In California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno” – Ricordiamo che l’Europa ha stabilito che invece noi possiamo pure crepare, almeno per i prossimi 5 anni!

 

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In California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno” – Ricordiamo che l’Europa ha stabilito che invece noi possiamo pure crepare, almeno per i prossimi 5 anni!

 

Da Il Salvagente:

California, il glifosato deve essere etichettato come “possibile cancerogeno”

Nello stato della California il glifosato sarà etichettato come un prodotto “noto allo Stato per causare il cancro“. Un tribunale d’appello della California ha confermato la scelta dello Stato e del Centro per la sicurezza alimentare (Cfs)ad inserire il pesticida tra quelle comprese nell’elenco di sostanze chimiche pensate per causare cancro o difetti di nascita come prevede la Proposition 65, la legge sulla sicurezza delle acque potabili e tossiche del 1986. La vicenda legale tra lo Stato della California e Monsanto va avanti dal 2017, da quando, cioè, la multinazionale si è schierata contro la decisione della California’s Office of Environmental Health Hazard Assessment di elencare il glifosato, l’ingrediente attivo nell’erbicida di Monsanto, Roundup, tra le sostanze della Proposition 65 che richiede la notifica e l’etichettatura di tutte le sostanze chimiche note per provocare cancro, difetti alla nascita o altri danni riproduttivi e vieta il loro scarico nelle acque potabili dello stato.

“Questa è una grande vittoria per tutti i californiani – e un’enorme perdita per Monsanto – poiché sostiene il nostro diritto di proteggere noi stessi e il nostro ambiente da esposizione non necessaria e indesiderata alla sostanza chimica pericolosa, il glifosato”, ha dichiarato Adam Keats, avvocato senior della Cfs.

Ricordiamo a tutti  che  solo pochi mesi fa L’Unione Europea ha rinnovato l’aurorizzazione al Glifosato per altri 5 anni!

Da Focus:

L’Unione Europea rinnova l’uso del glifosato per altri 5 anni

Gli stati dell’UE hanno votato: l’autorizzazione per il potente erbicida verrà estesa. Rimane aperto il dibattito sui rischi per la salute.

L’Unione Europea ha rinnovato per altri 5 anni l’autorizzazione all’utilizzo del glifosato, uno dei più potenti e diffusi diserbanti del mondo. Lo ha deciso il Comitato d’appello dell’Unione Europea, dopo diversi rinvii.

Italia e Francia si sono dette contrarie, ma Germania e altri Stati hanno fatto pendere l’ago della bilancia a favore del glifosato, sostanza i cui effetti sull’uomo sono molto dibattuti: mentre l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) la reputa “non carcerogena“, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’ha classificata come “probabilmente cancerogena per gli esseri umani”.

 

Leggi anche:

Incredibile, ma vero: Glifosato, gli studi dell’Efsa hanno nascosto le prove di cancerogenicità…!

L’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ha dichiarato che il GLIFOSATO non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche. Inoltre fa dimagrire, aiuta la diuresi e fa nascere figli biondi e con gli occhi azzurri …ma vaffanculo, va!!

Ignorare la tossicità del glifosato è crimine contro l’umanità!

Incredibile – Il Canada esporta in Sicilia grano duro pieno di glifosato e micotossine, ma poi non consente l’ingresso dei pomodorini di Sicilia perchè, secondo loro, non sarebbero abbastanza controllati!

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Incredibile – Il Canada esporta in Sicilia grano duro pieno di glifosato e micotossine, ma poi non consente l’ingresso dei pomodorini di Sicilia perchè, secondo loro, non sarebbero abbastanza controllati!

 

Per il comparto del pomodoro di Pachino Igp sembra davvero essere una stagione nefasta: prima la crisi dei prezzi, poi le false notizie dell’invasione di pomodorini dal Camerun, poi ancora le polemiche sulla partecipazione al Consorzio di tutela di realtà legate alla criminalità ed infine il recente incendio di una tra le principali aziende agricole della zona, la Fortunato

Ma tra tutte le disavventure la più incredibile è il blocco proclamato dal Canada.

La foto che vedete sopra è emblematica della follia del nostro tempo. Ecco il grano duro canadese che dovrebbe ‘maturare’ mentre nevica! Maturerà artificialmente, con il glifosato. E siccome è umido, svilupperà funghi e, quindi, micotossine.

Al cosiddetto oro rosso di Sicilia sarebbe infatti stato vietato l’ingresso in Canada per la presunta presenza di un insetto, la tuta absoluta, meglio conosciuta come minatrice fogliaria o tignola.

Non c’è alcuna evidenza della presenza dell’isetto, ma il Canda chiude le porte… Invece tutti noi sappiamo che glifosato e micotossine fanno tanto, ma proprio tanto bene alla nostra salute e siccome i gnani canadesi ne sono pieni, ne importiamo in grande quantità!

Leggi: Ecco il grano canadese coperto di neve, che può maturare solo grazie al glifosato! Ce lo ritroveremo sulle nostre tavole, mentre il nostro grano marcisce nei campi!!

Intanto il caso è stato sollevato all’Ars dal Movimento 5 Stelle che, facendosi portavoce del malessere dei produttori locali, ha chiesto un intervento immediato alla Regione Sicilia.

“Gli agricoltori sono allo stremo, il presidente avvii una seria e decisiva interlocuzione con il Ministero dell’agricoltura per denunciare il Ceta, prima che lo stesso venga ratificato, oppure pressi il Governo affinché le autorità canadesi ritirino la circolare che vieta l’acquisto di prodotti agricoli siciliani”, ha denunciato la deputata regionale pentastellata Gianina Ciancio.

“Benché esistente nell’ambiente siciliano, l’insetto in questione – spiega Ciancio – è stato sottoposto a controlli appropriati attraverso il protocollo ‘system approachment’ condiviso tra Canada e Italia, che garantiscono l’assenza della tabula absoluta della raccolta fino all’imbarco in aereo.

Il Canada – continua – non accetta più il protocollo ‘system approachment’ in quanto il pomodoro siciliano si presenta con il gambo, senza il quale peraltro è impossibile commercializzarlo. Insomma una serie di paletti a nostro avviso assolutamente pretestuosi. Adesso è il momento di dare risposte ai nostri agricoltori”.

A rincarare la dose l’europarlamentare del M5S Ignazio Corrao, che da Bruxelles punta ancora una volta il dito sui trattati internazionali che penalizzerebbero la Sicilia e le sue produzioni d’eccellenza. “I carnefici degli agricoltori siciliani hanno nomi e cognomi: sono le donne e gli uomini dei partiti che hanno votato senza fiatare trattati come il Ceta, che sta distruggendo l’agroalimentare siciliano a favore delle importazioni dei prodotti canadesi. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: se dopo un anno dall’entrata in vigore del Ceta l’esportazione di prodotti agroalimentari ‘made in Italy’ è scesa del 4%, per i prodotti agricoli canadesi in Italia c’è stato un aumento del 23%. A rendere tutto ciò tragicomico – aggiunge Corrao – è il comportamento beffardo del Canada che blocca il pomodoro siciliano e ci invia tonnellate di grano tossico che non dà neanche ai suoi maiali. Un paradosso che sta provocando un grave danno ai produttori siciliani, che avevano persino concordato le tipologie di pomodoro da produrre per venire incontro alle richieste canadesi. In ballo ci sono commesse per milioni di euro e la tenuta di un settore già debole ed esposto alla concorrenza scorretta dei Paesi terzi. Ma non è solo un problema di trattati. Per via delle sanzioni – osserva Corrao – abbiamo praticamente lasciato al Marocco il mercato russo che era, ed è, in grande crescita e avrebbe rappresentato una grande opportunità per noi. Inoltre, il PSR e tutta la PAC in generale – conclude l’eurodeputato del M5S – in Sicilia sono stati fallimentari, non hanno mai davvero garantito prezzi giusti e un lavoro dignitoso agli agricoltori”.

La Coldiretti da parte sua ha ribadito che nelle spedizioni verso il Nord America vengono effettuati rigidissimi controlli in grado di eliminare la presenza dell’infestante; il presidente della Regione Nello Musumeci ha fatto invece sapere di aver in programma a breve una visita a Vittoria, nel cuore della produzione del pomodorino siciliano.

Il grano canadese che arriva in Europa? Nient’altro che un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole!

 

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Il grano canadese che arriva in Europa? Nient’altro che un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole!

Lo racconta il noto micologo pugliese, Andrea Di Benedetto, che, da anni, si occupa dei problemi del grano duro e di micotossine. Questo ‘regalo’ lo dobbiamo all’Unione Europea che, dal 2006, in seguito alle pressioni delle lobby, consente l’arrivo, con le navi, di grani duri che in altre parti del Mondo vengono smaltiti come rifiuti tossici. Il problema vale per tutti i consumatori europei ma, in particolare, per gli italiani: soprattutto per gli abitanti del Sud Italia che, in media, tra pasta, pane, pizze, dolci ingeriscono ogni anno 130 chilogrammi di derivati del grano. Da qui l’aumento di malattie: Morbo di Crohn, Parkinson, Autismo e altre patologie autoimmuni. E anche la Gluten sensitivity, scambiata per Celiachia.

Che pasta, pane, pizze, semola per cus cus, ‘merendine’ e dolci arrivano sulle nostre tavole? I Nuovi Vespri, già da qualche tempo, batte su questo argomento. Abbiamo parlato del glifosato contenuto nel grano duro che arriva dal Canada. E delle micotossine. E di come difenderci dai prodotti avvelenati – parliamo sempre di derivati del grano – che ci sono in giro: per esempio, dove acquistare la pasta e come fare a individuare un pane fatto con grano che contiene micotossine. Oggi offriamo ai nostri lettori un approfondimento: un’intervista con Andrea Di Benedetto, un micologo (la micologia è la branca delle scienza naturali che studia i funghi) che, da anni, si occupa dei problemi legati al grano duro che circola in Italia. Per fare il punto della situazione sui prodotti derivati dal grano duro inquinati e anche per fare ulteriore chiarezza su quella cheSaverio De Bonis – uno dei protagonisti di GranoSalus – ha chiamato la prova delle fettina di pane”.

Il quadro che emerge dalla chiacchierata che abbiamo fatto con Di Benedetto è a dir poco inquietante.

“Partiamo da una semplice considerazione – ci dice il micologo Di Benedetto -: un grano che ha viaggiato molto deve costare di più. Invece, con riferimento al grano duro che arriva dal Canada, avviene l’esatto contrario: alcune partite di grano duro costano poco. Questo ci dovrebbe fare riflettere”.

Qualche riflessione l’abbiamo fatta anche noi sul glifosato contenuto nel grano duro che arriva dal Canada…

“E avete fatto benissimo. Ma ci sono altri problemi, non meno gravi, legati alla presenza di micotossine. E’ il caso del cosiddetto DON, acronimo di Deossinivalenolo. La presenza di questa micotossina nei mangimi prodotti e commercializzati in Canada, in una quantità oltre a mille ppb (sigla che sta per parti per miliardo ndr), crea seri problemi agli animali monogastrici, che non progrediscono nella crescita”.

Che cosa sta cercando di dirci?

“Dico che l’Unione Europea, nel 2006, in seguito alle pressioni delle lobby, ha fissato il limite di questa micotossina a 1750 ppb”.

Si riferisce al grano duro destinato all’alimentazione umana?

“Certo. Stranamente nell’Europa unita tutto il grano duro che in Canada non si potrebbe utilizzare nemmeno per gli animali si dà… all’uomo. Si tratta, con queste percentuali di DON, di un grano che, di fatto, è un rifiuto tossico e speciale, che dovrebbe essere smaltito con certi costi. Un prodotto che, invece, finisce sulle tavole dei consumatori europei”.

Ci faccia capire: invece di pagare per smaltire questo grano avvelenato dalle micotossine lo portano qui in Italia?

“Precisamente. Lo portano con le navi – il vostro blog ne ha più volte parlato – che approdano in tanti porti del nostro Paese. Questo grano duro pieno di DON viene miscelato con i nostri grani duri – parlo dei grani duri del Sud Italia che hanno un contenuto di DON pari a zero – e poi viene utilizzato per produrre pasta, pane, pizze, dolci e via continuando”.

Ma è una follia!

“E’ uno scandalo che va avanti da anni. Ricordo quando in Puglia arrivarono i signori da Parma. Allora noi operatori agricoli eravamo convinti che erano giunti da noi per rilanciare il grano duro pugliese e, in generale, del Sud Italia. Invece avevano altri progetti”.

Come ci ha detto De Bonis, a causa del grano duro canadese al glifosato e alle micotossine, il Sud Italia ha abbandonato circa 600 mila ettari di seminativi.

“Per l’appunto. E la storia va ancora avanti. Le navi cominciano a scaricare grano duro canadese, ogni anno, intorno a metà aprile, e proseguono fino ai primi di giugno”.

Lei ci sta dicendo che tantissimi derivati del grano duro che circolano in Italia e in Europa – pasta, pane, dolci – vengono prodotti con grani duri che dovrebbero essere considerati rifiuti speciali?

“Purtroppo è così”.

Come possiamo difenderci?

“Non è facile difendersi. Io non mangio più pasta. A meno che non ne conosca la provenienza: se è prodotta con il nostro grano duro – grano duro del Sud Italia, che come detto prima è esente da micotossine – la mangio. Qualunque altro tipo di pasta la evito”.

Quindi lei non mangia la pasta prodotta dai grandi marchi italiani?

“Assolutamente no”.

Noi abbiamo parlato dei problemi che, a lungo andare, può provocare il glifosato. E le micotossine?

“Quello che posso dire è che, da quando succede tutto questo, si registra un aumento di certe patologie. Per esempio, la Gluten sensitivity”.

Ovvero?

“Un aumento della sensibilità al glutine. Il problema, sia chiaro, non è il glutine, che è presente in tutti i derivati del grano duro. A causare patologie è invece la micotossina DON, che provoca una sorta di allargamento delle ‘giunture serrate’ a livello dei villi intestinali. In condizioni normali i villi intestinali non assorbono il glutine. Il DON, come ho già accennato, altera la funzione dei villi intestinali che iniziano ad assorbire il glutine dall’intestino che, a propria volta, va nel sangue e crea problemi al nostro organismo”.

Per caso è la malattia che viene scambiata per Celiachia?

“Esatto. Ma non è la Celiachia”.

E’ vero che il DON può creare problemi all’intestino?

“Sì. Può creare seri problemi al nostro intestino: per esempio, il morbo di Crohn. Poi ci sono malattie del sistema nervoso: per esempio Parkinson, Autismo e altre patologie autoimmuni”.

Questo per ciò che riguarda la pasta. E per il pane?

“Peggio. Spesso ci sono meno controlli. Nelle farine per il pane passa di tutto: glifosato, micotossine e anche metalli pesanti”.

Saverio De Bonis ha detto che, per il pane, ci possiamo difendere con la cosiddetta prova della fettina. Tema che ha suscitato un grande dibattito in questo blog.

“La prova della fettina è valida per escludere la presenza di due funghi che producono l’ocratossina, che è ancora più pericolosa del DON”.

Infatti: abbiamo letto che l’ocratossina può creare seri problemi al nostro organismo.

“Avete letto bene: c’è il dubbio – che poi è più di un dubbio – che sia addirittura cancerogena”.

Quindi, per fare chiarezza, la prova della fettina è valida: serve per escludere la presenza – nelle farine con le quali è stato prodotto il pane – diAspergillus e Penicillium.

“E’ valida, ma attenzione: anche il nostro grano duro, se conservato male, può sviluppare Aspergillus e Pennicillium e, quindi, ocratossine”.

Detto questo, per fare ulteriore chiarezza: se la fettina di pane conservata per sei-sette giorni produce la patina verdastra – cioè i funghi Aspergillum e Pennicillum – possiamo dire che le farine erano di pessima qualità?

“Certo, su questo non ci sono dubbi”.

Tornando al grano duro che arriva con le navi – e a tutti i derivati di questo prodotto – si può parlare di emergenza?

“Sì, si deve parlare di emergenza!. E’ anche per questo che, con l’associazione eGranoSalus, abbiamo deciso di fare chiarezza su tutti i derivati del grano duro che circolano in Italia. E’ un problema serio che riguarda tutta l’Europa, ma che da noi è molto più grave. Nel Sud Italia, in media, una persona, tra pane, pasta, pizze e via continuando consuma qualcosa come 130 chilogrammi di derivati del grano duro all’anno”.

In altre parti d’Europa ne consumano molto meno e quindi il problema è meno sentito?

“Il problema riguarda tutta l’Europa. Ma, lo ribadisco, in particolare riguarda il Mezzogiorno d’Italia, dove si fa largo uso di pasta e pane. Da noi, nel Sud, il pane lo mangiamo almeno due volte al giorno”.

Possiamo dire che tutto questo nasce dal fatto che Paesi dove il grano non dovrebbe essere coltivato viene invece coltivato?

“In un certo senso sì. Il grano è una coltura che dovrebbe essere tipica delle aree del mondo a Sud del 42 parallelo nell’emisfero boreale. In queste zone – e il Mezzogiorno d’Italia ne è un esempio classico – le radiazioni ultraviolette del sole eliminano i funghi che producono micotossine. Non altrettanto può dirsi delle aree umide, dove i grani, proprio a causa dell’umidità, sviluppano funghi e quindi micotossine”.

Come commenta la fusione tra la Monsanto e la Bayer?

“La Monsanto è una multinazionale americana che opera nel settore dei pesticidi e degli erbicidi. La Bayer nel settore medicale. Magari sarà un po’ sinistro quello che dico, ma ho l’impressione che le multinazionali si stiano attrezzando: ci fanno ammalare e poi ci curano…”.

Come possiamo concludere la nostra chiacchierata?

“Con una riflessione: mezzo chilogrammo di pasta non può costare 35-40 centesimi di Euro. Se questo avviene, beh, c’è qualche problema. E infatti il problema c’è: il grano duro di qualità scadente fa… male alla salute e all’intera economia delle zone del Sud Italia e del Mondo”.

Anche il nostro grano duro costa poco: quest’anno è stato un disastro: 14 centesimi di Euro al chilogrammo…

“La logica conseguenza dell’invasione del grano duro canadese secondo i dettami della globalizzazione dell’economia. Dalle mie parti, un tempo, con il grano duro prodotto da cento ettari di terreno si riusciva ad acquistare un appartamento a fine raccolto. Oggi il guadagno dei cento ettari a grano non basterebbe all’acquisto di un bagno…”.

Ma che giro di affari c’è dietro questa storia dei rifiuti speciali trasformati in pane, pasta, dolci e altro?

“Un giro di affari impressionante: circa 40 miliardi di Euro all’anno”.

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/attenzione-grano-canadese-arriva-europa-un-rifiuto-speciale-finisce-sulle-nostre-tavole/

Qualcuno osa sfidare la lobby della Sanità? – Dovete operarvi per una spalla rotta? Nessun problema, basta aspettare poco più di UN ANNO… Ma se potete pagare 23 mila euro, l’operazione la fate entro otto giorni NELLO STESSO OSPEDALE PUBBLICO!

 

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Qualcuno osa sfidare la lobby della Sanità? – Dovete operarvi per una spalla rotta? Nessun problema, basta aspettare poco più di UN ANNO… Ma se potete pagare 23 mila euro, l’operazione la fate entro otto giorni NELLO STESSO OSPEDALE PUBBLICO!

 

Qualcuno osa sfidare la lobby della sanità?

 

Fate una prova: fingete di avere una spalla rotta e dover fare un intervento chirurgico per istallare una protesi. Ipotizziamo di essere in una Regione “virtuosa” come la Toscana: secondo le linee guida regionali (quasi identiche in ogni Regione), a ciascun paziente in attesa di un intervento viene dato un codice di priorità che varia da A1per i casi più gravi che necessitano intervento immediato fino a D per quelli che possono attendere.

Se avete la spalla rotta e la situazione è grave ma non gravissima vi assegneranno il codice B, massimo 60 giorni di attesa per l’operazione. Ma tale attesa è solo teorica, e nella realtà questo tempo non è mai rispettato: in una Regione “virtuosa” come la Toscana, per esempio, si prevede una attesa di almeno 1 anno e 2 mesi per questo tipo di interventi, sei volte quanto previsto dalla normativa regionale. Ma c’è una scappatoia: pagare. Se infatti siete disposti a spendere 23 mila euro (questo il costo di una operazione protesica di spalla al Careggi), lo stesso medico che vi ha visitato nello stesso ospedale pubblico dove siete in visita vi può operare quando volete, entro otto giorni dalla visita.

Questo sistema, disciplinato da ultimo dalla legge 189 del 2012, si chiama “intra-moenia” e consente l’esercizio di attività libero professionale intramuraria da medici di ospedali pubblici trasformando, così, il luogo pubblico in una clinica privata a disposizione del professionista.

Secondo la normativa vigente il paziente, in questo caso, deve pagare interamente l’equipe medica, il personale anche infermieristico di supporto, i costi pro-quota per l’ammortamento e la manutenzione delle apparecchiature nonché assicurare la copertura di tutti i costi diretti e indiretti sostenuti dalle aziende. Il medico e l’ospedale che ospita tale attività guadagnano sul paziente facendo leva sul suo stato di bisogno: il professionista sarà libero di farsi remunerare come un collega di una clinica privata e l’ospedale potrà chiudere i bilanci in attivo grazie al significativo contributo del paziente. Questo sistema pone una serie di problematiche giuridiche, economiche e, soprattutto, etiche.

Secondo il XX Rapporto Pit Salute di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato (Tdm) pubblicato a fine dicembre, le liste d’attesa negli ospedali pubblici si allungano sempre di più con attese medie di 13 mesi per una mammografia, un anno per una colonscopia, stesso periodo per una visita oncologica o neurologica.

A trarre un vantaggio diretto da questo stato di cose sono proprio i medici che esercitano la libera professione negli ospedali oltre agli stessi ospedali perché spesso il paziente, sconfortato dai lunghi tempi per un esame o un intervento, procedono in “intra-moenia” ricorrendo a prestiti e debiti pur di potersi operare.

Il meccanismo è perverso perché si basa su un doppio ruolo affidato dalla legge alla stessa persona: da un lato c’è il medico in quanto dirigente pubblico dell’ospedale che dovrebbe assicurare il rispetto delle linee guida regionali e che avrebbe come obiettivo per la propria performance la riduzione delle liste d’attesa; dall’altro c’è lo stesso medico in quanto libero professionista che ha interesse a tenere lunghe le attese così da incentivare i pazienti a ricorrere a lui privatamente. Si tratta di un meccanismo favorito dallo Stato stesso che, in tal modo, grazie al costo dell’intra-moenia, può coprire taluni costi del servizio sanitario.

È proprio in ciò la perversione di fondo di tale sistema che avvantaggia una specifica lobby a danno della tutela della salute dei cittadini.

È un punto che varrebbe la pena essere inserito nel programma del prossimo governo: ma chi governerà avrà la forza di fare gli interessi della comunità?

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/qualcuno-osa-sfidare-la-lobby-della-sanita/

 

 

 

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/qualcuno-osa-sfidare-la-lobby-della-sanita/

 

 

Furto d’acqua: le mani delle multinazionali su un bene comune – Cosa c’è da sapere e capire sul fenomeno del water grabbing, il furto d’acqua che condanna popoli e Paesi e arricchisce le multinazionali!

 

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Furto d’acqua: le mani delle multinazionali su un bene comune – Cosa c’è da sapere e capire sul fenomeno del water grabbing, il furto d’acqua che condanna popoli e Paesi e arricchisce le multinazionali!

 

Il 22 marzo è stata la Giornata mondiale dell’acqua. Cosa c’è da sapere e capire sul fenomeno del water grabbing, il furto d’acqua che condanna popoli e Paesi e arricchisce le multinazionali in un importante libro di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, pubblicato da Emi

Chi ricorda La grande scommessa, il film di Adam McKay, premio Oscar nel 2015, ricorda anche una piccola, ma allarmante indicazione fra i titoli di coda: il fisico e hedge fund manager Michael Burry, dopo aver vinto la scommessa sul crollo del mercato dei mutui immobiliari che provocò la crisi sistemica del 2008, stava indirizzando attenzione e investimenti «su una commodity: l’acqua».

Anche i fondi speculativi hanno da tempo orientato parte dei loro investimenti sull’acqua, una risorsa fragile e, pehttp://www.emi.it/water-grabbingrtanto, scarsa. Ovvero: appetibile. Benché il 74% della superficie terrestre sia composta da acqua, soltanto l’1% di quest’acqua è potabile. Scarsitàaffari. Ma anche guerre, per una risorsa sempre più strategica per la sopravvivenza di popoli e Paesi. È il fenomeno del water grabbing.

far luce su questo fenomeno è indispensabile il ricorso a Water grabbing. Nuove guerre per l’accaparramento dell’acqua, il libro di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, che esce proprio oggi per Emi (pagine 208, euro 19.50). Con il neologismo “water grabbing” o accaparramento dell’acqua, leggiamo, ci si riferisce a situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi che sono depredati». Gli effetti del water grabbing sono devastanti: migrazioni forzate, privatizzazione delle fonti idriche, «controllo forzato per progetti di agrobusiness di larga scala, inquinamento dell’acqua per scopi industriali che beneficiano pochi e danneggiano gli ecosistemi, controllo delle fonti idriche da parte di forze militari per limitare lo sviluppo».

L’espressione “water grabbing”, si riferisce a situazioni di conflitto asimmetrico in cui determinati attori sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi che vengono depredati.

La geopolitica del water grabbing tocca vaste aree del pianeta: Medioriente, America Latina, Afriche, Asia, Australia. Ma al contempo, la zoan di contesa e di guerra latente per conquistare le risorse idriche si sta allargando. Il 97% è costituito dagli oceani, il 2,1% si trova nelle calotte polari e nei ghiacciai, mentre solo lo 0,65% è concentrato nei fiumi, nei laghi, nelle falde acquifere e sotterranee e nell’atmosfera.

A fronte di questa realtà, ci sono 1 miliardo di persone che non hanno accesso all’acqua potabile nel mondo, mentre il 70% delle terre emerse è oggi a rischio desertificazione.

Con l’aumento dei consumi idrici e della popolazione, osservano gli autori, la disponibilità di acqua pro capite a livello globale è passata dai 9.000 metri cubi d’acqua potabile/anno che erano a disposizione negli anni Novanta ai 7.800 della prima decade del XXI secolo. Gli scenari a breve termine prevedono inoltre che, nel 2020, questa disponibilità scenderà a poco più di 5.000 metri cubi, «circa l’equivalente di due piscine olimpioniche».

A questo problema globale, si affianca però il problema della distribuzione. Con un paradosso: mentre diminuisce la disponibilità di acqua pro capite, aumenta il consumo. «Se in Italia nel 1962 ogni cittadino aveva a disposizione 3.587 metri cubi d’acqua, nel 2018 questa disponibilità è scesa a meno di 3.000». Una riduzione da poco, se comparata a quella del Ruanda, passato da 3.114 metri cubi a 837, e alla Siria: da 1463 metri cubi a circa 300». E nei prossimi vent’anni la domanda di acqua crescerà di circa il 40% , con picchi di oltre il 50% nei paesi in via di sviluppo.

Spiegava d’altronde l’ex segretario delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali che nel secolo in cui ci troviamo, l’acqua sarà presto più importante del petrolio. Ed è attorno a questo nuovo oro, l’acqua, che si combattono e si combatteranno sempre più guerre.

Water wars: si chiamano così i conflitticombattuti per l’acqua o per la sua mancanza. Ne abbiamo avuti esempi in Siria, dove la siccità avrebbe secondo alcune letture contribuito all’innesco della guerra civile, in Sudan, ma anche lungo la faglia geopolitica dell’Indo, che crea continue tensioni fra Pakistan e India. Oggi le guerre dell’acqua sono responsabili di gran parte dei fenomeni di migrazione interna: fenomeni altamente destabilizzanti sia a livello locale, che globale.

Ma il rischio riguarda anche noi. Per questo, osservano gli Autori di Water grabbing, «speriamo di creare una community intorno al progetto water grabbing, di cittadini, imprese, ricercatori, per essere attivi sui territori e per segnalare casi nuovi e importanti ricerche in corso. Rendersi attivi nella lotta all’accaparramento idrico è il modo migliore per contribuire alla tutela del nostro diritto all’acqua e a perseguire il principio di equità intergenerazionale, affinché anche i nostri figli e pronipoti possano godere di questo incredibile pianeta e di tutti i suoi servizi ambientali insostituibili».

fonte: http://www.vita.it/it/article/2018/03/21/furto-dacqua-le-mani-delle-multinazionali-su-un-bene-comune/146304/

La vera storia di Osho – La storia pazzesca di un predicatore indiano con 93 Rolls-Royce e centinaia di migliaia di seguaci, e di uno dei più gravi attacchi batteriologici negli Stati Uniti

 

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La vera storia di Osho – La storia pazzesca di un predicatore indiano con 93 Rolls-Royce e centinaia di migliaia di seguaci, e di uno dei più gravi attacchi batteriologici negli Stati Uniti

All’inizio degli anni Ottanta una setta religiosa di origine indiana riuscì ad attrarre migliaia di persone in una regione degli Stati Uniti, dove stabilì una enorme comunità che provò a prendere – e ci riuscì, per un po’ – il controllo politico della zona. Nel giro di pochi anni i leader della comunità religiosa si resero responsabili della militarizzazione della comunità e vari tentativi di avvelenamento collettivo, fino a quando nel 1985 furono espulsi dagli Stati Uniti. Più di recente, sono diventati i protagonisti di un popolare documentario di NetflixWild Wild Country. Questa è la storia incredibile di Bhagwan Shree Rajneesh, detto Osho, e della comunità sannyasin.

Negli anni Sessanta l’India era un posto ancora più diviso e arretrato di oggi. Il messaggio del leader politico e spirituale Mohandas Karamchand Gandhi, che predicava uguaglianza e sobrietà ed era stato ucciso nel 1948, rimaneva ancora molto vivo. Bhagwan Shree Rajneesh non credeva in nulla di tutto ciò.

Sin da quando lavorava come ricercatore di filosofia in una remota università pubblica nell’India centrale, in molti si erano interessati ai comizi che teneva in inglese, che in India è una delle lingue ufficiali e soprattutto è comprensibile anche dagli occidentali. Erano sermoni pieni di battute contro i cattolici e gli ebrei, tirate contro Gandhi e il socialismo e lodi alla civiltà moderna, alla scienza, alla libertà sessuale. I suoi spettatori erano soprattutto giovani borghesi occidentali, affascinati da un orientalismo un po’ grossolano e arrivati in India grazie al passaparola e delusi dalla società che si stava consolidando in Europa o negli Stati Uniti. Rajneesh «li faceva sentire come se appartenessero a una élite di pensatori liberi, che guardavano oltre il bigottismo e le consuetudini sociali di tutti gli altri», scriveva il New Yorker.

La sua fama come oratore bizzarro e irriverente si diffuse a tal punto che nel 1966 fu costretto a dimettersi dal suo incarico di professore. Rajneesh diventò allora un mistico. Nel 1970 raccontò di avere ricevuto un’illuminazione e si stabilì in un appartamento di Mumbai per dedicarsi alla meditazione e all’insegnamento ai suoi discepoli, che continuavano ad aumentare.

Quattro anni più tardi Rajneesh e i suoi discepoli comprarono un’ampia proprietà a Pune, una città a circa duecento chilometri da Mumbai, dove iniziarono a vivere come una sola comunità. La proprietà disponeva di vari alloggi e di un grande parco costantemente affollato di discepoli, che Rajneesh chiamava sannyasin – dallo stadio più realizzato dell’esistenza, secondo l’induismo – e a cui consigliava di vestire di rosso, per celebrare l’alba del sole. Lui, invece, teneva sermoni seduto su una poltrona in mezzo a loro e benediva quelli che gli si avvicinavano. Le “sedute di gruppo” prevedevano dei momenti in cui sfogarsi fisicamente, e le immagini di quelle sedute impressionarono molti: persone che urlano, si agitano, si scontrano, si picchiano, urlano.

Attorno alle predicazioni di Rajneesh iniziò a formarsi una struttura gerarchica gestita dai fedeli più devoti, che riempiva i momenti fra un sermone e l’altro con “sedute di gruppo” e piccoli incarichi per far funzionare la comunità. La più carismatica fra i leader emergenti di questa comunità si chiamava Ma Anand Sheela.

Come Rajneesh, anche Sheela parlava un ottimo inglese: era nata in India ma a 18 anni si era trasferita in Michigan per studiare. Lì aveva incontrato suo marito, un americano dell’Illinois, con cui era tornata in India nel 1972 per entrare nella comunità di Rajneesh. Dopo la morte di suo marito, malato da tempo, Sheela diventò ancora più vicina a Rajneesh e lo spinse a trovare un posto diverso per i sannyasin. I soldi non gli mancavano – i libri e il materiale divulgativo di Rajneesh vendevano benissimo, i discepoli lavoravano gratuitamente e donavano molti dei loro soldi per la causa – e la comunità era malvista da tempo dalle autorità locali. Nel 1980 un uomo aveva persino provato ad accoltellare Rajneesh durante uno dei suoi sermoni. L’anno successivo Sheela convinse Rajneesh e il gruppo dei suoi discepoli più fedeli a comprare un enorme ranch di 260 chilometri quadrati – il doppio di Torino, per capirci – nella contea di Wasco, in Oregon, in mezzo al nulla.

Furono Sheela e i suoi collaboratori a occuparsi di tutto: comprarono il ranch e da un giorno all’altro si trasferirono in Oregon e iniziarono i lavori per costruire la nuova comune che avrebbe ospitato i sannyasin. Un’intera valle fu dedicata alle strutture abitative e ricreative: furono costruite decine di dormitori, un enorme centro di meditazione, una pista di atterraggio per aerei, e tutto intorno campi e piccole industrie per rendere autosufficiente la comunità. Sia Rajneesh sia Sheela ottennero una villa privata dove vivere per conto proprio.

Rajneesh arrivò in Oregon nel 1981, quando la comune si era già data un nome – Rajneeshpuram – e si era registrata ufficialmente come una città, dotata di un proprio sindaco e un apposito corpo di polizia (vestito di rosso, come da tradizione sannyasin). Fin da subito la città fu abitata da centinaia di seguaci di Rajneesh, provenienti da tutto il mondo occidentale, che si guadagnavano da vivere facendo piccoli lavoretti per sostenere la comunità. Dai tempi di Pune però qualcosa però era cambiato: Rajneesh aveva smesso di parlare in pubblico. Il suo silenzio durò fino al 1985. Il suo unico contatto con la comunità era una sfilata di alcuni centinaia di metri che faceva ogni giorno a bordo di una delle sue Rolls-Royce (ne possedeva 93).

Il trasferimento della comunità sannyasin a Wasco non fu indolore. I quaranta abitanti di Antelope, il paese più vicino a Rajneeshpuram, soprattutto pensionati, persone semplici, religiose e dalle idee conservatrici, si attivarono da subito per contrastare quella che consideravano un’invasione della loro contea. Riuscirono ad attirare le attenzioni delle autorità locali, che iniziarono ad indagare se il Rajneeshpuram fosse stato costruito senza rispettare i vincoli ambientali, ma Sheela e i suoi collaboratori reagirono duramente: iniziarono a comportarsi in modo ostile con i residenti e comprarono quante più case possibili ad Antelope, convincendo molti degli abitanti a trasferirsi altrove. Il bar del paese, l’unico posto di ritrovo dei vecchi abitanti, fu comprato e sostituito con un ristorante per sannyasin.

Nel 1982 era chiaro che i sannyasin erano in maggioranza e avrebbero vinto le successive elezioni, quindi gli abitanti rimasti di Antelope indissero un referendum per sciogliere la città per evitare di essere assorbiti dai sannyasin. Una vecchia legge dell’Oregon, però, permetteva a chiunque fosse residente nello stato a partecipare a tutte le elezioni, anche quelle locali. I sannyasin americani votarono in massa al referendum e sconfissero i vecchi abitanti. Il consiglio comunale di Antelope divenne controllato dai sannyasin, che cambiarono da subito il nome della città in Rajneesh e rinominarono le sue vie. Un’oscura comunità religiosa nata in India ma frequentata soprattutto da occidentali, guidata da un bizzarro santone muto e collezionista di Rolls Royce, si era presa una città americana.

Nel frattempo, soprattutto grazie alla riluttanza di Rajneesh ad apparire in pubblico, Sheela diventò il capo e portavoce della comunità. Grazie al suo carisma e al suo inglese partecipò a moltissime trasmissioni tv locali e nazionali per difendere i sannyasin, anche con una certa efficacia. In una memorabile intervista a una tv australiana, ad esempio, litigò per tutto il tempo col giornalista, concludendo l’intervista augurando a lui «buona fortuna, a te e ai tuoi papponi».

Quella dove abitava Rajneesh non era l’unica comunità sannyasin nel mondo. All’inizio degli anni Ottanta si diffusero in tutta Europa: questa foto, per esempio, è stata scattata nel 1981 a Margarethenried, in Germania.

A Wasco, però, le ostilità non si fermarono. Nel 1983 qualcuno piazzò una bomba all’Hotel Rajneesh, un albergo di proprietà sannyasin a Portland, la capitale dello stato. Nessuno si fece nulla, ma Sheela decise che il Rajneeshpuram era in pericolo e comprò centinaia di armi per difendere la comunità. I sannyasin iniziarono dei programmi di addestramento militare, convinti che prima o poi le autorità statali avrebbero attaccato la comunità. Fu in quel momento che i leader della comunità deciso di alzare il livello dello scontro: per ottenere maggiore peso politico, e magari interrompere le indagini locali nei loro confronti, decisero che avrebbero provato a vincere le elezioni della contea, previste per il 1984. Fu forse la scelta che causò la fine del Rajneeshpuram.

La strategia di Sheela prevedeva due passaggi. Per prima cosa, il Rajneeshpuram era grande – ci abitavano migliaia di persone – ma non così popolato da condizionare le elezioni dell’intera contea. Serviva un piano per abbassare drasticamente l’affluenza alle elezioni.

In un locale nascosto del Rajneeshpuram era stato installato un piccolo laboratorio chimico. Al suo interno un’ex infermiera di nome Diane Onang – che fra i sannyasin si faceva chiamare Ma Anand Puja – era riuscita a ricreare il batterio della salmonella, un germe che si può trovare in alcuni cibi e provocare infezioni all’intestino. L’obiettivo era contaminare il più ampio numero di persone nei giorni immediatamente precedenti al voto, in modo da impedirgli di presentarsi ai seggi. Un’operazione del genere però andava sperimentata su scala più piccola: un anno fa l’ha descritta sull’Oregonian il giornalista Les Zaitz, che per anni si è occupato del Rajneeshpuram.

In quei mesi, [i sannyasin] furono mandati a diffondere il batterio a The Dalles, la capitale della contea. Inizialmente speravano di infettare i funzionari pubblici per strada, ma poi cambiarono piano e presero di mira i comuni cittadini. Swami Krishna Deva, il sindaco del Rajneeshpuram, sparse il liquido sintetizzato da Puja nel bagno degli uomini al tribunale di The Dalles. Alma Peralta, conosciuta come Ma Dhyan Yogini, andò in città con una fiala nella borsa. Incrociò il comizio di un politico locale e si sedette ad ascoltarlo. Poi si versò il liquido della fiala sulle mani e strinse la mano a un anziano signore seduto accanto a lei. Poi riuscì ad entrare in un ospizio, ma il suo piano di contaminare il cibo fu rovinato da un inserviente sospettoso. Anche Sheela fece la sua parte: portò cinque-sei sannyasin, compresa Puja, in un supermercato di The Dalles. Arrivati sul posto, disse loro: «divertiamoci un po’».

Il piano non andò a buon fine, e Sheela e i suoi collaboratori decisero allora di prendere di mira i ristoranti di The Dalles. Ma Anand Puja girò vari ristoranti versando il liquido con la salmonella nei buffet delle insalate. Centinaia di persone furono contaminate e finirono al pronto soccorso con sintomi di nausea, diarrea e affaticamento. Ancora oggi qualcuno lo considera l’attacco batteriologico più ampio mai avvenuto negli Stati Uniti. Ai tempi però non c’erano prove per accusare i sannyasin, e un funzionario statale decise che la colpa era stata della scarsa igiene nelle cucine dei ristoranti.

Grazie a un’epidemia di salmonella, insomma, l’affluenza alle elezioni del 1984 poteva essere abbassata: ma i soli voti degli abitanti del Rajneeshpuram non erano ancora sufficienti ad assicurarsi la maggioranza. Sheela si inventò un altro piano: affittò dei pullman e mandò dei sannyasin in giro per le città americane a invitare i senzatetto ad unirsi al Rajneeshpuram. Sheela contava che le leggi molto morbide dell’Oregon consentissero di iscrivere nei registri elettorali i nuovi arrivati, ma con una procedura d’urgenza la contea impedì la registrazione. I senzatetto rimasero ad abitare con i sannyasin e ci furono parecchie difficoltà di integrazione: molti di loro avevano problemi di tossicodipendenza o malattie mentali, e per non creare troppi disagi dormivano in tende separate dalla comunità. Una sera in cui i sannyasin li videro particolarmente agitati, indissero un party e mischiarono del sonnifero nelle birre.

La situazione di Sheela era sempre più compromessa: il suo piano per vincere le elezioni era fallito, la comunità era sempre meno unita – anche per via dei nuovi arrivati – ma soprattutto Rajneesh aveva iniziato a circondarsi di gente molto diversa rispetto ai primi sannyasin. Molti del suo nuovo circolo ristretto erano benestanti signori statunitensi: la più visibile di loro, Francoise Ruddy, era l’ex moglie del produttore di Hollywood Albert S. Ruddy, che fra le altre cose aveva lavorato al Padrino.

Gli ultimi mesi di Sheela nel Rajneeshpuram furono molto difficili: a causa delle crescenti tensioni all’interno e all’esterno della comunità – dove all’indagine per abuso edilizio se ne era aggiunta un’altra per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – diventò sempre più sospettosa e paranoica. A un certo punto organizzò un piano per uccidere l’avvocato federale per l’Oregon, Charles Turner, e il procuratore generale Dave Frohnmayer, che stavano indagando su di loro. Infine, mandò una sua collaboratrice a uccidere il nuovo medico personale di Rajneesh, marito di Ruddy. Il tentativo fallì. Poco dopo Sheela radunò i suoi collaboratori e fuggì a bordo di un aereo. Era il maggio del 1985.

Il cerchio intorno a Rajneesh si strinse ancora di più. Un po’ a sorpresa, poco dopo la fuga di Sheela riprese a parlare e la accusò di tutte le macchinazioni degli ultimi anni. Poi, in una serie di discorsi, proclamò che la sua dottrina non doveva essere racchiusa in una religione e ordinò che fossero bruciati tutti i suoi libri che si trovavano nel Rajneeshpuram, circa cinquemila.

Il 23 ottobre 1985, una giuria federale accusò lui e altri leader della comunità di avere violato le leggi sull’immigrazione: fra le altre cose fu accusato di avere obbligato i sannyasin americani a sposare dei membri stranieri, per agevolare il loro soggiorno negli Stati Uniti. Il 28 ottobre Rajneesh e alcuni dei suoi collaboratori provarono a scappare su un aereo privato: sembra che fossero diretti alle Bermuda, uno dei rari paesi dove non sarebbe stata possibile l’estradizione. Poche ore dopo fu arrestato in North Carolina, dove l’aereo si era fermato per fare rifornimento. Nel giro di tre settimane in cui venne frequentemente trasferito da un carcere all’altro, Rajneesh patteggiò una sentenza di dieci anni – poi sospesa – e l’obbligo di non tornare negli Stati Uniti prima di cinque anni. Era tutto finito.

Rajneesh tornò in India e nel 1987 si stabilì definitivamente a Pune, dove riprese a parlare ogni giorno ai suoi discepoli. Fu in quegli anni che iniziò a farsi chiamare Osho, una parola di origine sanscrita che significa “maestro”. Morì nel 1990 a 58 anni, e fu sepolto a Pune. Sulla sua tomba si legge: «Osho / mai nato / mai morto / ha soltanto visitato il pianeta Terra fra l’11 dicembre 1931 e il 19 gennaio 1990».

Sheela fu condannata a 20 anni di carcere per vari crimini, ma è uscita da una prigione federale nel dicembre del 1988. Oggi vive in Svizzera, dove lavora in una comunità per disabili. Dopo essere tornato brevemente di proprietà dello stato, il terreno del Rajneeshpuram fu venduto al costruttore Dennis R. Washington, che nel 1996 lo ha donato all’organizzazione giovanile evangelica Young Life. Oggi si chiama Washington Family Ranch, e d’estate ospita campi per giovani.

Anziché diminuire, la fama di Osho è aumentata dopo la sua morte. Alcuni “centri di meditazione” seguono ancora la sua dottrina, anche in Italia. I libri con i suoi insegnamenti vendono ancora parecchio – in Italia li pubblica Mondadori – e una fondazione organizza corsi ed eventi legati alla dottrina sannyasin. Il Rajneeshpuram viene considerato una spiacevole parentesi nella sua storia personale.

 

fonte: https://www.ilpost.it/2018/04/19/osho-vera-storia/

Niente da fare, care donne – Il maschilismo negli uomini è un carattere dominante, ce l’hanno nel DNA. La conferma arriva dalla scienza

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Niente da fare, care donne – Il maschilismo negli uomini è un carattere dominante, ce l’hanno nel DNA. La conferma arriva dalla scienza

Il maschilismo negli uomini è dominante. La conferma arriva dalla scienza

Chi oggi parla di maschilismo deve fare i conti con coloro che lo incolperanno di affrontare un argomento poco rilevante e superato, di vivere nel passato visto che oggi c’è la parità, ecc.

Uno studio italiano, pubblicato sulla rivista scientifica “Neuroimage”, condotto presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, conferma, invece, che il maschilismo è tutt’altro che scomparso, anzi, è vivo è vegeto. Le donne lo sanno bene e lo ripetono da sempre. Gli scienziati hanno scoperto che, nei maschi, c’è una forte tendenza ad associare il sesso maschile a nozioni legate alla forza, quali potere, autorità, successo, prestigio. Per contro, sempre gli uomini, sono portati ad associare il sesso femminile a nozioni di debolezza, fragilità, indecisione, passività, sottomissione.

Maschilisti lo sono dunque anche quelli che sostengono di non esserlo, anche coloro che si dicono progressisti e liberali, di ampie vedute e rispettosi delle potenzialità della donna. Semplicemente lo nascondono. In modo più o meno consapevole, mettono in azione un particolare interruttore del cervello che maschera tutto il loro maschilismo e le loro convinzioni che quasi tutto sia “cose da uomini”. Se questo interruttore viene inibito, persino un giovane, istruito, moderno e di ampie vedute, finisce col credere al cliché del “il potere è soltanto degli uomini”.

Far capire alla gente cos’è il maschilismo è una delle cose più difficili che esistano. Il maschilismo è un po’ come l’arte: qualcosa di indefinibile che suscita emozioni forti (con conseguenze ovviamente molto diverse dall’arte). Qualcosa di talmente difficile da distinguere e denunciare, che le donne in genere tendono a interiorizzarlo ed a convicersi che sì, in fondo gli uomini sono migliori, hanno le loro ragioni per fare quello che fanno, bisogna giustificarli.

Molte, però, sono le donne coraggiose, che non si piegano alla rassegnazione, che, giorno dopo giorno, combattono piccole e grandi battaglie contro quel maschilismo “nascosto”, contro le piccole e grandi prepotenze e i soprusi taciti o manifesti, in casa e in società, per ottenere i diritti che andrebbero riconosciuti non solo alle donne ma ad ogni essere umano in quanto tale.

Ammesso, però, che questa possibilità alle donne sarà concesso per davvero e non continueremo a prenderle in giro con le quote rose, le pari opportunità e tutti gli escamotage che la genialità dell’uomo è capace di inventare per tenere le donne in condizione di sottomissione.

fonte: http://blog.libero.it/wp/blogditribunalibera/2018/03/20/maschilismo-vivo-pensa-solo-al-potere-la-conferma-arriva-dalla-scienza/

Appello degli scienziati: «Scendere dalla giostra dei pesticidi»

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Appello degli scienziati: «Scendere dalla giostra dei pesticidi»

Un gruppo di scienziati lancia un appello agli Stati membri dell’Unione Europea e invoca il divieto permanente per i pesticidi più usati al mondo, i neonicotinoidi. “È un’occasione decisiva per proteggere le api, i nostri figli e i campi coltivati, e ripensare l’intero sistema di produzione del cibo”, scrivono.

Riportiamo il testo dell’appello.

«Abbiamo bisogno delle api. Circa un terzo delle nostre riserve di cibo sparirebbe senza il lavoro di api domestiche e selvatiche e di altri impollinatori. Non è esagerato dire che questi insetti sono di importanza vitale, sia per gli ecosistemi naturali che per la nostra stessa sopravvivenza.

Molti governi sostengono che gli attuali standard di protezione degli impollinatori siano sufficienti. Ma in qualità di scienziati che hanno dedicato decenni di studio ai delicati equilibri che esistono tra insetti, ambiente, e coltivazioni da cui tutti dipendiamo, ci permettiamo di dissentire.

Molte specie selvatiche hanno già subito un enorme declino, mentre altre si sono addirittura completamente estinte. Anche se i motivi di questo declino sono complessi, come la perdita degli habitat e la diffusione di malattie non native, l’esposizione ai pesticidi è emersa come una probabile causa determinante. In particolare, esiste ormai una sempre più consistente letteratura scientifica sugli insetticidi neonicotinoidi, che suggerisce come questi abbiano una serie di effetti nocivi sulle api, causandone la morte, la perdita delle capacità di orientamento, la ridotta fertilità e la compromissione del sistema immunitario.

Come conseguenza del sempre più evidente collegamento tra neonicotinoidi e declino delle api, nel 2012 la Commissione Europea ha richiesto una revisione degli studi disponibili. Pubblicata nel gennaio 2013, questa revisione ha concluso che i 3 neonicotinoidi più usati al mondo (imidacloprid, thiamethoxam and clothianidin) rappresentano un “rischio inaccettabile” per le api. La Commissione ha quindi proposto un bando all’uso di questi 3 composti sulle colture in fiore che attirano le api. Nonostante la grande pressione dei produttori di pesticidi, che teorizzavano una grande perdita di raccolti se il divieto fosse stato approvato, il divieto parziale è entrato in vigore nel dicembre 2013. A livello europeo, questo divieto sembra non aver avuto alcun impatto sui raccolti.

Da allora, le prove sulla minaccia portata da questi pesticidi alle api non hanno fatto che aumentare. Un nuovo rapporto dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha appena confermato, di nuovo, che la quasi totalità degli usi correnti dei neonicotinoidi mette in serio pericolo le api.

Pubblicato il mese scorso, dopo aver esaminato in 2 anni oltre 1500 studi da tutto il mondo, le valutazioni dettagliate di 588 esperimenti scientifici e l’impatto su varie specie di api, il rapporto ha confermato la nocività dei neonicotinoidi per le api, sia domestiche che selvatiche, una conclusione in linea con una serie di altre analisi pubblicate da scienziati indipendenti nell’ultimo anno e con il rapporto del 2015 della European Academy of Science Advisory Council (EASAC). È ormai chiaro che i neonicotinoidi usati sui campi in fiore non solo mettono in pericolo le api, ma rimangono nel suolo dopo il raccolto anche a lungo, contaminando il successivo ciclo di coltivazione e le piante selvatiche ai margini dei campi.

Questo rapporto va sicuramente a sostenere la richiesta di maggiori restrizioni sull’uso dei neonicotinoidi in tutta Europa — e non solo. Gli stati membri dell’UE, gli USA, il Canada, che stanno tutti riconsiderando come gestire questi pesticidi, hanno ora la responsabilità di ridurne l’uso. Inoltre, ci sembra utile sottolineare come sia necessario anche un ripensamento generale dei metodi di coltivazione stessi.

Sono 60 anni che continuiamo a girare sulla giostra dei pesticidi: generazioni dopo generazioni di prodotti chimici vengono messi in commercio per essere vietati 10 o 20 anni dopo, quando emergono i danni ambientali da essi causati. Ogni volta vengono sostituiti con qualcosa di nuovo, e ogni nuova sostanza porta nuovi problemi e imprevisti. Considerata l’intelligenza della nostra specie, è straordinario come noi esseri umani riusciamo a ripetere sempre gli stessi errori.

Un’analisi recente delle riserve naturali in Germania ha riscontrato un calo del 76% nella biomassa degli insetti volanti nei 27 anni precedenti al 2016. Potrebbe essere una coincidenza, ma questo periodo coincide quasi del tutto con l’adozione dei neonicotinoidi da parte degli agricoltori (il cui uso è in aumento costante dal 1994), ma più in generale non può più esserci alcun dubbio che inondare le campagne di pesticidi abbia un ruolo chiave nel declino di questi insetti. Se perdiamo gli insetti, non perdiamo solo gli impollinatori, ma anche l’alimento principale di innumerevoli specie di uccelli, pipistrelli, rettili, pesci e anfibi. L’ecosistema della Terra collasserebbe. È certamente arrivata l’ora di scendere dalla giostra dei pesticidi e di e sviluppare metodi sostenibili per dar da mangiare al mondo. Servono restrizioni globali sull’uso dei neonicotinoidi, subito, e dobbiamo anche assicurarci che non siano semplicemente sostituiti con qualcosa di ugualmente pericoloso.

Non serve guardare lontano per trovare le alternative. Uno studio pubblicato il mese scorso dimostra che è possibile controllare i parassiti in modo integrato salvaguardando sia l’ambiente che i risparmi degli agricoltori. In molte fattorie convenzionali si coltiva già con successo senza neonicotinoidi. E l’agricoltura biologica ha una resa media dell’80%: con una piccola riduzione degli sprechi di cibo (attualmente intorno al 35%) e del consumo di carne rossa, potrebbe facilmente sfamare il mondo intero. L’agroforestazione su piccola scala e i sistemi di permacoltura offrono rese addirittura maggiori dell’agricoltura convenzionale. Per produrre il cibo di cui abbiamo bisogno, ci sono modi molto migliori invece di continuare con gigantesche monocolture da spruzzare costantemente con varie miscele di pesticidi.

Firmatari:

Prof Dave Goulson, School of Life Sciences, University of Sussex, Brighton, Regno Unito

Prof Dr Randolf Menzel, Department Biologie, Freie Universität Berlin, Berlino, Germania

Dr.ssa Cristina Botías, Departamento de Ecología Integrativa, Estación Biológica de Doñana, Siviglia, Spagna

Dr Christopher N Connolly, Associate Director of CECHR, School of Medicine, University of Dundee, Dundee, Regno Unito

Prof. Dr. J. Wolfgang Wägele, Director, Zoologisches Forschungsmuseum Alexander Koenig, Leibniz-Institut für Biodiversität der Tiere, Bonn, Germania

Prof. Dr. Jeroen P. van der Sluijs, Copernicus Institute for Sustainable Development, Utrecht University, Paesi Bassi, e University of Bergen, Norvegia

Prof. Dr. Hans de Kroon, Professor of Plant Ecology and Director Institute for Water and Wetland Research, Radboud University, Nimega, Paesi Bassi

Prof. Dr. Rien Aerst, Professor of Systems Ecology, Vrije Universiteit Amsterdam, Paesi Bassi

Prof. Dr. Frank Berendse, Emeritus Professor, Plant Ecology and Nature Conservation, Wageningen University, Paesi Bassi

Prof. Dr. ir. Paul Struik, Centre for Crop Systems Analysis, Wageningen University, Paesi Bassi

Dr. Simone Tosi, Division of Biological Sciences, Department of Ecology, Behavior, and Evolution, University of California San Diego, USA e Department of Agricultural and Food Science (DISTAL), Alma Mater Studiorum – University of Bologna, Italia

Prof. Stefano Maini, Prof. Giovanni Burgio, Dr Claudio Porrini, Dr Giovanni Giorgio Bazzocchi, Dr Fabrizio Santi, Dr Paolo Radeghieri, Department of Agricultural and Food Science (DISTAL), Alma Mater Studiorum – University of Bologna, Italia

di Terra Nuova

Fonte: http://www.terranuova.it/News/Agricoltura/Appello-degli-scienziati-Scendere-dalla-giostra-dei-pesticidi

Multinazionali e speculatori: chi governa davvero la nostra alimentazione!

 

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Multinazionali e speculatori: chi governa davvero la nostra alimentazione!

Alima ha appena dieci anni, sognava di diventare insegnante ma ora non va più nemmeno a scuola. La mattina si sveglia e percorre alcuni chilometri a piedi per raggiungere la piantagione di cacao. Passa tutta la giornata di fronte a grandi sacchi che deve riempire chicco dopo chicco e poi trascinare fino al magazzino. In mezzo alle piantagioni per 10 o 12 ore al giorno, respirando i residui nocivi degli antiparassitari chimici, trasportando sacchi che pesano quasi quanto lei.

Ma la storia di Alima non ha nulla di speciale, se non fosse che l’Unicef l’ha fatta conoscere al mondo rendendola protagonista di una campagna di denuncia contro il lavoro minorile. Nel suo paese, la Costa D’Avorio, ci sono 200mila altri bambini che vivono nelle stesse condizioni, forse di più. Alcuni di loro hanno appena cinque anni, molti sono nati lontano, in altri paesi poveri come Guinea, Sierra Leone, Mali o Burkina Faso. Le loro famiglie, rese disperate dalla povertà, li hanno affidati a uomini che promettevano di portarli verso una vita migliore oltre confine, ma poi li hanno venduti come schiavi ai latifondisti.

Alima e gli altri sono fantasmi della globalizzazione. Sono gli ultimi anelli di una catena di produzione che grazie al loro sfruttamento garantisce prodotti a basso prezzo a una piccola parte privilegiata del mondo.

Dai latifondisti il cacao viene venduto alle multinazionali dei prodotti a base di cioccolata. In cinque si spartiscono i tre quarti del mercato mondiale: Mars, Mondelez, Nestlé, Hershey’s e Ferrero. In seguito ad una campagna di denuncia internazionale alcune di queste corporation nel 2001 firmarono il protocollo internazionale Harkin-Engel, nel quale si impegnavano a contrastare il lavoro minorile e la schiavitù nelle piantagioni.

Da allora nulla è cambiato, se non una cosa. Le multinazionali non acquistano più il loro cacao direttamente dalle piantagioni, ma da un manipolo di grossisti che fungono da intermediari. Il prodotto gli costa un po’ di più ma questo passaggio permette loro di dichiararsi estranei a ciò che avviene sui campi, riversando la responsabilità sui grossisti locali. In questo modo la Nestlé si è difesa con successo da una denuncia dell’International Labor Rights Fund per sfruttamento del lavoro minorile. Del prezzo al quale paghiamo una barretta di cioccolato al supermercato meno del 7% viene destinato alle miserrime paghe dei lavoratori: tutto il resto se ne va in spese di trasporto e soprattutto in margini di guadagno per la multinazionale che confeziona il prodotto e per il distributore che lo vende al consumatore finale. Una filiera ingiusta che non riguarda solo il cacao, ma praticamente ogni prodotto della terra che dai paesi poveri viene esportato nei paesi industrializzati: banane, caffè, olio di palma, zucchero e molto altro. Un mercato che è ormai nelle mani di un oligopolio ristrettissimo di industrie che si spartiscono tutte le fette della torta.

Non sono mai stati così pochi i padroni del cibo. Il potere di decidere cosa e come finisce sulle nostre tavole si è concentrato nelle mani di un pugno di multinazionali che controllano la filiera alimentare mondiale, dalle sementi ai pesticidi, dalla trasformazione industriale alla distribuzionecommerciale. Il miliardo e mezzo di produttori agricoli mondiali sono stretti in una tenaglia da pochi grandi gruppi che dettano le regole di mercato. La perdita di potere contrattuale si traduce in difficoltà economiche e occupazionali per gli agricoltori a livello globale, ma l’elevata concentrazione mette a rischio anche la libertà di scelta dei consumatori e gli standard di qualità e sicurezza alimentare, oltre che la stessa sovranità alimentare dei vari Paesi. Non a caso la Fao ha lanciato l’allarme per la crescente uniformità delle colture mondiali che ha portato nell’ultimo secolo ad una perdita del 75 per cento della biodiversità vegetale e ha stimato il rischio dal qui al 2050 della perdita di un terzo delle specie oggi rimaste.

La filiera dei prodotti agricoli, dall’origine allo scaffale, può essere suddivisa in cinque fasi. Alla base della produzione troviamo le aziende che producono semi e quelle che producono pesticidi, due settori che – come vedremo – sono talmente intrecciati da risultare quasi indistinguibili. Il secondo anello è quello della coltivazione, tolti i piccoli produttori che coltivano per la propria famiglia o il mercato locale, nel mondo rimangono pochi milioni di imprese agricole che, pur essendo di grandi e a volte enormi dimensioni, sono in una posizione di forte dipendenza, sia nei confronti dei prezzi imposti dai produttori di semi e pesticidi, sia da quelli – sempre più bassi – ai quali il terzo anello, rappresentato dai grossisti, pretende di acquistare la materia prima. I grossisti infatti sono così pochi e così grandi da fungere spesso da acquirenti esclusivi nella loro zona di interesse, una posizione che gli permette di imporre alle aziende agricole cosa produrre e a quanto venderlo. Il prodotto arriva poi alle multinazionali dell’industria alimentare, che lavorano il prodotto finale e lo rivendono all’ultimo anello della filiera, quello dei supermercati, anch’essi racchiusi in pochi gruppi sempre più grandi, in grado di schiacciare ogni concorrenza.

 

Il mercato mondiale delle sementi vale 40 miliardi di dollari l’anno. Una cifra enorme, controllata al 60% da sole 5 aziende multinazionali: le americane Monsanto (26%), Du Pont (18,2%) e Dow (3,1%), la svizzera Syngenta (9,2%) e la tedesca Bayer (3,3%). Praticamente analogo il valore del mercato dei pesticidi, che si è attestato nel 2015 a 41 miliardi di dollari, ed è allo stesso modo controllato per il 64 % da cinque corporation.

Ma le analogie non finiscono qui, infatti le multinazionali che gestiscono questo mercato sono esattamente le stesse che producono i semi, cambiano solo le rispettive quote di mercato, con Syngenta (23,1%) davanti a Bayer (17,1%), Dow (9,6%), Monsanto (7,4%) e Du Pont (6,6%). Eppure ad una prima analisi le produzioni di semi e pesticidi chimici non sembrerebbero settori così correlati, visto che richiedono strumentazioni e conoscenze scientifiche profondamente diverse. A cosa è dovuta quindi questa “coincidenza”? In realtà la distinzione regge nell’agricoltura tradizionale, ma se si utilizzano semi geneticamente modificati le cose cambiano. I semi OGM possiedono un patrimonio genetico alterato in laboratorio allo scopo di ottenere caratteristiche non presenti in natura e necessitano di prodotti standard per essere fertilizzati e protetti dai parassiti.

Ad esempio i semi geneticamente modificati di soia prodotti dalla Monsanto massimizzano la propria resa solo se trattati con l’erbicida Roundup, prodotto dalla stessa azienda americana. Questo consente alle multinazionali di imporre ai coltivatori un pacchetto completo che ne raddoppia i guadagni. Il mercato dei semi OGM rappresenta ormai oltre 1/3 del totale, attestandosi a 15 miliardi di dollari.

Nel mondo un ettaro su otto è coltivato tramite semi geneticamente modificati, con punte impressionanti in Argentina (dove l’80% delle terre agricole sono oggi occupate da coltivazioni OGM), Brasile (71% del totale) e Usa (42% del totale). Passando alle colture, quelle maggiormente coltivate a partire da semi OGM sono la soia (il 74% del totale è geneticamente modificato), il cotone (70%), il mais (32%) e la colza (24%). Oltre la retorica della massimizzazione della resa dei terreni per far fronte alla crescente necessità di cibo nel mondo, l’introduzione delle colture geneticamente modificate per le multinazionali ha rappresentato innanzitutto una cosa: la possibilità di moltiplicare i profitti attraverso la vendita garantita dei pesticidi correlati al seme.

E come sempre accade i profitti di queste multinazionali comportano peggioramenti nelle condizioni di vita delle popolazioni e rischi per la salute e l’ambiente. Venti organizzazioni internazionali hanno presentato un rapporto intitolato “L’imperatore OGM è nudo”, nel quale si dimostra come queste colture necessitino ogni anno di maggiori quantità di pesticidi, vista la naturale caratteristica degli insetti “infestanti” ad evolversi rapidamente aumentando la resistenza alle sostanze chimiche irrorate. Un adattamento ovvio (lo stesso avviene ad esempio nei batteri che si evolvono in nuove varietà resistenti agli antibiotici), evidentemente preso in considerazione e quindi desiderato dalle stesse aziende produttrici, che comporta livelli di inquinamento chimicospaventoso nei campi, e quindi nei cibi che arrivano sulle nostre tavole, oltre a spese sempre maggiori per gli agricoltori che ne coltivano le varietà. Talvolta con conseguenze drammatiche come dimostra il caso dell’India, dove negli ultimi anni si sono registrate numerose proteste – e purtroppo anche diversi casi di suicidi – da parte dei coltivatori di cotone economicamente strozzati dai costi per i prodotti Monsanto.

La logica che regola gli altri anelli della filiera del cibo segue le stesse dinamiche, in un gioco sempre uguale all’interno del quale cambiano solo, e neanche sempre, i nomi dei protagonisti. Un ristretto oligopolio di multinazionali, che ogni anno continuano ad allargarsi con nuove acquisizioni, domina i mercati dei prodotti trasformati. Cinque grandi torrefattori, guidati dalla Nestlé, si spartiscono la metà del mercato del caffè. Lo stesso avviene ad esempio nel mercato delle banane (con Chiquita e Del Monte a recitare la parte del leone) e anche nel mercato forse più assurdo di tutti, quello dell’acqua in bottiglia, con sette aziende che si accaparrano i due terzi del mercato, guidate dall’onnipresente Nestlé, dalla Danone e dalla Coca-Cola. Le multinazionali che abbiamo elencato dominano soprattutto i terreni e i mercati delle Americhe e dell’Asia, ma anche in Europa le dinamiche sono essenzialmente le stesse. Ovunque i terreni coltivabili stanno tornando a concentrarsi nelle mani di pochi latifondisti.

In Italia il 3% dei proprietari dispone del 50% dei terreni destinati all’agricoltura. Sono gli stessi terreni sui quali troviamo i moderni schiavi migranti chinati mentre, per tre o quattro euro all’ora, raccolgono i pomodori che domani andremo a comprare nei supermercati.

Sul cibo non ci guadagna solo chi è protagonista della filiera produttiva. Pochi decenni di globalizzazione liberista sono stati sufficienti per trasformare i principali frutti della terra in entità immateriali che si possono scambiare in astratto, come fossero azioni di borsa o bitcoin. Sul cibo oggi si possono guadagnare montagne di soldi anche tramite le speculazioni, ovvero scommettendo sulle variazioni dei prezzi. I fondi di investimento acquistano e rivendono tonnellate di grano, riso, orzo, caffè, mais o cacao solo per guadagnare sulle fluttuazioni del loro valore. Una dinamica che talvolta provoca vere e proprie bolle speculative capaci di incidere sulle condizioni di vita di milioni di persone. Nel 2008 le speculazioni sul mercato dei cereali provocarono un aumento repentino dei prezzi del pane che in molti paesi poveri fece aumentare sensibilmente il numero degli affamati. Per farsi un’idea della grandezza raggiunta dal fenomeno può bastare sapere che lo scorso anno il valore dei contratti di caffè stipulati a scopo speculativo (cioè senza scambio reale di materia prima) è stato di 784 miliardi di dollari, ben 34 volte superiore agli scambi reali a scopo commerciale, che si sono attestati a 28 miliardi.

Da qualunque angolatura si voglia osservare il mercato alimentare, è evidente che ci troviamo di fronte ad un gioco sfuggito completamente di mano.

Chi governa il mercato è perfettamente consapevole che i cittadini non sono disposti a vedere il cibo come una semplice merce perché sono consapevoli che l’alimentazione è strettamente connessa alla salute e al benessere. Per questo le multinazionali riversano enormi somme nelle pubblicità. Servono a farci credere che al supermercato troveremo prodotti sani e genuini, come se fossero prodotti da noi stessi. In una narrazione falsa eppure potentissima ci mostrano l’allegra vita dei contadini intenti a mietere il grano, mentre la famiglia felice che vive nel mulino di campagna prepara ottimi biscotti e la mucca Lola custodisce il latte per la nostra tavola. Niente di più lontano dalla realtà. Il cibo naturale non viene prodotto da nessuno di questi marchi e difficilmente si trova nei supermercati delle grandi catene della distribuzione.

Autore: 

Giornalista professionista, vive a Bologna dove lavora insieme al gruppo media indipendente SMK Videofactory. Ha scritto e realizzato video-inchieste per Il Corriere della Sera, La Repubblica, Altreconomia ed altri. Come documentarista ha realizzato le inchieste “Kosovo vs Kosovo” e “Quale Petrolio?”. E’ caporedattore web di Dolce Vita Magazine.

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/multinazionali-e-speculatori-chi-governa-davvero-la-nostra-alimentazione/

La caccia alle streghe di Big Pharma. L’inquisizione che difende il sacro diritto al business delle Multinazionali dei farmaci fa una nuova vittima: Il medico no-vax Gabriella Maria Lesmo radiato dall’albo!

 

Big Pharma

 

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La caccia alle streghe di Big Pharma. L’inquisizione che difende il sacro diritto al business delle Multinazionali dei farmaci fa una nuova vittima: Il medico no-vax Gabriella Maria Lesmo radiato dall’albo!

Non entriamo, come già da tempo abbiamo deciso di fare, nella battaglia tra no-vax e pro-vax… Ciò perchè abbiamo ormai potuto costatare che i primi hanno le idee molto, forse troppo confuse, mentre ai secondi non glie ne frega niente della salute della gente, ma hanno come unico Dio il business…

Riportiamo questo articolo solo per sottolineare come sia ormai nata una vera e propria “inquisizione contro i dissenzienti della sacra medicina del Dio denaro!

Insomma i pro-vax stanno vincendo la battaglia. Ma non convincendo la Gente, ma solo grazie ad atti di forza e prepotenza.

BigPharma a caccia di dissenzienti

Un altro medico no-vax radiato dall’Ordine di Milano. Dopo Dario Miedico, l’Omceo guidato da Roberto Carlo Rossi ha radiato anche Gabriella Maria Lesmo, nota per le sue posizioni molto critiche sui vaccini. Specializzata in anestesiologia, rianimazione e pediatria, iscritta all’Albo dei medici di Milano ma da tempo attiva in Svizzera, a Bellinzona, Lesmo era coinvolta in un procedimento avviato dall’Ordine «dopo l’arrivo dei primi esposti un anno e mezzo fa», conferma Rossi. Le motivazioni della radiazione non sono note «dal momento che devono ancora essere depositate. Inoltre la Lesmo può far ricorso in Cceps (Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie) e in Cassazione, dunque ci riserviamo un intervento al termine della procedura», dice Rossi. Intanto Lesmo su Facebook annuncia in un post l’intenzione di fare ricorso. Soddisfazione per la decisione da Roberto Burioni, ordinario di Microbiologia e Virologia e direttore della Scuola di specializzazione presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, da tempo impegnato sui social contro le fake news sui vaccini. «Buone notizie – twitta – un altro passo avanti verso la civiltà».

«Nessuno può impedirmi di essere un medico né di continuare a curare, guarire, consolare tutti coloro che me lo chiederanno». Con queste parole Gabriella Maria Lesmo, dottoressa nota per le sue posizioni molto critiche sui vaccini, annuncia in un post su Facebook l’intenzione di presentare ricorso contro la radiazione disposta dall’Ordine dei medici di Milano. «Un caldo ringraziamento e infinita riconoscenza a tutti coloro che da molti mesi impegnano tempo e pensieri per supportarmi – scrive – e ai tantissimi che in questi ultimi giorni mi hanno difeso e, in queste ore, consolato. Punire la libertà di esprimere liberamente le proprie opinioni su farmaci in contesti pubblici ed impedire la libertà di giudizio ai medici è indegna di un paese democratico e civile», sostiene Lesmo. «Privare del permesso di lavoro una professionista che per più di 38 anni ha esercitato in contesti pubblici e privati senza una sbavatura, per di più madre vedova di un ragazzo disabile per causa iatrogena, qualifica chi lo ha fatto. Mi difenderò nelle sedi opportune – promette Lesmo – senza coltivare rabbia o rancore, ma non farò sconti a nessuno. Nessuno può impedirmi di essere un medico né di continuare a curare, guarire, consolare tutti coloro che me lo chiederanno», conclude. Un post cui seguono molti attestati di solidarietà.

tratto da: Il Gazzettino