LE AGGHIACCIANTI DICHIARAZIONI DEL PROF. BERRINO – “Quello che diamo da mangiare ai nostri malati è il peggio del peggio, ma noi vogliamo bene ai nostri malati, VOGLIAMO CHE TORNINO. Se noi ci ammaliamo aumenta il PIL, c’è crescita. La Sanità è la più grande industria economica. Non c’è interesse economico per la prevenzione” !!

 

BERRINO

 

 

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LE AGGHIACCIANTI DICHIARAZIONI DEL PROF. BERRINO – “Quello che diamo da mangiare ai nostri malati è il peggio del peggio, ma noi vogliamo bene ai nostri malati, VOGLIAMO CHE TORNINO. Se noi ci ammaliamo aumenta il PIL, c’è crescita. La Sanità è la più grande industria economica. Non c’è interesse economico per la prevenzione” !!

Il Prof. Berrino ci spiega come la sanità sia la più grande industria nazionale. Non c’è un reale interesse verso la prevenzione. Più ti ammali più cresce il PIL.

“Mediamente quello che diamo da mangiare ai nostri malati negli ospedali è il peggio del peggio. Io ritengo che non gli faccia bene ma sa…io dico sempre che noi vogliamo bene ai nostri malati, vogliamo che tornino da noi…
Mettiamola così: se noi ci ammaliamo aumenta il PIL, c’è crescita, diminuisce lo SPREAD.La sanità è la più grande industria nazionale ricordava il professor Monti.
Non c’è direttamente…non c’è un interesse economico nei confronti della prevenzione…che parola si potrebbe usare per definirla? Una gran commistione di ignoranza…di stupidità…e di interessi”
Ecco la dichiarazione del Prof. Berrino fatta alle Iene nella puntata su alimentazione e tumori. Nel suo libro Il Cibo dell’Uomo, partendo da considerazioni storiche, su come il cibo fosse considerato terapeutico dai nostri progenitori, giunge ai risultati odierni delle ricerche scientifiche in questo campo. Di seguito un estratto che mostra come l’alimentazione moderna non sia per nulla salutare e come andrebbe corretta. 
Nel ricco occidente è cambiato lo stile alimentare
Nei paesi occidentali ricchi, soprattutto nel corso dell’ultimo secolo, lo stile alimentare si è progressivamente discostato da questo schema tradizionale dell’alimentazione dell’uomo per privilegiare cibi che un tempo erano mangiati solo eccezionalmente, come molti cibi animali (carni e latticini), o che non erano neanche conosciuti, come lo zucchero, le farine molto raffinate (come si riesce a ottenerle solo con le macchine moderne), gli oli raffinati(estratti chimicamente dai semi o dai frutti oleosi), o che addirittura non esistono in natura (come certi grassi che entrano nella composizione delle margarine, o come certi sostituti sintetici dei grassi che non essendo assimilabili dall’intestino consentirebbero, secondo la pubblicità, di continuare a mangiare schifezze senza paura di ingrassare). Questo modo di mangiare sempre più “ricco” di calorie, di zuccheri, di grassi e di proteine animali, ma in realtà “povero” di alimenti naturalmente completi, ha contribuito grandemente allo sviluppo delle malattie tipiche dei paesi ricchi: l’obesità, la stitichezza, il diabete, l’ipertensione, l’osteoporosi, l’ipertrofia prostatica, l’aterosclerosi, l’infarto del miocardio, le demenze senili, e molti tumori, fra cuii tumori dell’intestino, della mammella, della prostata.
Il cibo di origine animale
L’uomo, in realtà, ha sempre mangiato anche cibo animale, ma se si eccettuano alcuni popoli nomadi, o quelli che vivono in condizioni ambientali estreme per freddo o per altitudine, sono ben pochi gli esempi di alimentazione tradizionale con un’alta quota di cibo animale. Anche il latte, che oggi in Occidente è alimento quotidiano, dai più era consumato solo occasionalmente, perché non poteva essere conservato ed era facile veicolo di infezioni. È stato solo alcuni decenni dopo la scoperta della pastorizzazione, in pratica dopo la prima guerra mondiale, che ha cominciato ad essere distribuito nelle città. Ma molti popoli ancor oggi non bevono più latte dopo lo svezzamento. La cultura medica, giustamente preoccupata del grave stato di denutrizione che imperversava nelle nostre campagne e nei quartieri popolari delle città nei primi decenni del secolo, ha avuto un ruolo importante nella promozione del cibo animale, e la disponibilità di latte e di carne, insieme al miglioramento delle condizioni igieniche delle abitazioni, ha probabilmente contribuito a migliorare lo stato nutrizionale e a difenderci dalle malattie infettive. Ma poi siamo andati troppo avanti su questa strada e il consumo di cibi animali e di cibi raffinati è entrato in una spirale di interessi produttivi e commerciali che ha completamente sovvertito le tradizioni alimentari dell’uomo.Non vogliamo certo sostenere che si stava meglio quando si stava peggio, quando c’era la fame e la povertà, ma piuttosto che la nostra ricchezza ci consentirebbe una varietà di dieta sufficiente a soddisfare appieno sia le nostre esigenze fisiologiche e nutrizionali sia il piacere della buona tavola senza sovraccaricarci di prodotti animali e di cibi impoveriti dai trattamenti industriali, che solo il plagio della pubblicità televisiva riesce a farci sembrare buoni.
Franco Berrino è medico, patologo, ed epidemiologo. Per molti anni ha lavorato all’Istituto Nazionale Tumori di Milano, dove ha coordinato il progetto DIANA, sulla relazione tra alimentazione e tumori (in particolare al seno).
I suoi studi hanno analizzato lo sviluppo dei tumori in Italia e in Europa, e in particolare il rapporto fra stile alimentare, livelli ormonali e successiva incidenza del cancro. Oggi promuove la corretta alimentazione come prezioso strumento per prevenire l’incidenza del cancro e delle sue recidive.
E soprattutto, da sempre, ha a cuore la salute delle donne e degli uomini.

 

fonte: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/05/le-agghiaccianti-dichiarazioni-del-prof.html

Glifosato: l’Unione Europea si “dimentica” che è cancerogeno e fa un bel regalo alla Bayer: rinnovato per altri 5 anni

 

Glifosato

 

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Glifosato: l’Unione Europea si “dimentica” che è cancerogeno e fa un bel regalo alla Bayer: rinnovato per altri 5 anni

 

Altri 5 anni di glifosato: “Un regalo a Bayer” che segna la fine del principio di precauzione?

Non è andata proprio giù a molti la decisione europea di concedere l’autorizzazione per altri 5 anni al glifosato. Pur se immaginabile, dopo le incredibili affermazioni del commissario alla salute Vytenis Andriukaitis che aveva detto “Il glifosato non vincerà mai un concorso di bellezza ma serve”

E le reazioni sono molte.

Commentando per esempio l’approvazione della proposta della Commissione europea sul rinnovo per altri cinque anni dell’autorizzazione al glifosato, Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia, dichiara:

«Il voto odierno è un regalo alle multinazionali agrochimiche, a scapito di salute e ambiente. Bene comunque il voto contrario dell’Italia che ha dimostrato nuovamente di dare priorità alla tutela delle persone, e non al fatturato di chi produce e commercia il glifosato».

Allo stato attuale, conclude Greenpeace, nessuno può affermare con certezza che il glifosato sia sicuro, specie dopo le rivelazioni che stanno continuando a emergere grazie ai cosiddetti “Monsanto Papers” e lo scandalo del “copia-incolla”, relativo a parti del rapporto dell’EFSA sui rischi dell’uso del glifosato copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione di Monsanto.

“Vota a favore anche Germania, in attesa di responso sulla fusione Bayer-Monsanto: almeno altri 5 anni di farmaci e pesticidi a braccetto!” ha twittato Piernicola Pedicini, europarlamentare 5Stelle che si è speso molto in questa lunga battaglia europea.

“È morto il principio di precauzione” chiude lapidario José Bové leader ambientalista. Noi speriamo di no, ma vista questa storia c’è poco di cui essere ottimisti.

 

da: https://ilsalvagente.it/2017/11/27/altri-5-anni-di-glifosato-un-regalo-a-bayer-che-segna-la-fine-del-principio-di-precauzione/28710/

Dieci cose che forse non sai sugli antibiotici, ma che dovresti sapere prima di assumerli.

 

antibiotici

 

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Dieci cose che forse non sai sugli antibiotici, ma che dovresti sapere prima di assumerli.

 

10 cose che forse non sai sugli antibiotici

Antibiotici, ma con giudizio. Un monito che arriva dall’Organizzazione mondiale della sanità (Who), che anche quest’anno ha organizzato la Settimana mondiale della consapevolezza sugli antibiotici (World Antibiotics Awareness Week), con lo scopo di promuovere, per l’appunto, l’utilizzo più ragionato e cosciente possibile di uno strumento terapeutico al tempo stesso potente e pericoloso – e il cui consumo è spesso abusato. Il motto di quest’anno è un mantra su cui gli esperti battono da tempo: “Consultati con il tuo medico prima di assumere antibiotici”, dal momento che, per l’appunto, l’abuso o l’uso scorretto degli antibiotici rappresenta un problema non indifferente sia per la salute individuale che per quella pubblica – è il dibattutissimo tema dell’antibiotico-resistenza. Abbiamo provato a mettere insieme i miti, i luoghi comuni e le domande più frequenti relative agli antibiotici: di seguito il nostro piccolo vademecum.

1. Non trattano le infezioni virali
Potrebbe sembrare un’informazione ovvia. Ma non lo è, tanto che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità è tornata a ribadirlo e che, per esempio, uno studio condotto nel 2012 ha svelato che un americano su tre è convinto che gli antibiotici siano efficaci contro il raffreddore. In verità, gli antibiotici funzionano solo e soltanto contro le infezioni batteriche, e sono del tutto inefficaci contro le infezioni virali, come, per esempio, influenza e raffreddore).

2. Gli antibiotici non distinguono tra batteri buoni e cattivi
Non tutti i batteri fanno male. Il microbiota, per esempio, l’insieme delle migliaia di specie microscopiche che ospitiamo nel nostro organismo, svolge ruoli fondamentali per la salute, funzionando da barriera contro i patogeni, regolando l’assorbimento dei nutrienti, la produzione di vitamine ed energia e le difese immunitarie. L’uso continuo di antibiotici, specie se non necessario e specie quando si tratta di farmaci “ad ampio spettro” – quelli meno specifici, che non si limitano a eliminare selettivamente uno o più ceppi di batteri – può danneggiare gravemente il microbioma. Uno studio pubblicato nel 2013 sul Journal of Antimicrobial Chemotherapy ha svelato che i medici sembrano essere particolarmente propensi a prescrivere antibiotici ad ampio spettro in particolare per infezioni del tratto respiratorio, urinario e della pelle: gli autori del lavoro hanno osservato che in molti casi sarebbe stato possibile adoperare farmaci specifici, con risultati migliori e meno effetti collaterali.

3. Finire il ciclo, sì o no?
Uno dei mantra più diffusi, relativamente all’uso degli antibiotici, è che ogni ciclo si debba assolutamente portare a termine, pena l’inefficacia del trattamento: anche se i sintomi dell’infezione migliorano, infatti, interrompendo l’assunzione prima del previsto i batteri superstiti potrebbero continuare a replicarsi, con conseguenti recidive o ricadute. Almeno questo è quello che dicono le linee guida del Nhs.

Ma, in realtà, c’è anche chi la pensa diversamente: stando a uno studio pubblicato sul British Medical Journal e a diverse altre recenti evidenze, sembra che il mantra debba trasformarsi inShorter is better – “Meno ne prendi, meglio è”. Tali studi sembrano mostrare che terapie di durata minore possono avere la stessa efficacia di terapie più lunghe con meno ripercussioni in termini di antibiotico-resistenza; per questo, l’invito è a consultarsi periodicamente con il proprio medico, tenendolo aggiornato sull’andamento dei sintomi e sul regresso dell’infezione, per dargli modo di valutare se la terapia può essere interrotta prima del previsto.

4. Antibiotico-resistenza e uso inappropriato degli antibiotici
Eccoci arrivati al tema più scottante e delicato, quello dell’antibiotico-resistenza. Di cosa si tratta? È ancora l’Organizzazione Mondiale della Sanità a chiarirci le idee. Per antibiotico-resistenza, o, più in generale, antimicrobico-resistenza si intende “l’abilità di un microrganismo (batterio, virus o parassita) di azzerare l’efficacia di un agente antimicrobico (antibiotico, antivirale o antimalarico)”.

Si tratta di un fenomeno evolutivo del tutto naturale: quando i microrganismi sono esposti a un antimicrobico, la maggior parte di essi soccombe, mentre i pochi portatori di geni che li rendono immuni all’antimicrobico sopravvivono e passano tale resistenza alla propria prole. È proprio questo il motivo per cui bisogna evitare l’uso inappropriato (in particolare improprio, come nel caso di infezioni virali, o in dosaggi diversi da quelli raccomandati) di antibiotici: ogni volta che una comunità batterica viene a contatto con un antibiotico, si promuove implicitamente la sopravvivenza dei suoi ceppi più forti. Un meccanismo che, a lungo termine, potrebbe portare alla completa inefficacia di tutti i trattamenti antibiotici al momento disponibili.

5. Un’emergenza sanitaria mondiale
Per dare un’idea di quanto sia importante e delicato il tema dell’antibiotico-resistenza, si pensi che le Nazioni Unite, nel settembre 2016, hanno indetto una riunione plenaria sul tema, da cui è emerso che la resistenza agli antibiotici è ormai un problema sanitario mondiale, alla stregua per esempio di Aidsmalattie cardiovascolari ed ebola.

Le Nazioni Unite, in particolare, hanno riconosciuto che l’antibiotico-resistenza sta fortemente minando l’efficacia di alcuni pilastri della medicina moderna, tra cui la stessa penicillina, dichiarandosi pronte a firmare una dichiarazione con nuove linee guida sull’uso e la vendita di questi farmaci.

6. Anche i medici hanno le loro colpe
“Consultati con il tuo medico prima di assumere antibiotici” è lo slogan di quest’edizione della Settimana Mondiale della Consapevolezza sugli Antibiotici. Giustissimo, ma per dovere d’informazione dobbiamo notare che, purtroppo, anche i medici non sono esenti da errori. Uno studio canadese, pubblicato nel 2007, per esempio, ha svelato che medici che esercitano la professione da più tempo o che sono molto occupati tendono a cadere in errore più degli altri, prescrivendo antibiotici anche quando non è necessario. In particolare, svela lo studio, i medici che visitano 34 o più pazienti ogni giorno hanno una probabilità dal 20% al 27% più alta degli altri di prescrivere antibiotici in modo non appropriato; inoltre, ogni anno di pratica aggiunge un 4% al tasso di prescrizioni inappropriate.

7. Quando sono stati inventati?
Prima di quanto possiate immaginare. Sebbene il primo uso clinico di un antibiotico sicuro ed efficace sia da datare al 1931, anno di sintesi del prontosil, chemioterapico antibatterico messo a punto dagli scienziati della Bayer, in Germania, l’ingresso degli antibiotici nella storia della vita sulla Terra è molto precedente. Diversi studi, infatti, hanno svelato che alcune specie di batteri avevano inventato gli antibiotici (e un meccanismo di antibiotico-resistenza) già 2 miliardi di anni fa.

I batteri, in particolare, erano in grado di sintetizzare antibiotici e di sviluppare resistenze per eliminare le specie concorrenti e per difendersi da esse. Uno studio del 2012, per esempio, condotto sulla base dell’analisi di una formazione geologica rinvenuta nelle Carlsbad Caverns, nel New Mexico, ha mostrato che i batteri rinvenuti sulle pareti delle caverne (datati a circa 4 milioni di anni fa) erano già resistenti a molti degli antibiotici moderni sintetizzati tra gli anni sessanta e gli anni ottanta.

8. L’antibiotico-resistenza è inevitabile?
Come abbiamo visto, l’antibiotico-resistenza è un (antichissimo) meccanismo evolutivo di difesa dei batteri. Questo, però, non deve far pensare che non sia in qualche modo controllabile dall’esterno. Tutt’altro (ed è proprio questo uno dei motivi per cui è stata istituita la Settimana mondiale della consapevolezza sugli antibiotici): per limitare l’antibiotico-resistenza, i Center for Disease Control and Prevention (Cdc) statunitensi raccomandano, per esempio, di “assumere antibiotici nell’esatta misura prescritta dai medici, non assumere antibiotici rimasti da cicli incompleti precedenti, non chiedere di propria spontanea volontà la prescrizione di antibiotici”. Molto, inoltre, si può fare dal lato della prevenzione, cercando di evitare l’insorgenza di infezioni stando attenti all’igiene personale e sottoponendosi alle vaccinazioni raccomandate.

9. Non solo pillole
Gli antibiotici non sono solo quelli prescritti dal medico. Se ne trovano anche, talvolta, in alcuni prodotti per l’igiene personalee per la pulizia della casa. Gli effetti collaterali dell’utilizzo di questi prodotti, spesso entusiasticamente pubblicizzati per la loro capacità di uccidere “il 99% dei batteri”, sono esattamente gli stessi di quelli dell’utilizzo degli antibiotici che si spacciano in farmacia. Ossia l’accelerazione dell’antibiotico-resistenza: uno studio della Tuft University School of Medicine, per esempio, ha evidenziato come i prodotti antibatterici usati per la pulizia della casa lasciano sulle superfici di mobili e pavimenti uno strato di antibiotici attivi che innesca lo sviluppo di meccanismi di difesa da parte di piccole sottopopolazioni di batteri. Fenomeno che, a lungo andare e su scale temporali medio-lunghe, come abbiamo visto, porta alla proliferazione di ceppi contro i quali gli antibiotici sono del tutto inefficaci.

10. E negli allevamenti?
Numeri alla mano, l’abuso di antimicrobici si registra soprattutto negli allevamenti intensivi, dove il consumo di questi prodotti è almeno il triplo rispetto a quello relativo agli esseri umani. Negli Stati Uniti, per esempio, otto antibiotici su dieci vengono somministrati su animali. Uno studio recentemente pubblicato su Science ha stimato che le cifre, purtroppo, sono destinate a crescere: l’utilizzo di antibiotici negli allevamenti intensivi potrebbe aumentare a livello mondiale del 53% entro il 2030, per un totale di 200mila tonnellate. Anche l’Italia non se la passa troppo bene: stando a un report di Legambiente, infatti, nel nostro paese si somministrano agli animali il 71% di tutti gli antibiotici venduti. Siamo terzi solo a Spagna e Cipro e precediamo di gran lunga Francia e Regno Unito: cifre che dovrebbero farci pensare, anche alla luce del fatto che attualmente, ogni anno, 25mila persone in Europa muoiono a causa di infezioni resistenti agli antibiotici.

tratto da: https://www.galileonet.it/2017/11/10-cose-antibiotici/

Cannabis terapeutica? Non è una novità: dal 1850 al 1937 è stata la principale medicina per più di 100 malattie… Poi le multinazionali hanno stabilito che faceva male …ai loro affari!

 

Cannabis terapeutica

 

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Cannabis terapeutica? Non è una novità: dal 1850 al 1937 è stata la principale medicina per più di 100 malattie… Poi le multinazionali hanno stabilito che faceva male …ai loro affari!

Dal 1850 al 1937 la Cannabis è stata la principale medicina per più di 100 malattie !!

L’Italia in quegli anni era il secondo produttore mondiale, poi come al solito arrivarono gli americani, ci occuparono militarmente chiamandola liberazione, poi bruciarono i campi di cannabis e cominciarono a vendere vaccini e medicine.

La marijuana è davvero una medicina?” E’ una domanda che alcune persone ancora si chiedendo, quindi ecco un po ‘di storia di come la marijuana è stata utilizzata nel corso della storia.

Il più antico uso documentato di marijuana (cannabis) come medicina risale a circa 2900 aC in Cina.

1850-1937: molte preparazioni di marijuana brevettate sono state vendute nelle farmacie.

1851: La cannabis è stata inclusa nella farmacopea degli Stati Uniti, il libro usato per identificare e standardizzare farmaci in uso medico.
La marijuana è stata indicata come utile per il trattamento di numerose affezioni, tra cui: nevralgia, alcolismo, dipendenza da oppiacei, il tetano, tifo, colera, dissenteria, la lebbra, incontinenza, gotta, disturbi convulsivi, tonsillite, la pazzia, e eccessivo sanguinamento mestruale.
Le forniture (fiori indica) utilizzati nella fabbricazione del medicinale provenivano principalmente dall’India. Queste forniture sono state interrotte dalla Prima Guerra Mondiale

1913: il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato che era riuscito a coltivare cannabis nazionale di parità di qualità della canapa indiana. Nel 1918, circa 60.000 piante sono state prodotte ogni anno, provenienti da aziende farmaceutiche.

Dal 1920 al 1940: Reefer Madness è nato. Guidato da industriali, razzisti e media delle forze dell’ordine hype il pubblico risponde con isteria di massa sui pericoli della marijuana per la società.
Il divieto dell’alcool finì e la marijuana cominciò a prendere il suo posto.

1937: L’American Medical Association si oppose al passaggio della Marijuana (Timbro) Tax Act, che paga medici, farmacisti e produttori per le vendite. I francobolli richiesti erano costosi da acquistare e solo pochi furono emessi, scoraggiando le persone coinvolte nella vendita di cannabis. I prodotti della cannabis scomparvero dagli scaffali delle farmacie e nel 1943 la cannabis fu rimossa dalla Farmacopea.

1970: La marijuana diventa illegale e classificata al fianco dell’ eroina come droga (Tabella I), una classe di farmaci che si ritiene abbiano NO valore medicinale.

1976: I governi federali riconoscono che la marijuana ha un’uso medicinale. Il Programma Investigational New Drug (Compassionate Use) (IND) è stato creato per consentire a Robert Randall di usare la marijuana per curare il suo glaucoma. Altri pazienti si iscrivono e ricevono anche 300 laminati di sigarette di marijuana al mese per curare le loro condizioni.

1978: I singoli Stati cominciano a riconoscere la marijuana come medicina utile. Il Nuovo Messico diventa il primo stato di creare un programma di marijuana medica.

1980: Marinol, una versione sintetica del THC è una corsia preferenziale come un farmaco di prescrizione, soprattutto per l’AIDS e pazienti affetti da cancro.

1990s – Scienziati scoprono due tipi di recettori cannabinoidi nel cervello umano (CB1 e CB2), che attenuano gli effetti del THC.

1992: Il “sistema cannabinoide naturale Scienziati” scoprono endocannabinoidi nel corpo. La ECS controlla le funzioni del sistema nervoso centrale e periferico, assunzione di energia, lavorazione e stoccaggio, la risposta immunitaria, la riproduzione e il destino delle cellule del sistema produttivo.
Una nuova era per la ricerca medica ha inizio !

1999: Il programma IND viene chiuso a nuovi candidati (da parte del presidente Ronald Reagan) dopo troppi centinaia di pazienti applicata. Anche se ufficialmente terminata, i 13 restanti pazienti continuarono a ricevere la marijuana emessa dal governo

2000: I legislatori dell’Hawaii riconoscono che la marijuana è un medicina e creano la Medical Marijuana Program.
Condizioni qualificanti sono: cancro, glaucoma, HIV (+) Stato, malattia cronica o debilitante: forti dolori, nausea, convulsioni (epilessia), gravi e persistenti spasmi muscolari (da sclerosi multipla o il morbo di Crohn), una grave debolezza, malnutrizione o perdita di peso (sindrome da deperimento e cachessia).

2003: Il Dipartimento di Salute e Servizi Umani ricevette Cannabinoidi brevettati (brevetto (US 6.630.507 B1) per l’uso terapeutico di “cannabinoidi come antiossidanti e neuroprotectants, suggerendo che può essere utile nel trattamento di malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer.”

OGGI (2015): le pratiche molte mediche includono

MARIJUANA COME MEDICINA

In Israele, la terapia cannabis è integrata in contesti clinici, ospedalieri, e la casa di cura. In Canada, i medici possono approvare una specifica quantità di cannabis per i loro pazienti, che viene consegnata a casa loro. Sono dieci i farmaci a base di sostanze chimiche presenti nella pianta di cannabis.

Negli Stati Uniti: 23 Stati hanno programmi di marijuana medica. Il Dipartimento della Salute ha assunto l’amministrazione del programma di Medical Marijuana delle Hawaii, facendo subito miglioramenti.

Operatori sanitari stanno cercando di educare gli altri operatori sanitari e pazienti. Ciò include il lavoro della Compagnia di Cannabis medici, Nursing Association cannabis, e il Gruppo Pazienti Uniti.

Così, ora se qualcuno ancora vi chiede se la marijuana è davvero una medicina si prega di dire loro che questa domanda è stata risposta molto tempo fa ….!!!

fonte articolo: http://mcchi.org/is-it-really-medicine-a-not-so-brief-but-interesting-history-of-medical-marijuana/

 

DA ALTRAREALTA’

Usi terapeutici della Cannabis

Non dovevo occuparmene più mi ero promesso di regalare alla pianta più boicottata dell’umanità un meritato e doveroso riposo. Invece…parlando con diverse persone ho potuto constatare quanto sia ancora radicata la disinformazione sulla canapa. Una disinformazione medica che mi ha costretto a riprendere in mano la questione e trattare una volta per tutte l’aspetto forse più importante della pianta: quello terapeutico.
A tal proposito esiste una documentazione faraonica: libri, articoli, antichissimi erbari, ricerche e pubblicazioni scientifiche, esperienze di volontari, ecc.
Tutto testimonia a favore della cannabis nella cura di patologie che vanno dai dolori muscolo-scheletrici, al glaucoma, dall’anoressia e depressione a malattie tremende come epilessia e sclerosi multipla, per non parlare del validissimo aiuto nell’alleviamento degli effetti secondari dei trattamenti chemioterapici nel cancro, come nausea e vomito, e negli stati debilitanti in caso di deficit immunitario
I risultati sono così entusiasmanti che oggi sperimentazioni mediche controllate sono iniziate in Stati Uniti, Germania, Spagna, Inghilterra, Belgio, Israele, Olanda e Canada. In quest’ultimo paese addirittura, l’Associazione Medica che riunisce tutti i 52 mila medici canadesi vorrebbe rimuovere dal codice penale l’uso personale della cannabis e sostituirlo con una semplice ammenda[1].
Cosa dire poi del recentissimo studio sull’abuso della droga da parte di una Commissione governativa inglese la cui conclusione è a dir poco incredibile: “Lo spinello dà meno assuefazione delle sigarette e dell’alcol[2]”. Non solo, il gruppo di esperti incaricati dal Ministro dell’Interno britannico per valutare i pro e i contro di un alleggerimento della legge sulle sostanze illecite, sostiene che la cannabis potrebbe addirittura fare bene alla salute: “l’azione cardiovascolare – spiega il rapporto – è simile agli effetti dell’esercizio fisico”.
Ma cosa sta succedendo?
Una delle piante più antiche viene prima messa al bando rendendola illegale per decine di anni – paragonata ad una droga tossica e pericolosa per la salute – per poi saltare agli onori delle cronache vivendo oggi un periodo di quasi religiosa redenzione.
Una redenzione ostacolata da pochi e osannata da molti per via delle altre numerose applicazioni pratiche da guinness dei primati. Dalla canapa infatti oltre a medicinali che funzionano, e questo basterebbe, si possono ottenere: carta indistruttibile, materiale tipo plastica, coloranti, solventi, tessuti resistentissimi, cordame e molto altro ancora. Per questo, molto probabilmente, è stata oggetto della più grande opera di boicottaggio mai realizzata nella storia a noi conosciuta. Una fitocospirazione da fantascienza, che se non lo avete ancora letto vi consiglio di farlo al più presto (Cannabis connection)
Questo recente riconoscimento è la presa di coscienza di un errore passato di proibizionismo gratuito – anche se di gratuito non ha proprio nulla – o la riabilitazione obbligatoria per via di un numero sempre maggiore di utilizzatori e di prove della sua efficacia, almeno in termini medici? La cosa certa è che oggi chi giova di tutto questo, tranne pochissime persone autorizzate dai rispettivi governi a fumarsi la “piantina”, sono le corporazioni chimico-farmaceutiche che approfittando della situazione stanno commercializzando prodotti di sintesi, i cosiddetti analoghi, che emulano il principio attivo della cannabis: il THC. Una emulazione che vedremo in seguito presenta qualche piccolo inconveniente.
Prima però osserviamo a livello fisiologico come agiscono questi cannabinoidi “colpevoli” degli eccezionali risultati terapeutici.
Il THC, come abbiamo detto è il principio attivo della cannabis, cioè quello che agisce direttamente sull’organismo. Per essere più precisi interagisce con un sistema detto cannabinoide[3] normalmente presente nel corpo umano, e produce i suoi effetti agendo sui recettori del sistema. I recettori sono delle proteine molto speciali che si trovano sulle superfici di determinate cellule. La droga, in soldoni, forma una specie di ponte, un legame con queste proteine e per così dire attiva delle funzioni cellulari interne molto precise. Sono stati identificati due tipi di recettore: il CB1 e il CB2.
I CB1 sono presenti sui neurociti encefalici e spinali come in certi tessuti periferici; i CB2 si trovano principalmente sulle cellule del sistema immunitario ma non nel cervello[4].
Questo è molto interessante: abbiamo recettori della cannabis sul cervello e addirittura nel sistema immunitario[5].
Per dover di cronaca è doveroso anche sottolineare che non esiste solo il THC, questo indubbiamente è il più famoso e il più presente nella pianta, ma esistono oltre 60 cannabinoidi diversi l’uno dall’altro. Al momento attuale non si sa molto sulle proprietà di questi cannabinoidi se non che sembrano essere privi di effetti psicoattivi e/o psicotropi sul cervello. Quindi l’ipotesi che anch’essi influenzino positivamente gli effetti terapeutici della cannabis senza però interferire sul comportamento umano non è da scartare.
In definitiva questi cannabinoidi di origine naturale interagiscono con parecchie funzioni organiche e sono in grado tra le altre cose di bloccare la liberazione dell’acido glutammico, il principale neurotrasmettitore implicato nella patogenesi dell’ictus[6]; liberare dopamina, un altro importantissimo neurotrasmettitore collegato alla capacità di controllare i movimenti, e tanti altri aspetti più sottili che sono in fase avanzata di studio. A proposito di studi: prima ho accennato alle numerose sperimentazioni che si stanno facendo in tutto il mondo. Bene. Le sperimentazioni per chi non lo sapesse sono sempre costosissime, e nessun istituto di ricerca si sognerebbe di spendere soldi senza la certezza matematica di un notevole tornaconto. Un tornaconto che si materializza molto spesso in un farmaco o una terapia. Nel caso della cannabis abbiamo, per il momento, due tornaconti sintetici: Dronabinolo e Nabilone. Ce ne sarebbero altri, come il Levonantradolo, l’HU-210, il SR141716A, ecc. ma per il momento sono disponibili solo per usi sperimentali. Per il momento però. Domani…è un altro giorno.
Il Dronabinolo, il cui nome commerciale è Marinol® è prodotto dalla Unimed Pharmaceuticals Inc., una compagnia della Solvay Pharmaceuticals Corporation. Il Nabilone detto anche Cesamet® è prodotto in Inghilterra dalla Cambridge Selfcare Diagnostics Ltd per conto della Eli Lilly & Corporation, quella del Prozac® per intendersi.[7]
Naturalmente a questo punto era d’obbligo spulciare i foglietti illustrativi di questi farmaci. Cosa secondo voi abbiamo trovato? Siamo sempre alle solite: svariati effetti collaterali! Fin qui nulla di strano, visto che non esistono medicinali di sintesi privi di controindicazioni. Però se vi dicessi che le reazioni avverse sono le stesse curate però dalla pianta naturale, come anoressia, depressione, astenia[8], la cosa non assume una aspetto tragicomico? Se uso per esempio la “cannabis sintesis” per aiutare un’astenia potrei vedere insorgere una depressione accompagnata pure da vertigini. Oppure, che ne so, per alleviare nausea e vomito provoco palpitazioni e/o ansietà. Interessante vero? Si cura da una parte e si pagano le conseguenze dall’altra! L’onnipresente rovescio della medaglia. Sicuramente il dritto sarà un basso costo di vendita al pubblico, giusto? Sbagliato. Una ventina di capsule di Cesamet® per esempio, costano 102 sterline circa[9]! E il Marinol è ancora più costoso[10]. Avete capito? Una singola pastiglia, per capirci, costa oltre 15mila di vecchie lire! Più che un dritto, mi sembra un altro rovescio! Il problema è che nessuno sta giocando a tennis, qui abbiamo a che fare con la vita e la salute, già precarie, di tantissime persone sofferenti.
Allo stato attuale quindi, abbiamo da una parte una pianta illegale a gratis che si potrebbe coltivare quasi ad ogni latitudine senza necessità di pesticidi e con un tempo di maturazione rapidissimo di pochi mesi, dall’altra dei prodotti sintetici che costano molto, richiedono diversi anni di studi e presentano inconvenienti secondari da non sottovalutare.
Cosa fare a questo punto? Legalizzare la pianta proibita per antonomasia, catalogata fin dagli anni ’60 nel campo delle “droghe senza alcun effetto terapeutico”[11], oppure continuare a non vederne i risultati in ambito terapeutico puntando esclusivamente nella chimica di sintesi? Secondo voi cosa opteranno i governi democratici dell’unione europea indirizzati magari dalle potenti corporazioni transnazionali della chimica e della farmaceutica? Una vaga idea io ce l’ho, non so voi…
Nessuno certamente vorrebbe una società in cui persone sane si spacciano per malati immaginari inventandosi patologie o peggio ancora falsificando esami per farsi prescrivere dal proprio medico una sigarettina farcita, o peggio ancora vedere malati che soffrono realmente di gravose patologie debilitanti che non possono utilizzare i derivati della cannabis se non da degenti ospedalieri, come sta succedendo oggi nel nostro paese. La farmacia del Policlinico Umberto I per esempio, ma questo è valido per tutti gli ospedali, può somministrare il farmaco derivato dal THC solo dopo il ricovero[12].
Non è questa una burocratica assurdità all’italiana?
Una persona in grado tranquillamente di seguire la terapia nella comodità del focolare domestico, magari con la vicinanza dei propri cari, si vede costretta a entrare nell’ambiente asettico e freddo di un nosocomio.
Speriamo allora che passi il recente Disegno di Legge che introdurrebbe l’uso terapeutico della cannabis. Questo almeno permetterebbe di trovare i fitofarmaci sintetici direttamente in farmacia, previa naturalmente ricetta di un medico del servizio sanitario.
Nell’attesa di questo Disegno concludiamo con una comparazione dal punto di vista pratico e farmacologico tra la pillola sintetica e la sempreverde pianta plurimillennaria.
Apro una parentesi doverosa perché i fattori influenzanti nel caso della cannabis naturale sono numerosissimi: stati d’animo della persona, quanto e come il fumo viene aspirato, quanta cannabis contiene la sigaretta, quanto THC è presente nella pianta, dal tipo di pianta, ecc.
Chiudiamo la parentesi e prepariamoci ad entrare in campo.
Il fumo di una sigaretta di cannabis rilascia in circolo oltre il 30% del THC totale, mentre per via orale, la pillola, è di 2 o 3 volte inferiore perché dopo essere stata assorbita attraverso l’intestino viene metabolizzata dal fegato prima di raggiungere il grande circolo[13].
Uno a zero per la cannabis e palla al centro. Per essere onesti ci sarebbe una punizione per la chimica se consideriamo le supposte rettali che bypassando il fegato permettono un maggior assorbimento del THC in circolo.
Una volta entrato nel torrente circolatorio il THC si distribuisce in tutto il corpo principalmente nel tessuto adiposo perché essendo liposolubile si scioglie solo nel grasso. Questa proprietà intrinseca della cannabis è un grosso limite per la formulazione dei preparati cannabinoidi, oltre a rallentare il loro assorbimento intestinale[14].
Due a zero e di nuovo palla al centro.
Per quanto riguarda gli effetti farmacologici della cannabis documentati finora sono relativi alle vie respiratorie. Uno studio del Western Journal of Medicine del 9 giugno 1993[15] afferma che chi fuma cannabis rischia malattie alle vie respiratorie per il 19% in più di chi non fuma, e che nessuna dipendenza e/o assuefazione fisica è stata dimostrata se non una sporadica dipendenza psicologica in alcuni soggetti. Dall’altra abbiamo gli effetti secondari del Marinol® e del Cesamet® visti prima.
Diamo un punto alla sintesi chimica perché non tutte le persone sarebbero disposte a utilizzare la pianta attraverso la sigaretta. Se però consideriamo che dei sessanta cannabinoidi naturali contenuti nella canapa, i prodotti farmacologici attualmente in commercio sono basati quasi esclusivamente nel Tetraidrocannabinolo (THC), l’unico con effetti psicotropi, tralasciando gli altri cinquantanove privi di attività sul cervello, è lecito pensare che al momento attuale la pianta potrebbe essere almeno sessanta volte più completa di qualsivoglia prodotto uscito da un laboratorio di ricerca. Calcolando infine i costi rispettivi decisamente incomparabili il risultato finale è di quattro a uno per la cannabis! Avrete capito che questa è una gara surreale perché se avvenisse realmente l’arbrito, rappresentato dalle lobby del farmaco, fischierebbe almeno due o tre rigori per la chimica espellendo magari qualche cannabinoide per “intervento” troppo deciso. Non ci resta che sperare quindi in una invasione di campo che metta fine una volta per tutte a questa assurda e controproducente rivalità.
Un “invasione pacifica” da parte di una maggiore consapevolezza che dia, anzi ri-dia, al malato il suo ruolo principale di essere vivente e che santifichi una volta per tutte uno dei diritti più importanti: quello della libera scelta terapeutica. Una scelta che spetta esclusivamente ai singoli individui e non alle organizzazioni sanitarie, tanto meno alle corporazioni; perché…una volta imboccata la strada terapeutica siamo noi a pagarne le conseguenze e/o goderne i benefici. Nessun altro!

Marcello Pamio

[1] ANSA 15 marzo 2002
[2] Il Corriere della Sera del 17 Giugno 2002
[3] Veniva usato per designare la famiglia delle sostanze chimiche presenti nella cannabis. Oggi abbraccia tutte le sostanze in grado di attivare i recettori.
[4] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord –www.cgil.it/org.diritti/fuoriluogo/Rapporto.htm
[5] Idem
[6] Inserto Salute di Repubblica del 16 maggio 2002
[7] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[8] Sito ufficiale MARINOL® www.marinol.com
[9] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[10] Idem
[11] Inserto Salute di Repubblica del 16 maggio 2002
[12] Trasmissione Report del 18 febbraio 2002
[13] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[14] Idem
[15] Tratto dal sito www.dica33.it

FONTE: http://altrarealta.blogspot.it/2017/10/usi-terapeutici-della-cannabis.html

Impressionante – Ecco la lista nera dei farmaci fanno più male.

 

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Impressionante – Ecco la lista nera dei farmaci fanno più male.

 

LA LISTA NERA DEI FARMACI DA EVITARE: FANNO PIÙ MALE CHE BENE

Secondo il rapporto 2017,  ogni anno viene autorizzata la commercializzazione di farmaci, ma spesso non si hanno prove pregresse della loro efficacia e su cosa comporti l’assunzione. “A volte – si legge – sono meno efficaci o addirittura dannosi, eppure continuano a godere di ottima fama tra operatori sanitari e pazienti”.

Adesso, dunque, arriva la nuova lista nera dei farmaci, 91 in tutto, in cui il rapporto tra rischio e benefici è sfavorevole in tutte le situazioni cliniche. Parliamo di prodotti venduti in tutta l’Unione europea che vengono analizzati così da studiarne effetti negativi, positivi e la loro reale efficacia.

“La valutazione da parte di Prescrire del rapporto rischio-beneficio di un farmaco in una data situazione si basa su un processo rigoroso: ricerca documentale sistematica e riproducibile, determinazione dei criteri di efficacia per i pazienti, gerarchizzazione dei dati scientifici in base al loro livello di evidenza, confronto rispetto al trattamento standard, presa in considerazione degli effetti avversi e di una loro quota di incognite”, si legge nell’abstract del Rapporto.E

Troppi rischi, pochi effetti positivi

A cinque anni dalla prima pubblicazione, i farmaci non sono più solo quelli commercializzati in Francia ma in tutta l’Unione europea.

“Il più delle volte, quando una terapia farmacologica è auspicabile, altre opzioni hanno un rapporto rischio-beneficio migliore di quello dei farmaci scartati. In una situazione di stallo terapeutico, per malattie gravi, non è giustificato esporre i pazienti a gravi rischi quando l’efficacia clinica non è dimostrata”, si legge.

E ancora:

“L’uso di questi farmaci nel corso di una ricerca clinica può essere accettabile, ma a condizione che si informino i pazienti delle incognite sul rapporto rischi-benefici e che sia utile una valutazione. Negli altri casi, è meglio concentrarsi sui trattamenti utili ad aiutare i pazienti a tollerare l’assenza di opzioni in grado di cambiare la prognosi o di migliorare la qualità della vita, al di là dell’effetto placebo”.

Tra i 91 farmaci, che vanno dal trattamento contro il raffreddore a decongestionanti, si viene esposti a rischi cardiovascolari gravi o addirittura mortali. Nel bugiardino, si parla di ipertensione, ictus, disturbi del ritmo cardiaco.

Una lunga carrellata, vediamone alcuni. Con gli antinfiammatori (inibitori della Cox 2) sono stati correlati aumento degli incidenti cardiovascolari (inclusi infarto del miocardio e trombosi) e reazioni cutanee tipiche; i farmaci per i crampi possono causare diarrea, mal di stomaco, fotodermatiti e convulsioni. Perché sono genotossici e teratogeni quindi danneggiano il feto e possono essere causa aborto spontaneo.

In termini di farmaci contro l’aumento di peso , Xenical ha solo efficacia modesta e temporanea. “A partire 2017, nessun farmaco può perdere peso in modo sostenibile e sicuro. Meglio attaccare con i cambiamenti di attività fisica e la dieta con, se necessario, il supporto psicologico.

Diversi trattamenti contro l’ osteoporosi dovrebbero essere esclusi, ad esempio il ranelato di stronzio (Protelos), che può causare disturbi neurologici e cardiovascolari.

Lista nera dei farmaci che fanno più male che bene

Cancerologia, ematologia: mifamurtide, nintedanib, olaparib, panobinostat, rabectedina, vandetanib, vinflunina, catumaxomab, defibrotide.

Cardiologia: aliskirene, bezafibrato, ciprofibrato, fenofibrato, dronedarone, ivabradina, nicorandil, olmesartan, ranolazina, trimetazidina, vernakalant.

Dermatologia, allergologia: mechitazina, omalizumab, prometazina iniettabile, tacrolimus.

Diabete, nutrizione: alogliptina, linagliptina, saxagliptina, sitagliptina, vildagliptina, canagliflozina, dapagliflozina, pioglitazone, bupropione + naltrexone, orlistat.

Dolori, reumatologia: celecoxib, etoricoxib, parecoxib, aceclofenac, diclofenac, ketoprofene in gel, piroxicam, denosumab, ranelato di stronzio, diaceréina, glucosamina, capsaicina in patch, metocarbamol, tiocolchicoside, chinina, colchicina + polvere d’oppio + tiemonio, desametasone + salicilamide + salicilato di idrossietile, prednisolone + salicilato di glicole dipropilenico.

Gastroenterologia: domperidone, droperidol, prucalopride.

Ginecologia, endocrinologia: tibolone.

Malattie infettive: moxifloxacina, telitromicina.

Neurologia: donepezil, galantamina, rivastigmina, memantina, alemtuzumab, natalizumab, teriflunomide, flunarizina, oxetorone, tolcapone.

Oftalmologia: ciclosporina in collirio, idebenone.

Pneumologia, ORL: efedrina, nafazolina, oximetazolina, fenilefrina, pseudoefedrina, tuaminoeptano, ambroxol, bromexina, folcodeina, tixocortol, omalizumab, mepolizumab, mannitolo per inalazione, nintedanib.

Psichiatria, dipendenze: agomelatina, duloxetina, citalopram, escitalopram, milnacipran, venlafaxina, tianeptina, dapoxetina, etifoxina, bupropione.

Per visualizzare l’elenco dei farmaci con tutti i dettagli sulla salute clicca qui

 

 

Dominella Trunfio – GreenMe

Come la cannabis sta terrorizzando le multinazionali del farmaco – Troppo efficace – Troppo economica. ..!

cannabis

 

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Come la cannabis sta spaventando le multinazionali del farmaco

Secondo alcuni osservatori la guerra tra cannabis medica e medicina ufficiale è già in atto da tempo. Ed è nient’altro che l’ultimo capitolo di un contenzioso storico che da sempre oppone le medicine naturali alle multinazionali del farmaco. Prima della cannabis era toccata la stessa sorte per esempio alle vitamine o al magnesio, relegate nel recinto delle “cure alternative”: definizione che in buona sostanza equivale ad essere classificati come medicine “di serie b”, sulla quale poco si finanzia la ricerca, e poco si verificano i risultati.

Già alcune settimane fa avevamo analizzato questo tema, riferendovi di come la Fda (l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei farmaci) stesse procedendo perinibire le aziende produttrici di farmaci a base di Cbd (cannabidiolo, uno dei principali principi attivi della cannabis) dal pubblicizzare i propri prodotti.

Ora è una ricerca scientifica realizzata dall’Università della Georgia e pubblicata sulla rivista Health Affairs a fornire spunti decisivi per capire meglio il perché di tanto ostracismo verso le cure a base di cannabis. Secondo quanto riportato dai ricercatori americani, infatti, la progressiva regolamentazione dell’accesso alle medicine a base di marijuana rischia di comportare notevoli perdite economiche per le grandi aziende farmaceutiche.

Secondo i dati gli stati USA che hanno legalizzato la cannabis terapeutica hanno registrato un risparmio, su base annua, di circa 165 milioni di dollari. Questo perché i pazienti che, per il trattamento di disturbi come dolore, depressione, disordini del sonno, ansia, assumono cannabis medica rinunciano ai farmaci tradizionali, più costosi e talvolta meno efficaci.

Ma non è tutto. Secondo i ricercatori dell’Università della Georgia, infatti, se tutti gli stati americani approvassero l’accesso ai farmaci a base di cannabinoidi per tutte le patologie per le quali la ricerca scientifica ha già verificato i benefici apportati dalla cannabis, si potrebbe ottenere un risparmio di mezzo miliardo di dollari l’anno.

Una cifra molto consistente, che permetterebbe forte risparmi per molti malati e per i sistemi sanitari pubblici, ma che evidentemente andrebbe a danno di chi quei soldi riceve, cioè le case farmaceutiche.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/come-la-cannabis-sta-spaventando-le-multinazionali-del-farmaco/

Big Pharma ora parla cinese… figuratevi in po’ come ora avranno cura della nostra salute!

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Big Pharma ora parla cinese… figuratevi in po’ come ora avranno cura della nostra salute!

 

‘Big pharma’ ora parla cinese: prima sede italiana di Techdow

La prima azienda farmaceutica orientale a commercializzare in Europa approccia uno dei più diffusi bisogni di sanità pubblica offrendo il primo biosimilare di enoxaparina sodica

Forte del fiorente mercato europeo di eparine, delle quali è primo produttore mondiale, Techdow Pharma apre la prima sede in Italia che, con circa 250 milioni di euro di spesa annua, è per la multinazionale cinese uno dei più importanti paesi d’esportazione dell’enoxaparina sodica a basso peso molecolare. Dopo UK, Germania e Polonia, l’azienda lancia anche sul mercato italiano il biosimilare della molecola anticoagulante più utilizzata in Europa nella profilassi e trattamento delle malattie tromboemboliche, in particolare per prevenire il tromboembolismo venoso (TEV) e la trombosi venosa profonda (TVP) sua principale manifestazione.La prima è una condizione in cui si formano coaguli nel torrente circolatorio venoso e può causare TVP, ovvero ostruzione completa o parziale di una o più vene dell’addome e delle pelvi. Negli suoi oltre 20 anni di storia, la multinazionale cinese è diventata fornitore di eparine dei Big Pharma europei. Considerazioni epidemiologiche e demografiche inducono a ipotizzare un alto grado di penetrazione del nuovo biosimilare. Innanzitutto in Italia l’incidenza di TVP è di circa 1 ogni mille soggetti all’anno ma aumenta esponenzialmente tra i 70 e 80 anni d’età (si parla di 5-25 nuovi casi ogni mille persone), circostanza non trascurabile in un paese con una popolazione che invecchia e vive più a lungo. La TVP, come ha spiegato il professor Andrea Stella, presidente della Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare “se non trattata tempestivamente con anticoagulante può portare a Trombo Embolia Polmonare, quando un trombo distaccato dalla sede d’origine raggiunge il polmone seguendo la circolazione venosa verso il cuore e ostruisce un’arteria polmonare provocando morte improvvisa a seguito di insufficienza respiratorianel 50 per cento dei casi”. Occorre ricordare che la TEV è al terzo posto per causa di morte nella popolazione generale e al primo posto nella popolazione ospedalizzata.

Le situazioni più a rischio d’insorgenza di TVP sono quelle di prolungata immobilizzazione, come interventi chirurgici, traumi, gravidanza, eventi cardiovascolari maggiori come ictus o malattie croniche come diabete in particolare in presenza di emodialisi, ossia quando sussiste il rischio di formazione di coaguli nella circolazione extracorporea. In tutte queste circostanze, come nelle arteriopatie periferiche con ischemia critica agli arti inferiori,  è indicata la profilassi con eparine a basso peso molecolare (EBPM) che hanno basso rischio emorragico e azione prolungata nelle 24 ore. “Noi ortopedici siamo grossi prescrittori di eparina a basso peso molecolare – spiega la dottoressa Chiara Fossati, specialista in Ortopedia e Traumatologia – Protesica d’anca, ginocchio, artroscopia sono solo alcune delle applicazioni di questi farmaci in chirurgia ortopedica. Il bisogno di anticoagulazione è evidente se si tiene conto che l’Indicazione di profilassi con eparine a basso peso molecolare (EBPM) è di 35 giorni per la protesi d’anca e del ginocchio come indicato dal ‘Consenso Intersocietario Italiano del 2013’. Il rischio in ortopedia protesica maggiore di TEV in pazienti non trattati è del 50 per cento, quello di embolia polmonare è del 6 per cento”. Rispetto alle eparine non frazionate, che hanno catene polimeriche più lunghe, sono somministrate per via intravenosa o in infusione e necessitano di monitoraggio, le EBPM si somministrano per via sottocutanea a domicilio, dove il paziente trascorre quasi tutto il decorso post-operatorio, essendo ormai sempre più ridotti i tempi di ospedalizzazione. Queste caratteristiche adattano il farmaco alle necessità del paziente perché le EBPM offrono la possibilità di stabilire la dose in base al peso corporeo.

Sotto il profilo dell’efficacia e della sicurezza il biosimilare di enoxaparina sodica prodotto da Techdow è equivalente a quello del farmaco originator, quello a cui si riferisce in termini biologici e registrato in precedenza, come dimostrano i risultati dei test pre-clinici e i trial clinici necessari per l’autorizzazione all’immissione in commercio. Il professor Filippo Drago, direttore di del Dipartimento di Scienze Biomediche e Biotecnologiche dell’Università di Catania ha affermato la ‘superiore dignità’ del farmaco biosimilare rispetto al ‘generico’: “Biosimilare non va confuso con ‘generico’ perché è equivalente in termini clinici al farmaco registrato precedentemente. Il generico viene registrato dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFa) sulla base di una bioequivalenza esclusivamente cinetica (concentrazione plasmatica) ma senza prove di equivalenza terapeutica. Il biosimilare, invece, deve dimostrare equivalenza in termini di efficacia e sicurezza rispetto all’originator”. Non dobbiamo quindi farci spaventare dalla provenienza cinese della enoxaparina di Techdow che è stata sottoposta a uno scrupoloso esercizio di comparabilità richiesto dall’EMA per attestare sovrapponibilità analitica, pre-clinica e clinica. Gli effetti simili sui fattori della coagulazione del sangue sono stati accertati da un trial clinico di fase I su 20 soggetti sani ma l’azienda ha liberamente condotto un altro trial clinico di fase III mettendo a confronto biosimilare e originator in pazienti sottoposti a chirurgia del ginocchio, per un totale di 299 soggetti in 14 centri europei. Anche questa indagine ha confermato la perfetta sovrapponibilità del biosimilare di enoxaparina sodica a basso peso molecolare con l’originator. Tutti questi benefici si sommano a quello economico: il farmaco di Techdow costerà il 26 per cento meno. Con una penetrazione del farmaco del 15 per cento nel primo anno, del 23 per cento nel secondo e del 30 per cento nel terzo è possibile stimare un risparmio progressivo da 5,1 a 13, 6 milioni l’anno e, a tendere, ca 34 milioni. Sono stime che fanno intravedere buone possibilità d’investimento in ricerca per lo sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche. (MARTINA BOSSI)

 

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/salute/13266019/big-pharma-ora-parla-cinese-prima-sede-italiana-di-techdow.html

Attenzione alla Tachipirina. Sì, proprio quella che diamo ai nostri bambini: ecco gli effetti collaterali e tossici anche molto gravi!

 

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Attenzione alla Tachipirina. Sì, proprio quella che diamo ai nostri bambini: ecco gli effetti collaterali e tossici anche molto gravi!

Molti ne abusano e la somministrano anche ai bambini al primo accenno di febbre sotto consiglio dei medici. Ma la tachipirina, il cui principio attivo è il paracetamolo, ha effetti collaterali molto sgradevoli ed effetti tossici ancora peggiori.
Uno sguardo sugli studi che dimostrano gli effetti negativi di paracetamolo e tachipirina.
 
Come sanno quasi tutti, il principio attivo della tachipirina, come di un altro farmaco similare molto noto, l’efferalgan, è il paracetamolo. Questo farmaco viene usato, indiscriminatamente sia per gli adulti che per i bambini anche molto piccoli, come i neonati.
 
Ma quello che la gente non sa, grazie anche alla mancanza di informazione da parte del Sistema Sanitario Nazionale, è che la tachipirina è un farmaco molto tossico e che può danneggiare in maniera marcata l’organismo e soprattutto il delicato sistema immunitario dei bambini. Ma cominciamo con un certo ordine.
Gli effetti collaterali della tachipirina
 
Esiste una letteratura medica che riguarda il paracetamolo che risale già al 1967 ( cfr Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics 156, 285, 1967), che spiega quali sono gli effetti collaterali del principio attivo della tachipirina alle dosi terapeutiche: vertigini, sonnolenza, alterazioni ematologiche, secchezza orale, problemi di accomodazione, nausea, vomito, fenomeni allergici, tipo glossite (lingua gonfia) orticaria, prurito, arrossamenti cutanei, broncospasmo, porpora trombo-citopenica.
 
Questi effetti collaterali della tachipirina sono stati riportati anche circa vent’anni fa in un libro del dott. Roberto Gava (l’Annuario dei Farmaci), dove aggiunge che il paracetamolopossiede anche un’elevata tossicità acuta dose-dipendente con gravi effetti epatici, ittero ed emorragie, e la possibilità di avere una progressione verso l’encefalopatia, il coma e la morte.
 
Inoltre la tachiprina può causare insufficienza renale con necrosi tubulare acuta, aritmie cardiache, anemia emolitica, agranulocitosi, e pancitopenia.
Gli effetti tossici della tachipirina
 
Gli effetti tossici del paracetamolo sono ampiamente noti da decenni, e gli ultimi studi risalgono ad una pubblicazione del 2010 da parte del New Zeland Ashsma and Allergy color Study Group a cura del dott. Wickens e Colleghi sulla rivista “Clinical & Experimental Allergy” . Quello che spiegano, in sintesi, è che il paracetamolo (quindi la tachipirina) è un potente farmaco ossidante e consuma le scorte del nostro più potente antiossidante: il GLUTATIONE. E quando questo scarseggia, il paracetamolo svolge la sua azione epatotossica.
 
 
“L’effetto epatotossico è esplicato da un metabolita del paracetamolo ( l’N-acetil-p-benzochinone), che viene neutralizzato da un sistema epatico glutatione-dipendente. Dopo che le scorte intraepatocitarie di glutatione si sono esaurite il metabolita si lega con le proteine del citosol epatocitario ( dopo circa dieci ore dall’assunzione) e svolge al sua azione epatotossica”.( L’Annuario dei Farmaci , dott. Roberto Gava).
I pericoli di vaccini + tachipirina
 
Il dott. Gava aggiunge che il paracetamolo viene somministrato anche ai neonati, pur sapendo quanto questi scarseggino di sostanze antiossidanti come il glutatione. Tra l’altro sembra che la tachipirina sia somministrata ai bambini piccoli dopo aver fatto i vaccini di routine, con conseguenze a dir poco disastrose e vi spiego perché.
 
Sappiamo che la cisteina ( un aminoacido essenziale che permette la produzione di glutatione da parte del fegato e del cervello) viene sintetizzata da un enzima, la metionina sintetasi, e che il mercurio contenuto nei vaccini blocca l’attivazione di questo enzima con la conseguenza di una maggiore probabilità di alterare lo sviluppo cerebrale con incremento di autismo e del disturbo da iperattività (ADHD), patologie che sono enormemente aumentate in questi ultimi anni. Tra l’altro i bambini autistici hanno il 20% in meno di cisteina disponibile e il 54% di livelli più bassi di glutatione e questo comporta una maggiore incapacità del loro organismo di espellere metalli tossici come il mercurio (sia alimentare che dei vaccini).
 
Ne consegue che questi soggetti non dovrebbero mai assumere tachipirina almeno nei primi anni di vita, sicuramente non prima di aver superato i due anni. Infatti sotto i sei mesi, un bimbo non è in grado di espellere il mercurio vaccinale poiché il fegato è ancora “immaturo”. È dimostrato, tra l’altro, che il mercurio entra molto facilmente e si accumula nei tessuti cerebrali dei bambini (ma non solo, vedere post sui vaccini) dato che la loro barriera encefalica è più recettiva.
 
In più, il mercurio, a dosi elevate altera la mitosi cellulare in un cervello in accrescimento come è quello di un bambino. Studi scientifici del 2008 e del 2009 hanno dimostrato che l’assunzione di paracetamolo aumenta la probabilità dei bambini piccoli di ammalarsi di autismo. Eppure latachipirina spesso viene data dopo l’assunzione dei vaccini per “spegnere” gli effetti visibili e tranquillizzare quei genitori totalmente ignari di ciò che potrebbe succedere in quei soggetti più predisposti a livello immunitario ai danni dei vaccini. Febbre alta? Tachipirina. Il bambino piange? Tachiprina. Abitudine che spesso non finisce con l’età, perché molti adulti assumono tachipirina ai primi sintomi di mal di testa, mal di schiena o semplicemente per qualche linea di febbre.
 
Pochi giorni fa è uscita una notizia su Informasalus, che riporta uno studio coordinato dal dott. Julian Crane : “Farmaci con paracetamolo: rischio asma e allergie per i bambini”. Il dott. Crane spiega che secondo le sue ricerche, i bambini che hanno utilizzato il paracetamolo prima di aver compiuto i 15 mesi di età ( il 90%) hanno il triplo di probabilità in più di sviluppare una sensibilità agli allergeni e il doppio di probabilità in più di sviluppare sintomi come l’asma verso i sei anni rispetto ai bambini che non hanno assunto tachipirina e simili farmaci conparacetamolo.
 
Tutte queste notizie dovrebbero farci riflettere, anche perché si tratta di un farmaco che più che un’azione antinfiammatoria ha un’azione antipiretica e analgesica. Quindi attenti agli abusi, poiché è una sostanza che svolge sempre e comunque un effetto epatotossico.
 
Il consiglio del dott. Roberto Gava (specializzato in Cardiologia, Farmacologia Clinica, Tossicologia Medica, si è perfezionato in Omeopatia Classica, Agopuntura Cinese, Ipnosi Medica) è quello di
non somministrare paracetamolo ai bimbi piccoli, specie se immaturi o se hanno assunto farmaci per tempi prolungati o se sono stati sottoposti a vaccini da meno di un mese
non vaccinare i bambini sotto i due anni di età
non accettare mai più di uno o massimo due vaccini per volta
far eseguire a bambini esami ematochimici per capire le capacità antiossidanti e quanto sia maturo il loro sistema immunitario e la loro capacità epatica di espellere le tossine
 
Infine, cercate medici che abbiano una visione più aperta alle conoscenze di Medicina Naturale e di Omeopatia in generale, che sappiano seguire i genitori nel gestire le malattie dei primi anni di vita, aumentando le difese immunitarie del bambino senza imbottirli di farmaci come latachipirina a tutti i costi.
 
CONSIGLIO PER I GENITORI: approfondite le vostre conoscenze personali sulle possibilità di cure alternative non tossiche, per voi e i vostri figli. Molti problemi si potrebbero risolvere soltanto rivedendo errate convinzioni ormai radicate nell’ inconscio collettivo dalle case farmaceutiche e dagli enti governativi, e adottando uno stile di vita più corretto, evitando l’assunzione continua di farmaci tossici come la tachipirina (ma non solo). Le alternative ci sono, ed alla portata di tutti. Pensateci.
fonte: http://informazionebycuriosity.altervista.org/attenzione-alla-tachipirina-si-quella-date-ai-vostri-bambini-gli-effetti-collaterali-tossici-anche-gravissimi/

Glaxo: Farmaci, Tagenti, Favori Sessuali e Frode in Cina. Ecco a chi è affidata la nostre salute

 

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Glaxo: Farmaci, Tagenti, Favori Sessuali e Frode in Cina. Ecco a chi è affidata la nostre salute

 

Un vecchio e saggio proverbio recita: “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio“. Quando si tratta poi di Glaxo il non fidarsi è d’obbligo dopo tutti gli scandali e il malaffare accumulati nel corso della sua attività. Il primo a non fidarsi dovrebbe essere il governo per tutelare il suo popolo, ma così non è e si continua a far finta di non vedere (qualcuno questa forma di cecità la chiama corruzione), e a lasciar campo libero a questo gigante farmaceutico. Certo se tu non paghi le tasse ingiuste e più alte d’Europa come il Bollo auto verrai perseguito ed etichettato come “il cattivo” e “il male” per la società mentre se siedi nel consiglio di amministrazione di qualsiasi multinazionale puoi far quello che vuoi, che tanto ci sarà sempre qualcuno a pagare per te e sarai sempre ben accetto da ogni politico al governo, soprattutto se la “busta” è bella piena.

Ritornando alla Glaxo vogliamo ricordare tra i tanti già riporti e non scandali, quello che ha combinato in Cina, perché le persone in buona fede devono capire che al mondo non siamo tutti gli stessi, come da piccoli nei cartoni animati, oggi nei film, i cattivi esistono anche nella vita reale. Glaxo mette il fatturato dinnanzi a tutto, e non sono supposizioni, ecco cosa è successo in Cina.

Il gigante farmaceutico britannico ha riportato un balzo nelle vendite del 20% a circa 1,15 miliardi di euro. Ma secondo le autorità anti-frode di Pechino la maggior parte sarebbero il frutto di pratiche illegali.

L’accusa: aver corrotto personale medico perché prescrivesse i suoi farmaci attraverso una rete di 700 intermediari. Agenzie di viaggio e di consulenza fittizie che si assicuravano i contratti con i dirigenti GSK, secondo quanto riportato, anche con corrispettivi di natura sessuale.

Secondo i quotidiani cinesi, le agenzie sarabbero state usate per creare dei fondi neri, erogati ai medici attraverso carte di credito dell’azienda.

Le tangenti ammonterebbero a oltre 371 milioni di euro e quattro dirigenti cinesi del gruppo in Cina sono già finiti in manette. Il capo della divisione cinese di GSK, dicono le autorità, avrebbe lasciato il Paese a fine giugno.

 

 

fonte: http://www.stopeuro.news/glaxo-farmaci-tagenti-favori-sessuali-e-frode-in-cina-ecco-a-chi-e-affidata-la-nostre-salute/

Gli studi di 2 università Inglesi contestano 48 farmaci antitumorali regolarmente approvati dall’Agenzia Europea del Farmaco: pochi o nulli i benefici in termini di sopravvivenza e qualità di vita! Chi lucra sulla nostra pelle?

farmaci

 

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Gli studi di 2 università Inglesi contestano 48 farmaci antitumorali regolarmente approvati dall’Agenzia Europea del Farmaco: pochi o nulli i benefici in termini di sopravvivenza e qualità di vita! Chi lucra sulla nostra pelle?

King’s College di Londra e della London School of Economics sul British Medical Journal – 48 farmaci anti-cancro, spesso costosi, approvati dall’Agenzia europea del farmaco: benefici in termini di sopravvivenza o qualità di vita pochi o nulli!!

Dall’ANSA:

Tumori, studio britannico mette in dubbio il beneficio di 48 farmaci

Esame su medicinali approvati dall’Ue dal 2009 al 2013

Pochi o nulli i benefici in termini di sopravvivenza o qualità di vita: è questo il giudizio con cui i ricercatori del King’s College di Londra e della London School of Economics bocciano, sul British Medical Journal, 48 farmaci anti-cancro, spesso costosi, approvati dall’Agenzia europea del farmaco (Ema) tra il 2009 e 2013. Dopo un periodo minimo di 3,3 anni dalla loro entrata sul mercato, non sarebbero dunque emersi dati evidenti sui benefici di questi farmaci. Nel periodo esaminato, l’Agenzia ha approvato l’uso di 48 farmaci per il cancro per 68 indicazioni. Di queste, 8 (pari al 12%) sono state approvate sulla base di uno studio a singolo braccio di trattamento (cioè pazienti trattati con un solo farmaco). Al momento dell’approvazione da parte dell’Ema, solo per 24 indicazioni su 68 (pari al 35%) era stato dimostrato un aumento significativo della sopravvivenza, con un aumento di 1-5,8 mesi (2,7 mesi in media), e solo per 7 (10%) un miglioramento nella qualità di vita. Delle 44 indicazioni su cui non era stato dimostrato un miglioramento al momento dell’autorizzazione, questo è emerso successivamente, nel periodo post-marketing, solo per 3 (7%) in termini di sopravvivenza e per 5 (11%) come qualità di vita. Quindi, delle 68 indicazioni approvate dall’Ema e dopo un periodo medio di follow-up di 5,4 anni, solo 35 (51%) hanno mostrato un significativo miglioramento nella sopravvivenza o qualità di vita, mentre per 33 (49%) è rimasto incerto.

fonte: https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2017/10/06/tumori-studio-britannico-mette-in-il-dubbio-il-beneficio-di-48-farmaci_a81155f4-894f-417c-861a-190529d057a6.html

Chiaramente non è difficile capite perchè costose porcherie del genere siano state approvate dall’UE. C’è qualcuno che deve mangiarci, deve lucrarci. Sciacalli sulla pelle di gente malata e dei loro familiari. Le lobby  hanno un solo dio: il denaro. E che la Gente crepi pure innazi al suo altare!

By Eles