…E a Bari sequestrate 50mila tonnellate di grano tossico canadese. Tutta roba che sarebbe dovuta finire sulle nostre tavole!

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…E a Bari sequestrate 50mila tonnellate di grano tossico canadese. Tutta roba che sarebbe dovuta finire sulle nostre tavole!

leggi anche:

In arrivo da Vancouver una nave con 50mila tonnellate di grano. Gli Agricoltori protestano. Dovremmo farlo pure noi: Ecco il grano canadese coperto di neve, che può maturare solo grazie al glifosato! Ce lo ritroveremo sulle nostre tavole, mentre il nostro grano marcisce nei campi!!
50mila tonnellate di grano tossico sono state sequestrate a Bari nelle stive della “Cmb Partner”, proveniente da Vancouver, attraccata l’8 giugno scorso.

Grano tossico contenente sostanze pericolose in una quantità di gran lunga superiore ai limiti di legge è stato sequestrato a Bari, nelle stive della “Cmb Partner” (una nave lunga 256 metri per una stazza complessiva di quasi 60mila tonnellate), proveniente da Vancouver, attraccata l’8 giugno scorso.
Tale grano era destinato ad essere inviato nei granai pugliesi, come sempre quando arrivano carichi dal Canada. Resta solo da sperare che i precedenti carichi, già distribuiti, venduti e consumati, non contenevano le sostanze pericolose riscontrate in quest’ ultimo.

Fatto sta che dopo la denuncia fatta da inuovivespri.it con l’articolo  :“Il grano canadese che arriva in Europa è un rifiuto speciale che finisce sulle nostre tavole”, che ha fatto il giro del web, qualcosa si è mosso.

La Procura di Bari ha disposto il sequestro probatorio dell’ intero carico, dopo i controlli effettuati dagli uomini dei carabinieri forestali in accordo con la magistratura barese.

Come riferisce La Gazzetta del Mezzogiorno :

<< Il provvedimento sarebbe stato eseguito dai Carabinieri forestali dopo le prime analisi sui campioni di cereale che avrebbero rilevato la presenza di sostanze nocive in percentuali superiori ai limiti consentiti dalla legge. Il sequestro ha riguardato anche il cargo.

Secondo la Coldiretti sotto accusa di continuo il grano canadese per le irregolarità riscontrate in termini di residui di deossinivalenolo (o Don o vomitossina), una pericolosa micotossina e per l’uso intensivo di glifosate, un potente diserbante, utilizzato proprio nella fase di pre-raccolta (pratica vietata in Italia) per seccare e garantire – in modo artificiale – un livello proteico elevato.

Le importazioni di grano tossico canadese favorite dal CETA

Le importazioni di grano dal Paese nordamericano rischiano di essere favorite dall’approvazione dell’accordo Ceta (Comprehensive economic and trade agreement) tra Unione europea e Canada, primo esportatore di grano duro in Italia. Un accordo che dovrà essere ratificato dal Parlamento nazionale e contro il quale la Coldiretti si dice pronta a scatenare una mobilitazione per scongiurare il paventato azzeramento strutturale dei dazi, a prescindere dall’andamento di mercato.>>

 

 

Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

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Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

Coca Cola, Pepsi e Danone stanno prosciugando il Messico. Le multinazionali, infatti, godono di speciali concessioni per lo sfruttamento delle falde acquifere, ma non sono adeguatamente controllate, e oltretutto pagano delle tasse irrisorie per questo, nonostante detengano l’82 per cento del mercato in termini di vendite totali. Un disastro ambientale, oltre che umano.

Questa la denuncia di Léo Heller, Relatore Speciale sul diritto umano all’acqua potabile e all’igiene dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che ha presentato un rapporto al quale hanno collaborato 101 organizzazioni umanitarie. Come riportano i media locali, il rapporto presentato da Heller dipinge una situazione gravissima e destinata a peggiorare, che sta impoverendo il Messico di acqua e di risorse.

Solo per citare un esempio, la Coca Cola paga 2 mila e 600 pesos per ciascuna delle 46 concessioni per il prelievo delle acque sotterranee all’anno (un totale, dunque, che non arriva a 120 mila pesos), ma solo nel 2007 ha ottenuto guadagni per 32 miliardi e 500 milioni di pesos. Anche senza conoscere il cambio e il potere di acquisto, il confronto appare piuttosto inquietante.

Heller ha poi spiegato che nel corso del 2014 l’industria mineraria ha sfruttato 437 milioni di metri cubi di acqua, sufficienti a soddisfare le esigenze dello stesso periodo di tutta la popolazione degli stati messicani Baja California, Colima, Campeche e Nayarit. Un prosciugamento senza precedenti, che calpesta tutti i diritti umani all’acqua potabile.

E questa è solo una punta di un iceberg triste e molto pericoloso: le società di estrazione mineraria godono di privilegi fiscali incomparabili che hanno dato loro la possibilità di mettere a disposizione le risorse naturali della Nazione a beneficio di pochissimi.

Le recenti riforme hanno conferito al settore minerario ed energetico carattere di pubblica utilità, rendendo l’esplorazione e l’estrazione di risorse di interesse per la Nazione e l’ordine pubblico, privilegiando queste attività rispetto a qualsiasi altra.

fonte: https://www.greenme.it/consumare/acqua/23970-multinazionali-acqua-messico

I SEMI DELLA DISTRUZIONE – PARTE 2

 

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I SEMI DELLA DISTRUZIONE – PARTE 2

Leggi anche: I SEMI DELLA DISTRUZIONE – parte 1

La Rivoluzione Genetica, spronata da una manciata di società transnazionali del settore delle biotecnologie e coadiuvata dai finanziamenti dei Rockefeller, ha creato un mondo nel quale nutrire gli affamati è affine a un atto di genocidio.

Seconda parte di due

Una disamina di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation di F. William Engdahl


La fusione fra le grandi multinazionali dei settori farmaceutico e alimentare

All’alba del nuovo secolo l’agricoltura a conduzione familiare risultava decimata dai poteri dell’agribusiness corporativo integrati a livello verticale, i quali oltrepassarono il loro già rigoglioso dominio risalente ai primi anni Venti del secolo appena trascorso. A quel punto tale attività industriale, con vendite annuali superiori ai 400 miliardi di dollari, quanto a profitti si trovava – a livello nazionale – al secondo posto dopo quella farmaceutica. Il passo successivo era quello di fondere i colossi del settore farmaceutico con quelli del settore agroalimentare. In un documento divulgato nel 2003, la National Defense University del Pentagono annotava:

“L’agribusiness rappresenta [ora] per gli Stati Uniti quello che il petrolio rappresenta per il Medioriente.”

Attualmente viene considerato una “arma strategica nell’arsenale dell’unica superpotenza mondiale”, ma con costi enormi per i consumatori di ogni angolo del pianeta.

L’agribusiness andava a gonfie vele e il governo statunitense lo sosteneva con sussidi annuali di decine di miliardi di dollari. Il Farm Bill del 1996 sospendeva la facoltà del ministro statunitense dell’Agricoltura di equilibrare domanda e offerta, consentendo in tal modo una produzione priva di limitazioni. I colossi agroalimentari sfruttarono appieno tale situazione per controllare le forze del mercato; schiacciarono i piccoli agricoltori ricorrendo alla sovraproduzione e facendo calare i prezzi, inoltre esercitarono pressioni sui prezzi dei terreni man mano che i piccoli gestori fallivano, creando in tal modo opportunità per l’acquisizione di terre a basso costo nell’ottica di maggiori concentrazione e dominio.

Quindi vi fu la fase dell’integrazione della Rivoluzione Genetica nell’agribusiness, secondo le modalità in cui Ray Goldberg di Harvard intendeva si presentasse. Dall’ingegneria genetica sarebbero stati creati interi nuovi settori, fra cui farmaci geneticamente modificati/manipolati derivati da piante GE/GM nel contesto di un nuovo “sistema agrofarmaceutico”. Goldberg prefigurò una

“rivoluzione genetica [tramite] la convergenza industriale dei settori di alimenti, salute, medicina, tessile ed energia”,

nell’ambito di un mercato del tutto privo di regolamentazione. Non si faceva menzione di un minaccioso occulto incubo per il consumatore.

 

Il cibo è potere

Nel 1985 l’elemento catalizzatore della Rivoluzione Genetica furono i finanziamenti della Rockefeller Foundation; le mire erano assai ambiziose: verificare se le piante GM fossero praticabili sotto il profilo commerciale e, in tal caso, diffonderle ovunque. Secondo Engdahl si trattava della “nuova eugenetica” – culmine delle precedenti ricerche avviate negli anni Trenta – disciplina peraltro basata sul concetto che i problemi dell’umanità si possano

“risolvere tramite manipolazioni chimiche e genetiche…come fondamentale metodo di controllo sociale e ingegneria sociale”.

Gli scienziati della fondazione cercarono di conseguire tale risultato riducendo le infinite complessità della vita a “semplici, deterministici e predittivi modelli” nel contesto del loro diabolico piano – mappando strutture genetiche allo scopo di “correggere problemi di natura sociale e morale fra cui criminalità, povertà, fame e instabilità politica”. Nel 1973, con lo sviluppo delle essenziali tecniche di ingegneria genetica, il progetto era in atto.

La questione si basa su quello che viene denominato DNA ricombinante (rDNA) e funziona introducendo a livello genetico in piante e animali DNA estraneo per creare organismi geneticamente modificati (OGM), ma non senza rischi. La D.ssa Mae-Wan Ho, primo biologo presso il London Institute of Science in Society, spiega che esistono pericoli in quanto il processo è impreciso.

“È incontrollabile e inaffidabile, e finisce tipicamente per danneggiare e scombinare il genoma ospite, con conseguenze del tutto imprevedibili” che potrebbero scatenare un letale e irrevocabile “Ceppo Andromeda”.

La ricerca è andata avanti comunque, fra le menzogne secondo cui i rischi erano minimi e che era in vista un futuro radioso. Tutto quel che importava erano i potenziali enormi profitti e i vantaggi geopolitici – quindi approfittiamo della situazione e lasciamo che il denaro vada a finire dove capita.

Uno dei progetti era quello di mappare il genoma del riso, il che determinò l’avvio di un’iniziativa – della durata di 17 anni – finalizzata a diffondere il riso OGM in tutto il mondo, spalleggiata dal denaro della Rockefeller Foundation; quest’ultima spese milioni di dollari per finanziare 46 laboratori scientifici in tutto il mondo, sovvenzionò la preparazione di centinaia di neolaureati e sviluppò una “confraternita d’élite” formata dai più eminenti ricercatori scientifici presso gli istituti di ricerca appoggiati dalla Fondazione stessa. Si trattava di un piano diabolico, che puntava molto in alto: controllare i prodotti alimentari essenziali di 2.4 miliardi di persone e, al contempo, distruggere la diversità biologica di oltre 140.000 varietà sviluppate in grado di far fronte a siccità e parassiti e di crescere in ogni clima immaginabile.
L’obiettivo primario era l’Asia; Engdahl espone la sinistra vicenda dell’International Rice Research Institute (IRRI), di stanza nelle Filippine e finanziato dalla Fondazione. Tale istituto disponeva di una banca del gene provvista di “ogni rilevante varietà di riso nota” e che annoverava un quinto di tutte le varietà. L’IRRI consentì ai colossi dell’agribusiness di utilizzare illegalmente le sementi a scopo di modificazione genetica esclusiva e brevettata, in modo che costoro potessero immetterle sul mercato e averne il controllo esigendo che gli agricoltori fossero muniti di concessione nonché costretti a corrispondere annualmente somme per i diritti di licenza.
Nel 2000 venne elaborato un riuscito “Golden Rice” arricchito con betacarotene (precursore della vitamina A), poi commercializzato in base alla fraudolenta asserzione che una ciotola al giorno di tale riso era in grado di prevenire la cecità e altre carenze di vitamina A. Si trattava di una truffa, dato che altri prodotti sono fonti – di gran lunga migliori – di tale elemento nutritivo, laddove per assumerne un quantitativo sufficiente è necessario ingurgitare quotidianamente l’impossibile massa di nove chili di riso.
Nondimeno, i sostenitori della Rivoluzione Genetica erano pronti alla loro mossa successiva, ovvero “il consolidamento del controllo globale delle forniture alimentari dell’umanità”, per il quale disponevano di un nuovo strumento: l’Organizzazione Mondiale del Commercio. I colossi corporativi ne stilarono i regolamenti per avvantaggiare sé stessi a scapito dei paesi in via di sviluppo esclusi dal ‘gioco’.

La diffusione sfrenata delle sementi OGM: inizia la rivoluzione della produzione mondiale di derrate alimentari

Alla fine degli anni Ottanta una rete globale di biologi molecolari preparati in ingegneria genetica era pronta ad avviare la “Seconda Rivoluzione Genetica”. Il loro primo test di laboratorio fu l’Argentina, la prima nazione “cavia” coinvolta in un avventato esperimento con nuovi prodotti alimentari non testati e potenzialmente pericolosi.

L’Argentina si rivelò un bersaglio facile quando, nel luglio 1989, Carlos Menem ne divenne presidente. Costui rappresentava il sogno di ogni esponente delle corporazioni, un compiacente suddito del Washington Consensus, e permise persino ai compari di David Rockefeller a Washington e New York di stilare il suo programma economico innervato dal dogma della Scuola di Chicago: privatizzazioni, deregolamentazione, mercati locali aperti alle importazioni e tagli ai già ridotti servizi sociali.

Nel 1991 l’Argentina era già un “laboratorio sperimentale segreto per lo sviluppo di coltivazioni geneticamente manipolate”. Di fatto l’agricoltura del paese era stata consegnata a Monsanto, Dow, DuPont e ad altri colossi degli OGM affinché questi la sfruttassero per il loro profitto. Le cose non sarebbero mai più state le stesse. Verso la metà degli anni Novanta Menem stava “rivoluzion[ando] la tradizionale produttiva agricoltura argentina” per trasformarla in una monocoltura destinata all’esportazione globale.

Dal 1996 al 2004, a livello globale, la messa a dimora di coltivazioni OGM si espanse sino a raggiungere i 167 milioni di acri, un incremento pari a 40 volte che sfruttava il 25 per cento di tutti i terreni arabili disponibili a livello mondiale; due terzi della superficie in acri (106 milioni di acri, ovvero 43 milioni di ettari) si trovavano in territorio statunitense. Nel 2004 l’Argentina si trovava al secondo posto, con 34 milioni di acri (14 milioni di ettari), mentre la produzione si stava estendendo a Brasile, Cina, Canada, Sudafrica, Indonesia, India, Filippine, Colombia, Honduras, Spagna ed Europa dell’Est (Polonia, Romania e Bulgaria). La rivoluzione procedeva a gonfie vele; a quel punto sembrava inarrestabile.

Nel 1995 la Monsanto introdusse i fagioli di soia Roundup Ready (RR), dotati del loro speciale batterio inserito geneticamente che consente alla pianta di resistere all’irrorazione dell’erbicida glifosato, il Roundup. La soia OGM risulta così protetta dallo stesso prodotto che in Colombia si impiega per sradicare le coltivazioni di piante adibite alla produzione di droghe ma che, al contempo, danneggia coltivazioni lecite ed esseri umani. Dopo che, nel 1996, la soia RR della Monsanto venne autorizzata dalla FDA (ente statunitense preposto al controllo alimentare e farmacologico, ndt), in Argentina

“un sistema agricolo nazionale un tempo produttivo basato su aziende a conduzione familiare [fu trasformato in] un sistema statale neo-feudale dominato da una manciata di potenti e facoltosi” proprietari che lo sfruttavano a loro profitto.

Menem andò avanti. In meno di un decennio aveva permesso che la varietà del paese, rappresentata da frumento, granturco e bestiame, venisse sostituita da una monocoltura controllata dalle corporazioni. Si trattò di un patto faustiano, che verso la fine del 2007 contribuì a far toccare al prezzo delle azioni della Monsanto un livello mai raggiunto in precedenza.
I precedenti decenni contraddistinti da varietà e rotazione delle colture avevano preservato la qualità del suolo argentino, tuttavia tale situazione cambiò allorquando si attestò la monocoltura della soia, accompagnata dalla sua forte dipendenza dai fertilizzanti chimici. Le colture argentine tradizionali scomparvero e il bestiame fu rinchiuso in sovraffollati ambienti confinati per l’allevamento intensivo, come negli Stati Uniti. Engdahl cita un eminente agro-ecologo il quale prefigura che, se continueranno, queste pratiche distruggeranno il territorio nell’arco di 50 anni. Niente lascia intravedere che vi sarà una qualche interruzione del processo.
La crisi economica che ha colpito l’Argentina verso la fine degli anni Novanta-inizi del decennio successivo ha reso disponibili ampi e ulteriori appezzamenti di terra, allorché gli agricoltori ridotti sul lastrico si videro costretti a rinunciare alle loro tenute svendendole per pochi soldi. I predatori corporativi e i proprietari terrieri latifondisti ne approfittarono. Con la monocoltura meccanizzata di soia OGM i caseifici del paese si ridussero della metà e “centinaia di migliaia di lavoratori [furono costretti a] lasciare le terre” per andare a ingrossare le fila dei poveri.

La Monsanto attraversava un ottimo periodo e utilizzò vari piani di sfruttamento; nel 1999 indusse Menem a consentirle di riscuotere “diritti prorogati”, sebbene la legislazione argentina vietasse tale prassi. Anche l’esportazione illegale di sementi Roundup Ready in Brasile, Paraguay, Bolivia e Uruguay si svolse di nascosto.
La Monsanto quindi esercitò sul governo argentino pressioni affinché riconoscesse il suo “diritto di brevetto della tecnologia”; si costituì un Fondo di Compensazione della Tecnologia, gestito dal Ministero dell’Agricoltura, che costrinse gli agricoltori a corrispondere una tassa pari a quasi l’uno per cento sulle vendite di soia OGM; a beneficiare dei fondi furono la Monsanto e altri fornitori di sementi OGM.
Nel 2004 quasi la metà dei terreni coltivabili della nazione era adibita alla produzione di soia GM e oltre il 90 per cento di tale frazione era destinato esclusivamente alla qualità Roundup Ready della Monsanto. Engdahl la vede in questi termini:

“L’Argentina era diventata il più grande incontrollato laboratorio sperimentale per gli OGM.”

La sua popolazione si era a sua volta trasformata in ignari topi da laboratorio.

Nel 2005 il governo del Brasile venne a più miti consigli e legalizzò per la prima volta le sementi OGM. Nel 2006 USA, Argentina e Brasile incidevano per oltre l’81 per cento della produzione mondiale di soia GM, il che “comporta che praticamente ogni animale del pianeta alimentato con pastoni alla soia consuma soia geneticamente manipolata” e, inoltre, che chiunque mangi le carni di questi animali fa inavvertitamente altrettanto.
L’Argentina ha sperimentato ulteriori ricadute che rischiano di assumere maggiori dimensioni. La sua monocoltura della soia ha avuto imponenti effetti sul territorio delle campagne, mentre ampi tratti di foreste sono stati distrutti. Gli agricoltori tradizionali vicini alle colture di soia sono stati seriamente danneggiati dall’irrorazione aerea di Roundup; i loro raccolti sono rimasti devastati, perché è questo che l’erbicida in questione è progettato a fare: uccidere tutte le piante prive della resistenza geneticamente modificata. Gli agricoltori in questione raccontano che il loro pollame è morto e che i cavalli sono stati gravemente danneggiati dalle irrorazioni aeree. Anche gli esseri umani hanno subito conseguenze e possono manifestare violenti sintomi di nausea, diarrea e vomito, nonché lesioni cutanee. Altri riferiscono di ulteriori ricadute: animali nati con gravi malformazioni degli organi, banane e patate dolci deformi, nonché laghi pieni di pesci morti. Per di più, alcune famiglie rurali affermano che in seguito alle irrorazioni aeree i loro figli hanno sviluppato “grottesche chiazze sul corpo”.

Quanto al promesso maggior rendimento della soia GM, i risultati hanno evidenziato raccolti ridotti del 5-15 per cento rispetto ai loro corrispondenti tradizionali, più “nuove tenaci erbe infestanti” per distruggere le quali necessita una quantità tripla di erbicida. Allorquando gli agricoltori si rendono conto di tutto questo, ormai è troppo tardi.
Engdahl riassume la situazione degli agricoltori:

“Risulterebbe arduo immaginare uno schema più perfetto di coercizione umana.”

E la situazione era ancor peggiore. L’Argentina è stato il primo caso di sperimentazione “in un piano globale portato a compimento nell’arco di decenni e di portata assolutamente sconvolgente e terrificante”.

 

L’Iraq beneficia dei semi statunitensi della democrazia

Per l’Iraq la democrazia ha comportato la cancellazione della “culla della civiltà” a favore di un capitalismo liberista privo di impedimenti. Nel 2003 l’Iraq è stato invaso non solo per il suo petrolio, ma anche per trasformare il paese in un gigantesco paradiso del libero commercio. Il piano era diabolico, elaborato e orrendo: guerra lampo di tipo “colpisci e terrorizza”, elaborate operazioni psicologiche, la paura usata come arma, occupazione repressiva, tortura e detenzione di massa e, infine, la più rapida e radicale riconfigurazione di un paese a memoria d’uomo. Tutto accadde nell’arco di alcune settimane. L’Iraq non esiste più, il paese è una terra desolata, la sua popolazione è devastata e si è creato il terreno per uno sfrenato saccheggio da parte delle corporazioni su scala pressoché inimmaginabile.
Parte del piano prevedeva che i colossi dell’agribusiness OGM avessero mano libera sul relativo settore dell’economia, onde trasformare radicalmente il sistema produttivo agroalimentare dell’Iraq in un modello per sementi e piante OGM; questo fu affidato al mandato di svariate delle 100 “leggi Bremer” celermente applicate, tuttavia al riguardo gli Iracheni non hanno avuto voce in capitolo, dato che il paese era ormai governato da Washington e dalla sua filiale all’interno della superprotetta Zona Verde, nella più grande ambasciata statunitense al mondo.

Le leggi di Bremer hanno imposto la più rigida “terapia d’urto” mai vista in puro stile Scuola di Chicago, del genere di quelle che, sin dalla loro introduzione nel Cile di Pinochet, avvenuta nel 1973, devastarono paesi di tutto il mondo. La formula era quella consueta: licenziamenti di massa dei dipendenti statali, nell’ordine delle centinaia di migliaia; importazioni illimitate in assenza di tariffe, dazi, ispezioni o tasse; deregolamentazione; infine, il più vasto piano di privatizzazione e liquidazione del patrimonio statale dai tempi del collasso dell’Unione Sovietica. Le tasse imposte alle corporazioni sono state abbassate dal 40 al 15 per cento. Gli investitori esteri potevano possedere il cento per cento dei beni iracheni, fatta eccezione per il petrolio; potevano inoltre riportare in patria i loro profitti senza che questi venissero tassati, né avevano l’obbligo di reinvestire nel paese. Come se non bastasse, sono state date loro concessioni d’uso quarantennali per la produzione di petrolio. Le uniche leggi dell’era Saddam sopravvissute erano quelle concernenti le limitazioni imposte ai sindacati e alla contrattazione collettiva. Le transnazionali straniere, in gran parte statunitensi, si sono avventate sulla preda e hanno divorato ogni cosa. Gli Iracheni non erano in grado di competere e le leggi di occupazione hanno garantito che ciò non avvenisse.
Prendete in considerazione il Bremer Order 81 del 26 aprile 2004, concernente i brevetti e la relativa durata; tale direttiva recita:

“Agli agricoltori sarà vietato riutilizzare sementi di varietà tutelate o di qualsiasi altra varietà.”

Tale normativa conferiva ai proprietari dei brevetti delle suddette varietà i diritti assoluti – per 20 anni – sull’utilizzo delle loro sementi da parte degli agricoltori; si tratta di sementi geneticamente manipolate e di proprietà delle transnazionali. Gli agricoltori iracheni che ne fanno uso hanno dovuto firmare un accordo in base al quale sono tenuti a pagare una ”tassa sulla tecnologia” nonché una tassa annuale di utilizzo. L’impiego di sementi “simili” a quelle brevettate e tutelate potrebbe portare a multe assai salate e persino alla detenzione. Al centro della direttiva vi è la “Plant Variety Protection” (PVP) – laddove le sementi OGM hanno conseguito la tutela per scalzare 10.000 anni di sviluppo di varietà di piante.
La fertile valle irachena compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate è ideale per le colture. Sin dall’8000 a.C. gli agricoltori la utilizzano per sviluppare “abbondanti sementi di quasi ogni varietà utilizzata oggi nel mondo”. Tali varietà sono state ormai annientate tramite il piano di modernizzazione e industrializzazione OGM, in modo che l’agribusiness potesse prendere piede nella regione e rifornire il mercato mondiale.

Mentre gli Iracheni soffrono e patiscono la fame, i colossi degli OGM gestiscono l’agricoltura del paese a scopo di esportazione. Ora gli agricoltori iracheni sono servi dell’agribusiness e costretti a coltivare prodotti estranei al regime alimentare locale, come il frumento destinato alla produzione di pasta. A stabilirlo sono le Leggi Bremer, peraltro inviolabili in base all’Articolo 26 della Costituzione redatta dagli Stati Uniti. L’articolo in questione recita che il governo iracheno non ha la facoltà di modificare le leggi formulate da un occupante straniero. Per garantirlo, in ogni ministero sono presenti simpatizzanti degli Stati Uniti, i più fidati dei quali collocati nei dicasteri cruciali.
Engdahl riassume i danni arrecati all’agricoltura:

“La trasformazione forzata della produzione alimentare dell’Iraq in colture OGM brevettate è uno dei più chiari esempi di [come] la Monsanto e altri colossi OGM stiano imponendo [tali] colture a una popolazione mondiale ignara o riluttante.”

Con esse stanno infestando il pianeta, un paese alla volta, e tentare di porre rimedio ai danni che provocano è futile.

 

Il “Giardino delle Delizie in Terra”

Il 1° gennaio 1995 fu costituito ufficialmente il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), dotato dei poteri di imporre e far osservare agli stati membri le sue leggi stilate dalle corporazioni. L’agribusiness statunitense esercitava già il predominio, nondimeno a questo punto aveva a disposizione un nuovo ente sovranazionale e non eletto per promuovere la propria agenda privata su scala globale. Il WTO svolge il ruolo di “poliziotto” del libero commercio globale nonché quello di rapace “ariete del multimiliardario agribusiness mondiale” per conto dei colossi del settore. I suoi regolamenti sono stati stilati con la forza e gli strumenti di una “autorità punitiva” adibita a imporre pesanti sanzioni economiche e di altro genere a coloro che violano i regolamenti stessi, in base ai quali l’agricoltura ha un ruolo prioritario poiché le società statunitensi sono dominanti. La Cargill ha redatto i regolamenti che Engdahl definisce il “Cargill Plan” e che:

  • proibiscono a livello mondiale tutti i programmi agricoli governativi e i sostegni ai prezzi (ma strizzano l’occhio, annuendo, ai considerevoli sussidi statunitensi);
  • vietano alle nazioni di imporre regolamentazioni alle importazioni allo scopo di tutelare la propria produzione agricola;
  • proibiscono i controlli sull’esportazione di prodotti agricoli, anche in tempi di carestia, in modo che la Cargill possa dominare il commercio mondiale dell’esportazione di cereali;
  • vietano alle nazioni di limitare gli scambi commerciali tramite leggi di tutela definite “barriere commerciali”, il che fra l’altro apre i mercati mondiali a importazioni senza restrizioni di prodotti alimentari OGM, senza alcuna necessità di dimostrarne la sicurezza.

La lobby dell’International Food & Agricultural Trade Policy Council (IPC) ha collaborato con la Cargill e l’agribusiness statunitense onde promuoverne l’agenda in questione. A prendere il comando sono stati i paesi del cosiddetto Gruppo dei Quattro (Quad): Stati Uniti, Canada, Giappone e Unione Europea (UE). Riunendosi in segreto, costoro hanno stabilito per tutti i 134 membri del WTO le politiche agricole formulate dai colossi agroalimentari statunitensi, fra cui Cargill, Monsanto, ADM e DuPont, unitamente a colossi europei quali Nestlé e Unilever. La loro politica era finalizzata a eliminare le leggi e le misure di protezione nazionali a favore di liberi mercati privi di restrizioni a vantaggio dei paesi del ‘Nord Globale’.

Tramite i brevetti i colossi degli OGM detengono il controllo sulle sementi delle principali colture e abbisognano dell’autorità del WTO per imporle a un mondo diffidente, impresa realizzata ricorrendo all’Agreement on Agriculture (AoA) e al relativo Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights (TRIPS – Aspetti dei diritti di proprietà intellettuale inerenti al commercio, ndt).

Sino all’avvento dell’agribusiness la produzione alimentare e i mercati erano organizzati su base locale. Ora tale situazione è mutata, i colossi corporativi detengono il controllo e sono nelle condizioni di stabilire i prezzi manipolando l’offerta.

I regolamenti dell’AoA sono stati decisi per favorire tale situazione e, inoltre, fanno valere la massima priorità dell’agribusiness: “un mercato globale libero e integrato per i suoi prodotti”, fra cui quelli OGM che, in base a quanto stabilito dall’amministrazione Bush senior, sono “sostanzialmente equivalenti” a sementi e colture ordinarie e non necessitano di regolamentazione governativa; tale disposizione è scritta nei regolamenti del WTO nel contesto del Sanitary and Phitosanitary (SPS) Agreement (accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie, ndt) e recita che le leggi nazionali che mettono al bando i prodotti OGM sono “prassi commerciali sleali”, anche quando tali prodotti mettono a repentaglio la salute umana.

Esistono altri regolamenti del WTO, nell’ambito dell’Agreement on Technical Barriers to Trade (Accordo sulle barriere tecniche al commercio, ndt), i quali proibiscono l’etichettatura degli OGM. Di conseguenza, i consumatori non sanno cosa mangiano né sono in grado di evitare questi prodotti alimentari potenzialmente pericolosi. Per risolvere tale problema nel 1996 è stato stilato il Protocollo sulla Biosicurezza, che dovrebbe essere in vigore proprio a tale scopo. Ad ogni modo alle richieste dei paesi in via di sviluppo è stato “teso un agguato da parte del governo e della lobby dell’agribusiness, potenti e organizzati”, i quali hanno sabotato i negoziati e insistito affinché le misure inerenti alla biosicurezza fossero subordinate ai regolamenti commerciali del WTO a vantaggio dei paesi industrializzati. Come risultato i negoziati sono falliti, le problematiche relative alla sicurezza sono state ignorate e si è spianata la strada all’indiscriminata diffusione delle sementi OGM su scala mondiale.
In base ai regolamenti TRIPS del WTO, tutti gli stati membri sono tenuti a varare leggi sulla proprietà intellettuale a tutela dei brevetti che, per l’appunto, rendono il sapere una proprietà, il che a sua volta “dà libero sfogo” pressoché ovunque alla proliferazione di sementi e alimenti OGM, anche contravvenendo alle leggi nazionali in materia di sicurezza alimentare.

I colossi degli OGM hanno amici potenti nel governo; i secondi appoggiano l’agenda dei primi. Uno di costoro è George W. Bush il quale nel 2003, dopo l’invasione dell’Iraq, ha fatto della proliferazione delle sementi OGM la sua priorità; con un sostegno di tal genere, le società degli OGM hanno spinto la situazione sino al limite.
Engdahl fornisce un calzante esempio che riguarda la società biotecnologica texana RiceTec. La RiceTec ha tramato per brevettare il riso basmati, da migliaia d’anni alimento principale in tutta l’Asia. Con la collusione dell’IRRI, la società ha trafugato le sementi e le ha brevettate in base ai regolamenti stilati dalla Fondazione Rockefeller. A rendere questo possibile è stata una sentenza emessa nel 2001 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Ag Supply v. Pioneer Hi-Bred;

“ha tutelato il principio in base al quale si ammettono brevetti su piante e altre forme di vita”.

In base al regolamento, è possibile brevettare varietà di piante OGM – e alcune agenzie governative statunitensi sono complici nell’aiutare i colossi dell’agribusiness ad assicurarsi che nulla si frapponga sulla loro strada. Di conseguenza, il furibondo attacco della monocoltura OGM minaccia ovunque la diversità delle specie vegetali.
Con il pieno appoggio di Washington e del WTO, le principali società di biotecnologie stanno brevettando qualsiasi pianta immaginabile in forma OGM. Engdahl fa riferimento alla “Rivoluzione Genetica [come a una] forza torrenziale nell’agricoltura mondiale” all’inizio del nuovo millennio, con quattro società dominanti che detengono il controllo degli OGM e dei relativi mercati agrochimici: Monsanto, DuPont e Dow AgroSciences negli USA e, in Svizzera, Syngenta (creata dalla fusione dei settori agricoltura della Novartis e della AstraZeneca).

Il “numero uno a livello mondiale” è la Monsanto. Abbiamo esaminato tale società nella prima parte del presente articolo; Engdahl cita le parole del suo presidente, secondo cui lo scopo è la fusione globale di “tre delle più grandi industrie a livello mondiale – agricoltura, prodotti alimentari e salute – che attualmente operano [separatamente, ma] alcuni cambiamenti…ne determineranno l’integrazione”. Questa frase risale a sette anni orsono. Ora sta accadendo.
Engdahl prende in considerazione informazioni pertinenti sull’industria che altrimenti potrebbero essere passate inosservate: che i tre colossi statunitensi degli OGM vantano prolungati e sordidi rapporti di collaborazione con il Pentagono nella fornitura di agenti chimici altamente devastanti come l’Agente Arancio, il napalm e altri. Adesso costoro pretendono che ci fidiamo di loro per quanto riguarda i prodotti più importanti che ingeriamo – alimenti e farmaci – a dispetto di ben fondate prove che le loro varietà OGM sono nocive per la salute umana. I loro trascorsi di attenzione per la salute pubblica sono atroci.
Piaccia o meno, stanno promuovendo la loro agenda, come peraltro evidenzia un rapporto della Fondazione Rockefeller risalente al 2004. A partire dal 1996 la produzione di colture GM ha conseguito incrementi percentuali a due cifre per nove anni consecutivi. Attualmente in 17 paesi oltre otto milioni di agricoltori seminano colture OGM, per oltre il 90 per cento dei casi in paesi in via di sviluppo. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il paese leader, “con un’aggressiva promozione governativa, assenza di etichettatura e dominio sulla produzione agricola nazionale”. Qui,

le colture geneticamente manipolate [hanno] fondamentalmente preso il sopravvento sulla catena alimentare statunitense”.

Nel 2004, oltre l’85 per cento delle sementi di soia e il 45 per cento di quelle di granturco erano geneticamente modificate e, dato che gli alimenti destinati agli animali provengono principalmente da tali colture,

“l’intera produzione di carne della nazione [e le esportazioni] deriva da animali nutriti con alimenti geneticamente modificati”.

La faccenda assume toni ancor più drammatici. Il vento e l’aria fanno proliferare le sementi GM nei campi adiacenti, compresi quelli biologici, che ora sono in qualche misura contaminati. Engdahl spiega:

“…dopo appena sei anni, una porzione stimata nell’ordine del 67 per cento della superficie agricola statunitense totale è rimasta [irreparabilmente] contaminata da sementi geneticamente manipolate. Il genio era uscito dalla bottiglia”;

per quel che è noto a livello scientifico, niente è in grado di invertire tale situazione.
Questo rende la coltivazione “biologica pura” impossibile, fatta eccezione, forse, per alcune aziende assai isolate, che comunque costituiscono un’esigua percentuale del settore. Pur tuttavia, le colture biologiche sono più sicure di quelle trattate con sostanze chimiche e incomparabilmente preferibili a qualsiasi tipo di coltura geneticamente modificata. Detto questo, dato che la Rivoluzione Genetica progredisce a livello mondiale, il futuro dell’agricoltura biologica è a rischio – il che lascia inorriditi coloro che, come il sottoscritto, vi fanno assegnamento.
Prendete inoltre in considerazione il modo in cui i colossi degli OGM acquisiscono quote di mercato avvalendosi dell’ausilio del governo e del WTO, agevolati dall’imposizione di rigidi accordi sui diritti di utilizzazione e sulle tecnologie agli agricoltori, i quali sono tenuti a corrispondere tasse su base annuale. Gli accordi in questione sono vincolanti e applicati tramite accordi sull’impiego della tecnologia che gli agricoltori si trovano costretti a sottoscrivere, rimanendo così intrappolati in una “nuova forma di servitù della gleba”. Ogni anno sono costretti ad acquistare nuove sementi e hanno la proibizione di riutilizzare qualsiasi semente degli anni precedenti, come invece accadeva abitualmente prima dell’introduzione degli OGM. Il mancato rispetto degli accordi può avere come esito gravi danni legali o persino la detenzione e, potenzialmente, la perdita dei terreni.
Conniventi agenzie governative e astute strategie di commercializzazione favoriscono la “Rivoluzione Genetica”, servendosi di “menzogne, dannate menzogne” secondo cui le colture OGM hanno maggior rendimento e sono in grado di risolvere il problema della fame nel mondo. I riscontri dimostrano tutt’altro. Per di più, con l’andar del tempo si sviluppano “super-erbe infestanti” resistenti e il rendimento dei raccolti cala. Gli agricoltori si vedono costretti a utilizzare maggiori quantitativi di erbicidi, sono vincolati a elevate tasse di diritto d’uso e finiscono per rimetterci del denaro. In sostanza: il caso delle “sementi geneticamente manipolate per l’agricoltura [era] fondato su una roccaforte di frodi scientifiche e menzogne corporative”. Queste informazioni vengono tenute nascoste al pubblico e nel momento in cui sprovveduti agricoltori si accorgono di essere stati imbrogliati, ormai è troppo tardi.

I riscontri inerenti ai pericoli rappresentati dagli OGM sono progressivamente aumentati e hanno messo in allarme l’industria del settore. Nel 2005 ricerche scientifiche russe hanno dimostrato che gli OGM provocano danni che possono avere inizio in utero: in oltre la metà dei casi, ratti alimentati con soia geneticamente modificata sono morti entro le prime tre settimane di vita – vale a dire sei volte il normale tasso di decessi.

Controllo demografico: Terminator, Traitor e sementi di mais anticoncezionale

Di importanza cruciale per la strategia dei colossi degli OGM era la necessità di una “nuova tecnologia che permettesse loro di commercializzare sementi che non si riproducessero”, quindi elaborarono tecnologie di restrizione all’uso di piante geneticamente modificate (GURTs), che produssero le cosiddette sementi “Terminator”. Il procedimento è brevettato e si applica a sementi di tutte le specie di piante. Ripiantarle non ha alcun esito: non cresceranno. Si tratta della soluzione dell’industria al controllo della produzione alimentare mondiale e garantisce al contempo lauti profitti. Che scoperta! Mais, soia e altre sementi Terminator sono state “geneticamente modificate per ‘suicidarsi’ dopo una stagione di coltivazione” a opera di un gene incorporato che produce una tossina.

Una tecnologia di seconda generazione strettamente correlata, la T-GURT, produce sementi soprannominate Traitor. Tale tecnologia verte sul controllo della fertilità e delle caratteristiche genetiche di una pianta grazie a un “promotore di gene che può essere indotto” denominato “interruttore del gene”. Le colture OGM resistenti ai parassiti e alle malattie ‘funzionano’ unicamente tramite l’impiego di uno specifico composto chimico realizzato dalle società come la Monsanto. Gli agricoltori che acquistano sementi illegalmente non avranno a disposizione il composto che ”accende” il gene resistente. In tal modo la tecnologia Traitor crea un nuovo mercato vincolato ai colossi degli OGM, laddove le sementi Traitor risultano avere costi di produzione inferiori rispetto a quelle Terminator.
Combinate, queste due tecnologie conferiscono ai colossi dell’agribusiness poteri senza precedenti:

“Per la prima volta nella storia, tale situazione [consente a] tre o quattro multinazionali private delle sementi…di dettare agli agricoltori di tutto il mondo le proprie condizioni.”

Si tratta di uno strumento di guerra biologica quasi “troppo valido per crederci”, a fronte dell’aperta opposizione della cittadinanza che l’industria e il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA) si propongono di mettere a tacere.

Engdahl cita il portavoce dell’USDA Willard Phelps il quale, in un’intervista risalente a giugno del 1998, affermava che l’ente desiderava che la tecnologia Terminator fosse “data ampiamente in concessione e resa speditamente disponibile a numerose società del settore sementi”. La ragione di fondo era occulta: introdurre le sementi in questione nei paesi in via di sviluppo in quanto primaria strategia della Fondazione Rockefeller. Engdahl la definisce il “Cavallo di Troia dei colossi occidentali delle sementi OGM per acquisire il controllo delle forniture alimentari del Terzo Mondo, in aree in cui le leggi sui brevetti sono assai permissive o addirittura inesistenti”. Per la Fondazione diventò di importanza prioritaria diffondere le sementi in tutto il mondo, onde impossessarsi in modo irreversibile dei mercati. L’USDA appoggiò in pieno tale progetto.
Un tal genere di influenza (assieme al WTO) è soverchiante; è la tattica utilizzata allorquando il Dipartimento di Stato e quello dell’Agricoltura degli Stati Uniti coordinano interventi di lotta alle carestie impiegando prodotti geneticamente modificati in eccedenza. Gli agricoltori che ricevono le sementi OGM non vengono informati sulla loro natura: le piantano inconsapevolmente per il raccolto successivo e così vengono ‘arpionati’. La proliferazione, peraltro, non è limitata all’Africa. Lo scopo dell’industria del settore è quello di introdurre gli OGM ovunque, ricorrendo alla coercizione, alla corruzione e ad altre tattiche illegali, soprattutto in paesi in via di sviluppo pesantemente indebitati. Nel caso della Polonia il suolo – che era uno dei più fertili in Europa – risulta ormai deteriorato dalla contaminazione genetica.
Prendete ora in considerazione come il piano sia connesso con la strategia della Fondazione Rockefeller per il controllo della popolazione. Nel 2001 il progetto ricevette agevolazioni quando la compagnia biotech privata Epicyte annunciò di aver sviluppato con successo la “coltura OGM definitiva”: la semente di mais anticoncezionale; questa venne definita la soluzione alla “sovrappopolazione” del pianeta, tuttavia le notizie in merito scomparvero dalla circolazione dopo che la Biolex acquisì la compagnia.

In un modo o nell’altro, la Fondazione Rockefeller tenta di ridurre la popolazione, come peraltro sta facendo in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) finanziando sommessamente il suo programma di “salute riproduttiva” tramite l’impiego di un vaccino contro il tetano che, combinato con ormoni naturali hCG, opera come un agente abortivo che impedisce la gravidanza, quantunque tale aspetto non venga reso noto alle donne che lo assumono.
Quanto alla prospettiva del Pentagono a riguardo della riduzione della popolazione come sofisticata forma di “’guerra biologica’ [finalizzata a] risolvere la fame nel mondo”, tutto tace.

Il panico dell’influenza aviaria e i polli OGM

Nel 2005 George W. Bush indusse ingannevolmente l’opinione pubblica a credere che, se incontrastata, una cosiddetta epidemia di influenza aviaria si sarebbe trasformata in una pandemia. Come di consueto, la soluzione fu quella di delegare al settore privato e premiare i suoi compari. Nel caso specifico, egli chiese al Congresso di destinare uno stanziamento d’emergenza pari a un miliardo di dollari dei contribuenti per un farmaco, il Tamiflu. Un fatto cruciale rimase sottaciuto: il farmaco era elaborato e brevettato dalla Gilead Science – il cui presidente, prima di assumere l’incarico di segretario alla Difesa, rispondeva al nome di Donald Rumsfeld, il quale peraltro ne era ancora azionista di maggior rilievo. La paura, combinata agli stanziamenti del governo e un prezzo delle azioni in aumento, mise Rumsfeld nelle condizioni di accumulare una fortuna, esattamente nello stesso modo in cui Dick Cheney, nelle vesti di vicepresidente, aveva tratto profitto dai propri legami con la Halliburton.
Engdahl pone il seguente quesito:

“La paura dell’influenza aviaria fu l’ennesimo stratagemma del Pentagono” dalle finalità ignote?

Rifacendosi a note e insabbiate azioni passate del governo, “un presumibilmente letale” nuovo ceppo di influenza “doveva essere considerato decisamente con sospetto”; veniva sfruttato per promuovere gli interessi dell’agribusiness e della pollicoltura “secondo  il modello della Tyson Foods dell’Arkansas”. Considerate i fatti. A causa degli spazi angusti e delle condizioni di sovraffollamento cui sono costretti gli animali, gli allevamenti in batteria costituiscono il terreno di coltura per una potenziale proliferazione di malattie, nondimeno tale aspetto non è mai stato citato come una minaccia. Al contrario, a essere additati come colpevoli sono stati i piccoli allevamenti all’aperto a conduzione familiare, in particolar modo quelli asiatici, quando in realtà tale nozione è quantomeno assai poco plausibile; i piccoli allevamenti di questo tipo sono i più sicuri, tuttavia la campagna di propaganda di marca governativo-industriale ha sostenuto il contrario.

Lo schema è palese. Cinque colossi multinazionali dominano la produzione e la lavorazione delle carni di pollo: Tyson (la più grande), Gold Kist, Pilgrim’s Pride, ConAgra Poultry e Perdue Farms, le quali producono carne di pollo “in atroci condizioni sotto il profilo sanitario e della sicurezza”. Secondo il GAO (Government Accountability Office), i lavoratori impiegati presso questi impianti di lavorazione presentano “uno dei più elevati tassi di lesioni e malattie di tutto il settore industriale”. Si è citata l’esposizione a “pericolose sostanze chimiche, sangue, materia fecale, il tutto esacerbato da scarsa ventilazione e, spesso, temperature estreme”.
Oltre a ciò, i polli sono racchiusi in spazi assai esigui e

“negli allevamenti in batteria viene loro impedito di muoversi o svolgere qualsivoglia esercizio motorio [in modo da poter] crescere…molto di più [e più rapidamente] di quanto mai avvenuto in precedenza”.

Si impiegano anche promotori della crescita, che a loro volta determinano problemi per la salute.

In misura sempre maggiore, gli esperti di animali ritengono che sono tali allevamenti – e non quelli asiatici di piccole dimensioni – la reale fonte di pericolose nuove patologie come l’influenza aviaria; tali informazioni sono assenti dal circuito ufficiale, di conseguenza il pubblico viene ingannato. Questo è il modo in cui i colossi della lavorazione della carne di pollo riescono a globalizzare la produzione mondiale, coadiuvati – come una “manna dal cielo” – dalla paura dell’influenza aviaria. Se l’intento di estromettere i piccoli allevatori asiatici avrà esito positivo, la Tyson e altre società saranno in grado di accedere all’enorme mercato asiatico del pollame; il loro scopo è questo, laddove il metodo è l’eliminazione della concorrenza – con l’ausilio di amici nelle alte sfere.

Anche la creazione della prima popolazione di animali OGM fa parte del piano, nella prospettiva di trasformare i polli di tutto il mondo in volatili OGM. Engdahl la mette in questi termini:

“All’indomani del 2006, cavalcando la paura di un’epidemia umana di influenza aviaria, i rappresentanti degli OGM o della Rivoluzione Genetica miravano chiaramente a conquistare la più importante fonte di proteine a livello mondiale, ovvero il pollame.”

Nondimeno si prospettava anche un altro piano volto a dominare la produzione globale di derrate alimentari: “Terminator stava per finire sotto il controllo del più grande colosso mondiale dell’agribusiness delle sementi OGM.”

Armageddon genetico: Terminator e brevetti sui maiali

Allo scopo di completare il suo abortito tentativo di acquisizione del 1999, nel 2007 la Monsanto acquisì la Delta & Pine Land (D&PL). La D&PL deteneva i diritti globali sul Terminator e li estese con successo ai GURTs. L’accordo rese la Monsanto “il soverchiante monopolista delle sementi agricole di quasi tutte le varietà”, compresi frutti e ortaggi ottenuti l’anno precedente nel contesto dell’acquisizione della Seminis, azienda grazie alla quale la Monsanto si ritrova ora la prima società nel settore frutta e ortaggi, la seconda nelle colture agronomiche, nonché la terza più grande azienda agrochimica a livello mondiale. Con la D&PL, la Monsanto detiene anche il controllo assoluto sulla maggioranza delle sementi delle piante agricole e, inoltre, sta entrando nel settore dell’ingegneria genetica e dei brevetti relativi agli animali.

Nel 2005, la Monsanto ha richiesto al WTO i diritti di brevetto internazionali per la sua rivendicata manipolazione genetica di un mezzo per identificare i geni di maiale derivati da sperma suino brevettato. La società aspira inoltre ai brevetti e al diritto di riscuotere tasse di concessione per particolari animali da fattoria e mandrie di bestiame. Se tali prerogative verranno concesse, “qualsiasi maiale prodotto utilizzando tale tecnica riproduttiva sarà tutelato dai brevetti in questione”. Man mano che i patrocinatori legali degli OGM riescono a inoltrare istanze di ‘mettere sotto chiave’ la vita animale come proprietà intellettuale, altrettanto velocemente vengono impiegate e brevettate svariate tecniche.
Società come la Monsanto e la Cargill hanno investito ingenti quantità di denaro per modificare geneticamente animali a scopo di profitto, di conseguenza esigono i diritti di brevetto e concessione per i risultati ottenuti, quantunque tutto questo rappresenti il controverso obiettivo di brevettare la vita stessa. Ad ogni modo nel 1980, nell’ambito del caso Diamond v. Chakrabarty, una sentenza della Corte Suprema statunitense ha fornito loro uno spiraglio stabilendo che “qualsiasi cosa realizzata dall’uomo sotto il sole” è brevettabile, decisione che spianò la strada all’epocale brevetto del “Oncomouse”, manipolato geneticamente per risultare maggiormente suscettibile al cancro.
Engdahl descrive il modo in cui i colossi dell’agribusiness hanno adottato una “campagna di menzogne e distorsioni furtiva, sistematica e debitamente appoggiata”, volta ad avanzare in direzione dello scopo ultimo di Henry Kissinger: assumere il controllo del petrolio e avere il controllo delle nazioni; assumere il controllo delle derrate alimentari per avere il controllo delle popolazioni”. Il perseguimento di ambedue gli obiettivi è in fase di realizzazione, con scarsa consapevolezza da parte del pubblico su quanto sia avanzato lo stato delle cose e quanto sia sconsiderato il piano – manipolare geneticamente tutte le piante e le forme di vita e controllare la popolazione mondiale selezionandone le parti “indesiderate”.

 

Postfazione: organizzare l’opposizione

Nel 2006 un tribunale del WTO ha emesso una sentenza favorevole agli Stati Uniti a scapito dell’Unione Europea, sentenza che in tal modo minaccia di aprire questa importante area agricola alla “introduzione forzata [di] piante e prodotti alimentari geneticamente manipolati”.
Raccomandava che il Dispute Settlement Body (DSB-Ente di Risoluzione delle Dispute, ndt) del WTO richiedesse alla UE di rispettare i propri obblighi in base all’accordo SPS del WTO stesso, che consente all’agribusiness di ignorare diritti e leggi nazionali a tutela della salute e della sicurezza pubbliche. Per i paesi della UE la mancata osservanza di tali obblighi può comportare costi nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari in sanzioni annuali, quindi la questione è di importanza cruciale per ambo le parti in causa.
All’epoca dello scritto di Engdahl, non era chiaro se la “mostruosa e malefica macchina degli OGM sarebbe stata fermata a livello globale”. La questione è tuttora incerta, ma al dicembre 2007 nella UE solo nove prodotti alimentari biotech hanno l’autorizzazione alla vendita. Sinora le esportazioni statunitensi di mais sono per la maggior parte bloccate e il commercio di altri prodotti viene impedito, nonostante dozzine di richieste pendenti in cantiere il cui destino non è ancora stato deciso.

Alcuni paesi della UE, fra cui Francia, Germania, Austria e Danimarca, bandiscono persino prodotti alimentari biotech approvati dalla UE, annebbiando ulteriormente le prospettive. I sondaggi ne indicano la motivazione, dato che l’opinione pubblica europea si è opposta con pervicacia agli alimenti e ingredienti OGM; in Francia i livelli di ostilità arrivano all’89 per cento, mentre il 79 per cento della popolazione vuole che i governi bandiscano i prodotti in questione.
Questo dimostra che i cittadini europei sono di gran lunga più avanti dei loro corrispondenti statunitensi, nonché molto meglio tutelati (sinora) dalla relativa esclusione complessiva e dalla legislazione che impone l’etichettatura dei prodotti autorizzati alla vendita. Tale normativa è di importanza cruciale, in quanto mette i consumatori nelle condizioni di decidere se avvalersi o meno di questi alimenti; se le persone se ne asterranno in numero consistente, gli esercizi del settore prodotti alimentari non li terranno in vendita.

[AGGIORNAMENTO, al 26/05/2017: nel frattempo, l’11 Marzo 2015 il Parlamento Europeo avrebbe varato la Direttiva UE 2015/42, che introduce nei paesi dell’UE alcune tipologie brevettate di grano OGM, quali il MON810 di Monsanto, il TC1507 della Pioneer, il GA21 e il Bt11 di Syngenta, con la possibilità di esclusione geografica per i paesi UE che lo richiedessero: Ungheria, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Grecia, Francia, Austria, Croazia, Slovenia, Bulgaria, Danimarca, Cipro, Malta, Scozia, Irlanda del Nord, Galles (per approfondire, vedi questo articolo). Inoltre è attualmente in fase di approvazione il Canada and Europe Trade Agreement (CETA) che permetterebbe la libera circolazione nell’UE dei prodotti canadesi, tra cui anche il grano OGM, legale in Canada, NDR].

Engdahl conclude facendo notare quanto i colossi degli OGM siano vulnerabili alle critiche.
Il fatto di ficcare in gola ai consumatori prodotti non testati costituisce “la base su cui organizzare una moratoria o bando globale sui prodotti stessi”, sempre che si riesca a organizzare una sufficiente opposizione che sappia farsi sentire.
In tutto il libro, Engdahl suona l’allarme con dovizia di fatti accuratamente documentati sull’industria, i suoi prodotti e le sue finalità.
Convertire l’agricoltura mondiale agli OGM, consentire all’agribusiness di gestirli a proprio piacere e combinare tale piano con una diabolica agenda di eliminazione mirata della popolazione, tutto questo equivale a risolvere la fame nel mondo tramite il genocidio, mettendo al contempo in pericolo la parte restante.
Sinora Washington e l’industria procedono a gonfie vele verso il controllo del petrolio e del cibo. Centinaia di milioni di persone in tutto il mondo vi si oppongono, ma non è chiaro se ciò sia sufficiente.
Il libro di Engdahl rappresenta un accorato appello per far comprendere a ogni amico della Terra che questioni talmente cruciali non possono essere lasciate nelle mani di colossi degli affari privi di scrupoli e dei loro compiacenti amici delle alte sfere di ogni angolo del pianeta. Il libro presenta pile di argomenti contro costoro; è necessario leggerlo con attenzione e utilizzarne le informazioni. La posta in gioco è troppo alta. La salute e la sicurezza degli esseri umani non devono mai essere sacrificate in nome del profitto.

QUI la prima parte

Articolo pubblicato originariamente su NEXUS New Times n.76, Ottobre – Novembre 2008

tratto da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/i-semi-della-distruzione-parte-2-5537

I SEMI DELLA DISTRUZIONE

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I SEMI DELLA DISTRUZIONE

Con i finanziamenti della famiglia Rockefeller, la Rivoluzione Verde ha gettato le basi per la Rivoluzione Genetica, consentendo a una manciata di colossi agroalimentari anglo-statunitensi di acquisire il controllo delle scorte alimentari a livello mondiale.

Una disamina di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation di F. William Engdahl


Alimenti geneticamente manipolati: un esperimento condotto sulle masse

Nel 2003 è stato pubblicato Seeds of Destruction di Jeffrey Smith. Tale testo denuncia i pericoli derivanti dagli alimenti geneticamente manipolati o modificati (GE/GM) che la maggior parte della popolazione statunitense consuma quotidianamente, ignara dei potenziali rischi per la salute. Le iniziative volte a informare il pubblico sono state invalidate, mentre le conoscenze scientifiche degne di attendibilità sono state occultate.

Prendete in considerazione quanto è accaduto ad Arpád Pusztai, principale esperto mondiale di modificazione genetica di piante e lectine, di stanza a Londra. Pusztai è stato diffamato e licenziato dal suo incarico di ricercatore presso lo Scotland’s Rowett Research Institute per aver pubblicato dati, non congeniali all’industria, che gli erano stati commissionati in merito alla sicurezza degli alimenti GM. Il suo studio della Rowett Research era il primo studio indipendente mai condotto su tale soggetto; i risultati sono stati sconcertanti e presentano implicazioni per gli esseri umani che consumano alimenti geneticamente manipolati/modificati.
Pusztai ha riscontrato che ratti alimentati con patate GM presentavano fegato, cuore, testicoli e cervello di minori dimensioni, nonché un sistema immunitario compromesso; manifestavano modifiche strutturali dei globuli bianchi, il che, rispetto ad altri ratti alimentati con cibo non GM, li rendeva maggiormente vulnerabili a infezioni e malattie. La situazione peggiorò ulteriormente. Si presentarono danni al timo e alla milza, nonché tessuti ingrossati, compresi pancreas e intestino. Vi sono stati casi di atrofia del fegato, nonché una rilevante proliferazione delle cellule dello stomaco e dell’intestino, potenziale indice di maggiore rischio futuro di cancro. Analogamente allarmante il fatto che tutto questo è accaduto dopo soli 10 giorni di test e che le modifiche persistevano dopo 110 giorni – l’equivalente umano di 10 anni.

Attualmente gli alimenti GM ‘impregnano’ il nostro regime alimentare, in particolar modo negli USA, e sono contenuti in oltre l’80 cento di tutti gli alimenti trattati in vendita nei supermercati.
Fra i vari alimenti GM si annoverano cereali quali riso, mais e frumento; legumi quali fagioli di soia (nonché una serie di prodotti da essa derivati); oli vegetali; bevande analcoliche; salse per insalate; ortaggi e frutta; prodotti caseari e uova; carni e altri prodotti animali; persino omogeneizzati per bimbi. Inoltre, in alcuni alimenti lavorati (quali salsa di pomodoro, gelati e burro di arachidi) vi è un’ampia gamma di additivi e ingredienti occulti, non segnalati ai consumatori poiché tale etichettatura è vietata – nondimeno quanti più alimenti di questo tipo consumiamo, tanto maggiori sono i rischi per la nostra salute.
Al giorno d’oggi siamo tutti ratti da laboratorio coinvolti in un esperimento su larga scala condotto su esseri umani, privo di controlli e di regolamentazione, i cui risultati sono tuttora ignoti. I rischi derivanti sono smisurati e per scoprirli occorreranno molti anni. Una volta introdotte sementi GM in un ambiente, il genio della lampada è libero per sempre.
Comunque, nonostante gli enormi rischi, Washington e un numero sempre crescente di governi in alcune zone di Regno Unito, Europa, Asia, America Latina e Africa attualmente permettono che questi prodotti vengano coltivati sul proprio territorio o importati; vengono prodotti e venduti ai consumatori poiché colossi agroalimentari quali Monsanto, DuPont, Dow AgriSciences e Cargill hanno un’enorme influenza in tal senso e dispongono di un potente partner che li appoggia – il governo statunitense e le sue agenzie, fra cui il Dipartimento di Stato e il Dipartimento dell’Agricoltura, la Food and Drug Administration (FDA-Ente statunitense preposto al controllo alimentare e farmacologico, ndt), l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) e persino il settore della difesa. Anche gli aspetti commerciali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) relativi ai regolamenti sui diritti di proprietà intellettuale (TRIPS) vanno a sostegno dei suddetti colossi, nonché regolamenti del WTO favorevoli all’industria del settore, come quello del 7 febbraio 2006.

Il WTO ha appoggiato una contestazione degli USA contro le politiche europee di regolamentazione inerenti agli OGM (organismi geneticamente modificati), nonostante la forte contrarietà dei consumatori europei ai suddetti alimenti e ingredienti; ha inoltre violato il Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza, che dovrebbe consentire alle varie nazioni di regolamentare tali prodotti nel pubblico interesse – ma questo non avviene in quanto i regolamenti del WTO lo hanno sabotato.
Comunque sia, l’attivismo anti-OGM è vivo e vegeto, i consumatori hanno ancora voce in capitolo e nel mondo, Stati Uniti compresi, esistono centinaia di aree libere da OGM. Tutto questo, e molto altro, è necessario per tener testa ai colossi agroalimentari che sinora sono andati per la propria strada.

Washington lancia la Rivoluzione Genetica

Engdahl spiega che la scienza della “modificazione biologica e genetica delle piante e di altre forme di vita” fece capolino per la prima volta negli anni settanta del secolo scorso. L’amministrazione Reagan era determinata a rendere gli Stati Uniti la forza dominante in questo settore emergente, laddove venne favorita in modo particolare l’industria agroalimentare biotech. Agli inizi degli anni ottanta le aziende si affrettarono a elaborare piante e bestiame OGM, nonché farmaci per animali a base di OGM. Washington rese loro le cose facili instaurando un ‘clima’ non regolamentato e favorevole al business, che da allora è rimasto tale tanto sotto le amministrazioni repubblicane quanto sotto quelle democratiche.
A capitanare l’iniziativa di elaborare OGM è una società caratterizzata da una “lunga storia di frodi, cover-up, corruzione”, falsità e disprezzo per il pubblico interesse: la Monsanto. Il suo primo prodotto fu la saccarina, in seguito dimostratasi sostanza cancerogena. Poi la società si dedicò alle sostanze chimiche e plastiche, quindi divenne  tristemente nota per l’Agente Arancio utilizzato come defoliante per le giungle vietnamite negli anni sessanta e settanta e che espose centinaia di migliaia di civili e militari alla letale diossina, una delle sostanze più tossiche fra tutti i composti noti.
Assieme ad altri suoi analoghi, la Monsanto è accusata di essere un impudente inquinatore; è nota per aver segretamente scaricato in acqua e nel suolo alcune fra le più letali sostanze conosciute e averla fatta franca. Ad ogni modo, attualmente la società ignora tali addebiti e si definisce

“una società agraria [che applica] innovazione e tecnologia per aiutare gli agricoltori di tutto il mondo a essere produttivi, a produrre alimenti più salutari, migliore foraggio per gli animali e più fibra, riducendo al contempo l’impatto dell’agricoltura sull’ambiente”.

Nella sua esauriente ricerca Engdahl dimostra il contrario.
Nonostante il proprio passato, negli anni ottanta – e in particolare dopo che George H. W. Bush divenne presidente nel 1989 – la Monsanto e altri colossi degli OGM ebbero mano libera; l’amministrazione Bush aprì il “vaso di Pandora”, in modo tale che nessun “regolamento superfluo li ostacolasse”. Da allora in avanti,

“non una sola nuova legge di regolamentazione che disciplinasse la biotech o gli OGM venne varata, né allora né in seguito, [nonostante] rischi ignoti e possibili pericoli per la salute”.

In un mercato totalmente libero da impedimenti, ora le volpi fanno la guardia al pollaio, dato che il sistema è stato messo nelle condizioni di autoregolamentarsi. Ad assicurarlo è stato un antecedente decreto legislativo di Bush, il quale stabiliva che piante e alimenti OGM sono “sostanzialmente equivalenti” a quelli ordinari della stessa varietà, come nel caso di mais, frumento o riso. Il decreto in questione sanciva il principio di “sostanziale equivalenza” come il “fulcro dell’intera rivoluzione degli OGM”. Si trattava di gergo pseudoscientifico, ma ormai era legge; Engdahl la paragona a un “ceppo di Andromeda” potenzialmente catastrofico sotto il profilo biologico – ma non più relegato al regno della fantascienza.

Come primo prodotto OGM la Monsanto scelse il latte, geneticamente manipolato con l’ormone ricombinante della crescita bovina (rBGH), e lo commercializzò con il nome di Posilac. Nel 1993, nell’era Clinton, la FDA lo dichiarò sicuro e ne approvò la vendita prima che fosse disponibile qualsivoglia informazione a tutela del consumatore. Attualmente è in vendita su tutto il territorio statunitense e propugnato come metodo tramite cui il bestiame è in grado di produrre sino al 30 per cento di latte in più. I problemi, comunque, non tardarono a presentarsi. Gli allevatori riferirono che i loro animali si logoravano sino a due anni prima del normale, talora manifestavano gravi infezioni e che alcuni non riuscivano più a camminare; fra gli altri problemi si annoveravano mastite della mammella, nonché vitelli deformi alla nascita.
Tali informazioni vennero eliminate e il latte rBGH è privo di etichetta, quindi i consumatori non hanno alcun modo di venirne a conoscenza; né sono stati informati che tale ormone provoca leucemia e tumori nei ratti, e che un comitato della Commissione Europea ha concluso che gli umani che consumano latte rBGH sono a rischio di cancro del seno e della prostata. Di conseguenza l’Unione Europea ha decretato un bando del prodotto, ma gli Stati Uniti non hanno seguito la stessa procedura. Nonostante evidenti questioni relative alla sicurezza, la FDA non ha preso alcun provvedimento e consente che pericoloso latte venga venduto senza controllo. Non era che l’inizio.

Manipolazione dei dati

Egdahl ripercorre la vicenda di Pusztai, il tributo che ha dovuto pagare alla sua salute, nonché il modesto riconoscimento che ha infine ricevuto. Nel 1999 Pusztai era già disoccupato, allorquando la trecentenaria British Royal Society lo attaccò, sostenendo che la sua ricerca era

“viziata sotto molti punti di vista per progettazione, esecuzione e analisi, e che da essa non si potevano trarre conclusioni”.

Tali critiche in realtà erano prive di fondamento, e l’attacco venne sferrato poiché la ‘bomba’ di Pusztai minacciava di far deragliare il treno dell’assai lucrosa industria OGM britannica, e di fare altrettanto con la sua controparte statunitense.
Quanto a Pusztai, dopo cinque anni, vari attacchi cardiaci e una carriera rovinata, infine apprese quello che era successo in seguito all’annuncio delle sue scoperte. La responsabile era la Monsanto, la quale aveva protestato presso il presidente Bill Clinton il quale, a sua volta, aveva messo in allerta il primo ministro Tony Blair. Le scoperte di Pusztai dovevano essere invalidate e per esse egli doveva essere screditato. Nondimeno egli riuscì a replicare, avvalendosi del contributo della rinomata rivista scientifica britannica The Lancet. Nonostante le minacce mosse dalla Royal Society all’indirizzo di Pusztai, il direttore della rivista pubblicò l’articolo di quest’ultimo, ma dovette pagarne lo scotto; dopo la pubblicazione, la società e l’industria biotech attaccarono The Lancet per la sua iniziativa, un ulteriore atto impudente.
Come nota a margine, attualmente Pusztai va in giro per il mondo tenendo conferenze riguardanti la sua ricerca sugli OGM, ed è consulente di gruppi in fase di avvio che si occupano di ricerche inerenti agli effetti che questi alimenti hanno sulla salute. Assieme a lui e alla moglie, anche il suo co-autore professor Stanley Ewen ebbe a soffrire della situazione; costui perse il posto presso la University of Aberdeen, ed Engdahl nota che la prassi di sopprimere verità indesiderate e di punire gli ‘informatori’ costituisce non l’eccezione, bensì la regola. Le pretese dell’industria del settore sono poderose, in particolar modo quando concernono l’utile netto.

Il governo Blair si spinse persino oltre. Infatti commissionò alla società privata Grainseed la conduzione di uno studio triennale per dimostrare la sicurezza degli alimenti OGM. Successivamente il quotidiano londinese Observer entrò in possesso di alcuni documenti del Ministero dell’Agricoltura britannico, indicanti che i test erano manomessi e determinavano “alcuni strani dati scientifici”. Almeno un ricercatore della Grainseed manipolò i dati allo scopo di “far sì che determinate sementi dei test sembrassero rendere meglio di quanto in realtà non accadesse”.
Ciononostante il ministero raccomandò che una varietà di mais OGM venisse certificata e il governo Blair emanò un nuovo codice di condotta in base al quale

“qualsiasi dipendente di un istituto di ricerca finanziato dallo Stato il quale si arrischiasse a pronunciarsi pubblicamente sulle scoperte inerenti alle piante OGM potrebbe trovarsi ad affrontare l’esonero, un’ingiunzione del tribunale oppure essere citato in giudizio per inadempimento di contratto”.

In altri termini, a quel punto pronunciarsi a livello pubblico era illegale, anche se la salute pubblica era a repentaglio. Non avrebbero permesso a nessun ostacolo di frapporsi lungo il cammino della malefica macchina del settore agroalimentare.

 

Il piano Rockefeller per l’agribusiness

All’epoca della Guerra Fredda il fattore alimentare divenne un’arma strategica, camuffata da “Food for Peace”. Si trattava di una copertura adottata dalle grandi aziende agricole statunitensi allo scopo di organizzare la trasformazione dell’agricoltura a conduzione familiare in agribusiness globale, con i prodotti alimentari come strumento e i coltivatori diretti eliminati in modo che i loro terreni potessero essere sfruttati in modo più produttivo. Il dominio dell’agricoltura a livello mondiale doveva essere

“uno dei pilastri centrali della politica postbellica di Washington, unitamente al [controllo de] i mercati petroliferi mondiali e le vendite per la difesa del mondo non comunista”.

L’evento determinante del 1973 fu una crisi alimentare mondiale.
La penuria di cereali, assieme al primo dei due shock petroliferi degli anni settanta, favorì una “rilevante svolta per la nuova politica di Washington”. In un periodo nel quale gli Stati Uniti erano i principali produttori mondiali di eccedenze alimentari, dotati del massimo potere di controllo su prezzi e forniture, i prezzi di petrolio e cereali aumentarono da tre a quattro volte; il momento ideale per una nuova alleanza fra governo e aziende cerealicole statunitensi. Tale situazione “gettò le basi per la successiva rivoluzione genetica”.

Annotate quella che Engdahl definisce “la grande rapina al treno”, con Henry Kissinger come responsabile. Costui decise che la politica agricola statunitense era “troppo importante per essere lasciata alla gestione del ministero dell’Agricoltura”, quindi ne assunse il controllo in prima persona. Ormai i lettori si saranno resi conto del tipo di futuro che Kissinger aveva in mente nel 1970, allorquando dichiarò:

“Assumete il controllo del petrolio e avrete il controllo delle nazioni; assumete il controllo delle derrate alimentari e avrete il controllo delle popolazioni”.

Il mondo aveva disperato bisogno di cereali, gli Stati Uniti disponevano delle più consistenti scorte, quindi il piano era quello di utilizzare questo potere per “modificare radicalmente il commercio e i mercati alimentari a livello mondiale”. I grandi trionfatori erano esponenti del commercio cerealicolo quali Cargill, Archer Daniels Midland (ADM) e Continental Grain, coadiuvati dalla “nuova diplomazia alimentare [volta a creare] un mercato agricolo globale per la prima volta”, propugnata da Kissinger. La produzione alimentare avrebbe “ricompensato gli amici e punito i nemici”, laddove i legami fra Washington e il business erano al centro di tale strategia.
Il mercato alimentare globale era sottoposto a una fase di riorganizzazione, gli interessi corporativi venivano favoriti, si sfruttava il vantaggio politico e si gettavano le basi per la “rivoluzione genetica” degli anni novanta. Nel dispiegarsi degli eventi dei due decenni successivi, gli interessi dei Rockefeller, fra cui la Rockefeller Foundation, avrebbero giocato un ruolo decisivo. La riorganizzazione ebbe inizio nel corso della presidenza di Richard Nixon, come pietra angolare della politica agraria di quest’ultimo; il mantra era il libero commercio, i beneficiari erano i commercianti di cereali, e i coltivatori diretti furono costretti a farsi da parte affinché i colossi dell’agribusiness potessero subentrare.

Mandare in rovina i coltivatori diretti rappresentava il piano per eliminare un “eccesso [di] risorse umane”. Engdahl definisce la questione come una “forma sottilmente dissimulata di imperialismo alimentare”, parte di un piano finalizzato a far diventare gli Stati Uniti “il granaio mondiale”. L’azienda agricola a conduzione familiare sarebbe diventata “allevamento industriale” e l’agricoltura si sarebbe trasformata in “agribusiness”, dominato da una manciata di colossi corporativi provvisti di strettissimi legami con Washington.
Anche la svalutazione del dollaro faceva parte del New Economic Plan (NEP) di Nixon, che nel 1971 comportò la ‘chiusura della finestra dell’oro’ (ovvero la convertibilità del dollaro in oro, ndt) per consentire alla valuta di fluttuare liberamente. Vennero presi di mira i paesi in via di sviluppo, nell’ottica che si dimenticassero di essere autosufficienti sul piano dei cereali e dei prodotti carnei, si affidassero agli USA per i prodotti fondamentali e, per le esportazioni, si concentrassero piuttosto su frutti di piccole dimensioni, zucchero e ortaggi. La valuta estera guadagnata avrebbe allora consentito di acquistare le importazioni dagli USA e ripagare i prestiti concessi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, che creano un interminabile ciclo di schiavitù del debito. Si utilizzò anche l’Accordo Generale sulle Tariffe doganali e il Commercio (GATT), come accadde in seguito con il WTO, con regolamenti stilati dalle corporazioni affinché fossero confacenti ai loro interessi finanziari.

Drastica riduzione della popolazione

Nel mezzo di una siccità mondiale e di un crollo del mercato azionario, prendete in considerazione il memorandum classificato di Kissinger del 1974; il National Security Study Memorandum 200 (NSSM 200) venne formulato in base agli interessi dei Rockefeller e mirava ad adottare un “piano di azione per la popolazione mondiale” volto al drastico controllo della popolazione globale, vale a dire una sua riduzione. A condurre l’iniziativa furono gli USA, che stabilirono il controllo delle nascite nei paesi in via di sviluppo come prerequisito per beneficiare degli aiuti statunitensi. Engdahl riassume la questione in termini recisi: “se queste razze inferiori interferiranno nel processo di procurarci abbondanti materie prime a basso costo, allora dovremo trovare il modo di sbarazzarci di loro”. Anche i nazisti puntavano a grandi risultati e ambivano al controllo; la selezione della popolazione, o “eugenetica”, faceva parte del loro progetto di prendere di mira razze “inferiori” allo scopo di salvaguardare la razza “superiore”.
Il piano di Kissinger relativo a “metodi contraccettivi più semplici tramite ricerca biomedica” suona quasi come il vecchio slogan della DuPont, “tramite la chimica, cose migliori per una vita migliore”; in seguito, man mano che si accumulavano i riscontri sugli effetti tossici delle sostanze chimiche, la DuPont abbandonò la locuzione “tramite la chimica” e, nel 1999, la società in fase di cambiamento iniziò a utilizzare lo slogan pubblicitario “I miracoli della scienza”.
L’NSSM 200 era legato all’agenda dell’agribusiness, che ebbe inizio con la “Rivoluzione Verde” degli anni cinquanta e sessanta volta a controllare la produzione alimentare di determinati paesi africani, asiatici e latinoamericani. Il piano di Kissinger aveva un duplice scopo: garantire agli USA nuovi mercati cerealicoli nonché tenere sotto controllo la popolazione, inclusa la selezione di 13 “sventurati” paesi, fra cui India, Brasile, Nigeria, Messico e Indonesia; lo sfruttamento delle loro risorse dipendeva dall’avvio di drastiche riduzioni della popolazione, onde ridurre la domanda interna.
Il piano era ripugnante, in puro stile Kissinger; raccomandava il controllo forzato della popolazione, nonché altre misure volte ad assicurare agli USA obiettivi strategici. Kissinger voleva che entro l’anno 2000 il numero complessivo si riducesse di 500 milioni e auspicava, da allora in avanti, il raddoppio del tasso annuale di decessi, da 10 a 20 milioni. Egdahl lo definisce “genocidio”, in base alla rigorosa definizione dello statuto della Convenzione ONU sulla Prevenzione e la Punizione del Reato di Genocidio, anno 1948, che delinea tale crimine sotto il profilo legale. Nel contesto di tale quadro Kissinger è colpevole di aver voluto negare assistenza alimentare a “persone che non sono o saranno in grado di tenere sotto controllo la crescita della rispettiva popolazione” – in altri termini, se non ci penseranno loro, ci penseremo noi al posto loro. La strategia comprendeva il controllo della fertilità, denominato “pianificazione familiare”, che era connessa alla disponibilità di risorse fondamentali. Alcuni membri della famiglia Rockefeller appoggiarono il piano; Kissinger era il loro “prestatore d’opera” e venne adeguatamente ricompensato per i suoi servizi, tant’è che, ad esempio, gli venne evitato di essere perseguito all’estero, dove era ricercato come criminale di guerra e poteva essere arrestato.

A parte i suoi noti crimini, tenete presente quanto Kissinger fece alle donne brasiliane povere tramite una politica di sterilizzazione di massa nel contesto dell’NSSM 200. Dopo 14 anni di tale programma, il ministero della Sanità brasiliano scoprì sconvolgenti rapporti su una quantità – stimata nell’ordine del 44 per cento – di tutte le donne brasiliane di età compresa fra i 14 e i 55 anni, le quali venivano sterilizzate in modo permanente; erano implicate organizzazioni quali la International Planned Parenthood Federation e la Family Health International, mentre la direzione del programma era di competenza dell’USAID, la quale vanta una lunga e inquietante storia di appoggio all’imperialismo di marca statunitense, e nondimeno sul proprio sito sostiene di tendere

“una caritatevole mano alle popolazioni d’oltreoceano che lottano per una vita migliore, per riprendersi da un disastro o si battono per vivere in un paese libero e democratico”.

Ancor più inquietante è la stima secondo cui fu sterilizzato il 90 per cento delle donne brasiliane di origine africana, in una nazione in cui la popolazione nera è seconda solo a quella della Nigeria. Potenti personaggi appoggiarono il progetto, tuttavia i più influenti furono i Rockefeller; di questi John D. III ebbe il maggiore ascendente sulla politica demografica. Nel 1969 Nixon lo nominò a capo della Commissione per la Crescita Demografica e il Futuro Americano; il precedente lavoro della commissione gettò le basi per l’NSSM 200 di Kissinger e per la sua politica di sterminio tramite il sotterfugio.

La Confraternita della morte

Molto prima che Kissinger (e il suo assistente Brent Scowcroft) rendessero la riduzione della popolazione la politica estera ufficiale degli USA, i Rockefeller eseguivano esperimenti su esseri umani, un’iniziativa capitanata da JD III. Negli anni cinquanta, mentre Nelson sfruttava manodopera portoricana a basso costo a New York e sull’isola, il fratello JD III conduceva esperimenti di sterilizzazione di massa sulle donne portoricane. Alla metà degli anni sessanta il ministero della Sanità Pubblica di Portorico eseguì una stima del tributo pagato: un terzo o più delle povere ignare donne in età fertile era stata sterilizzata in modo permanente.

JD III espresse i suoi intenti in occasione di una conferenza tenuta nel 1961 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO-ONU):

“A mio avviso, in quanto attuale problema preminente la crescita [e la riduzione] demografica è seconda soltanto al controllo degli armamenti atomici.”

Naturalmente quel che intendeva era ridurre le fasce indesiderate della popolazione, onde preservare risorse pregiate a vantaggio dei privilegiati; inoltre, egli era influenzato dagli eugenisti, dai teorici della razza e dai sostenitori del malthusianesimo in forza alla Rockefeller Foundation, i quali erano convinti di avere il diritto di decidere chi doveva vivere e chi doveva morire.

Dietro le quinte dell’iniziativa stavano personaggi influenti e alcune fra le principali famiglie imprenditoriali statunitensi; altrettanto dicasi per alcuni notabili del Regno Unito, di quell’epoca e precedenti, quali Winston Churchill e John Maynard Keynes.

Alan Gregg, per 34 anni a capo della Rockefeller Foundation Medical Division, affermò che la “gente inquina, quindi eliminiamo l’inquinamento eliminando le persone [indesiderate]”; paragonò i bassifondi delle città a tumori cancerosi e li definì “oltraggiosi per la decenza e la bellezza”. Meglio eliminarli e dare una ripulita al paesaggio.
Questa era la politica della Rockefeller Foundation, “cruciale per comprendere [le sue seguenti iniziative] nella rivoluzione della biotecnologia e nella genetica delle piante”. Sin dagli esordi la missione della fondazione fu quella di “[eliminare] il volgo, oppure [ridurre] sistematicamente le popolazioni di ‘razze inferiori’”. Per coloro che credono nella supremazia della razza il problema è che troppi elementi inferiori significano guai, allorquando chiedono di più di quello che i privilegiati vogliono per sé stessi. La soluzione: eliminarli impiegando qualsiasi mezzo, dal controllo delle nascite e la sterilizzazione sino alla morte per fame e alle guerre di sterminio.

JD III era in perfetta sintonia con tale intendimento; venne allevato nell’ottica della pseudoscienza malthusiana, della quale abbracciò il dogma. Nel 1931 entrò a far parte della fondazione di famiglia, in cui venne influenzato da eugenisti quali Raymond Fosdick e Frederick Osborn, entrambi membri fondatori della American Eugenics Society. Nel 1952 fece ricorso ai propri mezzi finanziari per fondare il Population Council, con sede a New York, presso il quale promosse studi di esplicito stampo razzista sui pericoli derivanti dalla sovrappopolazione. Nei 25 anni successivi tale istituto destinò 173 milioni di dollari alla questione della riduzione della popolazione globale e divenne la più influente organizzazione promotrice delle idee di supremazia della razza. Ad ogni modo, evitò di utilizzare il termine “eugenetica” in virtù della sua associazione all’ideologia nazista, preferendo invece impiegare locuzioni quali “controllo delle nascite”, “pianificazione familiare” e “libera scelta”; si trattava della stessa minestra.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, il socio e membro del direttivo della fondazione Frederick Osborn appoggiò con entusiasmo gli esperimenti nazisti di eugenetica che condussero agli stermini di massa, in seguito denigrati. All’epoca egli credeva che l’eugenetica fosse la “più importante sperimentazione mai tentata” e, successivamente, scrisse un libro dal titolo The Future of Human Heredity (1968), che nel sottotitolo riportava il termine “eugenetica”; dichiarava che le donne potevano essere persuase a ridurre volontariamente la propria prole e iniziò a sostituire con il termine “genetica” l’ormai inviso “eugenetica”.

Durante la Guerra Fredda la selezione della popolazione attirò sostenitori, fra cui il fior fiore dell’America corporativa; costoro appoggiarono iniziative private di riduzione della popolazione, come la International Planned Parenthood Federation (IPPF) di Margaret Sanger. Anche i principali media diffusero la nozione che la “sovrappopolazione nei paesi in via di sviluppo provoca fame e ulteriore povertà [che a loro volta diventano] terreno fertile” per il comunismo internazionale. In seguito l’agribusiness statunitense sarebbe stato coinvolto tramite una politica di controllo globale delle derrate alimentari. Il cibo è potere. Quando viene impiegato per selezionare la popolazione, si tratta di un’arma di distruzione di massa.
Prendete in considerazione l’attuale frangente, in cui la FAO riporta prezzi degli alimenti marcatamente più elevati, unitamente a gravi scarsità e al monito che la situazione è drastica e inedita, e minaccia milioni di persone di fame e di inedia. Dopo un incremento del nove per cento nel 2006, nel 2007 i prezzi sono aumentati sino al 40 per cento, il che ha costretto i paesi in via di sviluppo a pagare il 25 per cento in più per gli alimenti di importazione, senza riuscire ad approvvigionarsi a sufficienza.
Riguardo a tale problema la FAO cita varie spiegazioni, fra cui la crescente domanda, i più elevati costi di trasporto e di carburante, la speculazione finanziaria, l’impiego di mais per la produzione di etanolo (il che concerne un terzo delle coltivazioni, ovvero più di quanto viene esportato a scopi alimentari) e le condizioni climatiche estreme, ignorando le implicazioni di cui sopra: il potere dell’agribusiness nel manipolare gli approvvigionamenti per ottenere maggiori profitti e “selezionare la plebaglia” nei paesi del Terzo Mondo presi di mira. Le nazioni colpite sono povere e la FAO ne elenca venti in Africa, nove in Asia, sei in America Latina e due in Europa Orientale, il che complessivamente rappresenta 850 milioni di persone in pericolo, che ora soffrono di fame cronica e della povertà connessa. Costoro dipendono dalle importazioni e per il loro regime alimentare fanno forte affidamento sui tipi di prodotti controllati dall’agribusiness – frumento, mais, riso e soia. Se gli attuali prezzi rimarranno elevati e la penuria persisterà, moriranno milioni di persone – forse secondo un piano deliberato.

Il sotterfugio di “Food for Peace”

Verso la fine degli anni trenta le élite statunitensi iniziarono a progettare un secolo americano nel mondo postbellico – una Pax Americana che subentrasse all’evanescente impero britannico. A condurre l’iniziativa fu il gruppo del Council on Foreign Relations War and Peace Studies, con sede a New York e finanziato con denaro della Rockefeller Foundation. Come dice Engdahl, in seguito sarebbero stati ripagati nell’ordine delle “migliaia di volte”. Prima, comunque, gli Stati Uniti dovevano conseguire il dominio del pianeta, tanto sotto il profilo militare quanto sotto quello economico.
L’establishment affaristico degli USA prefigurava una “Grand Area” che comprendesse la maggior parte dei paesi esterni al blocco sovietico; per sfruttare tale situazione, occultarono le proprie mire imperialiste dietro una “veste benevola e liberale”, definendo sé stessi in quanto “disinteressati fautori della libertà dei paesi coloniali [nonché] nemici dell’imperialismo”. Avrebbero inoltre “sostenuto la pace mondiale attraverso il controllo delle multinazionali”. Vi suona familiare?
Come ai nostri giorni, si trattava soltanto di un sotterfugio che celava le loro vere finalità, perseguite sotto il vessillo delle Nazioni Unite, del nuovo contesto [degli accordi] di Bretton Woods, dell’FMI, della Banca Mondiale e del GATT, istituzioni che vennero costituite con un unico scopo: integrare i paesi in via di sviluppo nel Nord Globale a dominio statunitense, in modo che le loro ricchezze potessero essere trasferite a favore dei potenti interessi economici e affaristici, per la maggior parte negli USA. A capo dell’iniziativa vi fu la famiglia Rockefeller; vi erano coinvolti i quattro fratelli, laddove Nelson e David furono coloro che la avviarono in prima persona.
Negli anni cinquanta e sessanta, mentre JD III architettava piani volti alla riduzione della popolazione e per la purezza della razza, Nelson operava “dall’altra parte della barricata…in veste di progressista uomo d’affari di calibro internazionale”. Propugnando maggiore efficienza e produttività nei paesi presi di mira, in realtà egli pianificava di aprire i mercati mondiali a importazioni cerealicole dagli USA prive di restrizioni, il che si trasformò nella “Rivoluzione Verde”. Nelson concentrò la propria attenzione sull’America Latina. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale egli coordinò l’intelligence e le operazioni coperte statunitensi sul territorio nazionale; tali attività posero le basi degli interessi postbellici della famiglia, i quali erano connessi al settore militare dell’area dato che benevoli uomini risoluti rappresentano il genere di leader preferito onde garantire un clima favorevole agli affari.

A partire dagli anni trenta Nelson Rockefeller cominciò ad avere rilevanti interessi commerciali in America Latina, in particolare nei settori bancario e petrolifero. Agli inizi del decennio successivo andò alla ricerca di nuove opportunità e, assieme al fratello Laurance, acquistò a buon mercato vasti appezzamenti di terreni agricoli di elevata qualità – che tuttavia non erano destinati ad aziende agricole di piccole dimensioni: i Rockefeller volevano monopoli globali, proponendosi di fare in agricoltura quello che il patriarca della famiglia aveva fatto nel settore petrolifero, utilizzando al contempo i prodotti alimentari e le tecnologie agricole come armi nel quadro della Guerra Fredda.
Nel 1954 l’Agricultural Trade Development and Assistance Act, altrimenti noto con la sigla PL 480 o come “Food for Peace”, assegnò al surplus alimentare il ruolo di strumento della politica estera statunitense. Nelson fece ricorso alla sua considerevole influenza presso il Dipartimento di Stato, dal momento che dal 1952 sino al 1979 tutti i segretari di Stato dell’era postbellica avevano legami con la famiglia tramite la fondazione di quest’ultima: nello specifico, John Foster Dulles, Dean Rusk, Henry Kissinger e Cyrus Vance. Questi individui appoggiavano le opinioni dei Rockefeller sull’iniziativa privata ed erano coscienti del fatto che la famiglia poneva l’agricoltura sullo stesso piano del petrolio – ovvero come merci da “commerciare, controllare [e] rendere scarse o abbondanti” a seconda delle finalità di politica estera delle corporazioni dominanti che ne controllavano la commercializzazione.
La famiglia entrò nel settore agricolo nel 1947, allorquando Nelson fondò la International Basic Economy Corporation (IBEC), attraverso la quale egli introdusse

“l’agribusiness in grande scala in paesi in cui, negli anni cinquanta e sessanta, i dollari statunitensi riuscirono ad acquisire un’enorme influenza”.

All’epoca Nelson si alleò con il colosso del commercio cerealicolo Cargill in Brasile, dove costoro iniziarono a sviluppare varietà di sementi di mais ibride, destinate a grandi progetti; avrebbero reso quel paese “il terzo produttore mondiale di [tali] coltivazioni dopo USA e Cina”. Questo rientrava nella “Rivoluzione Verde” dei Rockefeller che, alla fine degli anni cinquanta, “unitamente ai settori petrolifero e militare, stava rapidamente assumendo per gli Stati Uniti un’importanza economica strategica”.

L’America Latina rappresentava l’inizio di una rivoluzione della produzione alimentare che aveva grandi mire: controllare i “bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione mondiale”. Assieme all’agribusiness degli anni novanta, era “il partner perfetto per l’introduzione…di coltivazioni geneticamente manipolate o piante OGM”. Questo connubio era mascherato da “efficienza del libero mercato, modernizzazione [e] metodo per sfamare un mondo denutrito”. In realtà non si trattava di niente del genere; nascondeva ingegnosamente “il più ardito colpo maestro mai sferrato a scapito del destino di intere nazioni”.

L’agribusiness assume una connotazione globale

La “Rivoluzione Verde ebbe inizio in Messico e negli anni cinquanta e sessanta si diffuse in America Latina”. Quindi venne introdotta in Asia, in particolar modo in India, in un’epoca in cui gli Statunitensi sostenevano che il loro scopo era quello di aiutare il mondo tramite l’efficienza del libero mercato. Si trattava di un percorso a senso unico, da loro a noi, affinché gli investitori corporativi fossero in grado di trarne profitto; assegnò ai colossi statunitensi della chimica e ai principali esponenti del commercio cerealicolo nuovi mercati per i loro prodotti. L’agribusiness stava diventando globale e gli interessi dei Rockefeller erano all’avanguardia nel fornire il proprio contributo affinché la globalizzazione dell’industria prendesse forma.
Nelson lavorava con il fratello JD III, il quale nel 1953 costituì il proprio Agricultural Development Council. I due condividevano uno scopo comune:

“la cartellizzazione dell’agricoltura mondiale e delle derrate alimentari sotto la loro egemonia corporativa”;

essenzialmente si proponeva di introdurre tecniche agricole moderne destinate ad aumentare la resa dei raccolti con la falsa rivendicazione di volere ridurre la fame nel mondo. La medesima lusinga venne in seguito utilizzata per propugnare la “rivoluzione genetica”, appoggiata dagli interessi commerciali dei Rockefeller e dai medesimi colossi dell’agribusiness.

Negli anni sessanta anche il presidente Lyndon Johnson utilizzò i prodotti alimentari come arma. Egli voleva che le nazioni destinatarie acconsentissero al fatto che l’amministrazione e i requisiti indispensabili imposti dai Rockefeller, ovvero il controllo della popolazione e l’apertura dei loro mercati all’industria statunitense, facessero parte dell’accordo; inoltre, per gli scienziati agricoli e gli agronomi dei paesi in via di sviluppo era prevista la formazione relativa alle più recenti concezioni della produzione, in modo che costoro fossero in grado di applicarle nei rispettivi paesi. Tale aspetto “costituì diligentemente una rete in seguito dimostratasi cruciale” per la strategia dei Rockefeller di “diffondere nel mondo l’impiego di coltivazioni geneticamente manipolate”, coadiuvata da finanziamenti dell’USAID e dalle ‘birichinate’ della CIA.

Le tattiche della “Rivoluzione Verde” sono state ‘dolorose’ e hanno richiesto un devastante ‘balzello’ agli agricoltori locali, distruggendo i loro mezzi di sussistenza e costringendoli a trasferirsi a vivere in catapecchie nelle baraccopoli; questi individui, cercando disperatamente di sopravvivere ed essendo facilmente preda di qualsiasi metodo per farlo, hanno fornito sfruttabile manodopera a basso costo.
La “Rivoluzione” ha inoltre arrecato danno ai terreni. Con l’andare del tempo le monoculture soppiantano la diversità, distruggono la fertilità del suolo e riducono la produttività dei raccolti. In ultima analisi l’impiego indiscriminato di pesticidi chimici può determinare gravi problemi per la salute. Engdahl cita un analista il quale ha definito la “Rivoluzione Verde” una “rivoluzione chimica” che i paesi in via di sviluppo non si possono permettere; tale rivoluzione ha avviato il processo di asservimento del debito a causa dei prestiti concessi dall’FMI, dalla Banca Mondiale e da banche private. I grandi proprietari terrieri se li sono potuti permettere, i piccoli coltivatori diretti invece no e, come conseguenza, spesso sono andati in fallimento. Naturalmente l’idea di fondo era proprio questa.

La “Rivoluzione Verde” si è basata sulla “proliferazione di nuove sementi ibride nei mercati dei paesi in via di sviluppo” – sementi che tipicamente non dispongono della capacità di riproduzione. Il calo di produttività dei raccolti ha comportato il fatto che gli agricoltori hanno dovuto acquistare ogni anno sementi dalle grandi aziende produttrici multinazionali, le quali controllano al loro interno le proprie linee parentali delle sementi. Una manciata di colossi del settore ne ha acquisito i brevetti e li ha utilizzati per porre le basi della successiva rivoluzione OGM. Il loro piano è diventato ben presto evidente: le coltivazioni tradizionali dovevano lasciare il posto a varietà ibride ad alto rendimento (HYV) di grano, mais e riso, con rilevanti immissioni chimiche.
Inizialmente i tassi di crescita sono stati sorprendenti, ma non sono durati a lungo. In paesi come l’India, la produzione agricola ha subito un rallentamento e quindi un declino; questi paesi sono stati gli sconfitti, di modo che i colossi dell’agribusiness potessero sfruttare vasti nuovi mercati per i loro macchinari, prodotti chimici e di altro genere; è stato l’inizio dell’“agribusiness”, andato a braccetto con la strategia della “Rivoluzione Verde” che in seguito avrebbe compreso le alterazioni genetiche delle piante.

Agli albori furono implicati due professori della Harvard Business School: John Davis e Ray Goldberg, i quali collaborarono con l’economista russo Wassily Leontief, furono finanziati dalle fondazioni Rockefeller e Ford, quindi avviarono una rivoluzione quarantennale finalizzata al dominio dell’industria alimentare. Essa si basava sull’“integrazione verticale”, del genere di quella che il Congresso mise al bando dopo che colossali gruppi di controllo e trust come la Standard Oil la utilizzarono per monopolizzare interi settori di industrie chiave e per schiacciare la concorrenza.
Tale integrazione verticale tornò in auge durante la presidenza di Jimmy Carter, membro fondatore della Commissione Trilaterale, e venne camuffata come “deregolamentazione” per smantellare “leggi a tutela del consumatore, della sicurezza alimentare e della salute…diligentemente formulate nel corso di decenni”. In base a questa nuova integrazione verticale favorevole all’industria, ora tali leggi avrebbero ceduto il passo. Una campagna propagandistica sosteneva che il problema era il governo, il quale si intrometteva in maniera eccessiva nella vita dei cittadini e doveva essere fatto arretrare a vantaggio di una maggiore “libertà” personale.
Dagli inizi degli anni settanta i produttori dell’agribusiness presero a tenere sotto controllo le scorte alimentari statunitensi, tuttavia ben presto sarebbero passati a una scala globale mai vista in precedenza. Lo scopo: ricavare “sbalorditivi profitti” tramite la “ristrutturazione delle modalità secondo cui gli Statunitensi coltivavano i prodotti vegetali per alimentare sé stessi e il mondo”. Ronald Reagan diede seguito alla politica di Carter e lasciò i principali quattro o cinque monopolisti a dirigerla, il che determinò un’inedita “concentrazione e trasformazione dell’agricoltura statunitense”, con i coltivatori diretti indipendenti estromessi dai loro terreni attraverso fallimenti e vendite forzate, in modo che i “più efficienti” colossi dell’agribusiness potessero subentrare con “aziende agricole industriali”. I piccoli produttori rimanenti diventarono virtuali servi della gleba in veste di “agricoltori a contratto”. Il paesaggio degli USA stava cambiando, con la gente calpestata nell’interesse del profitto.
Engdahl spiega il processo graduale di “fusione e consolidamento su larga scala…della produzione alimentare statunitense…in colossali concentrazioni corporative globali”dai nomi familiari: Cargill, Archer Daniels Midland, Smithfield Foods e ConAgra; man mano che queste aumentavano di dimensione, lo stesso accadeva ai loro utili, con indici annuali di redditività pari al 13 per cento nel 1993 per arrivare al 23 per cento nel 1999.

A rimetterci furono centinaia di migliaia di coltivatori diretti; dal 1979 al 1998 il loro numero diminuì di 300.000 unità; ancor peggio andò agli allevatori di suini, passati nel medesimo periodo da 600.000 a 157.000 unità, cosicché il tre per cento dei produttori si trovò nelle condizioni di controllare il 50 per cento del mercato. I costi sociali furono (e continuano ad essere) sconcertanti, poiché “intere comunità agricole andarono in rovina e città rurali si trasformarono in città fantasma”.

Prendete in considerazione le conseguenze. Nel 2004:

  • i quattro principali industriali della carne in scatola controllavano l’84 per cento della macellazione di manzi e vitelle: Tyson, Cargill, Swift e National Beef Packing;
  • quattro colossi controllavano il 64 per cento della produzione suina: Smithfield Foods, Tyson, Swift e Hormel Foods;
  • tre società controllavano il 71 per cento della lavorazione della soia: Cargill, ADM e Bunge;
  • tre colossi controllavano il 63 per cento di tutta la molitura del grano per ottenere la farina;
  • cinque società controllavano il 90 per cento del commercio cerealicolo globale;
  • altre quattro società controllavano l’89 per cento del mercato dei cereali per la prima colazione – Kellogg, General Mills, Kraft Foods e Quaker Oats;
  • dopo aver acquisito la Continental Grain nel 1998, la Cargill controllava il 40 per cento dei silos per cereali a livello nazionale;
  • quattro grandi colossi del settore agrochimico/sementi controllavano il 75 per cento delle vendite nazionali di grano da semina e il 60 per cento della soia, detenendo al contempo la più consistente quota del mercato agrochimico: Monsanto, Novartis, Dow Chemical e DuPont;
  • sei società controllavano i tre quarti del mercato globale dei pesticidi;
  • Monsanto e DuPont controllavano il 60 per cento del mais e della soia statunitensi – tutti brevettati come sementi OMG.

Inoltre:

  • nel 2002, 10 grandi rivenditori di alimenti controllavano 649 miliardi di dollari di vendite globali, mentre i principali 30 rivenditori di alimenti rendevano conto di un terzo delle vendite globali di generi alimentari e da drogheria.

Fine prima parte

Continua… QUI LA SECONDA PARTE


L’articolo è stato pubblicato originariamente su NEXUS New Times n.75, Agosto – Settembre 2008

tratto da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/i-semi-della-distruzione-5533

 

Chi è William Engdahl

F. William (Bill) Engdahl, eminente ricercatore, economista e analista che si occupa del Nuovo Ordine Mondiale, da oltre 30 anni scrive su tematiche energetiche, politiche ed economiche. Inoltre partecipa di frequente a convegni internazionali in veste di oratore e presta la sua opera di insigne ricercatore associato al Centre for Research on Globalization, col quale collabora regolarmente. Engdahl è autore di A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order (Pluto Press, 2004) e di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation (Global Research, 2007; vedere http://globalresearch.ca/books/SoD.html), argomento del presente articolo. Per contatti email, info@engdahl.oilgeopolitics.net.

 

Su NEXUS New Times ha scritto gli articoli:

OGM: lo sdoganamento della Monsanto (NEXUS 104)

L’imminente crisi del gas estratto con il fracking (NEXUS 105)

Come si uccide l’Agricoltura? In arrivo da Vancouver una nave con 1600 tir di quella porcheria che in Canada si ostinano a chiamare grano. E intanto da noi il prezzo crolla del 48%, tocca i minimi storici e non copre i costi di produzione costringendo gli agricoltori ad arrendersi!!

Agricoltura

 

 

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Come si uccide l’Agricoltura? In arrivo da Vancouver una nave con 1600 tir di quella porcheria che in Canada si ostinano a chiamare grano. E intanto da noi il prezzo crolla del 48%, tocca i minimi storici e non copre i costi di produzione costringendo gli agricoltori ad arrendersi!!

Coldiretti, la protesta contro la nave del grano che viene da Vancouver

Prezzi in calo del 48%, nel mirino il frumento straniero. Italmopa: importazioni necessarie per ovviare al deficit soprattutto quantitativo del raccolto nazionale rispetto al fabbisogno dell’industria

Per svuotarla, sarà necessario riempire 1.600 camion. Certo, non bisognerà trebbiare: il raccolto è stato già fatto, dall’altra parte del mondo, e trasportato in Italia con una nave che dopo 40 giorni di viaggio è ormeggiata nel porto di Bari, con 50 mila tonnellate di grano provenienti da Vancouver, Canada. È il motivo per cui venerdì, in Puglia, è scoppiata la #guerradelgrano, con tanto di hashtag che rende più moderno uno dei lavori più antichi, quello della coltivazione della materia prima del pane.

La protesta non ha viaggiato solo sui social ma anche per strada, con un migliaio di agricoltori, coordinati dalla Coldiretti, che nel primo giorno di trebbiatura si sono ritrovati al varco della Vittoria del porto di Bari. Il problema è il prezzo che nella campagna 2016-2017 ha toccato i livelli più bassi dal 2009-2010 (20,5 euro di media per quintale di grano, vale a dire il costo di due pizze, fino ai 18,7 euro di maggio). «Un pacco di pasta su tre — spiega Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Puglia — contiene prodotto straniero senza che si sappia. Il “grano giramondo” ha contribuito a far crollare del 48% i prezzi in Italia con perdite di 145 milioni di euro per gli agricoltori pugliesi, senza alcun beneficio per i consumatori, perché dal grano alla pasta i prezzi aumentano di circa il 500% e dal grano al pane addirittura del 1.400%. In Canada, poi, sono usate 99 sostanze attive vietate nella Ue».

Gli industriali, però, non ci stanno: per Italmopa «le importazioni di grano sono indispensabili per ovviare al deficit quantitativo del raccolto nazionale rispetto al fabbisogno dell’industria». E per Aidepi «non c’è nessun inganno nei confronti dei consumatori perché le etichette della pasta sono conformi alle normative vigenti». «E anche sulla sicurezza alimentare — aggiunge Margherita Mastromauro, presidente della sezione agroalimentare di Confindustria Bari-Bat e titolare del pastificio Riscossa — nessun problema, perché quando il grano viene importato si applicano le norme italiane ed europee per i residui di fitofarmaci e i controlli non mancano».

La soluzione? Per Colomba Mongiello (Pd), componente della Commissione Agricoltura della Camera, «la Ue deve decidere rapidamente sulla certificazione della pasta Made in Italy e la formazione del prezzo della materia prima deve avvenire con maggiore trasparenza con la Cun, la Commissione unica nazionale del grano duro, da istituire in Puglia, a Foggia, capitale del grano. Dove la crisi si fa più sentire».

tratto da: http://www.corriere.it/economia/17_giugno_10/coldiretti-protesta-contro-nave-grano-che-viene-vancouver-fb6f74aa-4db2-11e7-9a56-ce0022081322.shtml

Coldiretti: “Prezzo del grano ai minimi storici, non copre i costi di produzione”

“Si preannuncia una nuova annata terribile per i cerealicoltori sardi con il prezzo del grano ancora con il segno meno rispetto allo scorso anno quando venne pagato già il 30 per cento in meno rispetto al 2015”

“Si preannuncia una nuova annata terribile per i cerealicoltori sardi con il prezzo del grano ancora con il segno meno rispetto allo scorso anno quando venne pagato già il 30 per cento in meno rispetto al 2015. Le speculazioni, favorite dall’invasione del grano duro dall’estero, stanno facendo crollare il prezzo del grano dallo scorso anno pagato ai cerealicoltori sotto i costi di produzione. Un pacco di pasta imbustato in Italia su tre è fatto con grano straniero senza alcuna indicazione per i consumatori – E’ la denuncia di Coldiretti.
“Sono ben 2,3 milioni le tonnellate di grano duro che sono arrivate lo scorso anno dall’estero, quasi la metà delle quali proprio dal Canada che peraltro ha fatto registrare nel 2017 un ulteriore aumento del 15% secondo le analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi due mesi del 2017 – proseguono – una realtà che rischia di essere favorita dall’approvazione da parte dell’Europarlamento del Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement) con il Canada che prevede l’azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato”.
E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti in occasione dello scoppio della #laguerradelgrano che questa ieri ha portato migliaia di agricoltori alle banchine per lo scarico di un mega cargo con grano canadese al Porto di Bari.
“Siamo vicini ai nostri colleghi – sottolinea Paolo Floris cerealicoltore di Sanluri – perché combattono una battaglia anche nostra”.
“Quest’anno il prezzo che si sta presentando nel mercato è ancora inferiore: dai 18 ai 22 euro al quintale –denuncia Paolo Floris –, produrremmo ancora un anno in perdita, non riusciremo a pagarci i costi di produzione. Le spese vive per coltivare un ettaro di terra si aggirano intorno ai 750 euro, mentre il ricavato si ferma a circa 630 euro”.
“Non possiamo continuare a coltivare in perdita. Molti ettari il prossimo anno rimarranno incolti” annuncia Floris.
La superficie coltivata a grano duro in Sardegna è crollata negli ultimi 12 anni del 60 per cento, perdendo 58.129 ettari.  Si è passati dai 96.710 ettari coltivati nel 2004 ai 38581 del 2015.
tratto da: http://www.cagliaripad.it/news.php?page_id=52929

L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

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L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

 

L’Italia trascinata in tribunale da una multinazionale del petrolio e chiamata a pagare milioni di euro di risarcimento danni. Perché? A seguito del divieto di trivellazione a meno di venti km dalla costa.

È stata una compagnia petrolifera britannica, la Rockhopper Exploration, a chiamare il nostro Paese dinanzi ad una corte di arbitrato internazionale. La “colpa” sarebbe aver tentato di salvaguardare la nostra linea di costa. La multinazionale ha infatti richiesto agli arbitri il versamento di un cospicuo risarcimento danni da parte dell’Italia.

La compagnia contesta al nostro Paese il divieto di intraprendere nuove attività di esplorazione e perforazione entro le 12 miglia nautiche. Un limite approvato in Parlamento nel gennaio 2016. Tale divieto infatti intaccherebbe i futuri guadagni della compagnia e, pertanto, la multinazionale richiede un risarcimento danni.

Cerchiamo di capire i contorni della vicenda.

L’autorizzazione allo sfruttamento del sottosuolo

La pretesa della Rockhopper si fonda su alcune autorizzazioni ottenute nel 2015, allo scopo di sfruttare un deposito sottomarino. Un giacimento situato a circa 10 chilometri al largo della costa abruzzese nel mare Adriatico. Secondo le stime, tale deposito contiene 40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni di metri cubici di gas. Tale concessione però, a seguito del divieto approvato nel gennaio 2016, è stata negata nel febbraio successivo. Una decisione che, secondo la compagnia, “viola il Trattato della Carta europea dell’Energia” del 1998.

Pertanto, Rockhopper ha deciso di rifarsi sull’Italia per il “grave danno economico” subito. Ma non si limita a chiedere un risarcimento danni che copra il solo capitale già investito. Insiste nel ricevere anche gli utili futuri e potenziali che aveva stimato di realizzare.

L’Italia aggira il divieto

Probabilmente proprio per scongiurare ripercussioni di questo tipo, il governo ha approvato un decreto ministeriale per aggirare il divieto. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il mese scorso, il provvedimento autorizza le compagnie petrolifere a portare a termine un programma di sviluppo messo a punto quando ha ottenuto una concessione. In questo modo, i progetti precedenti al divieto del gennaio 2016, sarebbero comunque validi. Non solo. Il decreto autorizza le aziende anche a modificare tali progetti. Il che vuol dire, consentire di fatto la costruzione di nuovi pozzi e nuove piattaforme. Anche entro le 12 miglia marine.

Come spiegano gli esponenti del Coordinamento No Triv al ilfattoquotidiano.itper titoli già rilasciati le compagnie potranno presentare e farsi autorizzare una qualsiasi ‘variante’ al programma originario di lavoro, che preveda la perforazione di nuovi pozzi sempre entro le 12 miglia marine dalle linee di costa e fino alla fine del ciclo di vita del giacimento“.

Fioccano i risarcimento danni in Europa

Il problema non è solo italiano. E la Rockhopper non è l’unica multinazionale del petrolio e del gas a fare una richiesta di risarcimento danni di questo genere. Sta diventando molto comune nei Paesi che tentano, attraverso la legge, di rafforzare tutela dell’ambiente e salute dei lavoratori. Un esempio: la compagnia energetica svedese Vattenfall che ha fatto una richiesta di risarcimento danni alla Germania di ben 3,7 miliardi di euro, a seguito della sua decisione di abbandonare il nucleare.

Uguale richiesta anche da parte della società canadese Lone Pine Resources, che pretende dal Canada 250 milioni di dollari, in seguito al blocco imposto alle ricerche, dal Quebec nella Valle del San Lawrence. Senza contare, che in molti temono che a seguito del Ceta, l’accordo di libero scambio tra  Canada e Unione Europea, appoggiato in Francia da François Hollande, possa in futuro causare nuove citazioni in giudizio a causa delle norme ambientali.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/ambiente/italia-risarcimento-danni-petrolio/

Le Multinazionali dell’olio di Palma hanno fatto morire oltre 100.000 esseri umani! Un consiglio? Ora vanno tanto di moda le pubblicità prodotti “da oggi senza olio di palma”… Non li comprate, sono proprio quelli che fino a ieri (cioè finquando non c’era informazione) AMMAZZAVANO LA GENTE !!

olio di Palma

 

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Le Multinazionali dell’olio di Palma hanno fatto morire oltre 100.000 esseri umani! Un consiglio? Ora vanno tanto di moda le pubblicità prodotti “da oggi senza olio di palma”… Non li comprate, sono proprio quelli che fino a ieri (cioè finquando non c’era informazione) AMMAZZAVANO LA GENTE !!

 

Le Multinazionali dell’olio di Palma hanno fatto morire oltre 100.000 esseri umani

Gli incendi boschivi del 2015 legati alla deforestazione nel sud-est asiatico hanno causato più di 100mila morti. Lo rivela uno studio condotto da esperti in salute pubblica e modelli atmosferici delle università di Harvard e Columbia, appena pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters.

Erano stati roghi titanici, appiccati di proposito dalle multinazionali dell’olio di palma e poi sfuggiti di mano, nelle foreste dell’Indonesia il cui sottosuolo è un’immensa torbiera. Il fumo aveva avvolto presto anche le nazioni confinanti, conconseguenze pesantissime: voli annullati, scuole chiuse anche a Singapore e in Malesia, 500 mila casi di infezione alle vie respiratorie, quasi 50 milioni di persone esposte a fumi tossici 24 ore al giorno per settimane. 

Secondo lo studio, le persone che sono morte prematuramente a causa di quegli incendi 
sono oltre 90mila in Indonesia, più di 6mila 
in Malesia e 2.200 a Singapore. 

Non è la prima volta che ladeforestazione sconsiderata ha conseguenze sulla salute di milioni di cittadini in quei paesi, ma i dati del 2015 sono senza precedenti: rispetto allenubi tossiche della precedente crisi del 2006 sono state colpite il triplo delle persone.

Indonesia: 100mila morti per i fumi tossici della deforestazioneLe emissioni giornaliere provocate dai roghi della foresta avevano addirittura superato le emissioni medie quotidiane degli Stati Uniti. Nelle zone più colpite di Sumatra e Kalimantan, i livelli di inquinanti dell’indice standard (PSI) toccavano il tetto dei 3.000, quando la soglia di pericolo è 300.

“Le torbiere su cui si sviluppano questi incendi contengono materiale organico combustibile e rilasciano in atmosfera grandi quantità di polveri sottili come i PM 2.5, cioè il principale fattore globale di mortalità legata all’inquinamento dell’aria”, si legge nello studio. Ma il numero delle persone colpite potrebbe essere addirittura maggiore, visto che la ricerca si è concentrata soltanto sugli adulti. Il ministero della Salute dell’Indonesia ha rispedito al mittente le accuse, sostenendo che le cifre elaborate dallo studio “non hanno alcun senso”. Secondo le autorità di Jakarta, i morti sarebbero appena 24.


Fonte: http://curiosity2015.altervista.org/x7434-2/

Succo d’arancia – Il business delle Multinazionali sulla pelle della Gente.

Succo d’arancia

 

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Succo d’arancia – Il business delle Multinazionali sulla pelle della Gente.

Le arance utilizzate per produrre i succhi che si consumano in Europa provengono per l’80 per cento dal Brasile e dagli USA. Da lì il succo viene esportato in forma liofilizzata per essere poi allungato con l’acqua nel paese di destinazione. Dietro alla catena di produzione e fornitura c’è una manciata di multinazionali che ne detiene il controllo a livello globale e fa in modo di tenere il più possibile sotto silenzio le condizioni di lavoro, il massiccio uso di pesticidi e l’impatto ambientale che deriva dalla produzione. Una campagna europea ha condotto una ricerca in Europa e in Brasile per far luce su quel che i supermercati sono soliti occultare. Ecco i risultati.

I risultati della ricerca Exprimidos – Lo que hay detrás del negocio del zumo de naranja [Quel che c’è dietro l’affare del succo d’arancia], realizzata dalla campagna europea Supply Cha!nge della quale fa parte la rete di attivisti Col•lectiu RETS e che è stata condotta in Brasile e in Europa, fanno luce su qualcosa che i supermercati di generi alimentari sono soliti occultare: la dipendenza e lo sfruttamento dei lavoratori nelle aziende e nelle piantagioni, così come la distruzione dell’ambiente, in particolare attraverso il massiccio utilizzo di pesticidi.

Negli ultimi 30 anni si è avuto un enorme incremento della produttività del succo di arancia, anche a seguito dell’aumento della densità delle piantagioni. Dovendo sopravvivere in un mercato altamente competitivo, si è verificato un processo di concentrazione in tutti i settori della catena di produzione del succo di arancia.

Oggi, le imprese Sucocítrico Cutrale Ltda (Cutrale) [1], Citrosuco S/A (Citrosuco) [2] e Louis Dreyfus Commodities Agroindustrial S/A (LDC) controllano in Brasile tutta l’attività di produzione ed esportazione del succo d’arancia. Queste tre società controllano in maniera effettiva il mercato globale, fornendo alle più grandi aziende di imbottigliamento più del 50 per cento del succo prodotto.

Il danno ambientale del succo d’arancia: i pesticidi

L’arancia è uno dei frutti ai quali si applicano più pesticidi in forma intensiva poiché tra tutti i prodotti esportati dal Brasile è quella che richiede la maggior quantità di pesticidi per ettaro. Dal 2008, il Brasile è leader mondiale nel consumo di pesticidi, avendo incrementato molto velocemente il loro uso nell’ultimo decennio (il 190% rispetto alla crescita complessiva del consumo degli stessi, contro un incremento globale di consumo che è stato del 93%). Il settore relativo alla vendita di pesticidi in Brasile costituisce un grande affare dominato da una manciata di multinazionali. Inoltre, i tipi di pesticidi utilizzati e venduti in Brasile sono particolarmente nocivi tant’è che in altri paesi molti di essi sono stati ritirati dal mercato per motivi legati all’ambiente.

Dal 2007 il numero di intossicazioni dovute ai pesticidi è raddoppiato arrivando a 4.537 casi segnalati. Gli incidenti correlati con l’uso dei pesticidi sono aumentati del 67% e la cifra ufficiale dei morti è passata da 132 a 206. Si stima che il numero dei casi che non sono stati ufficialmente comunicati farebbe aumentare queste cifre in maniera considerevole.

Inoltre, all’inizio dell’ultimo decennio si è scoperta in Brasile la cosiddetta “enfermedad verde”, un’infezione batterica delle coltivazioni di arancia. Questa scoperta ha portato all’impiego massiccio di insetticidi neonicotinoidi che si ritiene mettano in pericolo le colonie di api, sia selvatiche che domestiche. Questi pesticidi vengono usati per ammazzare le api poiché queste vengono considerate responsabili della trasmissione della “enfermedad verde” attraverso l’impollinazione. Tuttavia, ciò che in definitiva accade, è che i pesticidi finiscono per uccidere le api utilizzate per l’impollinazione degli aranceti destinati al commercio.

Violazione dei diritti umani nella produzione del succo d’arancia

La coltivazione dell’arancia è un’attività di tipo intensivo. La frutta si raccoglie principalmente a mano e i raccoglitori spesso viaggiano da una piantagione all’altra raccogliendo arance, canna da zucchero e altri prodotti a seconda della stagione dell’anno in cui si trovano. Generalmente, lavorano in cambio di salari molto bassi che non consentono loro di condurre una vita dignitosa. È su di loro che grava il peso peggiore della dura concorrenza tra le grandi multinazionali del settore del succo; il loro lavoro è molto impegnativo a livello fisico, è mal pagato e non hanno alcuna protezione legale.

Ufficialmente, nelle piantagioni del Brasile si lavorano 44 ore alla settimana e i lavoratori hanno diritto ad un’ora per la pausa pranzo. Tuttavia, la pressione esercitata sui lavoratori affinché producano il massimo, determina il fatto che spesso non usufruiscono dell’ora prevista per mangiare e vengono costretti a lavorare un maggior numero di ore di quelle legalmente stabilite. Durante la raccolta si prevede che lavorino anche i fine settimana. I cartellini usati per segnare l’ora di entrata e di uscita dal lavoro, evidenziano che per molti anni di seguito i lavoratori hanno potuto usufruire di un solo giorno libero al mese.

Le fumigazioni con prodotti chimici vengono compiute più volte mentre nei campi i lavoratori stanno effettuando la raccolta, cosa che provoca loro reazioni allergiche e altri tipi di problemi di salute. Non vengono istruiti su come lavorare o manipolare sostanze tossiche, né vengono formati in materia di igiene e sicurezza sul lavoro. I datori di lavoro non informano i lavoratori dei pericoli ai quali sono esposti nei loro posti di lavoro né viene loro indicato come prendere le dovute precuzioni. Per quanto riguarda una divisa da lavoro che sia idonea alla protezione dei lavoratori, o non viene fornita o quella che hanno non è adeguata, e sebbene alcuni lavoratori ne vengano provvisti, le lamentele sulla cattiva qualità delle stesse è una costante.

Gli autobus e i camioncini che trasportano i lavoratori alle piantagioni sono in uno stato fatiscente e spesso non sono neanche legalmente registrati. Normalmente i datori di lavoro trasportano i lavoratori fino alle piantagioni su veicoli di loro proprietà, il che significa che in caso di incidente solo il datore di lavoro è responsabile di fronte alla legge, e non le grandi multinazionali.

Lo studio dimostra anche come le donne sono chiaramente discriminate. I dati tratti da fonti sindacali indicano che gli uomini che lavorano nelle piantagioni hanno di solito contratti a tempo indeterminato mentre la maggioranza delle donne lavorano con contratti temporanei. Le fonti sindacali informano che negli stabilimenti della LDC e della Cutrale molte donne incinte o con figli/e a carico, sono state licenziate. E se la discriminazione economica e lavorativa non fosse sufficiente, le donne che lavorano nelle piantagioni sono vittime anche di costanti aggressioni, sia psicologiche che fisiche e sessuali.


Note:

[1] Cutrale: azienda brasiliana con sede a Araraquara, stato di São Paulo. È uno dei maggiori produttori al mondo di succo d’arancia. Ha immense estensioni di aranceti e cinque impianti produttivi in Brasile e due in Florida che le consentono di produrre attualmente il 30% della produzione mondiale di succo d’arancia. Fonte: wikipedia
[2] Citrosuco: copre il 45% del mercato brasiliano di succo d’arancia e il 25% di quello mondiale.

Dal blog El Salmón Contracorriente , l’articolo è stato pubblicato anche su Diagonal

Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

El Salmón Contracorriente si presenta così: siamo “un mezzo di comunicazione indipendente che nasce come un’alternativa all’attuale informazione economica, nella maggior parte dei casi centrata su un approccio ai fatti interno al sistema capitalista. L’obiettivo di questa pubblicazione online è ricordare ai lettori che l’economia è una scienza sociale al servizio delle persone.

 

tratto da: http://www.mondoallarovescia.com/il-business-del-succo-darancia/

Il Prof. Giuseppe Di Bella: le multinazionali manipolano la sanità e almeno il 50% dei dati medici è corrotto. E’ FINITA LA LIBERTÀ DI CURA E DI RICERCA!

Di Bella

 

 

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Il Prof. Giuseppe Di Bella: le multinazionali manipolano la sanità e almeno il 50% dei dati medici è corrotto. E’ FINITA LA LIBERTÀ DI CURA E DI RICERCA!

 

In questi giorni è emersa in tutta la sua gravità l’estensione della corruzione delle istituzioni sanitarie prevalentemente oncologiche con 22 indagati. In Italia la lottizzazione politica della sanità si estende dal portantino al primario, essendo ogni ASL un centro di potere, una riserva di voti di scambio, clientelari, di consistenti fatturati.

LE MULTINAZIONALI MANIPOLANO LA SANITA’

I rapporti con le multinazionali sono sempre più stretti. Uno degli aspetti globali più gravi è  l’ormai noto e da più parti denunciato meccanismo con cui viene chiaramente manipolato dalle multinazionali l’Impact Factor (criterio di valutazione di una rivista scientifica , paragonabile al rating in finanza). Con queste stesse finalità è stata creata, un’entità dogmatica sovranazionale, la cosiddetta “Comunità scientifica”. E’ sufficiente leggere le dichiarazioni del Nobel per la medicina Scheckman,  su riviste scientifiche ai primissimi posti dall’Impact Factor, come Science,  ecc, egli… dichiara che “la ricerca in campo scientifico non è affatto libera ma in mano ad una cerchia ristretta” la cosiddetta “Comunità scientifica”

ALMENO IL 50% DEI DATI MEDICI E’ CORROTTO

Il riferimento delle istituzionali sanitarie alla tanto celebrata “Comunità scientifica” è continuo, essa pontifica con giudizio infallibile, ma è ormai talmente inquinata, da aver falsificato almeno il 50%  del dato scientifico. Questa realtà, è stata documentata da Richard Horton, caporedattore del Lancet, una delle più prestigiose riviste mondiali di medicina, che ha dichiarato: “Gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere dichiarata semplicemente falsa. La scienza ha preso una direzione verso il buio.”.

Anche Marcia Angell, per 20 anni caporedattore  di un’altra delle massime testate scientifiche internazionali, il New England Medical Journal (NEMJ), ha dichiarato: “Semplicemente, non è più possibile credere a gran parte della ricerca clinica che viene pubblicata“.

Una dichiarazione da valutare con la massima attenzione, per la competenza, l’esperienza e la cultura, il livello scientifico della Prof Angel, che come Il Prof Horton, per anni ha revisionato la letteratura scientifica internazionale. Premi Nobel e caporedattori delle massime testate medico scientifiche mondiali non sono complottisti, ma le rare, forse ultime, voci che all’onestà intellettuale associano una grande cultura e rilevanti meriti scientifici.

LE EVIDENZE SCIENTIFICHE CHE NON ARRICCHISCONO NON SONO PUBBLICATE

Una rilevante quantità di evidenze scientifiche, cioè di dati scientifici definitivamente acquisiti, certificati, incontestabili, non sono trasferiti nella clinica, non sono inseriti nei “prontuari”, nelle “linee guida”, nei “protocolli”. Per questo, malgrado una vastissima e autorevole letteratura dimostri quanto  la proliferazione cellulare tumorale sia strettamente dipendente dall’interazione tra PRL (Prolattina) eGH (ormone della crescita), e da fattori di crescita GH dipendenti, né il suo antidoto naturale, la Somatostatina, né gli inibitori  prolattinici, sono inseriti come antitumorali nei prontuari, in quanto produrrebbero se non un crollo, un grave ridimensionamento  dei fatturati oncologici.

Numerosi e documentati studi certificano l’efficacia antitumorale dellasomatostatina, in sinergismo con inibitori prolattinici, e altri componenti del Metodo Di Bella come Melatonina, soluzione di Retinoidi in Vitamina E,evitamina D3, che hanno un ruolo ed un’efficacia determinante e documentata nella terapia e in quella prevenzione dei tumori che non sanno e/o non vogliono attuare.

IL MEDICO E’ OBBLIGATO A SOTTOSTARE AL NUOVO REGOLAMENTO

Il programma di azzeramento della libertà del medico di prescrivere secondo le evidenze scientifiche sta ormai rapidamente concludendosi, come chiaramente evidenziato dal nuovo codice deontologico che blocca definitivamente la libertà di prescrivere secondo scienza e coscienza, penalizza gravemente ogni medico che non si attenga scrupolosamente ai loro dictat terapeutici, indipendentemente dai risultati ottenuti sul paziente, dando ampie coperture medico legali ai medici responsabili di eventi anche gravi, fino alla morte, se questi medici si sono attenuti al prontuario. Essendo ormai evidente questo disegno, stanno manifestandosi le prime reazioni: alcuni ordini dei medici, tra cui quello di Bologna, hanno respinto e contestato questa umiliazione della dignità del medico, e il sovvertimento del millenario codice etico di comportamento del medico. Questo disegno è completato dalla fine programmata della libertà di ricerca scientifica, codificata nel decreto legge N° 158 del 13 sett. 2012 e nella legge N° 189 del 8 nov. 2012.

E’ FINITA LA LIBERTA’ DI CURA E DI RICERCA

Sono previste gravissime sanzioni disciplinari e pecuniarie ai ricercatori che, come il Prof. Di Bella, senza il benestare di comitati etici, intraprendano studi clinici e ricerche scientifiche, anche se in autonomia e autofinanziati. In pratica con questi decreti è finita la libertà non solo di cura ma di ricerca. Hanno creato le condizioni per cui solo le multinazionali saranno autorizzare a finanziare studi clinici finalizzati alla registrazione di farmaci con procedure di cui si conoscono e sono stati denunciati gli espedienti e trucchi  statistici per arrivare comunque alla registrazione e relativo fatturato (vedi denunce dei Prof Angell , Horton,e del Nobel Scheckmann ).

I progressi ottenuti dal  Prof. Di Bella nella cura dei tumori conosciuti dal pubblico, avevano portato nel 1997 e  98, ad una mobilitazione della gente. Sotto la pressione dell’opinione pubblica nel 1998, fu approvata  la cosiddetta “legge Di Bella” (articolo 3, comma 2 D.L. n. 17 del 23 febbraio 98, conv. con modificazioni, dalla legge 8 aprile 1998, n. 94), che consentiva al medico di prescrivere al di fuori dei vincoli burocratici ministeriali secondo scienza e coscienza, in base alle evidenze scientifiche. La Legge Finanziaria 2007 (al comma796, lettera Z), ha abrogato questa disposizione di legge in base alla quale per 9 anni i medici hanno potuto prescrivere farmaci di cui esisteva un razionale d’impiego scientificamente testato, ma ignorato dalle commissioni ministeriali, eliminando la libertà e autonomia del medico sia come ricercatore che come clinico, e impedendo così la valorizzazione e il trasferimento nella terapia medica  della ricerca scientifica.

Giuseppe di Bella per Dionidream

 

Scandaloso – Di acrilamide, sostanza cancerogena presente in molti alimenti industriali, SI MUORE! Ma la Commissione Europea non può metterla al bando per l’opposizione delle lobby dell’industria alimentare!!

acrilamide

 

 

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Scandaloso – Di acrilamide, sostanza cancerogena presente in molti alimenti industriali, SI MUORE! Ma la Commissione Europea non può metterla al bando per l’opposizione delle lobby dell’industria alimentare!!

 

Ve ne avevamo già parlato:

L’acrilamide, la sostanza cancerogena presente in molti alimenti industriali che fa male alla nostra salute, ma fa bene, tanto bene alle tasche delle Multinazionali!

 

Ecco la conferma:

CIBO VELENOSO: L’EUROPA IGNORA L’EMERGENZA

Patatine, biscotti, caffè solubile, cereali per la prima colazione. Per allungare la data di conservazione l’industria alimentare processa certi alimenti ad alte temperature. Oltre i 248 gradi negli alimenti amidacei si forma naturalmente l’acrilamide, una sostanza chimica che aumenta il rischio di contrarre il cancro legato all’alimentazione. Consapevole della minaccia per i cittadini, la Commissione europea aveva preparato un provvedimento legislativo da sottoporre a Parlamento e Consiglio europeo. Questa bozza è stata stracciata dopo le proteste delle lobby dell’industria europea del cibo. Il quotidiano inglese The Guardian ha ricostruito questa scandalosa vicenda raccontando con dovizia di particolari il vergognoso dietrofront della Commissione europea.

traduzione dell’articolo pubblicato dal The Guardian

“Pochi giorni dopo forti pressioni da parte delle grandi imprese, la Commissione europea ha accantonato il piano per mettere un limite legale a una sostanza chimica pervasiva ma naturalmente presente nel cibo, questa sostanza è collegata al cancro. Alcuni attivisti sostengono che i documenti trapelati rivelano un“indebito condizionamento” da parte dell’industria alimentare nel processo legislativo europeo e che siamo davanti a uno “scandalo permanente”, anche se la questione è complessa.

L’acrilamide è una sostanza pericolosa che si trova nelle parti abbrustolite e bruciate di alimenti ricchi di amido che sono stati fritti, arrostiti o cotti al forno a temperature superiori a 248 gradi. Patatine, cereali per la colazione e il caffè solubile contengono alti livelli di questa sostanza, che è anche presente negli alimenti per bambini, biscotti e fette biscottate.

Gli scienziati stanno ancora cercando di quantificare i rischi per la salute, ma l’acrilamide è stata giudicata una “sostanza estremamente pericolosa” dalla US Environmental Protection Agency. Lo scorso anno, l’EFSA ha scoperto che l’acrilamide “incrementa potenzialmente il rischio di sviluppare il cancro nei consumatori di tutte le età” e ha raccomandato che l’esposizione a questa sostanza sia mantenuta la più bassa possibile, dato che un limite di sicurezza non è stato ancora determinato.

“Dal momento che qualunque livello di esposizione a una sostanza genotossica potrebbe potenzialmente danneggiare il DNA e causare il cancro, gli scienziati dell’EFSA hanno concluso che non possono determinare una dose giornaliera tollerabile di acrilamide negli alimenti”, ha riferito l’Autorithy. I livelli di acrilamide possono essere ridotti utilizzando ingredienti e additivi vari, o modificando i metodi di conservazione e la temperatura di cottura degli alimenti. Ma questo potrebbe influenzare le procedure dell’industria alimentare, i costi e i sapori dei prodotti e la legislazione europea in materia è stata finora limitata a volontari codici di condotta.

Era previsto per quest’anno un regolamento comunitario che doveva irrobustire la legislazione europea nel campo della protezione per la salute pubblica e una bozza messa a punto nel mese di giugno – visionata dal Guardian ha compiuto passi notevoli verso questa direzione. Questa bozza invitava l’industria alimentare a “fornire la prova del controllo periodico dei loro prodotti per garantire che l’applicazione del codice di condotta sia effettiva nel mantenere i livelli di acrilamide tanto bassi quanto ragionevolmente possibile e almeno inferiore ai livelli indicativi di cui all’allegato 3”. Questo allegato fissa parametri di riferimento per i livelli di acrilamide in una gamma di alimenti, tra cui: patatine, crackers, pane morbido, cereali da colazione, biscotti, wafer, pan di zenzero, caffè, biscotti e alimenti per bambini.

Il documento è stato condiviso con un’associazione di categoria, la Food Drink Europe, che si è immediatamente lamentata nei confronti della Commissione in una lettera che il Guardian ha letto, affermando che ‘la terminologia almeno al di sotto del valore indicativo’ potrebbe essere interpretato nel senso che i valori indicativi sono limiti massimi.

Martin Pigeon, un portavoce di Corporate Europe Observatory, riferisce che quei documenti che mostravano le originali buone intenzioni della Commissione europea sono stati distrutti dalle pressioni del mondo dell’industria.
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Più di 150.000 persone hanno firmato finora una petizione che chiede all’UE di impostare limiti di acrilamide giuridicamente vincolanti, e una campagna di social media è anche in corso”.