Tutte le fake news di Stato sull’acqua pubblica per tirare la volata alla privatizzazione, alla faccia del Referendum ed alla volontà della Gente!

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Tutte le fake news di Stato sull’acqua pubblica per tirare la volata alla privatizzazione, alla faccia del Referendum ed alla volontà della Gente!

 

Tutte le balle sull’acqua pubblica

Non è vero che gli investimenti si sono fermati. Non è vero che le perdite sono il primo problema dei servizi idrici. Non è neanche vero che il referendum sia stato nefasto. Anzi: il compromesso che ne è uscito ha reso l’Italia un Paese normale

Fonte: Aeegsi, Relazione annuale 2017

In termini di spesa pro-capite nel 2016-2019 saremo poco sopra i 50 euro di investimenti. Ancora molto sotto gli 80 euro a testa che sarebbero necessari per adeguarci alle media europea, ma in risalita. Come si legge nel Blue Book 2017 di Utilitalia, nel periodo 2014-2017, gli investimenti pianificati pro-capite sono stati di 32 euro all’anno, che salgono a 41 euro tenendo conto anche della quota di finanziamenti pubblici e contributi. Ma è una media che comprende anche il misero dato di 14 euro a testa investiti al Sud.

Figura 2. L’andamento degli investimenti nel settore idrico 2008-2019 (investimenti pro capite euro/abitante/anno)

Berardi 1

*Investimenti programmati in media annua Fonte: elaborazioni Laboratorio REF Ricerche su dati gestori, AEEGSI, ripresi da Lavoce.info

Gli investimenti dopo il picco negativo del 2012 sono raddoppiati

“Non è cambiato niente rispetto a prima del referendum”

Una delle frasi più lette, in questi giorni, è che nulla sarebbe cambiato rispetto alla legge pre-referendum, con la possibilità per i privati di continuare a intascarsi le rendite senza investire. In realtà, guardando il già citato metodo tariffario dell’Authority, si percepisce la differenza. La legge che il referendum ha abolito prevedeva una “adeguata remunerazione del capitale”. Quello che gli elettori hanno bocciato era un sistema che avrebbe assegnato agli operatori rendimenti alti (pari al 7%), senza il filtro di un’autorità indipendente. Il voto popolare si spingeva anche oltre, prevedendo di fatto l’impossibilità di remunerare gli investimenti. Ciò avrebbe comportato l’uscita dei privati e un ritorno alle gestioni pubbliche, molto oneroso per le finanze dello Stato o degli enti locali. La soluzione preferita dai governi italiani fu di estendere i poteri dell’Autorità dell’energia e il gas anche al servizio idrico e di assegnare alla nuova authority il potere di determinare la tariffa. Per arrivare a fissarla è stato creato un algoritmo la cui spiegazione occupa una sessantina di pagine. Il succo è che bisogna trovare un compromesso tra la necessità di incentivare gli investimenti e tutelare i consumatori. Il tasso di remunerazione del capitale nel settore idrico, per il periodo 2016-2019 è attorno al 5 per cento. Le tariffe, intanto, nel 2016 sono aumentate del 4,6%, nel 2017 saliranno del 3,6%, nel 2018 del 2,4% e nel 2019 dell’1,2 per cento.

Come ha riassunto un articolo di Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore dell’8 luglio, c’è un passaggio cruciale del nuovo sistema: una quota dell’aumento tariffario maggiormente legata alla spesa per investimenti scatta solo se la spesa è effettivamente realizzata e contabilizzata e non – come era con il precedente sistema – sulla base di piani di investimento. «Questa è anche la ragione dell’impennata degli investimenti – scrive Santilli -, oltre al fatto che la stabilizzazione del quadro normativo e regolatorio ha ricreato un afflusso di finanziamenti che si era interrotto nei primi anni del decennio».

Verificare che gli investimenti siano effettivamente realizzati è cruciale perché, spiega l’Aeegsi nell’ultima relazione annuale, dalle verifiche è emerso «uno scostamento tra la spesa effettiva per investimenti e il fabbisogno pianificato, portando a quantificare un tasso di realizzazione degli interventi programmati pari all’81,5% nel 2014 e al 78,2% nel 2015.

Molto altro c’è da migliorare, come introdurre un sistema di costi standard e come aumentare la quota degli introiti da tariffa destinati agli investimenti. Oggi è pari solo al 20,1 in media, ma al Sud la quota scende drammaticamente al 9,8 per cento (dati riferiti al 2015, Blue Book 2017, Utilitalia).

Nulla è cambiato rispetto alla legge abrogata dal referendum? Non è vero, perché un sistema di remunerazione fissa è stata sostituita da un sistema calcolato dall’Autorità. Che prevede, tra le altre cose, che una parte dell’aumento scatti solo se la spesa è effettivamente realizzata e contabilizzata

“Il referendum è stato tradito”

Se l’intento del referendum, rendendo impossibile la remunerazione del capitale (al di là della remunerazione precedentemente definita “adeguata”), era di portare a una nazionalizzazione (o comunque ripublicizzazione) dei servizi idrici, sicuramente si può parlare di una promessa tradita. Se però ci si attiene al piano giuridico, una sentenza del Consiglio di Stato della fine di maggio 2017 ha stabilito che il nuovo metodo tariffario messo a punto dall’Autorità per l’energia, il gas e i servizi idrici, risponde allo spirito referendario del 2011. A essere sancito è stato il fatto che la nuova tariffa non riproduce la precedente formula di una “adeguata remunerazione del capitale investito” ma si basa sul concetto di “copertura integrale dei costi” (full cost recovery). Con la sentenza è stata messa la parola fine a una serie di ricorsi che erano partiti subito dopo l’assegnazione delle competenze all’Aeegsi.

Il motivo, come hanno ricordato Donato Berardi e Samir Traini su Lavoce.info, è che la nuova tariffa sostituisce la remunerazione fissa e garantita con un costo finanziario standard che dipende dai tassi di mercato pagati da attività prive di rischio e da un premio per la rischiosità specifica degli investimenti. «La sentenza del Consiglio di Stato chiarisce che la regolamentazione indipendente è strumento di tutela degli utenti – sottolineano gli autori -. E che gli investimenti, laddove coerenti con il fabbisogno ed efficienti, vanno fatti nell’interesse delle generazioni future». Il referendum, dunque, un effetto benefico lo ha avuto, evitando che fosse reso legale una “cattura“ del bene pubblico da parte dei privati senza adeguate contropartite.

“Le perdite sono il primo problema dei servizi idrici”

Il dibattito dei giorni passati ha poi posto in evidenza solo le perdite degli acquedotti, facendo intendere che quello sia il principale problema dei servizi idrici italiani. Leggendo la relazione dell’Aeegsi viene però fuori dell’altro: tra le dieci criticità in termini di investimenti programmati, la voce “inadeguatezza delle condizioni fisiche di distribuzione” arriva solo al quarto posto. Perché? Perché la grande emergenza italiana è quella della depurazione. Le prime tre voci sono appunto l’inadeguatezza degli impianti di depurazione, la mancanza parziale o totale delle reti fognarie e l’insufficienza o assenza di trattamenti depurativi. Come ha ricordato Corrado Clinisu Linkiesta, l’Italia non ha solo tre procedure di infrazione aperte dall’Unione europea, sul tema della depurazione. Ma ha anche un utilizzo troppo limitato del riuso di acque reflue. Quanto all’inquinamento sulle coste derivante dai problemi di depurazione, i gravi danni subiti dalle spiagge abruzzesi lo scorso anno sono molto esemplificativi della necessità di interventi.

Figura 3. Criticità che evidenziano il maggiore fabbisogno di investimenti

Cause Investimenti Acqua

Fonte: Aeegsi, Relazione annuale 2017

L’Autorità per l’energia elettrica, il gas e i servizi idrici è stata chiara: la vera emergenza non sono gli acquedotti ma i depuratori

“Andrà sempre peggio”

Siamo quindi condannati a vedere peggiorare la situazione dei servizi idrici italiani? Vedremo se gli investimenti incrementati invertiranno la tendenza delle perdite nelle tubature. Il procedere dei cambiamenti climatici, però, deve farci cambiare strategia. Con le precipatazioni che si fanno più rare e violente e con la riduzione preoccupante dei ghiacciai, si tratterà di fare grandi investimenti per raccogliere l’acqua con metodi alternativi. L’appello del presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, è stato chiaro: occorre potenziare, ha spiegato, la rete di invasi sui territori, creando bacini aziendali e utilizzando anche le ex cave e le casse di espansione dei fiumi per raccogliere l’acqua piovana. Si tratterà anche, come giustamente è stato ricordato, di evitare gli sprechi in agricoltura (dove finisce il 51% dell’acqua), attraverso tecniche di irrigazione e coltivazione più sostenibili, ma anche in campo industriale e domestico.

L’acqua deve essere gestita dal pubblico? «Bisogna farsi una domanda: se non fossi nato e non sapessi quale sarà il mio ruolo nella società, in che tipo di società vorrei vivere? Alla fine, vorrei vivere in una società in cui l’acqua è usata in modo efficiente ed è disponibile per le persone che ne hanno davvero bisogno. Questo è un obiettivo. Gli strumenti possono essere però diversi»

Jean Tirole, premio Nobel per l’Economia, autore del libro “Economia del bene comune”, Mondadori 2017
fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/07/26/tutte-le-balle-sullacqua-pubblica/35027/

Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno per fare quello che potrebbero fare meglio e in modo più economico le rinnovabili! …Ma mica possiamo dare un dispiacere alle lobby di Petrolio & C.

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Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno per fare quello che potrebbero fare meglio e in modo più economico le rinnovabili! …Ma mica possiamo dare un dispiacere alle lobby di Petrolio & C.

 

Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno

Passare a un approvvigionamento energetico basato sulle fonti rinnovabili permette di combattere i cambiamenti climatici e risparmiare il nostro oro blu.

In Italia dove (fortunatamente) non ci sono centrali nucleari – di gran lunga risulta le più assetate per la produzione di energia –, ci pensano quelle alimentate da fonti fossili a consumare ingenti quantità d’acqua per poter funzionare: ogni anno ne bevono 160 milioni di metri cubi di acqua, ovvero (considerando in media un consumo procapite di circa 200 litri al giorno per persona) il fabbisogno annuale d’acqua di circa 2,2 milioni di persone.

D’altronde, però, l’energia è fondamentale al funzionamento della nostra società. Come rimediare? Passando alle fonti rinnovabili: «L’emergenza acqua che sta colpendo molte Regioni italiane – spiegano oggi dall’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento – è dovuta in primis ai mutamenti climatici che sostengono una tra le più severe siccità mai registrate, ma anche alla scarsa attenzione verso un’oculata gestione delle risorse ambientali e delle materie prime. Questi fattori messi insieme stanno portando ad una vera è propria crisi ecologica e al rischio di calamità naturale. Oltre agli adeguamenti strutturali e ad una gestione più razionale, è necessario avviare una pianificazione organica di lungo termine anche nel campo dell’approvvigionamento energetico. Uno studio dell’Eea, Agenzia europea dell’ambiente, ha infatti quantificato in circa il 44% dell’acqua usata direttamente ed indirettamente in Europa la quota utilizzata negli impianti termici e nucleari, più di quanto consumato dalla somma del settore industriale e agricolo; quota equivalente al consumo annuale di circa 80 milioni di persone».

Il contesto italiano – come si evince dai dati Istat sul consumo di acqua – è diverso, con l’agricoltura che spicca come il settore in assoluto più assetato: «I prelievi di acqua effettuati nel 2012 (dove ad oggi si fermano i dati Istat, ndr) sono stati destinati per il 46,8% all’irrigazione delle coltivazioni, per il 27,8% a usi civili, per il 17,8% a usi industriali, per il 4,7% alla produzione di energia termoelettrica e per il restante 2,9% alla zootecnia».

Ciò non toglie che una maggiore diffusione delle fonti di energia rinnovabili permetterebbe da una parte di combattere efficacemente i cambiamenti climatici, dall’altra di ridurre il comunque abbondante consumo d’acqua imputabile alle fonti fossili: «Negli ultimi dieci anni, grazie all’apporto della fonte eolica nella produzione di energia elettrica nel nostro Paese – aggiungono infatti dall’Anev – si sono risparmiati circa 110 milioni di metri cubi d’acqua, equivalenti al consumo annuale di circa 1,5 milioni di persone».

 

fonte: http://www.greenreport.it/news/acqua/manca-lacqua-italia-le-fonti-fossili-ne-bevono-160-milioni-metri-cubi-lanno/

Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

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Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

Coca Cola, Pepsi e Danone stanno prosciugando il Messico. Le multinazionali, infatti, godono di speciali concessioni per lo sfruttamento delle falde acquifere, ma non sono adeguatamente controllate, e oltretutto pagano delle tasse irrisorie per questo, nonostante detengano l’82 per cento del mercato in termini di vendite totali. Un disastro ambientale, oltre che umano.

Questa la denuncia di Léo Heller, Relatore Speciale sul diritto umano all’acqua potabile e all’igiene dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che ha presentato un rapporto al quale hanno collaborato 101 organizzazioni umanitarie. Come riportano i media locali, il rapporto presentato da Heller dipinge una situazione gravissima e destinata a peggiorare, che sta impoverendo il Messico di acqua e di risorse.

Solo per citare un esempio, la Coca Cola paga 2 mila e 600 pesos per ciascuna delle 46 concessioni per il prelievo delle acque sotterranee all’anno (un totale, dunque, che non arriva a 120 mila pesos), ma solo nel 2007 ha ottenuto guadagni per 32 miliardi e 500 milioni di pesos. Anche senza conoscere il cambio e il potere di acquisto, il confronto appare piuttosto inquietante.

Heller ha poi spiegato che nel corso del 2014 l’industria mineraria ha sfruttato 437 milioni di metri cubi di acqua, sufficienti a soddisfare le esigenze dello stesso periodo di tutta la popolazione degli stati messicani Baja California, Colima, Campeche e Nayarit. Un prosciugamento senza precedenti, che calpesta tutti i diritti umani all’acqua potabile.

E questa è solo una punta di un iceberg triste e molto pericoloso: le società di estrazione mineraria godono di privilegi fiscali incomparabili che hanno dato loro la possibilità di mettere a disposizione le risorse naturali della Nazione a beneficio di pochissimi.

Le recenti riforme hanno conferito al settore minerario ed energetico carattere di pubblica utilità, rendendo l’esplorazione e l’estrazione di risorse di interesse per la Nazione e l’ordine pubblico, privilegiando queste attività rispetto a qualsiasi altra.

fonte: https://www.greenme.it/consumare/acqua/23970-multinazionali-acqua-messico

Cosa c’è nell’acqua che ci fanno bere? Report fa analizzare 32 bottiglie delle principali marche …Il risultato è impressionante: dall’Arsenico al Berillio a quantità industriali di manganese…!

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Cosa c’è nell’acqua che ci fanno bere? Report fa analizzare 32 bottiglie delle principali marche …Il risultato è impressionante: dall’Arsenico al Berillio a quantità industriali di manganese…!

Berillio nell’acqua minerale, una sostanza che lo Iarc ritiene cancerogena, eppure non c’è nessuna legge che stabilisca che non possa essere contenuta in ciò che beviamo.

Il riassunto è un cane che si morde la coda. L’inchiesta di Report ‘Chiare, fresche e dolci acque’ del 5 giugno a firma di Claudia Di Pasquale mette a nudo il mondo delle acque minerali.

Dalla sorgente alle nostre tavole per capirne l’origine e la commercializzazione. Un mercato in crescita perché secondo Report si spendono ogni anno mediamente 3.5 miliardi di euro e si imbottigliano 14 miliardi di litri.

Ciò fa degli italiani, il popolo che dopo i messicani ne consuma di più con quasi 200 litri a testa. Eppure c’è un’enorme confusione rispetto ai parametri da rispettare sulla presenza o meno di alcune sostanze, sia che si tratti di acque minerali che del rubinetto.

Sull’arsenico non ci sono dubbi, ovvero che il massimo consentito è di 10 microgrammi per litro, al di sopra l’acqua diventa non potabile.

L’analisi di 32 acque minerali

Report ha fatto analizzare 32 acque minerali, tra le più note e tra quelle che si erano distinte in uno studio realizzato dall’università di Napoli per la presenza di alcuni valori.
I risultati sono tutti nella norma, ma alcuni marchi contengono quantità più elevate di arsenico, come ad esempio la Levissima che raggiunge quota 6, mentre la migliore è la San Benedetto che ne ha 0,40, mentre la Ferrarelle 4,47.

Ma fin qui niente di eccezionale perché comunque tutte rispettano le norme stabilite, ciò che preoccupa è invece la presenza di livelli elevati di berillio:

Ma “uno può assumere tranquillamente acqua che contiene berillio e chi la produce non è assolutamente fuori legge perché non c’è la legge”, dice durante la trasmissione Benedetto De Vivo, professore di Geochimica all’Università Federico II di Napoli.

Altra domanda di Di Pasquale: “Oggi il limite del manganese è di 50 microgrammi per l’acqua potabile ma 500 per le acque minerali, perché?”

Per quanto riguarda l’alluminio Luca Arcangeli, direttore sanitario dell’Arpa Lazio, precisa che il limite per le acque potabili “è di 200 microgrammi per litro, mentre per le acque minerali non ha limite”. Per il fluoruro invece “le acque potabili hanno un limite di 1,50 e quelle minerali di 5”. –

La giornalista chiede ancora se è corretto che ci siano differenze tra acque potabili e acque minerali. “E’ corretto e lo fa il legislatore non è che le facciamo noi le leggi. Sono per altro norme che rispecchiano direttive europee”, risponde il vice presidente di Mineracqua, Ettore Fortuna. Insomma un approfondimento che lascia ancora troppo dubbi…

Per visualizzare i Risultati del test Clicca qui 

Per rivedere la puntata Clicca qui

tratto da: https://www.greenme.it/consumare/acqua/24137-acqua-bottiglia-report

 

I fantastici ghiaccioli fatti con acque inquinate. Come? Non li mangeresti? …E allora perchè li stai preparando per i TUOI figli…???

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I fantastici ghiaccioli fatti con acque inquinate. Come? Non li mangeresti? …E allora perchè li stai preparando per i TUOI figli…???

Questi “Ghiaccioli” sono stati confezionati congelando acque inquinate da varie località. L’idea arriva da Taiwan, più precisamente dalla National Taiwan University of Arts , e parte dal progetto di tre studenti: Hung I-chen, Guo Yi-hui, and Cheng Yu-ti.

guarda il video QUI

I ragazzi hanno deciso di usare i campioni prelevati da 100 luoghi differenti e congelarli, dopo essersi resi conto di una triste, impressionante verità: quasi il 90% di quelle acque conteneva plastica. Per far si che potessero esporre i ghiaccioli senza che si sciogliessero, li hanno poi ricreati usando resina di poliestere.

I tre studenti hanno anche progettato un involucro per ogni tipo di ghiacciolo, con su scritto il nome de luogo da cui proviene ogni campione.

Il loro lavoro è stato premiato con il Youg Pin Design Award ed esposto al World Trade Center di Taipei.

Il Pacific insitute calcola che ogni giorno vengono sversati nelle acque del mondo 2 milioni di tonnellate di liquame fognario. Un dato che deve far riflettere.

fonte: http://coscienzeinrete.net/arte/item/2990-gli-impressionanti-ghiaccioli-fatti-con-acque-inquinate

Tu non lo mangeresti uno di questi ghiaccioli?

E perchè dovrebbe mangiarlo TUO figlio?

Riutilizzate le bottiglie di plastica? Non fatelo mai più, è pericolosissimo per la salute!

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Riutilizzate le bottiglie di plastica? Non fatelo mai più, è pericolosissimo per la salute!

 

Riutilizzare le bottiglie di plastica è rischioso, quasi quanto leccare i giocattoli del cane o la tavoletta del water!!

Chissà quante volte vi sarà capitato di usare più di una volta la stessa bottiglietta di plastica, magari per portarla con voi quando andate in palestra o semplicemente per tenerla in auto e averla a portata di mano ma mai vi dovesse venire sete mentre siete alla guida. E’ una cosa che facciamo più o meno tutti, una volta finita magari la riempiamo di nuovo perché in casa abbiamo le bottiglie da un litro e mezzo o due e non sono così pratiche per portarle appresso. Bene, da oggi non fatelo più! Potrebbe essere molto pericoloso per la vostra salute. Quanto a igiene è una delle pratiche più sbagliate che si possano mai fare: per intenderci, non sarebbe molto diverso da leccare il giocattolo del vostro cane.

A aprire il vaso di pandora la nota azienda di fitness TreadmillReviews che ha curato una dettagliata ricerca sull’argomento, evidenziando come accanto e dentro al tappo, si accumuli una quantità impressionante di germi, tali quanti ne sono concentrati sui giocattoli dei nostri amici a quattro zampe, o sulla tavoletta del water.

Analizzate in laboratorio, le bottiglie usate per una settimana da una persona normale presentavano in media 313.000 unità formanti colonie di batteri per centimetro quadrato. Le bottiglie usate da un’atleta ne presentavano ben 900.000.

Se volete riutilizzare le bottiglie di plastica quindi, è fondamentale lavarle accuratamente prima di riempirle nuovamente. L’ideale sarebbe comprare quelle con l’apertura a ‘squeeze’ o optare per le bottiglie in vetro leggero che sono sicuramente meno pericolose per la nostra salute.

fonte: http://curiosity2015.altervista.org/riutilizzare-le-bottiglie-plastica-rischioso-quasi-quanto-leccare-giocattoli-del-cane-la-tavoletta-del-water/

 

Bevi acqua in bottiglie di plastica? Ecco cosa devi assolutamente controllare prima di acquistarla!

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Bevi acqua in bottiglie di plastica? Ecco cosa devi assolutamente controllare prima di acquistarla!

Generalmente è sconsigliabile l’acquisto di acqua in bottiglie di plastica. Questo sconsiglio non deriva soltanto dall’aspetto ecologico, ma anche per il bene della nostra salute.

Ormai anche i sassi sanno che l’uso indiscriminato della plastica ha causato (e causa) non pochi danni all’ambiente. La plastica è una sostanza che il nostro pianeta fà fatica a metabolizzare, più o meno come un alimento che facciamo fatica a digerire.

Nel caso comunque si decida di bere l’acqua nelle bottiglie di plastica sarebbe opportuno controllare prima le etichette.
Perché
Le lettere presenti nel simbolo del riciclo, come PP e HDP, ci dicono tanto sulla plastica stessa. Questo è quello che bisogna sapere:
Se nell’etichetta c’è scritto PET o PETE (Polietilene tereftalato), la plastica delle bottiglie può aver contaminato l’acqua con metalli e sostanze chimiche in grado di influenzare l’equilibrio ormonale nel vostro corpo.
Se nell’etichetta c’è scritto HDP o HDPE (Polietilene ad alta densità), l’acqua presente nella bottiglia molto probabilmente  non è stata contaminata da nessuna sostanza nociva.
Se nell’etichetta c’è scritto 3V o PVC (Cloruro di polivinile), non bisogna assolutamente bere quell’acqua. Questo tipo di plastica rilascia sostanze chimiche tossiche che influenzano il nostro equilibrio ormonale.
Se nell’etichetta c’è scritto LDPE (Polietilene a bassa densità) è molto strano. Perché l’LDPE è usato soltanto per fare i sacchetti di plastica.
Se nell’etichetta c’è scritto PS (Polistirene o Polistirolo), la plastica potrebbe rilasciare sostanze cancerogene. Solitamente questo materiale viene utilizzato per la produzione di tazze da caffè americano (stile Starbucks) e i contenitori per cibo da fast food.
Se nell’etichetta c’è scritto PC (Policarbonato) oppure non c’è nessuna etichetta, molto probabilmente la plastica contiene la BPA (Bisfenolo) un distruttore endocrino. Questo tipo di materiale è usato spesso nella produzione di contenitori per alimenti e borracce per l’acqua (come quelle dei ciclisti).
DA: panecirco.com

 

Acqua senza contaminanti né pesticidi: la nuova tecnica del MIT che potrebbe cambiare il mondo!

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Acqua senza contaminanti né pesticidi: la nuova tecnica del MIT che potrebbe cambiare il mondo!

 

Acqua senza contaminanti nè pesticidi. La tecnica di purificazione proposta dal MIT in collaborazione con l’Università Tecnica di Darmstadt (Germania), pubblicata su Energy and Enviromental Science, promette di eliminare residui chimici, prodotti farmaceutici e pesticidi. Il processo potrebbe essere di grande aiuto in particolare ai Paesi in via di sviluppo, dove l’acqua è spesso ricca di contaminanti.

La tecnologia si basa su un processo elettrochimico. Piccole superfici vengono rivestite con materiali ad hoc in grado di caricarsi positivamente o negativamente a seguito di opportune reazioni chimiche. A questo punto viene indotta una corrente elettrica sulle superfici, che entrano in contatto con l’acqua inquinata. I composti indesiderati reagiscono con la superficie e vengono dunque eliminati.

Il processo è particolarmente utile per eliminare selettivamente gli inquinanti organici, potenzialmente dannosi anche in quantità minime. Ma soprattutto funziona in condizioni di temperatura e pressione piuttosto blande, quindi economicamente conveniente.

“I sistemi attuali usati per trattare tali contaminanti in basse concentrazioni funzionano con filtrazione a membrana, costosa e poco efficace con concentrazioni molto basse ha spiegato Xiao Su, che ha collaborato alla ricerca – oppure tramite elettrodialisi e deionizzazione capacitiva, che spesso richiedono elevate tensioni in grado di generare “reazioni collaterali”.

Niente di tutto questo con la tecnica proposta dal Mit, “estremamente significativa, poiché estende le capacità dei sistemi elettrochimici fino alla rimozione altamente selettiva degli inquinanti chiave, come dichiarato da Matthew Suss, professore di ingegneria meccanica dell’Istituto di tecnologia Technion in Israele, non coinvolto in questo lavoro.

Come tutte le tecnologie emergenti, comunque, non si può gridare al miracolo e alla rivoluzione in atto. Saranno necessari altri studi, in particolare in condizioni reali e sulla lunga durata, prima di poter dichiarare la vittoria. Ma soprattutto, sarà necessario verificarne l’effettiva economicità per i Paesi in via di sviluppo, dove il problema acque è particolarmente sentito.

Il prototipo, comunque, ha raggiunto oltre 500 cicli, per gli scienziati un risultato molto promettente.

Roberta De Carolis

guarda QUI il video

 

fonte: https://www.greenme.it/consumare/acqua/23904-acqua-purificazione-mit

Coca Cola: ci stiamo bevendo il pianeta e la nostra salute

Coca Cola

 

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Coca Cola: ci stiamo bevendo il pianeta e la nostra salute

 

Il 3 aprile la trasmissione di Rai3 Report ha parlato della Coca Cola, la bevanda più conosciuta al mondo. Con 2 miliardi di bottiglie vendute al giorno e oltre 500 marchi distribuiti in 200 Paesi, questa multinazionale è senza dubbio un successo planetario. Ma questo successo quanto ci costa? Tantissimo! La Coca Cola è un vampiro che succhia acqua e vende zucchero.

Per diventare così grande questo marchio ha lucrato e continua a lucrare sulle spalle dell’ambiente e di tutti noi. Dall’inchiesta di Report emerge quanto questa azienda costi cara al pianeta e ai suoi abitanti, dando indietro pochissimo. Anzi! Causando incredibili danni: alla salute dei consumatori e alla nostra terra. Come tutte le aziende che producono bevande, la Coca Cola ha bisogno di un bene comune: l’acqua. Tanta, tantissima acqua!

In Messico, a San Cristobal de Las Casas, dove si trova il più grande stabilimento di Coca Cola al mondo, c’è una grande carenza di acqua. Qui fino a vent’anni l’acqua era potabile e a disposizione di tutti. Oggi dal rubinetto non esce quasi più niente. E quello che esce è sporco e non si può bere. Con tutto ciò che ne consegue per la salute delle persone e per il benessere della collettività.

Mentre, infatti, le istituzione hanno autorizzato la Coca-Cola a sfruttare la falda acquifera a prezzi irrisori, i cittadini sono a secco. Pochi centesimi per ogni metro cubo di acqua. Un regalo dell’amministrazione alla multinazionale americana che sta causando un danno incredibile alla popolazione. E questo grazie anche all’ex presidente messicano, Vincente Fox, guarda caso ex direttore di Coca Cola Messico.

Pensate che da noi la storia sia diversa? Vi sbagliate. Anche in Italia ci sono quattro stabilimenti Coca Cola e anche qui il discorso è lo stesso. A Nogara, per esempio, la Coca Cola paga circa 13.400 euro alla Regione: un centesimo per ogni metro cubo!

Stessa cosa succede a Oricola in Abruzzo, dove la Coca-Cola paga un canone annuo di 17.200 euro ed estrae in media 400 milioni di litri. Nello stabilimento di Marcianise, in provincia di Caserta, Coca Cola Italia ha tre pozzi e paga per questi tre pozzi 6.100 euro all’anno. Ed estrae dal terreno, mediamente, oltre 210mila metri cubi di acqua. Nell’ultimo anno è arrivato anche 300mila.

Per capire di che cifre stiamo parlando basta considerare che una famiglia italiana in media consuma circa 200 metri cubi di acqua all’anno, in totale, per una spesa che può variare dai 300 ai 600 euro all’anno.

Ma poi tutta quest’acqua che utilizza Coca Cola dove va a finire? Secondo uno studio dell’Università di Twente, se si considera tutto il ciclo produttivo, cioè dalla fabbricazione della bottiglia di plastica, alla coltivazione della canna da zucchero, fino alla realizzazione della bevanda, si possono consumare da 340 a 620 litri di acqua per un solo litro di bevanda prodotta. La Coca Cola ovviamente smentisce: i litri di acqua per litro di bevanda prodotta sarebbero “solo” 70! Alla faccia del “solo”.

Nel 2016 la Coca Cola ha venduto 166 miliardi di litri di bevande… quanta acqua è stata sprecata? E per ottenere cosa? Una bevanda che tutto fa… tranne che bene alla salute!

Ormai è risaputo e convalidato da moltissimi studi che le bevande zuccherate sono causa di aumento di peso e obesità (anticamera di molte altre patologie), diabete e malattie cardiovascolari. Recenti scoperte hanno inoltre collegato i disturbi di apprendimento agli eccessivi quantitativi di zucchero assimilati da merendine e bevande gassate.
Secondo l’OMS lo zucchero dovrebbe rappresentare non più del 10% delle calorie che mangiamo, e anche secondo l’Istituto dei Tumori di Milano dovremmo cercare di consumarne il meno possibile per attuare un’efficace prevenzione contro i tumori.

Come Movimento 5 Stelle abbiamo trattato più volte questa questione che ci riguarda tutti molto da vicino. L’Italia detiene il triste primato europeo del numero di bambini sovrappeso o obesi: 3 su 10 hanno problemi di peso.
Oltre all’intenso lavoro parlamentare sul tema, nel 2015, abbiamo anche organizzato un importante convegno in cui tra gli altri sono intervenuti il prof. Franco Berrino, epidemiologo presso l’Istituto Tumori di Milano e numerosi esperti come Massimo Ilari, Elena Alquati e Ennio Battista, direttore del mensile Vita e Salute, che da anni promuove ZuccheroGiù!, una campagna di sensibilizzazione e di raccolta firme per chiedere ai grandi produttori di alimenti di collaborare alla riduzione della quota di zucchero e di grassi saturi.

Grazie al loro lavoro, alle inchieste come quella di Report, agli studi sul tema sempre più numerosi e ai medici che li divulgano, la piega dello zucchero oggi è conosciuta e potrebbe essere sconfitta da una buona politica, un’informazione e una corretta educazione alimentare.
Peccato che dal Ministero della Salute come al solito tutto taccia. Così come dall’intero Governo che ancora una volta stende tappeti rossi a multinazionali come Coca Cola, pronte a sfruttare le nostre risorse, devastare la nostra terra, inquinare le nostre acque, senza neanche pagare le tasse (la Coca Cola le paga in Svizzera!) lasciandoci le briciole… briciole talmente dolci da farci ammalare.

Come l’industria alimentare ci prende in giro: acqua in bottiglia di 2 marche, stessa fonte, stesso formato, stesso contenuto, ma una costa quasi il doppio dell’altra… perchè?

acqua in bottiglia

 

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Come l’industria alimentare ci prende in giro: acqua in bottiglia di 2 marche, stessa fonte, stesso formato, stesso contenuto, ma una costa quasi il doppio dell’altra… perchè?

 

Acqua Sant’Anna e acqua Eurospin Blues: stesse caratteristiche chimiche e medesima azienda imbottigliatrice. Cambia solo il prezzo che lievita dell’80%

Un lettore ci ha segnalato che le etichette dell’acqua Sant’Anna di Vinadio e dell’acqua Blues minimamente mineralizzata di Eurospin, sembrano proprio identiche. Si tratterebbe di un’altra somiglianza sospetta per la nota acqua di Vinadio, dopo quella dell’acqua Cime Bianche di Carrefour  che  Il Fatto Alimentare aveva trattato alcuni anni fa.

L’acqua minerale Sant’Anna e l’acqua Blues di Eurospin sono entrambe minimamente mineralizzate, hanno cioè un residuo fisso inferiore ai 50 mg/l. In questo caso le etichette delle due bottiglie indicano esattamente  lo stesso residuo fisso pari a “22 mg/l” , anche il grado di durezza come pure la quantità di anidride carbonica disciolta (2 mg/l). Confrontando i risultati delle analisi chimico-fisiche riportate sulle etichette – che non certo casualmente indicano come firma il  dipartimento di biotecnologie dell’Università di Torino – si notano alcune differenze del tutto trascurabili. Queste variazioni possono essere attribuite a normali oscillazioni analitiche, anche alla luce della distanza di tre anni tra le analisi indicate da acqua Sant’Anna (2016) e quelle più datate riportate da Eurospin Blues (2013).acqua blues sant'anna confronto

Perché tutte queste somiglianze? La risposta è molto semplice: entrambe le acque sgorgano dalla stessa sorgente, la fonte Rebruant, che si trova a 1950 metri di quota sulle Alpi cuneesi, e sono imbottigliate da Fonti di Vinadio. L’unica cosa che cambia è il prezzo. Se una bottiglia da 1,5 litri di acqua Sant’Anna costa 0,44 € ( pari a 0,29 €/l), lo stesso formato di acqua Eurospin Blues minimamente mineralizzata costa 0,25 euro (meno di 0,17 €/l). La differenza è circa l’80%. Appare piuttosto chiaro che ci troviamo di fronte a due acque pressoché identiche, che sgorgano dalla stessa sorgente e sono imbottigliate dalla medesima azienda. In questo caso possiamo proprio dire che la differenza di prezzo che si paga alla cassa è dovuta ad un unico fattore: il marchio.

etichetta sant'anna

Etichetta di una bottiglia da 1,5 litri di acqua Sant’Anna di Vinadio
etichetta blues minimamente mineralizzata eurospin

L’etichetta dell’acqua Blues minimamente mineralizzata di Eurospin, imbottigliata da Vinadio

Qui si possono trovare le etichette in alta risoluzione.

 

fonte: http://www.ilfattoalimentare.it/acqua-santanna-vinadio-eurospin.html