In California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno” – Ricordiamo che l’Europa ha stabilito che invece noi possiamo pure crepare, almeno per i prossimi 5 anni!

 

glifosato

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

In California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno” – Ricordiamo che l’Europa ha stabilito che invece noi possiamo pure crepare, almeno per i prossimi 5 anni!

 

Da Il Salvagente:

California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno”

Nello stato della California il glifosato sarà etichettato come un prodotto “noto allo Stato per causare il cancro“. Un tribunale d’appello della California ha confermato la scelta dello Stato e del Centro per la sicurezza alimentare (Cfs)ad inserire il pesticida tra quelle comprese nell’elenco di sostanze chimiche pensate per causare cancro o difetti di nascita come prevede la Proposition 65, la legge sulla sicurezza delle acque potabili e tossiche del 1986. La vicenda legale tra lo Stato della California e Monsanto va avanti dal 2017, da quando, cioè, la multinazionale si è schierata contro la decisione della California’s Office of Environmental Health Hazard Assessment di elencare il glifosato, l’ingrediente attivo nell’erbicida di Monsanto, Roundup, tra le sostanze della Proposition 65 che richiede la notifica e l’etichettatura di tutte le sostanze chimiche note per provocare cancro, difetti alla nascita o altri danni riproduttivi e vieta il loro scarico nelle acque potabili dello stato.

“Questa è una grande vittoria per tutti i californiani – e un’enorme perdita per Monsanto – poiché sostiene il nostro diritto di proteggere noi stessi e il nostro ambiente da esposizione non necessaria e indesiderata alla sostanza chimica pericolosa, il glifosato”, ha dichiarato Adam Keats, avvocato senior della Cfs.

Ricordiamo a tutti  che  solo pochi mesi fa L’Unione Europea ha rinnovato l’aurorizzazione al Glifosato per altri 5 anni!

Da Focus:

L’Unione Europea rinnova l’uso del glifosato per altri 5 anni

Gli stati dell’UE hanno votato: l’autorizzazione per il potente erbicida verrà estesa. Rimane aperto il dibattito sui rischi per la salute.

L’Unione Europea ha rinnovato per altri 5 anni l’autorizzazione all’utilizzo del glifosato, uno dei più potenti e diffusi diserbanti del mondo. Lo ha deciso il Comitato d’appello dell’Unione Europea, dopo diversi rinvii.

Italia e Francia si sono dette contrarie, ma Germania e altri Stati hanno fatto pendere l’ago della bilancia a favore del glifosato, sostanza i cui effetti sull’uomo sono molto dibattuti: mentre l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) la reputa “non carcerogena“, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’ha classificata come “probabilmente cancerogena per gli esseri umani”.

 

Leggi anche:

Incredibile, ma vero: Glifosato, gli studi dell’Efsa hanno nascosto le prove di cancerogenicità…!

L’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha dichiarato che il GLIFOSATO non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche. Inoltre fa dimagrire, aiuta la diuresi e fa nascere figli biondi e con gli occhi azzurri …ma vaffanculo, va!!

Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

Il grano canadese che arriva in Europa? Nient’altro che un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole!

 

grano

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Il grano canadese che arriva in Europa? Nient’altro che un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole!

Lo racconta il noto micologo pugliese, Andrea Di Benedetto, che, da anni, si occupa dei problemi del grano duro e di micotossine. Questo ‘regalo’ lo dobbiamo all’Unione Europea che, dal 2006, in seguito alle pressioni delle lobby, consente l’arrivo, con le navi, di grani duri che in altre parti del Mondo vengono smaltiti come rifiuti tossici. Il problema vale per tutti i consumatori europei ma, in particolare, per gli italiani: soprattutto per gli abitanti del Sud Italia che, in media, tra pasta, pane, pizze, dolci ingeriscono ogni anno 130 chilogrammi di derivati del grano. Da qui l’aumento di malattie: Morbo di Crohn, Parkinson, Autismo e altre patologie autoimmuni. E anche la Gluten sensitivity, scambiata per Celiachia.

Che pasta, pane, pizze, semola per cus cus, ‘merendine’ e dolci arrivano sulle nostre tavole? I Nuovi Vespri, già da qualche tempo, batte su questo argomento. Abbiamo parlato del glifosato contenuto nel grano duro che arriva dal Canada. E delle micotossine. E di come difenderci dai prodotti avvelenati – parliamo sempre di derivati del grano – che ci sono in giro: per esempio, dove acquistare la pasta e come fare a individuare un pane fatto con grano che contiene micotossine. Oggi offriamo ai nostri lettori un approfondimento: un’intervista con Andrea Di Benedetto, un micologo (la micologia è la branca delle scienza naturali che studia i funghi) che, da anni, si occupa dei problemi legati al grano duro che circola in Italia. Per fare il punto della situazione sui prodotti derivati dal grano duro inquinati e anche per fare ulteriore chiarezza su quella cheSaverio De Bonis – uno dei protagonisti di GranoSalus – ha chiamato la prova delle fettina di pane”.

Il quadro che emerge dalla chiacchierata che abbiamo fatto con Di Benedetto è a dir poco inquietante.

“Partiamo da una semplice considerazione – ci dice il micologo Di Benedetto -: un grano che ha viaggiato molto deve costare di più. Invece, con riferimento al grano duro che arriva dal Canada, avviene l’esatto contrario: alcune partite di grano duro costano poco. Questo ci dovrebbe fare riflettere”.

Qualche riflessione l’abbiamo fatta anche noi sul glifosato contenuto nel grano duro che arriva dal Canada…

“E avete fatto benissimo. Ma ci sono altri problemi, non meno gravi, legati alla presenza di micotossine. E’ il caso del cosiddetto DON, acronimo di Deossinivalenolo. La presenza di questa micotossina nei mangimi prodotti e commercializzati in Canada, in una quantità oltre a mille ppb (sigla che sta per parti per miliardo ndr), crea seri problemi agli animali monogastrici, che non progrediscono nella crescita”.

Che cosa sta cercando di dirci?

“Dico che l’Unione Europea, nel 2006, in seguito alle pressioni delle lobby, ha fissato il limite di questa micotossina a 1750 ppb”.

Si riferisce al grano duro destinato all’alimentazione umana?

“Certo. Stranamente nell’Europa unita tutto il grano duro che in Canada non si potrebbe utilizzare nemmeno per gli animali si dà… all’uomo. Si tratta, con queste percentuali di DON, di un grano che, di fatto, è un rifiuto tossico e speciale, che dovrebbe essere smaltito con certi costi. Un prodotto che, invece, finisce sulle tavole dei consumatori europei”.

Ci faccia capire: invece di pagare per smaltire questo grano avvelenato dalle micotossine lo portano qui in Italia?

“Precisamente. Lo portano con le navi – il vostro blog ne ha più volte parlato – che approdano in tanti porti del nostro Paese. Questo grano duro pieno di DON viene miscelato con i nostri grani duri – parlo dei grani duri del Sud Italia che hanno un contenuto di DON pari a zero – e poi viene utilizzato per produrre pasta, pane, pizze, dolci e via continuando”.

Ma è una follia!

“E’ uno scandalo che va avanti da anni. Ricordo quando in Puglia arrivarono i signori da Parma. Allora noi operatori agricoli eravamo convinti che erano giunti da noi per rilanciare il grano duro pugliese e, in generale, del Sud Italia. Invece avevano altri progetti”.

Come ci ha detto De Bonis, a causa del grano duro canadese al glifosato e alle micotossine, il Sud Italia ha abbandonato circa 600 mila ettari di seminativi.

“Per l’appunto. E la storia va ancora avanti. Le navi cominciano a scaricare grano duro canadese, ogni anno, intorno a metà aprile, e proseguono fino ai primi di giugno”.

Lei ci sta dicendo che tantissimi derivati del grano duro che circolano in Italia e in Europa – pasta, pane, dolci – vengono prodotti con grani duri che dovrebbero essere considerati rifiuti speciali?

“Purtroppo è così”.

Come possiamo difenderci?

“Non è facile difendersi. Io non mangio più pasta. A meno che non ne conosca la provenienza: se è prodotta con il nostro grano duro – grano duro del Sud Italia, che come detto prima è esente da micotossine – la mangio. Qualunque altro tipo di pasta la evito”.

Quindi lei non mangia la pasta prodotta dai grandi marchi italiani?

“Assolutamente no”.

Noi abbiamo parlato dei problemi che, a lungo andare, può provocare il glifosato. E le micotossine?

“Quello che posso dire è che, da quando succede tutto questo, si registra un aumento di certe patologie. Per esempio, la Gluten sensitivity”.

Ovvero?

“Un aumento della sensibilità al glutine. Il problema, sia chiaro, non è il glutine, che è presente in tutti i derivati del grano duro. A causare patologie è invece la micotossina DON, che provoca una sorta di allargamento delle ‘giunture serrate’ a livello dei villi intestinali. In condizioni normali i villi intestinali non assorbono il glutine. Il DON, come ho già accennato, altera la funzione dei villi intestinali che iniziano ad assorbire il glutine dall’intestino che, a propria volta, va nel sangue e crea problemi al nostro organismo”.

Per caso è la malattia che viene scambiata per Celiachia?

“Esatto. Ma non è la Celiachia”.

E’ vero che il DON può creare problemi all’intestino?

“Sì. Può creare seri problemi al nostro intestino: per esempio, il morbo di Crohn. Poi ci sono malattie del sistema nervoso: per esempio Parkinson, Autismo e altre patologie autoimmuni”.

Questo per ciò che riguarda la pasta. E per il pane?

“Peggio. Spesso ci sono meno controlli. Nelle farine per il pane passa di tutto: glifosato, micotossine e anche metalli pesanti”.

Saverio De Bonis ha detto che, per il pane, ci possiamo difendere con la cosiddetta prova della fettina. Tema che ha suscitato un grande dibattito in questo blog.

“La prova della fettina è valida per escludere la presenza di due funghi che producono l’ocratossina, che è ancora più pericolosa del DON”.

Infatti: abbiamo letto che l’ocratossina può creare seri problemi al nostro organismo.

“Avete letto bene: c’è il dubbio – che poi è più di un dubbio – che sia addirittura cancerogena”.

Quindi, per fare chiarezza, la prova della fettina è valida: serve per escludere la presenza – nelle farine con le quali è stato prodotto il pane – diAspergillus e Penicillium.

“E’ valida, ma attenzione: anche il nostro grano duro, se conservato male, può sviluppare Aspergillus e Pennicillium e, quindi, ocratossine”.

Detto questo, per fare ulteriore chiarezza: se la fettina di pane conservata per sei-sette giorni produce la patina verdastra – cioè i funghi Aspergillum e Pennicillum – possiamo dire che le farine erano di pessima qualità?

“Certo, su questo non ci sono dubbi”.

Tornando al grano duro che arriva con le navi – e a tutti i derivati di questo prodotto – si può parlare di emergenza?

“Sì, si deve parlare di emergenza!. E’ anche per questo che, con l’associazione eGranoSalus, abbiamo deciso di fare chiarezza su tutti i derivati del grano duro che circolano in Italia. E’ un problema serio che riguarda tutta l’Europa, ma che da noi è molto più grave. Nel Sud Italia, in media, una persona, tra pane, pasta, pizze e via continuando consuma qualcosa come 130 chilogrammi di derivati del grano duro all’anno”.

In altre parti d’Europa ne consumano molto meno e quindi il problema è meno sentito?

“Il problema riguarda tutta l’Europa. Ma, lo ribadisco, in particolare riguarda il Mezzogiorno d’Italia, dove si fa largo uso di pasta e pane. Da noi, nel Sud, il pane lo mangiamo almeno due volte al giorno”.

Possiamo dire che tutto questo nasce dal fatto che Paesi dove il grano non dovrebbe essere coltivato viene invece coltivato?

“In un certo senso sì. Il grano è una coltura che dovrebbe essere tipica delle aree del mondo a Sud del 42 parallelo nell’emisfero boreale. In queste zone – e il Mezzogiorno d’Italia ne è un esempio classico – le radiazioni ultraviolette del sole eliminano i funghi che producono micotossine. Non altrettanto può dirsi delle aree umide, dove i grani, proprio a causa dell’umidità, sviluppano funghi e quindi micotossine”.

Come commenta la fusione tra la Monsanto e la Bayer?

“La Monsanto è una multinazionale americana che opera nel settore dei pesticidi e degli erbicidi. La Bayer nel settore medicale. Magari sarà un po’ sinistro quello che dico, ma ho l’impressione che le multinazionali si stiano attrezzando: ci fanno ammalare e poi ci curano…”.

Come possiamo concludere la nostra chiacchierata?

“Con una riflessione: mezzo chilogrammo di pasta non può costare 35-40 centesimi di Euro. Se questo avviene, beh, c’è qualche problema. E infatti il problema c’è: il grano duro di qualità scadente fa… male alla salute e all’intera economia delle zone del Sud Italia e del Mondo”.

Anche il nostro grano duro costa poco: quest’anno è stato un disastro: 14 centesimi di Euro al chilogrammo…

“La logica conseguenza dell’invasione del grano duro canadese secondo i dettami della globalizzazione dell’economia. Dalle mie parti, un tempo, con il grano duro prodotto da cento ettari di terreno si riusciva ad acquistare un appartamento a fine raccolto. Oggi il guadagno dei cento ettari a grano non basterebbe all’acquisto di un bagno…”.

Ma che giro di affari c’è dietro questa storia dei rifiuti speciali trasformati in pane, pasta, dolci e altro?

“Un giro di affari impressionante: circa 40 miliardi di Euro all’anno”.

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/attenzione-grano-canadese-arriva-europa-un-rifiuto-speciale-finisce-sulle-nostre-tavole/

Multinazionali e speculatori: chi governa davvero la nostra alimentazione!

 

Multinazionali

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Multinazionali e speculatori: chi governa davvero la nostra alimentazione!

Alima ha appena dieci anni, sognava di diventare insegnante ma ora non va più nemmeno a scuola. La mattina si sveglia e percorre alcuni chilometri a piedi per raggiungere la piantagione di cacao. Passa tutta la giornata di fronte a grandi sacchi che deve riempire chicco dopo chicco e poi trascinare fino al magazzino. In mezzo alle piantagioni per 10 o 12 ore al giorno, respirando i residui nocivi degli antiparassitari chimici, trasportando sacchi che pesano quasi quanto lei.

Ma la storia di Alima non ha nulla di speciale, se non fosse che l’Unicef l’ha fatta conoscere al mondo rendendola protagonista di una campagna di denuncia contro il lavoro minorile. Nel suo paese, la Costa D’Avorio, ci sono 200mila altri bambini che vivono nelle stesse condizioni, forse di più. Alcuni di loro hanno appena cinque anni, molti sono nati lontano, in altri paesi poveri come Guinea, Sierra Leone, Mali o Burkina Faso. Le loro famiglie, rese disperate dalla povertà, li hanno affidati a uomini che promettevano di portarli verso una vita migliore oltre confine, ma poi li hanno venduti come schiavi ai latifondisti.

Alima e gli altri sono fantasmi della globalizzazione. Sono gli ultimi anelli di una catena di produzione che grazie al loro sfruttamento garantisce prodotti a basso prezzo a una piccola parte privilegiata del mondo.

Dai latifondisti il cacao viene venduto alle multinazionali dei prodotti a base di cioccolata. In cinque si spartiscono i tre quarti del mercato mondiale: Mars, Mondelez, Nestlé, Hershey’s e Ferrero. In seguito ad una campagna di denuncia internazionale alcune di queste corporation nel 2001 firmarono il protocollo internazionale Harkin-Engel, nel quale si impegnavano a contrastare il lavoro minorile e la schiavitù nelle piantagioni.

Da allora nulla è cambiato, se non una cosa. Le multinazionali non acquistano più il loro cacao direttamente dalle piantagioni, ma da un manipolo di grossisti che fungono da intermediari. Il prodotto gli costa un po’ di più ma questo passaggio permette loro di dichiararsi estranei a ciò che avviene sui campi, riversando la responsabilità sui grossisti locali. In questo modo la Nestlé si è difesa con successo da una denuncia dell’International Labor Rights Fund per sfruttamento del lavoro minorile. Del prezzo al quale paghiamo una barretta di cioccolato al supermercato meno del 7% viene destinato alle miserrime paghe dei lavoratori: tutto il resto se ne va in spese di trasporto e soprattutto in margini di guadagno per la multinazionale che confeziona il prodotto e per il distributore che lo vende al consumatore finale. Una filiera ingiusta che non riguarda solo il cacao, ma praticamente ogni prodotto della terra che dai paesi poveri viene esportato nei paesi industrializzati: banane, caffè, olio di palma, zucchero e molto altro. Un mercato che è ormai nelle mani di un oligopolio ristrettissimo di industrie che si spartiscono tutte le fette della torta.

Non sono mai stati così pochi i padroni del cibo. Il potere di decidere cosa e come finisce sulle nostre tavole si è concentrato nelle mani di un pugno di multinazionali che controllano la filiera alimentare mondiale, dalle sementi ai pesticidi, dalla trasformazione industriale alla distribuzionecommerciale. Il miliardo e mezzo di produttori agricoli mondiali sono stretti in una tenaglia da pochi grandi gruppi che dettano le regole di mercato. La perdita di potere contrattuale si traduce in difficoltà economiche e occupazionali per gli agricoltori a livello globale, ma l’elevata concentrazione mette a rischio anche la libertà di scelta dei consumatori e gli standard di qualità e sicurezza alimentare, oltre che la stessa sovranità alimentare dei vari Paesi. Non a caso la Fao ha lanciato l’allarme per la crescente uniformità delle colture mondiali che ha portato nell’ultimo secolo ad una perdita del 75 per cento della biodiversità vegetale e ha stimato il rischio dal qui al 2050 della perdita di un terzo delle specie oggi rimaste.

La filiera dei prodotti agricoli, dall’origine allo scaffale, può essere suddivisa in cinque fasi. Alla base della produzione troviamo le aziende che producono semi e quelle che producono pesticidi, due settori che – come vedremo – sono talmente intrecciati da risultare quasi indistinguibili. Il secondo anello è quello della coltivazione, tolti i piccoli produttori che coltivano per la propria famiglia o il mercato locale, nel mondo rimangono pochi milioni di imprese agricole che, pur essendo di grandi e a volte enormi dimensioni, sono in una posizione di forte dipendenza, sia nei confronti dei prezzi imposti dai produttori di semi e pesticidi, sia da quelli – sempre più bassi – ai quali il terzo anello, rappresentato dai grossisti, pretende di acquistare la materia prima. I grossisti infatti sono così pochi e così grandi da fungere spesso da acquirenti esclusivi nella loro zona di interesse, una posizione che gli permette di imporre alle aziende agricole cosa produrre e a quanto venderlo. Il prodotto arriva poi alle multinazionali dell’industria alimentare, che lavorano il prodotto finale e lo rivendono all’ultimo anello della filiera, quello dei supermercati, anch’essi racchiusi in pochi gruppi sempre più grandi, in grado di schiacciare ogni concorrenza.

 

Il mercato mondiale delle sementi vale 40 miliardi di dollari l’anno. Una cifra enorme, controllata al 60% da sole 5 aziende multinazionali: le americane Monsanto (26%), Du Pont (18,2%) e Dow (3,1%), la svizzera Syngenta (9,2%) e la tedesca Bayer (3,3%). Praticamente analogo il valore del mercato dei pesticidi, che si è attestato nel 2015 a 41 miliardi di dollari, ed è allo stesso modo controllato per il 64 % da cinque corporation.

Ma le analogie non finiscono qui, infatti le multinazionali che gestiscono questo mercato sono esattamente le stesse che producono i semi, cambiano solo le rispettive quote di mercato, con Syngenta (23,1%) davanti a Bayer (17,1%), Dow (9,6%), Monsanto (7,4%) e Du Pont (6,6%). Eppure ad una prima analisi le produzioni di semi e pesticidi chimici non sembrerebbero settori così correlati, visto che richiedono strumentazioni e conoscenze scientifiche profondamente diverse. A cosa è dovuta quindi questa “coincidenza”? In realtà la distinzione regge nell’agricoltura tradizionale, ma se si utilizzano semi geneticamente modificati le cose cambiano. I semi OGM possiedono un patrimonio genetico alterato in laboratorio allo scopo di ottenere caratteristiche non presenti in natura e necessitano di prodotti standard per essere fertilizzati e protetti dai parassiti.

Ad esempio i semi geneticamente modificati di soia prodotti dalla Monsanto massimizzano la propria resa solo se trattati con l’erbicida Roundup, prodotto dalla stessa azienda americana. Questo consente alle multinazionali di imporre ai coltivatori un pacchetto completo che ne raddoppia i guadagni. Il mercato dei semi OGM rappresenta ormai oltre 1/3 del totale, attestandosi a 15 miliardi di dollari.

Nel mondo un ettaro su otto è coltivato tramite semi geneticamente modificati, con punte impressionanti in Argentina (dove l’80% delle terre agricole sono oggi occupate da coltivazioni OGM), Brasile (71% del totale) e Usa (42% del totale). Passando alle colture, quelle maggiormente coltivate a partire da semi OGM sono la soia (il 74% del totale è geneticamente modificato), il cotone (70%), il mais (32%) e la colza (24%). Oltre la retorica della massimizzazione della resa dei terreni per far fronte alla crescente necessità di cibo nel mondo, l’introduzione delle colture geneticamente modificate per le multinazionali ha rappresentato innanzitutto una cosa: la possibilità di moltiplicare i profitti attraverso la vendita garantita dei pesticidi correlati al seme.

E come sempre accade i profitti di queste multinazionali comportano peggioramenti nelle condizioni di vita delle popolazioni e rischi per la salute e l’ambiente. Venti organizzazioni internazionali hanno presentato un rapporto intitolato “L’imperatore OGM è nudo”, nel quale si dimostra come queste colture necessitino ogni anno di maggiori quantità di pesticidi, vista la naturale caratteristica degli insetti “infestanti” ad evolversi rapidamente aumentando la resistenza alle sostanze chimiche irrorate. Un adattamento ovvio (lo stesso avviene ad esempio nei batteri che si evolvono in nuove varietà resistenti agli antibiotici), evidentemente preso in considerazione e quindi desiderato dalle stesse aziende produttrici, che comporta livelli di inquinamento chimicospaventoso nei campi, e quindi nei cibi che arrivano sulle nostre tavole, oltre a spese sempre maggiori per gli agricoltori che ne coltivano le varietà. Talvolta con conseguenze drammatiche come dimostra il caso dell’India, dove negli ultimi anni si sono registrate numerose proteste – e purtroppo anche diversi casi di suicidi – da parte dei coltivatori di cotone economicamente strozzati dai costi per i prodotti Monsanto.

La logica che regola gli altri anelli della filiera del cibo segue le stesse dinamiche, in un gioco sempre uguale all’interno del quale cambiano solo, e neanche sempre, i nomi dei protagonisti. Un ristretto oligopolio di multinazionali, che ogni anno continuano ad allargarsi con nuove acquisizioni, domina i mercati dei prodotti trasformati. Cinque grandi torrefattori, guidati dalla Nestlé, si spartiscono la metà del mercato del caffè. Lo stesso avviene ad esempio nel mercato delle banane (con Chiquita e Del Monte a recitare la parte del leone) e anche nel mercato forse più assurdo di tutti, quello dell’acqua in bottiglia, con sette aziende che si accaparrano i due terzi del mercato, guidate dall’onnipresente Nestlé, dalla Danone e dalla Coca-Cola. Le multinazionali che abbiamo elencato dominano soprattutto i terreni e i mercati delle Americhe e dell’Asia, ma anche in Europa le dinamiche sono essenzialmente le stesse. Ovunque i terreni coltivabili stanno tornando a concentrarsi nelle mani di pochi latifondisti.

In Italia il 3% dei proprietari dispone del 50% dei terreni destinati all’agricoltura. Sono gli stessi terreni sui quali troviamo i moderni schiavi migranti chinati mentre, per tre o quattro euro all’ora, raccolgono i pomodori che domani andremo a comprare nei supermercati.

Sul cibo non ci guadagna solo chi è protagonista della filiera produttiva. Pochi decenni di globalizzazione liberista sono stati sufficienti per trasformare i principali frutti della terra in entità immateriali che si possono scambiare in astratto, come fossero azioni di borsa o bitcoin. Sul cibo oggi si possono guadagnare montagne di soldi anche tramite le speculazioni, ovvero scommettendo sulle variazioni dei prezzi. I fondi di investimento acquistano e rivendono tonnellate di grano, riso, orzo, caffè, mais o cacao solo per guadagnare sulle fluttuazioni del loro valore. Una dinamica che talvolta provoca vere e proprie bolle speculative capaci di incidere sulle condizioni di vita di milioni di persone. Nel 2008 le speculazioni sul mercato dei cereali provocarono un aumento repentino dei prezzi del pane che in molti paesi poveri fece aumentare sensibilmente il numero degli affamati. Per farsi un’idea della grandezza raggiunta dal fenomeno può bastare sapere che lo scorso anno il valore dei contratti di caffè stipulati a scopo speculativo (cioè senza scambio reale di materia prima) è stato di 784 miliardi di dollari, ben 34 volte superiore agli scambi reali a scopo commerciale, che si sono attestati a 28 miliardi.

Da qualunque angolatura si voglia osservare il mercato alimentare, è evidente che ci troviamo di fronte ad un gioco sfuggito completamente di mano.

Chi governa il mercato è perfettamente consapevole che i cittadini non sono disposti a vedere il cibo come una semplice merce perché sono consapevoli che l’alimentazione è strettamente connessa alla salute e al benessere. Per questo le multinazionali riversano enormi somme nelle pubblicità. Servono a farci credere che al supermercato troveremo prodotti sani e genuini, come se fossero prodotti da noi stessi. In una narrazione falsa eppure potentissima ci mostrano l’allegra vita dei contadini intenti a mietere il grano, mentre la famiglia felice che vive nel mulino di campagna prepara ottimi biscotti e la mucca Lola custodisce il latte per la nostra tavola. Niente di più lontano dalla realtà. Il cibo naturale non viene prodotto da nessuno di questi marchi e difficilmente si trova nei supermercati delle grandi catene della distribuzione.

Autore: 

Giornalista professionista, vive a Bologna dove lavora insieme al gruppo media indipendente SMK Videofactory. Ha scritto e realizzato video-inchieste per Il Corriere della Sera, La Repubblica, Altreconomia ed altri. Come documentarista ha realizzato le inchieste “Kosovo vs Kosovo” e “Quale Petrolio?”. E’ caporedattore web di Dolce Vita Magazine.

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/multinazionali-e-speculatori-chi-governa-davvero-la-nostra-alimentazione/

Altro che innocue! Gli effetti finora sconosciuti delle nanoparticelle sull’organismo

nanoparticelle

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Altro che innocue! Gli effetti finora sconosciuti delle nanoparticelle sull’organismo

“Abbiamo scoperto che nanoparticelle di ossido di zinco, a dosi rilevanti per ciò che si potrebbe mangiare normalmente in un pasto o in un giorno, possono cambiare il modo in cui l’intestino assorbe i nutrienti o l’espressione genica e proteica delle cellule intestinali”.

È Gretchen Mahler, professoressa associata di bioingegneria, uno degli autori della ricerca condotta dall’Università di Binghamton di New York a riaccendere la polemica su ScienceDaily rispetto alle nanoparticelle. E non solo su quelle contenute in molti cibi o in altri prodotti consueti di consumo, come ha dimostrato pochi giorni fa un test svizzero che ha trovato quelle di titanio e zinco in diversi campioni.

Secondo Mahler, queste nanoparticelle di zinco, sono presenti nel rivestimento di alcuni prodotti in scatola per le loro proprietà antimicrobiche e per prevenire la colorazione degli alimenti che producono zolfo. In particolare mais, tonno, asparagi e pollo in scatola sono stati esaminati con spettrometria di massa per stimare quante particelle potrebbero trasferirsi al cibo. Si è constatato che il cibo conteneva 100 volte la dose giornaliera di zinco.

Una volta stabilita la migrazione, Mahler e colleghi hanno osservato l’effetto sul tratto digestivo.
“Finora sono stati osservati gli effetti di dosi molto alte di nanoparticelle sulle cellule intestinali, cercando una tossicità evidente, come la morte cellulare”, ha spiegato la professoressa statunitense. “Noi, ora, abbiamo esaminato la funzione cellulare, che è un effetto molto più sottile, e osservando le dosi di nanoparticelle più vicine alla reale esposizione”.

Queste minuscole particelle, di diametro inferiore a 1 nanometro “Tendono a depositarsi sulle cellule del tratto gastrointestinale causando il rimodellamento o la perdita dei microvilli, che sono piccole proiezioni sulla superficie delle cellule assorbenti intestinali e aiutano ad aumentare la superficie disponibile per l’assorbimento”, ha sintetizzato Mahler. “Questa perdita di superficie tende a provocare una diminuzione dell’assorbimento di nutrienti. Alcune nanoparticelle, poi, causano segnali pro-infiammatori a dosi elevate e questo può aumentare la permeabilità del modello intestinale”. In parole povere i composti che non dovrebbero passare attraverso il flusso sanguigno potrebbero essere in grado di farlo.
Sebbene Mahler abbia studiato questi effetti in laboratorio, ha affermato di non essere sicuro di quali potrebbero essere le implicazioni sulla salute a lungo termine.

“È difficile dire quali sono gli effetti a lungo termine dell’ingestione delle nanoparticelle sulla salute umana, soprattutto sulla base dei risultati di un modello di coltura cellulare”, ha detto Mahler. “Quello che posso dire è che il nostro modello mostra che le nanoparticelle hanno effetti sul nostro modello in vitro e che capire come influiscono sulla funzione intestinale è un’importante area di studio per la sicurezza dei consumatori”.

Lo studio è stato condotto da Mahler, Fabiola Morena-Olivas, una studentessa laureata che studia ingegneria biomedica, e il loro collaboratore Elad Tako dal laboratorio Plant, Soil and Nutrition, Agricultural Research Services, Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, Ithaca, NY.

tratto da: https://ilsalvagente.it/2018/04/10/altro-che-innocue-gli-effetti-finora-sconosciuti-delle-nanoparticelle-sullorganismo/34381/

Ma quanto alluminio ci mangiamo?

 

alluminio

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Ma quanto alluminio ci mangiamo?

 

L’Associazione Culturale Pediatri ha analizzato l’esposizione media all’alluminio della popolazione attraverso l’utilizzo dei contenitori per alimenti. E il risultato è tutt’altro che rassicurante.

 

 

«L’alluminio è il terzo elemento più rappresentato nella crosta terrestre, con una percentuale pari al 7.5%, dopo l’ossigeno ed il silicio – scrive l’Associazione Culturale Pediatri (ACP) sulla propria rivista, Quaderni ACP – A differenza di altri metalli come il ferro ed il magnesio, non ha alcuna funzione nel metabolismo dell’uomo e degli altri animali, all’interno dei quali normalmente non è rappresentato nemmeno in tracce. La presenza di questo minerale all’interno dell’organismo umano è quindi secondaria ad una contaminazione non necessaria, prevalentemente per via alimentare. L’assorbimento per via transcutanea, secondario all’utilizzo di deodoranti contenenti questo minerale, è una seconda e meno importante via di contaminazione. La maggior parte dell’alluminio ingerito non viene assorbito e viene eliminato con le feci (95%). Per quanto riguarda la frazione assorbita, l’escrezione avviene essenzialmente tramite il rene; il bioaccumulo, e quindi la tossicità dell’alluminio possono essere quindi nettamente maggiori nei soggetti con funzionalità renale immatura o diminuita (bambini piccoli, anziani, nefropatici) [1]».

«L’alluminio è uno dei metalli con riconosciuta potenziale pericolosità per la nostra salute, interferisce con diversi processi biologici (stress ossidativo cellulare, metabolismo del calcio, etc.), pertanto può indurre e etti tossici in diversi organi e sistemi: il tessuto nervoso, il sistema emopoietico e l’osso sono i bersagli più vulnerabili [2-3]. Diversi studi in passato suggerivano che l’alluminio, per la sua neurotossicità, potesse contribuire all’insorgenza della malattia di Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative. Le più recenti pubblicazioni non hanno prodotto dati a sostegno del diretto coinvolgimento dell’alluminio nella genesi dell’Alzheimer. Per contro l’alluminio può aumentare la morte neuronale e lo stress ossidativo a livello cerebrale; per cui non va escluso un ruolo nell’aggravare o accelerare i sintomi e l’insorgenza di patologie neurodegenerative umane [4]. Per tale motivo sono stati fissati dall’Agenzia Europea per la sicurezza alimentare dei limiti di cautela, corrispondenti ad una dose settimanale tollerabile (tolerable weekly intake, TWI) pari a 1mg/ kg di peso corporeo /settimana, corrispondente a 70mg di allumino/settimana per un adulto di 70kg e a 15mg per un bambino di 15 chili di peso [5]».

«L’alluminio è un minerale frequentemente utilizzato dall’industria, grazie alla sua morbidezza, elasticità e resistenza all’ossidazione, per la produzione di numerosissimi prodotti, da solo o sotto forma di leghe – prosegue ACP – Tra questi ricordiamo i contenitori che vengono a contatto con bevande e cibi dai quali potenzialmente questa sostanza può migrare negli alimenti (pentole, lattine, ecc.). I composti di alluminio sono usati anche come additivi per il cibo. Si tratta degli additivi alimentari de niti con i codici da E520 a E523 (solfato di alluminio, di alluminio e sodio, di alluminio e potassio, di alluminio e ammonio) e possono essere utilizzati per promuovere la precipitazione delle proteine o rafforzare la struttura dei vegetali durante la lavorazione in diversi alimenti come per esempio l’albume d’uovo in polvere, la birra, frutta e verdura candite e cristallizzate. Inoltre, l’alluminio si trova naturalmente anche nell’acqua potabile e negli alimenti (Tabella 1)».

«Possiamo pertanto dividere l’esposizione umana a questo minerale in due categorie: da alluminio intrinsecamente contenuto negli alimenti e da alluminio non alimentare, da additivi oppure da migrazione da materiali a contatto con il cibo» prosegue ACP

Esposizione ad alluminio per via alimentare

Contenuto intrinseco degli alimenti

L’esposizione all’alluminio intrinsecamente contenuto negli alimenti riflette il contenuto del suolo e dell’acqua di irrigazione delle piante, ed il contenuto degli alimenti utilizzati per gli animali. Tra le piante con maggior capacità di concentrazione di questo minerale ricordiamo il the, le verdure a foglia verde e le spezie, in cui la concentrazione può essere superiore a 10 mg /kg, mentre nei prodotti di origine animale la concentrazione abitualmente varia tra 5 e 10 mg/kg (Tabella 1).

Additivi alimentari contenenti alluminio

Gli additivi alimentari contenenti alluminio possono avere una influenza significativa sulla concentrazione totale di alluminio nei prodotti alimentari. Vari composti di alluminio sono approvati come additivi nell’Unione Europea, e possono essere utilizzati come coloranti, rassodanti, agenti di rivestimento e altri. La concentrazione massima in cui questi additivi possono essere utilizzati nei cibi è normata da un regolamento della Commissione Europea, da alcuni ritenuto eccessivamente permissivo [6].

Migrazione di alluminio da materiali a contatto con i cibi

L’alluminio o le sue leghe sono comunemente contenuti in numerosi manufatti che vengono a contatto con i cibi e possono rappresentare una componente importante dell’introduzione di questo minerale nell’organismo umano. Un elenco non esaustivo di questi è rappresentato in Tabella 2.

«La quantità massima di alluminio che può migrare da qualsiasi materiale utilizzato a contatto con i cibi (Specific Release Limit, SRL) è stata regolamentata per legge nel 2013, ed è pari a 5 mg per kilogrammo o litro di prodotto alimentare, e tutti i programmi di monitoraggio messi in atto per controllare il rispetto di questa norma non hanno dimostrato degli sforamenti nella quantità di alluminio trasferita nei cibi. Tuttavia, soprattutto in particolari condizioni di utilizzo, per particolari tipi di alimenti e per l’età infantile questo limite forse non è su cientemente sicuro, e l’alluminio che migra da questi prodotti nei cibi e nelle bevande potrebbe determinare dei livelli di assunzione superiori alle dosi raccomandate, e quindi rischiosi per la salute. Uno studio condotto recentemente in Germania (la cui scheda analitica a cui rimandiamo è contenuta in questo numero) ha determinato con delle analisi di laboratorio il quantitativo di alluminio rilasciato da contenitori e stoviglie, usati per la preparazione e la conservazione di cibi e bevande [7-8-9]. Sono state effettuate delle analisi su 297 tipi di cibi o bevande, e le conclusioni a cui sono giunti gli autori sono che solo in situazioni particolari, e soprattutto per cibi acidi o salati, la cottura prolungata a contatto con alcuni manufatti di alluminio potrebbe portare all’assunzione da parte dei bambini di quantità di alluminio superiori alla dose settimanale tollerabile. Nelle situazioni abitualmente riscontrabili nella vita comune è invece molto di cile che la quantità di alluminio assunta da un bambino con la dieta superi questo livello. Ciò non toglie tuttavia che i genitori siano consapevoli dei materiali utilizzati per conservare o cuocere gli alimenti. La consuetudine di utilizzare contenitori e fogli di alluminio per la conservazione e cottura dei cibi andrebbe limitata ai cibi non acidi o salati. Anche per tale motivo va inoltre scoraggiato l’utilizzo di bevande acide in lattina (the, coca cola ed altre bevande gassate, succhi di frutta). A parte questi particolari cibi, ribadiamo che i contenitori in alluminio rappresentano un sistema di conservazione degli alimenti più sicuro per la salute rispetto a quelli plastici, che non dovrebbero essere utilizzati per il documentato passaggio nel cibo di sostanze note come interferenti endocrini [10]».

1. Fanni D, Ambu R, Gerosa C, et al. Aluminum exposure and toxicity in neonates: a practical guide to halt aluminum overload in the prenatal and perinatal periods. World J Pediatr. 2014;10(2):101-7
2. Kumar V, Gill KD. Aluminium neurotoxicity: neurobehavioural and oxidative aspects. Arch Toxicol 2009;83(11):965–978

3. Chappard D, Bizot P, Mabilleau G, et al. Aluminum and bone: Review of new clinical circumstances associated with Al(3+) deposition in the calci ed matrix of bone. Morphologie. 2016;100(329):95-105
4. Maya S, Prakash T, Madhu KD, et al. Multifaceted e ects of alumi- nium in neurodegenerative diseases: A review. Biomed Pharmacother. 2016;83:746-754

5. European Food Safety Authority Safety of aluminium from dietary intake. Scienti c Opinion of the Panel on Food Additives, Flavourings, Processing Aids and Food Contact Materials. EFSA J. 2008; 754:1–4
6. Regulation (EC) No. 1333/2008 of the European Parliament and of the Council on food additives

7. Stahl T, Falk S, Rohrbeck A, et al. Migration of aluminum from food contact materials to food-a health risk for consumers? Part I of III: exposure to aluminum, release of aluminum, tolerable weekly intake (TWI), toxicological e ects of aluminum, study design, and methods. Environ Sci Eur 2017; 29: 19

8. Stahl T, Falk S, Rohrbeck A, et al. Migration of aluminum from food contact materials to food-a health risk for consumers? Part II of III: mi- gration of aluminum from drinking bottles and moka pots made of alu- minum to beverages Environ Sci Eur 2017; 29:18

9. Stahl T, Falk S, Rohrbeck A, et al. Migration of aluminum from food contact materials to food-a health risk for consumers? Part III of III: migration of aluminum to food from camping dishes and utensils made of aluminium Environ Sci Eur 2017; 29:17

10. To ol G. I prodotti plastici che vengono a contatto con i cibi possono essere pericolosi?. Quaderni ACP. 2012;19.4: 177

 

 

tratto da: http://www.ilcambiamento.it/articoli/ma-quanto-alluminio-ci-mangiamo

La pasta non fa ingrassare, anzi. Un nuovo studio lo conferma

 

pasta

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

La pasta non fa ingrassare, anzi. Un nuovo studio lo conferma

Non è vero che la pasta fa ingrassare. Lo dice un nuovo studio condotto dai ricercatori del St. Michael’s Hospital, in Canada.

Molto spesso accusata di allargare il girovita e di causare l’obesità, la pasta in realtà non merita questo trattamento.

Secondo gli scienziati canadesi, a differenza della maggior parte dei carboidrati “raffinati”, che vengono rapidamente assorbiti nel flusso sanguigno, la pasta ha un basso indice glicemico. Ciò significa che provoca minori aumenti dei livelli di zucchero nel sangue rispetto a quelli causati dal consumo di cibi con un alto indice glicemico.

I ricercatori del St. Michael’s Hospital hanno condotto una revisione sistematica e una meta-analisi su tutte le prove disponibili da studi randomizzati controllati. Hanno identificato 30 studi di controllo che hanno coinvolto quasi 2.500 persone. Queste ultime hanno mangiato pasta invece di altri carboidrati come parte di una dieta sana a basso indice glicemico. I loro risultati sono stati pubblicati sulla rivista BMJ Open.

Lo studio ha rilevato che la pasta non ha contribuito all’aumento di peso o all’aumento del grasso corporeo”, ha detto l’autore principale, il dott. John Sievenpiper, scienziato del Centro di nutrizione dell’ospedale. “In realtà l’analisi mostrava effettivamente una piccola perdita di peso. Quindi, contrariamente alle preoccupazioni, forse la pasta può essere parte di una dieta sana a basso indice glicemico”.

Le persone coinvolte nelle sperimentazioni cliniche hanno mangiato in media 3,3 porzioni di pasta alla settimana invece di altri carboidrati. Una porzione equivale a circa mezzo bicchiere di pasta cotta. Hanno perso circa mezzo chilo con un follow-up di 12 settimane.

Secondo i ricercatori, questi risultati sono generalizzabili alla pasta consumata insieme ad altri alimenti a basso indice glicemico.

“Dopo aver valutato le prove, ora possiamo dire con una certa sicurezza che la pasta non ha un effetto negativo sul peso corporeo quando viene consumata come parte di un regime alimentare sano”, prosegue il dottor Sievenpiper.

Non si tratta del primo studio di questo tipo. Un’altra ricerca condotta dal Dipartimento di Epidemiologia dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli in Molise ha svelato che un consumo più o meno regolare e più o meno moderato di pasta sul giro vita non è affatto dannoso per la linea. Basta non esagerare consumandone una quantità equivalente al 10% delle calorie giornaliere, in media circa 50 grammi al giorno.

La regola d’oro è sempre la stessa: la moderazione.

 

tratto da: https://www.greenme.it/dieta/27187-pasta-ingrassare-dieta

L’inquinamento domestico? È più pericoloso di quello esterno!

 

inquinamento

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

L’inquinamento domestico? È più pericoloso di quello esterno!

Ma siete proprio sicura che l’aria della vostra casa, del vostro ufficio sia molto salutare? Siete proprio sicuri che sia più salutare di quella esterna?

All’interno delle nostre case ci sono numerosi inquinanti, FORMALDEIDE, benzene, biossido di azoto, particolato, per citarne soltanto alcuni, sono molto dannosi, perchè nelle nostre abitazioni con porte e finestre chiuse si crea come un effetto serra.

Le conseguenze possono essere molto serie, irritazioni cutanee, naso che cola, bruciore di gola, emicranee disturbi nervosi, anche morte.

Come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento domestico provocherebbe 4 milioni di morti in tutto il mondo, è un’allarme da non sottovature, in media, venti ore al giorno all’interno di luoghi confinati, per un totale di oltre 22mila respiri e 15 metri cubi di aria inalata, questo vale anche per gli uffici e per chi lavora in posti di lavoro chiusi.

Negli Stati Uniti da un’équipe di ricercatori della George Washington University, per esempio, ha identificato ben 45 sostanze chimiche dannose sospese nel 90% dei campioni di polvere prelevati dalle abitazioni esaminate. Tra queste, ftalati e fenoli, notoriamente dannosi per il sistema riproduttivo e potenzialmente cancerogoni, oltre che fluorurati, pericolosi per l’apparato digerente e per il sistema nervoso.

I veleni indoor si classificano, nello specifico, in tre grandi categorie: fisici, biologici e chimici. Tra i primi, il più pericoloso è il radon, gas radioattivo prodotto dal suolo sottostante l’edificio – sono potenziali vittime di inquinamento da radon, per esempio, tutte le abitazioni poggiate sul tufo. Gli inquinanti biologici più comuni sono invece virus, funghi e batteri, tra cui la temibile legionella, che proliferano in ambienti umidi come condizionatori, impianti di riscaldamento, umidificatori e serbatoi d’acqua. Tra gli inquinanti chimici, infine, ci sono i cosiddetti composti organici volatili, come formaldeide, benzene e toluene, gli ossidi di azoto, gli ossidi di zolfo, il monossido di carbonio, l’ozono e le polveri sottili. Presenza e concentrazione di questi composti sono legate principalmente allo stile di vita degli occupanti: tra i fattori che contribuiscono maggiormente ci sono, ricorda ancora Settimo, «anzitutto una cattiva aerazione dell’ambiente, il fumo di tabacco, i processi di combustione (sia per la cottura dei cibi che per il riscaldamento), l’uso di deodoranti, bastoncini di incenso, candele profumate e prodotti per la pulizia in dosaggi eccessivi. E ancora: vernici, truciolato dei mobili, stampanti, prodotti per il bricolage». Abitudini e prodotti che possono avere importanti ripercussioni sulla salute.

Come difendersi dall’inquinamento domestico? Regola numero 1 non fumare in casa, esponete gli altri componenti della vostra famiglia al fumo passivo, non usate prodotti in grande quantità per la pulizia della casa, come detersivi, deodoranti, candele, vernici, areare le stanze della casa ogni giorno e all’occorenza se c’è un odore sgradevole aprire balconi e finestre per una mezz’oretta.

Quando cucinate, areate la cucina, aprendo i balconi, i fumi della combustione sono dannosi per la salute umana, specialmente se fate fritture, carne arrostita, quando spegnete il condizionatore areate la casa, i fitri sporchi dei condizionatori sono molto dannosi perchè assorbono tutti gli inquinanti della casa, e poi di conseguenza vi respirate di nuovo l’aria cattiva della vostra abitazione, se molto sporchi vanno sostituiti.

Mantenete pulita la casa.

Da una recende indagine emerge che l’87% ne sanno poco e male dell’inquinamento domestico e addirittura alcuni ne ignorano l’esistenza.

 

 

fonte: http://ienevideo.myblog.it/2018/03/30/inquinamento-domestico-casa-inquinata/

 

 

Il 35% dei tumori causato da un’alimentazione errata, dato destinato a crescere

 

alimentazione

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Il 35% dei tumori causato da un’alimentazione errata, dato destinato a crescere

 

Il 35% dei tumori dipende dall’errata alimentazione, un dato che è destinato a crescere per effetto dell’invecchiamento della popolazione. Lo ricorda la Lilt, la Lega Italiana per la Lotta contro i tumori, che da domani al 25 marzo ha organizzato la Settimana Nazionale per la Prevenzione Oncologica, che per questa edizione vede in campo una vera e propria ‘squadra della prevenzione’. La campagna di quest’anno utilizza l’hashtag #giocadanticipo, al centro del messaggio che rivolgono al grande pubblico i cinque testimonial: Joe Bastianich, la coppia composta da Chiara Maci, una delle più famose e apprezzate food blogger italiane, e Filippo La Mantia, “oste e cuoco” siciliano, e ancora Paolo Ruffini, per concludere con l’apneista Alessia Zecchini, che nel 2017 ha raggiunto il record mondiale. “Oggi sappiamo che il 35% dei tumori è dovuto a un’alimentazione errata – sottolinea il Presidente Nazionale LILT Francesco Schittulli -. È quindi decisivo, oggi più che mai, “giocare d’anticipo”: alimentarsi in modo sano, non fumare e praticare regolare attività fisica sono le prime regole per prevenire l’insorgenza di tumori”.
Per la campagna i 400 centri di prevenzione e le 106 sedi provinciali Lilt sono aperte per poter effetturare visite di controllo, e in tutte le principali piazze delle città italiane si troveranno i gazebo LILT, dove i volontari forniranno consigli e informazioni sulle regole della prevenzione. Anche il campionato di Serie A scende in campo, e in occasione della 29esima giornata nei dieci stadi in cui si giocheranno i match del massimo campionato l’iniziativa sarà presentata con l’esposizione di uno striscione al centro del campo prima dell’inizio delle partite e attraverso la lettura di un breve messaggio da parte dello speaker dello stadio. (ANSA).

 

tratto da:

http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/alimentazione/2018/03/16/il-35-tumori-causato-da-unalimentazione-errata-dato-destinato-a-crescere_36de5f51-b548-4f58-b680-0d2c83ba2244.html

Pesticidi e salute, sono i bambini a pagare il prezzo più alto

 

Pesticidi

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Pesticidi e salute, sono i bambini a pagare il prezzo più alto

Il costo più alto dei pesticidi? Lo pagano i bambini. Ad affermarlo è l’Unicef con un report pubblicato a gennaio e dedicato proprio ad approfondire l’impatto dei pesticidi sulla salute dei più piccoli.

Per capire di cosa si sta parlando, bisogna anzitutto tenere presente che nell’età dello sviluppo esistono specifiche “finestre di vulnerabilità”, cioè passaggi critici durante i quali «l’esposizione a sostanze tossiche può causare lesioni devastanti» come si legge nello studio intitolato “Understanding the impacts of pesticides on children”.

Nei primi dodici anni di vita, per fare un esempio, «è probabile che la stessa quantità respirata di una sostanza chimica sia dieci volte più tossica per un bambino che per un adulto».

Le forme di esposizione agli agenti chimici sono molteplici. Il bambino può incominciare a essere vulnerabile prima ancora della nascita (“born pre-polluted”): sostanze tossiche e interferenti ormonali possono accumularsi nel sangue delle donne incinte, così come nella placenta e nel latte materno. Tracce di Ddt, che possono rimanere nel suolo per centinaia di anni, sono state ritrovate nei fluidi amniotici, nella placenta, nel cordone ombelicale e nei feti.

Anche il consumo di frutta e verdura contaminata, naturalmente, incide moltissimo, talvolta a dispetto delle normative che impongono un limite massimo ai residui. Vi abbiamo parlato di recente di quanto il problema sia sentito, ad esempio, nel Sud Est asiatico: in Thailandia, secondo quanto riscontrato dal Pesticide Action Network nel 2016, tracce di pesticidi pericolosi banditi dal commercio sono state ritrovate in percentuali enormi, dal 35% al 100% dei campioni analizzati, nei prodotti venduti dai locali mercati e supermercati.

C’è infine una questione ancora più delicata, perché tocca un aspetto critico in una tragedia ancora più vasta, quella del lavoro minorile. Si stima che l’agricoltura assorba da sola il 71% del lavoro minorile, cioè che circa 108 milioni di bambini e bambine facciano parte di una manodopera invisibile e spesso sfruttata o, appunto, esposta a gravi pericoli per la salute.

Il settore agricolo è infatti uno dei tre più a rischio per quanto riguarda le malattie professionali: sempre secondo le stime, il 59% dei 68 milioni di bambini impiegati in mansioni pericolose lavora nei campi.

Un’indagine sulla filiera del cacao, condotta nel 2002, ha concluso che 284mila bambini lavorano nella trasformazione del cioccolato e 153mila di loro hanno irrorato pesticidi senza nessuna protezione. Nell’industria del cotone, sei dei sette principali produttori sono stati coinvolti nelle tratte del lavoro minorile, anche forzato.

Nel 2010, il Pesticide Action Network ha dichiarato che le vittime di avvelenamento acuto da pesticidi variano tra un minimo di 1 milione e un massimo di 41 milioni di persone ogni anno. Un quadro davvero molto difficile da circoscrivere, tanto da indurre lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il Diritto al Cibo ad affermare «non ci sono statistiche attendibili e globali sul numero di persone soggette alla contaminazione da pesticidi».

Quel che si può invece affermare per certo è che, ancora una volta, a soffrire di più sono i lavoratori e i consumatori dei Paesi poveri. Sebbene in queste aree vengano messi in commercio solo il 25% dei pesticidi diffusi a livello mondiale, è qui che si concentrano il 99% dei casi di morte dovuta al loro utilizzo.

 

fonte: http://www.slowfood.it/pesticidi-e-salute-sono-i-bambini-a-pagare-il-prezzo-piu-alto/

 

Pesticidi neurotossici trovati nell’87% dei neonati (come ridurre l’esposizione)

Siamo abituati a pensare che solo il glifosato sia potenzialmente dannoso per la salute umane e per le colture, in realtà esistono tutta una serie di pesticidi che sempre più spesso finiscono nelle nostre tavole e quindi nel nostro corpo.
Qualche settimana fa avevamo parlato di come la campagna #ipesticididentrodinoi attraverso un esperimento aveva dimostrato che basterebbero due settimane di una dieta con prodotti senza pesticidi per abbattere e in alcuni casi azzerare il contenuto di sostanze inquinanti.

Oggi l’esposizione a pesticidi, erbicidi e insetticidi è aumentata notevolmente o semplicemente se ne parla di più. Di certo è che dall’Unione europea non arrivano risposte rassicuranti, ricordiamo che neanche un mese fa i paesi hanno salvato l’erbicida Roundup della Monsanto che sta avvelenando il mondo.

Ma come dicevamo, non è solo il glifosato a preoccupare. Ad esempio il chlorpyrifos secondo alcuni ricercatori potrebbe alterare lo sviluppo del cervello e causare danni cerebrali, anomalie neurologiche, ridotto quoziente intellettivo e aggressività nei bambini. Negli adulti, invece, la sostanza chimica sarebbe collegata al morbo di Parkinson e al cancro del polmone.

Il clorpirifos viene usato dal lontano 1965 nelle colture di grano, mais, frutta e verdura, come mele, ciliegie, fragole, broccoli, cavolfiori e tanti altri. Tutti cibi che dai campi arrivano nel nostro organismo. Il pesticida è usato non solo in America ma anche in Europa con dei limiti sui residui. Secondo uno studio, l’87% dei neonati eredita il clorpirifos dal cordone ombelicale.

Nonostante ciò l’EPA che è l’agenzia per la protezione dell’ambiente negli Stati Uniti, non ha rimosso il pesticida dal mercato, esattamente come è successo in Europa per il glifosato. E anche in questo caso, migliaia di cittadini avevano firmato una petizione per eliminarlo dalle colture.

E anche qui, si parla di conflitti d’interesse e di studi non propriamente indipendenti, ma già nel lontano 2014 era stato sollevato il problema relativo al clorpirifos quando uno studio aveva dimostrato che le donne incinte esposte al clorpirifos durante il secondo trimestre avevano un rischio aumentato del 60% di dare alla luce un bambino autistico.

Un altro studio aveva misurato i livelli di clorpirifos nel plasma materno e il cordone ombelicale di donne e bambini che vivevano in una comunità agricola, rilevando che in alcuni casi nel sangue materno ce n’era fino al 70,5% e nel cordone ombelicale fino all’87,5%.

Come ridurre l’esposizione ai pesticidi? 

Come abbiamo detto più volte, i pesticidi vengono utilizzati nell’agricoltura intensiva per proteggere le coltivazioni dai parassiti, al fine di ottenere raccolti più abbondanti. La frutta e la verdura non vengono intaccate dai parassiti, ma su di esse permangono sostanze chimiche potenzialmente dannose per la salute. e diverse ricerche lo dimostrano.

Se da un lato è impossibile evitare l’esposizione esistono tuttavia degli accorgimenti che possiamo prendere nella vita di tutti i giorni per ridurre il contatto. Ecco alcuni suggerimenti:

  • Mangiare prodotti biologici e cibi fermentati
  • Lavare bene frutta e verdura prima di consumarla
  • Conoscere quali sono i vegetali più contaminati
  • Se si ha la possibilità coltivare il proprio orto
  • Togliersi le scarpe prima di entrare in casa per tenere lontani agenti nocivi

fonte: https://www.greenme.it/vivere/speciale-bambini/26051-pesticidi-neonati-chlorpyrifos

I Cinquestelle (e solo loro) lanciano l’allarme: in arrivo 22 nuovi OGM, nonostante il NO del Parlamento Europeo. La procedura di autorizzazione è da cambiare, ma sembra che a nessuno importi!

OGM

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

I Cinquestelle (e solo loro) lanciano l’allarme: in arrivo 22 nuovi OGM, nonostante il NO del Parlamento Europeo. La procedura di autorizzazione è da cambiare, ma sembra che a nessuno importi!

“Il primo marzo 2018 il Parlamento europeo ha votato per l’ennesima volta contro l’autorizzazione degli OGM in Europa. Siamo 6 Membri del Parlamento europeo provenienti da 6 paesi diversi e appartenenti a 6 diversi gruppi politici. Negli ultimi 4 anni abbiamo depositato insieme 22 obiezioni contro l’autorizzazione di organismi geneticamente modificati in Europa. Oggi, come nelle votazioni precedenti, queste obiezioni hanno incassato una maggioranza significativa nella plenaria del Parlamento europeo. Nonostante questo, per ben 22 volte, il Consiglio dell’Unione europea non ne ha tenuto conto in alcun modo e la Commissione europea ha dato il via libera all’autorizzazione degli OGM, per la maggior parte resistenti al glifosato, in sfregio alla bocciatura esplicita che abbiamo voluto segnare sul piano politico.

La disfunzione che continuiamo ad osservare a fronte all’incessante autorizzazione degli OGM sta facendo esaurire la nostra pazienza. Per questo cogliamo l’occasione per ricordare che il Parlamento europeo è l’unica istituzione dell’UE eletta a suffragio universale e per sottolineare che ignorare le scelte compiute da questa istituzione finirà per indebolire l’Unione nel suo insieme, rendendo sempre più evanescente l’espressione della sovranità popolare. In questo senso, il caso degli OGM è particolarmente significativo.

Stiamo di fronte ad uno stallo istituzionale o quanto meno ad una procedura che nega la democraticità dei processi che dovrebbero essere alla base dell’Unione europea. Al di là della nostra appartenenza a gruppi politici diversi, il nostro comune obiettivo è garantire che le regole che disciplinano l’autorizzazione degli OGM corrispondano all’espressione di una maggioranza. Le nostre obiezioni rappresentano un baluardo, con il quale cerchiamo di difendere le prerogative del Parlamento e, allo stesso tempo, sono l’espressione della debolezza della nostra comune ambizione.

Nessuno infatti può dirsi soddisfatto del vicolo cieco in cui ci troviamo, che non assicura alcuna considerazione delle posizioni espresse dal Parlamento e che deve portarci a mettere in discussione il modo in cui le istituzioni europee lavorano in relazione agli OGM. Dietro a questo voto c’è il pieno riconoscimento del principio di precauzione. L’Unione Europea è attualmente dipendente dai modelli agricoli dei paesi terzi, basati sugli organismi geneticamente modificati. Noi vogliamo che si faccia luce su queste scelte, nascoste agli occhi dei cittadini e dei consumatori. Consideriamo che il prerequisito per qualsiasi scelta che ricade sulla popolazione sia l’applicazione del principio di precauzione.

Pertanto chiediamo alla Commissione europea di considerare la sfiducia che deriva da queste decisioni che impattano, a loro volta, sui nostri modelli alimentari. Chiediamo di ascoltare il messaggio popolare di cui il Parlamento europeo si è fatto espressione. La nostra comune battaglia, che va oltre le rispettive appartenenze politiche, è per più democrazia e per più trasparenza”.

Eleonora EVI (EFDD) con
Guillaume BALAS (S&D),
Lynn BOYLAN (GUE),
Valentinas MAZURONIS (ALDE),
Sirpa PIETIKÄINEN (EPP),
Bart STAES (GREENS)

 

fonte: http://www.efdd-m5seuropa.com/2018/03/22-ogm-sul-mercato-n.html