Nestlé ammette: “Non possiamo garantire assenza di lavoro minorile per il nostro cacao” …e se ammettono questo, figuratevi un po’ cosa c’è dietro…!

Nestlé

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Nestlé ammette: “Non possiamo garantire assenza di lavoro minorile per il nostro cacao” …e se ammettono questo, figuratevi un po’ cosa c’è dietro…!

 

“Non è possibile garantire che il 100% del cacao di Nestlé non è stato prodotto con lavoro minorile“. A dirlo è il direttore degli affari pubblici della multinazionale Usa, Christian Frutiger. In occasione della presentazione del rapporto “Affrontare il lavoro minorile”, il responsabile della Nestlé ha dichiarato a ConfectioneryNews che il sistema di prevenzione del lavoro infantile di Nestlé nel suo piano di cacao coprirà circa la metà dell’offerta dell’azienda entro il 2020, ma il pieno raggiungimento non sarà mai possibile.

Il 70% dei fornitori senza monitoraggio

Secondo la multinazionale, il sistema di monitoraggio del lavoro minorile (CLMRS) che ha adottato in una parte della sua catena di approvvigionamento di cacao in Costa d’Avorio e Ghana dal 2012 sta riducendo gli incidenti di lavoro minorile del 51%, per cui il colosso alimentare ha subito anche una class action nel 2015Nestlé ha scoperto circa 7.000 bambini impegnati nelle peggiori forme di lavoro minorile dopo l’inizio del monitoraggio, la maggior parte dei quali ora sono fuori dal lavoro di cacao. Eppure quasi il 70% dei volumi di cacao di Nestlé non dispone del sistema CLMRS. Il sistema di prevenzione si basa su circa 1.200 funzionari di collegamento comunitari, che rilevano incidenti di lavoro minorile e riportano all’International Cocoa Initiative (ICI) il partner delle Ong. “Il 100% delle aziende – spiega Frutiger – probabilmente non sarà mai coperto dal sistema di monitoraggio, ma è un percorso continuo. Stiamo lavorando per arrivare fino al 50% e continuare il viaggio verso il 100%”.

“Ci possono essere casi di lavoro minorile”

Nel 2011, Nestlé ha commissionato alla Fair Labour Association di riesaminare la propria catena di approvvigionamento di cacao e sviluppare ulteriormente l’CLMRS in base alle sue raccomandazioni. Ma Frutiger ammette: “Non possiamo aver capito pienamente la completa complessità della questione del lavoro minorile” prima che la relazione venisse commissionata. Il dirigente Nestlé ha aggiunto: “Non possiediamo aziende agricole, perciò la prima cosa che abbiamo dovuto fare è accorciare la filiera di approvvigionamento” per rendere più facili i controlli. Non basta, secondo le stesse parole Di Frutiger: “Non c’è mai la garanzia del 100% che non esista il lavoro minorile … ci possono essere casi di lavoro minorile. Il lavoro minorile è un fenomeno di povertà e questo fenomeno ha bisogno di un approccio multiplo”. Anche se il problema del lavoro minorile nella catena di approvvigionamento di cacao è conosciuto da decenni, si stimano ancora due milioni di bambini che lavorano nelle aziende di cacao in Costa d’Avorio e in Ghana.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/19/nestle-non-possiamo-garantire-assenza-di-lavoro-minorile-per-il-nostro-cacao/27229/

Cosa succede se pochi giganti controllano il nostro cibo?

 

cibo

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Cosa succede se pochi giganti controllano il nostro cibo?

Il potere sui sistemi di produzione del cibo si sta concentrando in poche mani, con effetti potenzialmente disastrosi sugli agricoltori e i consumatori

Esperti preoccupati per le maxi-fusioni nel sistema del cibo

 

(Rinnovabili.it) – Se le maxi fusioni tra giganti dell’agroindustria e della chimica proseguiranno con questo ritmo, l’accumulo di potere sulle modalità di produzione del cibo sul pianeta aumenterà al punto da causare gravi danni all’agricoltura e agli agricoltori. Lo afferma il nuovo rapporto dell’iPES, il panel internazionale di esperti sulla sostenibilità dei sistemi alimentari, presieduto dall’ex relatore speciale dell’ONU sul diritto al cibo, Olivier de Schutter.

Il dossier mette sotto la lente l’oligarchia delle grandi multinazionali agroalimentari e prova a tracciare degli scenari partendo dagli impatti dei grandi movimenti di capitale che stanno portando all’aggregazione di soggetti già leader del mercato. In questa partita, spiegano gli esperti dell’iPES, le piccole e medie imprese di coltivatori rischiano di dover far fronte a costi crescenti, che porteranno ad un aumento del prezzo finale anche per i consumatori.

Le grandi manovre dei colossi agrochimici sono iniziate nel 2015: dalla fusione da 130 miliardi di dollari tra Dow e DuPont all’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer per 66 miliardi, fino al buyout da 43 miliardi di Syngenta operato da ChemChina, che ora pianifica una fusione con Sinochem nel 2018. Assistiamo ad una concentrazione senza precedenti nei settori delle sementi, dei fertilizzanti, della genetica animale e dei macchinari agricoli, con la nascita di player sempre più grandi e capaci di controllare i passaggi strategici di filiera: la logistica, la trasformazione e la vendita al dettaglio.

Questo consolidamento produce effetti negativi sul settore primario. Oggi, su 570 milioni di aziende agricole, il 70% è di piccola e media scala. Rendere i piccoli produttori sempre più dipendenti da una manciata di fornitori e acquirenti porta a una compressione dei loro redditi e li costringe a cambiare le modalità di produzione. Chi coltiva il nostro cibo sarà indotto ad investire sulle colture richieste dal mercato internazionale, che erodono la sicurezza alimentare a livello locale. Tutto perché l’unica speranza di accedere al mercato passa ormai per le grandi imprese, che adottano una strategia intelligente: non si assumono i rischi della produzione, ma si limitano a stipulare contratti-capestro con gli agricoltori, scaricando su di loro i rischi e negoziano i prezzi da una posizione di forza, poiché controllano gli snodi chiave della catena produttiva. Le fusioni degli ultimi anni consentiranno ai big di riunire i rispettivi capitali economici e politici, rafforzandone la capacità di influenzare il processo decisionale a livello nazionale e internazionale.

«Stiamo camminando su un terreno inesplorato – ha avvisato Pat Mooney, primo autore del rapporto – Se le offerte sul tavolo andranno a buon fine, tre aziende controlleranno oltre il 60% del mercato mondiale delle sementi. Gli agricoltori dovranno affrontare un aumento dei prezzi per i semi tra l’1,5 e il 5,5%». Le stesse tre sorelle avranno il dominio del 70% dell’industria agrochimica e del 75% del mercato dei pesticidi.

Le fusioni avranno l’effetto di accelerare un processo di integrazione verticale già in atto lungo tutta la filiera, arrivando fino ai supermercati. Viste le prospettive – spiega il rapporto – le imprese dominanti sono diventate troppo grandi per alimentare l’umanità in modo sostenibile, troppo grandi per operare in condizioni eque con gli altri attori della filiera e troppo grandi per aprirsi all’innovazione. Piuttosto che guidare i sistemi alimentari verso la sostenibilità, questo meccanismo rafforza solo la logica del modello agroindustriale, causando degrado ambientale e declino economico e sociale.

fonte: http://www.rinnovabili.it/alimentazione/pochi-giganti-controllano-cibo-333/

 

 

 

TI HANNO CONVINTO CHE SEI MALATO, così potrai comprare – pagando profumatamente – le loro medicine! E mentre TU ti avveleni e crepi, loro si arricchiscono!

 

medicine

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

TI HANNO CONVINTO CHE SEI MALATO, così potrai comprare – pagando profumatamente – le loro medicine! E mentre TU ti avveleni e crepi, loro si arricchiscono!

 

Una storia di truffe… Psicofarmaci. E’ la storia di farmaci che rappresentano un grosso affare e che alimentano un’industria psichiatrica da 330 miliardi di dollari, senza una sola cura. Il costo in termini di vite umane è persino più grande: questi farmaci uccidono circa 42.000 persone ogni anno. Il numero dei decessi è in continuo aumento.

 

Una storia di truffe… Psicofarmaci. E’ la storia di farmaci che rappresentano un grosso affare e che alimentano un’industria psichiatrica da 330 miliardi di dollari, senza una sola cura. Il costo in termini di vite umane è persino più grande: questi farmaci uccidono circa 42.000 persone ogni anno. Il numero dei decessi è in continuo aumento.

Con più di 175 interviste ad avvocati, esperti della salute mentale, familiari delle vittime e gli stessi sopravvissuti, questo documentario smaschera la somministrazione di psicofarmaci e rivela una brutale ma ben fortificata macchina fabbrica soldi.

 

Qualche commento al video;

paultor8
gli psichiatri sono tutti dei pagliacci come anche gli psicologi… prescrivono psicofarmaci come se te o il tuo corpo avesse qualcosa che non va quando in realtà te e il tuo corpo state reagendo a qualcosa che è successo in un certo modo… in questo modo non si cura niente, è come mettere una pezza sopra la ferita, bisogna essere consapevoli di ciò che è accaduto, già la consapevolezza libera e poi capire come comportarsi rispetto ai disturbi sviluppatisi in seguito a queste situazioni, ma dare dei farmaci per far finire il problema mi sembra una barzelletta…
Rispondi · 2
Alessio Licchetta
io mi reputo una persona sana ma ho conosciuto tanta gente che fa uso di psicofarmaci. Un giorno per curiosità lessi il foglietto illustrativo di un farmaco antidepressivo se nn ricordo male si chiama tavor……bè ragazzi vi dico solo che il mondo fa la guerra alla marijuana ma poi vende legalmente le droghe piu pericolose del pianeta come farmaci. SE C’E’ QUALCUNO CHE SOFFRE DI DEPRESSIONE CHE STA LEGGENDO SAPPIA CHE LA DEPRESSIONE E’ UNA MALATTIA INVENTATA DI SANA PIANTA.

Alex King
@shadomax68 Comunque qui in primis si mette in risalto il fatto che la psichiatria non è una scienza è non può essere misurata con metodo scientifico ! Questo è un dato di fatto ! Non una campana ! (come tu cerchi di insinuare) ! Vedere poi un mercato messo in piedi (330 miliardi di dollari) che se non è basato sulla scienza e quindi metodo scientifico è pura stregoneria (quindi truffa) è molto preoccupante ! Considerando gli effetti devastanti che hanno sulle persone … Questo è Satanismo

Fonte: altrarealta.blogspot.it

Tratto da: lastella via sapereeundovere.it

Gli studi di 2 università Inglesi contestano 48 farmaci antitumorali regolarmente approvati dall’Agenzia Europea del Farmaco: pochi o nulli i benefici in termini di sopravvivenza e qualità di vita! Chi lucra sulla nostra pelle?

farmaci

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Gli studi di 2 università Inglesi contestano 48 farmaci antitumorali regolarmente approvati dall’Agenzia Europea del Farmaco: pochi o nulli i benefici in termini di sopravvivenza e qualità di vita! Chi lucra sulla nostra pelle?

King’s College di Londra e della London School of Economics sul British Medical Journal – 48 farmaci anti-cancro, spesso costosi, approvati dall’Agenzia europea del farmaco: benefici in termini di sopravvivenza o qualità di vita pochi o nulli!!

Dall’ANSA:

Tumori, studio britannico mette in dubbio il beneficio di 48 farmaci

Esame su medicinali approvati dall’Ue dal 2009 al 2013

Pochi o nulli i benefici in termini di sopravvivenza o qualità di vita: è questo il giudizio con cui i ricercatori del King’s College di Londra e della London School of Economics bocciano, sul British Medical Journal, 48 farmaci anti-cancro, spesso costosi, approvati dall’Agenzia europea del farmaco (Ema) tra il 2009 e 2013. Dopo un periodo minimo di 3,3 anni dalla loro entrata sul mercato, non sarebbero dunque emersi dati evidenti sui benefici di questi farmaci. Nel periodo esaminato, l’Agenzia ha approvato l’uso di 48 farmaci per il cancro per 68 indicazioni. Di queste, 8 (pari al 12%) sono state approvate sulla base di uno studio a singolo braccio di trattamento (cioè pazienti trattati con un solo farmaco). Al momento dell’approvazione da parte dell’Ema, solo per 24 indicazioni su 68 (pari al 35%) era stato dimostrato un aumento significativo della sopravvivenza, con un aumento di 1-5,8 mesi (2,7 mesi in media), e solo per 7 (10%) un miglioramento nella qualità di vita. Delle 44 indicazioni su cui non era stato dimostrato un miglioramento al momento dell’autorizzazione, questo è emerso successivamente, nel periodo post-marketing, solo per 3 (7%) in termini di sopravvivenza e per 5 (11%) come qualità di vita. Quindi, delle 68 indicazioni approvate dall’Ema e dopo un periodo medio di follow-up di 5,4 anni, solo 35 (51%) hanno mostrato un significativo miglioramento nella sopravvivenza o qualità di vita, mentre per 33 (49%) è rimasto incerto.

fonte: https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2017/10/06/tumori-studio-britannico-mette-in-il-dubbio-il-beneficio-di-48-farmaci_a81155f4-894f-417c-861a-190529d057a6.html

Chiaramente non è difficile capite perchè costose porcherie del genere siano state approvate dall’UE. C’è qualcuno che deve mangiarci, deve lucrarci. Sciacalli sulla pelle di gente malata e dei loro familiari. Le lobby  hanno un solo dio: il denaro. E che la Gente crepi pure innazi al suo altare!

By Eles

 

Ecco il CETA voluto dall’Unione Europea, schiava delle Multinazionali: Gli italiani non mangeranno pasta con grano canadese? Il Canada chiederà i danni!

CETA

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Ecco il CETA voluto dall’Unione Europea, schiava delle Multinazionali: Gli italiani non mangeranno pasta con grano canadese? Il Canada chiederà i danni!

 

Sembra incredibile: con uno stratagemma degno dell’avvocato Azzeccagarbugli – a questo ormai è ridotta l’Unione Europea dell’euro e delle multinazionali – la Commissione Europea di Junker sta provando ad applicare il CETA calpestando le prerogative dei Parlamenti di ventisette Paesi europei! Saverio De Bonis, presidente di GranoSalus, ci racconta cosa stanno combinando a Bruxelles. Il 26 settembre il CETA al Senato. Prepariamoci a sputtanare a vita PD e Forza Italia 

Nel raccontare quello che sta succedendo non sappiamo se ridere o piangere. Abbiamo lasciato il CETA – il trattato commerciale tra Unione Europea e Canada approvato dal Parlamento Europeo (con il voto favorevole di PD e Forza Italia sul fronte italiano) – in sospeso. Ci avevano detto: adesso la parola passerà ai Parlamenti dei 27 Paesi europei: se verrà approvato da tutti i Parlamenti, così dicevano, si applicherà. Ma siccome i Parlamenti di alcuni Paesi europei non ne vogliono sapere di approvare il CETA (Francia e Belgio in testa), ecco la novità: uno stratagemma truffaldino per iniziare ad applicarlo in barba ai Parlamenti dei 27 Paesi della UE!

Ricordiamo che il CETA è un trattato internazionale voluto dalle multinazionali. Il ‘succo’ è il seguente: le multinazionali andranno a fare affari in Canada nel settore industriale, nei servizi e in altri settori. In cambio, però, i canadesi chiedono che i loro prodotti agricoli e agro-industriali (per esempio, i prosciutti) vengano acquistati dall’Unione Europea.

Tra i prodotti che i Paesi della UE debbono obbligatoriamente acquistare c’è il grano duro prodotto nelle aree fredde e umide del Canada. Si tratta di un grano duro fatto maturare artificialmente, con l’ausilio del glifosato (COME VI ABBIAMO RACCONTATO QUI). Un grano duro che non dovrebbe essere utilizzato nemmeno nella dieta degli animali perché pieno di contaminanti, segnatamente glifosato e micotossine DON (COME VI ABBIAMO RACCONTATO QUI).

Il CETA, come già ricordato, non piace ai governanti di tanti Paesi della UE. E non piace, soprattutto, ai cittadini europei. I francesi e i belgi, come già ricordato, sono contrari. In Italia, grazie a due partiti politici – PD e Forza Italia – il CETA dovrebbe essere approvato sia dalla Camera, sia dal Senato.

Il partito di Renzi e il partito di Berlusconi, come già ricordato, hanno già votato sì al Parlamento europeo. E si accingono a farlo anche in Italia. Il 26 settembre il CETA sarà al Senato – già incardinato dal solerte presidente Piero Grasso (il mancato candidato alla presidenza della Regione siciliana per il centrosinistra…) – per essere approvato. Poi toccherà a Montecitorio.

Ma il ruolo dell’Italia ‘tappetino’ degli ‘europeisti’ di Bruxelles potrebbe non bastare. Perché, come già detto, mezza Europa è fatta da Paesi con Parlamenti che il CETA non l’approveranno mai, pena rivolte popolari.

Ecco che la Commissione Europea presieduta da Jean-Claude Juncker ha aguzzato l’ingegno: applicare, grazie a un sotterfugio, il CETA, alla faccia dei Parlamenti dei 27 Paesi della UE e, quindi, della democrazia.

Per capire cosa stanno combinando a Bruxelles abbiamo chiesto ‘lumi’ a Saverio De Bonis, presidente di GranoSalus, l’associazione che raccoglie consumatori e produttori di grano duro del Sud Italia. GranoSalus, per la cronaca, conduce una battaglia (alla quale partecipa attivamente questo blog) in favore del grano duro del Sud Italia.

GranoSalus ha anche promosso le analisi su otto marche di past industriale italiana (QUI LE ANALISI SULLE OTTO MARCHE DI PASTA INDUSTRIALE PRODOTTA IN ITALIA).

Allora presidente De Bonis, che sta succedendo?

“Succede che nell’Unione Europea è a rischio da democrazia: il presidente della Commissione europea, Junker, vuole iniziare ad applicare il CETA senza aspettare i pronunciamento dei Parlamenti dei ventisette Paesi della UE”.

Ma se c’è l’impegno ad aspettare il pronunciamento dei Parlamenti dei ventisette Paesi ome fanno a ignorarlo?

“Vogliono aggirarlo”.

Come?

“Con una furbata. Utilizzando un pronunciamento della Corte di Giustizia Europea”.

La magistratura europea che sta provando a sdoganare gli OGM in Italia?

“Per l’appunto”.

E in che cosa consiste questa furbata?

“La Corte di Giustizia Europea si è pronunciata su un accordo commerciale tra UE e Singapore. Trattandosi di questioni commerciali – questa la sintesi – i giudici di questa magistratura europea hanno stabilito che non c’è bisogno di un passaggio parlamentare. Il presidente della Commissione Europea, Junker – un soggetto che nessuno ha eletto – sta provando, proditoriamente, ad applicarlo anche per il CETA”.

Certo che ce ne vuole di sfacciataggine! Milioni di persone, in Europa sono contro il CETA e la Commissione Europea prova ad applicarlo calpestando le prerogative di ventisette Parlamenti!

“Purtroppo è questa l’Unione Europea di oggi: un’Unione Europea prigioniera delle multinazionali. In tutto questo c’è anche una novità che definire incredibile è poco”.

Cioè?

“Ai canadesi la battaglia che si sta combattendo qui nel Sud Italia contro il loro grano duro non va proprio giù. E hanno fatto sapere che, nel caso in cui gli italiani si dovessero rifiutare di acquistare e mangiare la pasta prodotta con il loro grano duro, chiederanno i danni all’Italia”.

E’ uno scherzo, vero?

“No, purtroppo non è uno scherzo: è la verità”.

Quindi è un messaggio – di che genere lo lasciamo decidere ai nostri lettori – a GranoSalus e a tutti quelli che si battono contro il grano canadese che arriva in Italia con le navi, compresi I Nuovi Vespri…

“Praticamente sì. Stanno dicendo all’Unione Europea: fate tacere questi casinisti del Sud Italia che stanno scatenando un pandemonio. Insomma, per dirla in breve, ci vogliono mettere a tacere. Ma noi, ovviamente, continueremo la nostra battaglia. E siamo in buona compagnia: anche i francesi e i belgi non ne vogliono sapere del CETA”.ù

Quindi questo trattato internazionale può essere applicato solo con una forzatura antidemocratica?

“E’ nei fatti: come ho già detto, stanno provando ad applicarlo con un sotterfugio, con la creazione di una corsia preferenziale. Julker e i suoi amici dicono: intanto lo applichiamo in tutt’e ventisette i Paesi della UE con la scusa del pronunciamento della Corte di Giustizia Europea sul trattato commerciale con Singapore. Poi si vede”.

Passerà questa linea?

“Non lo so. Dipende da come reagiranno i cittadini. A me risulta che in Francia e in Belgio si preannunciano problemi. E anche in altri Paesi europei potrebbe essere così”.

E l’Italia?

“L’Italia, paradossalmente, potrebbe giocare un ruolo importante. Il 26 settembre, com’è noto, il Senato della Repubblica è chiamato a pronunciarsi sul CETA. Bene, se l’assemblea del Senato dovesse ‘bocciare’ questo accordo tra UE e Canada lancerebbe un messaggio a tutta l’Unione Europea per bloccare il CETA”.

Ma a noi risulta che PD e Forza Italia sono per l’approvazione del CETA.

“Anche a noi risulta così. E infatti dobbiamo gridarlo forte: PD e Forza Italia, se dovessero fare approvare il CETA al Senato, metterebbero a rischio la salute di milioni di cittadini italiani, soprattutto bambini, e creerebbero i presupposti per lo smantellamento del grano duro del Mezzogiorno d’Italia. E’ bene che queste cose i cittadini italiani li sappiano in tempo, se è vero che la primavera del prossimo anno di andrà a votare per le elezioni politiche nazionali”.

Se è per questo qui in in Sicilia si voterà alle elezioni regionali il prossimo 5 novembre.

“Meglio ancora. Avete la possibilità di informare i cittadini siciliani sui pericoli del CETA: pericoli che, come ho già sottolineato, riguardano la salute delle persone e il futuro di una Regione che, insieme con la Puglia, è la più importante Regione italiana per la produzione di grano duro”.

Questo lo stiamo facendo e continueremo a farlo. Quanto al Senato, conoscendo Piero Grasso, non escludiamo che il 26 settembre l’argomento CETA sparisca dall’ordine del giorno…

“Non credo proprio. Junker e la Commissione spingono affinché il Senato italiano approvi a tamburo battente il CETA”.

Se dovesse andare così, PD e Forza Italia si sputtanerebbero. Passerebbero come i partiti politici che hanno svenduto la democrazia. Sarebbe un suicidio elettorale: in Sicilia e poi alle elezioni politiche nazionali.

“Me ne rendo conto. Ma credo che Junker e la Commissione Europea abbiano bisogno del sì del Senato italiano per provare ad ammorbidire i Paesi europei contrari al CETA”.

L’Italia – attraverso l’accordo tra Renzi e Berlusconi – dovrebbe genuflettersi alla UE controllata dalle multinazionali.

“Praticamente sì”.

E gli altri Paesi europei contrari al CETA che faranno? Si adegueranno al ‘tappetinismo’ italiano?

“Mi auguro di no. I francesi e i belgi, per citare due casi, mi sembrano pronti allo scontro”.

P.S.

Non sappiamo come finirà il 26 settembre al Senato. I Nuovi Vespri si impegnano a pubblicare i nomi dei senatori che eventualmente voteranno sì al CETA. Nomi e cognomi di tutti i senatori pro-CETA, per invitare gli elettori a non votarli mai più.

Ovviamente, sarà l’ulteriore occasione per invitare i Siciliani a non votare PD e Forza Italia alle elezioni regionali del 5 novembre.     

Da: I Nuovi Vespri

La UE applica il CETA/ Gli italiani non mangeranno pasta con grano canadese? Il Canada chiederà i danni!

Il DIKTAT dell’Europa: “L’Italia non può vietare gli OGM” …E vedrete come i politici si caleranno le braghe svendendo, ancora una volta, la nostra salute per gli interessi delle Multinazionali!

OGM

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Il DIKTAT dell’Europa: “L’Italia non può vietare gli OGM” …E vedrete come i politici si caleranno le braghe svendendo, ancora una volta, la nostra salute per gli interessi delle Multinazionali!

Il DIKTAT dell’Europa di oggi: “L’Italia non può vietare gli OGM”

Gli Ogm in Italia si possono ancora vietare? A quanto pare no. La tanto sbandierata sovranità nazionale viene ancora una volta calpestata dalle decisioni di organismi comunitari non eletti. Ma gli italiani sono ancora fortemente contrari al biotech nel piatto…

Può un organo europeo calpestare la volontà di cittadini e governi nazionali? A quanto pare sì. La Corte di Giustizia europea ha infatti dichiarato illegittimo un decreto interministeriale del 2013, in cui si vietava la coltivazione di Ogm in Italia. In particolare, veniva messo al bando il mais Mon810, variante geneticamente modificata del cereale, di cui Monsanto detiene i copyright.

La sentenza dà ragione a Giorgio Fidenato, agricoltore friulano che aveva seminato la varietà di mais nei suoi campi, pur non ottenendo la necessaria autorizzazione. Ma per la Coldiretti il governo italiano ha tutto il diritto di vietare la coltivazione di ogm nel proprio territorio: lo dice anche una direttiva europea approvata nel 2015.

Ricostruiamo i contorni della vicenda.

Ogm in Italia: la vicenda Fidenato

Tutto comincia tra il 2009 e il 2010. Siamo in Friuli-Venezia Giulia, ad Arba per la precisione, in provincia di Pordenone. In due campi di sua proprietà, a Fanna e a Vivaro, Fidenato comincia a coltivare del mais transgenico, il Mon810. La coltivazione è autorizzata dall’Europa e dall’ Efsa (Autorità europea per la sicurezza). Anche se all’epoca non sono specificamente vietati, però, per gli Ogm in Italia vige un sistema autorizzativo particolare.

Il decreto legislativo 212 del 2001, infatti, impone una specifica autorizzazione per le coltivazioni geneticamente modificate. Lo stesso decreto prevede in caso di violazione, l’arresto fino a 6 mesi e una multa di importo massimo da 51.70 euro. Ma il coltivatore friulano ne fa quasi una battaglia di libertà e imperterrito continua a coltivare il Mon810. Tra l’altro, lo fa anche senza nessuna misura di tutela di contaminazione: gli ogm infestano tranquillamente anche i campi circostanti (come vedremo).

A dare per prima l’allarme, è stata Greenpeace. Poco dopo le prime semine, la ong segnala il comportamento di Fidenato agli organi competenti, che però non intervengono tempestivamente. A quel punto, 23 attivisti dell’associazione decidono di entrare nei campi dell’agricoltore, tagliando, isolando e mettendo in sicurezza la parte superiore delle piante geneticamente modificate. Sono le “punte” infatti a produrre il polline che si sarebbe diffuso di lì a poco anche negli altri terreni confinanti.

A questo punto interviene l’autorità giudiziaria. I campi vengono posti sotto sequestro e Fidenato condannato a 25mila euro di multa dal gip di Pordenone. Decisione a cui l’agricoltore si opporrà: nel febbraio 2011 comincia il primo processo sulla vicenda. Il tribunale di Pordenone chiede quindi l’intervento della Corte di Giustizia, che darà ragione a Fidenato: l’uomo sarà assolto nel luglio 2013.

Ma prima di attendere il pronunciamento definitivo, Fidenato ha continuato nella sua opera…

Ogm in Italia: il divieto del governo

Giugno 2012: Fidenato semina ancora il Mon810, malgrado la querelle giudiziaria. Giugno 2013: passa ancora un anno e il risultato non cambia. L’agricoltore persiste. E questa volta interviene il governo.

L’allora Ministro delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo, firma insieme a Lorenzin e Orlano un decreto interministeriale per ridefinire la coltivazione di Ogm in Italia. In particolare, arriva un divieto proprio per il Mon810. Le motivazioni? Sono presto dette:

«Il divieto di coltivazione del Mais MON810 – si legge in un comunicato diffuso dal Mipaaf – è motivato dalla preoccupazione sollevata da uno studio del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, consolidata da un recentissimo approfondimento tecnico scientifico dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che ne evidenzia l’impatto negativo sulla biodiversità, non escludendo rischi su organismi acquatici, peraltro già evidenziati da un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare reso nel dicembre 2011».

Il mais ogm, quindi, mette a rischio la biodiversità. La decisione è di vietarne la coltivazione. E il problema non riguarda unicamente i campi del signor Fidenato.

Già perché, come temeva Greenpeace, gli organismi ogm si sono ‘estesi’ anche nei campi limitrofi. La conferma è arrivata a novembre 2013. Il Corpo forestale, infatti, attestava che nei terreni adiacenti a quelli seminati con mais Mon810 veniva rivelato “inquinamento genetico” fino al 10%.

Gli ultimi 4 anni all’insistenza di Fidenato si sono opposte svariate sentenze in diversi gradi di giudizio. Nel 2015, il Consiglio di Stato respingeva il ricorso dell’agricoltore, che si rivolge quindi, ancora una volta, alla Corte di Giustizia europea.

Leggi anche: Gli Ogm: Italia vota a favore “grazie” alla Lorenzin

Ogm in Italia: la decisione della Corte Ue

Dalla Corte di Lussemburgo è arrivato infine il diktat al nostro Paese. Il 13 settembre, l’organismo ha di fatto imposto la coltivazione di Ogm in Italia, dando ragione a Fidenato. I giudici infatti dichiarano “illegittimo” il decreto interministeriale del 2013. E sostengono che “non vi erano nuove prove scientifiche a supporto delle misure di emergenza richieste”, che hanno poi portato al divieto.

Ma la Corte si spinge oltre. Arrivando a sostenere che il principio di precauzione sia illegittimo:

«Il principio di precauzione, che presuppone un’incertezza sul piano scientifico in merito all’esistenza di un certo rischio, non è sufficiente per adottare tali misure».

In sostanza, viene detto che, anche se esistono dubbi sulla sicurezza di un determinato prodotto o alimento, questi ultimi non si possono vietare, fino a che non è stata dimostrata con certezza la loro nocività. Verrebbe da chiedere: e se poi scopriamo che fanno male? Come facciamo ad annullare gli effetti pregressi?

Intanto Fidenato gongola e annuncia nuove semine.

«La Corte di Giustizia europea – ha dichiarato – vuole la dimostrazione scientifica che gli Ogm possano nuocere alla salute prima di bloccare la libera commercializzazione delle merci. La guerra però non è ancora vinta e siamo pronti a riportare la questione alla Corte in sede pregiudiziale, seminando nuovamente la prossima primavera».

Ogm in Italia: ma i cittadini non sono d’accordo

A fare chiarezza ci pensa però Coldiretti. Che ha spiegato come ci sia poco da esultare per i fautori del mais Ogm in Italia. Sono infatti almeno 3 i fattori da considerare.

Innanzitutto il fatto che una direttiva europea del 2015 ha di fatto superato il decreto interministeriale del governo italiano. La direttiva è la 2015/412, approvata nel marzo di due anni fa, che dava la possibilità agli Stati membri di limitare o vietare del tutto la coltivazione di Ogm sul proprio territorio. L’Italia è tra le 17 nazioni che hanno usufruito di questa possibilità.

Il secondo punto è di natura ‘popolare’. Sono pochi infatti coloro che in Italia approvano gli organismi geneticamente modificati nel piatto. Coldiretti ha infatti realizzato un’indagine in cui emerge che “quasi 8 cittadini su 10 – il 76 per cento – si oppongono oggi al biotech nei campi che in Italia sono giustamente vietati in forma strutturale dalla nuova normativa”. La domanda qui è: può la Corte di Giustizia cozzare così apertamente con la volontà popolare di un Paese?

Il terzo punto, forse ancora più dirimente, è la tutela del Made in Italy. Il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, è stato molto netto sul punto:

«Per l’Italia gli organismi geneticamente modificati in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico del Made in Italy».

Fonte: AmbienteBio

Quanto peso hanno le grandi aziende sull’informazione del nostro paese? Per esempio, la Ferrero è accusata di approvvigionarsi di cacao illegale in Costa d’Avorio. Ma la notizia scompare da tutti i giornali italiani!

 

Ferrero

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Quanto peso hanno le grandi aziende sull’informazione del nostro paese? Per esempio, la Ferrero è accusata di approvvigionarsi di cacao illegale in Costa d’Avorio. Ma la notizia scompare da tutti i giornali italiani!

Leggi: L’accusa a Ferrero e Lindt: utilizzano cacao raccolto illegalmente!

Cacao illegale, così Ferrero scompare dai giornali italiani

Quanto peso hanno le grandi aziende alimentari italiane sull’informazione del nostro paese? E come è possibile che un’azienda come Ferrero, accusata di approvvigionarsi di cacao illegale in Costa d’Avorio, e finita ovviamente sui media europei, sparisca non solo dai titoli ma anche dai pezzi dei colleghi italiani?

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato – riprendendola da un lancio di agenzia francese – la notizia di un rapporto della ong Mighty Earth che denunciava la raccolta di cacao in zone protette della Costa d’Avorio. Il rapporto (che qui potete leggere nella sua versione integrale) faceva una lunga lista di aziende responsabili dello sfruttamento illegale di questa materia prima, tra questi la Ferrero.(continua dopo l’immagine)

Dopo qualche giorno, la notizia ha raggiunto anche altri siti internet italiani ma – con buona pace della correttezza dell’informazione – è sparito ogni riferito all’azienda di “casa”. Tra l’altro, a cedere nella tentazioni di coprire le presunte malefatte di Ferrero non è stato un sito di informazione minore ma niente poco di meno che il fiore all’occhiello delle agenzie di stampa, l’Ansa come dimostra lo screenshot di seguito. (continua dopo l’immagine)

Sulla stessa scia dell’Ansa, la versione on line del quotidiano La Stampa che ha copiato e incollato il lancio d’agenzia e anche in questo caso Ferrero è salva.

tratto da: https://ilsalvagente.it/2017/09/15/cacao-illegale-cosi-ferrero-scompare-dai-giornali-italiani/25836/

Interferenti endocrini, otto anni perché la montagna Europea partorisse il topolino… Finalmente una legge, ma i criteri identificativi del perturbatore endocrino sono straordinariamente rigidi. Insomma, alla fine hanno vinto ancora le Multinazionali!

Interferenti endocrini

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Interferenti endocrini, otto anni perché la montagna Europea partorisse il topolino… Finalmente una legge, ma i criteri identificativi del perturbatore endocrino sono straordinariamente rigidi. Insomma, alla fine hanno vinto ancora le Multinazionali!

Alla Fine i “forti” vincono sempre. Ci sono voluti ben 8 atti affinchè la l’Unione Europea si decidesse a deliberare sugli interferenti endocrini. Otto anni perché? E ce lo chiediamo pure? Gli interessi delle Multinazionali, no?

E poi, al di là dei trionfalismi “formali” quello che hanno tirato fuori è a dir poco una porcata.

E la porcata più grossa sta nei criteri molto rigidi che identificano un perturbatore endocrino. In sostanza, si richiede che sia stata raggiunta la prova della nocività delle sostanze in questione. Un livello di evidenza scientifica finora MAI RICHIESTO per altre molecole problematiche come quelle cancerogene, mutagene e quelle tossiche per la riproduzione.

Insomma, hanno ancora chinato la testa allo strapotere delle Multinazionali. Ovviamente sulla nostra pelle!

Leggiamo da Il Salvagente:

Interferenti endocrini, otto anni perché la montagna europea partorisse il topolino…

Otto anni per partorire un topolino. In molti giudicano impietosamente la decisione dei ministri dell’Unione europea di lunedì di adottare le limitazioni previste dalla Commissione europea sugli interferenti endocrini, sostanze chimiche in grado di innescare malattie come il cancro o il diabete e contribuire a obesità, infertilità e danni al sistema endocrino.
Il voto di lunedì è il primo passo europeo e ha riguardato i pesticidi. Il commissario per la salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis ha salutato il voto come “un grande successo” anche se la decisione di vietare queste sostanze comuni nei prodotti di plastica, negli imballaggi alimentari e nelle sostanze chimiche agricole era stata presa dall’Europa nel 2009. Una scelta rimasta lettera morta dato che mancavano i criteri che definissero un pertubatore endocrino.
I criteri saranno ora trasmessi al Consiglio europeo e al Parlamento europeo per l’esame, prima dell’adozione definitiva della Commissione entro tre mesi e dell’estensione ad altri prodotti come i giocattoli, i cosmetici e il packaging alimentare.

A essere criticati i criteri molto rigidi che identificano un perturbatore endocrino. In sostanza, si richiede che sia stata raggiunta la prova della nocività delle sostanze in questione. Un livello di evidenza scientifica finora mai richiesto per altre molecole problematiche come quelle cancerogene, mutagene e quelle tossiche per la riproduzione.

Ora la palla passa al Parlamento europeo che potrebbe modificare questi criteri, rendendoli meno favorevoli alle industrie chimiche con un voto a maggioranza.

 

Aiutarli a casa loro? Ecco cosa intendono quando dicono “aiutarli a casa loro”: le 6 multinazionali coinvolte nello schiavismo e nello sfruttamento del lavoro minorile…

Aiutarli a casa loro

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Aiutarli a casa loro? Ecco cosa intendono quando dicono “aiutarli a casa loro”: le 6 multinazionali coinvolte nello schiavismo e nello sfruttamento del lavoro minorile…

Lo schiavismo è purtroppo una realtà ancora presente, nei Paesi in via di sviluppo e non solo, come pratica abitudinaria da parte di numerose multinazionali al fine di ottenere il massimo guadagno e rendimento produttivo, a costo zero per i loro bilanci economici, ma a costo della vita per centinaia di adulti e bambini in tutto il mondo, costretti a lavorare in condizioni disumane per soddisfare ogni bisogno consumistico dei Paesi industrializzati.

Spesso anche noi ci ritroviamo ad essere complici, a nostra insaputa o per carenza di informazione, di una realtà che dovrebbe essere scomparsa da decenni, ma che continua a persistere e a condannare coloro che ne cadono vittima giorno dopo giorno, senza sosta. Lo schiavismo non è purtroppo assente nemmeno nel nostro Paese, come nel caso della multinazionale delle bevande Coca Cola.

1) Coca Cola

L’eclatante caso di Rosarno, in Calabria, è stato messo in luce da un’inchiesta effettuata da parte di The Ecologist ed in seguito ripresa da The Independent, che ha reso noto come nel mezzogiorno la raccolta delle arance destinata alla produzione delle bibite del noto marchio avvenisse in condizioni di schiavitù per mano di migranti provenienti dall’Africa, spesso dopo aver raggiunto le coste italiane a seguito di una squallida traversata vista come unica speranza di sopravvivenza. Coca cola avrebbe reagito semplicemente tagliando i ponti e gli accordi precedentemente stipulati con le aziende calabresi produttrici di arance, a difesa della propria immagine di multinazionale “pulita”.

2) Philip Morris

Nel 2010 la multinazionale del tabacco Philip Morris ammise la presenza nelle proprie piantagioni di almeno 72 bambini dell’età di 10 anni, coinvolti nella raccolta del tabacco e a rischio di subire un avvelenamento da nicotina. Non solo: pare che l’azienda costringa lavoratori migranti ad operare in condizioni di schiavitù, dopo aver sequestrato loro i documenti e costringendoli ad una operatività continua, senza alcun compenso. Nonostante le promesse avanzate da parte della multinazionale, relativamente alla volontà di porre fine a simili situazioni, pare che, in base a quanto riportato da The Independent, il problema non sia ancora del tutto risolto e che vi siano attualmente intere famiglie e bambini costretti a lavorare in condizioni disumane nelle piantagioni.

I marchi da evitare: Marlboro, Basic, Benson & Hedges, Cambridge, Chesterfield, Commander, Dave’s, English Ovals, Lark, L&M, Merit, Parliament, Players, Saratoga and Virginia Slims.

3) Victoria’s Secret

Il marchio Victoria’s Secret dichiara di utilizzare esclusivamente cotone di provenienza “fair trade” e ciò dovrebbe costituire una garanzia contro lo sfruttamento lavorativo all’interno delle piantagioni. Purtroppo però sembra essere concreto il rischio che alcuni produttori di cotone biologico e fair trade non riescano a fare a meno di sfruttare il lavoro minorile per il raggiungimento dei propri obiettivi produttivi, come nel caso della tredicenne Clarissa, che nel Burkina Faso sarebbe stata costretta a seminare e raccogliere cotone subendo maltrattamenti fisici. Dall’accaduto, nel 2008, pare che Victoria’s Secret non abbia fatto altro che rimuovere la dicitura “fair trade” dalle etichette dei propri prodotti provenienti dal Burkina Faso. Situazioni di sfruttamento potrebbero dunque essere ancora presenti nelle piantagioni di cotone di tale località.

4) KYE

Nel 2010 il National Labor Committee mise sotto accusa per schiavismo la manifattura cinese KYE per aver reclutato 1000 studenti lavoratori di età nominalmente compresa tra i 16 ed i 17 anni, ma spesso inferiore ai 15 anni, costretti a lavorare per 15 ore al giorno e per 7 giorni su 7. Non sarebbero mancate inoltre numerose donne di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, a cui venivano imposte condizioni simili e con una paga di 65 centesimi all’ora. Anche di fronte a dati ufficiali, KYE avrebbe proseguito a sostenere le perfette condizioni di lavoro all’interno delle proprie sedi. KYE è responsabile per la produzione di prodotti per aziende e marchi come Microsoft, XBox e HP. Altre aziende hanno recentemente ammesso di sfruttare i lavoratori cinesi per la loro produzione. Tra di esse non farebbero eccezione Apple e Nokia.

5) Forever 21

Relativamente all’acquisto di cotone proveniente da piantagioni in cui lo schiavismo prosegue ad imperare, come nel caso dell’Uzbekistan, Forever 21 avrebbe rilasciato dichiarazioni piuttosto subdole, lasciando intendere che vi siano accordi stipulati con i produttori affinché garantiscano che il lavoro venga svolto legalmente e da persone qualificate. La questione ha dato origine ad una petizione che tiene conto di come in Uzbekistan il governo costringa ogni anno milioni di studenti ad abbandonare la scuola nel periodo della raccolta del cotone, per dedicarsi ad essa in condizioni di schiavismo ed in piena violazione dei diritti umani. Forever 21 non è l’unica azienda di abbigliamento a rifornirsi di cotone proveniente dall’Uzbekistan, uno dei maggiori produttori mondiali. Tra di esse vi sarebbero anche Aeropostale, Toys ‘R’ Us, e Urban Outfitters.

6) Hershey’s

Hershey’s ha recentemente reso noto il lancio sul mercato americano di una nuova linea di cioccolato, denominata “Bliss Chocolate“, che utilizza esclusivamente cacao certificato dalla Rainforest Alliance. Una sola linea di prodotti non potrà di certo risollevare il marchio dalle accuse di schiavismo provenienti dall’International Labor Rights Forum. Sebbene l’azienda abbia siglato un rapporto contro il lavoro minorile già dieci anni fa, migliaia di bambini raccolgono ancora cacao in Africa per la multinazionale del cioccolato, che purtroppo proseguirà ancora ad avere un retrogusto amaro dal sapore di schiavitù, come nel caso delle rivali Nestlé e M&M.

Marta Albè

 

tratto da: https://www.greenme.it/vivere/lavoro-e-ufficio/7552-6-multinazionali-coinvolte-nello-schiavismo-e-nello-sfruttamento-del-lavoro-minorile

Il Prof. Franco Berrino: il cibo è la «grande via» per la salute.

 

Franco Berrino

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Il Prof. Franco Berrino: il cibo è la «grande via» per la salute.

Intervista a Franco Berrino, medico ed epidemiologo, co-autore della Grande via, un libro che racconta come l’alimentazione possa giocare un ruolo chiave per una vita lunga, sana e felice.

In tutto il mondo le istituzioni scientifiche e sanitarie sono purtroppo chiamate a rispondere a leggi di mercato che hanno interesse a mantenerci in vita ma non in salute». Fa impressione leggere il risvolto di copertina del volume «La grande via», recentemente pubblicato da Mondadori. Perché le parole non sono di ingenui complottisti, ma di due scienziati, co-autori del volume. Ovvero Franco Berrino, medico, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano e Luigi Fontana, medico e scienziato di fama internazionale, professore ordinario di Medicina e di Scienze nutrizionali presso l’Università di Brescia e la Washington University di Saint Louis dove co-dirige un programma di longevità e salute.

Quale dieta dobbiamo adottare per stare in salute?
«Il gruppo di lavoro dell’Oms che ha redatto il Codice europeo per la prevenzione del cancro ha dato una serie di raccomandazioni. E poi, andando a vedere negli studi, con centinaia di migliaia di persone che hanno risposto a questionari alimentari e che sono proseguiti nel tempo per vedere chi si ammalava e chi no, si è visto che queste raccomandazioni non sono associate solo a una minore probabilità di cancro, ma anche a una minore mortalità per malattie di cuore, apparato respiratorio, digerente, diabete».

E cosa dice il Codice europeo contro il cancro? 
«Raccomanda di basare l’alimentazione quotidiana sui cereali integrali, sui legumi, verdure, frutta, compresa quella oleaginosa (noci, mandorle eccetera). Raccomanda di evitare le bevande zuccherate, le carni lavorate ovvero i salumi, di limitare le carni rosse, i cibi industriali ricchi di grassi e zuccheri (le classiche merendine). E andarci piano con le bevande alcoliche. Raccomanda poi di mantenersi snelli e fare attività fisica tutti i giorni».

Uno dei suoi cavalli di battaglia è contro le farine raffinate: perché fanno così male?
«Più vengono raffiniate e più si perdono le sostanze protettive contenute. Quelle raffinate non hanno più né la crusca né il germe. La crusca è importante per il funzionamento dell’intestino. E il germe è importante perché ci dà le vitamine, le sostanze antiossidanti. Le farine raffinate hanno poi un indice glicemico molto alto, fanno alzare rapidamente la glicemia. E questo porta a una serie di conseguenze negative».

L’American Heart Association raccomanda non più di 25 grammi di zucchero aggiunto al giorno: perché lo zucchero fa così male?
«Raccomanda anche di non fare assaggiare lo zucchero nei primi due anni di vita. Il saccarosio è fatto di glucosio e fruttosio. Ed è soprattutto quest’ultimo che fa male. Ostacola il funzionamento dell’insulina. E pertanto sale nel sangue e insieme i fattori di crescita (IGF-1) .E questo ha una serie di conseguenze negative sul lato cancro e sul cuore. E probabilmente anche sul lato malattie neurodegenerative. Lo zucchero è una sorta di droga, dà assuefazione. Dobbiamo limitarci a quello che ci offre la natura: anche nella frutta c’è il fruttosio, ma anche il suo contravveleno, migliaia di sostanze vitamina C, polifenoli, antiossidanti».

Perché vanno privilegiate le farine di grani antichi rispetto a quelli moderni, come si legge nel volume?
«Il grano è stato cambiato molto negli ultimi decenni. Da un lato per aumentare la redditività ma anche la forza perché è più facile da gestire con le macchine per fare pasta e pane. Però il glutine dei grani moderni è meno facilmente digeribile. C’è un fortissimo sospetto che sia uno dei fattori principali dell’aumento della celiachia. Il glutine dei grani più antichi, quello più antico di tutti è il farro monococco, è perfettamente digeribile».

Quindi è bene che ci sia questa ripresa di produzione di grani antichi in Italia?
«Certo, è assolutamente positivo. Timilia, Russello, Saragolla, ma anche grani teneri come il Verna. Sul campo producono un po’ meno, ma il grosso vantaggio è che non hanno bisogno di fitofarmaci, fertilizzanti. Sono molto più alti: sono stato in un campo di Senatore Cappelli e le spighe erano più alte di me. Questo però fa sì che le erbe infestanti più difficilmente le danneggiano. Ci sono vantaggi da più punti di vista».

Il Fondo mondiale per la ricerca sul cancro invita a mangiare legumi tutti i giorni: perché va limitata la carne a favore dei legumi? Anche quella bianca?
«Il problema è soprattutto la carne rossa, l’esagerazione del suo consumo. Io personalmente raccomando di andarci piano anche con quella bianca, perché anche questa favorisce l’infiammazione».

«Andarci piano» come si traduce? Quante volte a settimana?
«Io direi, che tipo di carne bianca? Se guardassimo cosa danno da mangiare ai polli di allevamento, la carne bianca non la mangeremmo più».

Dottore, ma che cosa possiamo mangiare, alla fine?
«Alla fine mangiamo pasta e fagioli come hanno sempre fatto i nostri nonni, la pasta con le fave, con i ceci. I legumi hanno come vantaggio la fibra. E una proprietà meravigliosa: rallentano la velocità dell’assorbimento degli zuccheri. Sono poi proteine ricche. Ma non hanno il difetto delle carni di aumentare lo stato dell’infiammazione cronico».

I legumi vanno mangiati sempre con i carboidrati, in quanto mancanti di alcuni amminoacidi?
«Sì, in alcuni manca la lisina, altri sono poveri di cisteina, per cui mangiandoli insieme con riso e grano siamo sicuri che non ci manca niente e non abbiamo troppo di qualche cosa. Ma ci sono anche legumi che contengono tutti gli amminoacidi necessari, come la soia, o pseudocerali come l’amaranto, la quinoa, il grano saraceno».

Chi è vegetariano o vegano è più sano?
«Sì e no. Potrebbe esserlo se mangiasse bene. Molti vegetariani o vegani che sono tali per ragioni etiche, rispettabilissime, finiscono per mangiare molto male, zucchero, bevande zuccherate, farine raffinate, alcolici».

L’Oms consiglia di ridurre il sale a un massimo di 5 grammi al giorno: «il sale iodato ha probabilmente causato un incremento di tiroiditi autoimmuni», si legge nella Grande via. Qual è l’alternativa?
«Lo iodio è stato molto importante per prevenire il gozzo nelle zone carenti di iodio, dove non si mangiavano né pesce né alghe, ma il sale iodato non è la soluzione ideale. Troppo iodio carica eccessivamente la tireoglobulina che diventa antigenica e favorisce la nascita di malattie autoimmuni, facciamo cioè anticorpi contro le nostre stesse strutture. L’alternativa è mangiare cibi ricchi di iodio, per esempio le alghe».