Farina 00, il più grande veleno della storia. Perché fa male?

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Farina 00, il più grande veleno della storia. Perché fa male?

La farina 00, e lo stesso vale per gli altri prodotti raffinati,causa un aumento della glicemia con conseguente incremento dell’insulina.

Farina 00, il più grande veleno della storia. Così è stata definita dall’epidemiologo professor Franco Berrino in una puntata di Report del 2009. Ma perché fa male la farina 00? Fa male, secondo Berrino come del resto fanno male un po’ tutti i prodotti raffinati, lo zucchero in particolare, perché nel processo di raffinazione cui sono sottoposti, vengono impiegate sostanze potenzialmente dannose per l’organismo, come addirittura un derivato del petrolio, nel caso dello zucchero, derivato che è riconosciuto avere delle proprietà cancerogene. Questo il primo motivo, ma poi vale anche la pena di considerare il fatto che la farina 00, e lo stesso vale per gli altri prodotti raffinati, determina un aumento della glicemia con conseguente incremento dell’insulina, con il risultato finale di determinare un maggior accumulo di grassi di deposito, insomma si apre la strada al sovrappeso, o peggio, all’obesità, ma non è tutto. Infatti, con il trascorrere del tempo, la produzione di insulina potrebbe anche bloccarsi per colpa di un pancreas troppo sovraccaricato, e questo porterebbe al sorgere di alcune patologie anche gravi come l’ipoglicemia e il diabete.

Ma non è ancora tutto, perché l’ipoglicemia e il diabete, come del resto anche il sovrappeso, possono avere delle serie conseguenze anche sulla salute del cuore in quanto sono la condizione ideale per la comparsa di malattie cardiovascolari che, pur essendo oggi tranquillamente gestibili grazie alla farmacologia e, soprattutto, alla possibilità di intervenire in emodinamica con l’applicazione di stent per riaprire vasi eventualmente danneggiati, non possono tuttavia essere previste e quindi affrontate per tempo, prima di un eventuale infarto che rappresenta un serio rischio per il paziente. Vale sempre la pena ricordare che si è ciò che si mangia, lo stato di salute è legato a filo doppio all’alimentazione, per cui è bene fare le scelte giuste per evitare di trovarsi poi in difficoltà.

La soluzione è scegliere alimenti integrali, quindi pane e anche pasta, solo che non sempre ciò che si trova in commercio è realmente e completamente integrale, del resto lo si capisce anche dal colore, nel caso del pane, perché non è poi scuro come dovrebbe. Questo perché solitamente si utilizza nella preparazione di questi alimenti che potremmo definire falsi integrali, una parte di farina 00 con l’aggiunta di crusca finemente macinata che poi è il residuo della raffinazione. In questo modo, si aggiunge la beffa al danno, perché un prodotto del genere è ancor meno amico della salute, perché la troppa crusca rallenta l’assorbimento del ferro e del calcio.

Bisognerebbe quindi rivolgersi a produttori di fiducia, che sicuramente utilizzano della materia prima integrale, o al limite utilizzare altre farine come quella di riso e altro ancora. Addirittura il prof. Berrino ipotizza l’acquisto di grano integrale da macinare in casa con l’aiuto di un piccolo mulino in pietra, come quelli che un tempo erano presenti in molte case di campagna, solo che oggettivamente si tratta di una soluzione un po’ troppo impegnativa, anche perché prevede un investimento di alcune centinaia di €, investimento che non è certamente alla portata di tutti.

Ma non solo, perché una soluzione del genere andava bene un tempo, poteva essere gestita dalle famiglie rurali di una volta, che non avevano impegni lavorativi differenti e che quindi potevano dedicare parte della loro giornata a questo tipo di lavorazioni. Oggi questa soluzione non è praticabile, salvo casi eccezionali. La si è riportata solo per dovere di cronaca. Quindi, resta la possibilità di orientarsi su altri tipi di farine, come detto in precedenza, come quella di riso, di farro, di avena, o anche il kamut, eventualmente anche mischiando a volte tra loro i vari tipi di farina per sperimentare nuovi sapori. Insomma, le alternative alla farina 00 esistono, basta saperle cercare e basta avere la volontà di farlo. Poi, come al solito, ciascuno è ovviamente libero di fare le proprie scelte.

 

Ecco cos’è quella schifezza che ti fanno mangiare tutti i giorni e che si ostinano a chiamare “pane”!!

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Ecco cos’è quella schifezza che ti fanno mangiare tutti i giorni e che si ostinano a chiamare “pane”!!

Nel pane di tutti i giorni, o meglio nella farina e nell’impasto, sono presenti diverse sostanze chimiche utilizzate per evitare che irrancidisca, in modo da farlo durare più a lungo.

Perché il Pane che Mangi tutti i Giorni potrebbe Ucciderti? Perché nel pane, o meglio nella farina e nell’impasto, sono presenti diverse sostanze chimiche utilizzate per evitare che irrancidisca, per farlo vivere più a lungo. Il pane è stato nel passato un alimento completo, si poteva sopravvivere tranquillamente anche mangiando solamente pane e cipolla, o pane e olio, o altro companatico che oggi viene considerato povero. Il pane di un tempo era pane vero, fatto con le farine integrali, che venivano macinate in casa, o meglio, nelle campagne senza raffinarle, anche se tali farine avevano in difetto, diciamo così, di non avere una vita lunga, nel senso che irrancidivano facilmente così come potevano essere infestate da insetti che se ne nutrivano. Oggi questo rischio non esiste in quanto le farine raffinate sono praticamente prive di sostanze nutritive per cui gli insetti le snobbano. Senza poi contare che negli anni le specie di grano coltivato hanno subito delle vere e proprie manipolazioni genetiche per renderle più adatte ad essere trattate, nello specifico trebbiate, meccanicamente. Un tempo le piante erano più alte e con il peso della pannocchia, complici la pioggia e il vento, tendevano a coricarsi, e ciò era di ostacolo alla trebbiatura.

Oggi le piante sono più basse, cosa che si è ottenuta modificandole geneticamente, con buona pace di coloro che sono contrari alle colture geneticamente modificate. Tornando al pane che si acquista tutti i giorni, il problema come accennato in precedenza, è la farina, bianca e raffinata, che è possibile conservare anche per lunghi periodi senza pericolo che possa fare delle muffe o che possa essere infestata da insetti. È del tutto priva di sostanze nutritive, per cui la vita non vi può attecchire, e quindi il pane che si ottiene dalla sua lavorazione non è altro che una pasta di amido che non nutre, ma che in compenso contribuisce a far prendere quei chili di troppo che tanto male fanno alla salute.

E non solo, perché favorisce la perdita di minerali, provoca stitichezza e in più presenta un serio rischio di obesità, cancro al colon, colesterolo e diverticoli. Essendo infatti del tutto privo di fibre, non favorisce il regolare funzionamento dell’intestino e tutte le patologie elencate in precedenza sono appunto una conseguenza di un intestino pigro, in cui si formano ristagni che a lungo andare rappresentano un serio rischio per la salute. La farina che si ottiene dalla lavorazione dei chicchi di grano dovrebbe contenere il germe del grano che rappresenta la vera fonte nutritiva, la crusca e l’endosperma. Ciò accadeva quando, come detto in precedenza, il grano veniva macinato artigianalmente, in campagna, mentre oggi di quella farina se ne sono perse del tutto le tracce.

Oggi la farina viene pulita, diciamo così, ovvero viene privata del tutto delle sostanze nutritive, e ciò che si ottiene è una polvere bianca del tutto carente di proteine, oli, vitamine e minerali. Ne consegue che il pane che se ne ottiene è un alimento povero, che altro non fa che procurare danni all’organismo. Infatti, nella sua preparazione, vengono utilizzati una serie di ingredienti che proprio amici della salute non sono. Nello specifico, il lievito chimico utilizzato perché più conveniente economicamente, contiene una serie di sostanze che lasciano a dir poco perplessi. Alluminio, bromuro di potassio, tartaro, cloruro di ammoniaca e tanti altri cloruri non meglio indentificati. Ecco quindi che il rischio per la salute è veramente elevato.

Lo stesso pane bianco che si acquista oggi al supermercato, oltre alla farina che altro non è che polvere bianca, contiene una serie di sostanze che definire sospette è un eufemismo. Gesso bianco, acido tartarico, glicol propileno, diossido
di cloro, farina di pesce, farina di ossa, fosfato di ammonio (è utilizzato anche in agricoltura come concime), bromato di calcio, monogliceridi e dicliceridi e altro ancora. La soluzione sarebbe quella di consumare pane integrale, vero, quello di una volta, ma il pane integrale che si trova oggi in commercio è per lo più un pane integrale fasullo, in quanto è sempre realizzato con la solita farina bianca con l’aggiunta di un po’ di crusca. La soluzione sarebbe farselo in casa, con vere farine integrali che oggi è possibile trovare nei negozi specializzati, solo che il loro costo è più impegnativo.

 

fonte: http://www.tuttasalute.net/34797/perche-il-pane-che-mangi-tutti-i-giorni-potrebbe-ucciderti.htm

 

La farina è “made in Italy”, ma spesso, troppo spesso il grano non si sa da dove viene!

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La farina è “made in Italy”, ma spesso, troppo spesso il grano non si sa da dove viene!

 

La farina è “made in Italy”, ma il grano non è sempre 100% italiano. Polemica fra Italmopa e Coldiretti. Ecco cosa si trova al supermercato

La dicitura “made in” è il pomo della discordia che ha animato lo scontro a colpi di comunicati stampa tra Italmopa, l’Associazione Industriali Mugnai d’Italia e Coldiretti, che rappresenta gli agricoltori. Come possono esserci farine “made in Italy” se importiamo grano dall’estero si chiede l’associazione che raggruppa una grossa fetta di aziende agricole? La domanda è legittima, ma non tiene conto delle leggi in materia. In Italia le aziende e i mulini che propongono farina confezionata sugli scaffali dei supermercati non sono obbligati a indicare sulle confezioni l’origine della materia prima, ma devono riportare il nome dello stabilimento che ha effettuato l’ultima trasformazione significativa. “Le farine commercializzate in Italia– afferma Italmopa, nel comunicato stampa del 21 marzo 2017- sono Made in Italy al 100%, anche se contengono frumento importato, perché l’ultima lavorazione avviene sul suolo nazionale”. Una farina prodotta da grano importato ma trasformata in Italia è quindi per legge “italiana al 100%”. Lo stesso vale per la semola di grano duro destinata all’industria della pasta, quando sull’etichetta c’è scritto “made in Italy” ci sono buone probabilità che la materia prima sia in parte importata come abbiamo già evidenziato in articoli precedenti. (Leggine altri)

La quasi totalità della farina commercializzata in Italia è quindi confezionata nel nostro Paese  miscelando grano importato e grano locale. Una parte rilevante  del frumento (tenero e duro) da cui viene prodotta la farina made in Italy non è quindi di origine italiana. La stessa industria molitoria rende noto che le importazioni di grano tenero rappresentano il 60% del fabbisogno.  Anche la quota di  grano duro importato destinato ai pastifici italiani è notevole e raggiunge  circa il 40% del fabbisogno.

La maggior parte delle farine utilizzate in Italia nasce dalla lavorazione di frumento importato da paesi dell’Unione Europea (in particolare Francia, Germania e Austria), in alcuni casi dal Canada e dagli Stati Uniti. Nel Piano Cerealicolo del Ministero dell’agricoltura viene riportato anche un altro elemento di debolezza della filiera del grano tenero nostrano: la sua qualità. Secondo il documento quello italiano è un frumento di qualità non eccelsa, per questo viene miscelato con grano importato, generalmente di qualità migliore. Maurizio Monti è un mugnaio e per 8 anni è stato presidente di Antim, l’Associazione Nazionale Tecnici dell’industria Molitoria: “l’industria molitoria italiana, che esporta pasta e farina in tutto il mondo, ha bisogno del frumento importato sia per ragioni quantitative, quello che produciamo è insufficiente, che per ragioni qualitative, per rispondere alle richieste e agli standard dell’industria”. Sono infatti i mugnai, che selezionano, mescolano e macinano i grani in modo da ottenere miscele che soddisfino l’industria della pasta, quella dei dolci e dei prodotti da forno. “Il mugnaio deve conoscere alla perfezione, non solo l’origine del prodotto che lavora – continua Monti – ma deve anche garantire il massimo delle caratteristiche igienico-sanitarie e tecnologiche del grano, scegliendo tra una gamma molto ampia, per venire incontro alle richieste dalla grande industria: più si allarga l’area da cui si prende il frumento più è facile trovare le caratteristiche ricercate”.

Ogni lavorazione della farina e della pasta che compriamo deve essere tracciata. La normativa europea dispone, infatti, la rintracciabilità del prodotto per ogni fase di produzione ma non l’identificazione dell’origine della materia prima. L’industria molitoria è obbligata a risalire al fornitore del grano ma non a conoscere l’agricoltore. Ogni tappa della filiera identifica in modo preciso quella precedente. Questo però non vuol dire che non si possa conoscere l’origine del grano. I contratti di fornitura del frumento duro e tenero spesso prevedono l’indicazione dell’origine del grano anche se, al momento dell’acquisto, a prevalere sono le caratteristiche qualitative della materia prima. Le industrie della pasta, dei dolci e del pane dettagliano le caratteristiche igienico-sanitarie e tecnologiche delle farine, l’origine del grano viene indicata, invece, come preferenza, ma raramente viene inserita nei contratti. La decisione di tracciare, prima, e indicare, poi, l’origine della materia prima sulla confezione del prodotto finale è nelle mani dell’industria e delle sue scelte commerciali.

Dal 2016 il governo sta lavorando a una legge che dovrebbe garantire la tracciabilità delle materie prime anche per pasta e farina che si comprano al supermercato, indicando in etichetta l’origine del grano. Una legge come questa, secondo Maurizio Monti, complicherà i lavoro del mugnaio dal punto di vista meccanico, perché dovrà predisporre etichettature e stampe diverse per ogni produzione. “Questa procedura di trasparenza, di fatto, non aggiunge nulla all’effettiva tracciabilità del prodotto: già oggi il mulino può fornire all’industria l’indicazione di origine, per ogni grano utilizzato”.

La farina commercializzata in Italia proviene da mulini italiani, ma tra i grandi distributori presi in esame (Esselunga, Iper, Carrefour, Unes, Conad, Penny e Pam) solo Coop, per la sua linea interna, e NaturaSì indicano l’origine del frumento. Tra i prodotti a marchio Coop ci sono farine da grano di origine 100% italiana come la farina da frumento integrale bio e la farina di grano tenero “00”, e farine di frumento tenero da grani che provengono da Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania e Ungheria. Nel caso dei prodotti commercializzati da NaturaSì sono le stesse marche ad indicare, il più delle volte, l’origine dei grani da filiera 100% italiana, o regionale come nel caso del frumento tenero dall’Emilia Romagna o il grano duro dalla Sicilia. Le farine di grano tenero a marchio NaturaSì vengono dal ferrarese. Anche l’industria della pasta negli ultimi anni ha puntato a creare linee dedicate alla materia prima 100% italiana come Voiello e Granoro.

Oltre ai pastifici anche i mulini hanno creato delle linee di farina e semola provenienti al 100% da grano italiano, facendo dell’origine una dichiarazione da indicare in confezione. Su 54 aziende molitorie prese in esame poco meno della metà, una ventina, prevedono all’interno del catalogo una linea dedicata esclusivamente a grano duro e tenero nostrano. A spingere le aziende verso questa direzione è stata la maggiore attenzione dei consumatori nei confronti dei prodotti a filiera corta e biologici. In casi come quello di Molino Bigazzi il grano 100% nazionale è stato scelto per avere un controllo maggiore sulla materia prima. Nel 2016 l’80% del grano tenero utilizzato dal mulino proveniva da campi che si trovano in Umbria, Toscana, Marche, Lazio e Abruzzo. Di farine come quelle prodotte da Molini Pivetti viene tracciata tutta la filiera, indicando da quali campi provenga il grano che sarà trasformato dall’industria molitoria. Attraverso il marchio Campi Protetti Pivetti viene commercializzata una farina realizzata da grani provenienti da Bologna, Modena e Ferrara. La stessa iniziativa dedicata alla tracciabilità locale del grano tenero viene realizzata anche da aziende come Mulino Caputo, Molino Rachello, Mulino Padano e Molini Voghera. Molino Rachello è certificato biologico dal 1999 e ha scelto la filiera italiana controllata per poter lavorare un grano di qualità: dai metodi di coltivazione fino alla sua lavorazione. Il mulino trevigiano collabora direttamente con agricoltori in Veneto, Friuli e Toscana. Le aziende agricole biologiche e convenzionali in filiera seguono un disciplinare e metodi di coltivazione concordati insieme ad un agronomo del mulino. Esistono poi farine che riportano sulla confezione una dicitura regionale come la “Farina Veneta” dell’azienda Molino Rossetto che contiene grano veneto al 100%. Un altro esempio è quello di Molino Profili Giuseppe che ha rilanciato un prodotto già parte della tradizione dell’azienda: farina “0” e “00” per la panificazione da grani provenienti dalla Tuscia viterbese.

Le farine di grano tenero e le semole di grano duro ottenute da grani nazionali in genere costano leggermente di più rispetto al prodotto commercializzato senza l’etichetta 100% grano italiano. Il costo aumenta quando alla caratteristica della filiera corta si aggiunge la macinazione a pietra, la selezione di grani antichi e la certificazione biologica. In altri casi il costo maggiore dipende anche dai contratti di filiera, che impegnano gli agricoltori a regole precise e prevedono quindi compensi più elevati. Alcune aziende, come Molino Rachetto, hanno investito nella certificazione di filiera ISO 22005 che traccia ogni fase della produzione, gli attori coinvolti, l’origine e la territorialità. Questi prodotti hanno più diritto di definirsi 100% Made in Italy? Finché non sarà obbligatorio riportare l’intera filiera in etichetta, bisognerà affidarsi alle strategie commerciali dei produttori o dei distributori che decideranno di indicare o meno l’origine della materia prima. Bisogna però ricordare che la bontà dei prodotti sugli scaffali, è più legata alla capacità di selezione delle farine fatta dai mulini e meno all’origine della materia prima.

 

fonte: http://www.ilfattoalimentare.it/tracciabilita-farina-made-in-italy.html

 

Il prezzo del grano in Italia è fermo al 1987, ma il pane costa il 1450% in più. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

 

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Il prezzo del grano in Italia è fermo al 1987, ma il pane costa il 1450% in più. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

Lucio Battisti, uno dei più apprezzati cantautori italiani, in “Pensieri e Parole” chiedeva appunto “Che ne sai tu di un campo di grano…”.  Infatti i passaggi oscuri dalla terra alla tavola sono sconosciuti a milioni di comuni mortali.

In effetti il prezzo del grano in Italia è paralizzato al 1987, ma il pane dal fornaio costa il 1450 per cento in più. 
Eppure il consumatore non se ne accorge: oggi ci vogliono trenta chili di grano per arrivare alla quotazione di un chilo di pane. Questa è la situazione denunciata pubblicamente e in più occasioni da Coldiretti, ma non solo.A livello nazionale gli ettari coltivati sono 600 mila per 30 milioni di quintali. Se invece si passa al grano duro, quello per la pasta, coltivato soprattutto nelle regioni meridionali (Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise), gli ettari sono 1,3 milioni e i quintali 49 milioni.Tanti? No, pochi se si pensa che importiamo 23 milioni di quintali di grano duro e ben 48 di quello tenero: gli arrivi dall’Ucraina sono quadruplicati, raddoppiati dalla Turchia. Ma allora perché esportiamo frumento in Nord Africa?

Comunque, la pasta è la terza voce del nostro export commerciale (vale 2,4 miliardi di euro all’anno), mentre di prodotti da forno ne esportiamo per 1,7 miliardi. A fronte di tutte queste cifre da capogiro e di crescita percentuale, resta quella misera del prezzo pagato ai coltivatori, che fra l’altro è crollato nell’ultimo periodo quasi del 30 per cento.

Sarà l’effetto perverso della globalizzazione, ma qui ci confrontiamo con concorrenti che non hanno i nostri obblighi fiscali e soprattutto sanitari. Certo, ci sono controlli a campione nei porti, ma non è che facciano da seria barriera. Insomma, rari controlli, legislazione carente, speculazione dilagante, import selvaggio. Solo a Manfredonia – dove un privato spadroneggia nel porto, un’area demaniale dello Stato – dall’inizio del 2017 ad oggi sono approdate una mezza dozzina di navi portarinfuse ricolme di grano straniero (Ucraina, Russia, Bulgaria, Canada), poi scaricato in camion che trasportano di tutto.

E l’igiene?
Ma la salute pubblica conta qualcosa – in uno Stato di diritto almeno sulla carta – o vale e prevale soltanto il profitto economico a scapito della vita umana?E poi la speculazione: il grano si può stoccare anche per due o tre anni e quindi immetterlo sui mercati a seconda delle quotazioni. Un giochetto che riesce molto bene alle «5 sorelle» dei cereali (il colosso Usa, Adm; la Cargill di Minneapolis; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli svizzeri senza scrupoli della Glencore) con speculazioni finanziarie che prima o poi metteranno in ginocchio l’agricoltura reale.

Che si mette nel piatto?
C’è anche un problema di tracciabilità:  il consumatore deve poter scegliere, per questo è opportuno, oltre al rafforzamento dei controlli sul grano importato, anche l’etichettatura trasparente per i prodotti da forno, pane e pasta. Quanti vedono il simbolo del tricolore e pensano di mangiare «italiano», quando invece la farina arriva magari da Kiev?

Secondo la CIA «Risulta che enormi quantità di grano italiano sono state esportate nel Nord Africa, insieme all’arrivo, in contemporanea con i raccolti di navi piene di frumento provenienti da Paesi terzi», e questo,  «ha determinato questa ‘guerra del grano’, con prezzi insostenibili.

Venticinque anni fa il frumento valeva 30 mila lire, più o meno le stesse quotazioni di oggi».

Rilievi ai quali risponde Italmopa – Associazione Industriali Mugnai d’Italia, in un’audizione in Commissione agricoltura alla Camera.  «Il raccolto 2016 di frumento duro – ha precisato Ivano Vacondio, Presidente Italmopa – è caratterizzato da livelli produttivi particolarmente elevati, ma anche da carenze qualitative riconducibili alle condizioni meteo sfavorevoli verificatesi nel corso del raccolto, in particolare in Puglia, principale zona di produzione nazionale di frumento duro».

(…)La produzione di grano in Italia è a un bivio.
Sono cambiate le esigenze dell’industria del pane e della pasta, il prezzo viene definito da un mercato globale in un contesto internazionale instabile e i produttori di cereali italiani si ritrovano (da soli e senza garanzie) a fare i conti con le importazioni massicce di grano dall’estero, la mancanza di norme che regolino il mercato mondiale e limiti notevoli nella capacità di stoccaggio.

Ecco la cornice che fa da contorno alla crisi del grano in Italia, diventata ormai guerra tra i produttori di frumento e l’industria. Anche il Codacons è intervenuto con un esposto. Come uscire dalla crisi? «Sfatiamo il mito che il nostro grano non è di qualità –  spiega il responsabile dell’area Produzioni cerealicole di Confagricoltura, Mario Salvi – Il punto è che spesso quello ad alto contenuto proteico viene mescolato con frumento più scadente dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche».

(…)«L’anno scorso sono state acquistate all’estero 2,3 milioni di tonnellate di frumento – denuncia Saverio de Bonis, presidente di Granosalus – A scapito della sicurezza alimentare.

Anche perché in Italia i limiti alle sostanze contaminanti sono più alti che nella maggior parte del mondo: in Canada quella materia prima non si usa neanche per gli animali»…

Gli industriali rispondono che il grano straniero, che ha più glutine, migliora la qualità della pasta. Ma spesso il frumento proviene da paesi come l’Ucraina, dove secondo i rilievi scientifici dell’IAEA, la radioattività ha contaminato i terreni per migliaia di anni.

Non è tutto:

«In Italia può essere consumato anche dai bambini ciò che in Canada non va bene neppure per gli animali».

È la denuncia di Coldiretti, che segnala la mancanza di trasparenza sull’etichetta.  «Una cosa è l’alta quantità di glutine – dichiara il portavoce di Granosalus – un’altra è l’assenza di sostanze tossiche». I vuoti sono da ricercare anche nelle leggi comunitarie, non tarate sugli interessi del consumatore.

E’ sufficiente aggirarsi in una dozzina di porti italiani per rendersi conto delle nostre frontiere colabrodo.

Sono due i principali nodi: il lungo periodo di navigazione che può alterare il prodotto e la mancanza di indicazione sull’etichetta circa l’origine. «Ci preoccupa – aggiunge De Bonis – anche la presenza di Deossinivalenolo (Don o vomitossina)”. Questo perché i parametri europei sui limiti di Don nei cereali utilizzati per l’alimentazione umana sono quasi il doppio rispetto a quelli imposti in Canada. In Italia è considerato commestibile ciò che i canadesi non darebbero neppure agli animali».

I dati dell’Agenzia delle Dogane attestano che da luglio 2015 a febbraio 2016 al porto di Bari è stato scaricato un milione di tonnellate di grano. «Arriva da Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone, Cipro – spiega il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – e spesso passa da porti inglesi, francesi, da Malta e Gibilterra». E tutto ciò non accade solo a Bari: navi cariche di grano duro arrivano a Napoli, Ravenna, Palermo e in altre città».

Chi controlla tir e silos? 
Nessuno. 

Ho avuto modo di verificarlo costantemente dal 2 gennaio 2017 ad oggi. E della tutela della salute parla anche il presidente di Confagricoltura Puglia, Donato Rossi: «Tutti i tir, container e silos devono essere controllati». E non accade.“Chi verifica il ciclo della pasta? Sempre nessuno”, attesta Slow Food, che aveva lanciato il primo allarme nel 2010. Per capire se la pasta è di qualità bisogna analizzare alcuni fattori: la presenza di micotossine nel grano duro (estero o italiano), eventuali deterioramenti del prodotto durante i trasporti, i limiti imposti dall’Ue che pare non accorgersi che un italiano medio consuma più pasta (27 chilogrammi all’anno) di un norvegese.
Il Regolamento Comunitario 1881/2006 è calibrato su un consumatore medio europeo e non mediterraneo, che storicamente consuma più pasta, pane e cereali. Su questa base l’Europa ha dettato i valori massimi di alcuni contaminanti nel grano. Si parla di piombo, cadmio, mercurio e micotossine (come aflatossine e Don). Per la maggior parte dei Paesi al mondo, ad esempio, i valori del Don sono allineati tra 750 e 1000 ng/g nei cereali, mentre in Italia il limite è fissato a 1750, come nel nord Europa (dove si mangia molta meno pasta).

Sempre lo stesso regolamento riconosce per pasta e pane una quantità di Don che scende miracolosamente a 750 e 500. Com’è possibile? E dato che quel limite scende a 200 ng/g negli alimenti a base di cereali o comunque destinati a lattanti e bambini sotto i 3 anni bisogna chiarire che al di sotto dei 6 anni non si può mangiare la stessa pasta degli adulti. Questi i limiti delle norme. Poi c’è un mondo che si muove al di fuori delle regole. Importiamo cereali a uso zootecnico: non è legale, ma c’è chi lo fa proprio per mancanza di controlli. E, una volta nel silos, il grano diventa per miracolo tutto italiano.

Esattamente sulla vomitossina un progetto delle Politiche agricole (Micocer 2006-2008) ha definito “la minore incidenza nei grani del Sud, rispetto a quelli del Nord Italia”.

Questo perché il clima umido e le piogge favoriscono la presenza di micotossine, mentre il grano del Mezzogiorno viene raccolto a temperature molto elevate (tra i 28 e i 48 gradi) che non ne permettono la proliferazione.

Ma in Canada il clima è umido e spesso si miete con la neve. 
A ciò bisogna aggiungere gli effetti di lunghi viaggi transoceanici a bordo di navi cargo: scarsa aerazione, umidità ed escursioni termiche. Altra fase: la miscela. Il regolamento 1881 vieta di miscelare frumenti in norma con quelli che superano i valori massimi, con lo scopo di  stemperarne il carico di tossina. Vietato il taglio insomma. Che pur riducendo i valori, non li rende idonei all’alimentazione dei bambini.

By Curiosity

La guerra della farina, Coldiretti: “ingannano i consumatori”

 

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La guerra della farina, Coldiretti: “ingannano i consumatori”

È guerra tra l’ Associazione Industriali Mugnai d’Italia Italmopa e la Coldiretti.

Per Ivano Vacondio, presidente di Italmopa l’associazione mugnai, la farina è “100% made in Italy a prescindere dall’origine del grano”, che invece  in gran parte viene importato dall’estero. Dura la replica della Coldiretti: “Sono queste furbizie che distruggono il vero made in Italy dal campo alla tavola: il trucco di Italmopa non inganna i consumatori italiani”.

Farina 100% made in Italy Grano estero? Come è possibile?

Il presidente dell’Associazione industriali mugnai d’Italia aveva dichiarato: “Non ci stancheremo mai di ripetere che le nostre farine sono da considerarsi al 100% made in Italy. Esse sono il frutto dell’impareggiabile capacità dei nostri mugnai nel saper individuare e miscelare le migliori e più preziose varietà di frumento tenero, per la produzione di un’ampia varietà di farine di frumento, tutte accomunate da eccellenti qualità nutrizionali e salutistiche, destinate alla produzione di pane, di pizza o di prodotti dolciari. E questo a prescindere dall’origine della materia prima frumento”.

Peccato che poco prima avesse precisato: “Il nostro paese si trova nell’obbligo di importare circa il 60% del proprio fabbisogno nel comparto del frumento tenero e circa il 40% nel comparto del frumento duro“. Come si fa dunque ad ottenere dal grano estero farina Made in Italy? Mistero…!!

“Il trucco dei mugnai non incanta”

Secca e puntuale la replica della Coldiretti: “Il trucco dei mugnai non inganna i consumatori che sanno bene che da un grano straniero non si può certo ottenere il miracolo della farina italiana. Sono queste furbizie che distruggono il vero Made in Italy dal campo alla tavola, favoriscono le importazioni straniere da spacciare come italiane”.

“Le maggiori importazioni di grano duro – precisa la Coldiretti – arrivano da un paese come il Canada che in preraccolta fa un uso massiccio di glifosato, vietato in Italia. Un malcostume che va fermato con la trasparenza dell’informazione a partire dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza del grano utilizzato nella produzione di pasta accelerando l’iter dello schema di decreto condiviso dai ministri delle Politiche agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo economico Carlo Calenda, inviato ormai da tempo per l’esame preliminare alla Commissione Europea a Bruxelles”.