Poveri ma obesi. I fast food alla conquista dell’Africa

 

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Poveri ma obesi. I fast food alla conquista dell’Africa

Da quando il Ghana si è arricchito con il petrolio, migliaia di persone alla ricerca di un lavoro si sono riversate ad Accra. La capitale africana ha cambiato veste urbana, sono sorti nuovi centri commerciali e i fast food hanno proliferato in pochi anni.

Tra questi a padroneggiare è sicuramente la catena KFC che, prima del Ghana, ha colonizzato mezza Africa: dal Sudafrica – dove ha circa 850 punti vendita – all’Angola, dalla Tanzania alla Nigeria, dall’Uganda al Kenya. Ora un lungo reportage del New York Times racconta come KFC si stia espandendo a scapito della salute dei ghanesi.

I funzionari della sanità pubblica interpellati dal quotidiano americano sottolineano come pollo fritto, patatine e pizza abbiano fatto aumentare i problemi cardiovascolari e come, dal 1980 a oggi, in Ghana i casi di obesità siano aumentati addirittura del 650%. Secondo l’Institute for Health Metrics and Evaluation, un centro di ricerca indipendente dell’Università di Washington, il 13,6 per cento dell’intera popolazione ghanese è in sovrappeso.

Che mangiare sovente al fast food incrementi le probabilità di diventare obesi lo affermano numerose ricerche. Ma il caso dei fast food in Ghana rappresenta un’occasione per dimostrarlo con dati ancora più accurati rispetto ai precedenti, dal momento che in questo Stato africano popolato da 28 milioni di persone, a differenza degli USA, il fenomeno è recente e le catene di questo tipo non sono in ogni angolo della strada come in America.

Fenomeni del genere sono già stati osservati. Il NYT cita ad esempio lo studio su Singapore, altro Stato dove i fast food hanno proliferato negli ultimi tempi. Pubblicato dopo vent’anni di raccolta dati, lo studio dimostra che chi ha mangiato al fast food almeno due volte a settimana ha il 27 per cento di probabilità in più di contrarre il diabete di tipo 2, e il 56 per cento in più di probabilità di morire di malattie cardiache.

Ma torniamo al Ghana. Il tasso di mortalità associato a un elevato indice di massa corporea è più che raddoppiato nello Stato africano, passando da 14 persone su 100mila del 1990 a 40 su 100mila. In trent’anni i decessi legati alla massa corporea sono aumentati del 179 per cento.

Su questo gli esperti nutrizionali esprimono profonda preoccupazione perché il Ghana non ha le risorse mediche per affrontare una crisi sanitaria tanto grande da competere con l’Aids. Inoltre i medicinali per l’alta pressione sono costosi e spesso i pazienti non hanno denaro sufficiente per acquistarli. L’assicurazione sanitaria nazionale è in ritardo nella copertura di malattie come il diabete.

Infine c’è la questione culturale. Il Ghana ha convissuto per anni con la fame. Oggi la sua economia galoppa, tanto che l’aumento di peso è visto come un effetto collaterale accettabile del passaggio dalla condizione di povertà al consumo.

«Sono i genitori stessi a proporre ai figli di comprare pizza e bevande da KFC, perché vogliono dimostrare che se lo possono permettere», ha detto al NYT Matilda Laar, che si occupa di famiglie e scienze dei consumi presso l’Università del Ghana. «KFC non è solo cibo ma anche stato sociale».

Tra l’altro i prezzi sono abbordabili, non si tratta di un cibo d’élite: nonostante il pollo arrivi dal Brasile in quanto le aziende locali non soddisfano ancora gli standard di KFC per la sicurezza, nonostante i negozi necessitino di generatori a causa delle frequenti interruzioni di corrente e nonostante non sia semplice l’accesso all’acqua pulita, KFC riesce a mantenere i prezzi accessibili da una larga fetta di clientela.

«Siamo quello che mangiamo», ha detto Charles Agyemang, professore ghanese dell’Università di Amsterdam, dove studia obesità e malattie croniche. Secondo il docente, KFC rappresenta, agli occhi dei consumatori, il progresso e il distacco dalle tradizioni «tanto che molti ghanesi si vergognano a mangiare cibi locali nei luoghi pubblici». Insomma, per molti mangiare al fast food è un po’ come avvicinarsi alla civiltà. Un’illusione che può costare cara.

Questo assurdo fenomeno di preferire cibo straniero per emanciparsi e dichiarare uno status superiore colpisce molti stati africani. Anche per questo Slow Food, insieme alle comunità africane, coltiva gli orti in Africa, nei villaggi, in città nelle scuole. Uno degli obiettivi è proprio quello di riscoprire le varietà e tradizioni locali e recuperare una solida educazione alimentare che consenta di affermare la propria sovranità. Sostenere Slow Food vuol dire sostenere le comunità africane, aderisci alla campagna Menu For Change. Anche una piccola donazione può fare la differenza.

 

Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

 

fonte: http://www.slowfood.it/poveri-obesi-fast-food-alla-conquista-dellafrica/

Come la produzione di cacao sta distruggendo le foreste africane, senza neppure portare ricchezza

 

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Come la produzione di cacao sta distruggendo le foreste africane, senza neppure portare ricchezza.

La storia del cacao in Africa è una di quelle che non trova spazio sulle colonne dei giornali, eppure è una storia importante che, nella sua tragicità, è utile conoscere. È una storia che ci riguarda tutti, perché si nasconde dietro le tavolette di cioccolata che compriamo al supermercato.

Una storia che come troppo spesso accade ci racconta di multinazionali senza scrupoli, di enormi quantità di denaro, di interessi di persone lontane e di un senso di onnipotenza che ha portato a distruzione in larga scala. Chi l’avrebbe mai detto che in nome delle piantagioni di cacao intere foreste tropicali sono state sacrificate in Africa occidentale?

La deforestazione, illegale, va avanti da tanto tempo, anche nei parchi nazionali, lasciando dietro paesaggi irriconoscibili. Un po’ come avviene per l’olio di palma in Indonesia. La Costa d’Avorio e il Ghana producono il 60% del cacao mondiale, con 2.6 milioni di tonnellate l’anno.

Il dieci percento delle foreste del Ghana è stato sostituito nel corso degli anni da monocoltura di cacao. La Costa d’Avorio un tempo ricca di biodiversità perde il suo complesso patrimonio arboreo per lo stesso motivo. Delle sue ventitré aree protette, sette sono scomparse e ingoiate da piantagioni di cacao.

Il risultato? Alcune specie di scimpanzé hanno perso il loro unico habitat e ora sono specie a rischio estinzione. Gli elefanti sono quasi del tutto scomparsi in Costa d’Avorio. Anche dal punto di punto di vista umano la situazione non è certo delle migliori: scompare la foresta,m scompaiono gli animali, ma c’è ancora povertà estrema e lavoro minorile nelle piantagioni.

Chi compra questo cacao? Marchi come Mars, Nestlé, Hershey, Godiva e molti altri tra le principali industrie mondiali della cioccolata acquistano cacao senza accertarsi della provenienza. Non fanno nulla per accertarsi che la materia prima che acquistano sia prodotta in modo anche solo vagamente etico e sostenibile.

E come per il petrolio in Nigeria, l’industria della cioccolata si fa forte del fatto che in questi paesi ci sono governi corrotti a cui di parchi e aree protette non importa, ne gli importa delle condizioni di chi in queste piantagioni lavora. Alleandosi di fatto agli interessi più biechi delle multinazionali, alle quali importa solamente di pagare cacao e manodopera il meno possibile, costi quel che costi. Lo stipendio medio dei lavoratori delle piantagioni di cacao è di 80 centesimi al giorno.

Un uomo di nome Glenn Horowitz, direttore di Mighty Earth una non-profit internazionale che si occupa della conservazione di paesaggi a rischio, negli scorsi mesi ha presentato un rapporto su come funziona l’industria del cioccolato in Africa occidentale. Si parte dai pisteurs, degli intermediari di primo livello che comprano i chicchi di cacao dal produttore e li portano in villaggi più grandi. Qui ci sono delle imprese che vagliano il prodotto e lo mandano a compagnie agricole locali di media grandezza che infine vendono il cacao alle multinazionali straniere.

Ci sono dunque almeno cinque passaggi e man mano che si va avanti, si perde il contatto con il produttore, le sue condizioni di vita, e quello dell’ambiente dove il cacao è stato prodotto. Sfruttando la complessa piramide di produzione e distribuzione del prodotto le multinazionali hanno buon gioco ad affermare di non sapere. Di fingere indignazione quando un’inchiesta svela questa realtà.

Horowitz afferma di sperare che il suo rapporto serva per spronare le industrie a fare meglio e prestare più attenzione, se non altro per vergogna, e i consumatori ad esigere prodotti che non arrivino dalla distruzione della terra o dallo sfruttamento della manodopera locale. Nestle’ e Godiva sono colossi. Hanno dovere di togliersi i paraocchi, andando oltre quei cinque gradi di separazione fra loro e i lavoratori ed esigere che il loro cacao provenga da piantagioni che rispettano le foreste e dove il lavoro è eticamente retribuito.

Impossibile? No, non lo è. Perché alcune ditte minori già oggi promuovono la produzione di cacao etico, prodotto senza danneggiare le foreste, e distribuiscono parte dei ricavati ai lavoratori locali, dimostrando così che una filiera più giusta del cacao può essere messa in pratica. E non lo è anche pensando a quanto successo recentemente con l’olio di palma, quando la pressione internazionale contro la deforestazione causata in Indonesia dalla sua produzione ha costretto le multinazionali ha impegnarsi per garantirne una produzione più sostenibile.

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/come-la-produzione-di-cacao-sta-distruggendo-le-foreste-africane-senza-neppure-portare-ricchezza/

 

Carissimi Africani, come va? adesso noi Europei vi raccontiamo la verità…!

 

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Carissimi Africani, come va? adesso noi Europei vi raccontiamo la verità…!

Carissimi africani, come va? Qui è l’Europa che vi parla! Da Bruxelles, avete presente?

Pensate che proprio da qui giusto un secolo e mezzo fa ci si divertiva a farvi lavorare gratis nelle piantagioni e nelle miniere per la maggior ricchezza di re Leopolodo, però dai, ragazzi, noi ci si conosceva già da parecchio prima: quando tutti insieme – inglesi, olandesi, portoghesi, spagnoli etc – abbiamo messo in catene 12 milioni di voi per venderli in America, e anche lì è stato un bel business. D’accordo, un paio di milioni ci sono rimasti durante la navigazione, ma pazienza: su quel lucrosissimo commercio triangolare abbiamo costruito la nostra rivoluzione industriale, quella che voi non avete avuto.

Poi però portarvi di là in catene non ci bastava più e allora abbiamo pensato di prendere direttamente le vostre terre, perché abbiamo scoperto che erano piene di roba che ci poteva essere utile. I francesi hanno iniziato da nord e gli inglesi da sud, un po’ di stragi a schioppettate ed è diventato tutto roba nostra. Anche i belgi, si diceva, si sono dati da fare, pensate che a un certo punto il loro impero era composto al 98 per cento di terre africane. Poi si sono mossi i tedeschi, infine gli italiani, insomma dopo un po’ non c’era più un fazzoletto di continente che fosse vostro, che ridere.

A proposito degli italiani, come sempre sono arrivati ultimi, però si sono rifatti con il record di prima nazione al mondo che ha usato i gas sui civili, a un certo punto donne e bambini si ritrovavano dentro una nuvola di iprite e morivano a migliaia tra orrendi spasmi. «Mica vorranno che gli buttiamo giù confetti», disse il generale De Bono, che simpatico burlone. Il bello è che chi si trovava nei dintorni moriva anche una settimana dopo, il corpo pieno di devastanti piaghe, per aver bevuto l’acqua dei laghi piena di veleno, che fresconi che siete stati a non accorgervene.

Finito il colonialismo – ormai vi avevamo rubato quasi tutto, dai diamanti alle antiche pergamene amhare – non è che ci andasse proprio di levare le tende e allora abbiamo continuato a controllare la vostra politica e la vostra economia, riempiendo d’armi i dittatori che ci facevano contratti favorevoli, quindi comprando a un cazzo e un barattolo quello che ci serviva in Europa, devastando i vostri territori e imponendo le nostre multinazionali per quello che abbiamo deciso dovesse essere il vostro sviluppo. Voi creduloni ci siete cascati ancora e ci siamo divertiti così per un altro secolo.

Se poi un dittatore si montava un po’ la testa e pensava di fare da solo, niente di grave: lo cambiavamo con un altro, dopo aver bombardato un po’ di città e aver rifornito di cannoni le milizie che ci stavano simpatiche per massacrare quelle che ci stavano antipatiche. Del resto da qualche parte le mitragliatrici o i carrarmati che produciamo li dobbiamo pure piazzare, qui in Europa siamo in pace da settant’anni e mica possiamo rinunciare a un settore così florido.

Negli ultimi venti-trent’anni poi abbiamo creato un modello nuovo che si chiama iperconsumismo e globalizzazione, allora abbiamo scoperto che l’Africa era perfetta per comprarsi tutto quello che noi non volevamo più perché noi dovevamo possedere roba nuova e con più funzioni, così abbiamo trasformato il porto di Lomé in un immenso centro di svendita dei nostri vecchi telefonini e delle nostre vecchie tivù, tanto voi sciocchini vi comprate tutto pur di cercare di essere come noi.

Già che c’eravamo, abbiamo usato i vostri Paesi come discarica dei nostri prodotti elettronici ormai inutilizzabili, quelli che nemmeno voi potevate usare. Pensate che curiosa, la vita di un nostro accrocco digitale: inizia grazie al coltan per cui vi ammazzate nelle vostre miniere e finisce bruciando tra gas cancerogeni nelle vostre discariche; in mezzo ci siamo noi che intanto ci siamo divertiti o magari abbiamo scritto post come questo.

Insomma, ragazzi, siete nella merda fino al collo e ci siete da tre-quattrocento anni, ma a noi di avere avuto qualche ruolo in questa merda non importa proprio niente, non abbiamo voglia di pensarci e abbiamo altro da fare.

Negli ultimi tempi poi, con questa storia dei televisori, dei computer e delle parabole satellitari, purtroppo siete cascati in un altro increscioso equivoco, e cioè vi siete messi in testa che qui in Europa si sta meglio: ma come fa a venirvi in mente che vivere in una casa con l’acqua corrente e l’elettricità sia meglio di stare in mezzo al fango e tra quattro pareti di lamiera ondulata? Bah, che strani che siete. Anche questa cosa che avere un ospedale è meglio che morire di parto, o che uscire di casa a prendere un autobus sia meglio che uscire di casa e prendere una mina, o che mangiare tre volte al giorno sia meglio che morire di dissenteria per malnutrizione, che noia, mamma mia.

Così alcuni di voi, di solito i più sfigati, hanno iniziato a lasciare la baracca e le bombe per attraversare prima il deserto poi il mare e venire qui a rompere i coglioni a noi.

D’accordo, quelli che lo fanno alla fine sono poche decine di migliaia rispetto a oltre un miliardo di voi, perché non a tutti piace l’idea di morire nella sabbia o in acqua, e gli emigranti sono pochini anche rispetto a noi, che siamo mezzo miliardo, ma insomma, ve lo dobbiamo dire: ci stanno sui coglioni lo stesso e quindi non li vogliamo, perciò abbiamo deciso che devono tornare nel buco di culo di posto da cui vengono, anche se lì c’è la guerra, la fame, la malaria e tutto il resto di quelle cose lì. Tanto più che quelli che vengono qui mica stanno sempre bene, alcuni hanno pure la scabbia, e a noi non è che ci interessa perché hanno la scabbia, ci interessa che non vengano qui, è chiaro?

Concludendo, con tutta l’amicizia e senza nessun razzismo – ci mancherebbe, noi non siamo razzisti – dovreste gentilmente stare fuori dalle palle e vivere tutta la vita nell’inferno che vi abbiamo creato. E se fate i bravi, un lavoro in un cantiere di Addis o in una miniera di Mbomou per due dollari al giorno potete anche trovarlo, con un po’ di culo, purché naturalmente a quella cifra lavoriate dieci ore dal lunedì al sabato a chiamata giornaliera, e non diciate troppo in giro quanta gente ci schiatta ogni giorno.

Se poi trasportate sacchi anche la domenica full time vi diamo qualcosa di più, così magari tra un po’ potete comprarvi un altro nostro televisore di scarto, però – mi raccomando – da usare lì, nella baracca piena di merda di capra in cui vivete.

Contenti?

Di Alessandro Giglioli

fonte: https://desertoepace.wordpress.com/2016/07/27/carissimi-africani-come-va-adesso-noi-europei-vi-raccontiamo-la-verita/

Quando il sole sorge in Africa non importa se sei un leone o una gazzella: se vedi uno stronzo, bianco e arricchito è meglio che cominci a correre.

 

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Quando il sole sorge in Africa non importa se sei un leone o una gazzella: se vedi uno stronzo, bianco e arricchito è meglio che cominci a correre.

 

A due anni dall’uccisione del leone Cecil, in Zimbabwe via libera ai trofei di caccia

L’agenzia americana per la pesca e gli animali selvatici (USFWS) ha eliminato il divieto di importare trofei di caccia dallo Zimbabwe. Una decisione presa a due anni di distanza dall’uccisione di Cecil, il leone del Parco nazionale di Hwange in Zimbabwe, ad opera del dentista americano Walter Palmer, che aveva scatenato l’ira degli animalisti sul web e spinto gli Stati Uniti a bandire l’esportazione dei trofei di caccia dal Paese dell’Africa australe. Seppur controversa, la logica alla base del commercio delle carcasse imbalsamate degli animali uccisi, consiste per gli Stati nel ricevere denaro da investire per proteggere le specie in via d’estinzione, comunque minacciate dai numerosi bracconieri che agiscono in Africa. In realtà dato il clamore suscitato a livello globale per la brutalità dell’uccisione del leone Cecil, le autorità americane avevano deciso di mettere una toppa sull’episodio, nonostante le critiche della potente associazione di caccia a stelle strisce National Rifle.

«Da allora tutti i trofei di caccia sono rimasti nel nostro Paese e alla fine di quest’anno verranno esportati seguendo regole ferree grazie alla nuova apertura degli Stati Uniti» ha detto Oppah Muchinguri-Kashiri, Ministro dell’Ambiente dello Zimbabwe. La decisione garantisce al governo maggiori entrate, centrali per le casse dello Stato sempre più vuote a causa della crisi economica e dell’inflazione alle stelle. Lo scorso anno il numero di cacciatori era declinato notevolmente a causa dell’embargo e le entrate relative alla caccia dei cosiddetti “big five” (leone, elefante, rinoceronte, leopardo e bufalo) si erano fermate a 70 milioni di dollari. La decisione dell’agenzia americana arriva nel pieno del periodo venatorio che raggiunge il suo apice tra aprile e novembre. La caccia al leone, la più ambita, può costare ad un singolo cacciatore fino a 50mila dollari, trofeo compreso.

Una notizia che arriva a poche ore di distanza dal maxi sequestro di 7,2 tonnellate di zanne d’elefante al porto di Hong Kong. La maggiore confisca degli ultimi trent’anni dal valore di circa 8 milioni di euro. In Cina, il cui avorio è usato per realizzare oggetti preziosi, il divieto sull’importazione e la vendita di prodotti d’avorio sarà effettiva da inizio 2018, mentre ad Hong Kong, ancora oggi epicentro dei trafficanti di zanne, sarà bandito dal 2021. Il sequestro dimostra l’ultimo disperato tentativo da parte dei cacciatori di frodo di far entrare nel Paese asiatico il maggior possibile di avorio per poter ottenere qualche forma di compensazione prima del divieto definitivo. A livello internazionale l’avorio è stato bandito nel 1989 e attualmente il numero di elefanti è prossimo ai 350mila esemplari.

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/magazine/2017/07/11/AS5wOhJI-uccisione_zimbabwe_libera.shtml

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L’odiosa “caccia in scatola”

Nei paesi africani nei quali è consentita la caccia, il turismo collegato ad essa funziona a piena velocità. Il Sudafrica offre accanto al tradizionale trofeo di caccia una variante ancora più crudele: il “canned hunting” ovvero la caccia in scatola (in pratica una caccia da dietro un recinto), in cui gli animali vengono serviti ai loro cacciatori su un piatto d’argento.

fonte: https://www.conoscenzealconfine.it/lodiosa-caccia-in-scatola/

Il titolo è liberamente tratto da una battuta di Arsenalekappa: https://twitter.com/ArsenaleKappa/status/896017085930905602

Aiutarli a casa loro? Ecco cosa intendono quando dicono “aiutarli a casa loro”: le 6 multinazionali coinvolte nello schiavismo e nello sfruttamento del lavoro minorile…

Aiutarli a casa loro

 

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Aiutarli a casa loro? Ecco cosa intendono quando dicono “aiutarli a casa loro”: le 6 multinazionali coinvolte nello schiavismo e nello sfruttamento del lavoro minorile…

Lo schiavismo è purtroppo una realtà ancora presente, nei Paesi in via di sviluppo e non solo, come pratica abitudinaria da parte di numerose multinazionali al fine di ottenere il massimo guadagno e rendimento produttivo, a costo zero per i loro bilanci economici, ma a costo della vita per centinaia di adulti e bambini in tutto il mondo, costretti a lavorare in condizioni disumane per soddisfare ogni bisogno consumistico dei Paesi industrializzati.

Spesso anche noi ci ritroviamo ad essere complici, a nostra insaputa o per carenza di informazione, di una realtà che dovrebbe essere scomparsa da decenni, ma che continua a persistere e a condannare coloro che ne cadono vittima giorno dopo giorno, senza sosta. Lo schiavismo non è purtroppo assente nemmeno nel nostro Paese, come nel caso della multinazionale delle bevande Coca Cola.

1) Coca Cola

L’eclatante caso di Rosarno, in Calabria, è stato messo in luce da un’inchiesta effettuata da parte di The Ecologist ed in seguito ripresa da The Independent, che ha reso noto come nel mezzogiorno la raccolta delle arance destinata alla produzione delle bibite del noto marchio avvenisse in condizioni di schiavitù per mano di migranti provenienti dall’Africa, spesso dopo aver raggiunto le coste italiane a seguito di una squallida traversata vista come unica speranza di sopravvivenza. Coca cola avrebbe reagito semplicemente tagliando i ponti e gli accordi precedentemente stipulati con le aziende calabresi produttrici di arance, a difesa della propria immagine di multinazionale “pulita”.

2) Philip Morris

Nel 2010 la multinazionale del tabacco Philip Morris ammise la presenza nelle proprie piantagioni di almeno 72 bambini dell’età di 10 anni, coinvolti nella raccolta del tabacco e a rischio di subire un avvelenamento da nicotina. Non solo: pare che l’azienda costringa lavoratori migranti ad operare in condizioni di schiavitù, dopo aver sequestrato loro i documenti e costringendoli ad una operatività continua, senza alcun compenso. Nonostante le promesse avanzate da parte della multinazionale, relativamente alla volontà di porre fine a simili situazioni, pare che, in base a quanto riportato da The Independent, il problema non sia ancora del tutto risolto e che vi siano attualmente intere famiglie e bambini costretti a lavorare in condizioni disumane nelle piantagioni.

I marchi da evitare: Marlboro, Basic, Benson & Hedges, Cambridge, Chesterfield, Commander, Dave’s, English Ovals, Lark, L&M, Merit, Parliament, Players, Saratoga and Virginia Slims.

3) Victoria’s Secret

Il marchio Victoria’s Secret dichiara di utilizzare esclusivamente cotone di provenienza “fair trade” e ciò dovrebbe costituire una garanzia contro lo sfruttamento lavorativo all’interno delle piantagioni. Purtroppo però sembra essere concreto il rischio che alcuni produttori di cotone biologico e fair trade non riescano a fare a meno di sfruttare il lavoro minorile per il raggiungimento dei propri obiettivi produttivi, come nel caso della tredicenne Clarissa, che nel Burkina Faso sarebbe stata costretta a seminare e raccogliere cotone subendo maltrattamenti fisici. Dall’accaduto, nel 2008, pare che Victoria’s Secret non abbia fatto altro che rimuovere la dicitura “fair trade” dalle etichette dei propri prodotti provenienti dal Burkina Faso. Situazioni di sfruttamento potrebbero dunque essere ancora presenti nelle piantagioni di cotone di tale località.

4) KYE

Nel 2010 il National Labor Committee mise sotto accusa per schiavismo la manifattura cinese KYE per aver reclutato 1000 studenti lavoratori di età nominalmente compresa tra i 16 ed i 17 anni, ma spesso inferiore ai 15 anni, costretti a lavorare per 15 ore al giorno e per 7 giorni su 7. Non sarebbero mancate inoltre numerose donne di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, a cui venivano imposte condizioni simili e con una paga di 65 centesimi all’ora. Anche di fronte a dati ufficiali, KYE avrebbe proseguito a sostenere le perfette condizioni di lavoro all’interno delle proprie sedi. KYE è responsabile per la produzione di prodotti per aziende e marchi come Microsoft, XBox e HP. Altre aziende hanno recentemente ammesso di sfruttare i lavoratori cinesi per la loro produzione. Tra di esse non farebbero eccezione Apple e Nokia.

5) Forever 21

Relativamente all’acquisto di cotone proveniente da piantagioni in cui lo schiavismo prosegue ad imperare, come nel caso dell’Uzbekistan, Forever 21 avrebbe rilasciato dichiarazioni piuttosto subdole, lasciando intendere che vi siano accordi stipulati con i produttori affinché garantiscano che il lavoro venga svolto legalmente e da persone qualificate. La questione ha dato origine ad una petizione che tiene conto di come in Uzbekistan il governo costringa ogni anno milioni di studenti ad abbandonare la scuola nel periodo della raccolta del cotone, per dedicarsi ad essa in condizioni di schiavismo ed in piena violazione dei diritti umani. Forever 21 non è l’unica azienda di abbigliamento a rifornirsi di cotone proveniente dall’Uzbekistan, uno dei maggiori produttori mondiali. Tra di esse vi sarebbero anche Aeropostale, Toys ‘R’ Us, e Urban Outfitters.

6) Hershey’s

Hershey’s ha recentemente reso noto il lancio sul mercato americano di una nuova linea di cioccolato, denominata “Bliss Chocolate“, che utilizza esclusivamente cacao certificato dalla Rainforest Alliance. Una sola linea di prodotti non potrà di certo risollevare il marchio dalle accuse di schiavismo provenienti dall’International Labor Rights Forum. Sebbene l’azienda abbia siglato un rapporto contro il lavoro minorile già dieci anni fa, migliaia di bambini raccolgono ancora cacao in Africa per la multinazionale del cioccolato, che purtroppo proseguirà ancora ad avere un retrogusto amaro dal sapore di schiavitù, come nel caso delle rivali Nestlé e M&M.

Marta Albè

 

tratto da: https://www.greenme.it/vivere/lavoro-e-ufficio/7552-6-multinazionali-coinvolte-nello-schiavismo-e-nello-sfruttamento-del-lavoro-minorile

Il problema non è aiutarli a casa loro. È liberare casa loro. E restituire il maltolto. Ecco come le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

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Il problema non è aiutarli a casa loro. È liberare casa loro. E restituire il maltolto. Ecco come le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

Le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

(Sudafrica, 2 Giugno) Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010, grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica.

Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica.

L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo.

Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”.

Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse.

Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali.

Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale.

Byanyima ha aggiunto: “I leader africani non devono assistere inerti all’approvazione del nuovo sistema di tassazione globale, cosa che dà alle multinazionali la libertà di scansare i loro obblighi di pagamento delle tasse in Africa. I leader politici e d’affari devono mettere da parte la loro importanza, innanzi alle richieste, sempre più insistenti, di una riforma del sistema di tassazione internazionale. Le nazioni africane, devono introdurre un approccio più progressivo e democratico alla tassazione – incluso un appello alla parola ‘fine’ per le esenzioni dalle tasse per le compagnie straniere”.

Gli attuali meccanismi internazionali volti a superare l’evasione fiscale, come il processo BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), controllato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)(2) per il G20, lasciano aperte enormi “vie di fuga” per le tasse, che le multinazionali possono continuare a sfruttare in tutto il mondo in via di sviluppo. Molte nazioni africane sono state escluse dalle discussioni sulla riforma del BEPS e, come risultato, non ne trarranno alcun beneficio.

(Traduzione di: Marco Nocera)

Originale: http://fahamu.org/node/1911

https://www.oxfam.org/sites/www.oxfam.org/files/world_economic_forum_wef.africa_rising_for_the_few.pdf
2 Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) [così nominata a livello internazionale, ndt]