Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!

 

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Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!

L’ingegnere ambientale Deleonibus ne è certo: «scavare nei fondali dell’Adriatico e dello Ionio è pericoloso e le probabilità di estrarre petrolio sono scarse, come di scarso valore sarebbe il greggio estratto».

L’ingegnere Giuseppe Deleonibus che da tempo si batte contro le trivellazioni nell’Adriatico. È anche consulente del Comune di Polignano a mare (Bari), premiato nel 2015 con le 5 Vele di Legambiente, nonché uno dei paesi della costa pugliese interessato dalle nuove trivellazioni.

Stiamo diventando il Paese dei buchi. Si allunga a dismisura l’elenco dei decreti emanati dal ministero dell’Ambiente a favore dei petrolieri che vogliono effettuare “prospezioni geosismiche”per verificare la presenza di sacche di idrocarburi nel sottofondo del mar Ionio e nel mar Adriatico centrale e meridionale, specchi d’acqua immensi pari a tre volte l’Abruzzo. Le nove ispezioni autorizzate questo mese a favore delle compagnie Spectrum Geo, Northern Petroleum ed Enel Longanesi Developments saranno svolte con la tecnica dell’air gun, che potrebbe avere un pesante impatto sulla flora marina, tanto che questa pratica era stata contemplata nel disegno di legge sugli ecoreati approvato un mese fa, ma poi stralciata per volere del premier Matteo Renzi. Nel disegno di legge c’era scritto che chi utilizza l’air gun avrebbe rischiato tra uno e i tre anni di carcere.

Le amministrazioni locali, le associazioni ambientaliste e i comitati dei cittadini sono convinti che la decisione di ispezionare l’Adriatico e lo Ionio metterà a repentaglio non solo l’integrità delle coste e dell’ambiente marino, ma anche tutti gli sforzi e gli investimenti compiuti in questi anni per salvaguardare lo splendido patrimonio paesaggistico di quella parte d’Italia. Sono tanti infatti i Comuni della fascia costiera che anche quest’anno sono stati premiati con la Bandiera Blu o considerati degni delle 5 Vele di Legambiente, perché da tempo puntano sul turismo di qualità, unica occasione di crescita e di sviluppo, in una zona dove la crisi economica e la disoccupazione giovanile sono alle stelle. Vale la pena ricordare che l’Italia è il quarantanovesimo produttore di petrolio nel mondo, con pozzi di petrolio e di gas modesti, molto frammentati e spesso situati a grandi profondità oppure offshore, e che questo ha reso difficile sia la loro localizzazione che il loro sfruttamento. I giacimenti più importanti si trovano in Sicilia e nel suo immediato offshore, ricordiamo il giacimento di Ragusa (1.500 metri di profondità) o quello di Gela (scoperto nel 1956, ha caratteristiche simili a quello di Ragusa e si trova a 3.500 metri di profondità) e quello di Gagliano Castelferrato (scoperto nel 1960, produce gas ed è situato a circa 2.000 metri di profondità). Oltre a questi vi sono anche altri giacimenti nella parte orientale dell’isola e in quella occidentale. Ci sono poi, tra i più importanti, quelli dalla Val d’Agri, in Basilicata, e quello di Porto Orsini nell’Adriatico ravennate. Oggi, in Italia la produzione petrolifera si aggira intorno a 80.000 barili al giorno e la velocità di esaurimento corrente è del 3,1%. Nel 2011 sono stati estratti 40 milioni di barili (84% dalla terraferma), una goccia nel mare per il nostro fabbisogno, visto che oltre il 90% di greggio lo importato dall’estero.

Allora a chi conviene estrarre? Le norme italiane sulle attività petrolifere sono tra la più permissive al mondo e le compagnie lo sanno bene, visto che sono libere di perforare la terra e i fondali marini italiani con bassi costi e con tecniche considerate discutibili da scienziati e ambientalisti, vedi l’airgun. Attualmente sono centinaia le concessioni e più di mille i pozzi produttivi in Italia, tra terraferma e mare. Le royalties, quella quota di denaro che le compagnie petrolifere versano a Stato, Regioni e Comuni coinvolti nelle attività petrolifere, sono altissime ovunque, ma non in Italia, dove le compagnie petrolifere cedono solo il 4% dei ricavati per le estrazioni in mare e il 10% per quelle sulla terraferma. Un bel vantaggio per i petrolieri se si pensa che in Norvegia, ad esempio, primo produttore europeo di greggio, costringe le compagnie a cedere il 50% dei ricavati, al quale si aggiunge un’ulteriore tassa del 28%, che finisce in parte in un fondo pensionistico, a garanzia del welfare state. Non va meglio ai petrolieri in Danimarca, dove le royalties sono del 70%, mentre in Usa sono del 30% e in Inghilterra vanno dal 32 al 50%. Per non parlare delle tasse in Russia che arrivano all’80%, mentre in Alaska al 60% e in Canada al 45%.

Insomma, un’economia sporca che in Italia ha portato pochi benefici al territorio, un’occupazione limitata e infiniti lutti, per i lavoratori e per l’ambiente. Vicino alle aree industriali e alle raffinerie si vive male, tra la paura di incidenti, l’inquinamento ambientale e un preoccupante aumento di patologie tumorali. Un esempio su tutti: nella zona di Priolo, in Sicilia, il 35% dei decessi avviene per tumore, principalmente quello ai polmoni.

Vale la pena allora promuovere la ricerca del petrolio nei nostri mari? Ce lo spiega l’ingegnere ambientale Giuseppe Deleonibus, impegnato da tempo nella battaglia contro le trivelle e consulente tecnico del comune di Polignano a Mare, premiato quest’anno da Legambiente e Touring club italiano con le 5 Vele, nonché uno dei paesi della costa pugliese interessato dalle nuove trivellazioni. Ingegner Deleonibus, il ministero dell’Ambiente ha autorizzato di recente l’estrazione di petrolio nel mare Adriatico. Quanto e che tipo di petrolio è possibile trovare in quei fondali?

Ne vale la pena? Non vale assolutamente la pena estrarre petrolio dal nostro Adriatico. La probabilità di trovarlo nelle zone prospicienti le coste pugliesi è, ad esempio, del 17%. Qualora lo si trovasse, sarebbe di scarsa qualità. Questo è suffragato dal fatto che i pozzi attualmente in produzione, nelle stesse aree oggi oggetto di autorizzazione, producono un petrolio con un indice API poco superiore a 10, quindi un petrolio molto simile a un fango.

Con quale tecnica verranno effettuati i sondaggi nel fondale marino? La tecnica è l’air gun, bombe di aria compressa. Il principio di funzionamento di un air gun si basa su fenomeni di riflessione e rifrazione di onde elastiche, la cui velocità di propagazione dipende dal tipo di roccia e varia tra 1.500 m/s, pari a 5.400 chilometri all’ora e 7.000 m/s, pari a 25.200 chilometri all’ora. Tale metodica di ricerca è ufficialmente annoverata tra le forme riconosciute di inquinamento dalla proposta di Direttiva numero 2006/16976 recante gli indirizzi della strategia comunitaria per la difesa del mare. A ridosso degli air gun si possono misurare picchi di pressione dell’ordine di 230 dB e anche più, che danneggiano soprattutto i mammiferi marini.

Quindi è una tecnica pericolosa? La tecnica ha un impatto sui cetacei e sui pesci, come acclarato da ricerche scientifiche di livello internazionale. Il rumore degli air gun utilizzati per la ricerca di idrocarburi influenzano negativamente del 40-80% i tassi di cattura del pescato. Studi scientifici condotti sull’utilizzo di questa tecnica hanno dimostrato infatti che i pesci modificano il loro comportamento a causa delle onde emesse e la loro distribuzione spaziale risulta alterata. Inoltre, è stata evidenziata una riduzione della resa di pesca nelle aree in cui si svolgono le operazioni. Studi più recenti riportano come l’uso dell’air gun danneggia seriamente la fauna ittica presente per oltre 58 giorni e provoca la diminuzione del pescato anche del 70% in un raggio di circa 40 miglia nautiche. Le onde emesse e la fortissima alterazione del moto marino, poi, arrecano gravi danni ad alcune specie, in particolare ai mammiferi marini quali Misticeti, le balene, e Odontoceti, ovvero delfini, orche e capodogli, che dipendono dal senso dell’udito per orientarsi, per accoppiarsi e per trovare cibo.

Viene in mente lo spiaggiamento dei capodogli a Vasto, zone di trivellazioni….

Non ci sono prove inconfutabili che legano la morte dei capodogli di Vasto con l’uso degli airgun. Sandro Mazzariol del Cert, il Cetacean stranding Emergency Response Team dell’università di Padova, nato proprio per affrontare le emergenze spiaggiamenti, ha sostenuto che prima di stabilire il nesso tra spiaggiamento e ricerca petrolifera bisogna approfondire con indagini più mirate seguendo tutti gli 11 step del Protocollo messo a punto dopo gli avvenimenti del Gargano. C’è molta letteratura scientifica, però, che lega l’uso degli air gun a spiaggiamenti di cetacei o comunque a mutamento dei comportamenti di questi e altri animali marini. Come ben sostiene l’esperto di cetacei Guido Pietroluongo: “Lo stress è un pericoloso fattore che causa gravi danni alla fisiologia dei Cetacei, causandone anche la morte. Nella maggior parte degli episodi di spiaggiamento di Cetacei, i fattori di inquinamento acustico e ambientale, rappresentano costanti concause responsabili della morte di questi mammiferi marini”. Può esserci una correlazione, come qualcuno ha ipotizzato dopo il sisma in Emilia Romagna, tra trivelle e terremoti?

Attualmente non ci sono evidenze certe. Di contro qualcuno sostiene che ci siano legami tra il fracking, la tecnica che consiste nell’utilizzare un fluido iniettato ad alta pressione per creare e propagare una frattura in uno strato di roccia nel sottosuolo, e i terremoti. Dalle informazioni in mio possesso, però, sembra che in Italia questa tecnica non venga utilizzata. Certo è che a sostenere un legame tra fracking e terremoti c’è un approfondito studio realizzato dallo United States Geological Survey, l’agenzia scientifica del governo degli Stati Uniti che si occupa del territorio, delle sue risorse naturali e dei rischi che lo minacciano. Qualcuno ingiustamente ha legato il terremoto dell’Emilia Romagna alle trivellazioni: io sono con i geologi che sostengono che nessuna attività dell’uomo, come sondaggi, perforazioni, prelievi di idrocarburi, prelievi di acqua, possa creare o indurre terremoti di intensità pari a quelli avvenuti. La tecnica dell’airgun, che invece sarà utilizzata nell’Adriatico, era stata inserita tra i reati ambientali. Poi all’ultimo momento, per motivi di opportunità “politica”, la Camera l’ha stralciata dal disegno di legge. Oggi il governo l’autorizza per la ricerca del petrolio nel nostro mare. Non è una contraddizione, visto che ne aveva riconosciuto la pericolosità? Fosse l’unica contraddizione di questo e dei passati governi. Siamo in Italia, Stato in cui tutto èpossibile.

A livello internazionale, al G7 ad esempio, il governo si pone l’obiettivo di un futuro fatto di fonti rinnovabili, con una progressiva riduzione delle fonti inquinanti, come il petrolio. A livello nazionale invece lo stesso governo autorizza a trivellare. Come si spiega questa contraddizione? Un governo che si tiene in piedi grazie alle lobbies non potrà mai fare un torto alle stesse in favore di salute e tutela ambientale.

di Paola Pentimella Testa

 

fonte: https://indygraf.com/il-petrolio-nell-adriatico

Lo Stato consente alle lobby di bombardare il sottosuolo Siciliano a caccia di petrolio. Paura terremoti – E ricordiamo a queste carogne che proprio lì si sono verificati i 3 terremoti più distruttivi della nostra storia: 210.000 morti!! …Ma per “loro” il dio petrolio è più importante della pelle della Gente!!

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Lo Stato consente alle lobby di bombardare il sottosuolo Siciliano a caccia di petrolio. Paura terremoti – E ricordiamo a queste carogne che proprio lì si sono verificati i 3 terremoti più distruttivi della nostra storia: 210.000 morti!! …Ma per “loro” il dio petrolio è più importante della pelle della Gente!!

Lo ha scoperto l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao (sempre loro a rompere le scatole alle lobby).

E l’allarme è grave: bombardare il sottosuolo nel territorio storicamente più sismico d’Italia.

Ricordiamo che proprio in Sicilia si sono avuti i 3 terremoti più disastrosi e devastanti della nostra storia con circa 210.000 morti (V. Wikipedia)

I petrolieri bombarderanno il sottosuolo dei Comuni siciliani. Paura per possibili terremoti

Lo ha scoperto l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao. E’ ormai noto a tutti che gli esplosivi, fatti brillare nel sottosuolo – quindi compresi quelli utilizzati per cercare petrolio – possono provocare terremoti. Ma questo è l’ultimo problema dell’ENI e del PD di Renzi e Crocetta che hanno voluto e autorizzato questo scempio ambientale. Ecco uno dei ‘frutti avvelenati’ della mancata vittoria del referendum che avrebbe dovuto fermare le trivelle. L’elenco dei Comuni siciliani a rischio

Cosa stanno lasciando ai Siciliani il PD e il presidente della Regione, Rosario Crocetta, dopo aver fatto svuotare le ‘casse’ della Regione siciliana dal Governo nazionale? Bombe. Sì, avete letto bene: bombe che esploderanno sotto il sedere degli abitanti di un bel nutrito gruppo di Comuni della nostra Isola. Ricordate il referendum sulle trivelle? Il referendum perso per mancanza di quorum. Ebbene, ecco le conseguenze: l’ENI sta portando avanti un progetto di prospezione geofisica, conosciuto come “2D”, per la ricerca di idrocarburi nelle province di Caltanissetta, Catania, Enna e Ragusa con l’utilizzo di cariche esplosive da 10 kg. Bombe da far esplodere in fori profondi fino a 30 metri per centinaia di chilometri quadrati. Con il rischio di provocare terremoti!

La storia è stata scoperta e denunciata dall’unico europarlamentare eletto in Sicilia che fa gli interessi della Sicilia e dei Siciliani. Parliamo di Ignazio Corrao, unico tra gli europarlamentari (eletto nelle fine del Movimento 5 Stelle) che sta provando a difendere l’olio d’oliva extra vergine della Sicilia, il grano duro siciliano e le arance della nostra Isola. E’ Corrao che, con l’ausilio del gruppo di collaboratori che ha messo su, ha passato a setaccio le AIA, sigla che sta per Autorizzazioni Integrate Ambientali.

“Il progetto – si legge in un comunicato diffuso dai grillini – apparso sul sito del Ministero dell’Ambiente poche ore fa, ha mobilitato immediatamente il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle in Assemblea regionale siciliana che domani, lunedì 15 maggio, depositerà in Commissione Ambiente una richiesta di audizione urgente per convocare i vertici ENI ed il Governo Regionale”.

“Quanto scoperto è un fatto gravissimo ed inquietante – spiegano i deputati M5S all’Ars – sia perché la Regione siciliana pare abbia avallato tale scempio senza dir nulla, sia perché tali ricerche potrebbero produrre terremoti in un territorio che rimpiange lo sviluppo agricolo, turistico e culturale negato dagli affaristi e dai sindacalisti del petrolio”.

Insomma, la prima notizia è che i vari Crocetta, Raciti, Cracolici, Marziano, la CGIL di Catania che è direttamente presente nella politica siciliana con propri rappresentanti all’Ars e via continuando non ci hanno detto nulla. Tutti zitti. Ma sono stati lo stesso ‘sgamati.

“Stando al progetto – leggiamo sempre nel comunicato dei grillini dell’Ars – i Comuni che dovrebbero ospitare le esplosioni sotterranee sono quelli di Gela, Mineo, Ramacca, San Michele di Ganzaria, Mazzarino, Aidone, Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Caltagirone, Grammichele, Niscemi, San Cono. Uno scempio in piena regola firmato ENI-Crocetta – sottolineano i deputati – considerando che peraltro il territorio del Calatino Sud Simeto è già in parte dichiarato patrimonio dell’UNESCO. Siamo molto preoccupati, perché non vorremmo che il presidente Crocetta, da ex dipendente ENI e da persona che si è schierata contro il referendum sulle trivellazioni lo scorso anno, prediliga le fonti fossili a quelle rinnovabili”.

Qui si segnala quello che abbiamo scritto all’inizio di questo articolo: i Siciliani, adesso, cominciano a raccogliere i ‘frutti avvelenati’ del referendum sulle trivelle. Giustamente, i grillini ricordano che il ‘rivoluzionario’ Crocetta, invece di schierarsi in difesa della Sicilia, ha preferito schierarsi con chi – PD renziano in testa – boicottava il referendum per non far raggiungere il quorum.

La stragrande maggioranza di coloro i quali sono andati a votare ha detto “No” ai petrolieri e alle trivelle. Ma i petrolieri e le trivelle hanno vinto lo stesso, perché, come già ricordato, il referendum non ha raggiunto il quorum.

Ora i petrolieri – ENI in testa – presentano il conto e si preparano a bombardare il sottosuolo e si preparano ad bombardare il sottosuolo di un nutrito gruppo di Comuni della Sicilia sud orientale. E pazienza se i terremoti potrebbero provocare in Sicilia quello che è successo in centro Italia, dove migliaia di persone hanno perso la casa e sono ancora in mezzo alla strada, tra baracche e container.

“Non permetteremo che la Sicilia venga trattata ancora come una terra da depredare e distruggere in nome del Dio denaro – concludono i parlamentari grillini dell’Ars – ignorando la sua naturale vocazione agricola, culturale e turistica e, peggio ancora, calpestando la salute e la vita dei suoi abitanti”.

Dall’ufficio di Corrao parte invece l’invito a documentarsi e fare le osservazioni da parte dei Comuni interessati sindaci e società civile.

Già, l’invito ai sindaci siciliani a difendere la società civile? Supponiamo che l’invito non sarà rivolto ai sindaci di centrosinistra dei Comuni siciliani. Sono i sindaci dei Comuni che controllano l’ANCI Sicilia, l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani. Quell’ANCI Sicilia – presieduta dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – che non ha mosso un dito durante le settimane precedenti il referendum per fermare le trivelle.

Foto tratta da greenreport.it

P.S.

Dunque l’ENI va alla ricerca del petrolio siciliano con le bombe. Non solo un Ente nazionale che ha trattato sempre la Sicilia come una ‘colonia’ si deve prendere il nostro petrolio, ma lo deve cercare pure con le bombe, mettendo a rischio gli equilibri ambientali della nostra Isola. Con i soliti ‘ascari’ siciliani ‘inginocchiati’ al cospetto dell’ENI. 

Tutto questo perché il referendum sulle trivelle non ha raggiunto il quorum. 

Non possiamo non ricordare che il comportamento dell’ANCI Sicilia, nelle settimane precedenti il referendum sulle trivelle, è stato incredibile. Non una manifestazione, non un appello per invitare i cittadini a votare. Un’ANCI piegata ai voleri di Renzi e del suo PD.

Il vice presidente dell’ANCI, Paolo Amenta (che è sindaco di Canicattini Bagni, in provincia di Siracusa), e qualche altro sindaco hanno rilasciato qualche dichiarazione ufficiale. Ma nessuno ha partecipato alla manifestazione del 30 marzo 2016.

Per dirla in breve, in occasione del referendum sulle trivelle, l’interesse del più grande partito politico nazionale – il PD – era quello di far vincere i petrolieri. E l’ANCI siciliana si è adeguata ai voleri romani.  

Per questo è più che mai necessario che i cittadini siciliani, alle elezioni comunali di giugno, mandino a casa tutti i sindaci collegati ai partiti nazionali. E necessario, a partire dalle elezioni comunali dell’11 giugno, non votare più candidati collegati a partiti nazionali, a partire dal PD che, ricordiamolo, è sempre nelle salde mani di Renzi.

Due parole sull’ENI, infine. Che ha sempre considerato e continua a considerare la Sicilia un limone da ‘spremere’: prendere tanto per dare poco o nulla. O meglio, per lasciare in Sicilia inquinamento e problemi sociali.

 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2017/05/14/i-petrolieri-bombarderanno-il-sottosuolo-dei-comuni-siciliani-paura-per-possibili-terremoti/

Trivelle entro le 12 miglia dalla costa? Ora si può! Il governo si rimangia le promesse pre-referendum…!

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Trivelle entro le 12 miglia dalla costa? Ora si può! Il governo si rimangia le promesse pre-referendum…!

 

Un decreto ministeriale pubblicato pochi giorni fa in Gazzetta Ufficiale permette alle compagnie di modificare in corsa il programma di sviluppo: possibili altri pozzi. È il contrario di quanto deciso da Renzi per svuotare la consultazione del 17 aprile scorso.

Trivelle entro le 12 miglia dalla costa, ora si può. È stato pubblicato pochi giorni fa in Gazzetta ufficiale un decreto ministeriale che, di fatto, dà alle compagnie petrolifere la possibilità di modificare il programma di sviluppo previsto al momento del rilascio di una concessione e recuperare le riserve esistenti. Che significa costruire nuovi pozzi e nuove piattaforme, al contrario di quello che per mesi aveva dichiarato il Governo Renzi prima del referendum sulle trivelle del 17 aprile scorso.

Stando al testo, dunque, nuove trivellazioni saranno possibili eccome, anche nelle aree ricadenti entro le 12 miglia marine, già date in concessione. È scritto nero su bianco nel Disciplinare tipo per il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale. “Fatta la legge, trovato l’inganno, altro che transizione energetica ed accordo di Parigi” ha commentano il Coordinamento No Triv. E se a ilfattoquotidiano.it Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari, aveva già annunciato prima e dopo la consultazione del 17 aprile scorso la possibilità che la vittoria del ‘no’ al referendum potesse comportare il via libera a quelle attività necessarie per portare a termine i programmi delle compagnie petrolifereanche entro le 12 miglia, questo nuovo decreto va persino oltre. “Il nuovo Disciplinare – spiega ora Di Salvatore – consente non solo di terminare un progetto, ma persino di modificarlo, eludendo così il divieto di legge”.

IL TESTO DEL DECRETO – Al Capo III, articolo 15 si illustrano le attività consentite. “Fermo restando il divieto di conferimento di nuovi titoli minerari nelle aree marine e costiere protette e nelle 12 miglia dal perimetro esterno di tali aree e dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale – recita il testo – sono consentite, nelle predette aree, le attività da svolgere nell’ambito dei titoli abilitativi già rilasciati, anche apportando modifiche al programma dei lavori originariamente approvato”. Tanto per fare un esempio: se una compagnia aveva previsto di portare a termine un’attività che necessitava di tre piattaforme e 12 pozzi, il programma andrà rispettato. Ma c’è di più. Non solo si garantisce alle compagnie petrolifere di portare a compimento i propri piani, ma si lascia aperta la possibilità di ‘varianti’. Modifiche “funzionali a garantire l’esercizio dei lavori – continua il decreto – nonché consentire il recupero delle riserve accertate, per la durata di vita utile del giacimento e fino al completamento della coltivazione, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.

LA REAZIONE DEI NO-TRIV – “Per titoli già rilasciati – sottolinea il Coordinamento No Triv – le compagnie potranno presentare e farsi autorizzare una qualsiasi ‘variante’ al programma originario di lavoro, che preveda la perforazione di nuovi pozzi sempre entro le 12 miglia marine dalle linee di costa e fino alla fine del ciclo di vita del giacimento”. I No Triv annunciano battaglia: “Il governo straparla di obiettivi al 2030, di ‘Winter package’ e di rispetto degli accordi di Parigi, ma nella prassi continua sistematicamente a creare corsie preferenziali per le energie fossili eludendo i divieti di legge. Con questa norma il governo ha raggirato 14 milioni di italiani e 10 regioni”.

IL COSTITUZIONALISTA: ‘SI ELUDE LA LAGGE’ – Secondo Enzo Di Salvatore in questo modo si elude il divieto di legge. Cosa dice la norma? “Prevede che entro le 12 miglia marine sia possibile solo continuare a estrarre con i pozzi esistenti e portare a termine il programma di sviluppo – spiega – mentre l’utilizzo di nuovi pozzi e nuove piattaforme è consentito solo se già previsto dal programma di sviluppo originariamente presentato”. Questo aveva confermato anche il Consiglio di Stato nel 2011, in un parere dato al Governo Berlusconi che chiedeva spiegazioni in merito ai limiti imposti dal divieto di ricerca ed estrazione entro le 5 miglia marine introdotto nel 2010. Secondo il Consiglio di Stato, per quanto riguardava i titoli già rilasciati, il divieto non comprendeva l’esecuzione del programma di sviluppo del campo di coltivazione e del programma dei lavori di ricerca, così come allegati alla domanda di concessione originaria, la costruzione di impianti e opere necessarie, gli interventi di modifica, le opere connesse e le infrastrutture indispensabili all’esercizio, oltre alla realizzazione di attività di straordinaria manutenzione degli impianti e dei pozzi che non comportino modifiche impiantistiche. “E questa è l’unica possibile interpretazione ammessa – aggiunge Di Salvatore – nonostante l’esito negativo del referendum del 17 aprile 2016. Eppure ora ci ritroveremo a fare i conti con tutti i progetti passibili di modifica. Che non sono pochi”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/05/trivelle-entro-le-12-miglia-dalla-costa-ora-si-puo-di-nuovo-il-governo-annulla-le-promesse-pre-referendum/3500984/