acidi o salati, la cottura prolungata a contatto con alcuni manufatti di alluminio potrebbe portare all’assunzione da parte dei bambini di quantità di alluminio superiori alla dose settimanale tollerabile. Nelle situazioni abitualmente riscontrabili nella vita comune è invece molto di cile che la quantità di alluminio assunta da un bambino con la dieta superi questo livello. Ciò non toglie tuttavia che i genitori siano consapevoli dei materiali utilizzati per conservare o cuocere gli alimenti. La consuetudine di utilizzare contenitori e fogli di alluminio per la conservazione e cottura dei cibi andrebbe limitata ai cibi non acidi o salati. Anche per tale motivo va inoltre scoraggiato l’utilizzo di bevande acide in lattina (the, coca cola ed altre bevande gassate, succhi di frutta). A parte questi particolari cibi, ribadiamo che i contenitori in alluminio rappresentano un sistema di conservazione degli alimenti più sicuro per la salute rispetto a quelli plastici, che non dovrebbero essere utilizzati per il documentato passaggio nel cibo di sostanze note come interferenti endocrini [10]».

1. Fanni D, Ambu R, Gerosa C, et al. Aluminum exposure and toxicity in neonates: a practical guide to halt aluminum overload in the prenatal and perinatal periods. World J Pediatr. 2014;10(2):101-7
2. Kumar V, Gill KD. Aluminium neurotoxicity: neurobehavioural and oxidative aspects. Arch Toxicol 2009;83(11):965–978

3. Chappard D, Bizot P, Mabilleau G, et al. Aluminum and bone: Review of new clinical circumstances associated with Al(3+) deposition in the calci ed matrix of bone. Morphologie. 2016;100(329):95-105
4. Maya S, Prakash T, Madhu KD, et al. Multifaceted e ects of alumi- nium in neurodegenerative diseases: A review. Biomed Pharmacother. 2016;83:746-754

5. European Food Safety Authority Safety of aluminium from dietary intake. Scienti c Opinion of the Panel on Food Additives, Flavourings, Processing Aids and Food Contact Materials. EFSA J. 2008; 754:1–4
6. Regulation (EC) No. 1333/2008 of the European Parliament and of the Council on food additives

7. Stahl T, Falk S, Rohrbeck A, et al. Migration of aluminum from food contact materials to food-a health risk for consumers? Part I of III: exposure to aluminum, release of aluminum, tolerable weekly intake (TWI), toxicological e ects of aluminum, study design, and methods. Environ Sci Eur 2017; 29: 19

8. Stahl T, Falk S, Rohrbeck A, et al. Migration of aluminum from food contact materials to food-a health risk for consumers? Part II of III: mi- gration of aluminum from drinking bottles and moka pots made of alu- minum to beverages Environ Sci Eur 2017; 29:18

9. Stahl T, Falk S, Rohrbeck A, et al. Migration of aluminum from food contact materials to food-a health risk for consumers? Part III of III: migration of aluminum to food from camping dishes and utensils made of aluminium Environ Sci Eur 2017; 29:17

10. To ol G. I prodotti plastici che vengono a contatto con i cibi possono essere pericolosi?. Quaderni ACP. 2012;19.4: 177

 

 

tratto da: http://www.ilcambiamento.it/articoli/ma-quanto-alluminio-ci-mangiamo

La pasta non fa ingrassare, anzi. Un nuovo studio lo conferma

 

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La pasta non fa ingrassare, anzi. Un nuovo studio lo conferma

Non è vero che la pasta fa ingrassare. Lo dice un nuovo studio condotto dai ricercatori del St. Michael’s Hospital, in Canada.

Molto spesso accusata di allargare il girovita e di causare l’obesità, la pasta in realtà non merita questo trattamento.

Secondo gli scienziati canadesi, a differenza della maggior parte dei carboidrati “raffinati”, che vengono rapidamente assorbiti nel flusso sanguigno, la pasta ha un basso indice glicemico. Ciò significa che provoca minori aumenti dei livelli di zucchero nel sangue rispetto a quelli causati dal consumo di cibi con un alto indice glicemico.

I ricercatori del St. Michael’s Hospital hanno condotto una revisione sistematica e una meta-analisi su tutte le prove disponibili da studi randomizzati controllati. Hanno identificato 30 studi di controllo che hanno coinvolto quasi 2.500 persone. Queste ultime hanno mangiato pasta invece di altri carboidrati come parte di una dieta sana a basso indice glicemico. I loro risultati sono stati pubblicati sulla rivista BMJ Open.

Lo studio ha rilevato che la pasta non ha contribuito all’aumento di peso o all’aumento del grasso corporeo”, ha detto l’autore principale, il dott. John Sievenpiper, scienziato del Centro di nutrizione dell’ospedale. “In realtà l’analisi mostrava effettivamente una piccola perdita di peso. Quindi, contrariamente alle preoccupazioni, forse la pasta può essere parte di una dieta sana a basso indice glicemico”.

Le persone coinvolte nelle sperimentazioni cliniche hanno mangiato in media 3,3 porzioni di pasta alla settimana invece di altri carboidrati. Una porzione equivale a circa mezzo bicchiere di pasta cotta. Hanno perso circa mezzo chilo con un follow-up di 12 settimane.

Secondo i ricercatori, questi risultati sono generalizzabili alla pasta consumata insieme ad altri alimenti a basso indice glicemico.

“Dopo aver valutato le prove, ora possiamo dire con una certa sicurezza che la pasta non ha un effetto negativo sul peso corporeo quando viene consumata come parte di un regime alimentare sano”, prosegue il dottor Sievenpiper.

Non si tratta del primo studio di questo tipo. Un’altra ricerca condotta dal Dipartimento di Epidemiologia dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli in Molise ha svelato che un consumo più o meno regolare e più o meno moderato di pasta sul giro vita non è affatto dannoso per la linea. Basta non esagerare consumandone una quantità equivalente al 10% delle calorie giornaliere, in media circa 50 grammi al giorno.

La regola d’oro è sempre la stessa: la moderazione.

 

tratto da: https://www.greenme.it/dieta/27187-pasta-ingrassare-dieta