20 maggio – è la Giornata mondiale delle api

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20 maggio – è la Giornata mondiale delle api

 

Le api sono fondamentali per la nostra sopravvivenza eppure, a causa dell’impatto umano, rischiano di scomparire.

Da oltre trenta milioni di anni le api svolgono un servizio ecosistemico essenziale aiutando i fiori a espandere il proprio areale e a riprodursi. Oltre che alla sopravvivenza di molte specie vegetali, questi incredibili insetti sono necessari per la sopravvivenza della nostra specie, contribuendo in maniera decisiva alla sicurezza alimentare globale. Oltre due terzi delle colture utilizzate per la nutrizione umana sono infatti impollinati dalle api, le quali svolgerebbero inoltre un ruolo attivo nel mantenimento della biodiversità e nel ripristino delle aree prossime alla desertificazione. Le api, considerate oggi dei super-organismi, potrebbero perfino aiutarci nella comprensione del nostro cervello.

Una giornata per le api

I motivi per proteggere queste piccole e laboriose creature (anche se ovviamente la conservazione della natura dovrebbe prescindere da ragionamenti utilitaristici) sono dunque molteplici. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza delle api e chiedere azioni concrete per la loro tutela, si celebra il 20 maggio la Giornata mondiale delle api. La giornata è stata istituita dalle Nazioni Unitea dicembre 2017 e si festeggerà il 20 Maggio a partire dal 2018.

Il ruolo decisivo della Slovenia

La giornata verrà celebrata in oltre 115 nazioni, il merito è però soprattutto della Slovenia, e in particolare della Federazione slovena degli Apicoltori, che ha sollecitato l’Onu per il riconoscimento ufficiale della giornata. Il governo sloveno è in prima linea nella lotta per la salvaguardia delle api, non a caso è stato il primo, nel 2011, a vietare l’uso di pesticidi sul territorio nazionale. L’apicoltura è un’attività molto radicata nella cultura slovena, si stima che ogni 10mila sloveni 200 abbiano un’attività di apicoltura. La tradizione vuole che ogni apicoltore personalizzi la propria arnia di legno con motivi tipici del folklore sloveno.

Perché il 20 maggio

La scelta della data in cui si celebra la Giornata mondiale delle api non è casuale. Mentre nell’emisfero boreale maggio è il mese centrale per l’impollinazione, nell’emisfero australe corrisponde alla produzione del miele e poi della lavorazione dei suoi derivati. Inoltre uno dei primi pionieri della moderna apicultura, lo sloveno Anton Janša (1734–1773), è nato proprio il 20 Maggio.

Api in pericolo

In appena trenta anni, dal 1980 al 2010, la popolazione mondiale di api e vespe si è ridotta del 36 per centoLe api sono minacciate soprattutto dai prodotti chimici utilizzati in agricoltura, come pesticidi e insetticidi. In particolare il pericolo principale è rappresentato da una famiglia di insetticidi, i neonicotinoidi che riducono olfatto, memoria e senso dell’orientamento delle api. Per combattere questo pericolo nel 2013 l’Unione europea ha vietato l’uso di tre pesticidi particolarmente nocivi, ma le misure adottate sono ancora insufficienti. Altri pericoli sono l’indebolimento del loro sistema immunitario, i cambiamenti climatici, la perdita di habitat e l’aumento delle monocolture che determinano mancanza di risorse mellifere.

Alla scoperta delle api

In occasione della Giornata mondiale sono state organizzate numerose iniziative per approfondire la conoscenza di questi animali. In Slovenia, che ha perfino coniato una moneta da due euro raffigurante un alveare, sarà possibile partecipare a conferenze, visite guidate e laboratori per grandi e piccini. Anche in Italia sono stati organizzati numerosi eventi come la degustazione di mieli e attività ludiche e didattiche. Il parco dell’Aveto, in Liguria, ha organizzato una visita all’apiario didattico di Corerallo, mentre all’oasi del Bosco di S. Silvestro di Caserta sono previsti incontri con gli apicoltori, degustazioni e laboratori.

 

tratto da: https://www.lifegate.it/persone/news/20-maggio-giornata-mondiale-api

Finalmente cominciamo a capirlo anche noi: “Api morte per l’uso di pesticidi”, il giudice ordina il sequestro di una ventina di campi di mais e contesta agli agricoltori il reato di disastro ambientale!

 

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Finalmente cominciamo a capirlo anche noi: “Api morte per l’uso di pesticidi”, il giudice ordina il sequestro di una ventina di campi di mais e contesta agli agricoltori il reato di disastro ambientale!

 

“Api morte per l’uso di pesticidi”, il giudice ordina il sequestro del mais

Troppi pesticidi hanno causato la moria delle api. Potrebbe essere riassunta così la tesi sostenuta dal gip del Tribunale di Udine che ha portato al sequestro di una ventina di campi coltivati a mais e contestando agli agricoltori il reato di disastro ambientale. Secondo il gip Daniele Faleschini l’uso massiccio di fitofarmaci nelle coltivazioni avrebbe portato a una diminuzione drastica degli insetti. Del resto è ormai assodato il legame tra uso di pesticidi, specialmente di neonicotinoidi (i quali sarebbero stati impiegati anche nelle coltivazioni sequestrate), la diminuzione delle api. Pochi giorni fa la Ue ha messo al bando tre neonicotinoidi (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam) anche se ce ne sono altri ancora autorizzati come thiacloprid e il sulfoxaflor.

Tecnicamente il giudice ha disposto un sequestro preventivo volto a impedire che vengano seminati (a mais, ma anche a soia) ma anche che vengano eliminate le colture in corso. I provvedimenti sono stati eseguiti dal Carabinieri Forestali che ha anche notificato avvisi di garanzia a 38 persone in tutto. A tutti viene contestato di “aver cagionato abusivamente una compromissione o un deterioramento significativo e misurabile dell’ecosistema e dell biodiversità della fauna in generale”. I terreni e le colture messe sotto sequestro dal gip sarebbero stati trattati secondo l’accusa con neonicotinoidi. Alcune segnalazioni erano arrivate da apicoltori della provincia di Udine, i quali aveva riscontrato un dimezzamento nel periodo di vita degli insetti.

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/05/06/api-morte-per-luso-di-pesticidi-il-giudice-ordina-il-sequestro-del-mais/35573/

La rivincita delle api. Banditi in UE i tre pesticidi tossici che le stavano sterminando!

 

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La rivincita delle api. Banditi in UE i tre pesticidi tossici che le stavano sterminando!

 

Le rappresentanze degli Stati membri dell’UE hanno deciso di accogliere la proposta della Commissione Europea e vietare tre pesticidi (neonicotinoidi): clothianidin, imidacloprid e tiametoxam, ovvero i maggiori responsabili della progressiva scomparsa delle api. Si vuole rendere definitivo il divieto di usare e immettere sul mercato prodotti fitosanitari contenenti queste sostanze attive. Il settore dell’apicoltura dà reddito a più di 500mila cittadini europei e la sua importanza in termini indiretti è ancora maggiore: l’84% delle specie vegetali complessive e il 76% della produzione alimentare dipendono dall’impollinazione delle api. Inoltre, uno studio recente della FAO dimostra come aumentare la densità e la varietà degli insetti impollinatori abbia un impatto diretto sulla produttività dei raccolti in agricoltura e come ciò possa aiutare soprattutto i piccoli agricoltori ad aumentare la loro produttività media del 24%.

La storia di questo divieto parte da lontano. Il 16 gennaio 2013 l’EFSA ha presentato le sue conclusioni scientifiche, individuando l’esistenza di un rischio acuto elevato per le api rappresentato dai prodotti fitosanitari contenenti queste sostanze attive. Alla luce delle nuove conoscenze scientifiche e tecniche, la Commissione ha ritenuto di non poter escludere un elevato rischio per le api, se non imponendo ulteriori restrizioni. Di conseguenza, il 24 maggio 2013 ha presentato un regolamento di esecuzione che modificava le condizioni di approvazione delle sostanze attive clothianidin, tiametoxam e imidacloprid.

I tre insetticidi sono stati brevettati circa quarant’anni fa rispettivamente da Bayer e Syngenta. Le due multinazionali, colpite nel loro business, hanno addirittura deciso di fare ricorso presso la Corte di Giustizia dell’UE contro il divieto introdotto dalla Commissione nel 2013. Un procedimento ancora in corso ma che siamo certi non porterà a nulla. Il 28 febbraio 2018, infatti, l’EFSA ha aggiornato le proprie valutazioni del rischio relativamente alle tre sostanze sotto esame e ha confermato che il loro uso rappresenta un rischio per le api selvatiche e quelle mellifere.

Una notizia fantastica che si sposa con le battaglie dei portavoce al Parlamento europeo. In particolare Marco Zullo, con un report approvato a larghissima maggioranza, aveva già tracciato il solco su cui dirigere gli sforzi a livello europeo. Nel testo furono messe in evidenza:

– L’IMPORTANZA DELL’APICOLTURA: come detto in apertura, il settore dell’apicoltura dà reddito a più di 500mila cittadini europei. La sua importanza in termini indiretti è ancora maggiore: l’84% delle specie vegetali complessive e il 76% della produzione alimentare dipendono dall’impollinazione delle api, per un valore economico complessivo stimato in 14,2 miliardi di euro. L’apicoltura è perciò non solo alla base dell’equilibrio ecologico e della conservazione della biodiversità, ma anche del settore primario e, di conseguenza, di tutte le attività produttive.

– LA SALUTE DELLE API E DELL’AMBIENTE: le api sono un efficace indicatore della salubrità dell’ambiente: api in salute indicano che anche l’ambiente in cui vivono è in buone condizioni. Viceversa, alti tassi di mortalità o di riduzione del numero complessivo denotano la presenza di sostanze dannose anche per gli altri esseri viventi, tra cui l’uomo. È importante perciò fornire adeguato sostegno alle azioni di monitoraggio, a livello nazionale e locale, per avere in tempi rapidi ed utili un quadro complessivo sullo stato di salute dell’ambiente in cui le api vivono. Allo stesso tempo, servono veloci e puntuali ricerche da parte di autorità comunitarie e nazionali su tutte le sostanze e i fattori che presentano il rischio compromettere la salute delle api, per prendere adeguati provvedimenti contro di essi.

– LOTTA EFFICACE CONTRO LA CONTRAFFAZIONE DEL MIELE: la diffusione del miele contraffatto rappresenta un grave problema, in particolare per motivi di sicurezza alimentare. Il miele è infatti il terzo prodotto più contraffatto al mondo, e riguarda quasi totalmente le importazioni che arrivano nell’UE, specialmente dalla Cina, dove si fa largo uso di filtrazione attraverso resine sintetiche. Questo prodotto viene poi mescolato con miele europeo da aziende che agiscono in modo fraudolento, che lo commercializzano come “miscela di mieli originari e non originari dell’UE”. Queste pratiche rappresentano un gravissimo rischio per la salute dei consumatori, che non sono nemmeno adeguatamente informati sulla reale provenienza dei prodotti che consumano.

– IL SOSTEGNO DELL’UNIONE EUROPEA ALL’APICOLTURA: le api e il loro contributo alla produzione alimentare sono un patrimonio che non possiamo permetterci di disperdere. E’ fondamentale perciò fornire adeguato sostegno, anche finanziario, a tutte quelle azioni che mirano a salvaguardarlo e preservarlo, come lo sviluppo della ricerca nel settore dell’apicoltura, l’istruzione e la formazione degli addetti al settore, la diffusione delle buone pratiche  e dei metodi più efficaci e alleggerimenti fiscali.

 

tratto da: http://www.efdd-m5seuropa.com/2018/04/la-rivincita-delle-a.html

Monsanto: prima uccide le api e poi vende le api robot per impollinare artificialmente i campi OGM.

 

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Monsanto: prima uccide le api e poi vende le api robot per impollinare artificialmente i campi OGM.

 

Gli impollinatori svolgono un ruolo fondamentale nella riproduzione sessuale delle piante. Quando mangiate una mandorla, una barbabietola, un’anguria o anche quando bevete il vostro caffè, state degustando il frutto dell’antico rapporto tra fiori e animali impollinatori.

Purtroppo, dagli anni novanta, la salute delle api, in tutto il mondo, è stata in pericolo anche grazie all’incremento dei punti di prova di nuovi pesticidi tossici, creati da aziende come ce Bayer fra le altre. A questi problemi di contaminazione si deve anche aggiungere che, per colpa della sempre maggiore diffusione degli OGM monocultivo, creati nei laboratori di aziende biotech come Monsanto, la perdita di biodiversità genetica ha causato non pochi problemi alle piccole api.

Però non c’è da preoccuparsi, gli impollinatori comunemente conosciuti, gli uccelli e le api, presto potrebbero essere irrilevanti per le esigenze alimentari della civiltà. Infatti Robotica Harvard sta sviluppando una soluzione alla crisi: sciami di piccole api robot, costruite in titanio e plastica che possono impollinare le ciclopiche distese di colture OGM.

Il laboratorio di microrobotica di Harvard ha lavorato sul suo progetto di veicoli Micro Air dall’inizio del 2009. Attingendo alle conoscenze sviluppate in tema di biomeccanica e studiando l’organizzazione sociale delle api, il team di ricercatori sta costruendo piccoli robots alati adatti a volare di fiore in fiore, immunialle tossine gocciolante dai petali dei fiori, per diffonderne il polline. Gli scienziati credono anche che presto saranno in grado di programmare leapi robotizzate per vivere in un alveare artificiale, coordinandone differenti algoritmi per poter comunicare tra di loro sui diversi metodi di impollinazione e la posizione di particolari colture.

Naturalmente, i rapporti pubblicati dal laboratorio descrivono anche potenziali usi militari, come sorveglianza e mappatura, però le piccole api robot non sono ancora state dotate di pungiglioni retrattili provvisti di neurotossina.

 

Fonte

Ora anche l’Efsa conferma: i pesticidi neonicotinoidi sono i killer delle api

 

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Ora anche l’Efsa conferma: i pesticidi neonicotinoidi sono i killer delle api.

C’erano pochi dubbi, purtroppo. Ma oggi è arrivata anche la conferma della pericolosità per le api di tre insetticidi neonicotinoidi largamente utilizzati. Sulla base di una revisione di oltre 700 studi su imidaclopridclothianidin e thiamethoxam, l’Efsa ha confermato che queste sostanze chimiche comportano rischi elevati per le api e che le restrizioni imposte dall’Ue nel 2013 non sono sufficienti per controllare tali rischi.

“Le prove sono schiaccianti. I neonicotinoidi mettono gravemente a rischio le api, le coltivazioni e le piante che da esse vengono impollinate”, commenta Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace. “L’Italia e gli altri Paesi europei devono smetterla di tergiversare e sostenere pienamente il bando permanente dei neonicotinoidi proposto dall’Ue. Sarebbe un primo passo concreto per prevenire il catastrofico collasso delle popolazioni di api”.

Nel marzo del 2017, la Commissione europea ha proposto un bando permanente ai tre neonicotinoidi, con l’eccezione del loro utilizzo nelle serre. I Paesi membri voteranno questa misura il prossimo 22 marzo, dopo che lo scorso dicembre il voto era stato rimandato, appunto per attendere la pubblicazione del rapporto dell’EFSA.

“L’Italia si era già espressa negativamente al bando temporaneo votato nel 2013, per questo la domanda che facciamo è sempre la stessa, come voteranno i rappresentanti del nostro Paese il prossimo 22 marzo? Al momento, dopo ripetute richieste e nonostante l’appello rivolto al ministro Martina da parte di quasi 140mila persone, ancora si attende una risposta”, conclude Ferrario.

La revisione odierna delle evidenze scientifiche è stata possibile proprio grazie a queste restrizioni parziali in Ue, introdotte nel 2013, sull’uso dei tre insetticidi neonicotinoidi in agricoltura. Questa pubblicazione arriva dopo altre cinque relazioni dell’Efsa, nel 2015 e nel 2016, che evidenziano costantemente i pericoli che queste sostanze rappresentano per api mellifere e api selvatiche.

Oltre a imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, Greenpeace chiede anche il divieto per altri quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso in Ue: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone. L’utilizzo di questi quattro pesticidi è in continua crescita in sostituzione dei tre neonicotinoidi oggetto di restrizione temporanea.

Sul sito http://salviamoleapi.org/firma-ora/ dell’organizzazione ambientalista si può aderire alla petizione per chiedere il bando dei pesticidi dannosi per api e altri impollinatori, l’estensione del bando europeo ai neonicotinoidi e investimenti in pratiche agricole sostenibili.

 

 

Se le api fossero grandi come mucche, saremmo spaventati dai milioni di carcasse nei campi. Invece sono piccole e chi denuncia il problema fa fatica a dimostrarne la portata

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Se le api fossero grandi come mucche, saremmo spaventati dai milioni di carcasse nei campi. Invece sono piccole e chi denuncia il problema fa fatica a dimostrarne la portata.

 

Api: continuiamo a tenere alta l’attenzione!

«Se le api fossero grandi come mucche, saremmo spaventati dai milioni di carcasse nei campi. Invece sono piccole e chi denuncia il problema fa fatica a dimostrarne la portata».

Perdonateci se abbiamo iniziato con questa brutta immagine, qualche volta però le immagini forti sono necessarie perché su troppe cose facciamo finta di niente e la sparizone delle api è una. Ne abbiamo parlato tante volte e ancora purtroppo non sono state intraprese azioni davvero efficaci per ripopolare le colonie. Ma oggi vogliamo riportarvi due buone notizie. Una che viene dall’Unione Europea, e più esattamente dalla Commissione. L’altra invece arriva dall’Australia dove Stuart Anderson e duo figlio Cedar si sono ingegnati per trovare il modo di invitare quante più persone possibile ad allevare api e salvarle dall’estinzione. Partiamo da qui.

Stuart e Cedar sono, leggiamo su La Stampa, i «protagonisti di una delle più stupefacenti raccolte di fondi online della storia. Cercavano 70 mila dollari (57 mila euro) per avviare la produzione di un’invenzione alla quale lavoravano da tre anni, un alveare che dispensa il miele da un rubinetto, e avevano deciso di rivolgersi al «crowdfunding». I 70 mila dollari sono arrivati in sette minuti, ma le offerte non si sono fermate: dopo 24 ore avevano toccato i 2,2 milioni e dopo otto settimane i 12,2 milioni, 174  volte quello di cui avevano bisogno.

Fantastico, no? L’alveare che dispensa miele dal rubinetto si chiama Flow Hive («Alveare a flusso») e nasce dalla volontà di trovare il modo per estrarre il miele dagli alveari senza indossare protezioni, allontanare le api, raschiare via la cera, prendere il nettare, filtrarlo e rimettere tutto a posto… Tutte cose che hanno trovato risposta in un dispositivo molto semplice: «una scatola di legno nella quale ci sono migliaia di celle esagonali di plastica, che possono essere aperte con una leva. Le api riempiono di miele le cellule e le tappano con la cera. La leva rimuove la cera e fa colare il miele in condotti che finiscono in un rubinetto. Chi vuole il miele apre il rubinetto e riempie un barattolo».

Siamo contenti di riportare che l’invenzione ha avuto un grandissimo successo: ora l’Australia conta migliaia di allevatori di api in più.

Dobbiamo specificare che questo tipo di alveare funziona in Australia ma non sarebbe l’ideale per la nostra apicultura che – a causa di malattie delle api assenti nel nuovo continente – richiede maggiori cure e più attenzioni verso le api.

Che cosa possiamo fare allora dalle nostre parti per aiutare le nostre amiche api?

Intanto qualche fiore sui nostri balconi o davanzali sarebbe un valido aiuto e poi sicuramente continuare a mantenere alta l’attenzione. Che serve davvero. Torniamo alla notizia in arrivo dall’Ue. La Commissione europea ha lanciato una consultazione rivolta a tutti: apicoltori, singoli cittadini, imprese, associazioni ambientali, autorità, tutti insomma, siamo chiamati a dire la nostra, a segnalare situazioni critiche e a proporre soluzioni per costruire un piano d’azione e salvare le api. Se finora non abbiamo avuto riscontro serio da parte delle istituzioni (siamo ancora in attesa di un bando definitivo dei neonicotinoidi, pesticidi killer delle api), usiamo questa occasione per salvare le api dall’estinzione.

Qui trovate maggiori dettagli sulla consultazione e il link al questionario.

 

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

 

fonte: http://www.slowfood.it/miele-dal-rubinetto-lalveare-salva-le-api/

Ecco perché le api stanno scomparendo: sono attratte dai cocktail di pesticidi, che le uccidono!

 

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Ecco perché le api stanno scomparendo: sono attratte dai cocktail di pesticidi, che le uccidono!

 

Un esperimento tanto semplice quanto inquietante, almeno per i risultati che ha dato. Quello condotto da tre scienziati dell’Illinois e appena pubblicato su Scientific Reports. L’équipe, infatti ha proposto alle api uno sciroppo di zucchero normale e una miscela dolce con diversi fungicidi ed erbicidi a diverse concentrazioni. Assieme a queste altre opzioni, tra le quali acqua zuccherata mescolata con sostanze chimiche presenti in natura.
Ebbene le api hanno scelto proprio il cocktail di veleni. Le stesse sostanze chimiche, insomma, che ne stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza a livello globale. Oltre al clorotalonil, un potente fungicida, le “cavie” hanno optato per acqua, zucchero e glifosato, secondo quanto riporta l’esperimento.

E si tratta di una constatazione molto preoccupante, soprattutto perché segna un pericolo molto grave per le api. Questi insetti, infatti, sono noti per poter “fiutare” le sostanze chimiche potenzialmente pericolose, in pratica valutare la qualità del cibo e utilizzare le sostanze fitochimiche come spunti per prendere decisioni su cosa è per loro commestibile.

Se questa capacità, come dimostra l’esperimento, viene meno proprio nei confronti dei pesticidi, la loro sopravvivenza è ad alto rischio.

Esattamente come accade per i neonicotinoidi, pesticidi oramai tristemente famosi per aver decimato questi insetti, il nettare ai fitofarmaci riportato in alveare può mettere a rischio l’intera colonia abbreviare la durata della vita delle api esposte e devastare l’organizzazione dell’alveare.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/01/10/le-api-attratte-dai-cocktail-di-pesticidi-che-le-uccidono/30132/

…Se gli smartphone uccidono le api!

 

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…Se gli smartphone uccidono le api!

In Germania un gruppo di giovanissimi studenti ha indagato gli effetti delle radiazioni sulle api. ecco gli spaventosi risultati della ricerca.

Sanno essere permalose e ricorrere al pungiglione, ma ci regalano il miele e soprattutto sono fondamentali per il nostro ambiente. Sono le api, minacciate da più fattori inquinanti e la cui popolazione è purtroppo da tempo in netto calo. Ma quali sono gli elementi più dannosi per questi insetti, oltre ai già noti pesticidi e parassiti? In Germania, un gruppo di cinque giovanissimi studenti di età compresa tra i quindici e i diciassette anni ha deciso di svolgere un’interessante ricerca sulle conseguenze che provocano sulle api le radiazioni da telefonini e smartphone. Un progetto corredato da un sito in grado di aggiornare in tempo reale su metodologie utilizzate e risultati ottenuti, e che è valso ai cinque studenti il WWF Galileo Green Youngster Award, un riconoscimento internazionale che premia gli esperimenti più ingegnosi.

Le radiazioni pericolose

La ricerca è partita nel giugno 2016 e si è svolta a Nordhessen, su input di Victor Hernandez, l’apicoltore della cittadina. Hernandez aveva notato che un alveare, situato in prossimità di un ripetitore telefonico, aveva iniziato a dare problemi. Apparentemente, diverse api perdevano il proprio orientamento e alcune di loro, in seguito, morivano. I ragazzi hanno voluto vederci chiaro e l’unica soluzione possibile era quella di interrogare le api, o meglio studiare il loro comportamento in risposta alle radiazioni. L’intero sciame di api è stato collegato a diversi dispositivi di misurazione, capaci di seguire i vari aspetti nella vita quotidiana delle api, con attrezzature audio e video. Una telecamera a infrarossi è stata incaricata di scattare fotografie ogni minuto, grazie a un interruttore fotoelettrico. Il meccanismo, attivato dall’andirivieni delle api, ha fornito ampie quantità di materiale.

Uno studio all’avanguardia

Di pari passo all’osservazione ottica garantita dalle fotografie, è stato collocato in prossimità dell’alveare un microfono per poter registrare il volume del ronzio. Lo studio è andato avanti per diverso tempo e contemplava anche il supporto di termometri per poter misurare le temperature, nonché la cara vecchia osservazione “manuale”, a occhio nudo. Come detto, è stato possibile seguire l’intero percorso su un sito regolarmente aggiornato, tutt’ora online, con corredo di statistiche, grafici, video e gallery fotografiche. Le immagini rendono conto della strumentazione utilizzata e del lavoro sul campo.

 

Api disorientate

Ma veniamo dunque ai risultati del progetto. I cinque ragazzi hanno verificato che l’esposizione alle radiazioni da telefoni mobili provocano nelle api un incremento dell’aggressività e una parziale perdita di orientamento. Da cosa hanno ricavato queste conclusioni gli studenti? Proprio dalla loro strumentazione, perché dai microfoni è stato registrato un incremento del ronzio, mentre i termometri hanno evidenziato un aumento delle temperature e l’osservazione del volo ha mostrato comportamenti disorientanti, movimenti rallentati.

Lo studio di Niklas Binder, Maximilian Gorlitz, Carl-Moritz Kopp, Alexander Popov e Jacob Ruckel – questi i nomi dei ragazzi – non dimostra certamente che le onde su cui viaggiano le informazioni dei nostri smartphone sono la causa principale per il crollo della popolazione delle api. Per poter arrivare a conclusioni più dettagliate è previsto un prolungamento della ricerca, uno studio a lungo termine che possa fornire ulteriori elementi. Quello che sembra sicuro, tuttavia, è l’esistenza di un legame tra il comportamento delle api e l’intensità delle radiazioni. Gli studenti tedeschi riceveranno il loro meritato premio il prossimo dodici maggio: le api sentitamente ringraziano.

 

fonte: http://www.green.it/smartphone-uccidono-api/

Attenzione – Secondo uno “studio scientifico” commissionato dall’American Petroleum Institute (Api), i neri non si ammalano per l’inquinamento provocato dalle lobby del petrolio, ma perchè “sono predisposti”…!

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Attenzione – Secondo uno “studio scientifico” commissionato dall’American Petroleum Institute (Api), i neri non si ammalano per l’inquinamento provocato dalle lobby del petrolio, ma perchè “sono predisposti”…!

Razzismo e petrolio: i neri non si ammalano per inquinamento, sono predisposti

I petrolieri Usa usano l’eugenetica per screditare uno studio scientifico

Leggiamo da GreenReport che qualche giorno fa “National association for the advancement of coloured people (Naacp)”, “Clean air task Force”  e “National medical association (Nma)” hanno pubblicato lo studio studio “Fumes Across the Fence-Line: The Health Impacts of Air Pollution from Oil & Gas Facilities on African American Communities” dal quale emerge che oltre un milione di afroamericani vivono a mezzo miglio di pozzi e impianti petroliferi e gasieri e che altri 6,7 milioni vivono nelle contee dove ci sono le raffinerie e denunciano che questi ambienti  tossici stanno facendo ammalare milioni di afroamericani che vivono nelle loro immediate vicinanze.

Il rapporto afferma che «Molte comunità afroamericane affrontano un rischio elevato di cancro a causa delle emissioni di aria tossica derivanti dallo sviluppo del gas naturale. L’aria in molte comunità afroamericane viola gli standard di qualità dell’aria per lo smog da ozono. Nelle comunità afro-americane i tassi di asma sono relativamente alti. Inoltre, a causa dell’aumento dell’ozono dovuto alle emissioni di gas naturale durante la stagione estiva dell’ozono, i bambini afroamericani sono gravati da 138.000 attacchi di asma e da 101.000 giorni di scuola persi ogni anno».

Di fronte a questi dati, l’American petroleum institute (Api) non ha trovato di meglio che esprimere oscure critiche al rapporto ritirando fuori argomentazioni screditate e razziste secondo le quali sarebbe la “genetica” e non l’inquinamento da idrocarburi la causa della cattiva salute delle comunità nere rispetto a quelle bianche che vivono più lontane dagli impianti petroliferi e gasieri.

Uni Blake, un consulente scientifico per gli affari regolamentari e scientifici dell’Api, ha difeso così su Energy Tomorrow, una pubblicazione online dell’ l’American petroleum institute, l’industria dei combustibili fossili: «Ho letto un articolo della Naacp pubblicato questa settimana che accusa il gas naturale e l’industria petrolifera delle emissioni che gravano in modo sproporzionato sulle comunità afroamericane. Come scienziato, la mia osservazione generale è che il documento non riesce a dimostrare una relazione causale tra l’attività del gas naturale e le disparità per la salute, segnalate o previste, all’interno della comunità afro-americana».

Quindi, se le comunità nere e ispaniche che vivono vicino agli impianti di petrolio e gas si ammalano più di quelle bianche che vivono più lontane, cosa potrebbe causare i risultati sproporzionati che vengono fuori dallo studio? La risposta di Blake è sorprendente: avrebbe potuto farli ammalare qualcosa che è nei geni delle persone di colore. «Piuttosto, la ricerca accademica attribuisce quelle disparità di salute ad altri fattori che non hanno nulla a che fare con le operazioni di gas naturale e petrolio – come la genetica, gli allergeni indoor e l’accesso iniquo alle cure preventive», ha scritto su Energy Tomorrow.

Per corroborare le sue tesi che sembrano venire da un lontano passato di croci uncinate e leggi razziali, Blake ha citato un rapporto del 2005 dell’Athhma and Allergy Foundation e del National Pharmaceutical Council che sosterrebbe le sue stesse teorie genetiche, ma in realtà quel rapporto “Ethnic Disparities in the Burden and Treatment of Asthma”, sostiene che la genetica svolge un ruolo molto minore e subordinato rispetto ai fattori ambientali nella prevalenza dell’asma tra le popolazioni afro-americane e quelle latinoamericane negli Stati Uniti. Infatti, il rapporto afferma che  «Le indagini sulle famiglie hanno identificato una storia materna o un’altra storia familiare di asma come un fattore di rischio principale per l’asma infantile, evidenziando la componente ereditaria della morbilità asmatica … Sembra ragionevole ipotizzare che il maggior carico di asma tra le popolazioni statunitensi con una significativa discendenza africana (in particolare, le popolazioni nere e portoricane) … sia in qualche modo legato ai geni africani – o ad una combinazione di geni africani ed europei. Tuttavia, la maggior parte delle prove fino ad oggi sembra indicare che la spiegazione si trova altrove, nelle disparità socioeconomiche e ambientali, nelle differenze comportamentali o culturali e nell’accesso all’assistenza sanitaria di routine».

In altre parole, anche la “ricerca accademica” che Blake ha citato contraddice la sua ipotesi e indica il degrado ambientale causato dall’industria petrolifera e gasiera come il probabile principale colpevole nel far ammalare afroamericani e latinoamericani.

Su ThinkProgress Sam Fulwood III scrive che i dirigenti dell’Api, Blake compreso, si sono rifiutati di rispondere su questa imbarazzante presa di posizione e fa notare che «L’idea che le differenze genetiche spieghino i diversi risultati sanitari tra gruppi etnici e razziali è un’idea vecchia e razzista che affonda le sue radici nel nefasto movimento dell’eugenismo tra fine XIX e inizio XX secolo, quando i suprematisti bianchi sostenevano la sterilizzazione forzata degli esseri umani – spesso persone di colore – ritenuti “mentalmente inferiori” o “non adatti a propagarsi”». Insomma, pur di scaricarsi di dosso colpe più che evidenti, i petrolieri statunitensi sono tuffati nello sporco e mefitico fiume del razzismo ottocentesco e del nazismo e fascismo novecenteschi e hanno scoperto di essersi ricoperti di una sostanza non proprio profumata.

Robert Bullard, professore di pianificazione urbana e politica ambientale alla Texas Southern University di Houston, si è detto indignato per le argomentazioni utilizzate dall’Api definendole «Un insulto all’intelligenza  non solo degli afroamericani ma all’intelligenza di tutti gli americani in grado di capire».

Bullard, che è noto come il padre del movimento per la giustizia ambientale, ha ricordato che «Altri grossi interessi economici hanno tentato senza successo di utilizzare lo stesso argomento. Le persone [dell’industria del petrolio e del gas] che hanno risposto allo studio stanno fondamentalmente utilizzando la stessa argomentazione [dell’industria del tabacco] che la colpa non è delle sostanze chimiche e del petrolio e del gas, ma è delle persone, il cui comportamento porta in qualche modo alle disparità di salute. Sta incolpando gli individui che vivono vicino a questi impianti e assolvono le imprese da qualsiasi tipo di responsabilità».

Medici ed esperti hanno condannato il tentativo dell’Api di rilanciare idee a lungo screditate. «Al di là e al di là degli altri fattori, le operazioni petrolifere e gasiere nelle comunità causano un ulteriore livello di rischio – ha detto Jacqueline Patterson, direttrice del programma di giustizia ambientale e climatica della Naacp . Anche altre persone che vivono in quelle comunità hanno anche quelle condizioni di salute che derivano da quelle esposizioni. Ciò ridurrebbe il ruolo della “genetica”». Insomma, non sono i geni: i bianchi che vivono nelle comunità vicine a impianti inquinanti e pericolosi per l’ambiente hanno le stesse probabilità dei neri di ammalarsi di asma, cancro e altri disturbi.

Leslie Fleishchman, una delle autrici dello studio e analista della Clean air task force, conclude: «I dati del nostro rapporto esaminano il rischio di cancro e gli impatti sulla salute dello smog dei ozono nella popolazione e quindi, se quella popolazione è più vulnerabile a causa di questi fattori, è ancora più importante affrontare i fattori aggravanti che sono facilmente evitabili come il controllo delle emissioni non necessarie dagli impianti di petrolio e gas».

tratto da: http://www.greenreport.it/news/inquinamenti/petrolieri-americani-gli-afroamericani-non-si-ammalano-inquinamento-predisposti/

Ambiente – È allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75%

 

insetti

 

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Ambiente – È allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75%

Una notizia che non ha avuto il clamore che meritava. Anche noi ne abbiamo già scritto, ma senza suscitare l’interesse dovuto.

Ma ci rendiamo conto? Spariti 3 insetti su 4… Dove stiamo andando? Cosa stiamo combinando a questo mondo? Cosa lasceremo ai nostri figli?

Riporta GreenMe:

ALLARME INSETTI: NEGLI ULTIMI 25 ANNI IL LORO NUMERO È DIMINUITO DEL 75%

Allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75% in Germania e sebbene le cause siano ancora sconosciute, gli scienziati assicurano che un ruolo fondamentale è giocato dai cambiamenti climatici che potrebbero scatenare un vero e proprio ‘Armaggedon ecologico’.

Il nuovo studio pubblicato su Plus one è molto chiaro e non nasconde un certo allarmismo, soprattutto perché tutti siamo a conoscenza del ruolo fondamentale che svolgono gli insetti nel nostro Pianeta: non solo come preda nella catena alimentare ma anche come impollinatori di piante.

Le api stanno scomparendo e neanche le farfalle stanno tanto bene, con loro tanti altri insetti che piano piano non si vedono più neanche nelle riserve naturali. Come si legge nello studio, ci sono una serie di concause che stanno portando a questa moria.

In cima ci sono i cambiamenti climatici, seguiti dalla distruzione di intere aree a favore dell’agricoltura e l’uso smodato dei pesticidi e di glifosato, contro cui è in corso una vera e propria battaglia.

Gli insetti compongono circa i due terzi di tutta la vita sulla Terra, ma il loro numero è in declino. L’impressione è quella che stia creando un Pianeta sempre meno ospitale per questi essere viventi, ma se perdiamo gli insetti, tutto il sistema crollerà spiega Dave Goulson, professore di scienze della vita presso l’Università di Sussex e co-autore dello studio.

Lo studio è stato condotto da decine di entomologi in tutta la Germania che hanno con speciali tecnologie osservato vari insetti nel corso degli anni. La ricerca è iniziata nel 1989 e con il passare del tempo il calo era sempre più persistente, soprattutto nel periodo estivo

“Il fatto che il numero di insetti battenti stia diminuendo ad un tasso così elevato in un’area così vasta è una scoperta allarmante”, ha dichiarato Hans de Kroon, ecologista dell’Università di Radboud, che ha guidato la ricerca.

Gli scienziati ritengono che il fatto che questo declino si sia registrato anche nelle riserve naturali ben gestite è ancora più allarmante, perché i dati potrebbero essere peggiori nelle aree non protette.

“Non siamo in grado di definire con esattezza perché tutto ciò stia accadendo. Potrebbe essere la carenza di cibo, l’esposizione a pesticidi o entrambi. E’ chiaro che il primo aspetto è collegato ai cambiamenti climatici”, ha detto Hans de Kroon.

Cosa fare per proteggere gli insetti

Cosa possiamo fare per proteggere gli insetti in generale e in particolare le api a partire dalla nostra vita quotidiana? Ecco alcuni suggerimenti utili:
  • Piantare fiori in giardino e sul balcone
  • Contribuire a creare e a proteggere gli habitat naturali
  • Smettere di usare pesticidi e insetticidi
  • Aiutare le associazioni che si impegnano a proteggere insetti e api

Dominella Trunfio

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/25416-allarme-insetti#accept