Il CETA: l’accordo commerciale che farà fallire molte altre imprese italiane. Ecco le conseguenze di questo scempio sulla vita degli italiani…!

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Il CETA: l’accordo commerciale che farà fallire molte altre imprese italiane. Ecco le conseguenze di questo scempio sulla vita degli italiani…!

Il CETA : l’accordo tra l’Unione Europea e il Canada che farà fallire molte altre imprese italiane.

Il CETA è un fax simile del TTIP, con la differenza che è un trattato di libero scambio tra UE e Canada, ma la sostanza resta la stessa.

Se siamo riusciti a scampare al TTIP non abbiamo fatto lo stesso con il CETA, il primo esce dalla porta il secondo entra dalla finestra…
Il CETA è un trattato di libro scambio tra UE e Canada, e implica la concorrenza tra le imprese europee con quelle canadesi, che in tantissimi settori sono molto più competitive. Tale concorrenza sleale metterà in seria difficoltà le nostre imprese che dovranno fare i conti anche con i prodotti canadesi importati senza dazi doganali, e che potranno quindi immessi sul mercato a prezzi difficilmente imitabili.

Il trattato infatti prevede la rapida eliminazione di quasi tutti i dazi doganali. Entro 7 anni dall’entrata in vigore non ci sara’ piu’ alcun dazio doganale sui prodotti industriali e sulla quasi totalita’ dei prodotti agricoli ed alimentari (inclusi vino ed alcolici). La soppressione dei dazi doganali non interessera’ i prodotti considerati ‘sensibili’, come la carne di bovino e di maiale canadesi esportati in Ue.

Ma non è tutto, con il CETA oltre ad essere a rischio la sopravvivenza delle piccole e medie imprese, sono a rischio la democrazia, l’ambiente, la salute dei cittadini, e persino i nostri risparmi.

Le conseguenze del CETA sulla vita degli italiani

Ecco le conseguenze di questo trattato sulla vita di tutti i cittadini:

L’AGRICOLTURA
– Il CETA permette al Canada di importare liberamente prodotti suini nel mercato europeo danneggiando così l’eccellenza europea dell’industria dei salumi e degli affettati. Nel 2014, nonostante il crollo dei prezzi nel settore europeo di carne suina, i prodotti canadesi veniva venduti a un prezzo del 25% più basso.
– Le pressioni competitive metterebbero a rischio le piccole e medie aziende a conduzione familiare.
– Il Canada è il terzo produttore mondiale di OGM e, di conseguenza, il mercato europeo sarebbe invaso da prodotti potenzialmente nocivi.

L’ECONOMIA
– La pressione della concorrenza comporterebbe la chiusura delle imprese locali e, di conseguenza, un aumento del tasso di disoccupazione.
– Il Canada è un grande produttore di grano, così come lo è l’Italia. Il basso costo del grano canadese porterebbe a una diminuzione del consumo del grano italiano. L’industria alimentare italiana ne verrebbe danneggiata.
– Alcuni settori (pensiamo alla pesca) saranno costretti a chiudere la produzione perché il Canada è molto competitivo. Questo porterebbe a un aumento della disoccupazione, e una forte migrazione della popolazione locale. Il vantaggio, però, è a favore delle multinazionali che possono permettersi economie di scala e costi di produzione più bassi.

LA SALUTE E L’AMBIENTE
 In Canada usano la ractopamina negli allevamenti dei suini (uno steroide già vietato in oltre 160 Paesi), i neonicotinoidi (pesticidi sistemici) e sin dagli Anni ’80 gli ormoni nella carne bovina.
– Il CETA elimina le barriere commerciali e, pertanto, permetterebbe al Canada, un grande produttore di sabbia bituminosa, di esportare un enorme quantità di questo prodotto dannoso per l’ambiente. La sabbia bituminosa è uno dei combustibili fossili più distruttivi per l’ambiente.
– Un aumento nel commercio transatlantico porterebbe a un aumento delle emissioni inquinanti del comparto dei trasporti.

LA DEMOCRAZIA 
– Con il CETA nascono le corti arbitrali. I governi non saranno più in grado di proteggere i propri mercati e prodotti. Le multinazionali potrebbero citare in giudizio i governi se dovessero essere imposte norme inique per i loro prodotti o restrizioni al commercio.
– Cittadini, comunità e associazioni sindacali non potrebbero più presentare ricorsi contro le imprese che violano le regole ambientali, le norme sul lavoro o sulla salute pubblica.
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Tutti i principali quotidiani esteri seguono e riportano la questione relativa all’ approvazione del CETA, sui giornali italiani invece nemmeno una breve riga a riguardo: notizia censurata.

Eppure il CETA rappresenta una minaccia per l’economia italiana e la salute dei cittadini.

Vi mostriamo QUI una intervista a riguardo rilasciata dalla famosissima attrice Kristien Pottie, molto sensibile alla questione CETA. Buona Visione

tratto da: http://www.stopeuro.org/il-ceta-laccordo-tra-lunione-europea-e-il-canada-che-fara-fallire-molte-altre-imprese-italiane/

“Nessun collegamento tra bibite gassate e obesità” – E’ il rivoluzionario risultato di uno studio finanziato dalle Lobby delle bibite gassate! Ma sono idioti loro o pensano che lo siamo noi?

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“Nessun collegamento tra bibite gassate e obesità” – E’ il rivoluzionario risultato di uno studio finanziato dalle Lobby delle bibite gassate! Ma sono idioti loro o pensano che lo siamo noi?

 

“Niente collegamenti con l’obesità”. Ma lo studio è pagato delle lobby

La rivista Annals of Internal Medicine ha pubblicato uno studio scientifico nel quale dimostra che le ricerche in cui vengono minimizzati gli effetti delle bibite zuccherate sull’uomo sono pilotate dalle lobby dello zucchero

Più di uno studio scientifico, in passato, ha cercato di dimostrare che non ci sia un chiaro collegamento tra consumo di bevande zuccherate e obesità, ma ecco che la rivista Annals of Internal Medicine smaschera cosa si nasconde dietro queste ricerche.

Annals of Internal Medicine ha dimostrato che tutti quegli studi in cui – in un certo senso – venivano supportate le bevande zuccherose, in realtà erano stati finanziati dalle grande industrie di bibite zuccherate. In parole povere, questa rivista sostiene che le ricerche in cui vengono minimizzati gli effetti delle bibite zuccherose sull’uomo sono pilotate e finanziate dalle lobby dello zucchero.

Un gruppo di ricercatori della University of California, a sostegno di questa tesi, ha esaminato 60 studi pubblicati tra il 2001 e il 2016, tutti aventi come oggetto gli effetti sul corpo umano dell’assunzione di determinate bibite. Tra questi, almeno 26 non avevano trovato una correlazione con obesità o diabete. L’autore del report, il dottor Dean Schillinger, ha poi notato che, tranne in un caso, le ricerche che non avevano scoperto alcun collegamento erano proprio quelle che erano state finanziate dall’industria delle bevande zuccherate.

“L’industria delle bevande zuccherate sembra manipolare le ricerche per avere un vantaggio economico, a spese della sanità pubblica – conclude l’autore nella ricerca -. La realtà è che siamo in guerra contro il diabete ora. E in ogni guerra si fa propaganda. Ciò che la comunità dovrebbe fare è concentrarsi sugli studi indipendenti. Se si guarda solo a questi, risulta evidente che le bevande zuccherate causino obesità e diabete”.

Come riporta l’Huffingtonpost, non è la prima volta che un simile studio conferma quelli che per molto tempo sono stati solo dei sospetti. Già qualche tempo fa, da una ricerca pubblicata sulla rivista Jama Internal Medicine, era emersa una verità sconvolgente: per più di cinquant’anni l’industria dello zucchero avrebbe pilotato le ricerche, pagando decine di scienziati in modo che sminuissero il pericoloso collegamento tra alimenti zuccherati e problemi cardiaci e spostassero l’attenzione sui grassi saturi e il colesterolo.

Con questo studio, quindi, l’Università della California non fa altro che confermare una serie di ipotesi che per anni sono state dimenticate in un cassetto e che ora, gettano dubbi su una serie di ricerche e pareri scientifici.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/lobby-dello-zucchero-finanziano-ricerche-che-minimizzano-1326171.html

Tutti i farmaci nuocciono al fegato, ma il comune PARACETAMOLO (tachipirina, per esempio) è un vero e proprio killer – Ecco gli sconvolgenti risultati di uno studio svolto a Chicago

 

 

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Tutti i farmaci nuocciono al fegato, ma il comune PARACETAMOLO (tachipirina, per esempio) è un vero e proprio killer – Ecco gli sconvolgenti risultati di uno studio svolto a Chicago

Come sappiamo l’ abuso di qualsiasi farmaco nuoce al fegato, ma ce ne sono alcuni che contengono il paracetamolo, un principio attivo che lo distrugge, e vanno usati con molta più prudenza degli altri!Ecco quali sono

Il paracetamolo è il farmaco più utilizzato, per curare un leggero mal di testa, un semplice raffreddore, febbre o dolori di varia natura. Ma si possono correre gravi rischi. Un sovradosaggio di paracetamolo infatti è la principale causa di insufficienza epatica acuta in Occidente, che registra un quinto di tutte le morti per overdose accidentale di paracetamolo-correlati.

L’allarme arriva da uno studio di Chicago presentato a Boston nel corso del congresso dell’Associazione americana per lo studio delle malattie epatiche (American Association for the Study of Liver Diseases – AASLD). L’uso quindi non intenzionale di assumere oppioidi con paracetamolo con altri analgesici contenenti sempre questo farmaco provoca una epatotossicità, una epatite tossica, fenomeno purtroppo sempre più recente e spesso motivo di ritiro dal commercio di medicinali. Inoltre una overdose da paracetamolo e’ difficile da riconoscere.

E’ fondamentale quindi che il paziente sia sempre più consapevole dei rischi causati da mix di farmaci ma per questo è necessario – suggerisce lo studio – una maggiore chiarezza nelle etichette degli stessi medicinali abolendo le abbreviazioni dei farmaci, nel caso del paracetamolo la sigla APAP o ACET e stabilire un costante confronto con il proprio farmacista per un aiuto sempre più chiaro.

Lo studio ha reclutato 249 pazienti al momento della dimissione da un reparto di emergenza a Chicago o in una farmacia ambulatoriale in Atlanta. Per 4 giorni i partecipanti hanno tenuto un diario su tutti i farmaci assunti, compresi quelli da banco (OTC), senza prescrizione medica. Il 10,8% dei pazienti ha riferito di assumere lo stesso giorno piu’ medicinali contenenti paracetamolo. La maggioranza di questi, il 74,1% ha assunto paracetamolo insieme agli analgesici. L’1,6% ha inoltre superato la dose consigliata giornaliera di paracetamolo (4 grammi). E nell’87,3% delle prescrizioni, il paracetamolo è indicato solo con la sua sigla, APAP o ACET.

Il paracetamolo è contenuto in molti farmaci antinfluenzali, eccone alcuni: Tachipirina, Efferalgan, Zerinol, Vicks Medinait, Actigrip e Tachifluidec.

Fonte : http://www.retenews24.it/rtn24/salute-2/medicinali-il-paracetamolo-primo-nemico-del-fegato/

Morbo di Morgellons, la malattia delle scie chimiche di cui nessuno parla!!

Morbo di Morgellons

 

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Morbo di Morgellons, la malattia delle scie chimiche di cui nessuno parla!!

 

Colpisce nel mondo migliaia di persone, ma per la comunità scientifica è solo allucinazione, smart dust ipotesi recente.Poco meno di un mese fa la nota cantautrice canade se Joni Mitchell è stata trovata svenuta in casa.
Soccorsa, ha affermato che la causa del malore va ricercata nel morbo di Morgellons, di cui soffre. Cos’è questa malattia che la comunità scientifica non riconosce? Il morbo di Morgellons è il nome dato dall’americana Mary Leitao nel 2002 ad uno stato molto doloroso e ben preciso che colpisce l’organismo umano e in particolare la cute. La comunità scientifica ufficiale respinge l’esistenza del morbo di Morgellons come una malattia reale, ma tenta di addebitare tutti i sintomi ad uno stato allucinatorio, una fantasia. La chiama infatti “parassitosi allucinatoria.Tutti i sintomi del morbo di Morgellons, dal prurito alle lesioni alla presenza di fibre di origine non umana Mary Leitao ha iniziato a fare ricerche e studi sul fenomeno dopo che il figlio di due anni aveva iniziato a soffrire per delle piaghe e per formicolii cutanei. La Leitao, laureata in biologia e tecnico di laboratorio, esaminò le piaghe del figlio trovandovi delle fibre di origine sconosciuta. Nessuno dei medici ai quali il bambino fu fatto vedere seppe dare una spiegazione. Ad oggi, i sintomi più diffusi consistono in prurito, formicolio, fibre sotto pelle, lesioni persistenti nella pelle. Difficile bollare questo fenomeno come un’allucinazione, dato che colpisce moltissime persone nel mondo, dato che i sintomi si ripetono uguali e dato che la comunità scientifica non sa trovare spiegazioni valide. La ricerca del Center for Disease Control: tante spiegazioni, nessuna risposta La fondazione per la ricerca sul Morgellons creata dalla Leitao ha fatto così tante pressioni sul congresso americano che è riuscita a far incaricare nel 2008 il Centro per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione (CDC) di effettuare ulteriori indagini. Le conclusioni del CDC sono state a dir poco inconcludenti. Un danno causato dal sole l’ipotesi più probabile, associato ad un impulso cronico a grattarsi insieme all’uso di droghe e allucinazioni. Molto più seriamente la questione è stata affrontata da altri ricercatori, tra i quali Randy Wymore della Oklahoma State University’s Center for Health Sciences di Tulsa. Wymore fece analizzare le fibre raccolte sulla pelle dei malati, comparandole con un database di oltre 90 mila composti, senza riuscire a trovare nulla di simile. L’ipotesi dello smart dust, nano particelle che cadono dal cielo Da più parti arriva l’ipotesi dello smart dust, “polvere intelligente”. Il neurologo Edward Spencer del Barkley City Council parla di pulviscolo di ricaduta aerotrasportato. Anche i filamenti di ricaduta che piovono dal cielo dopo il passaggio di aerei che lasciano in aria innegabili e visibili scie bianche (le cosiddette scie chimiche) sono al centro dell’attenzione dei ricercatori e degli studi più recenti. Richard Fagerlund, entomologo, nota come la malattia stia raggiungendo proporzioni epidemiche ed esclude che si possa parlare di allucinazione per tutti i malati. Parla infatti di sostanze inquinanti, in particolare pesticidi, trovati proprio in quelle ricadute dal cielo.

L’insaziabile avidità che uccide: il modello di business di Big Pharma

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L’insaziabile avidità che uccide: il modello di business di Big Pharma

Le grandi case farmaceutiche negli Usa sostengono che gli alti profitti ottenuti con prezzi alti dei farmaci servono a finanziare le ricerche innovative volte a salvare vite umane. In realtà quei proventi vengono utilizzati per comprare azioni delle stesse società, mentre viene ristretto l’accesso ai farmaci e si pongono freni all’innovazione. La multinazionale Big Pharma giustifica questo nell’investimento in innovazione per produrre medicine per migliorare la qualità della nostra vita, ma è solo teoria. Stamani al Festival dell’Economia di Trento, l’economista William Lazonick, ha affrontato questo tema spiegando il settore farmaceutico statunitense e presentando la sua teoria basata sull’impresa innovativa che torna ad essere comunità, dove capitale e lavoro si mescolano per produrre beni e servizi.

Roberto Mania, giornalista di Repubblica, ha introdotto la lezione del professor William Lazonick, economista dell’Università del Massachusetts a Lowell, illustrando come negli anni, durante la cavalcata dell’ideologia liberista, sia mancato un pensiero critico, una voce alternativa. Abbiamo assistito alla disgregazione sociale, alla nascita delle disuguaglianze, al cambiamento delle periferie del mondo, alla perdita di ruolo delle classi sociali, al declino della classe media in Europa e negli Stati Uniti. In questo scenario Lazonick è stato una voce critica, ancora in tempi non sospetti, e comprendendo che quel capitalismo finanziario aveva una visione corta, senza futuro, è approdato alla teoria dell’impresa innovativa per ricomporre i cocci di un capitalismo senza un ruolo. Il suo percorso intellettuale si basa sull’idea dell’impresa innovativa che torna ad essere comunità, con una funzione comunitaria, che mescola capitale e lavoro per produrre beni e servizi.
William Lazonick oggi si è concentrato sul settore farmaceutico statunitense nel quale è viva una discussione su come vengono utilizzati i profitti dei farmaci. In tutti settori può accadere che i profitti ottenuti da alcune industrie servano ad acquistare azioni delle società stesse, ma a questo modello si sono adeguate anche le case farmaceutiche: anche se sostengono che gli alti profitti ottenuti con prezzi alti dei farmaci servono a finanziare le ricerche innovative volte a salvare vite umane, in realtà quei proventi vengono utilizzati per comprare azioni delle stesse società, mentre viene ristretto l’accesso ai farmaci e si pongono freni all’innovazione. Negli Stati Uniti le medicine costano il doppio. Big Pharma giustifica questo nell’investimento in innovazione per produrre medicine per migliorare la qualità della nostra vita. In realtà negli Stati Uniti le multinazionali come Big Pharma non sviluppano più nuovi farmaci ma acquisiscono altre aziende farmaceutiche che brevettano farmaci; ci sono poi le aziende della New Economy, che presentano un approccio più speculativo, ovvero hanno sviluppato farmaci a maggiore diffusione, a poco prezzo, e giocando sulla quantità e grazie ai finanziamenti pubblici per le start up, non solo hanno guadagnato parecchio, ma hanno capito che potevano guadagnare ancora di più senza sviluppare nuovi farmaci.
E’ Medici Senza Frontiere che lancia l’allarme, affermando che i farmaci necessari non vengono prodotti perché le aziende si concentrano su quelli che fanno guadagnare di più. Addirittura alcune aziende producono farmaci nocivi, con una avidità rapace e assassina per soddisfare gli assurdi compensi dei top manager (cifre inimmaginabili) invece che investire per produrre farmaci dedicati alla salute globale. Questo atteggiamento predatorio è basato quindi su una azione che si sofferma sugli effetti azionari invece che su quelli benefici, contraria all’obiettivo virtuoso di avere un prodotto di qualità ad un prezzo più basso.
Il professor Lazonick ha parlato della sua teoria incardinata sul processo innovativo definendolo incerto collettivo e cumulativo, ovvero dal futuro imprevedibile, che coinvolge una pluralità di soggetti e che richiede del tempo. E’ inutile negare che le aziende che sposano questo progetto si trovano spesso in difficoltà a causa del costo elevato dell’innovazione, ma nel momento in cui si raggiunge un prodotto di qualità, l’orizzonte è quello di ammortizzare i costi fissi. Quando si parla di innovazione in questo senso, è bene specificare che non si intendono solo investimenti nelle attrezzature ma soprattutto nelle risorse umane. Questo ha un effetto positivo per tutti gli stakeholder, compresi i consumatori.

fonte: https://www.trentinosalute.net/Notizie/L-insaziabile-avidita-che-uccide-il-modello-di-business-del-Big-Pharma

 

L’oncologa Patrizia Paterlini, grazie al suo test, riesce ad individuare il tumore almeno 4 anni prima che si manifesti. Il test è già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, ma in Italia quasi non se ne parla!

 

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L’oncologa Patrizia Paterlini, grazie al suo test, riesce ad individuare il tumore  almeno 4 anni prima che si manifesti. Il test è già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, ma in Italia quasi non se ne parla!

 

Ve ne avevamo già parlato:

L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopro i tumori prima che nascano”

 

Un tumore si può individuare 4 anni prima che si manifesti

L’oncologa Patrizia Paterlini Bréchot dirige il centro Inserm a Parigi, ma grazie al suo test, già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo e presentato all’Istituto SDN, riesce ad osservare la presenza di cellule neoplastiche, almeno 4 anni prima che si manifesti la malattia.

Non a caso in Italia non se ne è più parlato, ma in Francia la dottoressa Paterlini Bréchot, continua la sua ricerca portando avanti il test che sarà di conseguenza commercializzato, ma non in Italia.

Scoprire la presenza di un tumore quattro anni prima che si manifesti. Grazie a una analisi di laboratorio messa a punto dall’oncologa Patrizia Paterlini Bréchot, a Parigi, dove dirige l’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche médicale) all’Université Descartes, è già possibile da oggi far diagnosi di cancro in netto anticipo rispetto a Tac, Pet e Risonanza.

Il test, già utilizzato in 20 centri in tutto il mondo, è stato presentato ufficialmente, prima volta in Italia, all’Istituto Sdn, nell’ambito del ciclo di incontri “L’infor-mazione al servizio della salute”, ideato dal direttore scientifico Marco Salvatore. La scienziata, emiliana di nascita e da 25 anni in Francia, spiega al quotidiano “La Repubblica” lo stato dell’arte, le possibili applicazioni e gli sviluppi della ricerca sul test Iset (Isolation by Size of Tumor Cells).

Un test che entro «pochi mesi sarà commercializzato in Francia». «L’obbiettivo da cui siamo partiti», premette la docente di biologia, «era ed è far diminuire in modo massivo la mortalità per cancro. I pazienti non muoiono per il tumore primitivo che li ha colpiti ma per le metastasi.

Le cellule neoplastiche sono nel sangue per anni, prima di andare a proliferare in altri organi e formare metastasi. Ed è questa la finestra in cui era necessario intervenire». Un gap spazio temporale durante il quale le tecniche di imaging, non sono in grado di “vedere” cellule delle dimensioni di un millimetro. A differenza del test, sicuro e al riparo da falsi positivi e falsi negativi. L’ostacolo è che queste minuscole cellule, precisa la Paterlini, sono rarissime, «nell’ordine di una per millilitro di sangue. Che vuol dire, in media, una mescolata a 5 miliardi di globuli rossi e a 10 milioni di globuli bianchi. È come individuare su tutta la terra, una persona tra i sette miliardi della popolazione mondiale».

La ricerca, dopo avere escluso la possibilità di isolare le cellule tumorali con anticorpi o mezzi molecolari, ha sfruttato un elemento fisico, la taglia. «Nel nostro studio il nodulo è diventato visibile in cinque pazienti, da uno a quattro anni dopo l’identificazione delle cellule tumorali nel sangue attraverso il test», continua la scienziata.

«Per il tumore al seno, ad esempio, si sa che l’invasione neoplastica comincia 5, 6 anni prima della diagnosi per immagini, ecco, in quest’arco di tempo è possibile adesso identificare il tumore. Purtroppo, per ora, il test ci informa sulla presenza di cellule tumorali ma non da quale organo derivano». A usufruirne per primi, in Francia, saranno i pazienti già colpiti da neoplasia.

In questo modo potranno sapere con largo anticipo se svilupperanno negli anni successivi una recidiva e, quindi, combatterla prima che si manifesti. Una volta scoperte le cellule tumorali, infatti, i pazienti potranno essere trattati con un farmaco e capire entro qualche settimana se la terapia praticata fa effetto o meno».

Guardate il primo ed ultimo servizio andato in onda sulla Rai- TGR, dedicato al test dell’Oncologa Patrizia Paterlini Bréchot.

 

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MOSTRUOSO MA VERO – Ex manager dichiara: “Alle Case farmaceutiche non importa guarirvi. Voi non siete pazienti, siete consumatori”

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MOSTRUOSO MA VERO – Ex manager dichiara: “Alle Case farmaceutiche non importa guarirvi. Voi non siete pazienti, siete consumatori”

«Ho speso 35 anni della mia vita lavorando nell’industria farmaceutica … e loro non fanno altro che annientare la popolazione di questo mondo … perché lo fanno? Perché vogliono fare soldi, soldi, soldi … A loro non importa della vostra vita, a loro importa solo del loro portafogli … Non sono interessati a curare nessuna delle vostre malattie: tutt’altro. Sono interessati a farvi prendere NUOVE malattie … Voi per loro non siete pazienti. Siete consumatori.»
Chi parla è John Rengen Virapen, ex rappresentante di commercio per la filiale Eli Lilly & Co, uno dei colossi farmaceutici mondiali che compongono la Big Pharma. Virapen non è un santo, ma un pentito. La sua testimonianza è visibile su un video diffuso da Youtube (che è in fondo all’articolo), un estratto dal Convegno AZK che si tenne in Germania nel maggio 2009. Un anno dopo, lo stesso Virapen pubblicò un libro per raccontare nel dettaglio i meccanismi che stanno alla base del mercato dei medicinali. Il libro si titola “Side effects: Death. Confessions of a Pharma-Insider” (“Effetti collaterali: morte. Confessioni di un membro interno della Pharma”) ed e disponibile anche su Amazon.
Nel libro, Virapen si sofferma a lungo nel raccontare il caso “Prozac”.
«Io ho corrotto il governo svedese per ottenere l’autorizzazione a vendere il Prozac in Svezia. E la Svezia ha il Premio Nobel per la Medicina. E così l’evento è stato un esempio per gli altri paesi. Perché l’ho fatto? Perché la società mi disse che la mia carriera professionale avrebbe potuto dipendere da questo…»
Nato in Guyana (Sud America) da genitori indiani, nel 1960 Virapen emigrò in Europa, affamato e senza casa. Presto si trasferì in Svezia, mosso dall’amore per una donna che incontrò nei suoi viaggi. E lì ottenne un lavoro come rappresentate di commercio per la Eli & Co. Virapen contattava i medici locali, li corrompeva con piccoli regali e li incoraggiava a prescrivere farmaci della sua azienda. Così iniziò la sua scalata professionale alla Lilli & Co, di promozione in promozione, fino a diventarne un dirigente. Oggi Virapen è in pensione e – reo confesso – punta il dito sul sistema, denunciando il meccanismo che muove tutto il mercato delle industrie farmaceutiche. Secondo l’ex dirigente, le lobby farmaceutiche hanno il solo scopo di fare sentire le persone malate e di proporre loro nuovi farmaci.
Non sappiamo cosa abbia mosso Virapen a una denuncia tanto trasparente, tuttavia la sua non è una voce isolata.
Gli effetti collaterali sono alla base della medicina allopatica e, come abbiamo già spiegato più volte in questo blog, sono sempre presenti. E così il paziente che prende un antinfiammatorio per curare un dolore muscolare, danneggia inevitabilmente il suo stomaco, poiché i FANS agiscono bloccando la produzione di prostaglandine, una proteina che viene secreta nel corpo in caso di infiammazione ma che, allo stesso tempo, è sempre presente a livello della mucosa gastrica con lo scopo di proteggere lo stomaco.
Le terapie sintomatiche, come accusa Virapen, sfruttano gli effetti collaterali per creare dipendenza dai farmaci. Il paziente guarisce da una malattia, ma poi ne manifesta un’altra. E allora torna a rivolgersi dal medico.
Come si potrebbe evitare tutto questo?
Il nostro corpo in realtà è una macchina perfetta che ha già dentro di sé tutte le risorse per auto-guarirsi. Qualsiasi medicina prendiamo, alla fine è il nostro sistema immunitario che ci permette di recuperare la nostra salute. Infatti ogni sostanza non è altro che un informazione che diamo al nostro corpo affinché esso compia un comando. Il sistema immunitario legge l’informazione e provvede ad auto-rigenerarsi. Prima della medicina farmaceutica, l’uomo si curava riequilibrando le informazioni del proprio corpo in diversi modi. Nel libro The Healing Code, il dottor Alexander Loyd spiega che la storia dell’uomo può essere divisa in cinque “età” della guarigione: preghiera, fitoterapia, farmaci, chirurgia ed energia.

La preghiera è stato il primo modo con cui l’uomo cominciò a comunicare con il suo inconscio, che è la parte della nostra mente che regola tutte le nostre funzioni biologiche. Poi la fitoterapia sfruttò le informazioni di determinate piante o minerali o vitamine; successivamente si sviluppo la farmacia, che cura attraverso la somministrazione di sostanze chimiche (le quali, però, hanno sempre effetti collaterali); infine è arrivata la chirurgia, che “rimuove” il problema attraverso un intervento operatorio.

E l’energia?

L’energia è l’ultima frontiera della medicina, quella che il dottor Giuseppe Genovesi, presidente dello PNEI, ha già definito la Medicina Moderna. Essa si sviluppa in seguito alle scoperte della Fisica Quantistica, da Albert Einstein in avanti, ma in realtà fonda le sue origini in tempi molto più antichi: la medicina tradizionale cinese, infatti, già seimila anni fa curava riequilibrando i flussi di energia nel nostro corpo attraverso l’agopuntura o i cinque elementi.
Oggi, il Metodo RQI del dr. Marco Fincati attinge al sapere antico e lo fonde con quello più recente, basandosi su un modus operandi scientifico e, quindi, riproducibile da chiunque. Se il nostro corpo ha già tutte le risorse per auto-star-bene, tutto quello che ci serve per la nostra salute è maggiore consapevolezza in quello che siamo. E allora saremo davvero liberi dal sistema, dai farmaci e dai loro effetti collaterali.
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Il Prof. Joseph L. Biederman, luminare della psichiatria, confessa “approvavo psicofarmaci ai bambini con test fasulli. Mi pagavano le Big Pharma”!

 

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Il Prof. Joseph L. Biederman, luminare della psichiatria, confessa “approvavo psicofarmaci ai bambini con test fasulli. Mi pagavano le Big Pharma”!

DENUNCIATO UNO DEI MASSIMI SPONSOR SCIENTIFICI DELLA SOMMINISTRAZIONE DI PSICOFARMACI AI BAMBINI: ERA A LIBRO PAGA DELLE MULTINAZIONALI DEL FARMACO

UN ALTRO SCANDALO TRA MEDICI E CASE FARMACEUTICHE

Il Prof. Joseph L. Biederman, professore di psichiatria presso la Harvard Medical School e direttore dell’Istituto di Psicofarmacologia pediatrica presso il Massachusetts General Hospital di Harvard, uno dei più autorevoli sostenitori al mondo della terapia a base di psicofarmaci sui bambini per problemi della Condotta e Deficit di Attenzione ed Iperattività (ADHD), è a libro paga di una multinazionale farmaceutica.
GRAZIE A LUI BAMBINI IN TUTTO IL MONDO PRENDONO QUESTI PSICOFARMACI
A lui si deve in larga misura se a bambini di due anni è stata fatta diagnosi didisturbo bipolare e se sono stati trattati con un potente cocktail di farmaci,molti dei quali mai approvati per tale patologia dalla Food and Drug Administration (FDA) e nessuno dei quali autorizzato per minori di dieci anni.
L’esperto, sui cui lavori scientifici si basano anche in Italia molte strategie terapeutiche sui minoripubblicava studi clinici in teoria ‘indipendenti’ sull’efficacia dei farmaci, e contemporaneamente incassava denaro per consulenze private da parte dei produttori dei farmaci.
DENUNCIA DEL NEW YORK TIMES

L’autorevole quotidiano americano New York Times ha diffuso la notizia secondo la quale il Dott. Joseph Biederman, uno dei massimi esperti mondiali sul disturbo bipolare, aveva presentato i risultati dei propri trials clinici sull’efficacia del Risperidone a esponenti della Johnson & Johnson, azienda produttrice dell’antipsicotico ‘Risperdal’, prima ancora di iniziarli.

L’esperto, che ha redatto molte delle linee guida a livello internazionale che regolano la somministrazione di antipsicotici ai bambini, utilizzati anche su bambini iperattivi e distratti, citava apertamente e con certezza – in via anticipata – il fatto che le sperimentazioni di questa molecola sui minori avrebbero dato esito positivo.

Gli inquirenti hanno inoltre esibito email e documenti interni della multinazionale farmaceutica che dimostrano come la società intendesse servirsi del suo rapporto privilegiato con il dottor Biederman per aumentare le vendite degli psicofarmaci, incluso il famoso ‘Concerta’ (metilfenidato, stesso principio attivo del Ritalin), psicofarmaco per la sindrome “ADHD” (Iperattività e Deficit di Attenzione), con studi pilotati atti a ridimensionare i pericoli di effetti collaterali sui piccoli pazienti.
Il medico, che è al centro di una vera e propria bufera mediatica e giudiziaria, anche per non aver saputo spiegare in modo convincente la provenienza di ingenti somme in dollari sui propri conti bancari personali, ha tardivamente redatto una lettera di scuse e di assunzione di responsabilità, firmata con altri due colleghi coinvolti nell’inchiesta, che sta circolando in ambiente medico.

14 MILIONI DI BAMBINI SOTTO PSICOFARMACI NEGLI USA E SI COMINCIA ANCHE IN ITALIA

Come afferma Andrea Bertaglio autore di Medicina Ribelle. Prima la salute poi il profitto “Dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti, negli Stati Uniti, il numero delle malattie psichiche diagnosticate è passato da 26 a 395, e ormai ai bambini si danno psicofarmaci come caramelle. Oltreoceano hanno superato l’impressionante numero di14 milioni quelli in terapia con psicofarmaci per il controllo delle più svariate sindromi del comportamento: dal miglioramento delle performance scolastiche, al controllo dell’iperattività sui banchi di scuola, alle lievi depressioni adolescenziali. E non è un problema solo americano. In Germania sono stati rilasciati lo scorso anno i dati dei bambini diagnosticati iperattivi e quindi probabilmente destinati a terapie farmacologiche: sono 750.000. In Francia, invece, quasi il 12% dei bimbi inizia la scuola elementare avendo già assunto una pastiglia di psicofarmaco. Vi sembra normale?

LE MULTINAZIONALI GUADAGNANO 150.000 DOLLARI AL MINUTO CON GLI PSICOFARMACI

Il Big Pharma (l’appellativo dato all’industria farmaceutica) impiega un terzo dei ricavi e un terzo del personale per collocare nuovi medicinali sul mercato. Solo negli Stati Uniti, tra il 1996 e il 2001 il numero dei venditori di farmaci è cresciuto del 110%, passando da 42.000 a 88.000 agenti. Non solo, per promuovere i suoi nuovi prodotti questo settore spende ogni anno da 8000 a 13.000 euro per ogni singolo medico. Per quanto riguarda la vendita di psicofarmaci, visto che ne abbiamo parlato poco fa, secondo alcune stime i loro produttori hanno una fetta di mercato da cui incassano 80 miliardi di dollari ogni anno: sono più di 150.000 dollari al minuto.
Domandiamoci se veramente questi medicinali hanno fatto o stanno facendo bene ai nostri bambini. E fare bene non significa anestetizzare.

FONTE 

Correva l’anno 2012 – in un’intervista per Repubblica veniva chiesto prof. Antonio Giordano, noto oncologo, se era possibile somministrare in breve tempo 12-13 vaccini a MILITARI. Risposta: un SUICIDIO. E parliamo di Ragazzotti grandi e robusti… Capito sig.ra Lorenzin?

 

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Correva l’anno 2012 – in un’intervista per Repubblica veniva chiesto prof. Antonio Giordano, noto oncologo, se era possibile somministrare in breve tempo 12-13 vaccini a MILITARI. Risposta: un SUICIDIO. E parliamo di Ragazzotti grandi e robusti… Capito sig.ra Lorenzin?

Repubblica: «12 vaccini insieme sono un suicidio per i militari». E la Lorenzin vuole farli ai neonati VIDEO

Da Daniele

«Se venisse da lei un militare e le chiedesse un consiglio: se fare nel giro di un mese, dodici, tredici vaccini insieme, oppure no, lei che gli consiglierebbe?»

Inizia così l’intervista di Vittoria Iacovella per Repubblica, in un filmato pubblicato circa cinque anni fa. A rispondere è il professor Antonio Giordano: «Gli direi che andrebbe incontro a un suicidio».

Chi è il professor Giordano? Potete scoprirlo su Wikipedia: «è un oncologo, patologo, genetista, ricercatore, professore universitario italiano naturalizzato statunitense. Direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine di Philadelphia, presidente del Comitato Scientifico della Human Health Foundation Onlus, e professore di Anatomia e Istoloigia Patologica presso il Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Neuroscienze, presso il Laboratorio di Tecnologie Biomediche ed Oncologia Sperimentale dell’Università di Siena».

La giornalista chiede: «È vero o no che i vaccini, se fatti in modo ravvicinato, se fatti su soggetti che non hanno subito un’adeguata anamnesi, possono portare a malattie gravi?»

Giordano risponde: «È vero: il vaccino non può essere dato così alla cieca a tutti i militari. Ci dev’essere realmente uno studio attento del soggetto a cui bisogna somministrare il vaccino».

Se questo vale per i militari grandi e grossi, quanto più dovrà valere per i neonati. Se per un militare è un suicidio sottoporsi a dodici vaccinazioni in un periodo di tempo ravvicinato, cosa dobbiamo pensare di un Ministro e un di Governo che vogliono sottoporre i neonati a dodici vaccinazioni obbligatorie?
Se servono studi attenti per i militari a cui bisogna somministrare il vaccino, che possano evitare reazioni avverse, cosa dobbiamo pensare di un Governo e di un Ministro che ci raccontano che non sono necessari esami prevaccinali sui neonati?
Puoi vedere il video dell’intervista qui:

Gino Strada: «Il Califfato non produce mine antiuomo, gliele vendiamo noi»…!

 

Gino Strada

 

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Gino Strada: «Il Califfato non produce mine antiuomo, gliele vendiamo noi»…!

Il fondatore di Emergency: «L’80-90% delle armi sono prodotte dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». E poi si esprime contro la “privatizzazione” del sistema sanitario nazionale in Italia

«Che la gente scappi da un Medio Oriente in fiamme è normale, scapperei anch’io se non potessi mandare i miei figli a scuola e se non avessi cibo a sufficienza. Per non parlare del problema disoccupazione. L’istinto di sopravvivenza ci spinge a cercare situazioni meno drammatiche, ma spesso bisogna confrontarsi con l’intolleranza e il razzismo». Inizia così, commentando l’emergenza umanitaria in Europa, la chiacchierata con Gino Strada. Lo raggiungo nella sede milanese di Emergency, di ritorno dal Festivaletteratura di Mantovadove Gino Strada ha parlato dell’epidemia di Ebola in Africa.

Quali sono state le difficoltà incontrate nell’affrontare ebola?
Ebola ha una sua specificità, nel senso che era sconosciuta agli esperti di malattie cliniche, a conoscerla erano solo gli esperti e non i clinici. Il problema grave, gravissimo, è stato il ritardo nella risposta: purtroppo nessuno era preparato all’epidemia che non è stata affrontata con risorse adeguate.

Passiamo all’Afghanistan: come procede il lavoro di Emergency?
Purtroppo, ogni mese raggiungiamo un nuovo record perché il numero di feriti è in aumento e va di pari passo con l’incremento delle attività militari. Per la popolazione la guerra è un disastro. Potrei dire che sono soddisfatto del nostro lavoro, ma sarebbe cinico perché tutto quello che facciamo è direttamente legato alla sofferenza degli afgani.

Avete organizzato attività di formazione di operatori locali?
La formazione degli operatori locali esiste da anni, anche se la responsabilità delle attività è tuttora in mano a medici e infermieri internazionali.

Spostiamoci in Iraq: come procedono le vostre attività?
In Iraq abbiamo aperto cinque cliniche in cinque campi profughi. Lavoriamo sia con gli sfollati, ovvero con iracheni obbligati a lasciare le loro case, sia con i rifugiati siriani. Di fatto, abbiamo curato 75mila persone.

Buona parte dei problemi che Emergency si trova ad affrontare, soprattutto in Afghanistan, è dovuto alle mine. Mine prodotte anche da imprese italiane. Si può fare qualcosa per convincere queste imprese a convertirsi ad altri prodotti, o è una ingenuità?
Si può fare, anni fa avevamo dato avvio a una campagna contro le mine antiuomo e nel giro di tre mesi avevamo ottenuto una moratoria e successivamente la loro messa al bando. La cosa curiosa è che nel Califfato non esistono fabbriche di mine antiuomo, e nemmeno in Mali. Qualcuno gliele vende! L’80-90 percento delle armi sono prodotte dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Alla faccia della sicurezza! I cinque membri permanente del Consiglio di Sicurezza sono degli armaioli!

Le guerre in Medio Oriente sono in parte dovute a fenomeni locali, in parte all’ingerenza occidentale. L’opinione pubblica europea può fare qualcosa per la pace in Medio Oriente, oppure è fatica sprecata?
L’opinione pubblica europea deve scendere in piazza e protestare perché non possiamo aspettarci che siano i nostri governi a risolvere i problemi laddove sono stati questi stessi governi a scatenare le guerre. In altri termini, sono stati i governi europei a scegliere la guerra come modalità per gestire i problemi. Le crisi umanitarie di oggi sono il frutto delle politiche dell’Europa e degli Stati Uniti negli ultimi 15-20 anni. Nel 2003, in occasione dell’ultima guerra scatenata in Iraq, Emergency aveva lanciato l’appello “Fuori l’Italia dalla guerra” perché “se non stiamo fuori dalla guerra finiremo per avere la guerra in casa”. Per anni l’Italia ha mancato di sensibilità e di intelligenza politica, ricordo quando si discuteva se per tenere fuori gli stranieri fosse meglio la Legge Bossi-Fini oppure la Turco-Napolitano.

Veniamo all’Italia: come si può fermare la trasformazione da ospedali pubblici in aziende, e quindi la ricerca del profitto come obiettivo primario della sanità?
La sanità dovrebbe essere compito della politica, al pari dell’istruzione, e non dovrebbe essere consentito un profitto perché il profitto toglie risorse a quella che è un’esigenza condivisa: tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di cure. Ogni euro di budget che va in profitto è un euro in meno per la cura di tutti. Purtroppo la politica non è consapevole di questa esigenza, o fa finta di non capire, e va in direzione opposta con la complicità della classe medica. Se una volta la sanità italiana era di ottima qualità, oggi rischia di essere smantellata. È importante tornare a strutture senza profitto, dove si spende quanto necessario. Oggi la qualità della sanità italiana è diminuita e molte persone non vi hanno accesso perché devono pagare e non possono permetterselo. Di fatto, questa è una forma di discriminazione.

Emergency ha strutture anche in Italia: quali sono i bisogni sanitari delle persone che si rivolgono a voi anziché al Sistema Sanitario Nazionale?
Sono bisogni diversi: persone che ci chiedono di pagare il ticket, altre che hanno problemi di medicina interna, questioni odontoiatriche. Un rapporto Censis stima che siano 10 milioni le persone che non hanno accesso al Sistema Sanitario Nazionale.

Parliamo di Emergency: quali sono le vostre difficoltà maggiori?
I progetti su cui siamo impegnati aumentano in modo esponenziale, non abbiamo risorse a sufficienza in termini economici e di personale.

Che cosa fate per rendere trasparenti le vostre attività?
Pubblichiamo sui quotidiani i nostri bilanci, disponibili on-line da sempre, anche quando non era prescritto. Dobbiamo essere trasparenti perché quello che facciamo è reso possibile dal denaro che ci danno i donatori.

Quanto sono coinvolte le popolazioni servite per capire le priorità?
Le priorità sono abbastanza evidenti, nei diversi paesi. Pensiamo all’Afghanistan e alla necessità di una maternità più sicura. Nel Panshir al momento gestiamo 6mila parti l’anno ma stiamo raddoppiando i letti. A conti fatti, abbiamo raggiunto (e siamo tra i pochi) gli obiettivi di sanità del Millennium stabiliti dall’OMS.

Negli anni avete elaborato una strategia di alleanze per accrescere la portata dell’azione di Emergency?
Non abbiamo alleanze particolari. Può capitare di collaborare con altri, in qualche frangente. Ma il nostro lavoro è specifico, non lo fanno tutti.

Emergency potrebbe continuare a esistere anche senza di lei, Gino Strada, se lei dovesse rivolgere l’attenzione ad altro?
Assolutamente sì, Emergency non è Gino Strada ma sono tante persone che collaborano a vario titolo: moralmente, finanziariamente, sul campo come operativi.

Sul Corriere della Sera di domenica 13 settembre, nel commentare l’elezione di Corbyn a segretario del Labour britannico, è stato scritto: “È come se Gino Strada fosse diventato segretario del PD “. Pensa, prima o poi, di candidarsi?
Non penso proprio di candidarmi, non ho la tessera di alcun partito, anche se sui mezzi di informazione il mio nome è spesso associato a una sinistra in cui peraltro non mi riconosco anche perché sono anni che non voto. Non ho intenzione di candidarmi anche perché nessuno me lo chiederebbe. E poi, sinceramente, sono già molto impegnato con il mio lavoro.

fonte: http://informazionebycuriosity.altervista.org/gino-strada-califfato-non-produce-mine-antiuomo-gliele-vendiamo/