Perché la cannabis fa tanto paura? Un semplice esempio: la cannabis terapeutica farebbe perdere a Big Pharma, solo negli Stati Uniti, più di 4 miliardi di dollari l’anno!

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Perché la cannabis fa tanto paura? Un semplice esempio: la cannabis terapeutica farebbe perdere a Big Pharma, solo negli Stati Uniti, più di 4 miliardi di dollari l’anno!

 

Report: la cannabis potrebbe togliere più di 4 miliardi di dollari l’anno a Big Pharma

Se la cannabis terapeutica fosse legalizzata in tutti gli Stati Uniti (ad oggi lo è in 29 su 50 Stati più il distretto federale di Washington D.C.) per condizioni come il dolore cronico, l’ansia e le crisi epilettiche, potrebbe togliere più di 4 miliardi di dollari l’anno all’industria farmaceutica americana.

La stima arriva da uno studio pubblicato nel maggio 2017 da New Frontier Data, fornitore di dati ed analisi alle imprese del cannabis business americano. “Ogni possibilità di alternative che potrebbero portare a ridurre l’uso di farmaci potrebbe rappresentare un punto di discussione convincente da un punto di vista pubblico”, ha dichiarato John Kagia, vice presidente esecutivo del settore analisi per l’azienda.

La base del lavoro di analisi è uno studio del 2016 dell’Università della Georgia che ha tracciato la spesa medica negli stati che legalizzavano la cannabis dal punto di vista medico. Secondo studi precedenti, dal 2010 al 2013 le prescrizioni sono diminuite per i farmaci in cui la cannabis medica potrebbe essere un’alternativa, con un risparmio annuo pari a 165,2 milioni di dollari solo per il 2013. Un rapporto di follow-updegli stessi ricercatori ha dimostrato che se la cannabis medica fosse legale a livello nazionale, i contribuenti potrebbero risparmiare 1,1 miliardi di dollari ogni anno sulle prescrizioni.

Kagia ha estrapolato la ricerca applicando il declino medio delle prescrizioni dell’11% alla spesa farmaceutica annuale per le più comuni condizioni per le quali viene prescritta la cannabis. Sono arrivati alle nove condizioni seguenti per esaminare nel loro studio: dolore cronico, disturbo da stress post-traumatico, disturbi del sonno, ansia, epilessia, dolore neuropatico, nausea e vomito indotta da chemioterapia, sindrome di Tourette e glaucoma.

New Frontier ha poi riesaminato i rapporti di ricerca di mercato per ogni condizione e ha calcolato la spesa farmaceutica entro il 2019, calcolando i costi totali che sono passati da 40 miliardi di dollari nel 2016 a più di 44 miliardi di dollari nel 2019. Stando all’ipotesi che la cannabis potrebbe sostituire l’11% del totale delle prescrizioni, il valore sarebbe di 18,5 miliardi di dollari: 4,41 miliardi di dollari nel 2016, 4,55 miliardi nel 2017, 4,7 miliardi nel 2018 e 4,86 miliardi nel 2019, secondo New Frontier.

Sembrano corre enormi, ma è solo una parte del mercato farmaceutico statunitense, con una spesa per farmaci prescritta di 425 miliardi di dollari nel 2015. Ma per alcune aziende, che si occupano di alcune terapie, l’effetto potrebbe essere più pronunciato.

New Frontier fa l’esempio di Pfizer Inc., che ha farmaci per condizioni come ansia, epilessia, glaucoma, depressione e crisi epilettiche. Pfizer, con sede a New York, che ha venduto 52,8 miliardi di dollari di farmaci nel 2016, potrebbe subire perdite per mezzo miliardo di dollari l’anno, secondo le stime di New Frontier.

“È ragionevole supporre che la marijuana medica abbia un effetto sulle vendite farmaceutiche, ma la stima precisa è difficile da immaginare”, ha affermato Robert Mikos, professore di diritto presso la Vanderbilt University Law School commentando lo studio su The Cannabist, sottolineando che: “Penso che ci siano aziende farmaceutiche preoccupate per l’impatto che la cannabis potrebbe avere sulle loro vendite”.

Dall’altra parte iniziano ad esserci anche le prime aziende farmaceutiche che iniziano a fare ricerca e finanziare studi con derivati della cannabis. La matematica di New Frontier potrebbe aver sbagliato qualche calcolo, ma ha evidenziato una tendenza che diventerà realtà negli anni a venire. “Se i dati sono accurati – ha concluso Mikos –  suggeriscono che c’è una parte significativa della popolazione che potrebbe beneficiare della legalizzazione della cannabis medica”.

Redazione di cannabisterapeutica.info

Report: la cannabis potrebbe togliere più di 4 miliardi di dollari l’anno a Big Pharma

Cannabis terapeutica? Non è una novità: dal 1850 al 1937 è stata la principale medicina per più di 100 malattie… Poi le multinazionali hanno stabilito che faceva male …ai loro affari!

 

Cannabis terapeutica

 

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Cannabis terapeutica? Non è una novità: dal 1850 al 1937 è stata la principale medicina per più di 100 malattie… Poi le multinazionali hanno stabilito che faceva male …ai loro affari!

Dal 1850 al 1937 la Cannabis è stata la principale medicina per più di 100 malattie !!

L’Italia in quegli anni era il secondo produttore mondiale, poi come al solito arrivarono gli americani, ci occuparono militarmente chiamandola liberazione, poi bruciarono i campi di cannabis e cominciarono a vendere vaccini e medicine.

La marijuana è davvero una medicina?” E’ una domanda che alcune persone ancora si chiedendo, quindi ecco un po ‘di storia di come la marijuana è stata utilizzata nel corso della storia.

Il più antico uso documentato di marijuana (cannabis) come medicina risale a circa 2900 aC in Cina.

1850-1937: molte preparazioni di marijuana brevettate sono state vendute nelle farmacie.

1851: La cannabis è stata inclusa nella farmacopea degli Stati Uniti, il libro usato per identificare e standardizzare farmaci in uso medico.
La marijuana è stata indicata come utile per il trattamento di numerose affezioni, tra cui: nevralgia, alcolismo, dipendenza da oppiacei, il tetano, tifo, colera, dissenteria, la lebbra, incontinenza, gotta, disturbi convulsivi, tonsillite, la pazzia, e eccessivo sanguinamento mestruale.
Le forniture (fiori indica) utilizzati nella fabbricazione del medicinale provenivano principalmente dall’India. Queste forniture sono state interrotte dalla Prima Guerra Mondiale

1913: il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato che era riuscito a coltivare cannabis nazionale di parità di qualità della canapa indiana. Nel 1918, circa 60.000 piante sono state prodotte ogni anno, provenienti da aziende farmaceutiche.

Dal 1920 al 1940: Reefer Madness è nato. Guidato da industriali, razzisti e media delle forze dell’ordine hype il pubblico risponde con isteria di massa sui pericoli della marijuana per la società.
Il divieto dell’alcool finì e la marijuana cominciò a prendere il suo posto.

1937: L’American Medical Association si oppose al passaggio della Marijuana (Timbro) Tax Act, che paga medici, farmacisti e produttori per le vendite. I francobolli richiesti erano costosi da acquistare e solo pochi furono emessi, scoraggiando le persone coinvolte nella vendita di cannabis. I prodotti della cannabis scomparvero dagli scaffali delle farmacie e nel 1943 la cannabis fu rimossa dalla Farmacopea.

1970: La marijuana diventa illegale e classificata al fianco dell’ eroina come droga (Tabella I), una classe di farmaci che si ritiene abbiano NO valore medicinale.

1976: I governi federali riconoscono che la marijuana ha un’uso medicinale. Il Programma Investigational New Drug (Compassionate Use) (IND) è stato creato per consentire a Robert Randall di usare la marijuana per curare il suo glaucoma. Altri pazienti si iscrivono e ricevono anche 300 laminati di sigarette di marijuana al mese per curare le loro condizioni.

1978: I singoli Stati cominciano a riconoscere la marijuana come medicina utile. Il Nuovo Messico diventa il primo stato di creare un programma di marijuana medica.

1980: Marinol, una versione sintetica del THC è una corsia preferenziale come un farmaco di prescrizione, soprattutto per l’AIDS e pazienti affetti da cancro.

1990s – Scienziati scoprono due tipi di recettori cannabinoidi nel cervello umano (CB1 e CB2), che attenuano gli effetti del THC.

1992: Il “sistema cannabinoide naturale Scienziati” scoprono endocannabinoidi nel corpo. La ECS controlla le funzioni del sistema nervoso centrale e periferico, assunzione di energia, lavorazione e stoccaggio, la risposta immunitaria, la riproduzione e il destino delle cellule del sistema produttivo.
Una nuova era per la ricerca medica ha inizio !

1999: Il programma IND viene chiuso a nuovi candidati (da parte del presidente Ronald Reagan) dopo troppi centinaia di pazienti applicata. Anche se ufficialmente terminata, i 13 restanti pazienti continuarono a ricevere la marijuana emessa dal governo

2000: I legislatori dell’Hawaii riconoscono che la marijuana è un medicina e creano la Medical Marijuana Program.
Condizioni qualificanti sono: cancro, glaucoma, HIV (+) Stato, malattia cronica o debilitante: forti dolori, nausea, convulsioni (epilessia), gravi e persistenti spasmi muscolari (da sclerosi multipla o il morbo di Crohn), una grave debolezza, malnutrizione o perdita di peso (sindrome da deperimento e cachessia).

2003: Il Dipartimento di Salute e Servizi Umani ricevette Cannabinoidi brevettati (brevetto (US 6.630.507 B1) per l’uso terapeutico di “cannabinoidi come antiossidanti e neuroprotectants, suggerendo che può essere utile nel trattamento di malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer.”

OGGI (2015): le pratiche molte mediche includono

MARIJUANA COME MEDICINA

In Israele, la terapia cannabis è integrata in contesti clinici, ospedalieri, e la casa di cura. In Canada, i medici possono approvare una specifica quantità di cannabis per i loro pazienti, che viene consegnata a casa loro. Sono dieci i farmaci a base di sostanze chimiche presenti nella pianta di cannabis.

Negli Stati Uniti: 23 Stati hanno programmi di marijuana medica. Il Dipartimento della Salute ha assunto l’amministrazione del programma di Medical Marijuana delle Hawaii, facendo subito miglioramenti.

Operatori sanitari stanno cercando di educare gli altri operatori sanitari e pazienti. Ciò include il lavoro della Compagnia di Cannabis medici, Nursing Association cannabis, e il Gruppo Pazienti Uniti.

Così, ora se qualcuno ancora vi chiede se la marijuana è davvero una medicina si prega di dire loro che questa domanda è stata risposta molto tempo fa ….!!!

fonte articolo: http://mcchi.org/is-it-really-medicine-a-not-so-brief-but-interesting-history-of-medical-marijuana/

 

DA ALTRAREALTA’

Usi terapeutici della Cannabis

Non dovevo occuparmene più mi ero promesso di regalare alla pianta più boicottata dell’umanità un meritato e doveroso riposo. Invece…parlando con diverse persone ho potuto constatare quanto sia ancora radicata la disinformazione sulla canapa. Una disinformazione medica che mi ha costretto a riprendere in mano la questione e trattare una volta per tutte l’aspetto forse più importante della pianta: quello terapeutico.
A tal proposito esiste una documentazione faraonica: libri, articoli, antichissimi erbari, ricerche e pubblicazioni scientifiche, esperienze di volontari, ecc.
Tutto testimonia a favore della cannabis nella cura di patologie che vanno dai dolori muscolo-scheletrici, al glaucoma, dall’anoressia e depressione a malattie tremende come epilessia e sclerosi multipla, per non parlare del validissimo aiuto nell’alleviamento degli effetti secondari dei trattamenti chemioterapici nel cancro, come nausea e vomito, e negli stati debilitanti in caso di deficit immunitario
I risultati sono così entusiasmanti che oggi sperimentazioni mediche controllate sono iniziate in Stati Uniti, Germania, Spagna, Inghilterra, Belgio, Israele, Olanda e Canada. In quest’ultimo paese addirittura, l’Associazione Medica che riunisce tutti i 52 mila medici canadesi vorrebbe rimuovere dal codice penale l’uso personale della cannabis e sostituirlo con una semplice ammenda[1].
Cosa dire poi del recentissimo studio sull’abuso della droga da parte di una Commissione governativa inglese la cui conclusione è a dir poco incredibile: “Lo spinello dà meno assuefazione delle sigarette e dell’alcol[2]”. Non solo, il gruppo di esperti incaricati dal Ministro dell’Interno britannico per valutare i pro e i contro di un alleggerimento della legge sulle sostanze illecite, sostiene che la cannabis potrebbe addirittura fare bene alla salute: “l’azione cardiovascolare – spiega il rapporto – è simile agli effetti dell’esercizio fisico”.
Ma cosa sta succedendo?
Una delle piante più antiche viene prima messa al bando rendendola illegale per decine di anni – paragonata ad una droga tossica e pericolosa per la salute – per poi saltare agli onori delle cronache vivendo oggi un periodo di quasi religiosa redenzione.
Una redenzione ostacolata da pochi e osannata da molti per via delle altre numerose applicazioni pratiche da guinness dei primati. Dalla canapa infatti oltre a medicinali che funzionano, e questo basterebbe, si possono ottenere: carta indistruttibile, materiale tipo plastica, coloranti, solventi, tessuti resistentissimi, cordame e molto altro ancora. Per questo, molto probabilmente, è stata oggetto della più grande opera di boicottaggio mai realizzata nella storia a noi conosciuta. Una fitocospirazione da fantascienza, che se non lo avete ancora letto vi consiglio di farlo al più presto (Cannabis connection)
Questo recente riconoscimento è la presa di coscienza di un errore passato di proibizionismo gratuito – anche se di gratuito non ha proprio nulla – o la riabilitazione obbligatoria per via di un numero sempre maggiore di utilizzatori e di prove della sua efficacia, almeno in termini medici? La cosa certa è che oggi chi giova di tutto questo, tranne pochissime persone autorizzate dai rispettivi governi a fumarsi la “piantina”, sono le corporazioni chimico-farmaceutiche che approfittando della situazione stanno commercializzando prodotti di sintesi, i cosiddetti analoghi, che emulano il principio attivo della cannabis: il THC. Una emulazione che vedremo in seguito presenta qualche piccolo inconveniente.
Prima però osserviamo a livello fisiologico come agiscono questi cannabinoidi “colpevoli” degli eccezionali risultati terapeutici.
Il THC, come abbiamo detto è il principio attivo della cannabis, cioè quello che agisce direttamente sull’organismo. Per essere più precisi interagisce con un sistema detto cannabinoide[3] normalmente presente nel corpo umano, e produce i suoi effetti agendo sui recettori del sistema. I recettori sono delle proteine molto speciali che si trovano sulle superfici di determinate cellule. La droga, in soldoni, forma una specie di ponte, un legame con queste proteine e per così dire attiva delle funzioni cellulari interne molto precise. Sono stati identificati due tipi di recettore: il CB1 e il CB2.
I CB1 sono presenti sui neurociti encefalici e spinali come in certi tessuti periferici; i CB2 si trovano principalmente sulle cellule del sistema immunitario ma non nel cervello[4].
Questo è molto interessante: abbiamo recettori della cannabis sul cervello e addirittura nel sistema immunitario[5].
Per dover di cronaca è doveroso anche sottolineare che non esiste solo il THC, questo indubbiamente è il più famoso e il più presente nella pianta, ma esistono oltre 60 cannabinoidi diversi l’uno dall’altro. Al momento attuale non si sa molto sulle proprietà di questi cannabinoidi se non che sembrano essere privi di effetti psicoattivi e/o psicotropi sul cervello. Quindi l’ipotesi che anch’essi influenzino positivamente gli effetti terapeutici della cannabis senza però interferire sul comportamento umano non è da scartare.
In definitiva questi cannabinoidi di origine naturale interagiscono con parecchie funzioni organiche e sono in grado tra le altre cose di bloccare la liberazione dell’acido glutammico, il principale neurotrasmettitore implicato nella patogenesi dell’ictus[6]; liberare dopamina, un altro importantissimo neurotrasmettitore collegato alla capacità di controllare i movimenti, e tanti altri aspetti più sottili che sono in fase avanzata di studio. A proposito di studi: prima ho accennato alle numerose sperimentazioni che si stanno facendo in tutto il mondo. Bene. Le sperimentazioni per chi non lo sapesse sono sempre costosissime, e nessun istituto di ricerca si sognerebbe di spendere soldi senza la certezza matematica di un notevole tornaconto. Un tornaconto che si materializza molto spesso in un farmaco o una terapia. Nel caso della cannabis abbiamo, per il momento, due tornaconti sintetici: Dronabinolo e Nabilone. Ce ne sarebbero altri, come il Levonantradolo, l’HU-210, il SR141716A, ecc. ma per il momento sono disponibili solo per usi sperimentali. Per il momento però. Domani…è un altro giorno.
Il Dronabinolo, il cui nome commerciale è Marinol® è prodotto dalla Unimed Pharmaceuticals Inc., una compagnia della Solvay Pharmaceuticals Corporation. Il Nabilone detto anche Cesamet® è prodotto in Inghilterra dalla Cambridge Selfcare Diagnostics Ltd per conto della Eli Lilly & Corporation, quella del Prozac® per intendersi.[7]
Naturalmente a questo punto era d’obbligo spulciare i foglietti illustrativi di questi farmaci. Cosa secondo voi abbiamo trovato? Siamo sempre alle solite: svariati effetti collaterali! Fin qui nulla di strano, visto che non esistono medicinali di sintesi privi di controindicazioni. Però se vi dicessi che le reazioni avverse sono le stesse curate però dalla pianta naturale, come anoressia, depressione, astenia[8], la cosa non assume una aspetto tragicomico? Se uso per esempio la “cannabis sintesis” per aiutare un’astenia potrei vedere insorgere una depressione accompagnata pure da vertigini. Oppure, che ne so, per alleviare nausea e vomito provoco palpitazioni e/o ansietà. Interessante vero? Si cura da una parte e si pagano le conseguenze dall’altra! L’onnipresente rovescio della medaglia. Sicuramente il dritto sarà un basso costo di vendita al pubblico, giusto? Sbagliato. Una ventina di capsule di Cesamet® per esempio, costano 102 sterline circa[9]! E il Marinol è ancora più costoso[10]. Avete capito? Una singola pastiglia, per capirci, costa oltre 15mila di vecchie lire! Più che un dritto, mi sembra un altro rovescio! Il problema è che nessuno sta giocando a tennis, qui abbiamo a che fare con la vita e la salute, già precarie, di tantissime persone sofferenti.
Allo stato attuale quindi, abbiamo da una parte una pianta illegale a gratis che si potrebbe coltivare quasi ad ogni latitudine senza necessità di pesticidi e con un tempo di maturazione rapidissimo di pochi mesi, dall’altra dei prodotti sintetici che costano molto, richiedono diversi anni di studi e presentano inconvenienti secondari da non sottovalutare.
Cosa fare a questo punto? Legalizzare la pianta proibita per antonomasia, catalogata fin dagli anni ’60 nel campo delle “droghe senza alcun effetto terapeutico”[11], oppure continuare a non vederne i risultati in ambito terapeutico puntando esclusivamente nella chimica di sintesi? Secondo voi cosa opteranno i governi democratici dell’unione europea indirizzati magari dalle potenti corporazioni transnazionali della chimica e della farmaceutica? Una vaga idea io ce l’ho, non so voi…
Nessuno certamente vorrebbe una società in cui persone sane si spacciano per malati immaginari inventandosi patologie o peggio ancora falsificando esami per farsi prescrivere dal proprio medico una sigarettina farcita, o peggio ancora vedere malati che soffrono realmente di gravose patologie debilitanti che non possono utilizzare i derivati della cannabis se non da degenti ospedalieri, come sta succedendo oggi nel nostro paese. La farmacia del Policlinico Umberto I per esempio, ma questo è valido per tutti gli ospedali, può somministrare il farmaco derivato dal THC solo dopo il ricovero[12].
Non è questa una burocratica assurdità all’italiana?
Una persona in grado tranquillamente di seguire la terapia nella comodità del focolare domestico, magari con la vicinanza dei propri cari, si vede costretta a entrare nell’ambiente asettico e freddo di un nosocomio.
Speriamo allora che passi il recente Disegno di Legge che introdurrebbe l’uso terapeutico della cannabis. Questo almeno permetterebbe di trovare i fitofarmaci sintetici direttamente in farmacia, previa naturalmente ricetta di un medico del servizio sanitario.
Nell’attesa di questo Disegno concludiamo con una comparazione dal punto di vista pratico e farmacologico tra la pillola sintetica e la sempreverde pianta plurimillennaria.
Apro una parentesi doverosa perché i fattori influenzanti nel caso della cannabis naturale sono numerosissimi: stati d’animo della persona, quanto e come il fumo viene aspirato, quanta cannabis contiene la sigaretta, quanto THC è presente nella pianta, dal tipo di pianta, ecc.
Chiudiamo la parentesi e prepariamoci ad entrare in campo.
Il fumo di una sigaretta di cannabis rilascia in circolo oltre il 30% del THC totale, mentre per via orale, la pillola, è di 2 o 3 volte inferiore perché dopo essere stata assorbita attraverso l’intestino viene metabolizzata dal fegato prima di raggiungere il grande circolo[13].
Uno a zero per la cannabis e palla al centro. Per essere onesti ci sarebbe una punizione per la chimica se consideriamo le supposte rettali che bypassando il fegato permettono un maggior assorbimento del THC in circolo.
Una volta entrato nel torrente circolatorio il THC si distribuisce in tutto il corpo principalmente nel tessuto adiposo perché essendo liposolubile si scioglie solo nel grasso. Questa proprietà intrinseca della cannabis è un grosso limite per la formulazione dei preparati cannabinoidi, oltre a rallentare il loro assorbimento intestinale[14].
Due a zero e di nuovo palla al centro.
Per quanto riguarda gli effetti farmacologici della cannabis documentati finora sono relativi alle vie respiratorie. Uno studio del Western Journal of Medicine del 9 giugno 1993[15] afferma che chi fuma cannabis rischia malattie alle vie respiratorie per il 19% in più di chi non fuma, e che nessuna dipendenza e/o assuefazione fisica è stata dimostrata se non una sporadica dipendenza psicologica in alcuni soggetti. Dall’altra abbiamo gli effetti secondari del Marinol® e del Cesamet® visti prima.
Diamo un punto alla sintesi chimica perché non tutte le persone sarebbero disposte a utilizzare la pianta attraverso la sigaretta. Se però consideriamo che dei sessanta cannabinoidi naturali contenuti nella canapa, i prodotti farmacologici attualmente in commercio sono basati quasi esclusivamente nel Tetraidrocannabinolo (THC), l’unico con effetti psicotropi, tralasciando gli altri cinquantanove privi di attività sul cervello, è lecito pensare che al momento attuale la pianta potrebbe essere almeno sessanta volte più completa di qualsivoglia prodotto uscito da un laboratorio di ricerca. Calcolando infine i costi rispettivi decisamente incomparabili il risultato finale è di quattro a uno per la cannabis! Avrete capito che questa è una gara surreale perché se avvenisse realmente l’arbrito, rappresentato dalle lobby del farmaco, fischierebbe almeno due o tre rigori per la chimica espellendo magari qualche cannabinoide per “intervento” troppo deciso. Non ci resta che sperare quindi in una invasione di campo che metta fine una volta per tutte a questa assurda e controproducente rivalità.
Un “invasione pacifica” da parte di una maggiore consapevolezza che dia, anzi ri-dia, al malato il suo ruolo principale di essere vivente e che santifichi una volta per tutte uno dei diritti più importanti: quello della libera scelta terapeutica. Una scelta che spetta esclusivamente ai singoli individui e non alle organizzazioni sanitarie, tanto meno alle corporazioni; perché…una volta imboccata la strada terapeutica siamo noi a pagarne le conseguenze e/o goderne i benefici. Nessun altro!

Marcello Pamio

[1] ANSA 15 marzo 2002
[2] Il Corriere della Sera del 17 Giugno 2002
[3] Veniva usato per designare la famiglia delle sostanze chimiche presenti nella cannabis. Oggi abbraccia tutte le sostanze in grado di attivare i recettori.
[4] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord –www.cgil.it/org.diritti/fuoriluogo/Rapporto.htm
[5] Idem
[6] Inserto Salute di Repubblica del 16 maggio 2002
[7] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[8] Sito ufficiale MARINOL® www.marinol.com
[9] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[10] Idem
[11] Inserto Salute di Repubblica del 16 maggio 2002
[12] Trasmissione Report del 18 febbraio 2002
[13] Uso terapeutico della cannabis. Il rapporto della Camera dei Lord
[14] Idem
[15] Tratto dal sito www.dica33.it

FONTE: http://altrarealta.blogspot.it/2017/10/usi-terapeutici-della-cannabis.html

Negli stati dove è legale il 25% dei malati di cancro sceglie di usare la cannabis

 

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Negli stati dove è legale il 25% dei malati di cancro sceglie di usare la cannabis

 

Negli stati dove l’uso medico della cannabis è legale, un malato di cancro su quattro sceglie di utilizzarla e quasi tutti cercano informazioni maggiori sulle sue proprietà terapeutiche. Questa la conclusione di una ricerca scientifica condotta nello stato di Washington (Usa) su 926 pazienti affetti da tumore.

Lo studio, condotto da una equipe di sette ricercatori presso il National Carcer Institute di Seattle, ha analizzato pazienti di entrambi i sessi di età compresa tra i 46 e i 66 anni, attraverso la somministrazione di una serie di questionari, allo scopo di verificare il tasso di utilizzo e di interesse riguardo alla cannabis tra i malati.

222 pazienti hanno dichiarato di aver utilizzato cannabis nell’ultimo anno. Tra questi, 193 ne facevano uso circa una volta a settimana, e 124 una o più volte al giorno. Non solo attraverso l’inalazione – che rimane comunque il metodo di assunzione più diffuso – ma anche attraverso l’ingestione di cibi a base di cannabinoidi.

Quanto alle motivazioni dell’utilizzo: la maggior parte dei pazienti ha dichiarato di utilizzare la cannabis per il trattamento del dolore, ma non mancano i pazienti che la utilizzano per contrastare i problemi di stomaco generati dai cicli di cura e per combattere lo stress che li ha colpiti dopo la scoperta della malattia.

Il 26% dei malati che utilizzano la cannabis ha affermato di ritenere che essa sia anche un farmaco direttamente efficace contro il cancro e di essere convinti che il loro tumore stia indietreggiando proprio grazie ai cannabinoidi.

Uno studio, per stessa ammissione dei ricercatori, condotto su numeri troppo piccoli per avere la pretesa di trarre conclusioni scientificamente certe, ma sufficiente per dimostrare ancora una volta come molti malati ritengano di ottenere benefici di vario tipo dall’utilizzo di cannabis.

Tra i 936 malati analizzati oltre il 75% ha richiesto di poter avere altre informazioni sulle qualità terapeutiche della cannabis, mostrando interesse ad un suo utilizzo. Frenato, a quanto pare, dalla scarsa inclinazione a fornire informazioni in merito da parte dei medici, anche negli stati dove la sua prescrizione è perfettamente legale. Meno del 15% dei pazienti ha infatti dichiarato di aver avuto informazioni sulla cannabis da parte dei medici; tutti gli altri si informano grazie ad amici, altri malati, parenti o media.

 

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/negli-stati-dove-e-legale-il-25-dei-malati-di-cancro-sceglie-di-usare-la-cannabis/

14.000 anni di canapa italiana

 

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14.000 anni di canapa italiana

 

Proseguendo gli studi sugli aspetti storici delle piante psicoattive, e focalizzando ora l’attenzione sulla presenza della canapa in Italia, sono giunto all’elaborazione di una mappa, che presento in anteprima in questa sede, in cui ho riunito i più antichi ritrovamenti di questa pianta attestati dagli scavi archeologici. Le date presenti nella mappa sono da intendersi prima della nostra era (a.C.), ad eccezione di quelle indicate con “dc”, che sono evidentemente della nostra era.

Che la canapa fosse presente in Europa allo stato selvatico da molto tempo prima che l’uomo iniziasse a coltivarla, è confermato dalle analisi polinimetriche dei carotaggi ambientali (prelievi di campioni di suoli incontaminati dalle attività antropiche), e i dati più antichi, raggiungenti l’inizio dell’Olocene, sono per ora venuti alla luce proprio in Italia: nel lago di Albano, in provincia di Roma, con una datazione del 11.500 a.C., e nei fondali costieri dell’Adriatico centrale, con le prime datazioni all’11.000 a.C., in un tempo in cui il livello del mare era più basso di quello attuale (Mercuri et al., 2002); seguono la data del 9000 a.C. del Lago Grande di Monticchio (Potenza) (Huntley et al, 1996), e quella del 6800 a.C. nella regione del lago di Nemi (Roma) (Mercuri et al., 2002).

Quindi, la canapa è presente in Italia da almeno 13.500 anni, e ciò a discapito di quanto continuano a riportare diversi studiosi stranieri, ancora convinti che questa pianta sia stata portata dall’uomo dall’Asia in Europa in periodi posteriori. La realtà è che la canapa è presente da sempre, o per lo meno da un certo “sempre”, in Europa e nel Mediterraneo, così come in Asia.

Per i periodi successivi, siamo a conoscenza di ritrovamenti neolitici di polline di canapa in contesti perlopiù antropici, a indicazione di una sua probabile coltivazione. È il caso, ad esempio, del recente ritrovamento di polline di canapa in tre siti del Neolitico Medio (4500-4000 a.C.) dell’Emilia-Romagna, localizzati nelle aree attualmente occupate dai centri urbani di Piacenza (località Le Mose), Parma (via Guidorossi) e Forlì (via Navicella) (Marchesini et al., 2011-13), mentre in Lombardia la sua presenza è testimoniata a partire dal 5000 a.C. nei pressi di alcuni laghi: Annone (Lecco), Alserio (Como), Garda (Brescia), oltre al lago trentino di Ledro.

Per quanto riguarda l’Età del Ferro (periodo romano), un dato interessante riguarda una nave da guerra punica naufragata in Sicilia all’altezza dell’Isola Lunga, fra Marsala e Trapani, datata al II secolo a.C., e fra i cui resti sono venuti alla luce due ceste contenenti fusti di canapa. Le due ceste sono state rinvenute all’altezza della supposta cucina di bordo, e il contesto ha fatto ipotizzare che la canapa venisse impiegata come fonte psicoattiva dai marinai della nave (Frost et al., 1976). Si tratterrebbe quindi di uno dei rari indizi europei per quei periodi storici di una conoscenza e impiego della canapa per scopi inebrianti.

Un ulteriore dato significativo, di natura iconografica, riguarda un vaso di terracotta rinvenuto in una tomba etrusca a Cerveteri, datato all’VII secolo a.C. Il vaso è decorato con scene che riportano il mito greco degli Argonauti, e in una di queste sono raffigurati gli Argonauti che trasportano una lunga vela nell’atto di imbarcarla su una nave (Belelli, 2002-03). Su un lato della vela è presente la scritta kanna, che è stata interpretata dagli studiosi come una traslitterazione etrusca del termine greco kannabis, cioè canapa. La singolarità del reperto risiede nel fatto che anticipa di due secoli la più antica testimonianza scritta europea riguardante la canapa, che era sempre stata ritenuta quella riportata nel famoso passo sugli Sciti da Erodoto nel V secolo a.C. (Rix, 2002-03).

Altro dato interessante riguarda il ritrovamento di canapa a Pompei, con datazione al 79 d.C., che ho già presentato nel numero 64 di Dolce Vita

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/14-000-anni-di-canapa-italiana/

14.000 anni di canapa italiana

La cannabis per i pazienti è praticamente introvabile, ma il governo distrugge quella prodotta a Rovigo!

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La cannabis per i pazienti è praticamente introvabile, ma il governo distrugge quella prodotta a Rovigo!

 

Non c’è cannabis per i pazienti e il governo continua a distruggere quella coltivata a Rovigo: solo nel 2016 ne sono stati distrutti 180 chilogrammi.

Oltre al danno, la beffa e di quelle che fanno più male. Mentre in tutta Italia si è scatenato l’allarme per la carenza di cannabis che era stata ampiamente preventivata, dovuta alla scarsità di importazioni e di produzione nazionale ed aggravata dal numero sempre minore di farmacie che ancora la distribuiscono a causa degli effetti combinati della multa del ministero della Salute e dell’obbligo di venderla a 9 eurorimettendoci già sulla materia prima, i pazienti italiani che la dovrebbero usare come farmaco per le proprie patologie, in maggioranza gravi e debilitanti, sono abbandonati a loro stessi.

Per molti l’unica soluzione rimane la stessa di 3 anni fa, prima cioè dell’avvio del progetto di produzione italiana di Firenze, che è la stessa di sempre: soffrire, oppure andare a cercare quello che dovrebbe essere il loro farmaco dagli spacciatori di strada con il rischio di acquistare cannabis di bassa qualità nel migliore dei casi e contaminata da porcherie di vario grado in tutti gli altri.

A Firenze a 3 anni dall’avvio del progetto ancora non si è ancora riusciti a far entrare la produzione a regime e ad allargare le varietà prodotte e distribuite che ad oggi sono ridotte ad una, la FM2, con THC e CBD. L’anno scorso ne sono dispensati circa 30 kg e la produzione annuale prevista all’inizio del progetto di circa 100 chilogrammi sarebbe dovuta passare a 300 kg. Sempre molto poca se paragonata ai 400 kg al mese prodotti da Israele l’anno scorso o ai 9 quintali distribuiti dal Canada nel 2016.

Una soluzione praticabile almeno per tamponare la situazione sarebbe appunto quella di utilizzare la cannabis prodotta a Rovigo al CREA-CIN. Qui infatti vengono prodotte le talee che vengono poi coltivate a Firenze, oltre a centinaia di altre piante di cannabis che vengono studiate con scopi di ricerca. Non si tratta di infiorescenze standardizzate, ma di materiale vegetale che potrebbe essere comunque utilizzato ad esempio per estrazioni, che potrebbero essere realizzate a Firenze o in altri laboratori pubblici, per essere poi distribuiti alle farmacie.

E’ un’opzione prevista dagli articoli 22, 23 e 24 della legge 309/90, che autorizzano il ministero della Salute a ritirare questi materiali e conferirli ad un’azienda autorizzata per riutilizzare i principi attivi. Fino ad oggi non è mai successo, speriamo che il Ministero, vista la situazione d’emergenza, prenda in considerazione l’opzione per quest’anno.

Mario Catania

 

fonte: http://www.cannabisterapeutica.info/2017/10/20/la-cannabis-per-i-pazienti-e-introvabile-ma-il-governo-distrugge-quella-prodotta-a-rovigo/

Come la cannabis sta terrorizzando le multinazionali del farmaco – Troppo efficace – Troppo economica. ..!

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Come la cannabis sta spaventando le multinazionali del farmaco

Secondo alcuni osservatori la guerra tra cannabis medica e medicina ufficiale è già in atto da tempo. Ed è nient’altro che l’ultimo capitolo di un contenzioso storico che da sempre oppone le medicine naturali alle multinazionali del farmaco. Prima della cannabis era toccata la stessa sorte per esempio alle vitamine o al magnesio, relegate nel recinto delle “cure alternative”: definizione che in buona sostanza equivale ad essere classificati come medicine “di serie b”, sulla quale poco si finanzia la ricerca, e poco si verificano i risultati.

Già alcune settimane fa avevamo analizzato questo tema, riferendovi di come la Fda (l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei farmaci) stesse procedendo perinibire le aziende produttrici di farmaci a base di Cbd (cannabidiolo, uno dei principali principi attivi della cannabis) dal pubblicizzare i propri prodotti.

Ora è una ricerca scientifica realizzata dall’Università della Georgia e pubblicata sulla rivista Health Affairs a fornire spunti decisivi per capire meglio il perché di tanto ostracismo verso le cure a base di cannabis. Secondo quanto riportato dai ricercatori americani, infatti, la progressiva regolamentazione dell’accesso alle medicine a base di marijuana rischia di comportare notevoli perdite economiche per le grandi aziende farmaceutiche.

Secondo i dati gli stati USA che hanno legalizzato la cannabis terapeutica hanno registrato un risparmio, su base annua, di circa 165 milioni di dollari. Questo perché i pazienti che, per il trattamento di disturbi come dolore, depressione, disordini del sonno, ansia, assumono cannabis medica rinunciano ai farmaci tradizionali, più costosi e talvolta meno efficaci.

Ma non è tutto. Secondo i ricercatori dell’Università della Georgia, infatti, se tutti gli stati americani approvassero l’accesso ai farmaci a base di cannabinoidi per tutte le patologie per le quali la ricerca scientifica ha già verificato i benefici apportati dalla cannabis, si potrebbe ottenere un risparmio di mezzo miliardo di dollari l’anno.

Una cifra molto consistente, che permetterebbe forte risparmi per molti malati e per i sistemi sanitari pubblici, ma che evidentemente andrebbe a danno di chi quei soldi riceve, cioè le case farmaceutiche.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/come-la-cannabis-sta-spaventando-le-multinazionali-del-farmaco/

I ricercatori confermano: la chemioterapia in combinazione con cannabis risulta maggiormente efficace nell’azione contro le cellule cancerogene.

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I ricercatori confermano: la chemioterapia in combinazione con cannabis risulta maggiormente efficace nell’azione contro le cellule cancerogene.

 

Un nuovo importante studio porta l’ennesima e forse definitiva conferma che i cannabinoidi sono in grado di uccidere le cellule leucemiche con successo. In questo studio si è affrontato anche la combinazione di queste sostanze e l’ordine in cui sono fornite ed i risultati aprono la porta a trattamenti più efficaci .

I cannabinoidi, noti anche come fitocannabinoidi, interagiscono con il corpo umano; il più conosciuto è il tetraidrocannabinolo o THC.

Si sono identificati fino ad oggi più di 100 cannabinoidi con diverse proprietà e profili chimici ed anche potenziali effetti antitumorali.

Studi su animali di laboratorio hanno dimostrato che alcuni cannabinoidi  inibiscono la crescita tumorale, e bloccano lo sviluppo dei vasi sanguigni che alimentano il tumore.

Per esempio, il cannabinoide delta-9-THC può  danneggiare o uccidere  le cellule del cancro al fegato, portando ottimi miglioramenti nei pazienti. Allo stesso modo, il cannabidiolo (CBD) è efficace contro le cellule negative che provocano il cancro al seno , senza danneggiare i tessuti sani.

È stato anche dimostrato che i cannabinoidi possono essere utili per combattere con successo la leucemia; la leucemia è un tumore del midollo osseo ed altri organi emopoietici.

La ricerca dimostra che alcuni di questi cannabinoidi, se usati in combinazione, diventano ancora più potenti nella loro azione antitumorale.

Un nuovo studio recentemente pubblicato sulla rivista International Journal of Oncology, esplora queste combinazioni in modo più approfondito. Essi hanno inoltre rilevato il potenziale dei cannabinoidi in combinazione con farmaci come citarabina e vincristina nella chemioterapia.

I ricercatori sono stati guidati dal Dr. Wai Liu presso l’Università di San Giorgio a Londra: Il team ha testato varie combinazioni di cannabinoidi e farmaci chemioterapici per trovare quelle più efficienti. Hanno anche cercato di capire se l’ordine in cui vengono somministrati i prodotti chimici che renderebbe differenza nei tassi di successo o meno.

Essi hanno scoperto che il cannabidiolo ed il THC, quando usati da solo uccidono le cellule leucemiche. Tuttavia, quando usati in combinazione, la potenza è migliorata in modo significativo; il tutto è più della somma delle parti.

Questa sottolineatura porta come sempre alla luce l’importanza e la necessità dell’effetto entourage per una migliore azione sul corpo umano, a tutti i livelli.

Essi hanno inoltre dimostrato che una dose iniziale di chemioterapia seguita da cannabinoidi ha  migliorato i risultati nel complesso contro le cellule leucemiche. La combinazione di chemioterapia con cannabinoidi aveva sempre risultati migliori rispetto alla sola chemioterapia o alla combinazione di THC e cannabidiolo. Tuttavia questo aumento di potenza è stato osservato solo se i cannabinoidi vengono somministrati dopo la chemioterapia e non viceversa.

L’Uso dei cannabinoidi potrebbe potenzialmente consentire ai medici di ridurre la dose di chemioterapia, pur mantenendo l’azione contro il cancro.

“Abbiamo dimostrato per la prima volta che l’ordine in cui vengono utilizzati i cannabinoidi e la chemioterapia è cruciale nel determinare l’efficacia complessiva di questo trattamento. […] I cannabinoidi sono una prospettiva molto interessante in oncologia. ”  Ha detto il dottor Wai Liu

I risultati sono promettenti. Sembra che il peso delle prove a sostegno dell’efficacia dei cannabinoidi contro le cellule tumorali abbia fatto pendere la bilancia definitivamente verso quest’ultimi.

Il Dottor Liu ha anche osservato che “Questi estratti sono altamente concentrati e purificati e fumare cannabis non dovrebbe un effetto simile.”

tratto da: http://freeweed.it/studio-chemioterapia-combinazione-cannabinoidi-risulta-maggiormente-efficace-nellazione-le-cellule-cancerogene/

Perchè Big Pharma è cosi preoccupata dalla Cannabis terapeutica?

Big Pharma

 

 

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Perchè Big Pharma è cosi preoccupata dalla Cannabis terapeutica?

Una tabella espone il perchè Big Pharma è cosi preoccupata dalla Cannabis

C’è un corpo di ricerca che mostra che l’abuso di antidolorifico e overdose sono più bassi negli Stati con leggi sulla marijuana medica.

Questi studi hanno generalmente affermato che quando la marijuana medica è disponibile i pazienti affetti da dolore stanno scegliendo sempre più questa scelta rispetto ai mortali narcotici da prescrizione. Ma questo è sempre stato solo una supposizione.

Ora un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Health Affairs , convalida questi risultati, fornendo una chiara evidenza di un anello mancante nella catena causale che va dalla marijuana medica alla caduta delle overdose dovute a farmaci.

Ashley e W. David Bradford,  ricercatori presso l’Università della Georgia, hanno perlustrato la banca dati di tutti i farmaci da prescrizione.

Essi hanno scoperto che, nei 17 Stati con una legge medico-marijuana in atto entro il 2013, le prescrizioni per antidolorifici e altre classi di farmaci sono notevolmente diminuite a confronto con gli stati che non hanno una legge medica sulla marijuana.

Le differenze erano abbastanza significative: Negli Stati con leggi sulla marijuana medica, il medico in media ha prescritto 265 minor numero di dosi di antidepressivi all’anno, 486 minor numero di dosi di farmaci per le crisi, 541 minor numero di dosi di anti-nausea e 562 minor numero di dosi di farmaci anti-ansia.

Ma il dato sorprendente è che in media il medico in uno stato con leggi sulla cannabis medica ha prescritto 1.826 meno dosi di antidolorifici in un dato anno.

 

Queste condizioni sono tra quelle per le quali la marijuana medica è più spesso approvato ai sensi delle leggi dello Stato, quindi immaginiamo cosa potrebbe accadere con una regolamentazione a livello federale e, perchè no, anche a livello globale.

Ma non solo per le condizioni già approvate: anche la Bradfords ha svolto un’analisi simile su categorie di farmaci che la cannabis non dovrebbe sostituire – come fluidificanti del sangue, farmaci antivirali e antibiotici – ed anche in questo caso vi è stata una diminuzione delle prescrizioni.

“Questo fornisce una prova evidente che i cambiamenti osservati nei modelli di prescrizione erano in realtà dovuti al passaggio delle leggi sulla marijuana medica”, scrivono.

In un comunicato stampa , l’autore Ashley Bradford ha scritto, “I risultati suggeriscono che le persone sono molto inclini ad usare la cannabis come medicina e non solo usarla per scopi ricreativi, qualora siano autorizzati a farlo.”

Una ruga interessante nei dati è il glaucoma, per i quali vi è stato un piccolo aumento della domanda per i farmaci tradizionali negli stati con leggi sulla cannabis medica. E’ abitualmente indicata come una condizione di approvazione ai sensi delle leggi, e gli studi hanno dimostrato che la marijuana fornisce un certo grado di sollievo temporaneo per i suoi sintomi.

Le Bradfords ipotizza che la breve durata del sollievo dal glaucoma fornito dalla marijuana – circa un’ora o giù di lì – potrebbe effettivamente stimolare  di più la domanda di farmaci per il glaucoma tradizionali. Pazienti affetti da glaucoma possono sperimentare un po’ di sollievo a breve termine dalla marijuana, che può spingerli a cercare altre, forse più solide opzioni di trattamento dai loro medici.

I numeri delle prescrizioni di antidolorifico negli stati marijuana medica sono suscettibili di causare qualche preoccupazione tra le aziende farmaceutiche. Queste aziende sono state a lungo in prima linea nell’opposizione alla riforma della marijuana, il finanziamento della ricerca da accademici anti-cannabis e incanalando dollari a gruppi contrari , come ad esempio la Coalizioni Comunità antidroga d’America, che si oppongono alla legalizzazione della marijuana.

Le aziende farmaceutiche hanno anche fatto pressioni alle agenzie federali direttamente per impedire la liberalizzazione delle leggi sulla marijuana.

In un caso, recentemente scoperto dall’ufficio del senatore Kirsten Gillibrand (DN.Y.) , il Dipartimento di Salute e Servizi Umani ha raccomandato che il THC di derivazione naturale, il principale componente psicoattivo della marijuana, sia spostato dalla Tabella 1 alla Tabella 3 Controlled Substances Act – una categoria meno restrittiva che riconoscerebbe l’uso medico del farmaco e renderebbe più facile la ricerca e la prescrizione.

Diversi mesi dopo che l’HHS ha presentato la sua raccomandazione, almeno una società che produce una versione sintetica del THC – che presumibilmente dovrebbe competere con qualsiasi di derivati naturali –  ha scritto alla Drug Enforcement Administration per esprimere opposizione alla riprogrammazione del THC naturale, citando “l’abuso potenziale in termini di necessità di crescere e coltivare colture sostanziali di marijuana negli Stati Uniti. ”

La DEA  in ultima analisi, ha respinto la raccomandazione dell’HHS  senza spiegazioni.

Siamo di fronte a qualcosa di clamoroso.

La Bradfords ha calcolato anche il risparmio in spesa sanitaria: hanno scoperto che circa 165 $ milioni sono stati salvati nei 17 stati con marijuana medica nel 2013.

In un calcolo di back-of, il risparmio di prescrizione sanitaria annuo stimato sarebbe quasi mezzo miliardo di dollari se tutti i 50 stati avessero attuato programmi simili .

“Tale importo avrebbe rappresentato poco meno dello 0,5 per cento di tutta la spesa sanitaria nel 2013,” calcolano.

Ma il solo risparmio di costi non sono una giustificazione sufficiente per l’attuazione di un programma medico-marijuana. La linea di fondo è una migliore salute, e la ricerca dei Bradfords mostra segni promettenti che i consumatori stanno trovando sollievo a base vegetale per le condizioni che altrimenti avrebbero richiesto una pillola per il trattamento.

“I nostri risultati e la letteratura clinica esistente implicano che i pazienti rispondono alla normativa sulla marijuana medica come se ci sono benefici clinici per il farmaco, che si aggiunge al crescente corpo di prove che suggeriscono che lo stato in Tabella 1 della marijuana è obsoleto,” conclude lo studio.

Lo studio prende in considerazione il risparmio netto sulla spesa per pazienti anziani: Precedenti studi hanno dimostrato che gli anziani sono tra i più riluttanti utenti medico-marijuana, così l’effetto netto della marijuana medica per tutti i pazienti sulle prescrizioni può essere anche maggiore.

Signore e Signori ecco l’Italia: malati di Sla costretti a rivolgersi a spacciatori per colpa della burocrazia “non possiamo stare troppo tempo senza la cannabis terapeutica”…!

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Signore e Signori ecco l’Italia: malati di Sla costretti a rivolgersi a spacciatori per colpa della burocrazia “non possiamo stare troppo tempo senza la cannabis terapeutica”…!

I malati di Sla dallo spacciatore per colpa della burocrazia

La denuncia di un cittadino malato: “non possiamo stare troppo tempo senza la cannabis terapeutica”

Lo scandalo della burocrazia italiana tocca anche i malati di Sla (la sclerosi laterale amiotrofica) e il loro consumo di cannabinoidi che attutiscono i sintomi della malattia degenerativa del sistema nervoso periferico.

A denunciarlo è un malato di Bari. Un uomo di 48 anni che ha dichiarato alla stampa di dover ricorrere (lui come altre persone affette dalla malattia) al mercato illegale per poter comprare in poco tempo le dosi di cannabis.

Perché si verifica questo? Perché i tempi della burocrazia italiana per poter avere medicinali come Bediol e Bedrocan diventano troppo lunghi. Più che di medicinali si tratta di cannabis terapeutica che si assume per via orale o inalatoria.

Al momento come si legge sul sito, Bedrocan “è l’unica azienda a livello mondiale a offrire cannabis standardizzata a uso medico completamente germogliata”. Un’azienda che dal 2003 “su incarico del ministero della salute dei Paesi Bassi” produce cannabis. Il prodotto viene esportato oltre che in Italia anche in “Germania, Finlandia, Canada e Repubblica Ceca, oltre a fornirla a ricercatori approvati sparsi ovunque nel mondo”. Probabilmente il progetto pilota del minitero della salute italiano in collaborazione con quello della difesa per la produzione nazionale di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis nello stabilimento chimico farmaceutico militare non basta.

Le dosi dovrebbero essere assunte ogni giorno per poter lenire i dolori muscolari. Come dichiara alla stampa, però, Nicola Loiotile, malato di Sla da ben nove anni, “da due mesi attendo di poter avere il Bedrocan e in passato sono stato anche tre mesi e mezzo senza entrambi i farmaci”.

Così, Nicola, spiega che per questo motivo spesso si rivolge ai pusher illegali “sperando di poter stare finalmente meglio. Ma tante volte capita di trovare un prodotto di pessima qualità, che ci fa sentire molto male”.

Infine lancia un appello al governatore della Puglia, Michele Emiliano, perché intervenga sulla questione e “per porre rimedio a un meccanismo che sta condannando noi malati a una vita di sofferenze”.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-malati-sla-dallo-spacciatore-colpa-burocrazia-1415004.html

Il dr. Lester Grinspoon, professore emerito all’Università di Harvard: “Nessun farmaco può competere con la cannabis naturale”

Lester Grinspoon

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Il dr. Lester Grinspoon, professore emerito all’Università di Harvard: “Nessun farmaco può competere con la cannabis naturale”

“Nessun farmaco può competere con la cannabis naturale”, l’intervista al dottor Lester Grinspoon

«Quando cominciai a occuparmi della marijuana nel 1967, non dubitavo che si trattasse di una droga molto nociva che, sfortunatamente, veniva usata da un numero sempre maggiore di giovani incoscienti che non ascoltavano o non potevano capire i moniti sulla sua pericolosità. La mia intenzione era di descrivere scientificamente la natura e il grado di questa pericolosità. Nei tre anni successivi, mentre passavo in rassegna la letteratura scientifica, medica e profana, il mio giudizio cominciò a cambiare. Arrivai a capire che anch’io, come molte altre persone in questo paese, ero stato sottoposto a un lavaggio del cervello. Le mie credenze circa la pericolosità della marijuana avevano scarso fondamento empirico. Quando completai quella ricerca mi convinsi che la cannabis fosse considerevolmente meno nociva del tabacco e dell’alcool, le droghe legali di uso più comune».

Queste sono le parole con cui Lester Grinspoon apre il suo libro, “Marijuana, la medicina proibita”, scritto in collaborazione con James B. Balakar e pubblicato anche in Italia (Editori Riuniti, 2002). Ma chi è Lester Grinspoon, e com’è arrivato a queste conclusioni? Noto psichiatra statunitense, Grinspoon è professore emerito dell’Università di Harvard (Cambridge, Massachussets), ed oltre ad essere il primo medico negli USA a comprendere l’efficacia del carbonato di litio per la cura della psicosi maniaco-depressiva (disturbo bipolare), ed avere all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche, è stato uno dei protagonisti della rivalutazione delle proprietà terapeutiche della cannabis negli anni ’70. Il suo libro “Marihuana Reconsidered” del 1971 è stato recentemente ripubblicato dalla casa editrice dell’Università di Harvard come un classico.

Il più grande merito di Lester Grinspoon è stato probabilmente quello di non limitarsi a raccontare la propria verità, ma di analizzarla su basi empiriche perché potesse essere compresa da tutti. Un proposito nato dalla voglia di comunicare a più persone possibili le prove chiare e nitide di anni di studi seri e non politicamente pilotati in materia, per fare in modo che chiunque potesse farsi un’opinione quanto più chiara e precisa su cosa sia la cannabis e cosa rappresenti e possa rappresentare per la medicina odierna. Dopo un fitto scambio di mail siamo riusciti a realizzare un’intervista a distanza, nella quale il dottore spiega la sua visione sul presente e futuro della cannabis terapeutica

Come considera la situazione riguardo alla cannabis terapeutica nel mondo?
Credo che il proibzionismo terribilmente distruttivo del secolo scorso sia virtualmente finito. La verità oggi è sotto gli occhi di tutti e non si tornerà indietro. Penso che oggi stiamo assistendo ad una serie di diverse culture di tutto il mondo che lottano per raggiungere un accordo con questo nuovo attore presente sulla scena mondiale; sarà un cambiamento che richiederà qualche anno ma alla fine porterà alla libertà di usare la cannabis dal punto di vista ricreativo, medico o per il rafforzamento di varie capacità umane. Sarà disciplinata in maniera da tutelarne l’utilizzo da parte dei giovani.

In America è stata legalizzata in 23 Stati dal punto di vista terapeutico. Cosa significa per i pazienti e per l’industria legata a questo tipo di farmaci?
Visto che in ogni singolo Stato i politici si arrogano il diritto di scegliere per quali sintomi o patologie sia adatta, la situazione è molto diversa da Stato a Stato. Tuttavia con 23 Stati, oltre al Distretto della Columbia, che ne hanno legalizzato l’utilizzo come medicinale e il gran numero di persone che utilizzano la cannabis per altri motivi, l’industria correlata a questa pianta sta facendo enormi passi avanti nello sviluppo di nuovi ceppi, nuovi metodi di assunzione con una grande crescita in tutti gli aspetti.

La GW Pharmaceuticals ha dato notizia di aver fatto richiesta per un brevetto che prevede l’uso di THC e CBD per il trattamento dei gliomi. Che ne pensa?
Credo fermamente nelle capacità curative della cannabis nei confronti del cancro, ma penso che non siano sufficienti per sconfiggerlo da sole. Per questo penso che le persone che si affidano solo alla cannabis, evitando i moderni trattamenti che la medicina allopatica ha da offrire, stiano facendo un grande errore che forse può costare dal punto di vista della salute. D’altra parte la cannabis può essere molto utile come palliativo durante il trattamento del cancro perché è molto utile per la nausea, il dolore, la depressione e altri disturbi associati al cancro e al suo corretto trattamento oncologico.

Il CBD è attualmente in fase di test clinici per l’epilessia resistente ai farmaci tradizionali, il prossimo passo?
Io penso che il prossimo passo della medicina cannabinopatica, compresa quindi anche l’epilessia, sia stabilire il giusto rapporto tra CBD e THC e terpeni per capire quale sia la formula ideale per il trattamento di disturbi compulsivi.

Qual è il motivo di 80 anni di repressione nei confronti di una pianta utilizzata dall’uomo da millenni?
È una questione troppo complicata per essere spiegata in poche righe.  Ad ogni modo credo che possa essere una domanda molto interessante per gli storici di domani che si guarderanno indietro come Charles Mackay fece a metà del 19esimo secolo scrivendo il libro “Extraordinary Popular Delusions”, dove l’autrice sottolinea le gradi delusioni del passato a livello culturale come la “tulipmania” (conosciuta anche come “la bolla dei tulipani” avvenuta a danni di migliaia di persone e spesso portata ad esempio come la prima bolla speculativa della storia, ndr) del 17esimo secolo nelle Fiandre.

Che differenza c’è tra la cannabis naturale ed i prodotti farmaceutici o cannabinoidi sintetici?
Al giorno d’oggi non ci sono prodotti farmaceutici che possono competere con l’altissimo standard della medicina cannabinopatica e dei fiori di cannabis.

Cosa pensa dell’approvazione del Sativex in oltre 24 Paesi per trattare alcuni sintomi della sclerosi multipla?
La GW Pharmaceuticals ha prodotto una forma liquida di marijuana al quale hanno dato il nome di Sativex. È molto più costoso delle infiorescenze di marijuana e non così utile. Una delle grandi qualità mediche del fumare o vaporizzare sta nel fatto che il paziente può calcolare il dosaggio con precisione l’inalazione di cannabis viene percepita così rapidamente che il paziente può smettere quando ha diminuito con successo i propri sintomi. Il Sativex è un preparato orale da assumere sotto la lingua nella speranza che la maggior parte sia assorbito dalla mucosa della bocca per avere effetto in circa 20 minuti. Ad ogni modo una parte, se non la maggior parte scenderà attraverso l’esofago e sarà assorbito come un farmaco da ingerire assunto per via orale richiedendo un’ora e mezza o due per dare sollievo. Questo vale per la sclerosi multipla così come per ogni altra patologia per la quale viene assunta marijuana. Io penso che una volta che tutti gli impedimenti legali saranno eliminati, il Sativex perderà nei confronti della marijuana naturale. Nella mia esperienza con coloro che hanno potuto utilizzare sia il Sativex, sia le infiorescenze, gli unici che hanno continuato ad utilizzare il farmaco erano coloro che erano intimiditi dall’illegalità dei fiori di cannabis.

Lei ha paragonato la marijuana a ciò che fu la penicillina negli anni ’40. È vero ancora oggi?Assolutamente. Però la penicillina di oggi non è quello che fu nel 1941 quando la resistenza batterica rispetto a questa sostanza non era ancora nota. Ma, come la penicillina degli inizi, la cannabis è notevolmente atossica, abbastanza economica e davvero versatile. Queste caratteristiche le permettono di essere il farmaco miracoloso della nostra epoca proprio come la penicillina degli anni ’40.

In Italia la cannabis terapeutica è legale ma ancora pochi dottori la prescrivono e i farmaci sono molto costosi. Quale può essere la soluzione per i pazienti e il diritto di avere accesso al farmaco?
Le leggi mettono i pazienti nella condizione di doversi approvvigionare presso il mercato nero o di doverla auto-coltivare. Il mio consiglio è di provare ad avere pazienza. La cannabis è qui per rimanerci e presto o tardi sarà ottenibile legalmente anche in Italia.

Mario Catania

Pubblicato sulla rivista Cannabis terapeutica, n°2 – settembre/ottobre 2014 

 

fonte: http://www.cannabisterapeutica.info/2014/10/10/nessun-farmaco-puo-competere-con-la-cannabis-naturale-lintervista-al-dottor-lester-grinspoon/