L’uovo di Colombo – Uova contaminate? La soluzione sarebbe molto, ma molto più semplice di quello che si pensa: basterebbe vietare il Fipronil in tutta Europa! Ma l’Eurocasta non se la sente di dare un tale dispiacere alle Multinazionali

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L’uovo di Colombo – Uova contaminate? La soluzione sarebbe molto, ma molto più semplice di quello che si pensa: basterebbe vietare il Fipronil in tutta Europa! Ma l’Eurocasta non se la sente di dare un tale dispiacere alle Multinazionali

Facile no? Peccato che ci pensino solo quelli del M5s

Uova contaminate: la soluzione è vietare il Fipronil in tutta Europa

di Piernicola Pedicini, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

“Ho portato al Parlamento europeo due uova che sono praticamente identiche, ma una è contaminata dal Fipronil e l’altra non lo è. Un semplice cittadini, come deve fare per distinguere queste due uova, per sapere quale scegliere? Chi doveva fare i controlli?
E come mai la Commissione europea non fa dei controlli indipendenti? Come mai il sistema di allerta rapido olandese e belga in realtà rapido non è stato e ha permesso tutto questo?

Le frodi ci sono e ci saranno sempre, ma se i sistemi di controllo, se i sistemi di allerta rapidi dell’Unione europea sono praticamente dei colabrodo che fanno acqua da tutte non funzionano allora dobbiamo capire qual può essere la soluzione. Per noi la soluzione è che queste sostanze tossiche per la salute non vadano neanche autorizzate sul territorio dell’Unione europea. Non c’è altra soluzione”.

VIDEO Ecco l’intervento di Piernicola Pedicini al Parlamento europeo

di Marco Zullo, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

“Le dichiarazioni del Commissario europeo alla Salute Andriukaitis sono decisamente fuori luogo. Il caso Fipronil si arricchisce di un ulteriore preoccupante tassello. A suo avviso le sanzioni non devono essere applicate ai Paesi responsabili della grave frode alimentare che ha coinvolto tutta Europa, cioè Belgio ed Olanda, che continuano a scaricarsi a vicenda le responsabilità di non aver comunicato tempestivamente il caso delle uova al fipronil.

Secondo Andriukaitis devono essere puniti SOLO i criminali, posizione che dal mio punto di vista non sta in piedi. È troppo comodo sorvolare sulle responsabilità dei Paesi che sono preposti a tutelare la salute dei cittadini. I produttori in malafede sono certamente responsabili, ma altrettanto lo sono quei Paesi che hanno colpevolmente taciuto sulla questione nella speranza di nascondere tutto sotto il tappeto, a discapito dei cittadini!

Inoltre all’affermazione tanto condivisibile quanto scontata di Andriukaitis in cui sottolinea come sia fondamentale armonizzare il sistema di allerta rapido per alimenti e mangimi, rispondo che al di là dei proclami i controlli non sono stati per nulla tempestivi e che nulla è risolto visto che, purtroppo, continuano ad emergere problematiche.

A mio avviso tutti quelli che hanno sbagliato devono pagare, compresi i Paesi membri che hanno omesso i controlli. Basta soprassedere alle responsabilità politiche e mettere in secondo piano la salute dei cittadini”.

 

fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/09/uova-contaminate-la.html

Attenzione – Non sono i grassi a far male al cuore, ma gli zuccheri!

 

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Attenzione – Non sono i grassi a far male al cuore, ma gli zuccheri!

Secondo i ricercatori un’alimentazione ricca di carboidrati è tra le più nocive, tanto che aumenterebbe del 28% il rischio di morte prematura.

Contrordine: una dieta che comprenda anche adeguate dosi di grassi (saturi e insaturi) non aumenta i rischi di mortalità; anzi, li riduce!

Sono ormai anni che l’assunzione di grassi contenuti negli alimenti è osteggiata dalla medicina, giacché queste sostanze vengono accusate di causare danni al sistema cardiovascolare e di contribuire all’insorgenza di disturbi come l’aterosclerosi o eventi come ictus e infarti. I grassi saturi e insaturi farebbero male se il loro apporto totale supera il 30%, oppure se quello dei soli grassi saturi supera il 10%, queste le linee guida; almeno sino a oggi. Un recente studio, condotto dalla canadese Università di Hamilton e pubblicato su The Lancet, ha però rimesso tutto in discussione: non sarebbero i grassi ad elevare i tassi di mortalità, quanto piuttosto i carboidrati contenuti in pane, pasta, eccetera.

Lo studio che ha portato i ricercatori canadesi a questa conclusione si chiama PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology) ed è stato da poco presentato al Congresso della European Society of Cardiology a Barcellona. Si tratta di una ricerca osservazionale che nasce con l’intento di valutare quale sia l’impatto dell’urbanizzazione sulla prevenzione primaria attuata per mezzo dell’attività fisica, dello stile di vita e della dieta; nonché su fattori di rischio come obesità, ipertensione e l’insorgenza di malattie cardiovascolari. PURE è durato dodici anni ed ha coinvolto 154 mila soggetti, di ambo i sessi e di età compresa tra i 35 e i 70 anni, reclutati in 18 Paesi di tutti e cinque i continenti: dunque uno dei più grandi e completi studi epidemiologici in ambito di cardiologia.

I partecipanti sono stati divisi in fasce a seconda della dieta seguita e ne sarebbe risultato che: nella fascia alta del consumo di grassi i partecipanti mostrano una riduzione del 23% del rischio di mortalità totale, una riduzione del 18% del rischio di ictus e del 30% del rischio di mortalità per cause non cardiovascolari. Ogni tipo di grasso è stato associato a una riduzione del rischio di mortalità: -14% per i grassi saturi, -19% per i grassi monoinsaturi, -29% per quelli polinsaturi. Lo studio avrebbe inoltre dimostrato che sarebbe l’elevata assunzione di carboidrati a causare un maggior rischio di mortalità cardiovascolare: chi non mangia grassi generalmente li sostituisce con carboidrati – pane, pasta e riso – tenendo fuori dalla dieta nutrienti importanti e, secondo lo studio, un’alimentazione ricca di carboidrati è tra le più nocive, tanto che aumenterebbe del 28% il rischio di morte prematura.

Stando allo studio, insomma, a non andare d’accordo sono piuttosto cuore e carboidrati e i ricercatori consigliano di assumere il 35% di calorie proprio dal grasso: per gli uomini 30 grammi al giorno, per le donne 20.

tratto da: http://salute.ilgiornale.it/news/26050/grassi-rischio–carboidrati-mortalit/1.html

Io mi bevo l’acqua del rubinetto – Ricca di calcio e di utilissimi sali minerali. Sicura e controllata. E soprattutto molto, ma molto economica – Non facciamoci prendere in giro dalla pubblicità!

 

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Io mi bevo l’acqua del rubinetto – Ricca di calcio e di utilissimi sali minerali. Sicura e controllata. E soprattutto molto, ma molto economica – Non facciamoci prendere in giro dalla pubblicità!

Io mi bevo l’acqua del rubinetto

Ricca di calcio che viene assorbito e non fa male ai reni. Piena di utili sali minerali. Sicura anche grazie a controlli crescenti, nuove norme e nuovi depuratori. Ecco perché non bisogna diffidare dell’acquedotto

SIAMO ATTENTISSIMI a quello che mangiamo, ma spesso ci dimentichiamo di bere. Quando si parla di bere si intende ovviamente l’acqua. Non solo perché sta alla base delle principali piramidi alimentari del mondo. Ma anche per evitare inutili calorie aggiuntive di altri tipi di bevande. E non vanno bene per idratarsi neanche té o caffè, che contengono sostanze nervine. Ma la novità è che, come indica un sondaggio reso noto nel giorni scorsi per il World Water Day 2017, gli italiani scelgono sempre più l’acqua del rubinetto: il 44% dice no alle minerali.
Quindi acqua. Circondata da tante false credenze. Non bere durante i pasti, l’acqua di rubinetto fa venire i calcoli renali, bere troppo fa ingrassare, l’acqua gassata fa male. E poi l’acqua light, come se ce ne fosse una che invece non lo è. O – vista e fotografata negli Stati Uniti – l’acqua colesterol free. «Bere durante il pasto favorisce semmai la digestione precisa Laura Rossi, specialista in Scienza dell’alimentazione al Crea – e l’acqua non fa certo ingrassare, né dimagrire. Così come non c’entrano nulla i calcoli renali, che seguono altri meccanismi di formazione. E invece il calcio dell’acqua è assorbito come quello del latte. Scegliere dunque le acque con poco calcio, o le oligominerali in genere, è incongruo e senza senso. Come scegliere un alimento impoverito ».

Quanto? Ma quanto bere? La soglia minima è di un litro e mezzo, otto bicchieri al giorno, e con le temperature in aumento e una maggiore sudorazione, anche qualcosina in più. Hanno un fabbisogno maggiore le donne in gravidanza e quelle che allattano. Soltanto chi ha gravi disfunzioni renali deve consultare il medico sulle quantità giuste. Per il resto l’intossicazione da acqua è praticamente impossibile, visto che bisognerebbe bere – puntualizza Rossi – 5 litri in 2-3 ore.

La scelta. Per la scelta dell’acqua, va benissimo l’acqua di rubinetto, che ha tanti vantaggi: è economica, comoda, sicura. E, quasi sempre, ha un sapore gradevole. Inoltre, è strettamente controllata. E probabilmente lo sarà anche di più grazie al Water Safety Plan (Wsp), un progetto pilota che prevede un maggior numero di controlli, prelievi e parametri per poter mappare i rischi e garantire quindi più sicurezza e trasparenza all’acqua del rubinetto. Wsp, in realtà, è stato introdotto dalla normativa europea e sarà presto obbligatorio in tutti gli stati. E permette – sulla base della valutazione dei rischi – di scegliere quali parametri monitorare con più frequenza, o anche come estendere la lista di sostanze da controllare in caso di preoccupazioni di salute pubblica.

L’Italia. In Italia il gruppo Cap, gestore del servizio idrico della città metropolitana di Milano, insieme all’Istituto Superiore di Sanità, è stato il primo a cominciare, con un sofisticato sistema statistico che prevede i possibili rischi, e sonde e analizzatori che controllano i parametri di potabilità in tempo reale. Superando il tradizionale sistema basato su prelievi e analisi.

L’acqua nel rubinetto. Un esempio di buona pratica che debutta ai rubinetti delle scuole di tre Comuni (Legnano, Cerro Maggiore e San Giorgio) che utilizzano l’acqua in mensa: in tutto 24 punti di erogazione. Con controlli crescenti e puntuali dall’origine, in base alle caratteristiche della falda e del territorio. «Il valore aggiunto di questo sistema – spiega Luca Lucentini, esperto Acque potabili ed interne dell’Istituto Superiore di Sanità – è che si passa a individuare il pericolo di contaminazione dall’ambiente da cui l’acqua arriva, per intercettarlo e tenerlo sotto controllo. È infatti fondamentale esaminare le criticità ambientali delle zone circostanti alla falda, per intervenire immediatamente ».

La qualità. L’85% dell’acqua che esce dai nostri rubinetti arriva da falda sotterranea. «A volte sono le stesse falde da cui attingono i produttori di acque minerali – precisa Lucentini – acque di ottima qualità. Il restante 15% arriva invece da acque di superficie, come laghi e invasi, o da dissalazione. Qualitativamente queste hanno un minor tenore di minerali e, avendo una contaminazione antropica maggiore, necessitano di trattamenti di potabilizzazione più spinti. Trattamenti chimico- fisici, come per esempio la filtrazione attraverso un letto di sabbia, che rimuovono le sostanze indesiderate. Ovviamente cambia anche il sapore, e infatti ogni città ha un’acqua di diversa composizione e gusto differente. Ma la qualità è uguale». Insomma, se vi piace il sapore dell’acqua del vostro rubinetto, non esitate a berla.

fonte: http://www.repubblica.it/salute/2017/04/15/news/io_mi_bevo_l_acqua_del_rubinetto-162724894/?ref=fbp5

Sanità – la ribellione dei medici: “Tradito il diritto alla salute. Il Governo pensi alle sofferenze sociali, non a quelle delle banche”

 

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Sanità – la ribellione dei medici: “Tradito il diritto alla salute. Il Governo pensi alle sofferenze sociali, non a quelle delle banche”

La protesta dei medici fatta passare sotto silenzio

Leggiamo da Il Fatto Quotidiano:

Sanità, medici: “Tradito il diritto alla salute. Governo si occupi delle sofferenze sociali come di quelle bancarie”

Dopo il caso del malato di tumore morto in pronto soccorso al San Camillo, l’associazione dei medici dirigenti italiani denuncia: “Il nostro servizio sanitario nazionale sta precipitando, nel silenzio e nell’indifferenza, nel baratro dell’incapienza di posti letto, di medici, di infermieri, di spazi fisici, di risorse e di formazione. Il diritto ad essere curati in maniera appropriata ed in condizioni dignitose è diventato quasi un privilegio”

“Basterebbe che governo e regioni si occupassero delle sofferenzesociali come di quelle bancarie” per evitare casi come quello del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Camillo. E’ l’amara analisi di Costantino Troise, segretario di Anaao Assomed, l’associazione dei medici dirigenti italiani del servizio sanitario nazionale, che accusano la politica di aver abbandonato la sanità pubblica segnandone un lento e ineluttabile declino. “Il nostro servizio sanitario nazionale sta precipitando, nel silenzio e nell’indifferenza, nel baratro dell’incapienza. Un’incapienza di posti letto, di medici, di infermieri, di spazi fisici, di risorse in conto capitale, di formazione – spiega Troise – Siamo ai margini dell’Europa come numero di posti letto per mille abitanti, sotto la media europea per le risorse destinate alla Sanità. Il diritto ad essere curato in maniera appropriata ed in condizioni dignitose è diventato quasi un privilegio. Dall’addio al posto fisso alla fine del ‘letto fisso‘”.

L’analisi dei medici dirigenti è spietata perché crudele è il contesto in cui si trovano a lavorare: da un lato ci sono le pene del paziente che chiede di essere aiutato, dall’altro un’insufficienza di mezzi e uomini destinata a peggiorare nell’ipotesi di nuovi taglialla sanità. “A medici e infermieri spetta assumersi tutti i rischi ed assistere allo scempio quotidiano di un diritto fondamentale. Ai pazienti spetta invece il martirio che questo scempio comporta. Costretti a vivere lo stesso dramma su fronti contrapposti”, prosegue Troise accusando la politica di aver tradito la carta costituzionale.

“Tutti sono bravi a discettare della Costituzione che verrà – prosegue – ma del rispetto dell’attuale Carta Costituzionale ed in particolare dell’articolo 32 (il diritto alla salute) di cui dovremmo esser fieri nessuno parla (..) Ma chi, nel vociare dei contendenti, che il rispetto e l’applicazione dei diritti fondamentali sono non meno importanti delle modifiche degli assetti parlamentari?”, continua Troise, contrario anche all’ipotesi di abolizione della Guardia medica che, nella sua visione, comporterà un incremento esponenziale del lavoro di 118 e Pronto soccorso.

Per l’Anaao Assomed, la dignità negata ad un malato terminale è un fatto gravissimo. Ne sono coscienti anche i dirigenti del San Camillo, come dimostra il fatto che il direttore sanitariodell’ospedale romano, Luca Casertano, si è scusato pubblicamente con Patrizio Cairoli, figlio dell’uomo, malato terminale, morto nell’ospedale romano dopo aver trascorso 56 ore sulla barella del Pronto Soccorso. I vertici del San Camillo spezzano però anche una lancia per il lavoro che ogni giorno viene fatto in corsia: “I nostri Pronto soccorso – ricorda Casertano – gestiscono ogni anno più di 90.000 accessi. Presso il dipartimento di emergenza dove è stato ricoverato il signor Cairoli ogni giorno arrivano 150 nuovi casi che vengono presi in carico e curati dal personale medico e infermieristico. Un flusso elevato di persone che, in caso di incremento di accessi di malati – non prevedibile, ma frequente – può aver in qualche modo limitato oimpedito una idonea comunicazione da parte degli operatori sanitari”.

Alla luce di quanto accaduto, l’Anaao invita la politica a una profonda riflessione per evitare di distruggere quel che resta della sanità pubblica italiana. “A leggere quello che accade nei Pronto Soccorso cittadini, ed in particolare quanto avvenuto all’Ospedale San Camillo di Roma, ci si chiede se coloro che dovrebbero difendere questi diritti conoscano lo stato comatoso della sanità pubblica – conclude – O pensano che 70.000 posti letto in dieci anni siano evaporati per un sortilegio e non per l’effetto della mannaia dei tagli che hanno introdotto negli ospedali pubblici? Il dubbio è lecito dato che non crediamo che alcun giudice, anchorman, parlamentare o ministro accetterebbe di morire in barella in un ambiente inappropriato insicuro e non dignitoso di un Paese civile”.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/07/sanita-medici-tradito-il-diritto-alla-salute-governo-si-occupi-delle-sofferenze-sociali-come-di-quelle-bancarie/3082452/

Carissimi Africani, come va? adesso noi Europei vi raccontiamo la verità…!

 

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Carissimi Africani, come va? adesso noi Europei vi raccontiamo la verità…!

Carissimi africani, come va? Qui è l’Europa che vi parla! Da Bruxelles, avete presente?

Pensate che proprio da qui giusto un secolo e mezzo fa ci si divertiva a farvi lavorare gratis nelle piantagioni e nelle miniere per la maggior ricchezza di re Leopolodo, però dai, ragazzi, noi ci si conosceva già da parecchio prima: quando tutti insieme – inglesi, olandesi, portoghesi, spagnoli etc – abbiamo messo in catene 12 milioni di voi per venderli in America, e anche lì è stato un bel business. D’accordo, un paio di milioni ci sono rimasti durante la navigazione, ma pazienza: su quel lucrosissimo commercio triangolare abbiamo costruito la nostra rivoluzione industriale, quella che voi non avete avuto.

Poi però portarvi di là in catene non ci bastava più e allora abbiamo pensato di prendere direttamente le vostre terre, perché abbiamo scoperto che erano piene di roba che ci poteva essere utile. I francesi hanno iniziato da nord e gli inglesi da sud, un po’ di stragi a schioppettate ed è diventato tutto roba nostra. Anche i belgi, si diceva, si sono dati da fare, pensate che a un certo punto il loro impero era composto al 98 per cento di terre africane. Poi si sono mossi i tedeschi, infine gli italiani, insomma dopo un po’ non c’era più un fazzoletto di continente che fosse vostro, che ridere.

A proposito degli italiani, come sempre sono arrivati ultimi, però si sono rifatti con il record di prima nazione al mondo che ha usato i gas sui civili, a un certo punto donne e bambini si ritrovavano dentro una nuvola di iprite e morivano a migliaia tra orrendi spasmi. «Mica vorranno che gli buttiamo giù confetti», disse il generale De Bono, che simpatico burlone. Il bello è che chi si trovava nei dintorni moriva anche una settimana dopo, il corpo pieno di devastanti piaghe, per aver bevuto l’acqua dei laghi piena di veleno, che fresconi che siete stati a non accorgervene.

Finito il colonialismo – ormai vi avevamo rubato quasi tutto, dai diamanti alle antiche pergamene amhare – non è che ci andasse proprio di levare le tende e allora abbiamo continuato a controllare la vostra politica e la vostra economia, riempiendo d’armi i dittatori che ci facevano contratti favorevoli, quindi comprando a un cazzo e un barattolo quello che ci serviva in Europa, devastando i vostri territori e imponendo le nostre multinazionali per quello che abbiamo deciso dovesse essere il vostro sviluppo. Voi creduloni ci siete cascati ancora e ci siamo divertiti così per un altro secolo.

Se poi un dittatore si montava un po’ la testa e pensava di fare da solo, niente di grave: lo cambiavamo con un altro, dopo aver bombardato un po’ di città e aver rifornito di cannoni le milizie che ci stavano simpatiche per massacrare quelle che ci stavano antipatiche. Del resto da qualche parte le mitragliatrici o i carrarmati che produciamo li dobbiamo pure piazzare, qui in Europa siamo in pace da settant’anni e mica possiamo rinunciare a un settore così florido.

Negli ultimi venti-trent’anni poi abbiamo creato un modello nuovo che si chiama iperconsumismo e globalizzazione, allora abbiamo scoperto che l’Africa era perfetta per comprarsi tutto quello che noi non volevamo più perché noi dovevamo possedere roba nuova e con più funzioni, così abbiamo trasformato il porto di Lomé in un immenso centro di svendita dei nostri vecchi telefonini e delle nostre vecchie tivù, tanto voi sciocchini vi comprate tutto pur di cercare di essere come noi.

Già che c’eravamo, abbiamo usato i vostri Paesi come discarica dei nostri prodotti elettronici ormai inutilizzabili, quelli che nemmeno voi potevate usare. Pensate che curiosa, la vita di un nostro accrocco digitale: inizia grazie al coltan per cui vi ammazzate nelle vostre miniere e finisce bruciando tra gas cancerogeni nelle vostre discariche; in mezzo ci siamo noi che intanto ci siamo divertiti o magari abbiamo scritto post come questo.

Insomma, ragazzi, siete nella merda fino al collo e ci siete da tre-quattrocento anni, ma a noi di avere avuto qualche ruolo in questa merda non importa proprio niente, non abbiamo voglia di pensarci e abbiamo altro da fare.

Negli ultimi tempi poi, con questa storia dei televisori, dei computer e delle parabole satellitari, purtroppo siete cascati in un altro increscioso equivoco, e cioè vi siete messi in testa che qui in Europa si sta meglio: ma come fa a venirvi in mente che vivere in una casa con l’acqua corrente e l’elettricità sia meglio di stare in mezzo al fango e tra quattro pareti di lamiera ondulata? Bah, che strani che siete. Anche questa cosa che avere un ospedale è meglio che morire di parto, o che uscire di casa a prendere un autobus sia meglio che uscire di casa e prendere una mina, o che mangiare tre volte al giorno sia meglio che morire di dissenteria per malnutrizione, che noia, mamma mia.

Così alcuni di voi, di solito i più sfigati, hanno iniziato a lasciare la baracca e le bombe per attraversare prima il deserto poi il mare e venire qui a rompere i coglioni a noi.

D’accordo, quelli che lo fanno alla fine sono poche decine di migliaia rispetto a oltre un miliardo di voi, perché non a tutti piace l’idea di morire nella sabbia o in acqua, e gli emigranti sono pochini anche rispetto a noi, che siamo mezzo miliardo, ma insomma, ve lo dobbiamo dire: ci stanno sui coglioni lo stesso e quindi non li vogliamo, perciò abbiamo deciso che devono tornare nel buco di culo di posto da cui vengono, anche se lì c’è la guerra, la fame, la malaria e tutto il resto di quelle cose lì. Tanto più che quelli che vengono qui mica stanno sempre bene, alcuni hanno pure la scabbia, e a noi non è che ci interessa perché hanno la scabbia, ci interessa che non vengano qui, è chiaro?

Concludendo, con tutta l’amicizia e senza nessun razzismo – ci mancherebbe, noi non siamo razzisti – dovreste gentilmente stare fuori dalle palle e vivere tutta la vita nell’inferno che vi abbiamo creato. E se fate i bravi, un lavoro in un cantiere di Addis o in una miniera di Mbomou per due dollari al giorno potete anche trovarlo, con un po’ di culo, purché naturalmente a quella cifra lavoriate dieci ore dal lunedì al sabato a chiamata giornaliera, e non diciate troppo in giro quanta gente ci schiatta ogni giorno.

Se poi trasportate sacchi anche la domenica full time vi diamo qualcosa di più, così magari tra un po’ potete comprarvi un altro nostro televisore di scarto, però – mi raccomando – da usare lì, nella baracca piena di merda di capra in cui vivete.

Contenti?

Di Alessandro Giglioli

fonte: https://desertoepace.wordpress.com/2016/07/27/carissimi-africani-come-va-adesso-noi-europei-vi-raccontiamo-la-verita/

Consumismo e precarietà… siamo solo merci in scadenza

 

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Consumismo e precarietà… siamo solo merci in scadenza

Entro i confini alienati della civiltà dei consumi si realizza la profezia che, su basi aristoteliche, già Dante modulava, in merito alla dinamica intrinsecamente smisurata dell’accumulo di ricchezze: “Promettono le false traditrici sempre, in certo numero adunate, rendere lo raunatore pieno d’ogni appagamento; e con questa promissione conducono l’umana volontade in vizio d’avarizia”(Convivio, IV, 12, 4).

Nuovo oppio del popolo, la religione consumista postmoderna, libertaria e sans frontiéres come stadio supremo del capitalismo nella sua fase assoluta, si fonda essa stessa sulla precarietà e sull’instabilità, sulla flessibilità e sulla destrutturazione di tutto ciò che è fisso. Infatti, la solidità etica e la stabilità in ogni sua forma (emotiva, lavorativa, sentimentale, esistenziale, ecc.) costituiscono un impedimento alla sua “liturgia”, alla sua circolarità funesta che tutto dinamizza e trasforma, di modo che si mantenga e sempre si intensifichi l’orizzonte della società di mercato. È quanto abbiamo delineato nel nostro “Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo” (Bompiani, 2012).

Consumismo e precarietà procedono di conserva, non soltanto perché entrambi si reggono su un regime temporale di transitorietà universale, composto da attimi effimeri e “usa e getta”, ma anche in ragione del fatto che la sofferenza della precarietà, presso il cittadino globale, sembra trovare la sua sola terapia nel godimento del consumo, cifra dell’“edonismo neolaico” , come lo qualificava Pasolini, della civiltà dei consumi.

In effetti, nella pratica del consumo si intrecciano le istanze della precarietà, dell’individualismo e della mercificazione integrale. Il regime consumistico, infatti, è per sua natura precario, sottoposto com’è all’obsolescenza programmata della moda e al ricambio incessante delle merci nella sfera della circolazione; a tal punto che, nel tempo della mobilitazione totale della flessibilità universale, non vi è essente che non appaia come prodotto pronto a essere consumato nell’immediatezza dell’hic et nunc.

L’ideale oraziano dell’aere perennius (più perenne del bronzo) viene sostituito dall’imperativo consumistico dell’usa e getta (Serge Latouche), applicato al regno delle cose come a quello delle persone, esse stesse ridotte al rango di merci a scadenza ravvicinata.

Il regime consumistico è, al tempo stesso, funzione espressiva del singolo individuo, che al nesso intersoggettivo con l’altro e con la comunità, ha sostituito il legame con l’oggetto-merce, abbandonando ogni altra relazione. È questo il nostro presente: occorre comprenderne l’essenza, per poterne ridisegnare altrimenti le geometrie.

Articolo di Diego Fusaro

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/21/consumismo-e-precarieta-siamo-solo-merci-in-scadenza/3744850/

Il CETA: il silenzio assordante sul trattato internazionale che cambierà per sempre le nostre vite

 

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Il CETA: il silenzio assordante sul trattato internazionale che cambierà per sempre le nostre vite.

“Tutti dicono di voler cambiare i trattati dopo, ma pochi cercano di fermarli prima”.

Il degrado della nostra democrazia è ben rappresentato dal fatto che uno scontro megagalattico sta accompagnando la discussione su una legge all’acqua di rose sullo ius soli, mentre il senato si prepara ad approvare nel silenzio generale il famigerato trattato CETA.

Il trattato è quello stipulato tra Unione Europea e Canada e serve a far passare liberamente la globalizzazione più selvaggia e distruttiva, travolgendo le poche regole rimaste a difesa dei lavoratori, dei consumatori, dei cittadini.Il succo del trattato è il via libera ai prodotti, ai servizi e alle attività delle grandi multinazionali, secondo le regole loro e del paese più disponibile verso di esse. E se qualche Stato dovesse decidere di opporsi in nome delle proprie leggi su lavoro, salute e ambiente, le multinazionali potrebbero citarlo in giudizio in un arbitrato, gestito a condizioni, per esse, di favore. La extragiudizialità dei grandi fruitori di profitti rispetto agli Stati diventa legge, lo stesso privilegio di fronte alla giustizia comune, di cui nel Medio Evo godevano prìncipi e baroni.

Il CETA è una Bolkestein globale ed è perfettamente uguale all’altro trattato, sul quale invece l’opinione pubblica europea era stata in grado di fermare i suoi folli governi: il TTIP con gli Stati Uniti. Forse perché la potenza degli USA intimoriva di più, alla fine anche Hollande e Merkel bloccarono la ratifica di quel trattato. Non il governo italiano, però, che servo tra i servi, ha invece continuato a dichiararsi favorevole ad esso. Bloccato il TTIP, il CETA con il più simpatico Canada è diventato lo strumento, il cavallo di Troia, per far passare la stessa devastazione di massa dei diritti.

Tutta la stampa italiana ha incensato il gentile e fascinoso leader canadese, Trudeau, che omaggiava le vittime del terremoto. Era una bella opera di promozione di un trattato che toglierà le barriere alla importazione del grano duro, che in Nord America si coltiva con largo uso del cancerogeno glifosato. Le multinazionali USA, in attesa che passi il trattato con il loro paese, potranno così utilizzare le loro sedi canadesi ed il CETA, per ottenere subito il via libera ai loro affari, per noi, più distruttivi.

La ratifica del CETA avviene da parte di un parlamento dove quasi tutti, poi, si pentono dei trattati che firmano ed approvano. La mostruosa riscrittura dell’articolo 81 della Costituzione, che ha costituzionalizzato l’austerità europea, è avvenuta quasi alla unanimità nelle due camere, ma ora non si trova chi l’abbia votata. Tutti oggi dicono di voler cambiare i trattati europei, ma fanno finta di non saper che ogni modifica di quei trattati richiederebbe l’unanimità degli stati, quindi anche il consenso della Germania. Tutti dicono di voler cambiare i trattati dopo, ma pochi cercano di fermarli prima.

Il CETA è un attentato ai diritti e alla democrazia, per me chi lo approva dovrà essere considerato nemico, ma anche chi si occupa d’altro, chi lo lascia passare in silenzio dovrà essere chiamato alle sue responsabilità. Una democrazia muore per colpa di chi la colpisce, ma anche di chi volge lo sguardo da un’altra parte.

Articolo di Giorgio Cremaschi

Fonte: http://www.lantidiplomatico.it

Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

 

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Grano – La grande beffa dell’ obbligo di origine in etichetta. Ancora una presa per i fondelli per i consumatori. I produttori potranno ancora fare come gli pare a nostra insaputa!

Grano. Gagnarli: “La beffa della nuova etichettatura d’origine”

L’indicazione obbligatoria dal febbraio 2018 è destinata a non essere applicata e non garantisce i consumatori sulla reale presenza di grano nazionale nei pacchi di pasta italiani.

Con i nuovi decreti sull’etichettatura della pasta e del riso, dal prossimo febbraio sarà obbligatorio esplicitare sia la provenienza del grano, ovvero il suo Paese di coltivazione, sia il luogo della sua molitura. In pratica, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura “Italia e altri Paesi UE e/o non UE” in funzione dell’origine comunitaria o meno della restante metà. Idem per l’etichetta del riso dove dovranno essere chiaramente indicati sia il Paese di coltivazione sia quello di lavorazione e confezionamento. Il provvedimento ha diviso la filiera, da una parte i pastai che hanno sempre avuto ritrosia nel dichiarare apertamente che il 20-40% del grano utilizzato proviene da Australia, Canada, Francia o Stati Uniti, difendendosi dietro l’insufficienza della produzione italiana e la sua scarsa qualità proteica, dall’altra le associazioni di categoria degli agricoltori a difesa delle coltivazioni nazionali.

“Ma nel braccio di ferro tra Ministero delle Politiche Agricole e Ministero dello Sviluppo Economico il più grande sconfitto è, purtroppo, il consumatore – dichiara la deputata cortonese Chiara Gagnarli, vice-presidente della commissione Agricoltura alla Camera – L’etichetta, infatti, rischia di essere assolutamente ingannevole perché nessuna verifica può garantire che il grano italiano presente nel pacco di pasta che compriamo sia presente al 50% o all’1%. Il limite della percentuale inserita dal Governo non fa altro che raggirare i consumatori italiani. Sarebbe stata più onesta una generica dicitura ‘miscele di grani Ue/non Ue’ piuttosto che illudere tutti dell’acquisto di un prodotto in gran parte tricolore ma che, nei fatti, rischia di non esserlo. Per questo – continua Gagnarli (M5S) – presenteremo una interrogazione parlamentare per chiedere come il Governo intenda verificare la veridicità di ciò che verrà dichiarato in etichetta. Da sempre ci battiamo per una etichetta più trasparente ma questo provvedimento, che peraltro non ha rispettato le tempistiche indicate da Bruxelles, sembra essere più uno specchietto per le allodole che uno strumento in mano ai consumatori e alla filiera cerealicola nazionale”.

Le imprese italiane avranno 180 giorni di tempo per adeguarsi alla normativa nonché per smaltire le etichette e le confezioni già prodotte. I provvedimenti, nelle intenzioni del Governo, intendono anticipare la completa ed effettiva entrata in vigore del Regolamento comunitario 1169 del 2011 ma rischia, al contempo, di aprire una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles ai danni dell’Italia.

fonte: http://www.arezzonotizie.it/politica/grano-gagnarli-la-beffa-della-nuova-etichettatura-dorigine/

Mi dissero: “A Roma non hai futuro”. E avevano ragione. Ora a Miami sono Neurochirurgo. Qui c’è la meritocrazia. Se hai una percentuale di mortalità sopra gli standard, ti mandano a casa. Una cosa che in Italia non esiste!

 

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Mi dissero: “A Roma non hai futuro”. E avevano ragione. Ora a Miami sono Neurochirurgo. Qui c’è la meritocrazia. Se hai una percentuale di mortalità sopra gli standard, ti mandano a casa. Una cosa che in Italia non esiste!

Neurochirurgo a Miami. “Mi dissero: ‘A Roma non hai futuro’. Avevano ragione”

Italo Linfante, 52 anni, ha lasciato la Capitale 24 anni fa e adesso è un medico e ricercatore di successo in Florida. Negli Stati Uniti, spiega, vince il merito. “E qui, se hai una percentuale di mortalità al di sopra di un certo standard determinato, ti mandano a casa. Una cosa che in Italia non esiste”

Quello che ha fatto è un viaggio nel futuro, mentre in Italiaimmobilismo e baroni rischiavano di farlo rimanere impantanato nel passato. Italo Linfante, 52 anni, oggi a Miami è un medico di successo: direttore del reparto di Neurochirurgia Endovascolare al Miami Cardiac and Vascular Institute and Baptist Neuroscience Institute, professore associato in Neurologia, Neurochirurgia e Radiologia alla Florida International University, ha pubblicato più di cento articoli scientifici ed è autore di libri su ictus e malattie endovascolari. “Mi sono laureato alla Sapienza poi ho fatto la specializzazione in Neurologia a Romaper tre anni. Mi occupavo di flusso e metabolismo cerebrale e, per il tipo di ricerca che facevo, nel 1990 fui scelto per andare negli Stati Uniti con una borsa di studio della durata di un anno al National Institutes of Health (Nih) di Bethesda, uno dei più prestigiosi degli Usa. Sono partito 24 anni fa e non sono mai più tornato”.

O meglio, l’aereo lo ha preso, ma lo aspettava una sorpresa. “Quando sono tornato il mio professore mi ha detto a chiare lettere che non c’era nessun futuro per me perché i posti erano già stati assegnati, invece al Nih mi hanno proposto di rimanere. C’erano altri due progetti di ricerca che avevo ideato, mi hanno dato fondi e uno stipendio e così sono ripartito”. Dopo due anni arriva anche la Green card (visto di residenza permanente, ndr) nella categoria di ‘Oustanding Physician in the National Interest‘ e la sua carriera inizia a decollare: “Ho fatto poi la Residency, ho lavorato alla Washington University, al Baylor College of Medicine(Houston) e a Boston come membro della facoltà di Medicinadella Harvard Medical School dove facevo attività clinica, di ricerca e insegnavo.”

Insomma, negli States trova la sua strada: quella della neurochirurgia endovascolare. “A Roma mi sentivo una persona strana: facevo lo specializzando dalle 7 e mezza alle 16, andavo in laboratorio e facevo ricerca fino alle 22 e 30. Poi andavo a fare le guardie di notte in clinica privata. Dovevo mantenermi perché purtroppo ho perso i miei genitori quando ero molto giovane. Dormivo lì, mangiavo lì e poi ricominciavo”. E se in Italia era un’eccezione “qui negli Stati Uniti ho trovato tutta gente così: appassionata, che fa esperimenti la notte”.

Durante i suoi studi fa incontri importanti: “Ho lavorato anche con Louis Sokoloff, che ha inventato il modo per misurare flusso e metabolismo cerebrale ed era in odore di premio Nobel. Io gli presentavo i dati dei miei esperimenti e ne parlavamo. In Italia il direttore della Clinica Neurologica dell’università mi avrà parlato cinque volte in tre anni”. Ed è anche il sistema ad essere diverso: “Se negli Usa non sei un clinico bravo, con una casistica senza complicazioni e non fai ricerca ad alti livelli, non fai carriera. Dipende da te: se hai voglia di lavorare molto, vai avanti. In Italianon sei padrone del tuo destino, ma sei sotto le decisioni di qualche barone locale che decide in base ad altre logiche di interesse”.

Ma non solo. Ad essere diverso, in Italia, è anche il concetto di responsabilità. “Qui il responsabile sono io: se le cose vanno male, il primo che viene licenziato sono io”. Ma allo stesso tempo “decido chi assumere. Non è possibile che in Italia sia l’amministratore nominato politicamente a decidere della gestione del personale di un ospedale. E poi qui se hai una percentuale di mortalità al di sopra di un certo standard determinato, ti mandano a casa. Una cosa che in Italia non esiste. Ed è un problema: se hai un posto da primario o da professore non ti manda via nessuno”. E così facendo si perdono numerose occasioni. “La medicina va avanti alla velocità della luce. Qui facciamo cose che io stesso 15 anni fa pensavo che fossero impossibili. La mortalità per ictus, per esempio, negli ultimi 10 anni è diminuita negli Usa e ci sono dei progressi tangibili, si lavora a progetti che in Italia non sono ancora in atto. Soprattutto, chissà quando e se lo saranno. E in questo campo tecnologia e innovazione non solo migliorano il progresso scientifico, ma sono anche motore per la crescita economica”.

La sua carriera lo porta anche a viaggiare spesso per intervenire a congressi internazionali, durante i quali ha avuto modo di rincontrare parte del suo passato in Italia: “Una volta ho parlato con il professore che mi ha detto che per me non c’era speranza. Mi ha detto ‘mi dispiace, ma forse per te è andata meglio così’”. Aveva ragione: “È difficile lasciare il Paese in cui si è nati e i propri affetti, ma una carriera così in Italia me la sarei sognata. E negli Usa, dove vige un sistema di selezione per merito, ho trovato tanti italiani geniali”.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/28/neurochirurgo-a-miani-mi-dissero-a-roma-non-hai-futuro-avevano-ragione/1098066/

 

L’alcol è 114 volte più letale della marijuana e risulta essere la “droga” più pericolosa. Ma mentre le altre sono proibite, l’alcol si vende regolarmente. Chiediamoci perchè! Ancora una volta lo strapotere delle lobby?

 

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L’alcol è 114 volte più letale della marijuana e risulta essere la “droga” più pericolosa. Ma mentre le altre sono proibite, l’alcol si vende regolarmente. Chiediamoci perchè! Ancora una volta lo strapotere delle lobby?

 

L’alcol è 114 volte più letale della marijuana, secondo uno studio pubblicato su Scientific Reports.

da uno studio pubblicato su Scientific Reports.

L’alcol risulta essere la “droga” più pericolosa di tutte, tabacco al quarto posto.
L'alcol è 114 volte più letale della marijuana.

L’assunzione dell’alcol risulta essere connessa ad un elevatissimo rischio di mortalità. Analizzando il grafico dello studio pubblicato, si può notare come la marijuana risulta essere la più sicura con un rischio di mortalità notevolmente basso ritrovandosi in fondo alla classifica.

Il grafico mette in relazione le dosi normalmente utilizzate da un possibile consumatore con il comportamento di varie droghe sull’organismo, la classifica finale riscontrata nello studio mette in risalto al primo posto l’alcol come la droga più pericolosa, più di eroina e cocaina. Il tabacco si trova al quarto posto con un elevato rischio di mortalità.

La pericolosità delle varie droghe come si può vedere dal grafico, trova al primo posto l’alcool e di seguito l’eroina, cocaina, tabacco, ecstasy, meth e marijuana, sottolineando ancora una volta come il rischio di mortalità dell’alcol sia di ben 114 volte più della marijuana.
Il Washington Post scrive “Detto questo, ci sono anche rischi associati a tutto quello che immettiamo nel nostro corpo”
“Mangiare troppo zucchero ci mette a rischio carie e diabete. Troppo sale aumenta le probabilità di avere un ictus. Le sostanze psicoattive, come marijuana e alcol, non sono affatto le uniche sostanze non esenti da rischi”.
Questo studio mette in risalto la pericolosità di alcol e tabacco, gli studiosi sottolineano come bisognerebbe esserci una “priorità di gestione del rischio nei confronti di alcol e tabacco, piuttosto che di droghe illecite”.
“Quando si tratta di marijuana, poiché i rischi relativi all’assunzione sono bassi, si potrebbe pensare a un approccio legale e regolamentato piuttosto che illecito”.
Sarebbe ora di ridurre o addirittura vietare l’uso di alcol e tabacco, aggiunge il Washington Post, piuttosto che utilizzare notevoli risorse contro la legalizzazione della marijuana.

Prima di questo studio una ricerca britannica ha evidenziato  l’estrema pericolosità per la salute e per la società dell’alcol, classificandola come droga più pericolosa d’inghilterra.
fonte: http://www.cannabis.brucofalla.com/cannabis-ricreativa/lalcol-e-114-volte-piu-letale-della-marijuana-e-risulta-essere-il-piu-pericoloso/