I ricercatori confermano: la chemioterapia in combinazione con cannabis risulta maggiormente efficace nell’azione contro le cellule cancerogene.

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I ricercatori confermano: la chemioterapia in combinazione con cannabis risulta maggiormente efficace nell’azione contro le cellule cancerogene.

 

Un nuovo importante studio porta l’ennesima e forse definitiva conferma che i cannabinoidi sono in grado di uccidere le cellule leucemiche con successo. In questo studio si è affrontato anche la combinazione di queste sostanze e l’ordine in cui sono fornite ed i risultati aprono la porta a trattamenti più efficaci .

I cannabinoidi, noti anche come fitocannabinoidi, interagiscono con il corpo umano; il più conosciuto è il tetraidrocannabinolo o THC.

Si sono identificati fino ad oggi più di 100 cannabinoidi con diverse proprietà e profili chimici ed anche potenziali effetti antitumorali.

Studi su animali di laboratorio hanno dimostrato che alcuni cannabinoidi  inibiscono la crescita tumorale, e bloccano lo sviluppo dei vasi sanguigni che alimentano il tumore.

Per esempio, il cannabinoide delta-9-THC può  danneggiare o uccidere  le cellule del cancro al fegato, portando ottimi miglioramenti nei pazienti. Allo stesso modo, il cannabidiolo (CBD) è efficace contro le cellule negative che provocano il cancro al seno , senza danneggiare i tessuti sani.

È stato anche dimostrato che i cannabinoidi possono essere utili per combattere con successo la leucemia; la leucemia è un tumore del midollo osseo ed altri organi emopoietici.

La ricerca dimostra che alcuni di questi cannabinoidi, se usati in combinazione, diventano ancora più potenti nella loro azione antitumorale.

Un nuovo studio recentemente pubblicato sulla rivista International Journal of Oncology, esplora queste combinazioni in modo più approfondito. Essi hanno inoltre rilevato il potenziale dei cannabinoidi in combinazione con farmaci come citarabina e vincristina nella chemioterapia.

I ricercatori sono stati guidati dal Dr. Wai Liu presso l’Università di San Giorgio a Londra: Il team ha testato varie combinazioni di cannabinoidi e farmaci chemioterapici per trovare quelle più efficienti. Hanno anche cercato di capire se l’ordine in cui vengono somministrati i prodotti chimici che renderebbe differenza nei tassi di successo o meno.

Essi hanno scoperto che il cannabidiolo ed il THC, quando usati da solo uccidono le cellule leucemiche. Tuttavia, quando usati in combinazione, la potenza è migliorata in modo significativo; il tutto è più della somma delle parti.

Questa sottolineatura porta come sempre alla luce l’importanza e la necessità dell’effetto entourage per una migliore azione sul corpo umano, a tutti i livelli.

Essi hanno inoltre dimostrato che una dose iniziale di chemioterapia seguita da cannabinoidi ha  migliorato i risultati nel complesso contro le cellule leucemiche. La combinazione di chemioterapia con cannabinoidi aveva sempre risultati migliori rispetto alla sola chemioterapia o alla combinazione di THC e cannabidiolo. Tuttavia questo aumento di potenza è stato osservato solo se i cannabinoidi vengono somministrati dopo la chemioterapia e non viceversa.

L’Uso dei cannabinoidi potrebbe potenzialmente consentire ai medici di ridurre la dose di chemioterapia, pur mantenendo l’azione contro il cancro.

“Abbiamo dimostrato per la prima volta che l’ordine in cui vengono utilizzati i cannabinoidi e la chemioterapia è cruciale nel determinare l’efficacia complessiva di questo trattamento. […] I cannabinoidi sono una prospettiva molto interessante in oncologia. ”  Ha detto il dottor Wai Liu

I risultati sono promettenti. Sembra che il peso delle prove a sostegno dell’efficacia dei cannabinoidi contro le cellule tumorali abbia fatto pendere la bilancia definitivamente verso quest’ultimi.

Il Dottor Liu ha anche osservato che “Questi estratti sono altamente concentrati e purificati e fumare cannabis non dovrebbe un effetto simile.”

tratto da: http://freeweed.it/studio-chemioterapia-combinazione-cannabinoidi-risulta-maggiormente-efficace-nellazione-le-cellule-cancerogene/

Ecco le vere EMERGENZE SANITARIE in Italia. Guardate un po’ questi dati.. Altro che vaccini!

 

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Ecco le vere EMERGENZE SANITARIE in Italia. Guardate un po’ questi dati.. Altro che vaccini!

 

Letta questa classica non c’è altro da aggiungere per quanto riguarda il buon cuore e la preoccupazione per la salute degli italiani paventata dal ministro della salute Lorenzin.

DECESSI ITALIA 2016 per patologia:

– colesterolo 280.000

– tumore 170.000

– inquinamento 80.000

– tabagismo 80.000

– obesità 57.000

– alcolismo 40.000

– influenza 7.000

– suicidio 4.000

– incidenti stradali 3.500 (dati 2015)

– morti sul lavoro 1.250 (dati 2015 solo assicurati INAIL)

– overdose 305 (dati 2015) – polio ZERO – difterite ZERO

– morbillo comprovato DATI SCONOSCIUTI IN ITALIA (Inghilterra-Galles 1 decesso da morbillo comprovato nel 2014 contrariamente a quello dichiarato dalla Lorenzin subito smentita dal Ministero della salute inglese)

– varicella 1 (un bengalese adulto affetto da grave patologia autoimmune)

– meningite 4

– tetano 21 (dati 2014)

– vaccini 78 (certicati Aifa 2014/2015)

 

DECESSI DA EVENTI AVVERSI DA FARMACI 2016, DATO EUROPEO:

– 200.000 (esclusi vaccini)

Insomma, personalmente, ci preoccuperemmo di altro.

P.S. : Non dite che la polio faceva tanti morti prima che venisse debellata con il vaccino, per favore, perché anche i nazisti ne facevano tanti prima che finisse la guerra, eppure non continuiamo a combattere i tedeschi preventivamente.

Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi – E questi non sono criminali?

Big Pharma

 

 

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Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi – E questi non sono criminali?

 

Da La Repubblica:

Big Pharma: distruggete quei farmaci, così aumentiamo i prezzi

Aspen Pharmacare accusata di aver eliminato forniture di medicinali anticancro per poter far lievitare i costi. Cresciuti nel Regno Unito del 1100%

di ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA – Salta fuori un altro scandalo su Big Pharma. E stavolta fra le sue vittime c’è anche l’Italia. Sotto accusa è Aspen Pharmacare, un’azienda farmaceutica sudafricana che ha il quartiere generale europeo a Dublino. Tra il 2012 e il 2014, secondo rivelazioni del Times di Londra, la società discusse la distruzione di forniture di medicinali che possono salvare la vita a pazienti malati di leucemia e di altre forme di cancro del sangue, allo scopo di imporre aumenti fino al 4mila per cento dei prezzi dei prodotti ai propri clienti, tra cui la sanità pubblica italiana, spagnola, britannica e di altri paesi.

A causa degli aumenti, per esempio, il costo del Busulfan, un medicinale prescritto ai malati di leucemia, in Gran Bretagna è cresciuto da 5 a 65 sterline a confezione nel corso del 2013, un incremento del 1100 per cento. Nel 2009 la Aspen aveva acquistato i diritti per un portafoglio di farmaci oncologici da un altro gigante del settore, la GlaxoSmithKline (Gsk), per 273 milioni di sterline. In cambio, la Gsk ha ricevuto il 16 per cento della Aspen, che da allora ha rivenduto per 1 miliardo e 700 milioni di sterline (oltre 2 miliardi di euro).

I farmaci in questione sono efficaci nella terapie contro vari tipi di cancro del sangue, in particolare per curare bambini e anziani. Non esistono terapie alternative. L’anno scorso, dopo un’inchiesta analoga del Times, il governo britannico ha introdotto leggi che permettono allo stato di imporre a un’azienda prezzi più bassi se quelli fissati vengono giudicati eccessivi e legislazioni analoghe sono state approvate o sono in discussione altrove in Europa. Ma nel periodo dell’indagine del quotidiano londinese non esistevano restrizioni simili. E dunque Big Pharma aveva un solo limite agli aumenti indiscriminati dei prezzi: la propria coscienza. Che a quanto pare non ha frenato l’azienda sudafricana.

In base ai documenti ottenuti dal Times, la Aspen ha condotto “aggressivamente” i negoziati con il sistema sanitario nazionale italiano e con altri in Europa, creando artificialmente un deficit nelle forniture dei medicinali o minacciando di interromperle del tutto per costringere le autorità ad accettare le richieste di aumenti vertiginosi. Nell’ottobre 2013, scrive il quotidiano, Aspen avvertì l’Italia che avrebbe smesso di fornire i farmaci se il nostro governo non avesse accettato un incremento dei prezzi del 2100 per cento entro tre mesi. In seguito le autorità italiane hanno approvato forti aumenti, ma nel frattempo ci sono state carenze dei medicinali orchestrate appositamente dalla Aspen per mettere sotto pressione la nostra sanità.

Il giornale riferisce il caso di un farmacista italiano che scrisse alla Aspen e al distributore italiano lamentandosi che era costretto a scegliere a quale tra due famiglie con un bambino malato di cancro dare l’unica confezione di farmaco che aveva, come risultato delle mancate forniture da parte dell’azienda. E in Spagna, davanti alla iniziale resistenza delle autorità agli aumenti, un dirigente dalla Aspen rispose che se il governo non accettava gli aumenti, “l’unica possibilità” per l’azienda sarebbe stata quella di “donare o distruggere i medicinali”. In un’altra email, un funzionario della Aspen osserva che la società avrebbe potuto guadagnare di più vendendo in Spagna i farmaci destinati all’Italia, anche se ciò avrebbe lasciato l’Italia a corto dei medicinali necessari alle cure previste.

Interpellato dal Times, Dennis Dencher, amministratore delegato della Aspen Pharma Europe, afferma che gli aumenti dei prezzi erano “al livello appropriato per promuovere la sostenibilità a lungo termine” dei farmaci. E un portavoce della Gsk commenta che la sua azienda “non era coinvolta nelle decisioni sui prezzi dei medicinali, dopo averne venduti i diritti alla Aspen”. Tutti con la coscienza a posto, dunque. E ai malati una sola opzione: pagare di più o morire.

fonte: http://www.repubblica.it/salute/2017/04/14/news/aspen_farmaci_cancro_costo-162973391/

Perchè Big Pharma è cosi preoccupata dalla Cannabis terapeutica?

Big Pharma

 

 

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Perchè Big Pharma è cosi preoccupata dalla Cannabis terapeutica?

Una tabella espone il perchè Big Pharma è cosi preoccupata dalla Cannabis

C’è un corpo di ricerca che mostra che l’abuso di antidolorifico e overdose sono più bassi negli Stati con leggi sulla marijuana medica.

Questi studi hanno generalmente affermato che quando la marijuana medica è disponibile i pazienti affetti da dolore stanno scegliendo sempre più questa scelta rispetto ai mortali narcotici da prescrizione. Ma questo è sempre stato solo una supposizione.

Ora un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Health Affairs , convalida questi risultati, fornendo una chiara evidenza di un anello mancante nella catena causale che va dalla marijuana medica alla caduta delle overdose dovute a farmaci.

Ashley e W. David Bradford,  ricercatori presso l’Università della Georgia, hanno perlustrato la banca dati di tutti i farmaci da prescrizione.

Essi hanno scoperto che, nei 17 Stati con una legge medico-marijuana in atto entro il 2013, le prescrizioni per antidolorifici e altre classi di farmaci sono notevolmente diminuite a confronto con gli stati che non hanno una legge medica sulla marijuana.

Le differenze erano abbastanza significative: Negli Stati con leggi sulla marijuana medica, il medico in media ha prescritto 265 minor numero di dosi di antidepressivi all’anno, 486 minor numero di dosi di farmaci per le crisi, 541 minor numero di dosi di anti-nausea e 562 minor numero di dosi di farmaci anti-ansia.

Ma il dato sorprendente è che in media il medico in uno stato con leggi sulla cannabis medica ha prescritto 1.826 meno dosi di antidolorifici in un dato anno.

 

Queste condizioni sono tra quelle per le quali la marijuana medica è più spesso approvato ai sensi delle leggi dello Stato, quindi immaginiamo cosa potrebbe accadere con una regolamentazione a livello federale e, perchè no, anche a livello globale.

Ma non solo per le condizioni già approvate: anche la Bradfords ha svolto un’analisi simile su categorie di farmaci che la cannabis non dovrebbe sostituire – come fluidificanti del sangue, farmaci antivirali e antibiotici – ed anche in questo caso vi è stata una diminuzione delle prescrizioni.

“Questo fornisce una prova evidente che i cambiamenti osservati nei modelli di prescrizione erano in realtà dovuti al passaggio delle leggi sulla marijuana medica”, scrivono.

In un comunicato stampa , l’autore Ashley Bradford ha scritto, “I risultati suggeriscono che le persone sono molto inclini ad usare la cannabis come medicina e non solo usarla per scopi ricreativi, qualora siano autorizzati a farlo.”

Una ruga interessante nei dati è il glaucoma, per i quali vi è stato un piccolo aumento della domanda per i farmaci tradizionali negli stati con leggi sulla cannabis medica. E’ abitualmente indicata come una condizione di approvazione ai sensi delle leggi, e gli studi hanno dimostrato che la marijuana fornisce un certo grado di sollievo temporaneo per i suoi sintomi.

Le Bradfords ipotizza che la breve durata del sollievo dal glaucoma fornito dalla marijuana – circa un’ora o giù di lì – potrebbe effettivamente stimolare  di più la domanda di farmaci per il glaucoma tradizionali. Pazienti affetti da glaucoma possono sperimentare un po’ di sollievo a breve termine dalla marijuana, che può spingerli a cercare altre, forse più solide opzioni di trattamento dai loro medici.

I numeri delle prescrizioni di antidolorifico negli stati marijuana medica sono suscettibili di causare qualche preoccupazione tra le aziende farmaceutiche. Queste aziende sono state a lungo in prima linea nell’opposizione alla riforma della marijuana, il finanziamento della ricerca da accademici anti-cannabis e incanalando dollari a gruppi contrari , come ad esempio la Coalizioni Comunità antidroga d’America, che si oppongono alla legalizzazione della marijuana.

Le aziende farmaceutiche hanno anche fatto pressioni alle agenzie federali direttamente per impedire la liberalizzazione delle leggi sulla marijuana.

In un caso, recentemente scoperto dall’ufficio del senatore Kirsten Gillibrand (DN.Y.) , il Dipartimento di Salute e Servizi Umani ha raccomandato che il THC di derivazione naturale, il principale componente psicoattivo della marijuana, sia spostato dalla Tabella 1 alla Tabella 3 Controlled Substances Act – una categoria meno restrittiva che riconoscerebbe l’uso medico del farmaco e renderebbe più facile la ricerca e la prescrizione.

Diversi mesi dopo che l’HHS ha presentato la sua raccomandazione, almeno una società che produce una versione sintetica del THC – che presumibilmente dovrebbe competere con qualsiasi di derivati naturali –  ha scritto alla Drug Enforcement Administration per esprimere opposizione alla riprogrammazione del THC naturale, citando “l’abuso potenziale in termini di necessità di crescere e coltivare colture sostanziali di marijuana negli Stati Uniti. ”

La DEA  in ultima analisi, ha respinto la raccomandazione dell’HHS  senza spiegazioni.

Siamo di fronte a qualcosa di clamoroso.

La Bradfords ha calcolato anche il risparmio in spesa sanitaria: hanno scoperto che circa 165 $ milioni sono stati salvati nei 17 stati con marijuana medica nel 2013.

In un calcolo di back-of, il risparmio di prescrizione sanitaria annuo stimato sarebbe quasi mezzo miliardo di dollari se tutti i 50 stati avessero attuato programmi simili .

“Tale importo avrebbe rappresentato poco meno dello 0,5 per cento di tutta la spesa sanitaria nel 2013,” calcolano.

Ma il solo risparmio di costi non sono una giustificazione sufficiente per l’attuazione di un programma medico-marijuana. La linea di fondo è una migliore salute, e la ricerca dei Bradfords mostra segni promettenti che i consumatori stanno trovando sollievo a base vegetale per le condizioni che altrimenti avrebbero richiesto una pillola per il trattamento.

“I nostri risultati e la letteratura clinica esistente implicano che i pazienti rispondono alla normativa sulla marijuana medica come se ci sono benefici clinici per il farmaco, che si aggiunge al crescente corpo di prove che suggeriscono che lo stato in Tabella 1 della marijuana è obsoleto,” conclude lo studio.

Lo studio prende in considerazione il risparmio netto sulla spesa per pazienti anziani: Precedenti studi hanno dimostrato che gli anziani sono tra i più riluttanti utenti medico-marijuana, così l’effetto netto della marijuana medica per tutti i pazienti sulle prescrizioni può essere anche maggiore.

Aiutarli a casa loro? Ecco cosa intendono quando dicono “aiutarli a casa loro”: le 6 multinazionali coinvolte nello schiavismo e nello sfruttamento del lavoro minorile…

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Aiutarli a casa loro? Ecco cosa intendono quando dicono “aiutarli a casa loro”: le 6 multinazionali coinvolte nello schiavismo e nello sfruttamento del lavoro minorile…

Lo schiavismo è purtroppo una realtà ancora presente, nei Paesi in via di sviluppo e non solo, come pratica abitudinaria da parte di numerose multinazionali al fine di ottenere il massimo guadagno e rendimento produttivo, a costo zero per i loro bilanci economici, ma a costo della vita per centinaia di adulti e bambini in tutto il mondo, costretti a lavorare in condizioni disumane per soddisfare ogni bisogno consumistico dei Paesi industrializzati.

Spesso anche noi ci ritroviamo ad essere complici, a nostra insaputa o per carenza di informazione, di una realtà che dovrebbe essere scomparsa da decenni, ma che continua a persistere e a condannare coloro che ne cadono vittima giorno dopo giorno, senza sosta. Lo schiavismo non è purtroppo assente nemmeno nel nostro Paese, come nel caso della multinazionale delle bevande Coca Cola.

1) Coca Cola

L’eclatante caso di Rosarno, in Calabria, è stato messo in luce da un’inchiesta effettuata da parte di The Ecologist ed in seguito ripresa da The Independent, che ha reso noto come nel mezzogiorno la raccolta delle arance destinata alla produzione delle bibite del noto marchio avvenisse in condizioni di schiavitù per mano di migranti provenienti dall’Africa, spesso dopo aver raggiunto le coste italiane a seguito di una squallida traversata vista come unica speranza di sopravvivenza. Coca cola avrebbe reagito semplicemente tagliando i ponti e gli accordi precedentemente stipulati con le aziende calabresi produttrici di arance, a difesa della propria immagine di multinazionale “pulita”.

2) Philip Morris

Nel 2010 la multinazionale del tabacco Philip Morris ammise la presenza nelle proprie piantagioni di almeno 72 bambini dell’età di 10 anni, coinvolti nella raccolta del tabacco e a rischio di subire un avvelenamento da nicotina. Non solo: pare che l’azienda costringa lavoratori migranti ad operare in condizioni di schiavitù, dopo aver sequestrato loro i documenti e costringendoli ad una operatività continua, senza alcun compenso. Nonostante le promesse avanzate da parte della multinazionale, relativamente alla volontà di porre fine a simili situazioni, pare che, in base a quanto riportato da The Independent, il problema non sia ancora del tutto risolto e che vi siano attualmente intere famiglie e bambini costretti a lavorare in condizioni disumane nelle piantagioni.

I marchi da evitare: Marlboro, Basic, Benson & Hedges, Cambridge, Chesterfield, Commander, Dave’s, English Ovals, Lark, L&M, Merit, Parliament, Players, Saratoga and Virginia Slims.

3) Victoria’s Secret

Il marchio Victoria’s Secret dichiara di utilizzare esclusivamente cotone di provenienza “fair trade” e ciò dovrebbe costituire una garanzia contro lo sfruttamento lavorativo all’interno delle piantagioni. Purtroppo però sembra essere concreto il rischio che alcuni produttori di cotone biologico e fair trade non riescano a fare a meno di sfruttare il lavoro minorile per il raggiungimento dei propri obiettivi produttivi, come nel caso della tredicenne Clarissa, che nel Burkina Faso sarebbe stata costretta a seminare e raccogliere cotone subendo maltrattamenti fisici. Dall’accaduto, nel 2008, pare che Victoria’s Secret non abbia fatto altro che rimuovere la dicitura “fair trade” dalle etichette dei propri prodotti provenienti dal Burkina Faso. Situazioni di sfruttamento potrebbero dunque essere ancora presenti nelle piantagioni di cotone di tale località.

4) KYE

Nel 2010 il National Labor Committee mise sotto accusa per schiavismo la manifattura cinese KYE per aver reclutato 1000 studenti lavoratori di età nominalmente compresa tra i 16 ed i 17 anni, ma spesso inferiore ai 15 anni, costretti a lavorare per 15 ore al giorno e per 7 giorni su 7. Non sarebbero mancate inoltre numerose donne di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, a cui venivano imposte condizioni simili e con una paga di 65 centesimi all’ora. Anche di fronte a dati ufficiali, KYE avrebbe proseguito a sostenere le perfette condizioni di lavoro all’interno delle proprie sedi. KYE è responsabile per la produzione di prodotti per aziende e marchi come Microsoft, XBox e HP. Altre aziende hanno recentemente ammesso di sfruttare i lavoratori cinesi per la loro produzione. Tra di esse non farebbero eccezione Apple e Nokia.

5) Forever 21

Relativamente all’acquisto di cotone proveniente da piantagioni in cui lo schiavismo prosegue ad imperare, come nel caso dell’Uzbekistan, Forever 21 avrebbe rilasciato dichiarazioni piuttosto subdole, lasciando intendere che vi siano accordi stipulati con i produttori affinché garantiscano che il lavoro venga svolto legalmente e da persone qualificate. La questione ha dato origine ad una petizione che tiene conto di come in Uzbekistan il governo costringa ogni anno milioni di studenti ad abbandonare la scuola nel periodo della raccolta del cotone, per dedicarsi ad essa in condizioni di schiavismo ed in piena violazione dei diritti umani. Forever 21 non è l’unica azienda di abbigliamento a rifornirsi di cotone proveniente dall’Uzbekistan, uno dei maggiori produttori mondiali. Tra di esse vi sarebbero anche Aeropostale, Toys ‘R’ Us, e Urban Outfitters.

6) Hershey’s

Hershey’s ha recentemente reso noto il lancio sul mercato americano di una nuova linea di cioccolato, denominata “Bliss Chocolate“, che utilizza esclusivamente cacao certificato dalla Rainforest Alliance. Una sola linea di prodotti non potrà di certo risollevare il marchio dalle accuse di schiavismo provenienti dall’International Labor Rights Forum. Sebbene l’azienda abbia siglato un rapporto contro il lavoro minorile già dieci anni fa, migliaia di bambini raccolgono ancora cacao in Africa per la multinazionale del cioccolato, che purtroppo proseguirà ancora ad avere un retrogusto amaro dal sapore di schiavitù, come nel caso delle rivali Nestlé e M&M.

Marta Albè

 

tratto da: https://www.greenme.it/vivere/lavoro-e-ufficio/7552-6-multinazionali-coinvolte-nello-schiavismo-e-nello-sfruttamento-del-lavoro-minorile

Il problema non è aiutarli a casa loro. È liberare casa loro. E restituire il maltolto. Ecco come le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

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Il problema non è aiutarli a casa loro. È liberare casa loro. E restituire il maltolto. Ecco come le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

Le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

(Sudafrica, 2 Giugno) Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010, grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica.

Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica.

L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo.

Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”.

Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse.

Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali.

Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale.

Byanyima ha aggiunto: “I leader africani non devono assistere inerti all’approvazione del nuovo sistema di tassazione globale, cosa che dà alle multinazionali la libertà di scansare i loro obblighi di pagamento delle tasse in Africa. I leader politici e d’affari devono mettere da parte la loro importanza, innanzi alle richieste, sempre più insistenti, di una riforma del sistema di tassazione internazionale. Le nazioni africane, devono introdurre un approccio più progressivo e democratico alla tassazione – incluso un appello alla parola ‘fine’ per le esenzioni dalle tasse per le compagnie straniere”.

Gli attuali meccanismi internazionali volti a superare l’evasione fiscale, come il processo BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), controllato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)(2) per il G20, lasciano aperte enormi “vie di fuga” per le tasse, che le multinazionali possono continuare a sfruttare in tutto il mondo in via di sviluppo. Molte nazioni africane sono state escluse dalle discussioni sulla riforma del BEPS e, come risultato, non ne trarranno alcun beneficio.

(Traduzione di: Marco Nocera)

Originale: http://fahamu.org/node/1911

https://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/world_economic_forum_wef.africa_rising_for_the_few.pdf
2 Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) [così nominata a livello internazionale, ndt]

 

Dalla Sardegna il supergrano per prevenire la celiachia

 

Sardegna

 

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Dalla Sardegna il supergrano per prevenire la celiachia

IL SUPERGRANO SARDO PER PREVENIRE LA CELIACHIA

La Sardegna ci riserva tante belle sorprese agroalimentari, tra cui il grano monococco, un supergrano nato 10.000 anni fa che può essere un valido alleato nella prevenzione della celiachia.

Il grano monococco non è soltanto un patrimonio agroalimentare ma anche una fonte d’investimento. Soprattutto per l’associazione TricuMonOro che riunisce dal 2013 circa 30 persone impegnate nella tutela di questo prodotto. L’idea è stata di Lorenzo Moi, un ragazzo padovano di 30 anni, di origini sarde. Sull’isola, nella zona di Orosei, ci veniva in vacanza da piccolo. Poi ha iniziato ad appassionarsi ai prodotti della sua terra fino a farli diventare una passione e un’ossessione. Dopo aver conseguito una laurea in Scienze e tecnologie agrarie, si è dedicato al grano monococco, un tipo di spiga piccola che aiuta a combattere la celiachia per via del glutine digeribile.
Il grano monococco, racconta lo stesso Moi, è caratterizzato dall’alto contenuto proteico, circa il 10% in più rispetto alle altre tipologie di grano. In più il glutine che contiene è stato classificato dai ricercatori come poco tossico. In pratica anche i soggetti intolleranti potranno gustare questo rinomato prodotto sardo ricco d zinco, potassio, fosforo, ferro e integratori naturali.

Tanta è la passione di Lorenzo Moi che il giovane non si ferma alla coltivazione e alla tutela del supergrano ma si occupa anche della diffusione della sua “passione”. L’azienda ha iniziato da una coltivazione di pochi ettari ed ora si sta aprendo perfino alle opportunità del commercio elettronico con il marchio “Il grano di Atlantide”.  Le parole di Moi, riportate da La Nuova Sardegna, sono emblematiche:  “Mi piacerebbe che i miei coetanei seguissero il nostro esempio – conferma Moi –. Mi sono iscritto alla Cna per dare qualche consiglio a chi voglia iniziare un percorso come il mio”.

fonte: http://www.itenovas.com/in-tavola/2837-supergrano-sardo-contro-celiachia.html

Il petrolio in Basilicata, ovvero tumori, tangenti e sottosviluppo.

 

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Il petrolio in Basilicata, ovvero tumori, tangenti e sottosviluppo.

Quelli che riporto di seguito sono testimonianze recenti sulla situazione in Basilicata, dall’Espresso del 17 dicembre 2008 fino a episodi di vita di persone normali. Ci sono dentro storie raccapriccianti sulla tossicita’ di fanghi e fluidi perforanti, lasciati alla meno peggio fra i campi, storie di uomini e donne che muoiono di tumori a quarant’anni, e accuse di reati di concussione per la costruzione del secondo centro oli lucano, a Corleto Perticara, dopo quello che gia’ esiste a 20 km di distanza a Viggiano.

Maria Rita D’Orsogna

( Maria Rita D’Orsogna è fisica e docente universitaria  presso la California State University at Northrdige di Los Angeles. E’ autrice del blog www.dorsogna.blogspot.com 

ORAMAI LA NOSTRA TERRA E’ TUTTA ROVINATA 

Il signor Pietro ha 75 anni e vive a Viggiano. A suo stesso dire, lui e sua moglie vivono circondati dalla puzza di idrogeno solforato. Non e’ un biologo, ne un medico, ne un botanico e nemmeno un ingenere. E’ un semplice contadino che da casa sua vede il centro oli di Viggiano e mettendo insieme due piu due giunge alla sua semplice verita’:

“..da quando c’è il petrolio non vengono più fuori le insalate di una volta. Il grande problema è che non possiamo neanche lasciare questo terreno, perché o nessuno lo vuole oppure, nel migliore dei casi, saremmo costretti a venderlo ad un prezzo troppo basso”.

Filippo Massaro invece e’ il coordinatore per lo Sviluppo delle aree interne lucane. Commentando sul fatto che l’ENI non ha pagato una lira di risarcimento per i contadini e per le persone che possedevano campi, terreni e agriturismi da quelle parti giunge alla stessa conclusione:

L’agricoltura continua a morire. Non si contano più gli incontri e i conseguenti solenni impegni assunti da funzionari-dirigenti di Agip-Eni e dagli amministratori regionali. Solo chiacchiere. Non sono seguiti i fatti. I sistemi di monitoraggio ambientale, le centraline installate dalla Provincia, gli studi dell’Arpab e quelli di fonte diretta dell’Eni non sono efficienti e né sufficienti a garantire il rispetto dell’impatto ambientale. In alcuni casi le centraline sono state installate volutamente al posto sbagliato.

Anche la Gazzetta del Mezzogiorno conferma, spiegandoci che una volta a Viggiano c’erano le vigne che producevano uva e vino di qualità, c’erano le mele della val d’Agri. Di tutto cio’ non sono rimasti che chicchi d’uva oleosi e puzzolenti e mele annerite. I contadini hanno provato a reciclarsi come tecnici petroliferi, ma lavoro non ce n’e’.

Giovanna Perruolo, presidente della Confederazione Italiana di Agricoltura (CIA) della Val d’Agri testimonia che delle cento aziende che coltivano fagioli cosiddetti “Sarconi”, la metà quest’anno non ha piantato il prodotto. Fra le possibili e invisibile cause c’e’ la percezione negativa di un prodotto coltivato nella terra del petrolio. Dice Giovanna:

…forse era meglio quando nessuno associava il petrolio alla nostra terra, quando la Basilicata era ancora sconosciuta in questo senso”.

Duecento ettari di terra sono stati abbandonati.

La signora Donata aveva dei terreni vicino a Corleto Perticara, dove nel 1994 perforarono dei pozzi. I signori della Total decisero, allegramente, di lasciare fanghi e fluidi perforanti ALL’APERTO, senza alcuna forma di precauzione. Tutti gli animali che mangiavano l’erba, specie le pecore, dopo un po’ si accasciavano e morivano. Sono morti di tumore, dopo due anni anche il papa’ della signora Donata, e il suo vicino di casa, a 43 anni.

Beffa delle beffe, la Total gli disse pure che non c’era scampo e che dovevano vendergli quelle terre che loro stesi avevano avvelenato: “Offriamo 5 euro al metro quadrato. Vi conviene vendere perché altrimenti il comune esproprierà tutto e pagherà la metà”. Troppo buoni. Fattisi i conti, alla fine ai contadini venne offerto ancora meno: 2.5 euro al metro quadrato.

Fu da queste denuncie che il pubblico ministero Woodcock inizio’ le sue indagini per presunta concussione da parte della Total ai lucani. La Total, secondo i pm, avrebbe truccato anche le gare per il trattamento e per la fornitura dei fanghi di perforazione, oltre che essersi sporcata di vari intrallazzi con i politici locali.

Intanto, gia’ nel 2004, il Corriere diceva:

Ammine aromatiche, anidride solforosa, scarti dalla lavorazione del greggio, che qui viene separato dallo zolfo e dal metano e immesso nell’ oleodotto, verso la raffineria di Taranto e le navi per la Turchia. Anche l’ acqua la portano in Puglia. Qui non resta niente. Un centinaio appena di posti di lavoro. L’ Eni aveva promesso la Fondazione Mattei per i giovani e un centro per il monitoraggio ambientale, ma non hanno ancora deciso il posto: vorrebbero fare la fondazione a Viggiano e il centro di controllo a Marsiconuovo, lontano dal centro oli; non sarebbe meglio il contrario? Nel frattempo si muore di cancro, almeno un caso per famiglia. La valle in teoria è diventata un parco naturale, dai confini mobili, che si spostano in caso di scoperta di un pozzo. Un giorno il petrolio finirà, e noi avremo abbandonato i meleti, le piste da sci, gli scavi archeologici di Grumento. E non c’ è nessun controllo sui barili estratti. Chi ci garantisce che non ci stanno truffando? Hanno trattato la Basilicata come un Paese africano o asiatico in via di sviluppo.

Manca qualcos’altro? Dedicato ai negazionisti.

di: Maria Rita D’Orsogna dorsogna.blogspot.com

C’è qualcosa che non va nella pasta italiana – Otto primarie aziende italiane trascinate sul banco degli imputati per micotossine negli spaghetti.

 

pasta italiana

 

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C’è qualcosa che non va nella pasta italiana – Otto primarie aziende italiane trascinate sul banco degli imputati per micotossine negli spaghetti.

 

C’è qualcosa che non va nella pasta italiana di grano duro.

A sostenerlo è l’associazione GranoSalus nata a Foggia, in Puglia che mette insieme produttori e consumatori e ha come obiettivi la sicurezza alimentare e la difesa dei redditi degli agricoltori.

L’obiettivo dichiarato è innalzare la competizione qualitativa tra i vari marchi produttori e tutelare così i consumatori che sono individuati come l’anello debole della filiera insieme agli agricoltori.

L’attenzione è rivolta alle necessità di mercato che portano le aziende agroalimentari ad importare le materie prime dall’estero, e quindi il grano, per assicurare i necessari volumi di produzione.

Sul banco degli imputati sono salite 8 aziende produttrici di pasta di grano duro, una delle bandiere del Made in Italy.

L’Associazione GranoSalus dichiara di aver portato i campioni di pasta a un non meglio laboratorio europeo accreditato per controllare i residui di sostanze vietate dalla legge elaborando una tabella che esprime in sostanza un giudizio negativo sulla qualità degli spaghetti di queste 8 aziende italiane.

Barilla, Voiello, De Cecco, Divella, Garofalo, La Molisana, Coop e Granoro inserite nella tabella in un ordine che sembrerebbe casuale.

Ecco la tabella.

DON, glifosato, cadmio e piombo sono le sostanze incriminate.

La presenza del DON (Deossinivalenolo), in particolare, sarebbe la spia dell’utilizzo di grani esteri anche in quelle marche che assicurano in etichetta di aver utilizzato per la preparazione degli spaghetti solo grani italiani al 100%.

Il DON, spiega GranoSalus, è un composto tossico prodotto da alcuni funghi appartenenti al genere Fusarium che si sviluppa in condizioni di umidità e quindi in grani come quelli canadesi e in genere in tutti gli areali sul 45° parallelo dove le condizioni naturali non consentono un’asciugatura perfetta come invece avviene nei grani del Sud che beneficia di condizioni climatiche seccagne. I funghi presenti nel grano raccolto possono produrre micotossine e il DON, secondo lo IARC, è una possibile sostanza cancerogena classificata 2B.

L’attenzione di GranoSalus si appunta sulla pasta Granoro che userebbe grani esteri.

I grani duri del Sud non dovrebbero presentare queste sostanze pericolose! Il condizionale è d’obbligo, perché se un marchio come Granoro 100% Puglia presenta tracce di questi contaminanti, beh, c’è qualcosa che non funziona nel disciplinare della Regione Puglia che ha concesso in licenza d’uso il marchio alla ditta Granoro e negli stessi controlli della Regione.

I mancati controlli riguarderebbero anche la prassi di miscelare grani contaminati con grani privi di contaminazione al fine di ottenere partite mediamente contaminate (sia pur entro i limiti di legge). Prassi vietata dall’Europa (art. 3 Reg. CE 1881/2006).

Granoro ha risposto con un post pubblico sulla pagina Facebook aziendale. Di tutti i punti che potete leggere direttamente nel comunicato diffuso, la risposta da tenere in considerazione sul punto è questa:

la nostra pasta “Dedicato 100% Puglia” risponde perfettamente a quanto da noi dichiarato, essendo ottenuta da grano non solo italianissimo, ma in particolare pugliese e pertanto contestiamo l’insinuazione contenuta nell’articolo secondo la quale avremmo miscelato anche semola di grano estero con quello pugliese (ricordiamo che nella filiera Dedicato operano circa 140 aziende agricole pugliesi, oltre alla su citata Cooperativa, tutte puntualmente controllate dall’Ente di certificazione);

Le altre sostanze contaminanti prese in esame nella tabella sono il glifosato, vietato in Europa dal mese di agosto 2016, che è uno degli erbicidi disseccanti più diffuso al mondo ed è utilizzato per favorire la maturazione artificiale del grano duro proprio negli areali più umidi e lascia residui che sono stati trovati nei test. Un’altra prova per l’associazione che la pasta verrebbe prodotta con grani coltivati nei Paesi in cui non vige il divieto.

In realtà il glifosato è presente dappertutto ed esistono limiti tollerati per l’alimentazione umana.

Ecco una tabella da Repubblica

Ma l’aspetto paradossale, stando alla tabella di GranoSalus, che nel caso fosse vero che i grani utilizzati da Voiello (che ha organizzato un’azione molto forte coinvolgendo anche il Governo per la promozione del 100% italiano), da Coop e da Granoro e, salvo prova contraria di un’analisi delle partite di grano utilizzate, bisogna credere il grano italiano utilizzato per gli spaghetti contenga glifosatoe in quantità simili a quelle del grano estero (Coop 0.013, Granoro 0.039, Voiello 0.050, De Cecco 0.052, Divella 0.102).

Insomma, non si salverebbe nemmeno il grano italiano. E sarebbe un clamoroso autogol per l’associazione GranoSalus che proprio gli agricoltori vuole difendere (ma probabilmente sarà riuscita a fare anche le analisi dei campioni di grano utilizzati dalle aziende per gli spaghetti).

Poi c’è il cadmio, un metallo pesante tossico innanzitutto per i reni, ma può causare anche demineralizzazione ossea ed è stato classificato come cancerogeno per gli esseri umani dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Ma in questo caso non si fa cenno ad una tragica esclusività dei grani esteri. Il cadmio si ritrova in molti alimenti e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha ridotto la dose settimanale ammissibile (TWI)per il cadmio a 2,5 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo (µg/kg pc), basandosi sull’analisi di nuovi dati. Il TWI è la dose alla quale non sono previsti effetti avversi.

GranoSalus con il suo giudizio Negativo non salva nemmeno uno degli 8 produttori di pasta.

Per quanto riguarda il DON, la De Cecco è quella che sta messa meglio con 0,08 μg, ma GranoSalus desume l’utilizzo di grani esteri cosa di cui nessuna delle marche in esame fa mistero (se non per la dichiarazione 100% grano italiano o pugliese di alcune etichette). Il limite fissato dall’Italia per il DON nel grano non lavorato è di 1750 ppb (parti per miliardo), cioè 1,75 milligrammi per chilo, che è addirittura più alto di quello degli altri Paesi tra cui il Canada che fissano un limite tra 750 e 1000 ppb. Il limite tollerato in Italia per il consumo umano del prodotto finito è di 750 μg (microgrammi) per chilo. La dose tollerabile giornaliera per l’uomo di deossinivalenolo è stata fissata a 1 µg/kg.

Con la speranza di aver fatto l’esatta conversione metrica, non si capisce perché non rendere più facile la lettura ai consumatori esprimendo tutto in milligrammi visto che gli spaghetti a casa non si pesano con il microscopio.

In sostanza, sembra di capire, che l’accusa è utilizzo di grani esteri nella pasta italiana, cosa per altro risaputa e nemmeno nascosta da chi non sbandiera il 100% italiano. La notazione più forte è per la Divella e per la Molisana che con 381e 253 ppb di DON non sarebbe adatto all’alimentazione dei bambini (la raccomandazione è di 200 ppb).

Ma, come detto, la presenza di glifosato non è “un’esclusiva” dei grani esteri.

Ci stiamo dunque tutti avvelenando con le micotossine mangiando pasta prodotta da aziende italiane? Per Confagricoltura il rischio è remoto.

La contaminazione del grano duro è, per fortuna, una eventualità abbastanza remota, che avrebbe qualche probabilità di verificarsi solo in caso di andamento climatico molto sfavorevole nei mesi che precedono il raccolto. Se tali condizioni dovessero verificarsi, i controlli condotti da stoccatori e trasformatori, prima ancora che dalle autorità sanitarie, sono comunque in grado di far scattare un’allerta rapida e i provvedimenti conseguenti.

Leggendo l’articolo di GranoSalus, quanti di voi hanno capito quanta pasta è possibile mangiare senza incorrere in problemi ammesso che ce ne siano nel consumare grano estero?

Grazie a chi metterà una parola definitiva alla questione. Aggiornamento 22 giugno 2017

GranoSalus ha fatto sapere di aver di aver vinto in Tribunale con questo articolo pubblicato sul sito.

Questa la risposta dell’Associazione delle Industrie dei Dolci e della Pasta Italiana affidata a un comunicato

AIDEPI interviene sul provvedimento del Tribunale di Roma in merito al ricorso effettuato dall’associazione nei confronti di GranoSalus e i Nuovi Vespri per gli articoli ritenuti diffamatori pubblicati il 26 febbraio scorso. “Il provvedimento con il quale il giudice si è espresso sul nostro ricorso – spiega AIDEPI – pur non accogliendo pienamente le nostre richieste, conferma la legittimità della nostra azione. Il giudice ha rigettato la nostra richiesta di cancellazione degli articoli dal web solo perché nel frattempo – a seguito della notifica della causa – sono stati emendati e rettificati e oggi non riflettono più il tono e il senso originario. Ora, come confermato nel provvedimento, le affermazioni sono puramente ipotetiche e dubitative e sono espresse nell’ambito del diritto di critica. Non sono una verità, quindi, come originariamente si voleva far credere. Sono solo un’opinione, non dimostrata e non dimostrabile ma legittimamente esprimibile secondo le leggi del nostro Paese”. Il Giudice ha confermato che gli articoli originari riportavano affermazioni sulla qualità e la sicurezza della pasta italiana “contenenti conclusioni arbitrarie”, di cui gli autori “non sono in condizione di offrire riscontro”. Le modifiche effettuate hanno invece ridotto le gravi accuse formulate da Grano Salus e I Nuovi Vespro sulla qualità e la salubrità della pasta italiana “al rango di mere ipotesi”. Secondo Aidepi, “venendo meno le conclusioni arbitrarie di GranoSalus, abbiamo ristabilito la verità sulla pasta e difeso l’operato di chi la produce nel rispetto della legge e della salute dei consumatori italiani. L’esito di questa causa, non preclude comunque, come evidenziato dal Giudice, la possibilità di proporre reclamo e avvalerci di una tutela risarcitoria nelle sedi opportune. E nei prossimi giorni valuteremo se farlo”. Ufficio stampa AIDEPI INC – Istituto Nazionale per la Comunicazione

cosa è il glifosato :

IL GLIFOSATO È CANCEROGENO

Lo IARC lo scorso anno ha classificato il glifosato come sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo. Il Paese del mondo dove l’uso di glifosato è più esteso è l’Argentina con le sue distese di campi destinate all’agricoltura, dove si produce cibo che va a finire su tutte le tavole del mondo.

La soia e il mais Ogm coltivati in Argentina si utilizzano soprattutto per ottenere mangimi per gli animali da allevamento da cui poi si producono carne e derivati poi consumati in tutto il mondo.

Ecco che in una catena senza fine il glifosato risulta pericoloso non soltanto per gli agricoltori che lo utilizzano e per le persone che vivono vicino ai campi coltivati ma forse anche per chi consuma cibi che potrebbero contenerne delle tracce.

Si forma un vero e proprio pulviscolo che rimane sospeso nell’aria respirata della popolazione e che si deposita sulle pareti delle case. Qui il glifosato non si usa solo nei campi ma anche per conservare il riso. Così la traccia di questa sostanza rimane anche in prodotti di uso comune per l’igiene e non solo, ad esempio negli assorbenti igienici. Ci sono anche alte percentuali di glifosato nel cotone. Le fimigazioni aeree di glifosato sui campi coltivati portano ovunque un pulviscolo velenoso che pervade campagne e città.

Ricordiamo il reportage fotografico di Pablo Ernesto Piovano sui gravi danni per la salute della popolazione causati dall’utilizzo del glifosato nelle coltivazioni Ogm in Argentina, dove negli ultimi anni i casi di cancro in età pediatrica sono triplicati così come le malformazioni alla nascita. Tra i bambini emergono malattie considerate inspiegabili dai medici che non ammettono realmente che il glifosato possa esserne la causa.

Sono molte le famiglie che hanno perso i loro figli a causa dei tumori, legati ad esempio ai polmoni, alla tiroide e non solo. In Argentina oltre ai campi contaminati ci sono anche accumuli di rifiuti, comprese di taniche di glifosato. Quando i rifiuti diventano troppi si brucia tutto.

 

tratto da: http://forum.lottoced.com/forum/discussioni-libere/off-topic/2073346-italiani-che-avvelenano-gli-italiani-che-schifo

Tutti i Paesi del mondo hanno un debito pubblico. Ma verso chi? Se tutti sono debitori, chi è il creditore?

 

debito pubblico

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Tutti i Paesi del mondo hanno un debito pubblico. Ma verso chi? Se tutti sono debitori, chi è il creditore?

Ma verso chi? A chi dobbiamo restituire il debito pubblico?

 

di Fabio Conditi per Come Don Chisciotte

Ci siamo talmente abituati alla crisi economica, che facciamo fatica ad immaginare che possa esistere una società che non ne sia caratterizzata.

Sono anni che ci ripetono che il debito pubblico è insostenibile e che dobbiamo seguitare con politiche di austerity perchè in questo modo riusciremo a risolvere il problema : ma nonostante i grandi sacrifici a cui ci sottoponiamo, la situazione invece che migliorare, peggiora.

Tutti gli Stati del mondo sono indebitati, per una cifra complessiva che supera i 200.000 mld di euro, e questo dovrebbe insospettirci: come mai siamo “tutti” indebitati, a chi dobbiamo tutti questi soldi ?

Ovviamente non ad una altro pianeta, ma ai mercati finanziari, visto che è lì che i Titoli di Stato vengono collocati per essere acquistati da una piccolissima percentuale della popolazione mondiale, principalmente costituita da operatori del mondo finanziario.

Lo Stato italiano, se ha bisogno di denaro, anziché crearlo, è costretto a reperirlo sui mercati finanziari, aumentando continuamente il debito pubblico.

Ma lo Stato è anche il titolare della sovranità monetaria, perché da secoli emette la propria moneta con la propria effige e le conferisce valore attraverso l’imposizione del valore legale e l’obbligo di utilizzarla per pagare le tasse.

Quindi è lo Stato che dà valore al denaro, perché per averlo allora lo prende in prestito ?

In fondo, se ci pensiamo bene, all’origine di tutti i problemi che abbiamo attualmente, c’è sempre una mancanza di denaro che impedisce la risoluzione del problema stesso.

Nonostante gli aumenti delle tasse, le riduzioni della spesa pubblica, le privatizzazioni continue, lo Stato ha sempre problemi economici per i quali non può attuare politiche economiche a favore dei suoi cittadini.

Diceva Ezra Pound: “Uno Stato che non ha il denaro per costruire un ospedale, è come un ingegnere che non ha i chilometri per costruire una strada”.

Ma allora chi crea il denaro e come lo usa ?

Attualmente in Italia, nel nostro sistema economico noi utilizziamo tre tipi di moneta :

– monete metalliche coniate dallo Stato, pari allo 0,3% del totale che usiamo;

– banconote emesse dalla BCE, pari al 6,7% del totale che usiamo;

– moneta bancaria creata dalle banche, pari al 93% del totale che usiamo.

Trascurando i contanti, che costituiscono solo il 7% del denaro totale che usiamo, in realtà la maggior parte del denaro che usiamo è creato dal nulla dalle banche quando fanno prestiti.

E’ la cifra che è scritta nei nostri conti correnti bancari, che ci permette con bonifici, assegni, carte di credito e bancomat, di pagare qualsiasi bene o servizi di cui abbiamo bisogno.

Senza voler approfondire il sistema che utilizzano per creare e gestire questo denaro, per capirne la reale natura, è necessario analizzare l’art.1834 del c.c. che definisce i depositi nelle banche, che dice testualmente : “Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, …, a richiesta del depositante“.

In definitiva, la cifra scritta sul nostro conto corrente bancario, rappresenta una promessa della banca, che si obbliga a restituirci quella cifra in contanti, se e quando glieli richiederemo.

Come ad esempio quando andiamo in uno sportello bancomat e preleviamo un certo quantitativo di contanti, riducendo corrispondentemente il saldo del nostro c/c.

Quello che voglio evidenziare, è che la maggior parte del denaro che usiamo, di cui ha bisogno sia lo Stato che noi aziende e cittadini, viene creato dal sistema bancario attraverso il prestito.

Anche la banconote, inizialmente create dalla BCE, non vengono messe in circolazione direttamente nel sistema economico, ma date solo alle banche, che poi ce le forniscono esclusivamente attraverso i prestiti.

Quindi tutto il denaro che usiamo sia noi che lo Stato, proviene dal sistema bancario e viene messo in circolazione solo attraverso una prestito iniziale, che alla scadenza deve essere restituito, per poi essere sostituito da altro denaro creato con un nuovo prestito.

Le conseguenze di un sistema monetario così congegnato sono:

– se le banche smettessero di fare prestiti, tutta la moneta in circolazione sparirebbe;

– su tutta la moneta che usiamo, qualcuno sta pagando continuamente un interesse.

Questo significa che sia noi che lo Stato, avendo bisogno di denaro per far girare la nostra economia reale, abbiamo la necessità di mantenere in vita un debito pubblico e privato sul quale paghiamo continuamente un interesse, e che per questo è matematicamente inestinguibile.

Supponiamo l’Italia sia un’isola, nella quale tutto il denaro utilizzato proviene da una sola banca che è l’unica in grado di crearlo, ma lo fornisce solamente prestandolo ad un tasso di interesse pari al 10%.

Il 1° anno ne crea e ne presta 100 mln di euro, ma alla fine dell’anno dovrebbe chiedere indietro i 100 mln di euro di denaro prestato maggiorati di 10 mln di euro di interessi.

Ma è matematicamente impossibile la restituzione 110 mln di euro, perché ne esistono solo 100. Inoltre l’economia seguita ad aver bisogno anche il 2° anno di 100 mln di euro, per cui la soluzione praticata è quella di lasciarli in circolazione, portando il debito a 110 mld di euro e pagando 11 mln di euro di interessi. Ma il 3° anno si ripresenta lo stesso problema, non ci sono 121 mln di euro da restituire, per cui il debito diventa 121 mln di euro e gli interessi da pagare 12,1 mln di euro. Andando avanti di questo passo il debito aumenta sempre di più in modo esponenziale, per cui dopo soli 25 anni ha superato i 1.000 mln di euro e gli interessi da pagare ogni anno sono maggiori dei 100 mln di euro di moneta in circolazione !

Un sistema economico basato su una moneta creata quasi esclusivamente dal sistema bancario ed immessa in circolazione solo attraverso il prestito gravato da interesse, non è sostenibile e provoca continuamente le situazioni di crisi economica che stiamo sperimentando sulla nostra pelle.

L’unica soluzione per interrompere questa follia, è immaginare un altro sistema monetario che non sia basato sul debito perché il denaro viene immesso nell’economia in un altro modo.

I meccanismi che attualmente regolano la creazione del denaro, arricchiscono pochi privilegiati a discapito di tutti gli altri, senza che i governi democraticamente eletti possano controllare o modificare il processo.

Proprio perchè la moneta è alla base di tutto, occorre prima di tutto riformare radicalmente il sistema monetario per risolvere o attenuare molti dei problemi di ingiustizia sociale della società moderna.

Dobbiamo immaginare un sistema monetario che:

– sia a vantaggio della società, e non di grandi banche e istituti finanziari;

– sia sottoposto a un controllo democratico dei cittadini;

– funzioni in modo più semplice e trasparente;

– sia più stabile e meno incline a bolle speculative e crisi finanziarie.

E’ possibile ottenere tutto ciò, e in modo semplice e non violento.
Nei prossimi articoli vedremo come.
Per approfondimenti visita il sito www.monetapositiva.it

Fonte comedonchisciotte.org