Nuova deforestazione massiccia in Indonesia – Come abbassiamo la guardia, in questo caso sull’olio di palma, le Multinazionali riprendono a distruggere il Nostro Mondo nel sacro nome del loro dio denaro!

 

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Nuova deforestazione massiccia in Indonesia – Come abbassiamo la guardia, in questo caso sull’olio di palma, le Multinazionali riprendono a distruggere il Nostro Mondo nel sacro nome del loro dio denaro!

 

Nuova deforestazione massiccia in Indonesia per l’olio di palma
L’abbiamo documentata in una nostra indagine: le immagini sono agghiaccianti.

Un’area equivalente alla metà della città di Parigi  distrutta fra il maggio 2015 e l’aprile 2017 per produrre olio di palma: si tratta di 4 mila ettari di foresta pluviale in Papua, Indonesia. Lo abbiamo rivelato in una nuova indagine, e a finire sotto la nostra lente è ora un’azienda produttrice di olio di palma dalla quale si riforniscono marchi come Mars, Nestlé, PepsiCo e Unilever.

Alcune delle foto e dei video prodotti fra il marzo e l’aprile 2018, testimoniano la massiva deforestazione in corso nella PT Megakarya Jaya Raya, una concessione di olio di palma controllata dalla Hayel Saeed Anam Group (HSA). La concessione include alcune aree protette dal governo indonesiano in risposta ai devastanti incendi che hanno colpito le foreste nel 2015: in queste zone è proibito lo sviluppo commerciale.

Tra il 1990 e il 2015 l’Indonesia ha perso circa 24 milioni di ettari di foresta tropicale: più di ogni altro paese al mondo. Dopo aver distrutto gran parte delle foreste pluviali di Sumatra e Kalimantan, l’industria dell’olio di palma sta ora avanzando verso nuove frontiere vergini, come Papua. Se il governo indonesiano ha intenzione di continuare a difendere l’industria dell’olio di palma, dovrebbe prima assicurare che vengano adottate e rispettate politiche volte a fermare la deforestazione, il drenaggio delle torbiere e lo sfruttamento dei lavoratori e delle le comunità locali.

fonte: http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/Nuova-deforestazione-massiccia-in-Indonesia-per-lolio-di-palma/

Quello che i “signori del cibo” non vogliono farci sapere – Da dove viene (davvero) il cibo che mangiamo? Un viaggio shock fra i retroscena dell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta…!

 

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Quello che i “signori del cibo” non vogliono farci sapere – Da dove viene (davvero) il cibo che mangiamo? Un viaggio shock fra i retroscena dell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta…!

 

Quello che i “signori del cibo” non vogliono farci sapere

Ce lo spiega il giornalista Stefano Liberti che in un libro ha ricostruito come il sistema di produzione industriale del cibo mondiale sia controllato da pochissimi grandi attori

Da dove viene il cibo che mangiamo? Che processi di trasformazione subisce? Come e dove viene lavorato? Interrogativi che più o meno ogni consumatore si domanda quando va a fare la spesa o quando si accomoda ad un tavolo di un ristorante. Stefano Liberti, giornalista e scrittore d’inchiesta lo ha scoperto dopo un peregrinaggio per quattro continenti e lo ha spiegato in un libro – I signori del cibo – Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta pubblicato nel 2016 da Minimum fax.

“Non conosciamo l’origine del cibo che arriva nei nostri supermercati, compriamo dei prodotti di cui non sappiamo nulla e la nostra scelta è dettata dall’unica variabile evidente e cioè il prezzo”, spiega Stefano Liberti.

Che cosa arriva nei nostri supermercati e che cosa mangiamo?

Quello che arriva nei nostri supermercati non sappiamo molto bene da dove provenga. Abbiamo pochissime informazioni sulle origine delle materie prime, sui processi industriali che queste materie prime hanno subito, dove come e quando proprio perché non è obbligatorio indicarle. Compriamo dei prodotti di cui non sappiamo nulla e la nostra scelta è dettata dall’unica variabile evidente e cioè il prezzo.

Cioè?

E’ il prezzo che guida le scelte dei cittadini consumatori che non è necessariamente quello più basso. Qualche anno fa si è fatto un esperimento molto interessante: si è preso un prodotto, lo si è messo in tre packaging diversi tra loro (uno povero, uno medio e uno di lusso). La scelta dei consumatori nell’80% dei casi è ricaduta sulla confezione di mezzo. Questo significa che il consumatore non si vuole sentire così povero da comprare il primo prezzo né è abbastanza ricco per comprare il prodotto di lusso. Ma in realtà in quelle scatole c’era lo stesso prodotto proprio perché tutte quelle informazioni che dovrebbero essere fornite ai consumatori non sono obbligatoriamente indicate in etichetta.

Quindi è un problema di etichetta?

Direi di indicazione di alcuni elementi in etichetta o in forme simili anche digitali. Oggi fotografando il codice a barre è possibile ottenere una serie di informazioni su come è stato prodotto l’articolo alimentare, su quanta C02 è stata utilizzata, quanta acqua è stata consumata, che impegno è costato ai lavoratori. Ci sono già alcuni industriali che cominciano a farlo perché hanno capito che il mercato sta andando verso quella direzione e che c’è sempre una maggiore attenzione da parte dei cittadini consumatori su queste tematiche. Però l’industria alimentare è ancora abbastanza indietro. L’etichetta come è oggi è il risultato di un negoziato tra una industria alimentare che non vuole arretrare troppo e un legislatore che cerca di ridurre l’opacità con metodi burocratici.

E non è nemmeno facile da leggere…

Oggi per comprendere un’etichetta bisogna avere una laurea in chimica per decifrare tutta una serie di ingredienti di cui non si conosce la composizione la sigla, etc. Io credo che bisognerebbe fare un’etichetta diversa nella quale vengono indicati in maniera intellegibile tutta una serie di elementi che potrebbero condurre il cittadino-consumatore verso una scelta più consapevole che non deve essere necessariamente una scelta più etica: ognuno poi si muove secondo la propria morale e le proprie predisposizioni però io posso decidere di comprare una salsa di pomodoro con materia prima proveniente dalla Cina a 20 centesimi di euro oppure pagare 30 o 40 centesimi in più premiando un’azienda agricola che produce localmente in Italia, che consuma poca acqua, poca C02, che usa un particolare tipo di semi e non si serve di lavoratori in nero.

Lei ha scritto un interessantissimo libro sui signori del cibo: chi sono?

Io ho seguito la filiera alimentare di quattro prodotti – la carne di maiale, la soya, il pomodoro concentrato e il tonno – che sono un po’ dei prodotti emblematici per capire come funziona la filiera alimentare intesa come produzione, commercializzazione e distribuzione dei prodotti. Seguendo queste filiere in giro per il mondo ho visto come il sistema di produzione industriale del cibo sia controllato da pochissimi grandi attori che spesso lo fanno in maniera verticale e integrata controllando tutto dal campo fino allo scaffale del supermercato. Essi impongono i modi di produzione, standard sempre più al ribasso, economie di scala che schiacciano da una parte i produttori agricoli costretti a seguire quel protocollo di produzione imposto dalle grandi aziende e dall’altra i consumatori che non hanno più varietà di scelta perché queste grandi aziende controllano ormai tutto il mercato. Questo però non si sa.

Diciamo che noi sappiamo quello che vogliono farci sapere…

Esatto. Nella produzione spesso ci si ferma all’ultimo anello della catena e cioè al produttore agricolo come se fosse un mostro che sfrutta i lavoratori. Quello in realtà è il risultato di una filiera tutta distorta che comincia molto più a monte cioè nella grande distribuzione organizzata. Nel momento in cui tu vendi una passata di pomodoro a 39 centesimi sottocosto sei costretto a imporre agli industriali che trasformano il pomodoro dei prezzi bassissimi (circa 20 centesimi al chilo) e loro poi si rifanno sui produttori agricoli (a cui pagano il pomodoro 8 centesimi al chilo). I produttori agricoli tagliano l’unico costo di produzione che è il lavoroquindi sfruttano i lavoratori che raccolgono il pomodoro. Il caporalato va inteso come risultato di una filiera che funziona male in tutti gli anelli. Se il consumatore si rifiutasse di pagare 39 centesimi per una lattina di passata di pomodoro e ne spendesse 30 in più, tutti questi fenomeni disfunzionali diminuirebbero sensibilmente perché sarebbe più facile riversare le porzioni di reddito sugli industriali, sugli agricoltori e poi anche sul lavoratore dei campi.

L’Italia importa pomodoro doppio o triplo concentrato dalla Cina e poi lo lavora a Salerno per poi riesportarlo all’estero come cibo prodotto in Italia.

Tornando alle etichette cosa si dovrebbe fare per fornire informazioni ai consumatori?

Dovrebbe essere obbligatorio indicare l’origine delle materie prime in etichetta in modo molto trasparente. Bisogna dire che il nostro Ministero dell’agricoltura sta cominciando a farlo per tutta una serie di filiere (lattiero-casearia) e lo ha proposto anche per il grano duro da pasta e per i prodotti derivati dal pomodoro. Il problema è che per fare una cosa del genere il governo italiano deve fare un decreto e andare a Bruxelles alla Commissione europea a chiedere il permesso per andare in deroga. Questi decreti però funzionano solo sul territorio italiano.

Quindi cosa avviene?

Succede che i produttori italiani prendono il pomodoro fresco e fanno passata per il mercato nazionale mentre per il mercato estero possono comportarsi in tutt’altro modo perché non c’è nessuna obbligatorietà di indicazione nell’etichetta. Noi importiamo centinaia di tonnellate di pomodoro concentrato, anche triplo concentrato, dalla Cina che attraversano un paio di oceani, arrivano a Salerno dove il pomodoro viene ritrasformato in doppio concentrato aggiungendo acqua e sale sostanzialmente e poi riesportato in diversi paesi del mondo. Non è una truffa ma sarebbe etico scrivere “prodotto italiano fatto con materia prima proveniente dalla Cina” in modo che il consumatore possa decidere se acquistarlo lo stesso.

Che armi abbiamo noi consumatori?

Spesso si dice che il consumatore non ha nessun potere perché suddito della grande distribuzione alimentare. Ciò è in parte vero ma io vedo una forte crescita di consapevolezza e una forte crescita numerica di consumatori critici che vogliono un altro tipo di cibo e che vogliono avere maggiori informazioni. Io credo fortissimamente nel potere dei consumatori. Prendiamo la campagna contro l’olio di palma che ha bucato lo schermo e ha trasformato l’Italia nel primo paese al mondo Palm oil free. Senza entrare nel merito delle ragioni della campagna, il risultato è che il singolo consumatore andando al supermercato non ha comprato più il prodotto, i grandi gruppi della distribuzione hanno detto agli industriali “Se nei prodotti ci metti l’olio di palma io non te lo metto sullo scaffale”. A questo punto è avvenuta una trasformazione gigantesca nella produzione industriale determinata a monte dal desiderio dei consumatori di non volere più l’olio di palma nei prodotti. Questo esempio, per quanto nevrotico possa essere, dimostra che un cittadino informato può avere il potere di modificare i meccanismi di produzione e commercializzazione. L’importante è l’informazione e la consapevolezza perché a quel punto qualcosa può succedere.

 

fonte: http://wisesociety.it/incontri/cibo-industria-alimentare-pomodoro-liberti/

Il Parlamento dell’Unione Europea vuol vietare in etichetta ‘senza olio di palma’ e ‘senza Ogm’. I loro “padroni”, le Multinazionali, devono poter lucrare senza che tu sappia che ti stanno avvelenando! …E la proposta parte da Europarlamentari Italiani, di Forza Italia…!

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Il Parlamento dell’Unione Europea vuol vietare in etichetta ‘senza olio di palma’ e ‘senza Ogm’. I loro “padroni”, le Multinazionali, devono poter lucrare senza che tu sappia che ti stanno avvelenando!

Una situazione allucinante di cui ci parla Il Salvagente:ù

Parlamento Ue vuol vietare in etichetta ‘senza olio di palma’ e ‘senza Ogm’

Vantare in etichetta l’assenza di un ingrediente è una forma di pubblicità ingannevole verso i consumatori”. È questo il senso dell’emendamento presentato da due europarlamentari di Forza ItaliaAlberto Cirio e Fulvio Martusciello, ed approvato dalla Commissione Affari economici e monetari dell’EuroParlamento. Il provvedimento entro l’estate dovrebbe arrivare all’esame dell’Aula plenaria e, se approvato, trasmesso a Bruxelles per l’omologazione del Regolamento di riferimento.

Un assist alla Ferrero

Ha spiegato Alberto Cirio co-firmatario del provvedimento e membro della Commissione Envi, ambiente, salute e sicurezza alimentare: “Il caso che fa scuola è quello della dicitura ‘senza olio di palma’ diventato un vero e proprio claim commerciale che ha dato vita a numerose campagne pubblicitarie. Il problema è che queste diciture distolgono l’attenzione dal contenuto del prodotto e questo è inaccettabile“.

In molti hanno letto l’emendamento come un assist alla Ferrero che in tutto il mondo è criticata per l’ostinata scelta di continuare ad usare il grasso tropicale nella Nutella nonostante, rassicuri, sia solo di alta qualità e sostenibile.

Un colpo basso per i consumatori

Vietare un’informazione per di più qualificante vuol dire semplicemente andare contro gli interessi dei consumatori che, come ogni indagine demoscopica conferma, chiedono più trasparenza e più informazioni in etichetta e non meno.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/02/27/parlamento-ue-vuol-vietare-in-etichetta-senza-olio-di-palma-e-senza-ogm/32437/

Mirko Busto: “L’olio di palma non fa male? Andatelo a dire ai bambini indonesiani” … E parliamo di 100.000 morti in un anno!

 

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Mirko Busto: “L’olio di palma non fa male? Andatelo a dire ai bambini indonesiani” … E parliamo di 100.000 morti in un anno!

di Mirko Busto

100.000 morti in un anno. E’ questo l’ammontare dei decessi causati dagli effetti diretti e indiretti degli incendi appiccati in Asia equatoriale nel solo 2015.

Lo rivela uno studio delle università di Harvard e Columbia, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters. Secondo gli esperti in salute pubblica e modelli atmosferici questi roghi, appiccati di proposito dalle multinazionali dell’olio di palma nelle foreste dell’Indonesia, sarebbero la causa di oltre 90mila morti premature in Indonesia, più di 6mila in Malesia e 2.200 a Singapore.

A questa già tragica realtà si aggiungono 500 mila casi di infezione alle vie respiratorie, quasi 50 milioni di persone esposte a fumi tossici 24 ore al giorno per settimane, voli annullati, scuole chiuse anche a Singapore e in Malesia.

Gli incendi sono causati dalla crescente domanda di olio di palma e legname che spinge questi paesi a bruciare le proprie foreste per lasciar spazio alle piantagioni. Il danno per quello che rimane della biodiversità planetaria è incalcolabile: in soli 40 anni abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 58% delle specie animali presenti. E il massacro continua dato che gran parte della ricchezza biologica che ci resta si trova proprio nelle aree adatte alle coltivazioni della palma da olio.

Ma gli incendi non distruggono solo le foreste e la vita che le abita. Le foreste forniscono a tutti elementi vitali troppo spesso ignorati: regolano il clima terrestre, le precipitazioni e assorbono la CO2 emessa dalle attività umane. I fuochi che continuano a devastare quelle aree emettono milioni di tonnellate di gas serra che riscaldano il pianeta e destabilizzano il clima peggiorando le catastrofi meteorologiche. Basti pensare che nel 2015 l’Indonesia, devastata dagli incendi, ha superato le emissioni degli Stati Uniti, per capire quanto questa situazione sia ormai fuori controllo.

Le torbiere su cui si sviluppano questi incendi contengono materiale organico combustibile e rilasciano in atmosfera grandi quantità di polveri sottili come i PM 2.5, cioè il principale fattore globale di mortalità legata all’inquinamento dell’aria, si legge inoltre nello studio.

Quali saranno le conseguenze  di un sistema economico e industriale che non riesce a fermarsi dal distruggere il nostro futuro nonostante la scienza stessa ci stia mettendo in guardia con previsioni drammatiche?

C’è chi è indifferente a tutto questo: indifferente alla morte e indifferente alla vita.

 Non dimentichiamo, infatti, che l’ultimo studio dell’Autorità per la sicurezza alimentare europea, ha accusato l’olio di palma di avere gravi effetti sulla salute dei consumatori. Ma a qualcuno non importa.

Olio di palma significa profitto, significa lauti guadagni a fronte di spese irrisorie. E se tutto ciò avviene a discapito della salute e della vita di tutti gli altri, chissenefrega. Come se un giorno, a foreste distrutte, si potessero respirare soldi invece che ossigeno!

Non è la prima volta che la deforestazione sconsiderata ha conseguenze sulla salute di milioni di cittadini in quei paesi, ma i dati del 2015 sono senza precedentirispetto alle nubi tossiche della precedente crisi del 2006 sono state colpite il triplo delle persone. Alla faccia delle tanto sbandierate certificazioni di sostenibilità che sono attive dal 2006!

I governi dei Paesi colpiti dai devastanti incendi dovrebbero utilizzare questi dati per conteggiare gli enormi costi di malati e morti, e prendere seri provvedimenti per fermare la devastazione degli ultimi polmoni verdi del pianeta. Ma come più volte si è tentato di spiegare in queste nazioni non vige alcuna regolamentazione a favore dell’ambiente e della salute delle persone. Anzi, il livello di corruzione e di laissez-faire di questi governi raggiunge livelli altissimi che non lasciano presagire niente di buono.

Che fare quindi? C’è chi si gira dall’altra parte e chi decide di agire ora. Del resto, nel nostro piccolo, abbiamo un potere enorme, l’unico in grado di determinare un cambiamento nelle politiche economiche e industriali: scegliere a chi diamo il nostro denaro e non comprare prodotti contenenti olio di palma. Un gesto che fa paura alle grandi multinazionali che cercano, e cercheranno sempre, di convincerci che tanto non cambia mai nulla. Non è così.

Fai la tua parte: non essere complice, evita l’olio di palma. Le alternative ci sono.

tratto da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mirko_busto_lolio_di_palma_non_fa_male_andatelo_a_dire_ai_bambini_indonesiani/14817_18026/

 

La strage di cui nessuno parla: l’olio di palma ha ucciso oltre centomila oranghi… Ma voi continuate a mangiare Nutella… che ve ne frega, il Pianeta mica è vostro!

 

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La strage di cui nessuno parla: l’olio di palma ha ucciso oltre centomila oranghi… Ma voi continuate a mangiare Nutella… che ve ne frega, il Pianeta mica è vostro!

Il drastico bilancio pubblicato su Current Biology

L’olio di palma ha ucciso oltre centomila oranghi

Negli ultimi 16 anni, la popolazione di oranghi del Borneo è crollata di quasi 150 mila esemplari. Colpa soprattutto dell’industria dell’olio di palma

La strage degli oranghi nel Borneo è senza precedenti

Caccia, brutali uccisioni e perdita dell’habitat a causa dell’industria dell’olio di palma. Sono queste tre cause all’origine del vero e proprio massacro degli oranghi nel Borneo, dove negli ultimi 16 anni sono stati uccisi circa 150 mila animali. L’orango è tipico della Malesia e dell’Indonesia e considerato “in pericolo critico” dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN). La popolazione di queste grandi scimmie è quotidianamente decimata dai cacciatori o dagli agricoltori, che le uccidono a colpi di machete quando si avventurano nelle piantagioni. Gli incontri tra persone e oranghi avvengono spesso perché la deforestazione selvaggia, praticata per far posto alla palma da olio, priva delle fonti di sussistenza gli animali.

Un team internazionale di ambientalisti ha stimano che il numero di oranghi rimasti nel Borneo si attesti ora tra i 70 e i 100 mila, il che significa che la popolazione si è più che dimezzata durante il periodo di studio (1999-2015). Senza nuovi sforzi per proteggere gli animali, i numeri potrebbero crollare di almeno altri 45 mila esemplari nei prossimi 35 anni. Ma il declino potrebbe essere anche più drastico, perché la previsione degli ambientalisti si basa solo sulla perdita di habitat e non include le uccisioni.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Current Biology, è la più accurata nel suo genere: gli esperti hanno studiato 16 anni di rilievi terrestri e da elicotteri, da cui hanno potuto mappare i numeri e le posizioni dei nidi che gli oranghi hanno costruito tra gli alberi. I nidi sono stati a lungo utilizzati per fare ipotesi sulle dimensioni delle popolazioni di orangutan, dato che gli animali sono estremamente sfuggenti. Gli ambientalisti hanno identificato 64 gruppi distinti di oranghi nell’isola, ma pensano che solo 38 comprendano più di 100 individui, il minimo considerato vitale per un gruppo.

Le foreste del Borneo sono state frammentate da nuove piantagioni e progetti di infrastrutture, e la conseguente perdita di alberi ha portato a picchi negativi nelle popolazioni locali di oranghi fino al 75%.

tratto da: http://www.rinnovabili.it/ambiente/olio-di-palma-centomila-oranghi-333/

I biscotti Plasmon ora senza olio di Palma. L’azienda: “Vi abbiamo ascoltato” …Ma brutte carogne, SIAMO NOI CHE VI ABBIAMO SCOPERTO. Altrimenti avreste continuato ad avvelenare i nostri figli!

 

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I biscotti Plasmon ora senza olio di Palma. L’azienda: “Vi abbiamo ascoltato” …Ma brutte carogne, SIAMO NOI CHE VI ABBIAMO SCOPERTO. Altrimenti avreste continuato ad avvelenare i nostri figli!

 Plasmon. L’esempio di come l’industria alimentare specula sulla pelle nostra e dei nostri figli. Hanno avvelenato noi ed i nostri figli con l’olio di palma (e chissà quale altro ingrediente per niente salutare) finchè hanno potuto. Una volta che sono stati sputtanati che fanno? Girano la frittata. Non dicono che ci stavano avvelenando. Dicono che “ci hanno ascoltati”...
Immaginate una persona di cui avete fiducia ma che tutti i giorni vi ruba qualcosa dalle tasche. Voi lo scoprite, ma questo invece di mortificarsi torna da voi, vi fa un sorriso e vi dice: “vedi come sono bravo? Vedi come ti voglio bene? Oggi non sto tradendo la tua fiducia derubandoti”
…ma voi avreste fiducia di uno così? No? E date ancora ai vostri figli prodotti Plasmon?

Un articolo-pubblicità Plasmon senza olio di palma:

I biscotti Plasmon ora senza olio di Palma. L’azienda: “Vi abbiamo ascoltato”

Care mamme, quanto tempo dedicate a scegliere cosa acquistare tra gli scaffali del supermercato Quanto siete attente ai valori nutrizionali e agli ingredienti dei prodotti che portate in tavola ora che siete mamme? Sicuramente… più di prima.
Che siate ricorse allo svezzamento classico o all’autosvezzamento, ora più che mai non vi limitate più a riempire il carrello di prodotti in offerta e dal packaging colorato ma vi preoccupate di conoscere con esattezza cosa state per somministrare ai vostri figli, soprattutto se piccolissimi.
Vi sarà quindi capitato di prendere in mano una bella confezione di biscotti Plasmon, quelli che mangiavate in grandi quantità quando eravate piccole e di cui ancora ricordate il gusto dolce e intenso. E vi sarà anche capitato di leggere sull’etichetta degli ingredienti quel termine capace di scatenare il panico tra salutisti e animalisti: “olio di palma“.
Alcune di voi avranno approfondito, scoprendo che la Plasmon ha sempre utilizzato olio di palma tracciabile, sicuro e sostenibile, ma in molte si sono rifiutate categoricamente di acquistare i deliziosi biscottini, rivolgendo anche pesanti critiche all’azienda.
Ed è proprio la Plasmon ad annunciare alle mamme una grande novità: oggi i biscotti Plasmon sono senza olio di palma! Grazie all’utilizzo di olio di girasole e olio di oliva, il gusto rimane quello di sempre. Impossibile notare la differenza! Guardate come hanno reagito alcune mamme blogger quando hanno scoperto di aver appena degustato la nuova versione dei biscotti Plasmon…
Durante l’ultimo anno abbiamo ascoltato le mamme e abbiamo fatto del nostro meglio per rispondere alle loro richieste, mantenendo al contempo le caratteristiche distintive del Biscotto Plasmon” afferma Serena Di Matteo, responsabile Brand & ADV Plasmon e Marketing Manager categoria Biscotti. “Siamo felici di annunciare che la nuova gamma è pronta e a breve sarà in tutti i punti vendita”.
In stretta collaborazione con Società Pediatriche nazionali ed internazionali, il Centro di Nutrizione Plasmon in Italia formula le ricette di ogni prodotto in base alle esigenze nutrizionali del bambino nelle diverse fasi della sua crescita. I biscotti sono studiati in modo da fornire il giusto apporto di vitamine e sali minerali e sono prodotti con farine ottenute da grano coltivato secondo le rigide regole Oasi nella crescita® Plasmon. Attraverso questo protocollo, Plasmon sceglie solo i fornitori capaci di adottare i più elevati standard per la gestione della filiera: un modello produttivo più rigoroso di quanto richiesto dalla già restrittiva legge per l’alimentazione infantile.
fonte: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/04/i-biscotti-plasmon-ora-senza-olio-di.html

Altro che palma sostenibile! Le promesse tradite di Nestlè e Mars

 

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Altro che palma sostenibile! Le promesse tradite di Nestlè e Mars

 

Nestlé, Mars and Hershey hanno ripetutamente ingannato i consumatori promettendo loro di rendere più sostenibile la filiera di approvvigionamento dell’olio di palma. Un miglioramento che non sono mai riusciti a portare a compimento come denuncia la Rainforest Action Network. In particolare, le tre aziende hanno più volte promesso di evitare la deforestazione delle zone dove si approvvigionano senza mai centrare gli obiettivi.  

Spiega la portavoce del Ran, Laurel Sutherlin, al The Guardian: “Per molti anni Nestlé, Marte e Hershey si sono impegnati a rendere più sostenibile l’approvvigionamento di olio di palma. Quando arriva il momento di applicare le promesse, non fanno nulla e continuano a far scomparire oranghi, tigri e elefanti nella penisola di Sumatra”. Per fare un esempio, in seguito della campagna di Greenpeace GreenTech KitKat nel 2010, Nestlé si è impegnata a utilizzare olio di palma certificato solo sostenibile entro il 2015. Salvo poi nel 2015 rimandare l’impegno al 2020.

Qualche ammissione arriva da Hershey che non ha raggiunto la soglia del 27% di olio di palma sostenibile fallendo l’obiettivo: “Ci siamo resi conto che era più difficile raggiungere questi obiettivi – ha fatto sapere l’azienda al quotidiano britannico – che originariamente avevamo sperato”.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/31/altro-che-palma-sostenibile-le-promesse-tradite-di-nestle-e-mars/27625/

Le Multinazionali dell’olio di Palma hanno fatto morire oltre 100.000 esseri umani! Un consiglio? Ora vanno tanto di moda le pubblicità prodotti “da oggi senza olio di palma”… Non li comprate, sono proprio quelli che fino a ieri (cioè finquando non c’era informazione) AMMAZZAVANO LA GENTE !!

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Le Multinazionali dell’olio di Palma hanno fatto morire oltre 100.000 esseri umani! Un consiglio? Ora vanno tanto di moda le pubblicità prodotti “da oggi senza olio di palma”… Non li comprate, sono proprio quelli che fino a ieri (cioè finquando non c’era informazione) AMMAZZAVANO LA GENTE !!

 

Le Multinazionali dell’olio di Palma hanno fatto morire oltre 100.000 esseri umani

Gli incendi boschivi del 2015 legati alla deforestazione nel sud-est asiatico hanno causato più di 100mila morti. Lo rivela uno studio condotto da esperti in salute pubblica e modelli atmosferici delle università di Harvard e Columbia, appena pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters.

Erano stati roghi titanici, appiccati di proposito dalle multinazionali dell’olio di palma e poi sfuggiti di mano, nelle foreste dell’Indonesia il cui sottosuolo è un’immensa torbiera. Il fumo aveva avvolto presto anche le nazioni confinanti, conconseguenze pesantissime: voli annullati, scuole chiuse anche a Singapore e in Malesia, 500 mila casi di infezione alle vie respiratorie, quasi 50 milioni di persone esposte a fumi tossici 24 ore al giorno per settimane. 

Secondo lo studio, le persone che sono morte prematuramente a causa di quegli incendi 
sono oltre 90mila in Indonesia, più di 6mila 
in Malesia e 2.200 a Singapore. 

Non è la prima volta che ladeforestazione sconsiderata ha conseguenze sulla salute di milioni di cittadini in quei paesi, ma i dati del 2015 sono senza precedenti: rispetto allenubi tossiche della precedente crisi del 2006 sono state colpite il triplo delle persone.

Indonesia: 100mila morti per i fumi tossici della deforestazioneLe emissioni giornaliere provocate dai roghi della foresta avevano addirittura superato le emissioni medie quotidiane degli Stati Uniti. Nelle zone più colpite di Sumatra e Kalimantan, i livelli di inquinanti dell’indice standard (PSI) toccavano il tetto dei 3.000, quando la soglia di pericolo è 300.

“Le torbiere su cui si sviluppano questi incendi contengono materiale organico combustibile e rilasciano in atmosfera grandi quantità di polveri sottili come i PM 2.5, cioè il principale fattore globale di mortalità legata all’inquinamento dell’aria”, si legge nello studio. Ma il numero delle persone colpite potrebbe essere addirittura maggiore, visto che la ricerca si è concentrata soltanto sugli adulti. Il ministero della Salute dell’Indonesia ha rispedito al mittente le accuse, sostenendo che le cifre elaborate dallo studio “non hanno alcun senso”. Secondo le autorità di Jakarta, i morti sarebbero appena 24.


Fonte: http://curiosity2015.altervista.org/x7434-2/

Cornetto Algida, “Cuore di panna” una beata minchia! Tra gli ingredienti ai primi posti zucchero, olio di palma e olio di cocco. La panna, tra gli ingredienti, solo al 9° posto…!!!

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Cornetto Algida, “Cuore di panna” una beata minchia! Tra gli ingredienti ai primi posti zucchero, olio di palma e olio di cocco. La panna, tra gli ingredienti, solo al 9° posto…!!!

Da Il Fatto Alimentare
Cornetto Algida non è più “Cuore di panna”. Olio di cocco e palma al 3° posto degli ingredienti dopo latte e zucchero. La panna al 9°. Algida però nega il cambiamento, ma la pubblicità non parla più di panna

Il Cornetto Algida non è più “Cuore di panna”. Nella lista degli ingredienti dopo il latte scremato e lo zucchero troviamo il mediocre olio di cocco seguito dall’olio di palma. Continuando la lettura ecco la farina (per la cialda), l’acqua, lo sciroppo di glucosio e solo   in 7° e 9° posizione il burro e la panna. In altre parole i grassi pregiati del Cornetto rappresentano l’8% circa,  mentre quelli tropicali sono più del doppio e sono utilizzati  per la cialda e la copertura al cacao magro. Alla luce di questi risultati si capisce perché  lo slogan che ha convinto milioni di persone a scegliere il gelato Cuore di panna è stato da tempo abbandonato.

La ricetta originale che Algida non ci ha voluto rivelare  appellandosi al segreto industriale (!) non era così. Nel 1960, quando  Algida lancia il Cornetto il gelato era preparato solo con  i grassi nobili tipici del gelato (burro, panna) e diventa subito un  cult per la qualità degli ingredienti, l’abbinamento  tra gelato, cialda e cioccolato e la scelta di aromi convincenti.  Negli ultimi anni  gli ingredienti di pregio hanno lasciato spazio ai mediocri grassi tropicali come l’olio di cocco e l’impresentabile olio di palma. L’azienda sostiene che “dal confronto tra gli ingredienti presenti nella ricetta degli anni novanta e quelli presenti nella ricetta attuale, non si notano sostanziali differenze … i  grassi di origine vegetale sono utilizzati esclusivamente nella cialda e nelle coperture”. Forse la ricetta dagli anni 90 non è cambiata ma il Cornetto Cuore di Panna ha compiuto 56 anni e molto probabilmente per oltre 20 è stato preparato con materie prime di pregio e grassi nobili.

Facendo un confronto con le etichettedi 15 anni fa si evince che la panna era il 40% di più (3,5% contro il 2,5 ). Se poi prendiamo la ricetta di 50 anni fa la differenza risulta ancora maggiore. L’amara constatazione è che se una volta i concorrenti cercavano di imitare il Cornetto utilizzando solo grassi nobili, adesso il mercato si è uniformato al prodotto leader e i concorrenti utilizzano quasi esclusivamente grassi tropicali. Per fortuna ci sono in commercio coni  firmati dalle catene di supermercati e piccole aziende che contengono oltre al burro, il quadruplo di panna fresca rispetto al Cornetto.

Algida sottolinea che il gelato è ancora preparato solo con panna ma non basta. Il  Cornetto era un prodotto di qualità perché aveva tanta crema di latte e ingredienti di qualità, adesso è un banale gelato industriale a base di  grassi vegetali. Ad Algida diciamo che la scelta di modificare la composizione del Cornetto non è irreversibile. Barilla dopo 18 mesi di affanno commerciale ha deciso di togliere l’olio di palma dai biscotti e dalle merendine, perché i consumatori di Mulino Bianco non gradivano la presenza dell’olio di palma. Forse anche per Algida è il momento di restituire al gelato da passeggio gli ingredienti considerati sinonimo di  buona qualità industriale. Si tratta poi degli stessi che si trovano in molte confezioni di gelato industriale in vaschetta dove troviamo solo: latte fresco intero, zucchero, burro, panna fresca, uova, cacao …

 

fonte: http://www.ilfattoalimentare.it/cornetto-algida-cuore-di-panna-olio-cocco.html

 

Attenti all’imbroglio dei “senza olio di palma”: è stato sostituito con oli ancora peggiori, con molti più grassi saturi …forse era meglio tenerci l’olio di palma, almeno evitavamo l’ennesima presa per i fondelli della Grande Industria Alimentare!

 

senza olio di palma

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Attenti all’imbroglio dei “senza olio di palma”: è stato sostituito con oli ancora peggiori, con molti più grassi saturi …forse era meglio tenerci l’olio di palma, almeno evitavamo l’ennesima presa per i fondelli della Grande Industria Alimentare!

Attenti alla dicitura “senza olio di palma”: ecco perché

ROMA – Dove c’è olio di palma ci sono sempre più grassi saturi? La risposta è no. A rivelarlo è l’ultimo studio realizzato dalla piattaforma Campagne Liberali, intitolato “Senza olio di palma, ma più saturi” che testa la composizione dei prodotti che hanno eliminato il palma dopo le pressioni mediatiche portate avanti da organizzazioni non governative e attivisti.

Lo studio di Campagne Liberali

Lo studio – condotto selezionando un campione esemplificativo di 25 prodotti del mercato alimentare italiano destinati soprattutto a bambini e adolescenti – analizza le etichette e confronta le tabelle nutrizionali e la lista degli ingredienti, in particolare i grassi saturi e la tipologia di oli e grassi impiegati. Il risultato è il seguente: in molti dei prodotti che hanno sostituito l’olio di palma con altri ingredienti, la percentuale di grassi saturi è comunque superiore o simile rispetto ad altri prodotti analoghi che lo utilizzano. In un caso specifico, a fronte della sostituzione dell’olio di palma con altri oli vegetali, la presenza di grassi saturi è addirittura aumentata di 5 grammi rispetto alla precedente composizione del medesimo prodotto .

I claim fuorvianti

Lo studio vuole aprire una riflessione sulle confezioni dei prodotti alimentari che riportano claim apparentemente salutisti, come il “senza olio di palma”. Secondo Campagne Liberali, questi claim sono spesso fuorvianti per il consumatore, come dimostra la ricerca: l’assenza di olio di palma, infatti, ben evidenziata sulle confezioni e nell’ambito di diverse campagne di comunicazione, è stata associata erroneamente a una salubrità maggiore dei prodotti. Tuttavia l’analisi delle tabelle nutrizionali dimostra che in casi importanti e noti ciò non corrisponde alla realtà. Soprattutto nei prodotti più gustosi ed attraenti per i giovani consumatori.

 

fonte: https://www.diregiovani.it/2017/05/22/111300-cibo-attenti-alla-dicitura-senza-olio-di-palma-ecco-perche.dg/