Cosa succede se pochi giganti controllano il nostro cibo?

 

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Cosa succede se pochi giganti controllano il nostro cibo?

Il potere sui sistemi di produzione del cibo si sta concentrando in poche mani, con effetti potenzialmente disastrosi sugli agricoltori e i consumatori

Esperti preoccupati per le maxi-fusioni nel sistema del cibo

 

(Rinnovabili.it) – Se le maxi fusioni tra giganti dell’agroindustria e della chimica proseguiranno con questo ritmo, l’accumulo di potere sulle modalità di produzione del cibo sul pianeta aumenterà al punto da causare gravi danni all’agricoltura e agli agricoltori. Lo afferma il nuovo rapporto dell’iPES, il panel internazionale di esperti sulla sostenibilità dei sistemi alimentari, presieduto dall’ex relatore speciale dell’ONU sul diritto al cibo, Olivier de Schutter.

Il dossier mette sotto la lente l’oligarchia delle grandi multinazionali agroalimentari e prova a tracciare degli scenari partendo dagli impatti dei grandi movimenti di capitale che stanno portando all’aggregazione di soggetti già leader del mercato. In questa partita, spiegano gli esperti dell’iPES, le piccole e medie imprese di coltivatori rischiano di dover far fronte a costi crescenti, che porteranno ad un aumento del prezzo finale anche per i consumatori.

Le grandi manovre dei colossi agrochimici sono iniziate nel 2015: dalla fusione da 130 miliardi di dollari tra Dow e DuPont all’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer per 66 miliardi, fino al buyout da 43 miliardi di Syngenta operato da ChemChina, che ora pianifica una fusione con Sinochem nel 2018. Assistiamo ad una concentrazione senza precedenti nei settori delle sementi, dei fertilizzanti, della genetica animale e dei macchinari agricoli, con la nascita di player sempre più grandi e capaci di controllare i passaggi strategici di filiera: la logistica, la trasformazione e la vendita al dettaglio.

Questo consolidamento produce effetti negativi sul settore primario. Oggi, su 570 milioni di aziende agricole, il 70% è di piccola e media scala. Rendere i piccoli produttori sempre più dipendenti da una manciata di fornitori e acquirenti porta a una compressione dei loro redditi e li costringe a cambiare le modalità di produzione. Chi coltiva il nostro cibo sarà indotto ad investire sulle colture richieste dal mercato internazionale, che erodono la sicurezza alimentare a livello locale. Tutto perché l’unica speranza di accedere al mercato passa ormai per le grandi imprese, che adottano una strategia intelligente: non si assumono i rischi della produzione, ma si limitano a stipulare contratti-capestro con gli agricoltori, scaricando su di loro i rischi e negoziano i prezzi da una posizione di forza, poiché controllano gli snodi chiave della catena produttiva. Le fusioni degli ultimi anni consentiranno ai big di riunire i rispettivi capitali economici e politici, rafforzandone la capacità di influenzare il processo decisionale a livello nazionale e internazionale.

«Stiamo camminando su un terreno inesplorato – ha avvisato Pat Mooney, primo autore del rapporto – Se le offerte sul tavolo andranno a buon fine, tre aziende controlleranno oltre il 60% del mercato mondiale delle sementi. Gli agricoltori dovranno affrontare un aumento dei prezzi per i semi tra l’1,5 e il 5,5%». Le stesse tre sorelle avranno il dominio del 70% dell’industria agrochimica e del 75% del mercato dei pesticidi.

Le fusioni avranno l’effetto di accelerare un processo di integrazione verticale già in atto lungo tutta la filiera, arrivando fino ai supermercati. Viste le prospettive – spiega il rapporto – le imprese dominanti sono diventate troppo grandi per alimentare l’umanità in modo sostenibile, troppo grandi per operare in condizioni eque con gli altri attori della filiera e troppo grandi per aprirsi all’innovazione. Piuttosto che guidare i sistemi alimentari verso la sostenibilità, questo meccanismo rafforza solo la logica del modello agroindustriale, causando degrado ambientale e declino economico e sociale.

fonte: http://www.rinnovabili.it/alimentazione/pochi-giganti-controllano-cibo-333/

 

 

 

Messico: costretti a mangiare tortillas Ogm e al glifosato grazie agli Stati Uniti. E i nostri politici vogliono approvare Ceta e TTIP?

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Messico: costretti a mangiare tortillas Ogm e al glifosato grazie agli Stati Uniti. E i nostri politici vogliono approvare Ceta e TTIP?

Messico, tortillas Ogm e al glifosato per colpa degli Usa

Il 90,4% delle tortillas consumate in Messico contengono sequenze di mais transgenico mentre l’82% di toast, farina, cereali e snack contengono anche derivati del mais transgenico. E’ quanto emerge da uno studio condotto dall’Università nazionale autonoma del Messico Unam e dell’Università autonoma metropolitana Uam. I ricercatori “hanno campionato” praticamente tutti gli alimenti realizzati prevalentemente con il mais disponibili nei supermercati rilevando in quasi tutti tracce di mais transgenico di 3 tipiNK603 (tolleranza al glifosato), 60,8 per cento; TC1507 (tolleranza al glufosinato ammonio e resistente agli insetti), 54,5 per cento;MON810 (resistenza agli insetti), 34,9 per cento. I ricercatori hanno anche analizzato 10 alimenti etichettati come “liberi da transgenici”: tuttavia, anche nella metà di questo campione sono state trovate tracce di mais transgenico.

Lo studio dimostra che la normativa attuale che vieta la coltivazione di mais transgenico ma  – non di importarlo – non tutela sufficientemente i consumatori dal momento che quasi la totalità dei cibi risulta contaminata.

Lo studio pubblicato dalla rivista Agroecology and Sustainable Food Systems, evidenzia anche la presenza di tracce di glifosato nel 27,7 per cento dei campioni. L’erbicida è stato classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), come “possibile cancerogeno”.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/16/messico-tortillas-ogm-e-al-glifosato-per-colpa-degli-usa/26790/

In tutta Europa è ALLERTA ALIMENTARE per la pasta Italiana: in Irlanda per eccesso di alluminio. In Germania per frammenti di vetro. In Francia per ocratossina nel grano. Se ne parla in tutta Europa meno che in Italia. Noi possiamo crepare tranquillamente!

 

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In tutta Europa è ALLERTA ALIMENTARE per la pasta Italiana: in Irlanda per eccesso di alluminio. In Germania per frammenti di vetro. In Francia per ocratossina nel grano. Se ne parla in tutta Europa meno che in Italia. Noi possiamo crepare tranquillamente!

Alluminio e vetro negli spaghetti esportati. Ocratossina nei chicchi di grano pre cotti

Allerta alimentare in Irlanda per eccesso di alluminio negli spaghetti italiani e allerta alimentare in Germania per frammenti di vetro negli spaghetti italiani. In Francia chicchi di grano italiano precotti contaminati da ocratossina. Dall’ Italia silenzio assordante rispetto a molti Paesi che aderiscono come noi al Sistema rapido di allerta (Rasff) e che ogni settimana diffondono i nomi, le marche e le foto dei prodotti oggetto di richiamo e di allerta.

Gli spaghetti all’ alluminio e al vetro non sono graditi all’ estero e nemmeno in Italia. Ma come si fa a saperlo se il Ministero non ci informa?

Il RASFF da poche ore ha attivato un avviso di sicurezza (2017.1656) per alto contenuto di alluminio negli spaghetti prodotti in Italia e commercializzati in Irlanda.


Allerta alluminio negli spaghetti

Parere dell’EFSA sulla Sicurezza dell’Alluminio negli Alimenti (link qui)

L’ alluminio è un metallo pesante che esercita effetti avversi sul sistema nervoso e sul sistema riproduttivo degli animali. L’alluminio ha mostrato effetti neurotossici nei pazienti dializzati e per questo cronicamente esposti ad elevate concentrazioni di alluminio.

L’alluminio contenuto negli alimenti è dovuto alla sua presenza in natura, all’uso di additivi alimentari che lo contengono e alla presenza di alluminio nei materiali a contatto con gli alimenti, come  padelle e pellicole di alluminio.

Gli esperti scientifici dell’organismo europeo di vigilanza sulla sicurezza alimentare hanno valutato la sicurezza dell’alluminio in tutte le fonti alimentari, fissando ad 1 milligrammo di alluminio per chilogrammo di peso corporeo la dose settimanale tollerabile (TWI). Gli esperti  calcolano che, in una parte significativa della popolazione europea, l’assunzione dell’alluminio possa superare la TWI.

 

Il RASFF da poche ore ha attivato un avviso di sicurezza (2017.1665) per frammenti di vetro negli spaghetti prodotti in Italia e commercializzati in Germania.


Vetro negli spaghetti

In entrambi i due casi di allerta non è dato conoscere di che marche si tratta ma c’è la possibilità concreta che diversi lotti di prodotto siano già nelle dispense di casa nostra e vengano consumati nei prossimi giorni, senza poter reagire.

Diffondere la notizia è una questione di rispetto nei confronti dei cittadini. In altri Paesi europei le notizie di allerta vengono divulgate in rete da parte delle stesse aziende o da parte delle autorità sanitarie che le raccolgono e  le diffondono. Ma in Italia ciò non accade con la stessa velocità. Il caso fipronil docet

 

Il RASFF da poche ore ha attivato anche un avviso di sicurezza (2017.1411) per alto contenuto di ocratossina in chicchi di grano precotti in Italia e commercializzati in Francia.


grano precotto con ocratossina

L’ ocratossina A (OTA), è una micotossina prodotta naturalmente da varie specie fungine appartenenti ai generi Penicillinum e Aspergillus. Il gruppo di esperti scientifici è giunto alla conclusione che, se consumata, l’OTA si accumula nei reni e risulta particolarmente tossico per tale organo.

fonte: http://www.granosalus.com/2017/10/15/alluminio-e-vetro-negli-spaghetti-esportati-ocratossina-nei-chicchi-di-grano-pre-cotti/

 

Troppo alluminio negli spaghetti: scatta il Ritiro in Europa ma non in Italia

Scatta di nuovo un’allerta alimentare per eccesso di alluminio in spaghetti provenienti dall’Italia e distribuiti in Irlanda. C’è la possibilità che diversi lotti di prodotto siano nelle dispense di ignari consumatori anche in Italia e vengano consumati nei prossimi giorni. Il RASFF poche ore fa ha attivato un avviso di sicurezza (2017.1656) per alto contenuto di alluminio negli spaghetti prodotti in Italia e commercializzati in Irlanda. Trattandosi di un elemento ubiquitario, l’alluminio si trova nel suolo e nelle acque di tutto il globo.

Ciò significa che la maggior parte dei cibi lo contiene “almeno”, facendolo entrare quotidianamente nell’organismo umano. Piccole quantità di alluminio non causano alcun tipo di lesione ma, nel corso del tempo, questo metallo potrebbe accumularsi nei tessuti. Ecco perché la sua presenza eccessiva nella dieta va considerata potenzialmente nociva per la salute. L’alluminio è un elemento fondamentale per certi additivi alimentari, contenuti soprattutto: nel lievito chimico, nei formaggi fusi (sottilette, formaggino ecc) e nei sottaceti. La sicurezza di questi ingredienti è tutt’ora oggetto di discussione. Nel settembre 2005, un gruppo di ricerca conosciuto come “Department of the Planet Earth” ha presentato una richiesta di esclusione degli additivi contenenti alluminio dalla lista dei GRAS (Generally Recognized As Safe, ovvero generalmente riconosciuti come sicuri).

A sostegno della petizione, vennero riportati alcuni studi che tentavano di dimostrare una correlazione tra l’alluminio e la malattia di Alzheimer. Tuttavia, questi approfondimenti non si sono dimostrati statisticamente significativi. La segnalazione è pubblica solo perchè il prodotto è esportato in Irlanda e in questi casi la norma europea prevede l’obbligo di informare il Rasff. In Italia non c’è stata nessuna comunicazione, nulla è stato detto ai consumatori che non hanno alcun modo per scoprire quale sia il marchio e il lotto degli spaghetti sotto accusa.

Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, si ripete il solito schema poco responsabile del Ministero della Salute italiano che ad oggi non ha indicato sul sistema di pubblicazione on line del dicastero dedicato ai richiami di prodotti alimentari da parte degli operatori, la marca del prodotto, nè vengono fornite foto ai consumatori, mentre le catene di supermercati implicate nella vicenda non hanno diramato comunicati nei propri siti. Tutto lascerebbe quindi supporre che il pericolo non sia  grave, ma diffondere la notizia è una questione di rispetto nei confronti dei cittadini. In altri Paesi europei le notizie delle allerta vengono divulgate in rete da parte delle stesse aziende o da parte delle autorità sanitarie che le raccolgono e  le diffondono.

È un silenzio assordante che i responsabili del Ministero giustificano con argomenti improbabili, visto che molti Paesi che aderiscono come l’Italia al Sistema rapido di allerta (Rasff) ogni settimana diffondono i nomi, le marche e le foto dei prodotti oggetto di richiamo e di allerta. Lo “Sportello dei Diritti”, per sopperire a questa grave lacuna del ritardo di tali comunicazioni delle autorità sanitarie, pubblica ogni settimana l’elenco dei prodotti ritirati o richiamati dal mercato a causa di contaminazioni batteriche, presenza di corpi estranei, eccessiva presenza di pesticidi, errori in etichetta, mancanza di avvertenze sulla presenza di allergeni, errori nella data di scadenza, ecc…

fonte: https://www.globochannel.com/2017/10/15/troppo-alluminio-negli-spaghetti-scatta-il-ritiro-in-europa-ma-non-in-italia/

 

Riso asiatico, conserve di pomodoro cinesi, nocciole turche: ecco nei supermarket i prodotti dello schiavismo. Il tutto con l’OK della UE…!

 

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Riso asiatico, conserve di pomodoro cinesi, nocciole turche: ecco nei supermarket i prodotti dello schiavismo. Il tutto con l’OK della UE…!

Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana alle nocciole turche, gli scaffali dei supermercati dell’Unione Europea sono invasi dalle importazioni di prodotti extracomunitari ottenuti dallo sfruttamento schiavista e spesso anche grazie alle agevolazioni commerciali.

È quanto denuncia la Coldiretti in occasione del G7 dell’agricoltura a Bergamo dove, nel sentierone della città bassa, è in corso una mobilitazione con i prodotti locali del territorio e la pecora “Vicky” di razza bergamasca, che è la piu’ grande; del mondo, assunta a simbolo del G7. Conserve di pomodoro, olio d’oliva, ortofrutta fresca e trasformata, zucchero di canna, rose, olio di palma sono solo alcuni dei prodotti stranieri che arrivano in Europa e in Italia che sono spesso il frutto del mancato rispetto dei diritti sociali che passa inosservato solo perché avviene in Paesi lontani, dove viene sfruttato il lavoro minorile, che riguarda in agricoltura circa 100 milioni di bambini secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), di operai sottopagati e sottoposti a rischi per la salute, di detenuti o addirittura di veri e propri moderni “schiavi”.

E tutto questo – segnala Coldiretti – accade nell’indifferenza delle Istituzioni nazionali, europee ed internazionali che, anzi, spesso alimentano di fatto il commercio dei frutti dello sfruttamento con agevolazioni o accordi privilegiati per gli scambi che avvantaggiano solo le multinazionali. Un esempio è rappresentato dalle importazioni di conserve di pomodoro dalla Cina al centro delle critiche internazionali per il fenomeno dei laogai, i campi agricoli lager che secondo alcuni sarebbero ancora attivi, nonostante l’annuncio della loro chiusura.

Nel 2016 sono aumentate del 36% le importazioni in Italia di concentrato di pomodoro dal Paese asiatico che hanno raggiunto 92 milioni di chili, pari a quasi il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente. In questo modo, c’è il rischio concreto che il concentrato di pomodoro cinese, magari coltivato da veri e propri “schiavi moderni”, venga spacciato come Made in Italy sui mercati nazionali ed esteri per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza.

Rilevanti sono anche le importazioni di nocciole dalla Turchia sulla quale pende l’accusa per lo sfruttamento del lavoro delle minoranze curde, ma il problema dello sfruttamento riguarda anche le rose dal Kenya per il lavoro sottopagato e senza diritti, i fiori dalla Colombia dove è stato denunciato lo sfruttamento del lavoro femminile o la carne dal Brasile dove è stato denunciato il lavoro minorile.

Le banane sono il terzo frutto più consumato in Italia, ma su quelle che vengono dall’Ecuador sono stati segnalati trattamenti chimici fuorilegge in Europa, mentre lo zucchero di canna, divenuto di gran moda, viene ottenuto in Bolivia in piantagioni dove si segnala l’abuso di stimolanti per aumentare la resistenza al lavoro. Ma ci sono trattative in corso anche per i prodotti frutticoli con i Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) dove non ci sono le stesse norme di tutela di lavoro vigenti in Italia.

L’Argentina, che è nella lista nera del dipartimento di Stato americano per lo sfruttamento del lavoro minorile nelle coltivazioni di aglio, uva, olive, fragole e pomodori, ha aumentato le esportazioni di prodotti ortofrutticoli in Italia del 15% nel corso del 2016 – prosegue Coldiretti -.

Un caso a parte è quello delle importazioni di olio di palma ad uso alimentare che in Italia sono più che raddoppiate negli ultimi 20 anni raggiungendo nel 2016 circa 450 milioni di chili. Uno sviluppo enorme che sta portando al disboscamento di vaste foreste senza dimenticare l’inquinamento provocato dal trasporto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo di produzione e, naturalmente, le condizioni di sfruttamento del lavoro delle popolazioni locali private di qualsiasi diritto.

“Non è accettabile che alle importazioni sia consentito di aggirare le norme previste in Italia dalla legge nazionale sul caporalato ed è necessario, invece, che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela della dignità dei lavoratori, garantendo che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore a sostegno di un vero commercio equo e solidale”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

 

fonte: http://www.stopeuro.news/riso-asiatico-conserve-di-pomodoro-cinesi-nocciole-turche-nei-supermarket-prodotti-dello-schiavismo-con-lok-della-ue/

OGM: ecco quello che mangiamo – Dalla Cambogia maiali mutanti muscolosi che sembrano Hulk!

 

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OGM: ecco quello che mangiamo – Dalla Cambogia maiali mutanti muscolosi che sembrano Hulk!

OGM: maiali mutanti prodotti in Cambogia muscolosi come Hulk
L’associazione animalista ha accusato l’azienda produttrice di carne suina di sfruttamento degli animali, ecco perché.

Le immagini dei #maiali che è possibile visionare sulla pagina Facebook della fattoria accusata di sfruttamento degli animali, sono terribili. I maiali sono stati progettati geneticamente per avere dei muscoli ingombranti. Le immagini sono emerse dall’allevamento presente in Cambogia.

Sfruttati al massimo

Questi maiali dal “doppio muscolo” sembrano avere delle grandi difficoltà a camminare e perfino ad alzare la propria testa; il gruppo per i diritti dell’animale PETA ha affermato che questi suini sono in qualche modo geneticamente modificati, per essere più muscolosi e quindi per pesare di più. Nel 2015, gli scienziati dell’Università Nazionale di Seoul in Corea sono stati in grado di modificare geneticamente il gene myostatina dei maiali, che regola tipicamente la produzione di tessuti muscolari, permettendo così ai maiali di costruire una massa muscolare quasi illimitata.

I ricercatori speravano che questi maiali, sarebbero stati approvati per la vendita. Newsweek, ha dichiarato che questi maiali geneticamente modificati non sono mai stati approvati per la vendita come alimento.

Già in commercio?

Mentre la Food and Drug Administration ha stabilito che il salmone dell’AGO AquAdvantage è sicuro da mangiare come qualsiasi altro salmone, nessun altro animale geneticamente modificato è stato approvato per il consumo. Attualmente nessuno può vendere carne geneticamente modificata e se qualcuno sta attualmente vendendo carne da maiali #OGM, “deve sapere che è illegale” ha dichiarato la Food and Drug.

Nessuna di queste specie è stata attualmente approvata per il consumo umano. Ad oggi, l’unico animale geneticamente modificato che è in commercio è il salmone AquAdvantage, prodotto da AquaBounty e modificato con lo scopo di farlo crescere più rapidamente delle varietà tradizionali del salmone.

Già negli anni ’80, gli scienziati di Beltsville, nel Maryland, hanno aggiunto geni di ormone della crescita umana agli embrioni di suini. Poiché furono allevati con geni di un’altra specie, questi suini erano stati definiti “trasgenici”, a differenza dei maiali “Hulk“, a cui sono stati alterati i propri geni.

A Beltsville nacquero 19 suini: due erano morti, quattro morirono praticamente subito, e sebbene qualcuno sia cresciuto più velocemente del solito, altri dieci sono morti prima di raggiungere un anno di età. Questi maiali soffrirono di artrite, problemi di pelle e occhi e sono morti di stress, ulcere peptiche, pericardite e polmonite.

Prima che gli animali come i maiali OGM raggiungano il mercato, si dovranno effettuare delle ulteriori ricerche; i suini non dovranno essere nocivi per la salute umana, l’ambiente e “dovranno anche avere, un buon gusto” hanno affermato i ricercatori. #alimenti geneticamente modificati

 fonte: http://it.blastingnews.com/cronaca/2017/10/ogm-maiali-mutanti-prodotti-in-cambogia-muscolosi-come-hulk-002083683.html

Coldiretti lancia l’allarme: solo 25 analisi su 7,6 miliardi di kg di grano che arriva dall’estero. E grazie che poi mangiamo porcherie!

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Coldiretti lancia l’allarme: solo 25 analisi su 7,6 miliardi di kg di grano che arriva dall’estero. E grazie che poi mangiamo porcherie!

Coldiretti, solo 25 analisi su 7,6 mld kg grano estero

Rivedere limiti massimi di presenza glifosate in cibo importato

ROMA – “Con 7,65 miliardi di chili di cereali importati dall’estero nel 2016, scoprire che sono stati esaminati solo 25 campioni e che nessuna analisi è stata eseguita per il glifosate, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per un Paese che è leader nella qualità e nella sicurezza alimentare”. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al piano di controllo sule micotossine del Ministero della Salute.

“Una imprenditoria sana e responsabile anziché esultare, come hanno fatto gli industriali della pasta di Aidepi – osserva Coldiretti -, si porrebbe l’obiettivo di aumentare i controlli a tutela dei qualità dei propri prodotti e a garanzia dei consumatori, soprattutto con riguardo al miliardo di chili di grano duro proveniente dal Canada sul quale è stato usato in preraccolta il discusso erbicida glifosate vietato in Italia perché ritenuto a rischio, che, lo ribadiamo non è stato oggetto di analisi del rapporto”. “Non si capisce perché, a fronte del divieto di utilizzo del glifosate in preraccolta per le imprese agricole italiane – prosegue l’organizzazione agricola – non solo non sia vietata l’importazione del frumento trattato in questo modo, ma non ci sia neppure la ricerca sistematica dei residui di glifosate sul 100% di prodotto importato. Usare il solo parametro delle micotossine per disinnescare l’allarme tossicologico sul glifosato è un errore di prospettiva nel momento in cui tutto il dibattito a livello europeo e internazionale è spostato sull’autorizzazione del rinnovo di questa sostanza”. “Per questo ci auguriamo – conclude Coldiretti – che gli industriali della pasta si uniscano a noi nel chiedere che i limiti massimi di residui dello stresso glifosate debbano essere precauzionalmente rivisti in ragione dell’incertezza scientifica sui rischi per la salute oggetto dell’attuale dibattito tra le agenzie europee. Si preferisce invece speculare per sottopagare gli agricoltori italiani proprio in una annata che ha visto un crollo di almeno il 10% del raccolto di grano duro a seguito delle quotazioni insostenibili e all’andamento climatico”.

 

fonte: http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/cibo_e_salute/2017/09/28/salutecoldirettisolo-25-analisi-su-76-mld-kg-grano-estero_ae568096-78e7-4065-978d-5250a1702c22.html

Un altro sciagurato effetto degli incendi dell’estate scorsa? Solo sul Vesuvio 50 milioni di api morte!

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Un altro sciagurato effetto degli incendi dell’estate scorsa? Solo sul Vesuvio 50 milioni di api morte!

E’ un altro tragico risvolto degli incendi che hanno devastato il Paese l’estate scorsa. Solo sul Vesuvio, da una prima stima, si calcola siano 50 milioni le api morte. Una cifra impressionante e sicuramente arrotondata per difetto.

Scriveva l’Ansa:

A causa incendi strage di 50 milioni di api sul Vesuvio

Esperti Conapra, un altro 20% perso orientamento e quindi moriranno

Sono cinquanta milioni le api morte a causa dell’incendio che ha colpito il Parco del Vesuvio, con le fiamme che hanno distrutto le arnie e cancellato la produzione di miele e polline. È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti dopo le segnalazioni giunte dagli apicoltori dell’area vesuviana, in particolare nella zona di Ercolano. Una vera e propria strage peraltro destinata ad aggravarsi a causa degli effetti del fumo sugli sciami sopravvissuti.

Gli esperti del Conaproa (Consorzio Nazionale Produttori Apistici) in Campania calcolano – spiega la Coldiretti – una perdita ulteriore di almeno il 20% di insetti che hanno perso l’orientamento e quindi morte. Il rogo sul Vesuvio – continua la Coldiretti – ha coinvolto peraltro anche i nuclei di fecondazione. L’azienda La Fattoria Biagino, uno dei maggiori produttori dell’area, ha visto andare in fumo quasi 100 nuclei di riproduzione, vere e proprie casseforti genetiche su cui questi apicoltori lavorano da decenni, partecipando a convegni internazionali proprio sulla salvaguardia del patrimonio genetico. Le fiamme hanno distrutto le arnie anche nelle zone di Licola e ad Agnano, dove ad andare in fumo è stata la riserva naturale degli Astroni. L’incendio colpisce – sottolinea la Coldiretti – un comparto già fortemente messo in crisi dalla siccità. Le api erano già in sofferenza per le scarse precipitazioni che hanno ridotto la disponibilità di fiori.

I roghi che stanno colpendo l’intero territorio nazionale – rileva la Coldiretti – rappresentano un gravissimo danno economico e ambientale tanto che ci vorranno almeno 15 anni per ricostruire i boschi andati a fuoco. Per ogni ettaro di macchia mediterranea bruciato – ricorda la Coldiretti – muoiono in media 400 animali tra mammiferi, uccelli e rettili. Ma sono migliaia le varietà vegetali danneggiate, compresi funghi ed erbe aromatiche. Insieme alle disdette provocate in molti agriturismi – conclude Coldiretti – sono gravi anche i danni diretti registrati alle coltivazioni agricole, le perdite di animali e la distruzione di numerosi fabbricati rurali.

Stanco della pasta fatta con grano straniero? Stanco di mangiare porcherie piene di pesticidi e micotossine? Con 10 centesimi in più puoi avere un piatto di pasta 100% italiana. Ecco le marche 100% Italiane consigliate da Il Fatto Alimentare.

 

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Stanco della pasta fatta con grano straniero? Stanco di mangiare porcherie piene di pesticidi e micotossine? Con 10 centesimi in più puoi avere un piatto di pasta 100% italiana. Ecco le marche 100% Italiane consigliate da Il Fatto Alimentare.

Pasta italiana 100%, ogni piatto costa 10 centesimi in più. L’elenco delle 30 marche più vendute. Inviate altre segnalazioni

Pochi pastifici propongono pasta fatta con semola 100% italiana

L’articolo sulla pasta italiana ha creato un vivace dibattito tra i lettori e in molti ci hanno accusato di non valorizzare a sufficienza il prodotto italiano (leggi articolo). “Sembra che il grano di qualità – scrive Luca – si trovi soprattutto all’estero e che la scelta di importare grano da altri paesi sia una scelta giudiziosa, da parte delle grandi aziende produttrici italiane, fatta soprattutto per poter offrire ai consumatori la miglior qualità di pasta possibile. Non è affatto così  la semola prodotta in Italia è di altissima qualità, in alcuni casi superiore a quella canadese e di atri paesi”.

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I supermercati dovrebbero favorire la pasta italiana

Gianni, un altro lettore fa un discorso più strutturato che però deve fare riflettere “La pasta ottenuta da semole 100% italiane di alta qualità è già presente sugli scaffali, necessità solo di essere valorizzata a tutti i livelli. La parte più attiva spetta alle catene dei supermercati che dovrebbero creare valore in tutta la filiera anziché cercare di ridurre il più possibile i prezzi di acquisto dai pastifici. Le aziende produttrici dovrebbero sostenere di più e incrementare la quantità di pasta 100% made in Italy per sostenere il reddito agricolo e permettere alle aziende italiani di guardare con più fiducia e entusiasmo al futuro. Questo è il gioco da fare per innescare un circolo virtuoso che porti beneficio a tutto il comparto e non generare inutili e sterili conflitti come quelli che propongono regolarmente alcune associazioni di categoria.”

pasta italiana

Un piatto di pasta italiana 100% costa 0,10 euro in più

Il  nostro articolo non vuole penalizzarela pasta 100% italiana, ma prova a fotografare la realtà. Due anni fa abbiamo scritto una nota con l’elenco delle aziende che utilizzano solo semola italiana. La lista comprendeva una decina di marchi e l’intero gruppo rappresentava una nicchia del mercato. Oggi la situazione è pressoché identica.  Granoro Dedicato era la prima azienda che 4 anni fa ha proposto pasta 100% made in Italy che adesso è venduta nei supermercati del Sud Italia come Auchan, Eataly, Coop, Dok e Despar. Una distribuzione simile è firmata da Armando. L’unico marchio presente a livello nazionale con semola made in Italy è Voiello (proprietà di Barilla) che due anni fa ha fatto questa scelta. Le altre marche nella maggior parte dei casi non hanno una dimensione industriale. Un aspetto da evidenziare riguarda il maggior prezzo della pasta italiana al 100%. Da un punto di vista qualitativo la semola italiana utilizzata per questa pasta ha un  contenuto proteico superiore al 13% e questo comporta una lievitazione del prezzo di acquisto all’ingrosso del 15% circa. Questa differenza di prezzo della materia prima viene trasferita sullo scaffale dove il listino del pacco lievita. Se 100 grammi di spaghetti (a crudo) costano 0,12-0,15 euro, per comprare quelli con semola 100% italiana si spendono da 0,22 a 0,25 euro. L’incremento c’è ma è una differenza alla portata di molte tasche.

La lista che vi proponiamo non è esaustiva. Se ci sono altre realtà segnalatele alla redazione magari inviando la foto del prodotto e i riferimenti.

granoro pasta

Granoro da 4 anni propone Granoro Dedicato ottenuta con 100% di grano pugliese

Negli ultimi anni diversi pastifici si sono impegnati nella produzione di pasta ottenuta con grano 100% italiano. Si tratta di una scelta realizzata per esaudire le richieste dei consumatori. Riconoscere la pasta è facile, perché sull’etichetta viene rimarcata con evidenza l’origine.

In cima alla lista troviamo il pastificio Granoro, che 4 anni fa ha varato un’apposita linea: Granoro Dedicato ottenuta con materia prima coltivata nell’alto Tavoliere della Puglia e da Filiera tracciata certificata con il marchio collettivo Prodotti di Qualità Puglia. Per garantire un contenuto proteico del 13%, l’azienda barese ha selezionato sei delle 130 varietà di grano esistenti sul territorio: il Simeto, l’Ignazio, il Saragolla, lo Sfinge, l’Iride e il Core, considerate quelle più adatte alla produzione di pasta di qualità. La linea di pasta Dedicato sostieneil reddito degli agricoltori pugliesi e allo stesso tempo offre ai consumatori un prodotto tracciato dal campo alla tavola perché ha permesso agli agricoltori di aumentare il redditto attraverso l’erogazione di premi legati al maggiore tenore proteico. I formati attualmente disponibili sono una decina.
voiello pasta penne

Voiello da due anni fa pasta italiana al 100%

Il marchio Voiello di proprietà Barilla, due anni fa  ha lanciato la nuova linea realizzata con grano Aureo coltivato in Abruzzo, Molise, Puglia e Campania. La quantità di proteine è da competere con il grano nord americano che veniva utilizzato in precedenza . La pasta  ha il 14,5% di proteine, si tratta di un valore decisamente superiore rispetto al 12,0-13,0 % di Barilla che, come gli altri marchi presenti a livello nazionale, utilizza dal 30 al 40% di grano duro importato. si tratta di grano Aureo  utilizzato sino a poche settimane fa.

Pasta 100 italiana gragnano cittaUn’altra realtà interessante si trova a Gragnano in provincia di Napoli dove è stato fondato il consorzio “Gragnano città della pasta IGP”, di cui fanno parte 12 pastifici che seguono un disciplinare per la produzione delle eccellenze IGP. Tra queste aziende solo alcune producono pasta con grano coltivato esclusivamente in Italia, come ad esempio la Di Martino, la Gentile e la Dei Campi. Si tratta di una specifica non richiesta dal marchio di tutela (l’indicazione geografica protetta non pone obblighi sull’origine della materia prima). La semola arriva soltanto dalla Puglia o dalla provincia di Matera. Le varietà più utilizzate sono: Saragolla e Senatore Cappelli.

In provincia di Avellino nasce la pasta Grano Armando, prodotta in quindici formati dall’azienda agroalimentare De Matteis. Il grano utilizzato proviene dalle circa mille aziende che hanno aderito al nostro contratto di coltivazione. In provincia di Enna viene confezionata la Pasta Valle del Grano trafilata al bronzo ottenuta dalle varietà di grano: Core, Mimmo e Simeto. I formati disponibili sono 26.

Molino Pastificio Sgambaro tortiglioni_89

La linea Sgambaro di pasta trafilata al bronzo

Più a Nord operano altri due pastifici che usano grano nazionale: Ghigi e Sgambaro (provincia di Treviso). La prima costa meno ha un contenuto proteico leggermente inferiore rispetto alle altre marche. Provenienza della materia prima: Emilia Romagna, Marche, Toscana (Maremma). Il Molino e Pastificio Sgambaro commercializza due linee di prodotto, una trafilata al bronzo ed essiccata a basse temperature con il 15% di proteine, l’altra con il 14% di proteine. Per entrambe il grano arriva principalmente dall’Emilia Romagna.

Marchi che propongono pasta 100% italiana

 

MARCHIO

QUOTA DI PROTEINE

Alce Nero

Pasta di semola e di semola integrale biologica

alcenero pasta

12,0%

Afeltra

(linea 100% grano italiano)

afeltra pasta

13,0%

Auchan*

Marchio Auchan

pasta auchan

12,0%

Casa Prencipe

casa prencipe pasta maccheroni

Pasta Cocco

Solo le linee:

“La Sfoglia Pietra Bio”

“La Sfoglia di Farro Bio”

logo Cocco Pasta

Coop ViviVerde pasta di semola e di semola integrale, biologica

(eccetto la pasta di khorasan Kamut)

pasta viviverde coop penne

11,4%

Coop FiorFiore

(eccetto la pasta all’uovo)

poasta coop fiorfiore

14,1%

Di Martino Pastificio

pasta di martino

14,0%

Felicetti Grano duro biologico

felicetti bio pasta

Felicetti Monograno

(eccetto la pasta di khorasan Kamut)

monograno felicetti farro matt

14,0%

Floriddia

Azienda agricola biologica

past bio floriddia

12,85%

Gentile

Pastificio Gragnano Napoli

logo-gentile gragnano napoli pasta

14,0%

Gerardo di Nola 

Gragnano Napoli

logo pasta gerardo di nola

Ghigi

ghigi pasta logo

12,5%

Girolomoni

girolomoni

12,0%

Grano Armando

logo_100A%GRANOsotto-01-2

13,5%

Granoro Dedicato

Granoro Dedicato pasta

13,0%

Granoro Linea Biologica

pasta di semola e di semola integrale, biologica

granoro bio

12,0%

Iris

Pasta biologica

(eccetto la pasta di khorasan Kamut)

iris agricoltura biologica logo

11,0%

La Terra e il Cielo

100% EquoBiologico italiano

(eccetto la pasta di khorasan Kamut)

la terra e il cielo pasta firmata logo

Libera terra

le tre linee: Pasta Bio, Pasta Integrale, Paccheri Artigianali

logo libera terra 12,1

Liguori

Pasta di Gragnano IGP

liguori-Penne-Rigate

14,0% minimo

Mancini

pasta mancini

Martelli

Famiglia di pastai

pasta martelli

Palandri

Pastificio Pasta di semola convenzionale e biologica 100% toscana

pastificio palandri logo

Pasta Jolly

jolly penne pasta 14,0%

Pasta Toscana

logo_pasta_toscana 13,0%

Pastificio dei Campi Gragnano

pastificio dei campi gragnano logo

14,0%

Pastificio F.lli Setaro

setaro

PrimoGrano

linea dell’azienda RustichellaD’Abruzzo S.p.a.

primo grano rustichella

12,6%

Santacandida

Pasta con grano khorasan 100% italiano

santa candida khorasan grano pasta

13,80%

Sgambaro

logo_sgambaro

15,0%

Simply*

Linea standard Simply market

Simply pasta

Simply* Bio

pasta simply bio

Simply* Passioni

simply passioni

Spigabruna bio

Grano di Pietrelcina (BN)

pasta spigabruna bio

Valle del Grano

Unknown

13,0%

Verrigni

logo-pasta verrigni

Voiello

voiello pasta-penne

14,5%

*La provenienza del grano non è specificata in etichetta, ma ci è stata confermata dall’azienda

fonte: http://www.ilfattoalimentare.it/pasta-italiana-grano-voiello-granoro.html

Un virus sta distruggendo le arance rosse siciliane, una delle eccellenze della nostra terra e uniche al mondo. Rischiano di scomparire per sempre, ma il governo se ne frega altamente!

arance rosse

 

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Un virus sta distruggendo le arance rosse siciliane, una delle eccellenze della nostra terra e uniche al mondo. Rischiano di scomparire per sempre, ma il governo se ne frega altamente!

 

Il virus della Tristeza, arrivato in Sicilia nel 2002, sta distruggendo gli alberi di ‘arance rosse’ della Sicilia orientale. A parte il disinteresse del Governo nazionale (e a questo ci siamo abituati) è incredibile la latitanza del Governo regionale che, per affrontare il problema, avrebbe a disposizione i fondi europei. Anche in altri Paesi del mondo hanno provato a produrre le ‘arance rosse’, ma con scarso successo. Perché dietro queste arance c’è un segreto tutto siciliano… 

Questo blog si occupa spesso di grano duro. Ma c’è un altro settore portante dell’agricoltura siciliana – e quindi dell’economia della nostra Isola – che è a rischio: la produzione di arance nella Piana di Catania e nel Siracusano. Parliamo, soprattutto, delle arance pigmentate, meglio note come ‘arance rosse’, con riferimento alle cultivar Tarocco, Moro, Sanguigne e Sanguinelle. Ebbene, c’è un virus che sta distruggendo le piante di ‘arance rosse’: è il virus della Tristeza,arrivato nella nostra Isola nei primi anni del 2000 e, fino ad oggi, ignorato dalle ‘autorità’, Stato e Regione.

Un terzo degli alberi che producono ‘arance rosse’ della Sicilia è stato ‘inghiottito’ da questo virus. Non è una novità. Lo scorso anno la CIA siciliana (Confederazione Italiana Agricoltori) ha lanciato l’allarme  (QUI L’ARTICOLO). Ma, a parte qualche convegno e i soliti impegni, a parole, del Governo nazionale e del Governo regionale, non è stato fatto nulla: nulla!

Ad puntare i riflettori sulla drammatica crisi in cui si dibattono gli agricoltori della Sicilia orientale che producono ‘arance rosse’ sono Le Iene, che hanno dedicato un servizio che vale la pena di seguire (QUI IL VIDEO DE ‘LE IENE’ SULLA CRISI DELLE ‘ARANCE ROSSE’ DELLA SICILIA).

La Tristeza è una malattia tremenda. Gli alberi di arancio, una volta attaccati dal virus, manifestano riduzione di sviluppo, perdono le foglie e i rami si disseccano. Al di sotto della corteccia, il legno della pianta presenta delle scanalature longitudinali. Alla fine la pianta muore.

Il virus viene diffuso dagli insetti, soprattutto dagli afidi.

L’unico modo per combattere la Tristeza è l’eradicazione degli alberi infetti.

Questo virus, nel Mediterraneo, ha colpito Cipro, Israele e Spagna. In Italia è arrivato nel 1956. In Sicilia, come già ricordato, è arrivato nel 2002.

La Regione siciliana avrebbe dovuto intervenire subito. Ma non l’ha fatto.

Ora lo scenario è drammatico. Se non si interverrà, nell’arco di pochi anni la Sicilia potrebbe dire addio alle ‘arance rosse’.

Dovrebbero intervenire le autorità: il Governo nazionale e il Governo regionale.

Il Governo nazionale, da un anno e mezzo, promette, ma non ha prodotto alcunché.

Il Governo regionale ha a disposizione i fondi europei per l’agricoltura: circa 5 miliardi di euro tra il 2014 e il 2020. Ci sono ritardi nella spesa di tali fondi. Ma quello che possiamo dire con certezza è che, fino ad oggi, in Sicilia, non esiste alcuna misura per l’agrumicoltura e non esistono provvedimenti per combattere la Tristeza.

Di fatto, gli agricoltori siciliani sono stati lasciati soli. Ed è anche logico: i fondi europei per l’agricoltura, in Sicilia, servono per ‘coltivare’ voti, non certo le piante! 

Ascoltando questo video ci si rende conto del fallimento dell’attuale Governo regionale in materia di agricoltura. All’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici, dovrebbero ‘fischiare’ le orecchie…

Le ‘arance rosse’ sono una particolarità della Sicilia orientale, soprattutto nel ‘triangolo’ di Lentini, Carlentini e Francofonte, anche se oggi sono diffuse in tutta la Piana di Catania e in alune aree dell’Ennese.

La produzione di ‘arance rosse’ è una peculiarità della Sicilia. nella nostra isola opera il Consorzio di tutela Arancia Rossa di Sicilia Igp. Altri Paesi hanno provato a produrle, ma con risultati non eccelsi. Questo perché le ‘arancie rosse’ non sono soltanto funzione dei geni, ma di altri tre elementi che si trovano solo nella nostra Isola: la natura dei terreno, l’escursione termica assicurata dalla presenza dell’Etna e la sapienza degli agricoltori siciliani.

Le ‘arance rosse’ sono molto richieste dal mercato. Ma la Sicilia, a causa di questa malattia, rischia di perdere quote importanti di mercato a scapito di altre realtà il cui prodotto, per qualità, non può certo essere paragonato a quello siciliano.

Un tempo – quando in Italia c’era ancora la politica – il Ministero dell’Agricoltura predisponeva i Piani agrumi’, con interventi mirati in questo settore. Erano interventi che riguardavano, per lo più, la Sicilia e la Calabra, dove si concentra, storicamente, l’80% degli agrumi prodotti in Italia.

Erano gli anni in cui, in Italia, ci si occupava della questione meridionale. Oggi i Governi nazionali rubano i soldi destinati al Sud dall’Unione Europea e li ‘riprogrammano’ destinandone buona parte alle Regioni del Centro Nord Italia.

In questo i Governi Berlusconi e Renzi sono stati ‘insuperabili’…

Insomma, la mala politica rischia fare venire meno la storia millenaria – unica e irripetibile in altre parti del mondo – delle ‘arance rosse’ di Sicilia.

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/10/12/le-arance-rosse-di-sicilia-uniche-al-mondo-rischiano-di-scomparire-a-causa-del-virus-della-tristeza-video/#_

“Centrali nucleari francesi pericolosissime”: il rapporto che non può essere divulgato e le prove raccolte di nascosto da Greenpeace!

 

Centrali nucleari

 

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“Centrali nucleari francesi pericolosissime”: il rapporto che non può essere divulgato e le prove raccolte di nascosto da Greenpeace!

 

“Centrali nucleari francesi non sicure”: il rapporto che non può essere pubblicato. La prova: Greenpeace entra a Cattenon

L’associazione ambientalista ha commissionato uno studio sulla vulnerabilità degli impianti atomici d’Oltralpe in caso di attacchi terroristici. I risultati sono così evidenti che la maggior parte del documento non può essere diffuso perché rischierebbe di rappresentare un prezioso aiuto per eventuali attacchi. E in mattinata Greenpeace è riuscita a entrare nel sito a 40 km da Metz e a esplodere alcuni fuochi d’artificio.

Era ancora buio quando questa mattina gli attivisti di Greenpeacehanno scavalcato le recinzioni della centrale nucleare francese di Cattenon, a circa cinquanta chilometri da Metz e hanno sparato fuochi d’artificio nei pressi della vasca di raffreddamento, prima di essere fermati. Dimostrando in questo modo che quella, come altre centrali francesi, sono vulnerabili rispetto al rischio di possibili attacchi terroristici. E quella di Cattelon è una delle centrali oggetto di un rapporto commissionato da Greenpeace e reso pubblico solo parzialmente. Per un anno e mezzo esperti internazionali commissionati dalla ong hanno studiato le misure di sicurezza in vigore nel parco atomico francese e, alla fine, le hanno ritenute inadeguate. Sono state rese pubbliche solo 5 pagine, il resto del dossier è stato giudicato ‘non pubblicabile’, perché avrebbero addirittura potuto fornire spunti a potenzialiattentatori. Il tutto nella Francia colpita più volte dal terrorismo islamico. “Le centrali sono tanto vulnerabili che a Cattelon siamo riusciti a entrare – spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – ed è per questo che si è deciso di non pubblicare interamente le conclusioni del rapporto commissionato da Greenpeace Francia a un gruppo di esperti di sicurezza nucleare e terrorismo”. Arriva così la conferma alla notizia scritta dal quotidiano Le Parisien e riportata da LifeGate sulla scelta di rendere pubblica solo una parte del dossier, optando per la riservatezza delle informazioni più sensibili.

IL RAPPORTO “NON PUBBLICABILE” – Il direttore generale dell’organizzazione non governativa Jean-François Julliard ha consegnato invece le copie integrali del documento solo a sette dirigenti di istituzioni direttamente coinvolte nella supervisionedel parco atomico francese, ossia l’Autorità per la sicurezza nucleare (Asn), l’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare (Irsn) e il Comando speciale militare per la sicurezza nucleare (Cossen). A redarre il rapporto, che fa luce sulle carenze dei sistemi di sicurezza e lancia l’allarme sia alla politica sia a Edf, l’azienda pubblica che gestisce le 19 centrali nucleari presenti in Francia, sono stati setteesperti, tre francesi, una tedesca, due britannici e un americano. “Nel rapporto – spiega Onufrio – si affronta l’analisi di rischio in generale e poi nel dettaglio si parla di alcune centrali. I dati forniti non sono riservati, ma le analisi degli esperti in base a quelle informazioni potrebbero persino tornare utili a malintenzionati. E non è certo questa la nostra intenzione”.

LE CENTRALI NON PROTETTE – Il rapporto degli esperti ha messo in evidenza come le centrali non rispondono agli standarddi sicurezza attuali. Nello studio Greenpeace ha fatto fare anche i conti. Secondo l’organizzazione ambientalista, per scongiurare possibili attacchi terroristici alle 62 riserve e alle strutture che necessitano interventi intorno ai 58 reattori attivi in Francia, servirebbero tra 140 e 222 miliardi di euro. “Intanto c’è un problema che riguarda le strutture – sottolinea Onufrio – perché alcune risalgono a 20, 30 e 40 anni fa, quando i rischi erano diversi rispetto a quelli di oggi e la minaccia terroristica non era certo una priorità. All’epoca l’unico rischio preso in considerazione era quello di un eventuale incidente”. E se gli edifici dove si trovano i reattori sono protetti dai recinti, non è così per le piscine di raffreddamento. Così le riserve di combustibile usato sono facilmente accessibili. La quantità di combustibile che può essere stoccato all’interno di ciascuna piscina dipende dal progetto, ma la maggior parte di esse può contenerne in misura pari a diverse volte la quantità presente in un reattore nucleare in esercizio. “Di norma – spiega il direttore esecutivo di Greenpeace Italia – si stocca il triplo del combustibile utilizzato da una centrale”. Così queste strutturecontengono la maggior parte degli elementi radioattivi di ciascuna centrale. “D’altro canto – aggiunge Onufrio – anche nel caso di Fukushima, le piscine hanno rappresentato un problema e, in generale, con le misure di sicurezza attuali, il pericolo è concreto se si ha a che fare con persone che sanno dove mettere le mani”.

Dalla Edf nessuna presa di posizione, se non l’elenco dei sistemi di sicurezza in vigore, che per Greenpeace sono insufficienti. Sarà che in queste ore l’azienda pubblica che gestisce le centrali francesi è alle prese con un altro problema di sicurezza e con altri 5 reattori verso il fermo, a due settimane dallo stop alla centrale di Tricastin, per i pericoli che potrebbero verificarsi in caso di terremoto. La decisione è stata presa dopo un’ispezione dei circuiti di pompaggio dell’acqua in decine di reattori. I tubi sottili potrebbero causare allagamenti nelle centrali e rappresentare un rischio in caso di sisma. Da qui il via alle operazioni per la messa in sicurezza.

 

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/12/centrali-nucleari-francesi-non-sicure-il-rapporto-che-non-puo-essere-pubblicato-la-prova-greenpeace-entra-a-cattenon/3909750/