Salute – Un fantastico successo la prima mano bionica tutta made in Italy. L’intervento eseguito al Policlinico Gemelli su tecnologia dell’Università di Pisa.

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Salute – Un fantastico successo la prima mano bionica tutta made in Italy. L’intervento eseguito al Policlinico Gemelli su tecnologia dell’Università di Pisa.

Stavolta il successo è tutto italiano. La paziente è vicentina, l’intervento è stato eseguito al policlinico Gemelli di Roma e la protesi della mano è stata sviluppata a Pisa, alla scuola superiore Sant’Anna. Fa ben sperare la storia di Almerina Mascarello, 55 anni, la prima persona italiana a cui è stata impiantata una mano bionica. L’intervento, necessario per sostituire l’estremità sinistra persa a seguito di un incidente stradale, è stato effettuato nel giugno del 2016. Ma la notizia è arrivata solo ora, quando cioè i medici hanno avuto tutte le necessarie conferme. L’impianto è figlio dell’intuizione che nel moncherino rimasto dopo un’amputazione restano i nervi. Inserire degli elettrodi della grandezza di un capello consente che i segnali di movimento inviati dal cervello vengano trasmessi alla mano robotica che, informatizzata, raccoglie l’input e risponde. Finora lo stimolatore, le pile e la strumentazione collegati alla mano sono stati portati dal paziente in uno zainetto. Il prossimo intervento prevede che l’intero sistema realizzato in dimensioni estremamente piccole finisca tutto dentro il braccio. La mano è una versione migliorata di quella impiantata su un uomo danese nel 2014. La donna ha portato con sé lo zainetto uscendo a Roma, sotto il controllo dei responsabili del test. Dopo sei mesi l’impianto è stato tolto. L’obiettivo ultimo ora è rendere questa tecnologia utilizzabile clinicamente. Ma è un altro passo in avanti che segna un grande straordinario traguardo.

 

 

tratto da: http://www.lanotiziagiornale.it/un-successo-la-prima-mano-bionica-made-in-italy-lintervento-eseguito-al-policlinico-gemelli-su-tecnologia-delluniversita-di-pisa/

Con il 2018 arriva sul mercato Tua, l’auto elettrica tutta Italiana, “Made in Puglia”, bella, economica e superecologica

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Con il 2018 arriva sul mercato Tua, l’auto elettrica tutta Italiana, “Made in Puglia”, bella, economica e superecologica

 

Ad aprile 2018 a Roma arriverà una tappa del campionato del mondo di Formula E: bolidi monoposto che sfrecceranno a oltre 200 km orari in un circuito capitolino interamente (e unicamente) alimentati a batteria. Il mercato dell’auto elettrica italiana non si ferma però qui. C’è ad esempio un forte impegno verso il car sharing  e anche verso la produzione di macchine elettriche made in Italy.

Minicar made in Bari

Qualche giorno fa, in occasione della Fiera del Levante è stata presentata Tuala prima auto elettrica italiana, leggi anche come il primo modello di automobile interamente costruito in Italia.

Auto elettrica italiana: orgoglio del sud

Tua è progettata dalla Tua Industries, ed è realizzata interamente in alluminio; pesa poco per essere un’automobile (circa 600 kg) ed ha un’autonomia di 200 km per ogni ricarica. Il debutto sul mercato è fissato per il secondo semestre del prossimo anno con un prezzo che dovrebbe aggirarsi attorno ai 10 mila euro.

L’auto elettrica italiana che salva azienda e dipendenti

A Modugno, dove oggi si sta per iniziare a produrre la Tua, fino a qualche tempo fa si producevano carrelli industriali. Poi la crisi, la cassa integrazione e la decisione di chiudere lo stabilimento per trasferirsi ad Amburgo. Da qui il periodo più buio: le tensioni, le occupazioni, i presidi e le paure da cui è emersa la voglia di non arrendersi di un gruppo di operai che ha saputo far fronte alla crisi, che ha saputo farsi famiglia.

Il 2015 e la svolta

Nel 2015 un fondo statunitense ridisegna il destino degli operai di Modugno. La Lcv Capital Management, un gruppo d’investimento statunitense ha riacceso le speranze delle famiglie dei dipendenti ed è arrivato l’accordo tra il ministero e la Lcv-Tua Autoworks con cui vene varato il piano per la riconversione dello stabilimento di Modugno.

Una storia di rivalsa sociale, ancora prima della storia di Tua, l’auto elettrica italiana

Michele Emiliano presidente della Regione puglia racconta a Puglia Reporter la sua esperienza su questa bella storia italiana:

“Questa vicenda è iniziata quando ero sindaco di Bari con un presidio vicino alla fabbrica perché una grande multinazionale, che aveva sostanzialmente preso brand, fatturato e apparecchiature, voleva chiudere l’attività per acquisire le quote di mercato. L’orgoglio degli operai ha impedito questo destino. Abbiamo provato in tutti i modi a trovare un progetto di reindustrializzazione, e oggi siamo arrivati al prototipo finalmente autorizzato dagli organismi competenti”.

E poi continua proprio durante la presentazione dell’auto elettrica prodotta da TUA Industries durante la Fiera del Levante:

“Ci sono ancora difficoltà perché si tratta di mandare a regime una produzione che non è semplice e che ha bisogno di una importante capitalizzazione. Sto verificando la volontà degli imprenditori italiani ad andare avanti nel progetto, noi continueremo a sostenerli perché, al di là del significato del mantenimento occupazionale, è diventato un progetto industriale veramente interessante. La prima auto italiana totalmente elettrica. Questa auto potrebbe consentire a tutte le forze di polizia municipale in Italia di muoversi nei centri abitati colpiti dai superamenti dei PM10, almeno riducendo le emissioni delle auto pubbliche. Peraltro è un’auto comoda e silenziosa”.”È un’auto italiana e pugliese e questo chiude anche tutto il circuito dell’automotive pugliese e barese perché non avevamo ancora una produzione come questa, di un’auto intera. Come sempre combatteremo con tutta l’energia per difendere questo progetto neonato”.

Non manca molto al momento della verità. Entrare nel mercato a metà 2018 significa iniziare presto i lavori. Sapremo quindi a breve quanto questa bella storia fatta con tutti gli ingredienti positivi che una bella storia deve avere (sostenibilità, correttezza politica, speranza, famiglie che non si arrendono) potrà raccontare di noi nel mondo. Di un gruppo di persone che non si sono arrese e che hanno creato un mezzo di trasporto che renderà il mondo dei loro figli un mondo migliore.

tratto da: http://www.green.it/auto-elettrica-italiana/

Rosarno, la mattanza delle arance – Come fanno morire le nostre Arance (le migliori del mondo) e ci costringono a consumare porcherie che non si sa nemmeno da dove arrivano!!

 

Arance

 

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Rosarno, la mattanza delle arance – Come fanno morire le nostre Arance (le migliori del mondo) e ci costringono a consumare porcherie che non si sa nemmeno da dove arrivano!!

 

…arrivano con le navi nei porti Italiani, scaricano …e di colpo diventano Arance Italiane !!

Le arance a Rosarno non vengono raccolte. Perchè non conviene. Cosa più la raccolta della vendita. la concorrenza delle “altre” arance è spietata e fa abbassare i prezzi in maniera clamorosa. Le “altre” arance sono arance straniere che arrivano nei nostri porti e “per magia” diventano italiane. Questo succede perché nei porti i controlli delle autorità non sono spesso sufficienti. Il risultato di questa situazione è che il prodotto italiano si trova a competere con altri prodotti che costano meno e non ce la fanno. Nei succhi, inoltre, spesso non riusciamo a capire se il succo è made in Italy. A fine pezzo gli agricoltori diranno: “non ci conviene raccogliere le arance. e allora le regaliamo. vogliamo regalarle ai nostri politici. Un souvenir dalla calabria per ricordare loro quanto è importante la difesa dei nostri prodotti di qualità.

Chi dobbiamo ringraziare per tutto questo?

Unione Europea?

Governo?

Multinazionali?

Di certo credo sia chiaro a tutti chi ci rimette !!

 

 

Arance, olive e pomodori: come una gestione ignobile da parte dei nostri politici sta distruggendo il Made in Sicily, danneggiando i produttori italiani ed i consumatori!

 

Made in Sicily

 

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Arance, olive e pomodori: come una gestione ignobile da parte dei nostri politici sta distruggendo il Made in Sicily, danneggiando i produttori italiani ed i consumatori!

“Da anni l’agricoltura siciliana sta affrontando una terribile, ma “legale”, concorrenza sleale: nelle tavole degli italiani arrivano prodotti coltivati in Paesi lontanissimi, che producono frutta e verdura a prezzi irrisori perché il costo della manodopera altrove oscilla da pochi centesimi a due-tre dollari l’ora. Questa concorrenza sleale è un danno per i produttori italiani, ma anche per i consumatori perché fuori dall’Europa le regole sanitarie sono molto meno stringenti e, dunque, i prodotti sono molto meno sicuri. Ecco la situazione in Sicilia.

POMODORI
L’Italia è tra i primi produttori mondiali di pomodoro destinato a salse e concentrati, con oltre 5,18 milioni di tonnellate nel 2016. La Sicilia traina con orgoglio questa filiera nazionale di qualità. Ma mentre la produzione nazionale tocca picchi altissimi, le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina, ad esempio, sono cresciute del 680% e nel 2016 hanno raggiunto quota 92 mila tonnellate. Un chilo di concentrato, sostituisce sette chili di pomodori, ecco quindi che abbiamo importato l’equivalente di quasi 700 mila tonnellate di pomodori cinesi. Certo, costano meno, ma la qualità? In Cina le regolamentazioni su pesticidi e fitofarmaci sono molto meno stringenti che da noi, per non parlare delle leggi sul lavoro che permettono una quasi-schiavitù, anche minorile. Competere in questo tipo di mercato è quasi impossibile! Al Parlamento europeo abbiamo chiesto che i pomodori pachino vengano inseriti nella lista delle indicazioni geografiche protette in Cina.

ARANCE/OLIVE
Da quando nel 2013 l’Unione Europea ha firmato un trattato di libero scambio col Marocco, la produzione siciliana di arance ne ha risentito pesantemente. Questo accordo è stato definito illegale dalla Corte di Giustizia, ma l’alto rappresentante per la politica estera europeo, Federica Mogherini (PD) ha fatto orecchie da mercante dando ai nostri agricoltori, oltre al danno, la beffa di sapere che nemmeno i nostri politici li avrebbero protetti. E se il consumatore consapevole in Sicilia sa riconoscere i prodotti della sua terra, lo stesso non si può dire di chi acquista arance all’estero, che sceglierà sempre il prodotto meno caro. Lo stesso discorso vale per le olive marocchine e tunisine che in assenza di un’adeguata salvaguardia, per la quale ci siamo battuti con forza, rischiano di entrare di prepotenza sui nostri mercati e distruggere la piccola produzione. Ricordiamo che le grandi marche di olio usano miscele di olive tunisine per risparmiare a danno della qualità e della tradizione siciliana.

GRANO 
Anche il grano è un prodotto siciliano d’eccellenza, ma che viene anche importato in grandi quantità da Paesi come Canada e Ucraina e qui il problema non riguarda la concorrenza, ma la qualità del prodotto che arriva in Italia. A causa del lungo trasporto e delle diverse condizioni di raccolta il grano che arriva in Italia è spesso contaminato da tossine pericolose, che permangono quando il grano viene trasformato per produrre pasta. Una situazione che il trattato con il Canada, il CETA, rischia di aggravare enormemente, autorizzando l’entrata senza dazio doganale per 100.000 tonnellate di grano canadese.

CERAMICA
Nella Commissione Commercio Internazionale ci siamo battuti per inserire la protezione di indicazioni geografiche anche per i prodotti che non sono agricoli, come la ceramica. Tra le nostre eccellenze esistono anche quelle artigianali, settore che in Sicilia dà forza lavoro e incremento economico. Dobbiamo difendere le produzioni locali e tradizionali che altrimenti andrebbero perse.

CENTRODESTRA E PD ALLEATI DI QUESTA EUROPA
Come dimostrano tutti questi casi, i risultati portati a casa dai partiti sono davvero pochi, anzi sono controproducenti. In tutti gli accordi commerciali negoziati, a pagare è sempre l’agricoltura. Ecco perché è fondamentale mandarli a casa. Solo noi abbiamo la forza di difendere le eccellenze locali dire un chiaro e forte “no” a tutti gli accordi commerciali che le mettono in pericolo.

di Tiziana Beghin, Efdd – MoVimento 5 Stelle 

fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/10/arance-olive-e-pomod.html

Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar: l’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano. Difende il suo sacrosanto diritto di farci mangiare qualunque porcheria a nostra insaputa!

 

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Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar: l’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano. Difende il suo sacrosanto diritto di farci mangiare qualunque porcheria a nostra insaputa!

Scrive L’Avvenire:
Made in Italy. La guerra della pasta arriva al Tar

L’industria italiana respinge l’obbligo di indicare da dove viene il grano

Dieci giorni fa Aidepi, l’Associazione delle Industrie del dolce e della pasta italiane, ha presentato ricorso al Tar del Lazio contro la cosiddetta ‘etichetta Made in Italy’, che obbliga a indicare l’origine del grano duro sulle confezioni di pasta che troviamo sugli scaffali. Il provvedimento, oggetto di un decreto del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, entrerà in vigore il prossimo febbraio, obbligando i produttori a trasmettere in etichetta il o i Paesi in cui è stato coltivato il grano e dove sono state ottenute le semole (se siano Ue, non Ue, Ue e non Ue). Ma i pastai non ci stanno e sono compatti nell’esprimere il proprio dissenso, mai celato nemmeno in questi mesi di discussione sul tema. Oltre al ricorso al Tar, hanno fatto anche una segnalazione alla Commissione europea, attraverso una lettera che sottopone all’attenzione di Bruxelles la questione.

«Il decreto è fatto male – tuona Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di Aidepi – non informa correttamente il consumatore, rischia di far credere che ciò che conta per una pasta di qualità è l’origine del grano». E poi «riduce la nostra competitività all’estero perché introduce un obbligo che comporta costi aggiuntivi solo per noi e non per i nostri concorrenti». Oggi l’export di pasta pesa circa il 50% sul fatturato di questo prodotto, ma secondo stime di Aidepi con la nuova etichetta verrebbe perso il 5-7% annuo delle quote di mercato. È dunque contrapposizione netta al governo. «Il rischio – ha spiegato ieri Paolo Barilla, vicepresidente della Barilla e presidente della International pasta organisation – è che sulla spinta del decreto in Italia si semini più grano, ma non è detto che si semini grano di alta qualità, perché ci vuole qualche anno per migliorare la varietà e fare un lavoro più completo».

Arriva anche la replica della Coldiretti, da sempre schierata a favore delle etichette da apporre alle confezioni: quella di avversare il decreto sarebbe «una decisione che va contro gli interessi dell’81% dei consumatori che chiedono che venga indicata in etichetta l’origine del grano utilizzato nella pasta secondo la consultazione pubblica online sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal Ministero delle Politiche agricole – puntualizza il presidente Roberto Moncalvo – ancora una volta la rappresentanza industriale dei pastai preferisce agire nell’ambiguità contro gli interessi dell’Italia e degli italiani che chiedono trasparenza». «Ci piacerebbe usare il 100% di grano italiano – precisa Felicetti – ma non c’è a livello di volume e nemmeno di qualità». Il grano italiano non è sufficiente e quella che manca è l’uniformità del raccolto: «Il 10% del nostro grano è eccellente, il 50% circa è di qualità media, il restante non ha gli standard di qualità della legge di purezza», specifica Barilla.

Il Canada è uno dei grandi granai mondiali e uno dei principali Paesi da cui gli italiani acquistano partite di materia prima. Per Moncalvo di Coldiretti, senza etichetta «si vuole impedire ai consumatori di conoscere la verità privandoli di informazioni importanti come quella di sapere se nella pasta che si sta acquistando è presente o meno grano canadese trattato in preraccolta con il glifosate, accusato di essere cancerogeno e per questo proibito sul grano italiano». Da parte sua Aidepi difende invece la scelta, spiegando come i livelli di glifosato utilizzato in Canada siano «molto al di sotto della soglia che dà ripercussioni negative sulla salute». Intanto il prossimo 25 ottobre si celebra il 19esimo ‘World pasta day”. Per l’occasione in tutto il mondo pastai e chef doneranno 3 milioni di porzioni di pasta, di cui 160mila in Italia, che verranno consegnate alla Caritas Diocesana per aiutare gli indigenti di 12 regioni.

 

fonte: https://www.avvenire.it/economia/pagine/la-guerra-della-pasta-arriva-al-tar

L’accusa di Coldiretti: Per la maturazione del grano straniero viene usata una sostanza assolutamente vietata in Italia, ma poi qui l’industria ci fa la pasta Made in Italy che mangiamo tutti i giorni…!

 

Coldiretti

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L’accusa di Coldiretti: Per la maturazione del grano straniero viene usata una sostanza assolutamente vietata in Italia, ma poi qui l’industria ci fa la pasta Made in Italy che mangiamo tutti i giorni…!

Le associazioni dei produttori di pasta non possono che rimanere soddisfatte dal responso del Ministero della Salute sui controlli sul grano importato: ”Il frumento estero è sicuro, basta insinuazioni”.

La Coldiretti, però, aspettando con ansia l’introduzione dell’obbligo in etichetta di indicazione dell’origine del riso e del grano per la pasta, esprime però la sua opinione per voce di Rolando Manfredini, responsabile della sicurezza alimentare, a Ilfattoquotidiano.it: “Ci sarebbe stato da preoccuparsi se i controlli avessero dato risultati diversi, ci fa piacere che non sono state rilevate irregolarità, ma questo non toglie che vi siano molte differenze tra il grano italiano e quello canadese”.

Le associazioni Aidepi e Italmopa si sono incaricate di divulgare la notizia sul controllo delle micotossine e il messaggio è decisamente chiaro: non sono state scovate tracce di illegalità o irregolarità nei campioni di grano importato che sono stati analizzati dal dicastero.

In aggiunta, l’associazione Aidepi, tiene presente che queste analisi sono state precedute dai controlli su pesticidi e fitofarmaci, sempre condotti dal Ministero. A conti fatti, quindi, il presidente dei pastai italiani di Aidepi, Riccardo Felicetti, si sente rassicurato dai risultati delle analisi, perché respingono ogni accusa sulla qualità e sanità delle materie prime della pasta.

Nonostante le rassicurazioni da parte del ministero in merito alla questione, le perplessità della Coldiretti non sono infondate. Alberto Ritieni, docente di chimica degli alimenti all’Università Federico II di Napoli, in un’intervista a ilfattoquotidiano.it, dichiara che il deossinivaleno, una particolare micotossina, “se assunto in minime quantità l’effetto del don può non comparire mai”.

Ma se il valore di don consentito è calcolato su base europea, in cui il secondo posto di consumatore è occupato dalla Germania con 7.4 kg all’anno, può essere considerata una minima assunzione se relazionata ai 26 kg dell’italiano medio?

È il porto di Bari a ritrovarsi campo di battaglia della cosiddetta “Guerra del grano”, dove approdano milioni di tonnellate di grano estero – per metà canadesi tra l’altro – che, da una parte ricevono controlli dall’UE, dalle autorità italiane, dai molini e infine dalle aziende pastaie, ma dall’altra non rispettano le regole imposte dall’Unione Europea.

Rolando Manfredini, infatti, sottolinea le differenze tra il grano italiano e quello canadese, di nuovo a ilfattoquotidiano.it: ” Mentre il primo viene raccolto in estate, in piena maturazione, il secondo viene raccolto tra fine settembre e gli inizi di ottobre, in autunno quindi.

viene fatto maturare artificialmente – aggiunge – ossia utilizzando un seccante, il glifosato, nella fase della pre-raccolta, sostanza che da noi è vietata. Questo espone la materia prima a valutazioni negative dal punto di vista della sicurezza alimentare”

Alla fine dei conti, il vero problema sarà affrontare i risvolti dell’applicazione, per ora provvisoria, del Ceta, l’accordo commerciale tra UE e Canada, in quanto, se il progetto dell’etichettatura di origine per il grano duro diventasse realtà, la maggiore chiarezza sulla materia prima potrebbe incidere negativamente sulle vendite per chi esporta il frumento – il Canada per l’appunto – , che potrebbe richiedere un risarcimento.

Ma avete capito cosa significa il CETA che le carogne del nostro Parlamento stanno approvando con tanto zelo? Per 250 prodotti Made in Italy non esisterà alcuna forma di tutela. Tra i prodotti del Sud solo 5 potranno avere la denominazione DOP e IGP. E poi il glifosato e il Made in China…

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Ma avete capito cosa significa il CETA che le carogne del nostro Parlamento stanno approvando con tanto zelo? Per 250 prodotti Made in Italy non esisterà alcuna forma di tutela. Tra i prodotti del Sud solo 5 potranno avere la denominazione DOP e IGP. E poi il glifosato e il Made in China…

Ceta: tutelati solo 5 DOP e IGP del Sud Italia. Slitta il voto al Senato

Il voto sul CETA al Senato è slittato al 27 giugno. Intanto, tra le tante preoccupazioni legate all’accordo commerciale Ue-Canada spunta anche un blocco di quasi 250 denominazioni Made in Italy del tutto escluse da forme di tutela. E i prodotti del Sud tutelati sono soltanto 5.

Completamente assenti DOP e IGP del Sud Italia

A sollevare il problema è Colomba Mongiello, vice presidente della commissione inchiesta sulla contraffazione, prima firmataria dell’interpellanza urgente in cui si chiede al ministro delle politiche Agricole Martina di sanare l’anomalia. Con Il Ceta andrebbero in fumo tutti i percorsi di lotta alla contraffazione e all’italian sounding messi in atto finora. D’altra parte, nei mesi scorsi, da più parti si era levato un coro di protesta, purtroppo mentre il Ceta approdava in Parlamento senza il dovuto clamore. Una riflessione è d’obbligo, adesso anche alla luce di questa discriminazione verso una serie di prodotti italiani che vanno dal pistacchio di Bronte al pomodoro San Marzano.

Ogni anno entrano in Italia prodotti alimentari ‘clandestini’ e ‘pericolosi’ per oltre 2 miliardi di euro, pari al 5% della produzione agricola nazionale. Di qui le trattative tra UE e Canada per proteggere da imitazioni anche i prodotti made in Italy, prospettando vantaggi commerciali reciproci e una maggiore sensibilizzazione dei consumatori ai prodotti di qualità. Il Ceta, approvato a Bruxelles, in attesa della ratifica dei Parlamenti nazionali, prevede la tutela di 69 DOP e IGP, sulle 367 registrate in Italia. Di queste appena 5 sono quelle meridionali: 3 siciliane, 1 a testa per campane e pugliesi, nessuna della Basilicata e della Calabria”, spiega Mongiello.

Anche se trascurassimo la “questione meridionale”, resta il fatto che soltanto 69 prodotti vengono tutelati dal Ceta, nemmeno la metà di quelli tutelati in Italia. E comunque l’accordo alimenterebbe disparità tra Nord e Sud, tra prodotti e aree produttive che non possiamo permetterci.

E l’accordo con la Cina? I prodotti italiani non hanno tutele

La stessa Mongiello fa un paragone con un altro accordo commerciale, quello bilaterale con la Cina, che prevede la selezione di 100 indicazioni geografiche per area a cui garantire protezione. Ebbene, dovrebbe essere tutelata una sola DOP del Sud, la mozzarella di bufala campana. L’elenco delle indicazioni geografiche da tutelare è stato reso noto, sono 100 Ue e 100 cinesi, e l’accordo dovrà essere perfezionato entro fine anno.

Lo spettro del glifosato

Il Ceta è stato oggetto di una protesta molto aspra da parte dell’opinione pubblica, seppur poco mediatica. Mentre spuntano questioni come quella appena citata del pericolo per i prodotti del Sud, nell’aria si aggira sempre lo spettro del glifosato: con l’accordo infatti dovremmo temere le imitazioni canadesi dei nostri prodotti tipici, ma anche l’invasione di grano duro trattato in preraccolta con il glifosato, nel nostro Paese vietato, e di carne a dazio zero per circa 50.000 tonnellate di carne di manzo e 75.000 tonnellate di carni suine, spiega Mongiello.

L’allarme è stato lanciato, tra gli altri, dal vicepresidente dell’associazione Ettore Prandini durante un’audizione al Senato:

“Un impatto devastante sulla coltivazione di grano in Italia con il rischio desertificazione di intere aree del Paese e una concorrenza sleale nei confronti degli allevatori italiani, ma anche un rischio per i consumatori ed un precedente pericoloso nei negoziati internazionali. E’ necessaria quindi una valutazione ponderata e approfondita dell’argomento, soprattutto in considerazione della mancanza di reciprocità tra modelli produttivi diversi, che grava sul trattato”.

Anna Tita Gallo

 

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/24335-ceta-made-in-italy-voto-senato

Pasta Made in Italy fatta col grano al glifosato canadese? Per il Governo si può! Ecco il Governo prende in giro i cittadini, dice si al CETA e spiana la strada alle porcherie provenienti dall’estero!

 

Made in Italy

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Pasta Made in Italy fatta col grano al glifosato canadese? Per il Governo si può! Ecco il Governo prende in giro i cittadini, dice si al CETA e spiana la strada alle porcherie provenienti dall’estero!

 

Pasta Made in Italy fatta col grano canadese #CetaNoGrazie

Il governo prende in giro i cittadini e spiana la strada al grano canadese. Nella bozza di decreto inviata a Bruxelles, il Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina ha proposto di inserire nelle etichette della pasta il Paese di coltivazione del grano e quello in cui viene macinato. Bene, peccato che il decreto contiene una enorme truffa: l’etichetta Made in Italy potrà essere riconosciuta anche al grano duro coltivato almeno per il 50% in Italia.

MANGIAMO PASTA CON GLIFOSATO SENZA SAPERLO
Facciamo un esempio. Con l’etichetta voluta da Martina, il pacco di pasta con 51% di grano italiano e il 49% di grano canadese porterà l’etichetta “grano proveniente da Italia e altri Paesi non UE”, senza specificare da dove proviene esattamente. Questo non è un dettaglio di poco conto visto che il grano canadese è pieno di glifosato e microtossine, quello, ad esempio, ucraino no, però sono entrambi etichettati come “Paesi non Ue”! Bisogna dare risposte ai cittadini che sono sempre più attenti all’origine dei prodotti e anche ai piccoli produttori italiani che sono danneggiati dalla confusione che generano etichettature vaghe.

LE BUGIE DEL GOVERNO
L’Italia è il primo importatore di grano in Europa. Il 23.8% viene importato esclusivamente dal Canada dove il glifosato viene regolarmente usato nelle coltivazioni. Il governo, dicendo sì al Ceta, il trattato di libero scambio con il Canada, ha di fatto autorizzato nuove e più robuste esportazioni fino a 100.000 tonnellate annue a dazio zero. Questi sono i fatti. Gli annunci di Martina sono pannicelli caldi che non aiutano il Made in Italy. Il Canada è inaffidabile. Sull’importazione di formaggi europei non sta mantenendo la parola promessa. Il settore è molto protetto e le quote non sono state ancora assegnate. L’ultimo giorno utile è il 30 giugno.

DAL M5S AZIONI E NON PAROLE
– Grazie agli emendamenti presentati da Tiziana Beghin e David Borrelli in Commissione Commercio Internazionale abbiamo evitato l’importazione selvaggia dall’Ucraina di pomodori, grano e urea. Poi in fase di trilogo la Commissione ha rinnegato il voto del Parlamento europeo e ha rimesso delle quote, anche se in misura inferiore rispetto alla proposta iniziale. Noi difendiamo il Made in Italy, gli altri lo calpestano.

– Nella Commissione Agricoltura del Parlamento europeo Marco Zullo si batte per la trasparenza alimentare e una chiara etichetta di origine dei prodotti. Rosa D’Amato ha inviato una lettera al Commissario alla Salute Vytenis Andriukaitis denunciando l’uso del glifosato nelle coltivazioni.

– Grazie a noi alla Camera dei Deputati è stata approvata una mozione per chiedere di introdurre anche per il riso, almeno in via sperimentale, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine. Vogliamo garantire nell’etichetta della pasta l’indicazione obbligatoria “100% grano italiano”, quando la semola è appunto derivante interamente da grano made in Italy.

Vogliamo una corretta informazione e non imbrogli. Per il grano serve trasparenza obbligatoria e tracciabilità totale della provenienza. Con il Ceta questa confusione aumenta. È arrivato il momento di dire #StopCeta.

In contemporanea alla votazione del testo in Commissione Esteri del Senato, il Movimento 5 Stelle annuncia la sua presenza alla mobilitazione di martedì 27 giugno alle 10, in Piazza della Rotonda a Roma (Pantheon), indetta da organizzazioni sindacali, agricole, ambientaliste e dei consumatori.

 

fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/06/pasta-made-in-italy.html

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano – Loro risparmiano, le nostre aziende chiudono e tu non sai cosa mangi!

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Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano – Loro risparmiano, le nostre aziende chiudono e tu non sai cosa mangi!

Storia del concentrato di pomodoro prodotto in Cina e venduto come italiano.

Il bambino ha l’aria concentrata. Vestito con una tuta lacera, le mani protette da un paio di guanti, scava un foro nel terreno. Ci infila la piantina. Copre il foro. Si sposta di circa 30 centimetri e ripete la stessa operazione. Dice di avere dodici anni, ma ne dimostra anche meno. Intorno a lui, un’altra ventina di persone, donne, uomini, qualche altro ragazzo più grande. Tutti fanno gli stessi gesti, veloci e ripetitivi: afferrano le minuscole piante da cassette di plastica e le collocano a terra, a una distanza fissa l’una dall’altra. Finita una cassa, ne attaccano un’altra. E poi un’altra ancora, seguendo le linee dell’aratura.Seduto su una panca di legno ai bordi del campo, il proprietario li osserva pigramente, mentre un caposquadra annota su un taccuino lo spazio che ha coperto ognuno di loro. La sera li pagherà in contanti, a cottimo: 0,17 yuan (2 centesimi di euro) al metro. A fine giornata, i più svelti riusciranno a mettere in tasca una settantina di yuan, più o meno dieci euro.Siamo nello Xinjiang, estremo ovest della Cina, a tremila chilometri da Pechino. Questa regione sconfinata, grande cinque volte e mezzo l’Italia, è tappezzata di terreni dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Una produzione destinata non al consumo interno, ma all’esportazione: i frutti delle piantine immesse nel terreno da questi braccianti a giornata di ogni età saranno trasbordati in una fabbrica, per essere lavorati e mandati in giro per il pianeta sotto forma di triplo concentrato. Dopo opportuna rilavorazione, finiranno nel ketchup della Heinz, nei barattoli che si vendono a due soldi nei mercati africani. O in concentrati e sughi pronti prodotti da marchi italiani.Perché il principale importatore di questo prodotto è proprio il nostro paese: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente.

Le piantine nascono in serra e quando le temperature diventano più miti, tra aprile e maggio, vengono trapiantate per crescere in campo aperto. Questa è precisamente l’operazione che sta compiendo la squadra di braccianti di cui fa parte il bambino con la tuta lacera.Nel giro di un paio di mesi, tra luglio e settembre, i frutti matureranno e saranno raccolti da altre squadre molto più numerose. Per l’occasione si riverseranno nello Xinjiang migliaia di migranti da altre zone della Cina: intere famiglie con prole al seguito, tutti insieme a lavorare nei campi. Il proprietario del campo, che dice di chiamarsi semplicemente signor Li, conferma: “Bisogna raccogliere velocemente, prima che il pomodoro marcisca. I bambini sono particolarmente adatti a questo lavoro: grazie alle loro mani piccole sono più svelti”. Come mai l’Italia, importa così tanto dall’estremo oriente? Dove finisce questo mare di concentrato? Centinaia di camion assicureranno poi il trasbordo dai campi alle fabbriche, dove i pomodori saranno trasformati e spediti in treno al porto di Tianjin, vicino a Pechino, luogo di raccolta in attesa dell’esportazione. Da qui navi cargo attraverseranno gli oceani e porteranno il prodotto in giro per il pianeta. Molte di queste sbarcheranno al porto di Salerno, dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatrici e diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati.Come mai l’Italia, che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo nel mondo dopo gli Stati Uniti, importa simili quantitativi dall’estremo oriente? E soprattutto, dove finisce questo mare di concentrato prodotto all’altro capo del mondo?“Il pomodoro che importiamo dalla Cina non è immesso nel mercato nazionale. È utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”, sottolinea il direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav) Giovanni De Angelis. La procedura prevede che una merce proveniente da un paese extracomunitario sia rilavorata in Italia (o in un altro paese europeo), per poi essere esportata verso un paese terzo. Per questo l’industria che fa la rilavorazione è esentata dal pagamento dei dazi doganali.L’allarme di Coldiretti Nel suo ufficio al centro direzionale di Napoli, nel cuore della regione che storicamente trasforma il pomodoro, De Angelis mostra le tabelle statistiche a suffragio delle sue affermazioni: “Esportiamo il concentrato in quantità due­tre volte maggiori rispetto a quello che importiamo”.Il direttore è perentorio su questo punto e lo sottolinea più volte: “I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know­how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di euro su un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.“In termini quantitativi, non lo definirei propriamente marginale”, ribatte Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’organizzazione che più di ogni altra negli ultimi anni ha lanciato l’allarme sulle importazioni di concentrato cinese. “Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”

Bazzana studia da anni i movimenti del concentrato cinese, registra le oscillazioni nelle importazioni e non si stanca di denunciare la mancanza di trasparenza dell’industria, che non indica sui prodotti la provenienza della materia prima. “Confezionando concentrato cinese in prodotti italiani si danneggia tutta la filiera, perché questi hanno standard di uso di fitofarmaci più bassi di quelli consentiti all’interno dell’Unione europea. Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”.Il concentrato “confezionato in Italia” ma prodotto da “pomodoro cinese” finisce quindi prevalentemente nei barattoli venduti in Africa, ma in parte anche nei sughi pronti e nel pomodoro da pizza smerciato in vari paesi europei (la Germania è il primo importatore di concentrato italiano, la Francia il terzo), e a volte nella passata (quella venduta in Italia deve essere fatta da pomodoro fresco, ma la legislazione ha validità solo nazionale).

Non tutto il pomodoro cinese entra infatti in regime di temporanea importazione: nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, 14mila tonnellate sono entrate in via definitiva e sono rimaste all’interno dell’Unione europea. “Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente di quel prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro”, continua Bazzana. “Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.Che sia venduto all’interno del’Ue o nei mercati africani, l’origine del pomodoro non è mai indicata in etichetta, dove c’è l’obbligo di scrivere solo il paese dove il pomodoro è inscatolato. In pratica, denuncia la Coldiretti, quel pomodoro raccolto nello Xinjiang anche da bambini è venduto come italiano a milioni di consumatori in tutto il mondo. “Noi vendiamo un processo industriale”, ripete De Angelis. “Il triplo concentrato è un materiale grezzo, che la nostra industria trasforma grazie a competenze e tecnologie acquisite nel corso del tempo. È un procedimento che nell’agro­nocerino­sarnese, culla della trasformazione di pomodoro del sud Italia, si fa da più di un secolo”.Dagli anni novanta a oggi La storia del concentrato cinese è invece parecchio più recente. Fino agli anni novanta, nello Xinjiang non c’era l’ombra di un pomodoro. Poi sono arrivati proprio gli italiani che, per far fronte all’aumento dei costi e a una riduzione dei sussidi previsti dalla politica agricola comune (pac), hanno pensato di esternalizzare la produzione.Con sé hanno portato due cose fondamentali: la tecnologia e il mercato per l’esportazione. E in pochi anni, il remoto Xinjiang è diventato la seconda regione produttrice al mondo di pomodoro da industria, subito dopo la California. Ma come mai la Cina, che già ha di per sé scarsità di terre per sfamare la sua popolazione, ha deciso di coltivare in scala massiccia un prodotto non destinato al mercato interno? La risposta si trova nella particolarità dell’area in cui è stata impiantata la produzione. Lo Xinjiang è una regione complicata, scossa da tensioni sociali e da spinte separatiste. Gli abitanti autoctoni, gli uiguri di lingua turcofona e religione musulmana, ne rivendicano da anni l’indipendenza. I cinesi han, arrivati in massa grazie a un generoso programma di incentivi, controllano le leve politiche ed economiche, lasciando gli uiguri in una situazione di cittadini di serie b. Per stabilizzare l’area, fin dagli anni cinquanta Mao Zedong ha inviato nella regione un vero e proprio esercito di pionieri, reclutati in tutta la Cina, e li ha inquadrati in una specie di ente militare, lo Xinjiang shengchan jianshe bingtuan (Corpi di produzione e costruzione dello Xinjiang), più comunemente chiamato bingtuan (Corpi).Incaricato di rappresentare i nuovi arrivati, ma anche di costruire nuove città e far fruttare le terre che gli erano state assegnate, il bingtuan nasce come filiazione del governo centrale e deve rispondere solo a questo. Formava – e ancora forma per certi versi – una società a parte all’interno dello Xinjiang, con le proprie scuole, le proprie città, le proprie terre.La storia dello sviluppo del pomodoro in Cina è legata a doppio filo a quella del bingtuan. Nel corso degli anni, con la modifica delle priorità e degli obiettivi della Repubblica popolare, l’ente ha perduto la sua connotazione originaria di corporazione militar­rurale per assumere un ruolo più prettamente urbano, orientato ad attività industriali e commerciali.Nel 1998, il bingtuan è diventato ufficialmente una corporation, una struttura privata, i cui obiettivi sono legati alla “apertura delle regioni occidentali” ufficializzata dal presidente Jiang Zemin l’anno successivo. È stata la progressiva trasformazione dei Corpi da gruppo militare con interessi agricoli a vera e propria industria orientata al profitto a fare da propulsore allo sviluppo dei “cash crop”, cioè prodotti destinati all’esportazione, come per l’appunto il pomodoro. Il grande balzo in avanti nella produzione dell’“oro rosso” è cominciato proprio in concomitanza con la trasformazione del bingtuan in impresa commerciale, alla fine degli anni novanta.Sviluppo folgorante In quegli anni è nata la Chalkis. Espressione dei Corpi, quest’azienda ha avuto uno sviluppo a dir poco folgorante: nel giro di pochi anni, ha decuplicato il suo fatturato, aprendo 23 fabbriche di trasformazione in Cina e acquisendo temporaneamente un importante gruppo estero, i francesi di Conserve de Provence­Le Cabanon. Chalkis è partita da un vantaggio non indifferente: in quanto legata al bingtuan, è proprietaria della terra in cui si coltiva il pomodoro e delle fabbriche in cui si produce il concentrato, foraggiate da sussidi statali e portate avanti da manodopera a basso costo, fra cui anche i bambini.Vedendo il suo successo, altri si sono lanciati sul promettente settore. All’inizio degli anni 2000, una piccola azienda di nome Tunhe ha cominciato a svilupparsi in questo comparto, aprendo numerose fabbriche di trasformazione. Nel 2004, la Tunhe è stata acquisita dal conglomerato di stato cinese Cofco, il grande braccio commerciale e produttivo del governo di Pechino, che ha iniettato nell’azienda vagonate di soldi pubblici. Oggi, i due gruppi si dividono il mercato: insieme controllano complessivamente l’80 per cento della produzione cinese e il 15 per cento del commercio globale di concentrato. Gran parte dei derivati di pomodoro consumati in giro per il pianeta ha origine dalla materia prima proveniente da questi due gruppi: il braccio commerciale di un’azienda nata come una impresa paramilitare di colonizzazione e il principale conglomerato di stato in mano al governo cinese, che ha affari in tutto il mondo. L’industria del pomodoro concentrato italiano deve importare il prodotto dal suo principale concorrente internazionale.

“Il nostro mercato migliore è l’Italia”, esclama con un certo orgoglio Tian Jun nell’accogliermi in una specie di improvvisata sala conferenze nella sede centrale dell’azienda a Urumqi, capitale dello Xinjiang. “La collaborazione è antica, i rapporti ottimi. Vendiamo a gran parte dei principali gruppi. Poi, con l’aumento del cambio del dollaro, dal 2015 i nostri volumi di esportazione sono aumentati perché i nostri acquirenti preferiscono comprare da noi piuttosto che dai produttori statunitensi”.Figlio della colonizzazione han della regione, questo responsabile commerciale di 39 anni sciorina le cifre del successo e prospetta ulteriori sviluppi. Con un entusiasmo debordante, mostra la ambizioni del gruppo, ben evidenziate dallo slogan usato nelle varie operazioni di marketing: “Chalkis will tomato the world!”. La grande inondazione di pomodoro del pianeta deve partire proprio da questa sede anonima nella capitale dello Xinjiang e dai campi coltivati in tutta la regione. Tian Jun indica chiaramente la strategia per il futuro: “Il nostro primo mercato di riferimento è l’Italia. Ma, negli ultimi anni, abbiamo diversificato. Da un po’ di tempo forniamo ditte cinesi che vendono direttamente nel mercato africano”.

Tian riassume bene con le sue parole l’evoluzione degli ultimi anni. Nata alla fine degli anni novanta, la collaborazione tra i cinesi e gli italiani era basata su uno scambio: gli italiani fornivano ai cinesi la tecnologia e gli impianti e questi li ripagavano in concentrato, che poi gli italiani ritrasformavano e vendevano sui loro mercati di riferimento.Ma pian piano, i cinesi si sono affinati e hanno trasformato l’idea apparentemente geniale di delocalizzare la produzione in Cina in una specie di mostro di Frankenstein sfuggito di mano ai suoi creatori: perché invece di rifornire in modo esclusivo i loro ex mentori italiani, i produttori cinesi hanno cominciato a fargli concorrenza. E, nell’impossibilità di competere con ditte sostenute dallo stato che usano manodopera anche minorile a prezzi stracciati, questi hanno perso consistenti quote di mercato.La memoria storica del concentrato “Ormai non c’è più partita. I cinesi ci stanno buttando fuori”. Angelo D’Alessio è una sorta di memoria storica del concentrato italiano.La sua ditta di famiglia è nel settore da più di un secolo e, con il nome di Centro di esportazioni concentrato (Cec), a partire dagli anni cinquanta si è specializzata nel doppio concentrato destinato ai mercati africani. Nel suo ufficio a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, ricorda quando il concentrato non si importava dall’estero ma si produceva nel centro Italia. E, soprattutto, quando il business era saldamente in mano agli italiani. “Nessuno poteva competere con noi”. D’Alessio mostra con orgoglio i manifesti storici appesi alle pareti dei vari marchi che la sua ditta di famiglia ha esportato in tutto il mondo, dal concentrato “Sole d’Italia” ai pelati “la Chitarrella”, fino ai marchi “pupetta nera” e “faccetta nera” usati durante il ventennio fascista.D’Alessio produce ancora una linea di concentrato completamente “certificato italiano” con materia prima proveniente dal nord Italia. “Ma è una nicchia per i più ricchi, che si vende a prezzi decisamente più alti”. Per il grosso della produzione, è costretto a importare i fusti di triplo concentrato da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti, dalla Spagna. E in parte anche dalla Cina. “È l’unico modo per competere su quei mercati”. Paradossi della globalizzazione, D’Alessio si rifornisce – anche se, assicura, “al massimo per il 15 per cento” della materia – dai suoi stessi concorrenti, di cui dice peste e corna. “Fanno dumping perché le loro aziende sono sovvenzionate e perché usano manodopera a costo zero. Poi, nei mercati africani, mandano merce scadente, con additivi di vario genere, che gli costa anche meno”.Ricapitolando, l’industria del pomodoro concentrato italiano si trova nella necessità di dover importare concentrato da quello che è il suo principale concorrente sui mercati internazionali. Non potrebbe contrastarlo con un prodotto proprio, originale, fatto con materia prima italiana? “Si tratta di mercati poveri in cui già stiamo perdendo competitività. Con il concentrato prodotto ai costi italiani, usciremmo fuori dal mercato”, continua Giovanni De Angelis. Che ribadisce: “Se vogliamo alzare muri e impedire l’arrivo della materia prima cinese, facciamolo. Ma assumiamoci la responsabilità di distruggere un intero comparto e i posti di lavoro a esso collegati”.“Noi non vogliamo alzare muri”, ribatte Lorenzo Bazzana di Coldiretti. “Vogliamo semplicemente un’etichettatura completa, che indichi la provenienza della materia prima e permetta al consumatore di fare scelte consapevoli”. Su questo punto gli industriali non sono in disaccordo. “Noi non abbiamo nulla in contrario a indicare la provenienza della materia prima”, aggiunge De Angelis. “Siamo per la trasparenza più completa”.Ma poi verrà da chiedersi: quando sulla latta sarà scritto “pomodoro concentrato confezionato in Italia da materia prima cinese”, il consumatore africano non preferirà comprare un prodotto totalmente cinese, che costa pure meno? E i consumatori di pizza tedeschi, francesi o inglesi non avranno a loro volta qualcosa da ridire su un pomodoro che viene dalla Cina e che è stato raccolto da bambini di dodici anni pagati dieci euro al giorno?

Quest’inchiesta è un ampliamento di un capitolo del libro di Stefano Liberti I signori del cibo. Fonte: http://www.internazionale.it/reportage/stefano­liberti/2017/04/08/pomodoro­cina­italia

tratto da: http://coscienzeinrete.net/economia/item/2961-storia-del-concentrato-di-pomodoro-prodotto-in-cina-e-venduto-come-italiano

 

Il grano estero spesso (o quasi sempre) è una porcheria? Da Il Fatto Alimentare ecco l’elenco delle 40 marche più vendute di PASTA ITALIANA 100%

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Molti lettori ci chiedono dove si possa acquistare la pasta italiana prodotta con 100% di semola coltivata interamente nel nostro territorio. Questa è una delle pochissime liste presenti in rete. L’elenco è stato realizzato grazie all’aiuto dei lettori. In genere si tratta di produzioni locali, oppure di una specifica linea totalmente made in Italy appartenente a marchi nazionali.

L’unico marchio presente a livello nazionale con semola made in Italy è Voiello che due anni fa ha fatto questa scelta. Un aspetto da evidenziare riguarda il  prezzo leggeremente superiore. Se 100 grammi di spaghetti costano 0,12-0,15 euro, quelli preparati con 100% di semola italiana lievitano a 0,22 a 0,25 euro. La lista che vi proponiamo non è esaustiva. Se ci sono altre realtà segnalatele alla redazione inviando la foto del prodotto e l’etichetta.

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Gerardo di Nola 

Gragnano Napoli

logo pasta gerardo di nola

Ghigi

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12,5%

Girolomoni

girolomoni

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Grano Armando

 logo_100A%GRANOsotto-01-2

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Pasta prodotta con solo grano duro toscano

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Pasta di Gragnano IGP

liguori-Penne-Rigate

14,0% minimo

Mancini

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Famiglia di pastai

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Pasta Jolly

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Pasta Riccio

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PrimoGrano

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Pasta con grano khorasan 100% italiano

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Sgambaro

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Linea standard Simply market

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Grano di Pietrelcina (BN)

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prodotta con grano duro delle Colline Pisane

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Valle del Grano

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Voi

contiene solo grano duro siciliano

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