Gli assurdi numeri del business dell’acqua in bottiglia.

 

acqua

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Gli assurdi numeri del business dell’acqua in bottiglia.

Ogni minuto consumiamo 1 milione di bottiglie di plastica, ma ne ricicliamo meno della metà: ecco i numeri del business dell’acqua in bottiglia.

Macché rubinetto, macché borracce: l’uomo del ventunesimo secolo beve dalle bottiglie di plastica. I numeri del business dell’acqua in bottiglia sono esorbitanti: stando ad una stima resa pubblica dal Guardian, ogni minuto a livello globale vengono acquistate 1 milione di bottiglie di plastica. Una cifra davvero assurda, soprattutto se si pensa che, in molti casi, l’acqua del rubinetto è ugualmente – se non più – buona, oltre che più economica e anche sostenibile. E se già adesso il business dell’acqua in bottiglia tocca vette inaudite, per il prossimo futuro si prevedono ulteriori crescite repentine. Entro il 2021 il loro consumo potrebbe infatti aumentare del 20%, andando così ad inquinare ad un ritmo ancora più insostenibile il nostro mondo, che già oggi si ritrova ad accogliere 20.000 nuove bottiglie di plastica ogni secondo. Ma a cosa è dovuto questo costante aumento? In primo luogo, la causa è la diffusione del trend dell’acqua in bottiglia (prima prettamente occidentale) anche in Oriente.

La nascita del business dell’acqua in bottiglia

L’ascesa del business dell’acqua in bottiglia inizia negli anni Settanta. Più precisamente, nel 1973, lo statunitense Nathaniel Wyeth brevettò le bottiglie in PET, ovvero dei contenitori di plastica in grado di contenere bevande gassate senza il rischio di esplosioni improvvise. Prima di allora, per le bevande gassate, erano state utilizzare solo ed unicamente bottiglie in vetro. Grazie all’invenzione di Wyeth, invece, l’industria petrolifera entrò di diritto nel settore del beverage: circa un decimo del materiale che forma una normale bottiglia di plastica, infatti, è composto da petrolio. Da quel momento in poi, il mondo iniziò a conoscere la progressiva escalation del business dell’acqua in bottiglia, fino ad arrivare ai livelli incredibili di oggi, con tutte le drammatiche conseguenze per l’ambiente.

Le bottiglie in PET sono riciclabili, ma…

Nel solo 2016 il mondo ha visto la vendita di oltre 480 miliardi di bottiglie di plastica. Avete presente la distanza tra la Terra e il Sole? Ebbene, mettendo in fila tutte queste bottiglie, arriveremo a metà strada. Di certo qualcuno, a difesa del business dell’acqua in bottiglia, potrebbe obiettare che questi contenitori, essendo realizzati con polietilene tereftalato, sono riciclabili. I numeri però parlano chiaro, in quanto nel 2016 nemmeno la metà delle bottiglie di plastica finite sul mercato sono poi state riciclate, e solamente una piccola fetta (ovvero il 7%) è poi stato trasformato in nuove bottiglie. Insomma, come si può capire, il nostro pianeta si sta via via riempiendo di plastica: i nostri oceani, per esempio, ne sono colmi oltre ogni dire.

Un desiderio di benessere

Difficile d’altronde fermare la crescita del business dell’acqua in bottiglia, in quanto nei Paesi in via di sviluppo l’interesse verso questi prodotti cresce a vista d’occhio. Come ha spiegato sulle pagine del Guardian Rosemary Downey, tra le maggiori esperte a livello mondiale per quanto riguarda la produzione del plastica, «l’aumento del consumo di plastica è dovuto all’aumento dell’urbanizzazione in Paesi come India e Indonesia e deriva da un desiderio di benessere e dalla paura di bere acqua contaminata».

Italia: nessuno in Europa consuma più acqua in bottiglia di noi

Ma di certo non si possono andare a colpevolizzare i Paesi in via di sviluppo per l’aumento di affari del business dell’acqua in bottiglia: prima di fare la predica a qualcuno, infatti, dovremmo guardare al nostro consumo nazionale, che di certo non è limitato. Nel solo 2016 in Italia sono infatti stati consumati 12 miliardi di litri di acqua in bottiglia, un volume bastevole a riempire 8 volte il Colosseo. In Europa, del resto, nessun altro Paese consuma tanta acqua in bottiglia quanto facciamo noi, e questo è paradossale, in quanto l’acqua del rubinetto, oltre ad essere nella maggior parte dei casi buona, è anche infinitamente più conveniente e sostenibile. Ecco una completa e utile infografica elaborata da Trademachines:

Ma di certo non si possono andare a colpevolizzare i Paesi in via di sviluppo per l’aumento di affari del business dell’acqua in bottiglia: prima di fare la predica a qualcuno, infatti, dovremmo guardare al nostro consumo nazionale, che di certo non è limitato. Nel solo 2016 in Italia sono infatti stati consumati 12 miliardi di litri di acqua in bottiglia, un volume bastevole a riempire 8 volte il Colosseo. In Europa, del resto, nessun altro Paese consuma tanta acqua in bottiglia quanto facciamo noi, e questo è paradossale, in quanto l’acqua del rubinetto, oltre ad essere nella maggior parte dei casi buona, è anche infinitamente più conveniente e sostenibile. Ecco una completa e utile infografica elaborata da Trademachines:

business acqua in bottiglia

Ecco come cercano di darcela a bere – La verità e le bufale sull’acqua in bottiglia: da quelle con pochi sali a quelle senza sodio, alle “leggerissime”, alle alleate di linea e salute a quelle per essere “più belli dentro e fuori”.

 

acqua in bottiglia

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Ecco come cercano di darcela a bere – La verità e le bufale sull’acqua in bottiglia: da quelle con pochi sali a quelle senza sodio, alle “leggerissime”, alle alleate di linea e salute a quelle per essere “più belli dentro e fuori”.

 

Cercano di darcela a bere, la verità e le bufale sull’acqua in bottiglia

Quelle povere di sali non sono poi così pregiate. Attenti al calcio, l’eliminazione di questo elemento è consigliabile solo per le persone affette da patologie particolari

Acque ‘leggerissime’, povere di sodio o calcio, alleate di salute e linea per essere ‘più belli dentro e fuori’. Mentre spuntano anche in Italia ‘water bar’ e locali per degustarla, l’acqua è protagonista di studi, articoli e pubblicità. Ma quali sono le regole per berla in modo sano? “Da qualche tempo diversi messaggi pubblicitari ci inducono a bere grandi quantità d’acqua per ‘tonificarci’, ‘pulirci dentro’ e ‘idratarci’, ed è molto importante fare chiarezza”, spiega Marco Faustini Fustini, della Neuroendocrinologia dell’Irccs Istituto delle Scienze neurologiche di Bologna. Insomma, anche sull’acqua fioccano le ‘bufale’. “La pubblicità sottolinea con grande rilievo l’importanza delle acque senza questo o quell’elemento, ma dal punto di vista medico questo non ha alcun senso, salvo poche e rare eccezioni”.

L’acqua deve essere anche fonte di sali

“In realtà – spiega l’esperto dell’Associazione medici endocrinologi (Ame) – l’acqua deve essere fonte anche di sali, che concorrono al benessere complessivo dell’organismo: se è vero che l’acqua è il principale componente del nostro corpo, è altrettanto vero che il sodio è il principale elemento al di fuori delle cellule. Un’acqua molto povera di sodio, pur essendo spesso propagandata come elisir di lunga vita e di bell’aspetto, trova assai poche indicazioni in ambito medico. Si può fare un discorso analogo per le acque povere di calcio: se si escludono alcune malattie molto particolari, non c’è motivo di consumare acque povere di questo elemento. Al contrario, in un’epoca in cui la popolazione assume scarse quantità di calcio con la dieta, assumerlo con l’acqua – assicura l’endocrinologo – potrebbe aiutare a raggiungere il fabbisogno giornaliero e ridurre il rischio di osteoporosi”. Anche di questo si parla al Congresso nazionale Ame in programma a Roma dal 9 al 12 novembre, con sessioni dedicate ai principali campi dell’endocrinologia e a malattie come quelle della tiroide e del metabolismo, diabete e osteoporosi, per le quali verranno illustrati e discussi i contenuti dei più recenti documenti di consenso e linee guida, e di alcuni comportamenti comuni come ad esempio l’assunzione di acqua e le sue ricadute sulla salute.

Non sostituire acqua con le bibite troppo ricche di zuccheri

“E’ bene ricordare che la bevanda per eccellenza, per dissetarsi e idratarsi, è proprio l’acqua che non dovrebbe essere automaticamente sostituita con bibite commerciali in genere troppo ricche di zuccheri. Ma quanta acqua dobbiamo bere ogni giorno? – continua Faustini Fustini – Ci sono alcune condizioni che richiedono modificazioni significative dell’introito giornaliero di acqua: ad esempio, nel caso di alcune condizioni che compromettono, direttamente o indirettamente, la capacita del rene a eliminare un carico di acqua, si può arrivare a consigliare di non superare gli 800 ml al giorno. Al contrario, in caso di diarrea profusa o dopo un periodo di ridotto accesso libero all’acqua, è consigliato aumentare l’apporto idrico giornaliero anche fino a 3-4 litri. In ogni caso si tratta di condizioni patologiche che richiedono il consiglio del medico e il ‘fai da te’ è sempre da evitare”.

Quanta acqua dobbiamo bere?

“Una persona in buone condizioni di salute e con una dieta normale riesce a smaltire anche più di 10 litri di acqua al giorno – spiega l’esperto – ma in alcuni casi il corpo ha minori capacità di eliminare l’acqua in eccesso e si può arrivare alla condizione di iponatremia, ossia di ridotte concentrazioni sieriche di sodio, maggiormente diluito nel sangue. In questi casi, bere grandi quantità di acqua può portare a un’intossicazione che, seppur raramente, può essere letale. L’iponatremia può essere causata da farmaci, come diuretici tiazidici e antidepressivi – che interferiscono con i meccanismi che controllano l’equilibrio idrico del corpo – o in seguito a malattie che comportano una secrezione inappropriata di ormone antidiuretico e quindi concentrano in maniera eccessiva le urine, come può accadere in alcuni casi di tumore del polmone o di malattie, per lo più a carico del sistema nervoso centrale (meningiti, traumi cranici, emorragie cerebrali), che innescano la secrezione eccessiva dell’ormone da parte della neuroipofisi”.

Inoltre questo problema “può manifestarsi anche se la dieta è molto povera di soluti, come nelle persone indigenti, in quelle con anoressia nervosa o nelle persone dedite al consumo di grandi quantità di birra (che è, appunto, un liquido molto povero di soluti). L’iponatremia – conclude l’endocrinologo – colpisce circa il 10-15% dei pazienti ricoverati in ospedale e, anche se i casi gravi sono rari, la terapia deve essere tempestiva, per evitare conseguenze soprattutto a livello cerebrale”.

500 kilometri con un litro di acqua! Ecco la moto inventata in Brasile che avrebbe potuto cambiare il mondo …se solo le multinazionali lo avessero permesso!

multinazionali

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

500 kilometri con un litro di acqua! Ecco la moto inventata in Brasile che avrebbe potuto cambiare il mondo …se solo le multinazionali lo avessero permesso!

Vi riproponiamo un articolo pubblicato 2 anni fa, tratto da Il Fatto Quotidiano e all’epoca titolato: 500 kilometri con un litro di acqua! Ecco la moto inventata in Brasile che potrebbe cambiare il mondo …se solo le multinazionali lo permettessero!

Concludemmo l’articolo con una nota: La tecnologia di questa moto non è nuova. Se ne parla da oltre 20 anni. Ma è una tecnologia che ha una grave carenza: non permette di lucrare alle Multinazionali. Credo che di questa moto non ne sentiremo più parlare.

Ed onfatti, non ne abbiamo più sentito parlare …potenza delle lobby? Certo, l’acqua non ce la possono vendere a quasi 2 Euro il litro… per il momento.

500 km con un litro… d’acqua! ‘T Power H20’, ecco l’incredibile motocicletta inventata in Brasile

Ricardo Azevedo, un brasiliano di San Paolo, ha deciso di mostrare al mondo la suamoto ‘modificata’, che arriva a coprire fino a 500 chilometri con un litro d’acqua. Si chiama T Power H20, e monta la batteria di un’auto che produce energia elettrica separando l’idrogeno dalle molecole di H2O. Nel video, Azevedo beve la stessa acqua che un attimo dopo inserirà nel motore della sua motocicletta per dimostrare che non si tratta di un qualche carburante. L’inventore, dopo alcuni chilometri a bordo della sua moto, dimostra che il motore funziona anche con l’acqua raccolta da un fiume inquinato. Ma non è tutto: “Il vantaggio di una moto che funziona con l’idrogeno dell’acqua è che non produce altro che vapore acqueo“. Insomma, niente più monossido di carbonio.

Il video è stato pubblicato dal network online rt.com

Fonte: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/07/25/500-km-con-un-litro-dacqua-t-power-h20-ecco-lincredibile-motocicletta-inventata-in-brasile/398441/

 

 

Polo dell’alluminio di Portoscuso, fiera dell’inquinamento e dell’ambiguità.

 

inquinamento

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Polo dell’alluminio di Portoscuso, fiera dell’inquinamento e dell’ambiguità.

 

Com’è a tutti noto, anche con aspetti drammatici, la situazione industriale e lavorativa delle Aziende del polo dell’alluminio nel Basso Sulcis (zona industriale di Portovesme) attraversa da anni una profonda crisi che ragionevolmente non appare avere facili vie d’uscita.     Non solo riguarda migliaia di lavoratori delle Aziende (principalmente Eurallumina s.p.a. e Alcoa s.p.a.) e dell’indotto con i loro familiari, ma l’intero Basso Sulcis, zona fra le più depresse d’Italia sotto il profilo economico-sociale e ambientale.

Com’è altrettanto noto, le motivazioni della crisi industriale risiedono principalmente nell’alto costo dell’energia e nelle condizioni del mercato internazionale dell’alluminio primario, dove il Gruppo Alcoa riveste una posizione di grande rilievo. Alcuni anni fa l’apertura di nuovi impianti in Islanda e in Arabia Saudita, dove l’Azienda beneficia di grandi quantitativi di energia a prezzo ridotto, di fatto ha segnato la sorte degli impianti sardi, ritenuti non più competitivi dalla Multinazionale statunitense.

Grandi speranze appaiono riposte nel “Progetto di ammodernamento della raffineria di produzione di allumina ubicata nel Comune di Portoscuso, ZI Portovesme (CI)[1], presentato dalla Eurallumina s.p.a. nella zona industriale di Portovesme.[2]

Il progetto prevede la realizzazione e l’esercizio di una centrale termica cogenerativa alimentata a carbone(potenza 285 MWh) e opere connesse, fra cui l’ampliamento fino a un’altezza di mt. 46 (oggi sono 26,5) del bacino dei “fanghi rossi”, le scorie della lavorazione della bauxite, dall’agosto 2009 in buona parte sotto sequestro preventivo nell’ambito di un procedimento penale per gravi reati ambientali.

La nuova centrale è finalizzata a garantire la totale copertura delle necessità di energia termica ed elettrica degli impianti di lavorazione della bauxite dell’Eurallumina s.p.a., impianti che riprenderebbero la produzione in caso di realizzazione ed entrata in esercizio della nuova centrale.   La centrale esistente sarebbe utilizzata solo in caso di fermata di quella attualmente in progetto, l’impianto di abbattimento delle polveri sarebbe in uso anche per l’abbattimento dei contenuti inquinanti dei fumi dell’attuale centrale.

La ripresa della produzione sarebbe sostenuta da ben 74 milioni di euro di fondi pubblici sui 100 complessivi dell’investimento, grazie al contratto di sviluppo sottoscritto nel dicembre 2015 da Invitalia ed Eurallumina.

Insomma, con la nuova centrale ripartirebbe la produzione di alluminio primario e centinaia di operai (357 addetti diretti + circa 100 addetti nell’indotto) riprenderebbero il lavoro.

Però, seppure vi fossero le condizioni del mercato internazionale per sostenere l’impresa (fatto tutto da dimostrare), ambiente e salute ne risentirebbero. E non poco.

Non solo.    E’ altrettanto ben conosciuta la gravissima situazione di crisi ambientale e sanitaria che affligge il territorio.

Infatti, l’intero territorio comunale di Portoscuso rientra nel sito di interesse nazionale (S.I.N.) per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese (D.M. n. 468/2001)[3].       I siti di interesse nazionale, o S.I.N. rappresentano delle aree contaminate molto estese classificate fra le più pericolose dallo Stato.   Necessitano di interventi di bonifica ambientale del suolo, del sottosuolo e/o delle acque superficiali e sotterranee per evitate danni ambientali e sanitari.   I S.I.N. sono stati definiti dal decreto legislativo n. 22/1997 e s.m.i. (decreto Ronchi) e nel D.M. Ambiente n. 471/1999, poi ripresi dal decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. (Codice dell’ambiente), il quale ne stabilisce l’individuazione “in relazione alle caratteristiche del sito, alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini sanitari e ecologici nonché di pregiudizio per i beni culturali e ambientali”. Caratteristica fondamentale relativa alle aree ricadenti nei S.I.N. è la necessità che i carichi inquinanti diminuiscano anziché aumentare.

Fin d’ora, la situazione ambientale/sanitaria dei residenti di Portoscuso, in particolare della fascia infantile, è già al limite del collasso.

Nel gennaio 2012 (nota stampa ASL n. 7 del 23 gennaio 2012) così avvertiva un comunicato stampa dell’A.S.L. n. 7 di Carbonia, in seguito a comunicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero dell’ambiente“…si ritiene necessario informare la popolazione di Portoscuso di fare in modo di differenziare la provenienza dei prodotti ortofrutticoli da consumare per la fascia di età dei bambini da 0 a 3 anni. Occorre perciò fare in modo che in questa fascia di età non siano consumati esclusivamente prodotti ortofrutticoli provenienti dai terreni ubicati nel Comune di Portoscuso. Già nel 2008 l’Università di Cagliari (Dipartimento Sanità pubblica, Medicina del lavoro) nel corso di una ricerca (Plinio Carta, Costantino Flore) affermò chiaramente la sussistenza di deficit cognitivi in un campione di bambini di Portoscuso, dovuto a valori di piombo nel sangue superiori a 10 milligrammi per decilitro (vds. “Environmental exposure to inorganic lead and neurobehavioural tests among adolescents living in the Sulcis-Iglesiente, Sardinia” in Giornale italiano di medicina del lavoro ed ergonomia, 15 aprile 2008, in http://www.biowebspin.com/pubadvanced/article/18409826/#sthash.kjkUGkfA.dpuf). La letteratura medica, infatti, indica un’associazione inversa statisticamente significativa tra concentrazione di piombo ematico e riduzione di quoziente intellettivo, corrispondente a 1.29 punti di QI totale per ogni aumento di 1 µg/dl di piomboemia (sulla tossicità del piombo vds. http://www.phyles.ge.cnr.it/htmlita/tossicitadelpiombo.html).

Il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I. – studio epidemiologicoMinistero della salute, S.I.N. Sulcis-Iglesiente-Guspinese (2012) ha evidenziato un pesantissimo rischio per la salute, fra cui un “rischio osservato di circa 500 volte l’atteso … per tumore della pleura fra i lavoratori del settore piombo-zinco (Enirisorse, ex Samin), un incremento di mortalità per tumore del pancreas” fra i lavoratori del settore alluminio (Alcoa), mentre fra i “produttori di allumina dalla bauxite (Eurallumina) la mortalità per tumore del pancreas e per malattie dell’apparato urinario è risultata in eccesso”.

Ormai è la stessa catena alimentare a esser pesantemente interessata.

La Direzione generale dell’Azienda USL n. 7 di Carbonia aveva reso noto (nota prot. n. PG/201416911 dell’11 giugno 2014) che “gli esiti” dei monitoraggi condotti con la stretta collaborazione dell’I.S.P.R.A. e dell’Istituto Superiore di Sanità hanno portato alla “richiesta al Sindaco del Comune di Portoscuso di adozione di provvedimenti contingibili e urgenti che al momento consistono in:

divieto di commercializzazione/conferimento del latte ovicaprino prodotto da sette allevamenti operanti sul territorio comunale con avvio a distruzione presso impianto autorizzato;

*  divieto di movimentazione in vita e di avvio a macellazione dei capi allevati presso le attività produttive del territorio, nelle more della effettuazione di verifiche  mirate sulla eventuale presenza di diossina nelle carni;

* permane il divieto di raccolta dei mitili e dei granchi nel bacino di Boi Cerbus;

*  permane divieto di commercializzazione e raccomandazione di limitazione del consumo di prodotti ortofrutticoli e vitivinicoli prodotti nel territorio”.

In poche parole, di fatto a Portoscuso non si può vendere il latte ovicaprino né fare allevamento ovicaprino, non si possono raccogliere mitili e crostacei, non si possono vendere frutta, verdura e vino, chi li consuma lo fa a rischio e pericolo.

Recenti analisi I.S.P.R.A. e consulenze peritali svolte nell’ambito del procedimento penale n. 10117/2010 R.N.R. (n. 7207/11 G.I.P.) e nei mesi scorsi rese pubbliche[4] hanno evidenziato una gravissima compromissione del suolo, delle falde idriche e dell’ambiente in generale determinata dalla presenza del c.d. bacino dei fanghi rossi, contenente gli scarti della lavorazione della bauxite dell’Eurallumina s.p.a. e contenente elevatissime concentrazioni di arsenico(110 volte il limite tollerabile per le acque sotterranee), cromo esavalente (32 volte superiore al limite), fluorurialluminiomercurio.

Sotto il profilo energetico, basterebbe evidenziare la sentenza Corte Giust. UE, sez. VIII, 12 dicembre 2013, causa C-411/12, recentemente confermata, che ha condannato alla restituzione, quali indebiti aiuti di Stato, gli importi (più di 18 milioni di euro) delle agevolazioni pubbliche per l’acquisto dell’energia nei confronti di varie Aziende del polo industriale di Portovesme.  Anche nei confronti della Portovesme s.r.l. che aveva fatto ricorso in appello.

I fatti delle ultime settimane sono, purtroppo, nel solco della consuetudine.

Il pessimo clima creatosi a Portoscuso ha fatto sì che l’ambientalista locale Angelo Cremone – al quale va tutta la nostra solidarietà – sia stato fatto oggetto per l’ennesima volta di pesanti minacce.

lavoratori Eurallumina, in cassa integrazione dal 2009, hanno avuto il sostegno di una Giunta regionale schierata “senza se e senza ma” in favore di “questo” progetto industriale.

Si è opposta unicamente la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari (nota prot. n. 1952 del 30 gennaio 2017) per palese contrarietà del progetto al piano paesaggistico regionale (P.P.R.), in particolare artt. 15, 20, 21, 41, 42, 49, 58 e 59.

La Giunta regionale ha fatto spallucce, volendo considerare il parere negativo non vincolante, perché la conferenza di servizi sarebbe stata retta dalla disciplina previgente al provvedimento attuativo della c.d. Legge Madia (decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 127).

Opinione autorevole, ma in contrasto con la giurisprudenza amministrativa (vds. Cons. Stato, Sez. VI, 23 luglio 2015, n. 3652T.A.R. Marche, Sez. I, 5 gennaio 2017, n. 21).

Non solo.

Assessori regionali, deputati, sindacalisti han fatto a gara per congratularsi in modo autoreferenziale per la “positiva conclusione della conferenza di servizi”. l’Assessore regionale della Difesa dell’Ambiente Donatella Emma Ignazia Spano ha affermato: “la Conferenza dei servizi si è conclusa”, salvo dire subito dopo “la Rusal ha chiesto almeno un mese per presentare altri documenti. Non appena si concluderà l’istruttoria, predisporremo la delibera sul progetto, che sarà portata in tempi serrati in Giunta”.

Insomma, interpretando la dichiarazione dissociata, si capisce che non c’è alcun verbale di conclusione della conferenza di servizi, tantomeno un provvedimento conclusivo della procedura di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.), tant’è che sul sito webistituzionale delle Valutazioni Ambientali il procedimento risulta tuttora “in istruttoria”.

La Rusal, titolare dell’impianto, dovrà quindi fornire ulteriore documentazione.   Non solo, ancora.

Chi e come garantisce che la magistratura revochi completamente il sequestro preventivo su quella bomba ecologica rappresentata dal bacino dei fanghi rossi, soprattutto per ampliarlo(dai 159 ettari attuali ai 178 ettari in progetto, dai mt 26,5 di altezza attuale degli argini ai mt 46 previsti in progetto) e, quindi, ampliare la portata offensiva dei reati ipotizzati?

Chi garantisce che cosa?

Un’alternativa il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus l’ha proposta da tempo (maggio 2016) a GovernoRegionesindacati.

Nessuna risposta ufficiale, solo disinteresse.

La ristrutturazione del polo dell’alluminio primario in polo dell’alluminio riciclato.

L’alluminio, infatti, è materiale completamente riciclabile e riutilizzabile all’infinito per la produzione di oggetti anche sempre differenti.                       L’Italia(insieme alla Germania) è oggi il terzo Paese al mondo per la produzione di alluminio riciclato, dopo gli Stati Uniti e il Giappone.

Attualmente ben il 90% dell’alluminio utilizzato in Italia (il 50% nel resto dell’Europa occidentale) è alluminio riciclato e ha le stesse proprietà e qualità dell’alluminio originario: viene impiegato nell’industria automobilistica, nell’edilizia, nei casalinghi e per nuovi imballaggi.

La raccolta differenziata, il riciclo e recupero dell’alluminio apportano numerosi benefici alla Collettività in termini economici perché il riciclo dell’alluminio è un’attività particolarmente importante per l’economia del nostro Paese, storicamente carente di materie prime, in termini energetici, perchè permette di risparmiare il 95% dell’energia necessaria a produrlo dalla materia prima[5], nonchè sotto il profilo ambientale in quanto abbatte drasticamente le emissioni inquinanti e necessità di molte meno risorse naturali.

Nel 2014 in Italia sono state recuperate ben 47.100 tonnellate di alluminio, il 74,3% delle 63.400 tonnellate immesse nel mercato nello stesso anno: così sono state evitate emissioni inquinanti pari a 402 mila tonnellate di CO2 ed è stata risparmiata energia per oltre 173 mila tonnellate equivalenti petrolio (dati Consorzio Italiano Imballaggi Alluminio – CIAL, 2015).     Attualmente nel nostro Paese operano undici fonderie che trattano rottami di alluminio riciclato, con una capacità produttiva globale di circa 846 mila tonnellate di alluminio secondario (2014), un fatturato complessivo di oltre 1,57 miliardi di euro e circa 1.500 lavoratori occupati nel settore.

Per quale motivo quantomeno non si valuta la trasformazione del polo industriale dell’alluminio di Portovesme in polo produttivo dell’alluminio riciclato(raccolta, riciclo e riutilizzo, nuovi prodotti)?

posti di lavoro sarebbero conservati, i costi di produzione diminuirebbero, l’ambiente e la salute di residenti e lavoratori finalmente ne avrebbero benefici, infine – ma non ultimo per ragioni d’importanza – si smetterà di buttar viasoldi pubblici per iniziative industriali fuori mercato da tempo.

Senza considerare i posti di lavoro nell’ambito di quella bonifica ambientaledoverosa sotto il profilo ambientale e sociale ma finora praticamente inattuata.

Sarebbe ora di aprire gli occhi.

Stefano DeliperiGruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

________________

[1]  In precedenza era stato presentato nello stesso sito il progetto di “costruzione ed esercizio di un impianto di cogenerazione alimentato a carbone di potenza termica pari a 285 MWt” presentato dalla EuralEnergy s.p.a. (Gruppo Eurallumina s.p.a.).

[2] La procedura V.I.A. è stata sospesa, su istanza dell’Azienda, per un periodo di 90 giorni (vds. nota Servizio S.V.A. della Regione autonoma della Sardegna prot. n. 9042 del 9 maggio 2016).

[3]  In realtà da più di 25 anni sono disponibili piani e risorse finanziarie per le bonifiche ambientali: il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio del Sulcis – Iglesiente (D.P.C.M. 23 aprile 1993), sulla base della dichiarazione di zona ad alto rischio ambientale (D.P.C.M. 30 novembre 1990, legge regionale n. 7/2002), ed il successivo accordo di programma attuativo (D.P.G.R. 3 maggio 1994, n. 144) hanno in gran parte beneficiato economicamente le medesime industrie responsabili dello stato di inquinamento dell’area. L’obiettivo era quello del disinquinamento e del risanamento ambientale. Obiettivo, a quanto pare, miseramente fallito.

[4]  Vds.  “Eurallumina, l’accusa: ‘Un inferno di veleni sotto il bacino dei fanghi rossi’”, di Piero Loi su Sardinia Post, 1 maggio 2016; ” “Veleni nella falda per tre secoli”, di Veronica Nedrini, su L’Unione Sarda, edizione del 9 maggio 2016, e “Il mistero delle analisi interne”, di Veronica Nedrini, su L’Unione Sarda, edizione del 10 maggio 2016.

[5] la produzione di un kg. di alluminio di riciclo ha un fabbisogno energetico (0,7 kwh) che equivale solo al 5% di quello di un kg. di metallo prodotto a partire dal minerale (14 kwh).

fonte: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2017/02/16/polo-dellalluminio-di-portoscuso-fiera-dellinquinamento-e-dellambiguita/

Pfas – È un’emergenza nazionale di cui nessuno parla. Legambiente: “Acqua bene primario, chi inquina paghi”

 

Pfas

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Pfas – È un’emergenza nazionale di cui nessuno parla. Legambiente: “Acqua bene primario, chi inquina paghi”

 

Pfas, un’emergenza nazionale sottovalutata. Legambiente: «Acqua bene primario, chi inquina paghi»

Bene l’impegno ad abbassare i limiti. Bonifiche e nuovi allacci per eliminare Pfas

Legambiente ha accolto con favore la posizione assunta dal Presidente della Regione Veneto Luca Zaia che ha preso l’impegno di abbassare i limiti sulle sostanze perfluoroalchimiche nelle acque, accogliendo la richiesta di oltre 15.000 cittadini che hanno firmato la petizione promossa da Legambiente e dal Coordinamento acque libere da Pfas che – ricorda l’associazione ambientalista –  «chiede dal 2015 acque libere da queste sostanze inquinante».

Il direttore generale di Legambiente, Stefano Ciafani, ha sottolineato che «L’emergenza dei Pfas in Veneto è un problema nazionale e rischia di diventare uno dei più grandi disastri ambientali che coinvolge le acque potabili, di falda e superficiali. La richiesta di stato di emergenza e la nomina di un commissario devono essere finalizzate per invertire la rotta e affrontare in maniera concreta tutti i problemi legati all’emergenza e al risanamento della falda. Sul fronte giudiziario, a distanza di oltre 2 anni dal primo esposto presentato da Legambiente alla Procura di Vicenza, ancora non arrivano segnali concreti. Nonostante le accuse siano rafforzate e confermate anche dall’ultima relazione dei Noe di Treviso resa nota lo scorso giugno, che ha fatto riaprire anche l’indagine sui Pfas in Veneto della Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo illegale rifiuti, ad oggi ancora non si applica la legge sugli ecoreati che prevede, tra l’altro, fino a 15 anni di reclusione, la confisca dei beni degli inquinatori e la responsabilità giuridica delle aziende. L’acqua è un bene primario: chi ha inquinato paghi».

Il presidente del Veneto Luca Zaia  ha reso noto che,  con una lettera  inviata il 19 settembre ,(il giorno dopo la nota del Dipartimento prevenzione del ministero della salute che respingeva la richiesta della Regione Veneto di fissare limiti nazionali per l’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche) al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e ai ministri della salute Beatrice Lorenzin e dell’ambiente Gianluca Galletti «ha chiesto formalmente la deliberazione dello Stato di Emergenza, con poteri che implicano la gestione della situazione in forma commissariale, ha ribadito la richiesta di riduzione dei limiti a livello nazionale, e ha chiesto lo sblocco dei fondi statali (80 milioni) necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti che permettano di portare acqua di buona qualità nelle zone colpite».

Il documento è stato  reso noto ieri da Zaia, «dopo la decisione assunta, in totale autonomia, di ridurre i limiti di presenza dei Pfas nelle acque potabili del Veneto» e nella lettera, il presidente del Veneto fa riferimento al «“Documento di Sintesi Settembre 2016 – Giugno/Settembre 2017” sulla “Contaminazione da Sostanze Perfluoro Alchiliche”, dal quale risulta di tutta evidenza “che la situazione che si è delineata dai dati recentemente acquisiti, può essere affrontata solo con mezzi e poteri straordinari”».

Zia il 25 settemvbre aveva annunciato che «Il Veneto ha deciso di applicare i limiti più drastici esistenti al mondo rispetto all’inquinamento dell’acqua potabile da sostanze perfluoro-alchiliche. Non l’ha voluto fare il Governo a livello nazionale, scrivendoci che in Italia in problema esiste solo da noi, dicendo fino a ieri che li dovevamo fissare noi, e ieri che si aspetta una fissazione europea. Un balletto incredibile, al quale poniamo fine per conto nostro, guardando esclusivamente alla salute della popolazione e ai suoi timori. Non siamo in cerca della rissa, ma della soluzione migliore per i cittadini»

Il Cigno Verde ricorda che «L’area coinvolta dall’inquinamento da Pfs, comprende 79 Comuni tra le province di Vicenza Padova e Verona e circa 350mila cittadini. L’azienda Miteni è indicata dai documenti di ArpaV e dalla relazione del NOE come principale responsabile di inquinamento della falda. Ad oggi sono ben 15.000 i cittadini del Veneto che, con Legambiente e Coordinamento acque libere da Pfs, chiedono limiti più stringenti, nuovi allacci degli acquedotti (ad oggi stanziati 80 milioni di euro su cui però continua un rimpallo tra istituzioni e non partono gli interventi) per eliminare la presenza dei Pfas delle acque potabili e un programma di bonifica del territorio».

Il presidente di Legambiente Veneto, Luigi Lazzaro, è preoccupato per il continuo rimpallo delle responsabilità tra istituzioni sulla gestione dei fondi per gli interventi sugli acquedotti e sulla bonifica della falda e conclude: «L’applicazione di limiti, anche se i più bassi al mondo, non risolverà purtroppo il problema sanitario e dell’inquinamento ambientale. E’ urgente mettere in sicurezza la rete acquedottistica con nuove prese non inquinate ed attuare subito un programma di bonifica dell’area contaminata che metta in sicurezza la falda acquifera e le acque superficiali. Questo continua scarica barile rallenta la messa in sicurezza del territorio e gli interventi strutturali per la salute futura degli abitanti della zona rossa e non solo. Riteniamo, pertanto, sia necessario l’intervento del governo con la nomina di un commissario straordinario per la gestione dell’emergenza Pfas. Ricordo che non è stato reso ancora noto alcun risultato del monitoraggio sulle matrici alimentari dopo l’allarmante risultato dei campioni del 2015»

Io mi bevo l’acqua del rubinetto – Ricca di calcio e di utilissimi sali minerali. Sicura e controllata. E soprattutto molto, ma molto economica – Non facciamoci prendere in giro dalla pubblicità!

 

rubinetto

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Io mi bevo l’acqua del rubinetto – Ricca di calcio e di utilissimi sali minerali. Sicura e controllata. E soprattutto molto, ma molto economica – Non facciamoci prendere in giro dalla pubblicità!

Io mi bevo l’acqua del rubinetto

Ricca di calcio che viene assorbito e non fa male ai reni. Piena di utili sali minerali. Sicura anche grazie a controlli crescenti, nuove norme e nuovi depuratori. Ecco perché non bisogna diffidare dell’acquedotto

SIAMO ATTENTISSIMI a quello che mangiamo, ma spesso ci dimentichiamo di bere. Quando si parla di bere si intende ovviamente l’acqua. Non solo perché sta alla base delle principali piramidi alimentari del mondo. Ma anche per evitare inutili calorie aggiuntive di altri tipi di bevande. E non vanno bene per idratarsi neanche té o caffè, che contengono sostanze nervine. Ma la novità è che, come indica un sondaggio reso noto nel giorni scorsi per il World Water Day 2017, gli italiani scelgono sempre più l’acqua del rubinetto: il 44% dice no alle minerali.
Quindi acqua. Circondata da tante false credenze. Non bere durante i pasti, l’acqua di rubinetto fa venire i calcoli renali, bere troppo fa ingrassare, l’acqua gassata fa male. E poi l’acqua light, come se ce ne fosse una che invece non lo è. O – vista e fotografata negli Stati Uniti – l’acqua colesterol free. «Bere durante il pasto favorisce semmai la digestione precisa Laura Rossi, specialista in Scienza dell’alimentazione al Crea – e l’acqua non fa certo ingrassare, né dimagrire. Così come non c’entrano nulla i calcoli renali, che seguono altri meccanismi di formazione. E invece il calcio dell’acqua è assorbito come quello del latte. Scegliere dunque le acque con poco calcio, o le oligominerali in genere, è incongruo e senza senso. Come scegliere un alimento impoverito ».

Quanto? Ma quanto bere? La soglia minima è di un litro e mezzo, otto bicchieri al giorno, e con le temperature in aumento e una maggiore sudorazione, anche qualcosina in più. Hanno un fabbisogno maggiore le donne in gravidanza e quelle che allattano. Soltanto chi ha gravi disfunzioni renali deve consultare il medico sulle quantità giuste. Per il resto l’intossicazione da acqua è praticamente impossibile, visto che bisognerebbe bere – puntualizza Rossi – 5 litri in 2-3 ore.

La scelta. Per la scelta dell’acqua, va benissimo l’acqua di rubinetto, che ha tanti vantaggi: è economica, comoda, sicura. E, quasi sempre, ha un sapore gradevole. Inoltre, è strettamente controllata. E probabilmente lo sarà anche di più grazie al Water Safety Plan (Wsp), un progetto pilota che prevede un maggior numero di controlli, prelievi e parametri per poter mappare i rischi e garantire quindi più sicurezza e trasparenza all’acqua del rubinetto. Wsp, in realtà, è stato introdotto dalla normativa europea e sarà presto obbligatorio in tutti gli stati. E permette – sulla base della valutazione dei rischi – di scegliere quali parametri monitorare con più frequenza, o anche come estendere la lista di sostanze da controllare in caso di preoccupazioni di salute pubblica.

L’Italia. In Italia il gruppo Cap, gestore del servizio idrico della città metropolitana di Milano, insieme all’Istituto Superiore di Sanità, è stato il primo a cominciare, con un sofisticato sistema statistico che prevede i possibili rischi, e sonde e analizzatori che controllano i parametri di potabilità in tempo reale. Superando il tradizionale sistema basato su prelievi e analisi.

L’acqua nel rubinetto. Un esempio di buona pratica che debutta ai rubinetti delle scuole di tre Comuni (Legnano, Cerro Maggiore e San Giorgio) che utilizzano l’acqua in mensa: in tutto 24 punti di erogazione. Con controlli crescenti e puntuali dall’origine, in base alle caratteristiche della falda e del territorio. «Il valore aggiunto di questo sistema – spiega Luca Lucentini, esperto Acque potabili ed interne dell’Istituto Superiore di Sanità – è che si passa a individuare il pericolo di contaminazione dall’ambiente da cui l’acqua arriva, per intercettarlo e tenerlo sotto controllo. È infatti fondamentale esaminare le criticità ambientali delle zone circostanti alla falda, per intervenire immediatamente ».

La qualità. L’85% dell’acqua che esce dai nostri rubinetti arriva da falda sotterranea. «A volte sono le stesse falde da cui attingono i produttori di acque minerali – precisa Lucentini – acque di ottima qualità. Il restante 15% arriva invece da acque di superficie, come laghi e invasi, o da dissalazione. Qualitativamente queste hanno un minor tenore di minerali e, avendo una contaminazione antropica maggiore, necessitano di trattamenti di potabilizzazione più spinti. Trattamenti chimico- fisici, come per esempio la filtrazione attraverso un letto di sabbia, che rimuovono le sostanze indesiderate. Ovviamente cambia anche il sapore, e infatti ogni città ha un’acqua di diversa composizione e gusto differente. Ma la qualità è uguale». Insomma, se vi piace il sapore dell’acqua del vostro rubinetto, non esitate a berla.

fonte: http://www.repubblica.it/salute/2017/04/15/news/io_mi_bevo_l_acqua_del_rubinetto-162724894/?ref=fbp5

ALLARMANTE – Fibre di plastica presenti nell’83% dell’acqua di rubinetto di tutto il mondo! Ecco i risultati dello studio shock…!

 

acqua di rubinetto

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

ALLARMANTE – Fibre di plastica presenti nell’83% dell’acqua di rubinetto di tutto il mondo! Ecco i risultati dello studio shock…!

Contaminazione da micro particelle di plastica è stata riscontrata nell’acqua del rubinetto nei paesi di tutto il mondo, invitando gli scienziati ad indagare sugli effetti pericolosi a lungo termine per la salute.

L’indagine è stata svolta da Orb Media, che ha analizzato 159 campioni di acqua potabile dal rubinetto provenienti da ogni continente, scoprendo che nell’83% dei casi è contaminata con fibre di plastica.

Gli Stati Uniti hanno il tasso di contaminazione più elevato, al 94%, con fibre di plastica trovate in acqua di rubinetto campionata in siti compresi gli edifici del Congresso, la sede dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e la Trump Tower a New York sede del Presidente Donald Trump. Seguono Libano e India con i tassi più alti.

Le nazioni europee tra cui il Regno Unito, la Germania e la Francia hanno avuto il tasso di contaminazione più basso, ma questo era ancora del 72%. Il numero medio di fibre presenti in ogni campione da 500 ml variava da 4.8 negli Stati Uniti a 1.9 in Europa.

Se gli studi precedenti avevano scoperto la microplastica negli oceani e all’interno del pesce che viene venduto nei supermercati, oggi sappiamo che questa plastica è anche nell’acqua del rubinetto!

L’impatto sulla salute della microplastica

«Sta impattando la fauna in modo preoccupante…come possiamo pensare che non stia impattando noi», ha osservato Sherri Mason esperta dell’università di New York che ha supervisionato l’analisi di Orb.

«Non sappiamo quale sia l’impatto sulla salute e per questo motivo dobbiamo applicare il principio di precauzione e sforzarci subito così da scoprire quali sono i veri rischi», ha dichiarato la dottoressa Anne Marie Mahon presso l’Istituto di Tecnologia di Galway-Mayo in Irlanda.

Mahon ha spiegato che ci sono due preoccupazioni principali:
1) Le particelle di plastica molto piccole ovvero le nanoparticelle. «Se ci sono le fibre di plastica, è possibile che le nanoparticelle siano anche lì e non riusciamo a misurarle», ha detto. «Una volta che sono nell’ordine di grandezza del nanometro (un milionesimo di millimetro), possono penetrare all’interno delle cellule del nostro organismo e questo significa che possono penetrare gli organi e ciò sarebbe preoccupante.»
2) Le sostanze chimiche e patogene che le microplastiche possono portare con sé. La microplastica può attirare i batteri presenti nelle acque reflue, ha dichiarato Mahon: «Alcuni studi hanno dimostrato che esistono più patogeni nocivi sulle microplastiche a valle degli impianti di trattamento delle acque reflue.»

plankton con plastica

Questo plancton, Sagitta setosa, ha mangiato una fibra di plastica blu di circa 3 mm di lunghezza. Il plancton supporta l’intera catena alimentare marina, per questo la plastica finisce poi nei pesci che mangiamo. Photograph: Richard Kirby/Courtesy of Orb Media

Microplastica anche nella birra, miele, zucchero e nell’aria di città

Le microplastiche sono note anche per contenere e assorbire sostanze chimiche tossiche e la ricerca su animali mostra che vengono rilasciate nel corpo. Il Prof Richard Thompson, dell’Università di Plymouth, nel Regno Unito, ha dichiarato: «È diventato molto chiaro che la plastica rilascerà tali sostanze chimiche e che in realtà le condizioni nell’intestino facilitano questo rilascio in maniera rapida». La sua ricerca ha dimostrato che le microplastiche sono trovato in un terzo di pesci pescati e venduti nel Regno Unito.

La scala della contaminazione di microplastica globale sta solo cominciando a diventare chiara. Gli studi in Germania hanno scoperto fibre e frammenti di plastica in tutte le 24 marche di birra che sono state testate, nonché nel miele e nello zucchero. A Parigi, nel 2015, i ricercatori hanno scoperto che la microplastica è presente nell’aria, con una stima annua di circa tre tonnellate di fibre presente anche nell’aria delle abitazioni.

Il Prof. Frank Kelly, del King’s College di Londra, ha dichiarato: «Se le respiriamo potremmo potenzialmente fornire sostanze chimiche alle parti inferiori dei nostri polmoni e magari finiscono anche nella nostra circolazione.»

Come la microplastica finisca nell’acqua potabile, per ora è un mistero per i ricercatori, ma l’atmosfera è una fonte ovvia, con fibre sparse dall’usura quotidiana di vestiti e tappeti. Le asciugatrici sono un’altra fonte potenziale, così come i pneumatici e le vernici. Ogni anno vengono prodotte quasi 300 milioni di tonnellate di plastica e, con solo il 20% riciclato o incenerito, gran parte finisce per spargersi nell’aria, nella terra e nel mare.

plastica acqua lavatrice

Un’immagine ingrandita delle microfibre di plastica presenti nell’acqua di scarico della lavatrice.. Uno studio ha scoperto che una giacca in pile può rilasciare fino a 250.000 fibre per lavaggio. Photograph: Courtesy of Rozalia Project

I depuratori non filtrano le microplastiche

Le fibre di plastica possono anche essere scaricate nei sistemi idrici, con un recente studio che individua che ogni ciclo di una lavatrice con vestiti sintetici potrebbe rilasciare 700.000 fibre nell’ambiente. Le piogge potrebbero anche spazzare l’inquinamento di microplastica, il che potrebbe spiegare perché i pozzi domestici utilizzati in Indonesia sono stati trovati contaminati.

I sistemi standard di trattamento dell’acqua non filtrano tutte le microplastiche, Mahon ha dichiarato: «Non esiste davvero dove si possa dire che questi siano intrappolati al 100%. In termini di fibre, il diametro è di 10 micron e sarebbe molto insolito trovare quel livello di filtrazione nei nostri sistemi di acqua potabile».

L’acqua in bottiglia non è un’alternativa sicura dato che sono state trovate fibre di plastica anche in alcuni campioni di acqua commerciale in bottiglia testata negli Stati Uniti da Orb.

Riferimenti. Plastic fibres found in tap water around the world, study reveals – The Guardian ; INVISIBLES. The plastic inside us – Orb Media

 

 

Tutte le fake news di Stato sull’acqua pubblica per tirare la volata alla privatizzazione, alla faccia del Referendum ed alla volontà della Gente!

acqua pubblica

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Tutte le fake news di Stato sull’acqua pubblica per tirare la volata alla privatizzazione, alla faccia del Referendum ed alla volontà della Gente!

 

Tutte le balle sull’acqua pubblica

Non è vero che gli investimenti si sono fermati. Non è vero che le perdite sono il primo problema dei servizi idrici. Non è neanche vero che il referendum sia stato nefasto. Anzi: il compromesso che ne è uscito ha reso l’Italia un Paese normale

Fonte: Aeegsi, Relazione annuale 2017

In termini di spesa pro-capite nel 2016-2019 saremo poco sopra i 50 euro di investimenti. Ancora molto sotto gli 80 euro a testa che sarebbero necessari per adeguarci alle media europea, ma in risalita. Come si legge nel Blue Book 2017 di Utilitalia, nel periodo 2014-2017, gli investimenti pianificati pro-capite sono stati di 32 euro all’anno, che salgono a 41 euro tenendo conto anche della quota di finanziamenti pubblici e contributi. Ma è una media che comprende anche il misero dato di 14 euro a testa investiti al Sud.

Figura 2. L’andamento degli investimenti nel settore idrico 2008-2019 (investimenti pro capite euro/abitante/anno)

Berardi 1

*Investimenti programmati in media annua Fonte: elaborazioni Laboratorio REF Ricerche su dati gestori, AEEGSI, ripresi da Lavoce.info

Gli investimenti dopo il picco negativo del 2012 sono raddoppiati

“Non è cambiato niente rispetto a prima del referendum”

Una delle frasi più lette, in questi giorni, è che nulla sarebbe cambiato rispetto alla legge pre-referendum, con la possibilità per i privati di continuare a intascarsi le rendite senza investire. In realtà, guardando il già citato metodo tariffario dell’Authority, si percepisce la differenza. La legge che il referendum ha abolito prevedeva una “adeguata remunerazione del capitale”. Quello che gli elettori hanno bocciato era un sistema che avrebbe assegnato agli operatori rendimenti alti (pari al 7%), senza il filtro di un’autorità indipendente. Il voto popolare si spingeva anche oltre, prevedendo di fatto l’impossibilità di remunerare gli investimenti. Ciò avrebbe comportato l’uscita dei privati e un ritorno alle gestioni pubbliche, molto oneroso per le finanze dello Stato o degli enti locali. La soluzione preferita dai governi italiani fu di estendere i poteri dell’Autorità dell’energia e il gas anche al servizio idrico e di assegnare alla nuova authority il potere di determinare la tariffa. Per arrivare a fissarla è stato creato un algoritmo la cui spiegazione occupa una sessantina di pagine. Il succo è che bisogna trovare un compromesso tra la necessità di incentivare gli investimenti e tutelare i consumatori. Il tasso di remunerazione del capitale nel settore idrico, per il periodo 2016-2019 è attorno al 5 per cento. Le tariffe, intanto, nel 2016 sono aumentate del 4,6%, nel 2017 saliranno del 3,6%, nel 2018 del 2,4% e nel 2019 dell’1,2 per cento.

Come ha riassunto un articolo di Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore dell’8 luglio, c’è un passaggio cruciale del nuovo sistema: una quota dell’aumento tariffario maggiormente legata alla spesa per investimenti scatta solo se la spesa è effettivamente realizzata e contabilizzata e non – come era con il precedente sistema – sulla base di piani di investimento. «Questa è anche la ragione dell’impennata degli investimenti – scrive Santilli -, oltre al fatto che la stabilizzazione del quadro normativo e regolatorio ha ricreato un afflusso di finanziamenti che si era interrotto nei primi anni del decennio».

Verificare che gli investimenti siano effettivamente realizzati è cruciale perché, spiega l’Aeegsi nell’ultima relazione annuale, dalle verifiche è emerso «uno scostamento tra la spesa effettiva per investimenti e il fabbisogno pianificato, portando a quantificare un tasso di realizzazione degli interventi programmati pari all’81,5% nel 2014 e al 78,2% nel 2015.

Molto altro c’è da migliorare, come introdurre un sistema di costi standard e come aumentare la quota degli introiti da tariffa destinati agli investimenti. Oggi è pari solo al 20,1 in media, ma al Sud la quota scende drammaticamente al 9,8 per cento (dati riferiti al 2015, Blue Book 2017, Utilitalia).

Nulla è cambiato rispetto alla legge abrogata dal referendum? Non è vero, perché un sistema di remunerazione fissa è stata sostituita da un sistema calcolato dall’Autorità. Che prevede, tra le altre cose, che una parte dell’aumento scatti solo se la spesa è effettivamente realizzata e contabilizzata

“Il referendum è stato tradito”

Se l’intento del referendum, rendendo impossibile la remunerazione del capitale (al di là della remunerazione precedentemente definita “adeguata”), era di portare a una nazionalizzazione (o comunque ripublicizzazione) dei servizi idrici, sicuramente si può parlare di una promessa tradita. Se però ci si attiene al piano giuridico, una sentenza del Consiglio di Stato della fine di maggio 2017 ha stabilito che il nuovo metodo tariffario messo a punto dall’Autorità per l’energia, il gas e i servizi idrici, risponde allo spirito referendario del 2011. A essere sancito è stato il fatto che la nuova tariffa non riproduce la precedente formula di una “adeguata remunerazione del capitale investito” ma si basa sul concetto di “copertura integrale dei costi” (full cost recovery). Con la sentenza è stata messa la parola fine a una serie di ricorsi che erano partiti subito dopo l’assegnazione delle competenze all’Aeegsi.

Il motivo, come hanno ricordato Donato Berardi e Samir Traini su Lavoce.info, è che la nuova tariffa sostituisce la remunerazione fissa e garantita con un costo finanziario standard che dipende dai tassi di mercato pagati da attività prive di rischio e da un premio per la rischiosità specifica degli investimenti. «La sentenza del Consiglio di Stato chiarisce che la regolamentazione indipendente è strumento di tutela degli utenti – sottolineano gli autori -. E che gli investimenti, laddove coerenti con il fabbisogno ed efficienti, vanno fatti nell’interesse delle generazioni future». Il referendum, dunque, un effetto benefico lo ha avuto, evitando che fosse reso legale una “cattura“ del bene pubblico da parte dei privati senza adeguate contropartite.

“Le perdite sono il primo problema dei servizi idrici”

Il dibattito dei giorni passati ha poi posto in evidenza solo le perdite degli acquedotti, facendo intendere che quello sia il principale problema dei servizi idrici italiani. Leggendo la relazione dell’Aeegsi viene però fuori dell’altro: tra le dieci criticità in termini di investimenti programmati, la voce “inadeguatezza delle condizioni fisiche di distribuzione” arriva solo al quarto posto. Perché? Perché la grande emergenza italiana è quella della depurazione. Le prime tre voci sono appunto l’inadeguatezza degli impianti di depurazione, la mancanza parziale o totale delle reti fognarie e l’insufficienza o assenza di trattamenti depurativi. Come ha ricordato Corrado Clinisu Linkiesta, l’Italia non ha solo tre procedure di infrazione aperte dall’Unione europea, sul tema della depurazione. Ma ha anche un utilizzo troppo limitato del riuso di acque reflue. Quanto all’inquinamento sulle coste derivante dai problemi di depurazione, i gravi danni subiti dalle spiagge abruzzesi lo scorso anno sono molto esemplificativi della necessità di interventi.

Figura 3. Criticità che evidenziano il maggiore fabbisogno di investimenti

Cause Investimenti Acqua

Fonte: Aeegsi, Relazione annuale 2017

L’Autorità per l’energia elettrica, il gas e i servizi idrici è stata chiara: la vera emergenza non sono gli acquedotti ma i depuratori

“Andrà sempre peggio”

Siamo quindi condannati a vedere peggiorare la situazione dei servizi idrici italiani? Vedremo se gli investimenti incrementati invertiranno la tendenza delle perdite nelle tubature. Il procedere dei cambiamenti climatici, però, deve farci cambiare strategia. Con le precipatazioni che si fanno più rare e violente e con la riduzione preoccupante dei ghiacciai, si tratterà di fare grandi investimenti per raccogliere l’acqua con metodi alternativi. L’appello del presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, è stato chiaro: occorre potenziare, ha spiegato, la rete di invasi sui territori, creando bacini aziendali e utilizzando anche le ex cave e le casse di espansione dei fiumi per raccogliere l’acqua piovana. Si tratterà anche, come giustamente è stato ricordato, di evitare gli sprechi in agricoltura (dove finisce il 51% dell’acqua), attraverso tecniche di irrigazione e coltivazione più sostenibili, ma anche in campo industriale e domestico.

L’acqua deve essere gestita dal pubblico? «Bisogna farsi una domanda: se non fossi nato e non sapessi quale sarà il mio ruolo nella società, in che tipo di società vorrei vivere? Alla fine, vorrei vivere in una società in cui l’acqua è usata in modo efficiente ed è disponibile per le persone che ne hanno davvero bisogno. Questo è un obiettivo. Gli strumenti possono essere però diversi»

Jean Tirole, premio Nobel per l’Economia, autore del libro “Economia del bene comune”, Mondadori 2017
fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/07/26/tutte-le-balle-sullacqua-pubblica/35027/

Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno per fare quello che potrebbero fare meglio e in modo più economico le rinnovabili! …Ma mica possiamo dare un dispiacere alle lobby di Petrolio & C.

Fonti Fossili

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno per fare quello che potrebbero fare meglio e in modo più economico le rinnovabili! …Ma mica possiamo dare un dispiacere alle lobby di Petrolio & C.

 

Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno

Passare a un approvvigionamento energetico basato sulle fonti rinnovabili permette di combattere i cambiamenti climatici e risparmiare il nostro oro blu.

In Italia dove (fortunatamente) non ci sono centrali nucleari – di gran lunga risulta le più assetate per la produzione di energia –, ci pensano quelle alimentate da fonti fossili a consumare ingenti quantità d’acqua per poter funzionare: ogni anno ne bevono 160 milioni di metri cubi di acqua, ovvero (considerando in media un consumo procapite di circa 200 litri al giorno per persona) il fabbisogno annuale d’acqua di circa 2,2 milioni di persone.

D’altronde, però, l’energia è fondamentale al funzionamento della nostra società. Come rimediare? Passando alle fonti rinnovabili: «L’emergenza acqua che sta colpendo molte Regioni italiane – spiegano oggi dall’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento – è dovuta in primis ai mutamenti climatici che sostengono una tra le più severe siccità mai registrate, ma anche alla scarsa attenzione verso un’oculata gestione delle risorse ambientali e delle materie prime. Questi fattori messi insieme stanno portando ad una vera è propria crisi ecologica e al rischio di calamità naturale. Oltre agli adeguamenti strutturali e ad una gestione più razionale, è necessario avviare una pianificazione organica di lungo termine anche nel campo dell’approvvigionamento energetico. Uno studio dell’Eea, Agenzia europea dell’ambiente, ha infatti quantificato in circa il 44% dell’acqua usata direttamente ed indirettamente in Europa la quota utilizzata negli impianti termici e nucleari, più di quanto consumato dalla somma del settore industriale e agricolo; quota equivalente al consumo annuale di circa 80 milioni di persone».

Il contesto italiano – come si evince dai dati Istat sul consumo di acqua – è diverso, con l’agricoltura che spicca come il settore in assoluto più assetato: «I prelievi di acqua effettuati nel 2012 (dove ad oggi si fermano i dati Istat, ndr) sono stati destinati per il 46,8% all’irrigazione delle coltivazioni, per il 27,8% a usi civili, per il 17,8% a usi industriali, per il 4,7% alla produzione di energia termoelettrica e per il restante 2,9% alla zootecnia».

Ciò non toglie che una maggiore diffusione delle fonti di energia rinnovabili permetterebbe da una parte di combattere efficacemente i cambiamenti climatici, dall’altra di ridurre il comunque abbondante consumo d’acqua imputabile alle fonti fossili: «Negli ultimi dieci anni, grazie all’apporto della fonte eolica nella produzione di energia elettrica nel nostro Paese – aggiungono infatti dall’Anev – si sono risparmiati circa 110 milioni di metri cubi d’acqua, equivalenti al consumo annuale di circa 1,5 milioni di persone».

 

fonte: http://www.greenreport.it/news/acqua/manca-lacqua-italia-le-fonti-fossili-ne-bevono-160-milioni-metri-cubi-lanno/

Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

multinazionali

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

Coca Cola, Pepsi e Danone stanno prosciugando il Messico. Le multinazionali, infatti, godono di speciali concessioni per lo sfruttamento delle falde acquifere, ma non sono adeguatamente controllate, e oltretutto pagano delle tasse irrisorie per questo, nonostante detengano l’82 per cento del mercato in termini di vendite totali. Un disastro ambientale, oltre che umano.

Questa la denuncia di Léo Heller, Relatore Speciale sul diritto umano all’acqua potabile e all’igiene dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che ha presentato un rapporto al quale hanno collaborato 101 organizzazioni umanitarie. Come riportano i media locali, il rapporto presentato da Heller dipinge una situazione gravissima e destinata a peggiorare, che sta impoverendo il Messico di acqua e di risorse.

Solo per citare un esempio, la Coca Cola paga 2 mila e 600 pesos per ciascuna delle 46 concessioni per il prelievo delle acque sotterranee all’anno (un totale, dunque, che non arriva a 120 mila pesos), ma solo nel 2007 ha ottenuto guadagni per 32 miliardi e 500 milioni di pesos. Anche senza conoscere il cambio e il potere di acquisto, il confronto appare piuttosto inquietante.

Heller ha poi spiegato che nel corso del 2014 l’industria mineraria ha sfruttato 437 milioni di metri cubi di acqua, sufficienti a soddisfare le esigenze dello stesso periodo di tutta la popolazione degli stati messicani Baja California, Colima, Campeche e Nayarit. Un prosciugamento senza precedenti, che calpesta tutti i diritti umani all’acqua potabile.

E questa è solo una punta di un iceberg triste e molto pericoloso: le società di estrazione mineraria godono di privilegi fiscali incomparabili che hanno dato loro la possibilità di mettere a disposizione le risorse naturali della Nazione a beneficio di pochissimi.

Le recenti riforme hanno conferito al settore minerario ed energetico carattere di pubblica utilità, rendendo l’esplorazione e l’estrazione di risorse di interesse per la Nazione e l’ordine pubblico, privilegiando queste attività rispetto a qualsiasi altra.

fonte: https://www.greenme.it/consumare/acqua/23970-multinazionali-acqua-messico