Obbligo dei vaccini, se Nature dà ragione a Di Maio – Ma la verità è un’altra: i fanatici pro-vax sono pericolosi quanto i fanatici no-vax…!

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Obbligo dei vaccini, se Nature dà ragione a Di Maio – Ma la verità è un’altra: i fanatici pro-vax sono pericolosi quanto i fanatici no-vax…!

E’ così, i fanatici pro-vax sono pericolosi quanto i fanatici no-vax…!

Prendete il nostro esimio Ministro della Sanità Lorenzin. Pur di fare “propaganda” ai “suoi” faccini si è resa protagonista delle più squallide fake news, dai governi stranieri che sconsigliavano di venire in Otalia per mancanza di adeguata copertura vaccinale a ben 2 fantomatiche stragi causate da morbillo a Londra…

Che credibilità può avere chi spara puttanate del genere? E come la gente si può fidare di questo Stato?

Obbligo dei vaccini, se Nature dà ragione a Di Maio

Anche oggi Renzi torna sul tema dei vaccini. E lo fa da irresponsabile strumentalizzandolo per la campagna elettorale. Lui usa il tema dei vaccini per fare propaganda, noi facciamo proposte serie e responsabili. (Luigi Di Maio)

articolo tratto da Il Fatto Quotidiano

In Italia c’è una campagna elettorale permanente, e ci sono temi che dovrebbero essere fuori dal dibattito politico e che invece ci finiscono dentro ogni giorno. Con tutti i problemi che abbiamo, sembra incredibile che i titoli dei giornali siano ancora dedicati ai vaccini. Il capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, ha parlato per oltre un’ora alla trasmissione Un giorno da pecora, rispondendo in qualche decina di secondi a una domanda sui vaccini.

Questi pochi attimi hanno scatenato la stampa. È vero che sia M5S che Salvini hanno espresso delle perplessità sulla legge Lorenzin. Il leader della Lega ha detto esplicitamente che lui ritiene dieci vaccini “troppi”, e persino “un rischio enorme”, tanto da scatenare le ire di Roberto Burioni che in un post ha affermato “Abbiamo un nuovo immunologo”.

La posizione di M5S è invece più complessa e merita un approfondimento. Innanzi tutto, è bene chiarire in modo forte e chiaro che i vaccini sono fondamentali, che le notizie di presunti “contaminanti” nei vaccini sono delle fandonie, che tra gli antivax c’è gente senza scrupoli che vende analisi inutili e sfrutta le paure dei genitori per il fine esclusivo dell’arricchimento personale. Gli antiscienza però, non sono solo presenti all’interno del Movimento 5 Stelle, ma in tutte le forze politiche. Su alcuni aspetti, la scienza non può essere democratica e le bufale sui vaccini devono essere combattute con forza. Possono essere utili delle leggi particolarmente coercitive per aumentare la copertura vaccinale? Questo argomento specifico è invece più controverso e merita un approfondimento. Nature, una delle principali riviste scientifiche del mondo, non Topolino, ha, in un editoriale appena uscito, espresso delle perplessità sulla nuova legge approvata in Francia (analoga a quella italiana) per rendere obbligatori undici vaccini. È innegabile che quanto scritto su Nature sia davvero molto simile a quanto afferma il Movimento 5 Stelle sul proprio sito e soprattutto a quanto sostiene Guido Silvestri, l’immunologo che ha contribuito a scrivere il disegno di legge del M5S.

È bene chiarire che né Silvestri e tantomeno Nature mettono in dubbio l’importanza di averele più alte coperture vaccinali possibili. Questo è l’obiettivo di tutti. La discussione (lecita) è semmai sul come ottenerle e se una strategia di tipo coercitivo possa essere la migliore possibile. È bene ricordare che gli antivax sono pochi, pochissimi, e che in ogni caso convincerli sarebbe problematico, perché hanno un rapporto conflittuale con la scienza. I servizi vaccinali sono in difficoltà e già sovraccaricati di persone che i propri figli lo vogliono vaccinare: andare anche a scontrarsi con gli estremisti no-vax appare uno sforzo immane e poco produttivo.

Invece, altre strategie potrebbero essere più efficaci, come ad esempio aggiornare l’anagrafe vaccinale e mandare un sms ai genitori poco prima del richiamo e soprattutto rendere l’accesso alle vaccinazioni più semplice, come appunto suggerito da Nature, oppure introdurre l’obbligo della vaccinazione per il personale sanitario, che dovrebbe essere il primo a dare il buon esempio. Non si può vivere in un conflitto perenne con gli antivax. Se è vero che a volte l’obbligo vaccinale può aver avuto degli effetti benefici, (vedi caso della California citato continuamente in questi giorni), non è detto che le politiche coercitive in tema di sanità pubblica traslate in un altro contesto siano sempre efficaci.

Quello che funziona in una situazione specifica potrebbe invece essere controproducente in un’altra. Il fumo fa sicuramente male, e non causa danni solo alle persone che fumano, ma anche alla collettività, perché il Servizio sanitario nazionale si trova a dover investire risorse su degli individui che si sono comportati in modo irresponsabile. Tuttavia, la soluzione non è una politica proibizionistica come nel caso dell’alcool negli anni trenta, perché si creano più dannidi quelli che si vorrebbero risolvere. Insistere sull’obbligo vaccinale indiscriminato senza decidere delle priorità, potrebbe essere una scelta altrettanto deleteria. In conclusione, le affermazioni Di Maio non sono affatto lontane dall’articolo di Nature, e tutt’altro che irragionevoli. Certo che i vaccini devono essere fatti, ma su obbligo o raccomandazione si può discutere.

Se il Movimento 5 stelle vuole davvero governare questo nostro meraviglioso Paese però, non può strizzare l’occhio a un’esigua minoranza rumorosa, quella degli antivax, ma deve poter parlare a un pubblico vasto prendendo posizioni chiare.

PS: i commenti sono ovviamente i benvenuti, ma trattandosi di un tema davvero delicato, pregherei prima di leggere con attenzione l’articolo di Nature, di cui riporto il collegamento per la seconda volta.

 

fonte: http://www.ilblogdellestelle.it/2018/01/obbligo_dei_vaccini_se_nature_da_ragione_a_di_maio.html

Incubo peste suina, cresce l’allarme in Europa

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Incubo peste suina, cresce l’allarme in Europa

Già contagiati maiali e cinghiali in Italia, Polonia, Romania e Repubblica Ceca.

La peste suina, la malattia virale che aggredisce maiali e cinghiali e che risulta particolarmente contagiosa, continua a far paura; il contagio con l’uomo avviene per contatto diretto con le feci degli animali o indiretto con oggetti contaminati dalle loro secrezioni.

L’allarme di un probabile contagio a livello europeo arriva dal ministro tedesco dell’agricoltura Christian Schmidt che sottolinea che la situazione è particolarmente preoccupante, nonostante il virus non sia pericoloso per l’uomo mentre per i suini è fatale, considerando che al momento attuale non è ancora stato creato un vaccino.

Abbattimenti in Sardegna

La variante africana della peste suina, sottolinea il ministro tedesco, proviene dall’Europa dell’est dove paesi come Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Ucraina e Stati Baltici hanno già lanciato l’allarme per i numerosi casi riscontrati negli allevamenti e nelle popolazioni selvatiche di cinghiali.

L’unica soluzione è l’abbattimento degli animali infetti o potenzialmente portatori del virus e in particolare a Orgosolo, in Sardegna, è stata effettuata una operazione di abbattimento di circa 225 capi nel corso di azioni condotte dal personale dell’UDP, Unità di Progetto, in collaborazione con la Prefettura e la Questura di Nuoro.

Gli animali abbattuti sono stati sottoposti alle indagini del caso che hanno rivelato che oltre l’80% di essi hanno contratto la peste suina, stando ai dati forniti dall’istituto zooprofilattico sperimentale della Sardegna.

Al lavoro 100 cacciatori

Nella zona tra Berlino e il Nord Reno Vestfalia sono al lavoro 100 cacciatori su un’area di 900 ettari di bosco per cercare di frenare l’arrivo della peste suina nel resto dell’Europa ma, come afferma il presidente degli agricoltori del Meclemburgo Pomerania Anteriore, Detlef Kurreck, la soluzione consentirà di ritardare l’arrivo del virus ma non di evitarlo.

In Italia la raccomandazione della UDP rivolta agli allevatori di suini, è di regolarizzare eventuali capi non registrati e lasciati allo stato brado al fine di monitorare in maniera più efficace l’avanzamento del virus; le campionature effettuate sugli animali abbattuti hanno infatti evidenziato una elevata percentuale di contagio soprattutto tra le specie lasciate in libertà nei pascoli rispetto a quelle stabulate negli allevamenti.

In caso di mancata registrazione le sanzioni previste sono elevate ma se le richieste di regolarizzazione giungono spontanee, è prevista una multa di 450 euro indipendentemente dal numero di animali dichiarati.

 

I 5 maggiori rischi ambientali che mettono in pericolo il Pianeta

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I 5 maggiori rischi ambientali che mettono in pericolo il Pianeta

L’ambiente è ancora una volta la più grande preoccupazione nella valutazione dei rischi mondiali. Il rapporto del World Economic Forum

Quali sono oggi i maggiori rischi ambientali in grado di portare la Terra sull’orlo del baratro? Quali quelli che preoccupano di più gli esperti mondiali? E quali gli scenari più probabili per il futuro a breve termine? A queste domande risponde il Global Risks Report 2018, il documento redatto dal World Economic Forum (WEF) in vista dell’appuntamento di Davos.

Dalle instabilità geopolitiche alle guerre commerciali, dai cambiamenti climatici ai fallimenti dei principali granai mondiali, la relazione restituisce quelle che sono oggi le maggiori preoccupazioni di esperti e  politici al livello globale sui rischi più significativi che affliggono il Pianeta.

 

Il quadro complessivo è ben poco rassicurante: il mondo sta lottando per rimanere al passo di un cambiamento che procede a ritmi accelerato, con una serie di equilibri pronti a crollare. In altre parole ci si sta preparando ad un altro anno dal “rischio elevato”.

 

I 5 maggiori rischi ambientali del 2018

Il report si basa sui risultati del Global Risk Perception Survey, questionario somministrato a 1000 esperti del settore. E per il secondo anno di fila, gli esperti hanno indicato i rischi ambientali come i più preoccupanti.

Tra i 30 rischi globali a cui è stato chiesto di dare la priorità, in termini di probabilità e impatto, natura e clima hanno raggiunto le prime posizioni, regalando il primo posto agli eventi meteorologici estremi.

 

Nel dettaglio questi sono:

 

I rischi economici, d’altra parte, sono emersi come meno rilevanti quest’anno, portando alcuni esperti a temere che il miglioramento dei tassi di crescita del PIL globale possa portare all’eccessivo compiacimento dei persistenti rischi strutturali nei sistemi economici e finanziari globali. “Un ampliamento della ripresa economica ci offre un’opportunità che non possiamo permetterci di sperperare – spiega professor Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum – (la possibilità) di affrontare le fratture che abbiamo permesso indebolissero le istituzioni, le società e l’ambiente a livello mondiale. Dobbiamo prendere sul serio il rischio di una rottura globale dei sistemi. Insieme abbiamo le risorse e le nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche per prevenire questo. La sfida è trovare la volontà e lo slancio per lavorare insieme ad un futuro condiviso”

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/maggiori-rischi-ambientali/

La più grande Fake News della storia – L’uomo non ha mai messo piede sulla luna. Ad affermarlo non sono i soliti “complottisti”, ma i più grandi fotografi del mondo da Oliviero Toscani a Peter Lindbergh esaminando le foto della Nasa…!

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La più grande Fake News della storia – L’uomo non ha mai messo piede sulla luna. Ad affermarlo non sono i soliti “complottisti”, ma i più grandi fotografi del mondo da Oliviero Toscani a Peter Lindbergh esaminando le foto della Nasa…!

I fotografi: sono un falso le immagini dell’uomo sulla Luna

«Se le avessero chieste a me, quelle immagini da studio le avrei fatte molto meglio», cioè con le ombre “giuste”, simulando bene l’effetto del sole. Parola di Oliviero Toscani. Il film del presunto allunaggio? La madre di tutte le fake news: «Un falso al 200%». A dirlo è un altro principe della fotografia mondiale, Peter Lindbergh, il numero uno nel campo della moda, “inventore”delle top-model degli anni ‘90, da Cindy Crawford a Naomi Campbell. La domanda: da dove arrivano quelle luci (artificiali) che rischiarano gli astronauti? Proiettori, spot da cinema, pannelli riflettenti: attrezzature di cui l’equipaggio di Apollo 11 non disponeva. L’esame dei fotografi è la prova regina del test condotto da Massimo Mazzucco, autore del documentario “American Moon”. Oltre tre ore di film, che inchiodano lo spettatore di fronte a una verità incontrovertibile: a prescindere dal fatto che ci siamo stati o meno, sulla Luna, le immagini dell’allunaggio – trasmesse dalla Nasa in mondovisione nel 1961 – sono un falso, palese e grossolano. I sospetti crescono ulteriormente, scoprendo che l’ente aerospaziale ha dichiarato di aver “smarrito” i film originali di un evento che, se fosse reale, sarebbe una pietra miliare nella storia dell’umanità. Per non parlare degli astronauti: anziché essere celebrati a vita come eroi, hanno trascorso il resto dei loro giorni a nascondersi.

Fake news? Sì, certo. Ma è inutile sperare di convincere tutti: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Per contro, possiamo consolarci: la sete di verità è inesorabile e ha ormai contagiato almeno il 20% del pubblico, ed è una quota destinata a crescere in modo esponenziale. «Non è che gli americani abbiano deciso in partenza di barare, ingannando il mondo», premette Mazzucco, ai microfoni di “Border Nights”. «Ci hanno provato veramente, ad andare sulla Luna». Tutta “colpa” di Kennedy, o meglio della guerra fredda: i sovietici erano in vantaggio, già nel ‘57 avevano spedito in orbita il primo Sputnik e poi addirittura Gagarin, primo uomo nello spazio, nel 1961. «Entro la fine del decennio metteremo un uomo sulla Luna», promise Jfk. Salvo poi apprendere, dalla Nasa, che sarebbe stata una missione impossibile: gli Usa erano fermi al lancio sub-orbitale di Alan Shepard, spedito in atmosfera per soli 15 minuti. «Man mano che si avvicinava la fine del decennio, arrivati al ‘67, cioè a due anni e mezzo dalla scadenza, si resero conto che i problemi tecnici erano insormontabili: ma siccome nel frattempo avevano fatto una propaganda mondiale, non potevano più tirarsi indietro». Da qui la possibile idea del clamoroso “fake”.

«Avevano intanto sviluppato un sistema di simulazione che gli permetteva di riprodurre virtualmente un’intera missione lunare, dalla partenza al ritorno sulla Terra comprese le passeggiate sulla Luna: è chiaro, secondo me, che hanno ceduto alla tentazione», sostiene Mazzucco. «Stando seduto nel Lem, il modulo lunare, come fosse il simulatore di un aereo, potevi vedere dal finestrino le immagini del terreno lunare che si avvicinava e le immagini dell’allunaggio, che fra l’altro – stranamente – sono molto simili alle immagini che poi ci hanno dato per vere». Mazzucco ha sondato esperti, scienziati, tecnici: la Luna era troppo rischiosa. «Il pericolo era di perdere gli astronauti: atterrare sulla Luna è una cosa, ripartire è molto più difficile». La “tentazione” del falso? «Negli anni ‘60 non si ponevano il problema che poi, quarant’anni dopo, ci sarebbero state tutte le fotografie dei viaggi Apollo in alta definizione scaricabili da chiunque». Mezzo secolo fa, la Nasa sapeva che sarebbe bastato inviare qualche foto (accuratamente selezionata) a “Life Magazine” o a “Time Magazine”, così come al “New York Times”: nessuno avrebbe potuto fiutare l’imbroglio. «Solo con l’avvento di Internet, quando la Nasa ha messo in rete tutte le foto ad alta definizione delle missioni lunari, qualcuno ha cominciato a spulciarle una per una, a fare i confronti incrociati tra luci e ombre. Ma allora non potevano immaginare questo tipo di esame ai raggi X che viene fatto oggi sui loro materiali, quindi capisco quella loro superficialità».

Le immagini, spiega Mazzucco (fotografo per vent’anni, già assistente di Toscani) sono «fatte molto male» proprio dal punto di vista della simulazione della luce del sole: «Cosa che sfugge all’occhio dell’osservatore comune, ma non a quello del professionista delle immagini». Appena Lindbergh le ha esaminate, è sbottato: «Scusa, ma da dove viene questa luce?». Un falso storico colossale? Obiezione: perché l’Urss, in gara con gli Usa nella conquista dello spazio (meta suprema della guerra fredda) non denuciò il falso allunaggio? «Ai sovietici non conveniva», dice Mazzucco. «Intanto nessuno gli avrebbe creduto, dato che avevano appena “perso la corsa alla Luna”: li avrebbero derisi». Ma poi, soprattutto, già a quei tempi – ancora con le missioni Apollo in corso – erano iniziate le trattative segrete (poi pubbliche) per le missioni congiunte Apollo-Soyuz, il cui risultato è tuttora in orbita sotto forma di Iss, Stazione Spaziale Internazionale. «In cambio del silenzio, l’Urss ha avuto dagli Usa tutta la tecnologia che le serviva». Spiegazione coerente, che combacia con un altro aspetto particolarmente inquietante: lo strano silenzio degli astronauti. Neil Armstrong e Buzz Aldrin sarebbero stati i primi due uomini a mettere i piedi sulla Luna: un’esperienza entusiasmante e sconvolgente, per qualsiasi essere umano. «Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini», disse Gagarin, con voce emozionata, dall’orbita del Vostok. Gli americani? Silenzio.

Da Armstrong e Aldrin ci si sarebbero aspettate centinaia di interviste, decine di libri. E invece, niente: «Neil Armstrong, in tutta la vita, ha rilasciato 4 interviste, e non tutte favorevoli alla Nasa». Addirittura nell’ultima, del ‘94, dice, in modo cupo e sibillino: «Riguardo al futuro ci sono molti veli che coprono la verità, sta ai giovani rimuoverli per scoprirla». Una coltre di oblio ha sepolto gli 8 astronauti delle successive missioni Apollo: «Nessuno ricorda i loro nomi. Strano, no? Eppure, in teoria, sono gli unici esseri umani che avrebbero calcato il suolo di un altro corpo celeste». Dell’altro evento epocale, la scoperta e conquista dell’America, sappiamo tutto: «Magellano, Verrazzano, Colombo, Cortés: hanno fatto tanti film su ciascuno di loro». E gli astronauti pionieri della Luna? Inghiottiti nel nulla. «E’ chiaro che non c’è quel tipo di entusiasmo storico che dovrebbe corroborare un fatto così importante: c’è anzi una tendenza a minimizzarlo», sottolinea Mazzucco, che si domanda: se era così facile andare e venire dalla Luna negli anni ‘60, perché non abbiamo continuato ad andarci? Solo perché, dicono, sulla Luna non c’è niente? E ci sono volute 6 missioni nell’arco di tre anni, per capirlo? Forse la verità è un’altra, assai più terrena: «Il programma Apollo era una macchina da soldi mostruosa, a cui la Nasa mirava. Soldi che saranno serviti a sviluppare tecnologie militari, non rivolte allo spazio ma alla Terra».

Anche sui libri di storia l’evento è minuscolo, quando invece «dovrebbe essere presentato come il punto di svolta della storia umana: da quel giorno in poi, non siamo più solo sulla Terra». E invece la Nasa stessa tende a non celebrarlo: «Perché ha la coda di paglia, immagino». Affermazione che Mazzucco motiva, tra le altre cose, con l’inverosimile vicenda (fantozziana) del presunto “smarrimento” delle bobine, i filmati originali dell’allunaggio. «La Nasa ha ufficialmente perso i nastri originali che contenevano le immagini “arrivate dalla Luna”, quelle della prima passeggiata lunare. Nel 2009 hanno detto: dove son finiti, i nastri? Nessuno lo sa più. Non li hanno mai più trovati. E quei due o tre poveracci che si sono messi a cercarli, credendo che si fossero persi veramente, hanno incontrato decine di muri di gomma e alla fine han dovuto arrendersi, di fronte alla chiara intenzione di non farli ritrovare». Non c’è stato nessun incidente, nessun incendio di nessun magazzino: un semplice, banale “smarrimento”. «Quel nastro conteneva, in teoria, l’evento più importante della storia dell’umanità. Uno si aspetta che fosse custodito in un bunker impenetrabile, a temperatura controllata, sorvegliato a vista da guardie armate». La parte più comica della vicenda riguarda la tesi del “debunker” Paolo Attivissimo, autore del libro “Siamo andati sulla Luna”: li hanno cancellati, dice, perché i nastri costano e dopo un po’ vengono riutilizzati.

E’ evidente, conclude Mazzucco, che ci dev’essere un motivo serio dietro alla loro sparizione. Uno su tutti: «Quei nastri non contenevano solo le immagini del primo allunaggio (di cui abbiamo le copie) ma anche i dati di telemetria: cioè svelavano anche dove si trovasse veramente il Lem, in quel momento, nello spazio. Quindi, se per caso non si fosse trovato sulla Luna, chiunque oggi analizzando quei nastri potrebbe dedurlo, quindi è molto più comodo “perderli”». Tutte le comunicazioni che avvengono nei 7 giorni ufficiali della missione, dal 16 al 23 luglio del ‘69, cioè dalla partenza da Cape Kennedy (allora Cape Canaveral) al ritorno nell’Oceano Pacifico, «nell’ipotesi della finzione, sono tutte trasmissioni che avvengono con la capsula nell’orbita terrestre». In un video, un ricercatore convinto dell’inganno lunare, Bart Sibrel, analizza i video Nasa e scopre che, a un certo punto, «gli astronauti fingono di inquadrare la Terra da 170.000 chilometri di distanza, cioè circa a metà strada fra la Terra e la Luna». Nel video «si vede un pallino blu al centro dell’inquadratura, completamente nera, però poi si scopre che a essere inquadrata non è la Terra sospesa nel vuoto, ma un ritaglio dell’oblò. La Terra è sotto di loro, ed è molto più vicina. Loro con la telecamera, stando indietro all’interno della navicella, inquadrano l’oblò come se fosse la circonferenza completa della Terra».

La versione di Mazzucco: «A questo punto sospetto che, per quei 7 giorni, gli uomini di Apollo 11 abbiano girato a vuoto attorno alla Terra, per poi fare un normalissimo rientro dal cielo: poi, quando arrivano in mare, non puoi sapere se provengono dalla Luna, dall’orbita terrestre o magari solo da un aereo cargo, militare, che volava da 10.000 metri d’altezza. Li vedi rientrare, hanno un po’ di barba, e quindi pensi che arrivino dalla Luna». Tra le varie morti dei 12 “moonwalker”, il regista trova particolarmente interessante quella di James Irwin, di Apollo 15. Morte raccontata da Bill Keysing, il padre della teoria del complotto lunare, autore già nel ‘74 del primo libro critico, intitolato “Non siamo mai andati sulla Luna”. Lo scrittore dice che Irwin lo contattò perché «voleva raccontargli qualcosa». Lo conferma un testimone, presente con Keysing al momento della telefonata. «Ma forse l’astronauta non è stato abbastanza attento nel telefonare a Keysing: tre giorni prima di incontrarlo, è morto in uno stranissimo incidente in motocicletta, andando a sbattere contro l’unico palo in mezzo a un deserto». Deduzione: «Quegli astronauti erano strettamente controllati, e lo sono stati per tutta la vita. Questo spiegherebbe il loro comportamento decisamente strano, dai viaggi lunari fino alla loro morte».

Clamoroso il caso di Buzz Aldrin: «Si è perso nelle droghe e nell’alcol», ricorda Mazzucco. «Pensa: sei stato sulla Luna, sei la seconda persona più famosa al mondodopo Armstrong, eri con lui, eri uno dei due primi uomini sulla Luna… dovresti avere una vita di successo, di conferenze, di libri, accolto in tutti in paesi del mondo. E invece diventi un alcolizzato, un drogato che divorzia venti volte e non sa più cosa fa nella vita, si fa crescere la barba, diventa un hippie». In alcune foto a qualche anno dal viaggio lunare è letteralmente irriconoscibile. E in un’intervista a “Paris Match” rivela: «Ci considerano tutti degli eroi, ma in realtà la Luna ci ha distrutti». Perché mai dovrebbe averti distrutto, la Luna, se è vero che ci sei stato? Altra incredibile stranezza, l’intervista ad Alan Bean di Apollo 12. Domanda: avete avuto danni particolari per aver attraversato l’area ultra-radioattiva delle Fasce di Van Allen? Bean casca dalle nuvole: «Veramente non credo che siamo andati tanto in alto da raggiungere le Fasce di Van Allen». Ma le Fasce, gli fanno notare, sono appena fuori dall’atmosfera terrestre, tra i 15.000 e i 40.000 chilometri. «Ah, allora le abbiamo attraversate di sicuro!», replica l’astronauta. «Bastano dettagli umani come questi – dice Mazzucco – per sospettare che quei poveracci abbiano vissuto una vita orribile, obbligati a mentire fino al loro ultimo giorno di vita».

Mazzucco non si illude che la verità proposta in “American Moon” possa essere largamente accettata: “debunker” come Attivissimo si impegnano a smontare minuziosamente qualsiasi ipotesi di complotto. Ma attenzione: «Il “debunker” si rivolge a chi ha bisogno di una scusa qualunque per continuare a credere. Quando crollano le Torri Gemelle e vengono espulse tonnellate di cemento, c’è sempre chi dice: ma no, quelli sono solo i vetri delle finestre, che esplodono». Il pubblico del “debunker” non va a controllare se quello che ascolta è sensato. Non agisce non spirito critico: «Agisce in modo fideistico, ha bisogno di sentirsi dire che Mazzucco è un buffone e che sulla Luna ci siamo andati davvero». Il solito Attivissimo arriva a dire che è “normale” smarrire i nastri originali del mitico allunaggio? «Il “debunker” inventa in modo spudorato, tanto sa che il suo pubblico non andrà a verificare quello che dice. Ha solo bisogno di essere rassicurato, di sentirsi dire che nessuno ci inganna, che il mondo è bello, che i nostri potenti ci vogliono bene, che nessuno farebbe mai una cosa come ammazzare tremila cittadini nelle Torri Gemelle. Questa è la vera funzione del “debunker”». In altre parole: la colpa è, innanzitutto, del pubblico. «Quando una persona non vuole sentirsi dire la verità, che è scomoda, non c’è niente da fare».

Non per questo, però, è il caso di perdersi d’animo: «L’umanità va avanti comunque», dice Mazzucco. «Magari avanza più lentamente, per colpa di questa gente, ma va avanti lo stesso: non è che si ferma perché ci sono questi quattro cretini che hanno bisogno di rassicurare la parte mentalmente più debole della popolazione. Ci arriveranno anche loro, prima o poi». L’autore di “American Moon” è addirittura ottimista: «Secondo me siamo dentro una curva – lenta, ma costante e inarrestabile. In 15 anni ho visto cambiare profondamente la Rete. Oggi molti siti di informazione indipendente sono visitati e sdoganati, all’interno di questa dinamica. Quello che una volta era eresia, oggi lo puoi dire tranquillamente, perché c’è una fetta di pubblico che ti segue e non ha nessun problema a condividere le tue conclusioni». E’ provato: «Cala il numero delle persone che si fidano ancora dei media mainstream e aumenta quello di chi si informa personalmente, consultando altre fonti. Certo, ci sarà sempre l’aggrapparsi alla verità ufficiale, il bisogno di rassicurazione fa parte della natura umana. Ma queste persone saranno sempre di meno».

Già adesso, per molti argomenti, i media mainstream non riescono più a far passare la loro versione come verità ufficiale unica. «Parla da solo il caso vaccini: il decreto Lorenzin è stato approvato, ma dieci anni fa sarebbe passato senza la minima discussione. Oggi invece c’è una caterva di persone incazzate, informate dal web. Tant’è vero che gli stessi partiti politici stanno cercando di inseguire questo elettorato, promettendo di abolire l’obbligo vaccinale». Sta crescendo, il pubblico potenziale che non crede più a storie come quella dei “moonwalker”: «C’è una fetta notevole di gente che non se la beve più, ormai un 20-25%. Dieci anni fa eravano al 3%». Fare quantificazioni e previsioni precise è impossibile, amette Mazzucco, ma secondo lui ormai la tendenza è costante e inarrestabile. «La prima fase del risveglio è il dubbio. Oggi, raccontarci delle fregnacce in tv è molto più difficile. Se ne stanno accorgendo a livello politico: nessuno crede più a quello che dicono i partiti». Mettere in discussione la versione ufficiale: «Proprio il dubbio “piccona” il primo mattone su cui si reggono tutte le bugie». Mazzucco confida nei giovani, «che magari hanno il cervello più aperto». E’ questione di tempo. «Ma il cambiamento sta avvenendo velocemente, se pensiamo che sono duemila anni che chi ha il potere mente a tutti, comunque e sempre. Noi in 15 anni abbiamo cominciato a far traballare certezze. Ognuno di noi deve fare del suo meglio. Poi, sono sicuro, il risultato arriverà».

(Il documentario “American Moon” di Massimo Mazzucco, in formato Dvd – durata, 3 ore e 20 minuti – è disponibile online attraverso il sito “Luogo Comune”).

fonte: http://www.libreidee.org/2018/01/i-fotografi-sono-un-falso-le-immagini-delluomo-sulla-luna/

L’eredità di Umberto Veronesi: “Il tumore si può sconfiggere”

 

Umberto Veronesi

 

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L’eredità di Umberto Veronesi: “Il tumore si può sconfiggere”

Grazie a lui parole come prevenzione, stili di vita corretti e lotta al fumo sono diventate buone pratiche di uso comune. La nuova frontiera della ricerca adesso passa attraverso i “farmaci intelligenti” e gli studi sul sistema immunitario

Qual è l’eredità scientifica lasciata da Umberto Veronesi?

L’oncologo ha il merito di aver rivoluzionato l’oncologia in Italia e nel mondo, in particolare quella contro il tumore del seno. Se oggi infatti, il cancro al seno è meno devastante rispetto a 20 anni fa lo dobbiamo soprattutto a Veronesi. L’oncologo, infatti, ha dimostrato che il tumore al seno, quando diagnosticato precocemente, può essere eliminato chirurgicamente senza asportare integralmente il seno. Inoltre, «fu uno dei primi a occuparsi di prevenzione e corretti stili di vita, oggi considerati l’arma fondamentale nella lotta contro il cancro», spiega Carmine Pinto, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom).

 

Quanto sono importanti gli stili di vita nella prevenzione e nella lotta al cancro?

Tantissimo, specialmente sul fronte della prevenzione. Si stima infatti che oltre il 40% delle morti per cancro potrebbe essere facilmente prevenibili modificando gli stili di vita. Secondo l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), il fumo resta di gran lunga la principale causa di morte con 1,5 milioni di decessi all’anno, ma numerosi altri fattori sono preoccupanti: l’obesità, una dieta con eccesso di sale, alcol, il basso consumo di frutta e verdura, e, seppure in minor misura, l’eccesso di carne rossa e processata, aggiunti a una scarsa attività fisica, sarebbero responsabili di quasi 2 milioni di morti per cancro nel mondo.

 

A che punto è la lotta contro il cancro?

Oggi sempre più pazienti vengono curati e riescono a sopravvivere al cancro. In Italia, in particolare si guarisce di più, come testimoniano gli ultimi dati del censimento «I numeri del cancro in Italia 2016», recentemente pubblicato dall’Aiom e dall’Associazione italiana registri tumori. In generale, la sopravvivenza a 5 anni è aumentata notevolmente rispetto a quella dei casi diagnosticati nei quinquenni precedenti sia per gli uomini (55%), sia per le donne (63%). Su questo risultato positivo ha influito il miglioramento della sopravvivenza per alcune delle neoplasie più frequenti: colon-retto, seno e prostata. Dati incoraggianti, questi, che non devono però far abbassare la guardia in quanto resta alto l’allarme legato ai nuovi casi di cancro: nel 2016 si stima che nel nostro Paese saranno colpite circa 1.000 persone al giorno.

 

Quali sono stati i progressi più significativi negli ultimi anni?

In questi ultimi anni si sono moltiplicati i cosiddetti farmaci intelligenti, quelli cioè sviluppati sulla base delle conoscenze dell’oncologia molecolare, e che hanno come target bersagli cellulari presenti cioè solo nelle cellule malate. Si è cominciato quindi a considerare il tumore come un insieme di malattie, ognuna con caratteristiche diverse e questo ha aperto la strada alla cosiddetta medicina di precisione. Si tratta di un tipo di medicina più aggressiva solo contro le cellule tumorali e quindi meno nociva per le cellule sane, esattamente come suggeriva la filosofia di Veronesi. Inoltre, passi in avanti significativi sono stati fatti nella ricerca di marcatori molecolari in grado di facilitare la diagnosi precoce del tumore.

 

Quali sono invece le prospettive future?

Secondo l’Airc, sono quattro le nuove sfide su cui i ricercatori si stanno concentrando per rendere sempre più curabile il cancro: immunità, prevenzione, microambiente e medicina di precisione. Il primo filone riguarda gli studi sul sistema immunitario per l’attivazione dei meccanismi di difesa contro le cellule maligne. Si tratta di un settore molto vivace che sta registrando risultati importanti. Il secondo filone è concentrato sulla prevenzione e la diagnosi, indispensabili per isolare i fattori di rischio e fermare il cancro prima che si manifesti. Il terzo filone di ricerca riguarda lo studio del microambiente, la «casa» del tumore: l’obiettivo è quello di comprendere le relazione del cancro con il resto dell’organismo. Infine, continua la ricerca di nuovi bersagli e strumenti efficaci per colpirli.

 

 

fonte: http://www.lastampa.it/2016/11/10/italia/cronache/leredit-di-umberto-veronesi-il-tumore-si-pu-sconfiggere-8OxiaJDGVHhdA1ohpxSPwN/pagina.html

Le potenzialità della canapa in agricoltura sostenibile

 

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Le potenzialità della canapa in agricoltura sostenibile

 

È boom di coltivazione di canapa (cannabis sativa) in Italia. Questo quanto emerso durante la presentazione, al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, del primo studio sulle potenzialità economiche e occupazionali della coltivazione,  trasformazione e distribuzione della cannabis indica ad uso terapeutico in Italia.

La canapa, sottolinea anche Coldiretti, sta prepotentemente tornando nelle campagne: nel 2014 è stato registrato un aumento del 150% dei terreni coltivati a scopo tessile, edile, cosmetico ecc.

Durante quest’anno, sono raddoppiate le aziende agricole coinvolte nella semina di canapa e gli ettari coltivati in Italia sono passati da circa 400 del 2013, a 1000 del 2014. Le regioni interessate sono diverse: dalla Puglia al Piemonte, dal Veneto alla Basilicata, fino a toccare Friuli, Sicilia e Sardegna.

Secondo Coldiretti, è un vero e proprio boom “spinto dalle molteplici opportunità di mercato che offre questa coltivazione particolarmente versatile e dalla quale si ottengono dai tessuti ai materiali edili, ma anche olio, vernici, saponi, cere, cosmetici, detersivi, carta o imballaggi”.

Si tratta di un ritorno a un tipo di coltivazione che fino agli anni ’40 era più che diffusa in Italia, se si considera che il nostro Paese era il secondo maggior produttore di canapa al mondo, al primo posto, però, per ciò che riguardava la qualità.

Il declino si è avuto con l’imposizione sul mercato delle fibre sintetiche e con la campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha demonizzato l’utilizzo e la coltivazione di questa pianta.

Oggi, invece, le istituzioni sono consapevoli dell’esigenza di creare un quadro legislativo meno rigido, che possa valorizzare le caratteristiche distintive della canapa italiana: in Parlamento sono state presentate ben tre proposte di legge.

Secondo quanto affermato da Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti: “Il boom della coltivazione della canapa è un’ottima dimostrazione della capacità delle imprese agricole di scoprire e sperimentare nuove frontiere e soddisfare i crescenti bisogni dei nuovi consumatori”, aggiungendo che “proprio da queste esperienze di green economy si aprono opportunità di lavoro nelle campagne che possono contribuire alla crescita sostenibile e alla ripresa economica ed occupazionale del paese”.

Canapa quindi come nuove opportunità di sviluppo agricolo, volto a risollevare il settore.

Nel nostro Paese, in questi termini, sono diversi i progetti avviati e che sfruttano le diverse proprietà della canapa.

Una, tra le più importanti, è la capacità di assorbire gli agenti inquinanti e i metalli pesanti presenti nel terreno. In tal senso, infatti, la coltivazione di questa pianta potrebbe essere utilizzata per la riqualificazione, economica e del tutto naturale, di zone altamente inquinate, così come già avviene nella provincia di Taranto.

Non solo. Questa pianta, infatti, può essere trasformata in materia prima da adoperare in diversi settori che vanno dalla cosmesi naturale e biologica, al settore tessile, fino ad arrivare alla bioedilizia.

Per quanto riguarda la cosmesi, la canapa è considerata una risorsa utile per le sue sostanze nutrienti con le quali possono essere creati cosmetici biologici adatti a molti tipi di pelle, anche le più sensibili.

Come ha fatto ad esempio un nuovo progetto, nato nel territorio marchigiano, e che ha portato alla nascita di cosmetici biologici a base di canapa. Una sorta di filiera etica a chilometro zero che ha visto la collaborazione tra diverse realtà produttive e a basso impatto.

Nuove opportunità di lavoro quindi, per raggiungere reddito e occupazione nel rispetto dell’ambiente, permettendo di rimanere e lavorare nella propria terra.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/ambiente/green-economy/canapa-in-agricoltura-sostenibile/

Uno dei più gravi disastri ambientali della storia dell’umanità di cui nessuno ci dice niente: sversati 100 kmq di petrolio nel Mar Cinese! – E statene certi, le conseguenze le sentiremo presto sulla nostra pelle!

 

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Uno dei più gravi disastri ambientali della storia dell’umanità di cui nessuno ci dice niente: sversati 100 kmq di petrolio nel Mar Cinese! – E statene certi, le conseguenze le sentiremo presto sulla nostra pelle!

 

Disastro ambientale: sversati 100 kmq di petrolio nel Mar Cinese

Le immagini satellitari mostrano la portata del disastro ambientale a seguito della collisione tra una petroliera iraniana e un mercantile cinese lo scorso 6 gennaio

Due chiazze di petrolio che si allargano su una superficie di oltre 100 chilometri quadrati. Per ora è questa la portata del disastro ambientale causato da una inspiegabile collisione avvenuta sabato 6 gennaio nel Mar Cinese tra una petroliera iraniana e un mercantile partito da Hong Kong. La polizia marittima sta cercando di precisare l’entità del danno e in queste ore dovrebbe iniziare l’esplorazione del relitto, affondato lunedì a circa 300 km dalla costa di Shanghai.

Le immagini satellitari utilizzate dall’Amministrazione oceanica cinese mostrano la diffusione dell’inquinamento su due superfici di 69 e 40 km quadrati, quest’ultima meno spessa e meno concentrata. Restano intanto le forti preoccupazioni per i danni all’ecosistema marino, mentre non c’è più nulla da fare per i 32 componenti dell’equipaggio, di cui sono state rinvenute soltanto tre salme.

In una dichiarazione arrivata oggi, il Ministero dei Trasporti ha detto che il team di recupero avrebbe localizzato il relitto ad una profondità di 115 metri. Ora le squadre sul posto si preparano ad immergere robot sottomarini per esplorarlo. Per ora sono stati prelevati 31 campioni d’acqua nell’area circostante, ritrovando in ciascuno tracce di olio pesante (utilizzato come combustibile per queste imbarcazioni) e in generale una concentrazione di petrolio oltre gli standard di qualità dell’acqua di mare. Ma l’impatto ecologico complessivo non è ancora stato valutato.

 

La petroliera Sanchi è andata alla deriva, in fiamme, dopo essersi scontrata contro il mercantile Crystal una decina di giorni fa. I forti venti hanno allontanato la petroliera dalla costa cinese, rendendo quasi impossibili gli interventi di ricerca e soccorso. La nave, che trasportava 136 mila tonnellate di condensato – un tipo petrolio ultraleggero e altamente infiammabile – è affondata dopo che diverse esplosioni ne hanno sventrato lo scafo.

Sebbene ieri il ministero dell’Ambiente giapponese abbia affermato che non intravede molte possibilità che lo sversamento raggiungerà le sue coste, resta il disastro ambientale nel Mar Cinese, oltre che la tragedia di 32 morti per la gran parte non ritrovati.

 

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/disastro-ambientale-petrolio-mar-cinese-333/

Non una, ma 3 mele al giorno: non solo levano il medico di torno, ma riparano anche i danni da fumo!

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Non una, ma 3 mele al giorno: non solo levano il medico di torno, ma riparano anche i danni da fumo!

Non una, ma 3 mele al giorno per “levare il medico di torno” e riparare i danni da fumo
Studio Usa conferma le proprietà benefiche di questo frutto, specie per la salute dei polmoni

Chi non ha sentito almeno una volta nella vita l’antico detto popolare «una mela al giorno leva il medico di torno»? Ebbene, pare che non ci sia niente di più vero e sacrosanto di questo vecchio consiglio della nonna.

Le mele sono vere alleate della salute. La scienza torna a confermare le virtù benefiche di questo frutto, affermando che mangiarne ogni giorno, proprio come recita l’antico adagio, rallenta l’invecchiamento dei polmoni e aiuta addirittura a riparare i danni dovuti soprattutto al fumo.

L’unica nota alternativa rispetto al proverbio dei saggi, riguarda le dosi. Non sarebbe «1» il numero determinante per il consumo di questo semplice frutto, bensì «3». Tre mele al giorno dunque, alle quali aggiungere volendo anche altra frutta, oppure un paio di pomodori. Un mix di benessere e salute come indicano le conclusioni di uno studio coordinato da Vanessa Garcia-Larsen della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, negli Usa, pubblicato sullo «European Respiratory Journal».

La ricerca ha coinvolto 680 europei arruolati in Inghilterra, Germania e Norvegia, sottoposti a test respiratori per 10 anni (dal 2002 al 2012) dopo aver compilato all’inizio dello studio un questionario sulle abitudini alimentari.

Gli studiosi hanno tenuto conto anche di altri fattori come età, sesso, peso, situazione economica. I dati incrociati hanno infine indicato che l’invecchiamento dei polmoni, che comincia normalmente dopo i 30 anni, risultava più lento nelle persone che mangiavano quotidianamente frutta (mele in particolare) o pomodori freschi. Effetti che si sono dimostrati ancora più interessanti negli ex fumatori.

«Questo lavoro – spiega Garcia-Larsen – mette in evidenza l’importanza di fornire indicazioni alimentari alle persone che rischiano di sviluppare malattie polmonari. In particolare, dimostra che una dieta sana è importante anche nelle persone che hanno fumato».

fonte: http://www.lastampa.it/2017/12/28/scienza/benessere/dovete-sapere/non-una-ma-mele-al-giorno-per-levare-il-medico-di-torno-e-riparare-i-danni-da-fumo-L9REbX8OaaJBYitgemNu3N/pagina.html

Processo contro Ceppato per la morte di Dj Fabo – La ribellione del PM Tiziana Siciliano: “Io mi rifiuto di essere la parte dell’accusa. Io rappresento lo Stato. E lo Stato è anche Marco Cappato”…!

 

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Processo contro Ceppato per la morte di Dj Fabo – La ribellione del PM Tiziana Siciliano: “Io mi rifiuto di essere la parte dell’accusa. Io rappresento lo Stato. E lo Stato è anche Marco Cappato”…!

 

Morte DJ Fabo, la frase storica della pm: “Io rappresento lo Stato. E lo Stato è anche Marco Cappato”

La frase della pm Tiziana Siciliano durante il processo a Macro Cappato per la morte di Dj Fabo è un atto di coraggio da scrivere nel libro delle persone migliori del nostro Paese.

«Io mi rifiuto di essere la parte dell’accusa. Io rappresento lo Stato. E lo Stato è anche Marco Cappato»: a pronunciare questa frase è stata Tiziana Siciliano, pubblico ministero nel processo che vede Marco Cappato, accusato di istigazione al suicidio assistito per la morte di Dj Fabo. È una di quelle frasi che, al di là delle cronache giudiziarie di questi giorni, sarebbe da scrivere nei libri di scuola, al capitolo del coraggio che, come diceva Manzoni, “uno non se lo può dare” ma altri fortunatamente non riescono proprio a trattenerlo.

Ci sono processi, da sempre, che superano le leggi: vanno a scovare la giustizia lì dove la politica non è ancora arrivata e smutandano un Paese retrogrado. La “morte” per cui Marco Cappato è a processo è un “conforto” inseguito a lungo da Fabo e la sua famiglia, è il sollievo autodeterminato che protegge la dignità di un malato e quel viaggio verso la Svizzera è la ricerca di un Paese giusto di chi non ha il tempo di aspettare (e sperare) che il proprio si evolva.

Il processo a Marco Cappato è una rottura degli argini: le lacrime sincrone dei famigliari, della giuria popolare e dell’accusa indicano che c’è una temperatura emotiva che non ci sta dentro gli angusti confini di una legge feroce: per questo la frase di Tiziana Siciliano (che decide di rappresentare lo Stato restando umana) non è roba da manuali di diritto penale ma entra dritta i gesti politici di cui vale la pena ricordarsi. Tiziana Siciliano è la donna che ha porto il fazzoletto alla madre di Dj Fabo durante il processo per asciugarsi le lacrime, fuori dai vincoli di accusa e difesa e che oggi ha detto, con forza: «Sarei davvero stupita se qualcuno qui avesse qualche dubbio sul fatto che Fabiano avesse deciso di mettere fine alla sua vita. Sulla questione del dubbio se ci sia stata agevolazione al suicidio, cerchiamo di capire che cosa sia suicidio e come nasce l’articolo 580. Dobbiamo chiederci a quale vita facciamo riferimento. Quanto artificiali siano delle vite che noi siamo chiamati a difendere. Ho visto dei polmoni respirare da soli su un tavolo, macchine che sostituiscono cuori… ma è vita questa?».

Se lo Stato è colui che deve occuparsi dei propri cittadini, del loro benessere e della loro dignità allora Tiziana Siciliano e Marco Cappato sono concittadini dello Stato che vorremmo. Non possiamo decidere che condizione sia degna per un uomo di essere vissuta. E Fabo ha scelto.

fonte: https://www.fanpage.it/la-frase-storica-della-pm-io-rappresento-lo-stato-e-lo-stato-e-anche-marco-cappato/

Per la serie “Aiutiamoli a casa loro” – Ecco il Piano Marshall Europeo da 500 miliardi per l’Africa – indebiterà gli Africani a vita e li renderà una volta per tutte schiavi per sempre!

 

Africa

 

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Per la serie “Aiutiamoli a casa loro” – Ecco il Piano Marshall Europeo da 500 miliardi per l’Africa – indebiterà gli Africani a vita e li renderà una volta per tutte schiavi per sempre!

 

Razziare l’Africa: un Piano Marshall la indebiterà per sempre

Aiutiamoli a casa loro (a indebitarsi per l’eternità), con un maxi-prestito da 500 miliardi. «Senza un grande Piano Marshall per l’Africa – dice Berlusconi – l’Europa corre il rischio di essere invasa dai sei miliardi di persone che vivono nella miseria». Dove trovare i soldi? A finanziare sarebbe la Bei (Banca Europea degli Investimenti). Poi potrebbero intervenire il Trust Fund di La Valletta e il Consiglio Europeo con il Migration Framework, scrive “Rischio Calcolato”. «A Bruxelles si discute, ma il progetto è partito. Alla fine anche il vecchio Piano Marshall stesso sapeva che si sarebbero generate delle perdite, ma l’Italia e la Germania sono dell’idea di mettere in piedi un piano di sviluppo, una politica di investimenti che possa funzionare per contenere il flusso migratorio». Il piano, aggiunge il blog, prevede di coinvolgere investimenti privati e aiuto pubblico per lo sviluppo: un External Investment Plan che attrae i privati e fornisce a questi ultimi le garanzie sulle eventuali perdite. L’Africa non è solo una priorità strategica per economia e sicurezza: il piano è ottimo per “salvarci” da migranti economici, estremismo e terrorismo. «Per ironia della sorte è necessario allargare la platea, creare nuovi potenziali da sfruttare a cui sottrarremo il futuro».

Se in una società non esiste più una classe da indebitare “a vita” per beni e necessità che consumiamo “adesso”, scrive “Rischio Calcolato”, si può intuire che il nuovo Piano Marshall, puro «colonialismo velato», è destinato a indebitare milioni di africani. «La politica – sostiene il blog – ha capito che non ci sono più abbastanza dominati a cui sottrarre il futuro, in Italia non ci sono rimasti giovani per produrre “domani” la ricchezza che noi abbiamo bisogno/voglia di consumare “oggi”». Dunque sarebbe un piano dove investire e imporre uno sviluppo, almeno per arginare la crisi. «Per trattare la questione dei flussi bisogna investire, spesso la cooperazione è inutile se le rimesse degli immigrati superano quest’ultima». Grazie all’economia dei paesi Ocse ad alto reddito, spiega la Banca Mondiale, le rimesse verso l’Africa subsahariana dovrebbero aumentare di un robusto 10% fino a 38 miliardi di dollari quest’anno. «I maggiori paesi riceventi le rimesse della regione, Nigeria, Senegal e Ghana, sono pronti per la crescita. La regione ospita anche una serie di paesi in cui le rimesse rappresentano una quota significativa del Pil, tra cui la Liberia (26%), le Comore (21%) e il Gambia (20%). Le rimesse cresceranno da un moderato 3,8% a 39 miliardi di dollari nel 2018».

Il 29 e 30 novembre 2017 si è svolto in Costa d’Avorio il vertice Ue-Unione Africana per decidere il futuro dei rapporti tra i due continenti e porre le basi del nuovo partenariato tra Europa e Africa. I promotori del nuovo Piano Marshall hanno capito che bisogna investire perché «i problemi dell’Africa sono, anche, i problemi dell’Europa». Quindi, tramite le varie leve e sinergie con la Bei, si possono investire circa 500 miliardi. Dove guadagnarci? «Alle multinazionali – anche italiane – si offre l’occasione di fare affari con i sieropositivi, con le persone che muoiono di malaria, con le carenze di vitamina A e proteine che provocano circa 500mila casi di cecità ogni anno», scrive ancora “Rischio Calcolato”, che teme che «ci verrà concesso di scatenarci maggiormente con il land-grabbing, seguendo le nuove regole del neo-colonialismo», puntando a saccheggiare i suoi fertili. «Il bello di questo Piano Marshall proposto è che si può finanziare semplicemente stampando simpatici “foglietti di carta”». In compenso, l’Africa «ci ripagherà fornendoci materie prime come: neodimio, cobalto, nichel, manganese», che verranno rivendute alle industrie europee dei semiconduttori. «Con il vecchio sistema geniale di indebitarli massicciamente “direttamente a casa loro” ci si guadagna due volte», osserva “Rischio Calcolato”: «Le classi agiate che emergeranno – da questa operazione – manderanno i figli a studiare in Europa, nel frattempo il piano provvede all’interruzione di esportazione di migranti economici, e incrementa una massa elevata di nuovi debitori freschi freschi».

 

 

fonte: http://www.libreidee.org/2018/01/razziare-lafrica-un-piano-marshall-la-indebitera-per-sempre/