Da 50 anni la Basilicata custodisce le scorie nucleari americane che nessuno vuole – Ma nessuno deve parlarne!

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Da 50 anni la Basilicata custodisce le scorie nucleari americane che nessuno vuole – Ma nessuno deve parlarne!

8246 chilometri separano Elk River, in Minnesota, e Rotondella, in Basilicata.

Tra le due città esiste però un legame quasi impossibile da sciogliere, sancito da un ‘tesoro’ maledetto: 84 barre da 1.672 chili di combustibile radioattivo che da quasi cinquant’anni sono al centro di una contesa che coinvolge Italia e Stati Uniti.

Tra reciproche scaramucce, preoccupazioni e polemiche, una vera soluzione non è mai stata trovata. Adesso però, giurano i diretti interessati, siamo vicini a mettere la parola fine a una vicenda che esemplifica il rapporto travagliato tra gli italiani e le scorie nucleari.

Ci troviamo a Rotondella, un comune di 2.700 abitanti nella provincia di Matera. Noto come il “balcone dello Ionio” per la posizione invidiabile da cui si gode della vista di tutta la costa ionica, questo borgo è salito agli onori delle cronache per un motivo meno invidiabile: la presenza di materiale nucleare unico al mondo.

Si tratta del cosiddetto Elk River, barre di combustibile irraggiato uranio-torio stoccate all’interno dell’impianto ITREC (acronimo di Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile) di Trisaia da quasi mezzo secolo.

Che cosa ci fa l’Elk River in Basilicata?

La centrale fu costruita alla fine degli anni ’60, nell’ambito di una collaborazione tra il defunto Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) e il suo omologo americano, l’Atomic Energy Commission.

Lo scopo dell’ambizioso progetto era quello di valutare la convenienza economica del ciclo uranio-torio rispetto al consueto ciclo uranio-plutonio, per la produzione di energia nucleare. 84 barre di Elk River – nome che deriva dal paese del Minnesota dove si trovava l’unico reattore che avesse mai prodotto quel combustibile – furono così spedite dagli Stati Uniti in Basilicata.

Tra il 1975 e il 1978 venti di queste barre furono impiegate per la sperimentazione dell’impianto, producendo tre metri cubi di prodotto finito uranio-torio. I risultati però non furono soddisfacenti ed evidenziarono la necessità di effettuare modifiche all’impianto.

I lavori di rettifica furono programmati, ma nell’aprile 1986 un evento mutò irrimediabilmente il rapporto tra opinione pubblica ed energia nucleare: il disastro nucleare di Chernobyl.

All’indomani della tragedia gli elettori italiani furono chiamati a esprimersi in un referendum sul futuro dell’energia nucleare nella Penisola. La risposta negativa, ovviamente, segnò per sempre il destino dell’impianto di Rotondella.

La fine delle attività produttive significò però l’inizio di un’epopea che si trascina fino ad oggi.

A causa della sua natura sperimentale, infatti, l’Elk River non può essere riprocessato in nessun impianto al mondo. E così da allora le 64 barre rimaste, con il loro carico di 72 kg di uranio e 1.600 kg di torio, vengono custodite in una piscina di 30 metri quadrati e alta 7 metri.

 

In attesa che qualcuno trovi una soluzione definitiva per il loro futuro, l’unica certezza è rappresentata dal peso sulla spesa pubblica di questo materiale abbandonato.

Secondo quanto riferito a VICE News da Sogin, la società pubblica che dal 2003 controlla il centro ITREC, i soli costi di gestione della struttura si aggirano attorno ai 4,7 milioni di euro all’anno.

Il rapporto tra il nucleare e gli abitanti

Come racconta a VICE News Pino Suriano, un giornalista di Rotondella, il rapporto tra gli abitanti della piana di Trisaia e il centro ITREC ha attraversato fasi alterne. Dalla gioia per l’arrivo di un potenziale centro di impiego si è passati negli anni alla paura per i rischi del nucleare, fino ad arrivare all’apparente stato di accettazione attuale.

“Inizialmente la percezione era positiva perché erano stati creati posti di lavoro stabili ben pagati con contratti di ricerca,” spiega Suriano. “La coscienza del pericolo è andata crescendo, e già negli anni ’80 si leggevano i primi articoli che mettevano in discussione i potenziali rischi ambientali del centro.”

Oggi, dice Suriano, il timore non raggiunge livelli allarmistici. Non ci sono persone che evitano di tuffarsi in mare o di mangiare i prodotti della zona per paura di ipotetiche contaminazioni radiologiche.

Però, anche se la quotidianità non viene condizionata, rimangono domande spinose a cui non si è ancora trovata una risposta definitiva.

“Se un residente locale si ammala pensa a possibili implicazioni legate al materiale radioattivo,” continua Suriano. “L’altro giorno ho incontrato un ragazzo che lavora nel centro [ITREC] e mi diceva ‘sono morti due miei familiari nel giro di poco tempo, qualche domanda me la faccio’. Sono dubbi che ti poni solo sei coinvolto personalmente.”

Lo scorso gennaio l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato il primo rapporto italiano sullo stato di salute dei residenti in comuni sede di impianti nucleari. Tra le zone messe sotto la lente d’ingrandimento c’era proprio Rotondella, dove sono stati analizzati i dati relativi alle morti degli ultimi 30 anni.

“I comuni di Bosco Marengo, Caorso, Latina e Rotondella hanno fatto registrare un maggior numero di eccessi di mortalità per patologie tumorali,” riporta lo studio.

In particolare, i decessi causati da malattie dell’apparato digerente e per il tumore della tiroide risultano in eccesso rispetto alla mortalità media della popolazione regionale. Tuttavia, come precisano gli autori dello studio, il numero limitato di residenti a Rotondella potrebbe aver inficiato la precisione delle stime.

Rimandare l’Elk River negli Stati Uniti: una soluzione impossibile?

La soluzione auspicata dagli abitanti e dalle associazioni è sempre stata quella di rispedire le barre di combustibile uranio-torio al mittente, ovvero gli Stati Uniti.

Il governo italiano ha tentato in tutti i modi di raggiungere un accordo con gli americani. I risultati, però, sono stati praticamente nulli.

Secondo quanto rivelato dai cable di Wikileaks, nel settembre 2004 Gianni Letta si appellò all’ambasciatore americano in Italia affinché il combustibile venisse preso in carico dagli Stati Uniti.

L’allora sottosegretario del governo Berlusconi riferì che, vista l’impossibilità di riprocessare il materiale radioattivo in Europa, sarebbe stato auspicabile trasferirlo nell’impianto di Savannah River in South Carolina, dove erano già custodite 190 unità di Elk River. Altrimenti, riporta il cablo in tono quasi minaccioso, il governo italiano sarebbe stato costretto a spedire le scorie in Russia, l’unico paese disponibile ad accoglierle.

Come si legge su un nota successiva, però, il Dipartimento dell’Energia chiuse la porta in faccia all’Italia rispondendo così: “Il combustibile non può essere accettato a far parte di alcun programma esistente.”

Due anni più tardi, nel febbraio 2006, Letta tornò alla carica. Eravamo in piena campagna elettorale e, come Letta lascia trasparire, il governo Berlusconi vedeva nell’eliminazione delle barre di Elk River un’occasione per raccogliere voti preziosi in Basilicata.

“La questione è delicata per la coalizione del Premier Berlusconi, il quale dovrà affrontare una dura battaglia per la rielezione,” riporta il cablo redatto dall’Ambasciata americana a Roma. “La zona vicina a Matera sarà un terreno di scontro importante nelle elezioni del 9 aprile. Da questo ne segue l’interesse del governo Berlusconi di smorzare la pubblicità negativa causata dalle manifestazioni contro il combustibile.”

Anche questa volta però il tentativo andò a vuoto e le barre non lasciarono le piscine di Trisaia.

Nelle sue lettere all’ambasciatore americano Letta faceva riferimento a un protocollo internazionale promosso proprio dal governo di Washington nel 2004.

Si tratta del programma GTRI (Global Threat Reduction Initiative) che prevede il trasferimento e la successiva messa in sicurezza di materiale radioattivo ad alto rischio per la comunità internazionale.

Come spiega l’Agenzia Nucleare statunitense, lo scopo è quello di prevenire che il materiale nucleare finisca nelle mani di terroristi intenzionati a fabbricare una ‘bomba sporca’, un dispositivo in grado di disperdere il materiale radioattivo nell’ambiente. L’Elk River, formato al 5 per cento da uranio 235 altamente arricchito, potrebbe far gola a chi vuole fabbricare un ordigno nucleare.

Grazie al GTRI, tra il 2012 e il 2014 17kg di uranio arricchito sono effettivamente partiti dall’Italia alla volta degli Stati Uniti. E siccome parte del materiale era stoccato nel centro ITREC di Trisaia, si erano accese le speranze che si trattasse proprio delle barre di Elk River.

Era la notte del 29 luglio 2013 quando quando trecento uomini delle forze dell’ordine circondarono il perimetro del centro di Rotondella. In tutta segretezza, un camion per il trasporto di materiale speciale uscì dai cancelli diretto, si scoprirà in seguito, all’aeroporto militare di Gioia del Colle.

Una nota stampa di Sogin parlò del “rimpatrio negli USA di materiali nucleari sensibili di origine americana.” Nella confusione generale la gente del posto iniziò a credere che ad abbandonare l’impianto fossero state proprio le 64 barre di Elk River. Pochi giorni più tardi però la notizia venne prontamente smentita. A lasciare l’ITREC erano stati ‘solamente’ 1.050 grammi di biossido di uranio.

La scorsa estate sono rimbalzate nuove voci su un possibile trasferimento delle barre negli Stati Uniti.

Interrogata da VICE News, la National Nuclear Security Administration (NNSA), l’agenzia americana che si occupa di sicurezza nucleare, ha però negato categoricamente questa eventualità.

“Gli Stati Uniti e l’Italia hanno dibattuto a lungo sul possibile rimpatrio di questo combustibile,” ha dichiarato a VICE News un portavoce dell’NNSA via email.

“In seguito a questi colloqui si è accertato che non esiste nessun obbligo legale per gli Stati Uniti di riprendersi l’uranio altamente arricchito che fu spedito in Italia dal reattore di Elk River, né il Dipartimento di Energia ha le autorizzazioni necessarie per accettare questo materiale.”

Il Deposito Nazionale: l’unico futuro per Elk River

Vista l’impraticabilità della soluzione americana, sul tavolo sembra rimasta una sola carta da giocare: lo stoccaggio delle barre nel futuro Deposito Nazionale.

Partita ufficialmente nel 2011, la disattivazione – o decommissioning – del centro ITREC dovrebbe concludersi tra il 2028 e il 2032.

Una volta completate le operazioni propedeutiche, le 64 barre di Elk River verranno trasferite all’interno di due contenitori metallici schermati, detti cask, dove attenderanno la costruzione del deposito unico.

Secondo i dati forniti a VICE News da Sogin, il costo totale dello smantellamento del centro di Trisaia raggiungerà i 260 milioni di euro, 7,5 dei quali saranno impiegati per lo stoccaggio a secco delle barre di Elk River.

Il deposito nazionale sarà però solo una tappa sul percorso verso la meta finale dell’Elk River.

Come spiega a VICE News Fabio Chiaravalli, Direttore per Sogin del futuro deposito nazionale, l’integrità delle barriere di contenimento del deposito è garantita per 300 anni, ovvero il tempo necessario per il completo decadimento nucleare dei rifiuti di media e bassa attività.

Le scorie prodotte nel centro di Trisaia, così come tutti gli altri derivati della produzione di energia nucleare, sono però rifiuti ad alta attività che richiedono una diversa soluzione a lungo termine.

“L’alta attività a lunga vita, ovvero quei rifiuti che decadono in centinaia di migliaia o milioni di anni, deve essere custodita nel deposito geologico di profondità,” spiega Chiaravalli. “Siccome questa soluzione necessiterà molto tempo, l’indicazione arrivata dall’Unione Europea è di conservare i rifiuti in strutture temporanee in tutta sicurezza.”

Secondo il prospetto fornito da Sogin, in Italia i rifiuti ad alta attività verranno prima inseriti in capsule ad alta integrità per poi essere stoccati in edifici di massima sicurezza all’interno del centro unico dei rifuti radioattivi.

La partita del deposito nazionale è ancora tutta da giocare. Il prossimo passo sarà la pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ad ospitare il sito (CNAPI), che darà poi il via alle consultazioni popolari.

Nel frattempo, a Trisaia non tutti passano sonni tranquilli. La vera paura, infatti, è che non solo le barre di Elk River non se ne andranno, ma che a Rotondella potrebbero convergere tutte le scorie nucleari d’Italia.

“Tra la gente serpeggia il dubbio che il sito unico venga costruito proprio qui,” afferma Suriano. “Il timore che possa essere scelto il nostro territorio resta sempre.”


 

tratto da: https://news.vice.com/it/article/elk-river-italia-usa-nucleare

Sulle nostre teste, nell’atmosfera, nell’aria ci sono ancora le scorie nucleari della guerra fredda!

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Sulle nostre teste, nell’atmosfera, nell’aria ci sono ancora le scorie nucleari della guerra fredda!

 

Ancora sopra di noi le scorie nucleari della guerra fredda

Da più di 50 anni, le particelle di plutonio radioattivo dei test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta sono nella stratosfera, tra 20 e 50 km al di sopra delle nostre teste. Si pensava che fossero già tutte precipitate al suolo nel corso dei decenni ma, dopo l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull avvenuta nel 2010, sono sorti i primi dubbi. Le eruzioni vulcaniche, infatti, possono far precipitare queste particelle radioattive nella parte più bassa dell’atmosfera, la troposfera. Lo afferma uno studio svizzero pubblicato questo mese su Nature Communications. Secondo la ricerca elvetica, tuttavia, non ci sarebbe da preoccuparsi per possibili conseguenze sulla salute umana.

Tra il 1945 e il 1998, un piccolo numero di paesi del mondo ha affermato la propria potenza militare facendo deflagrare bombe atomiche in test all’aria aperta. Le dinamiche della Guerra fredda hanno portato prima Stati Uniti e Unione Sovietica, poi Francia e Regno Unito, e in seguito Cina e India, a gareggiare in esplosioni atomiche. Una volta venute meno le esigenze della Guerra fredda, le esplosioni sono andate decrescendo, ma le scorie radioattive di più di duemila test nucleari sono rimaste nella stratosfera. Si è poi aggiunta la radioattività causata da eventi come l’esplosione, nel 1964, del satellite statunitense SNAP-9A, alimentato a plutonio, che ha riversato sul pianeta scorie che si sono unite alle particelle presenti nell’aria, l’aerosol. Nella troposfera, che si estende verticalmente dal suolo per circa 17-20 km, queste particelle vengono eliminate nel giro di qualche settimana o mese.

Ma un insieme di fattori può ostacolare questo smaltimento. È il caso della tropopausa, lo strato di atmosfera che separa la troposfera dalla stratosfera. La tropopausa funge da barriera e trattiene la maggior parte delle particelle più radioattive nella stratosfera per un tempo che varia da uno a quattro anni, come dimostrato da studi effettuati negli anni Sessanta e Settanta. Le particelle più grandi, dal diametro tra uno e dieci milionesimi di metro, si depositano invece più rapidamente, rimanendo nella stratosfera per qualche settimana o mese. Poiché i test nucleari sono stati condotti molto tempo fa, si pensava che tutte queste particelle radioattive presenti nella stratosfera dovessero ormai essersi depositate.

Tuttavia, dopo l’eruzione dell’Eyjafjallajökull, fisici e climatologi hanno cominciato ad avere qualche dubbio. Il gruppo svizzero, campionando l’aerosol della troposfera, vi ha trovato elevate concentrazioni di radionuclidi. In particolare, i livelli di cesio e plutonio erano di tre volte più alti di quelli presenti nell’aria in prossimità del suolo. Questi dati contraddicono precedenti studi sull’aerosol, che avevano trovato livelli bassi in tutta la troposfera. José Corcho Alvarado e colleghi, dell’Ospedale universitario di Losanna, hanno confrontato i dati raccolti dopo l’eruzione con quelli conservati dalle autorità militari svizzere a partire dagli anni Settanta. Il gruppo ha poi creato un modello della distribuzione delle particelle radioattive nell’atmosfera sopra la Svizzera per tutto il periodo.

Dal modello è emerso che la maggior parte del plutonio atmosferico si sarebbe depositata sul territorio svizzero tra il 1964 e il 1968, confermando l’ipotesi che i test nucleari e l’esplosione del satellite siano state le maggiori fonti di radionuclidi. “Una frazione significativa di quel plutonio è comunque nella stratosfera da decenni”, scrivono i ricercatori. Quanto al plutonio radioattivo finito nelle ceneri del vulcano, l’eruzione avrebbe portato a contatto col ghiaccio migliaia di tonnellate di roccia fusa, originando una forte esplosione che avrebbe portato vapore e particelle nell’aria, facendo precipitare nelle zone più basse della stratosfera polveri sottili e gas come il biossido di zolfo. Le particelle di ceneri e zolfo si sarebbero attaccate al plutonio e al cesio nella stratosfera e li avrebbero trascinati nella troposfera.

“La forte eruzione vulcanica islandese ha ridistribuito i radionuclidi derivati dalle attività umane nella bassa atmosfera”, conclude lo studio. Innocua per la salute umana, la radioattività presente potrebbe invece essere utile a studiare il movimento delle particelle nell’atmosfera, poiché i radionuclidi possono dare indicazioni sulle modalità di circolazione dell’aria.

fonte: https://oggiscienza.it/2014/01/16/ancora-sopra-di-noi-le-scorie-nucleari-della-guerra-fredda/

Italia – 90mila metri cubi di scorie nucleari: dove ce le metteranno?

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Italia – 90mila metri cubi di scorie nucleari: dove ce le metteranno?

 

IN ITALIA 90MILA METRI CUBI DI SCORIE NUCLEARI; COSA NE FACCIAMO?

In Italia ci sono oltre 90mila metri cubi di rifiuti radioattividerivanti dalle centrali dismesse (75mila metri cubi) e dalle attività industriali, mediche e di ricerca (15mila), a cui si aggiungono 58mila metri cubi di rifiuti provenienti da attività di bonifica di installazioni industriali contaminate accidentalmente. Cosa ne facciamo? Andranno nel deposito nazionale che l’Italia è chiamata ad avere operativo entro il 2024. Solo che per realizzarlo manca ancora tutto.

Manca il programma nazionale per la gestione delle scorie, manca la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il futuro deposito (la cosiddetta Cnapi, che in realtà è stata redatta dalla Sogin nel 2015 sulla base dei criteri dell’Ispra ma che da allora è in attesa di pubblicazione e di cui, quindi, non si nulla) e manca il luogo dove sorgerà questo deposito.

Quello che invece c’è già, è il rischio di incorrere nell’ennesima procedura di infrazione. Secondo la direttiva 2011/70 del Consiglio europeo, infatti, il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi doveva essere presentato entro il 23 agosto 2015. Cosa che non è avvenuta. Così, lo scorso il 13 luglio la Commissione europea ha inviato un “parere motivato”, ovvero un richiamo formale che ci dà tempo 60 giorni per evitare il deferimento alla Corte di giustizia europea. Appena due mesi per recuperare un ritardo di anni.

Sarà per questo che, a due anni dalla scadenza fissata dal Consiglio Europeo, il governo ha avviato la fase di consultazione pubblica per la Valutazione ambientale strategica (Vas), la procedura prevista dalle direttive europee che permette ai cittadini di dire la propria sul programma nazionale per la costruzione e la gestione del deposito dei rifiuti radioattivi.

Procedura che, però, arriva in estate e si chiude il 13 settembre, proprio quando vanno un po’ tutti in vacanza. Il ministro Calenda ha però annunciato tempi brevi per la conclusione della procedura di Vas e la pubblicazione entro la fine di quest’anno della Carta delle aree idonee ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari italiani.

Discutibile il metodo, perché andavano seguiti i gli step in ordine successivo: paradossalmente, abbiamo avviato l’iter di definizione e discussione sul deposito nazionale, che è un pezzo del programma, senza però dare lo scenario di contesto cioè la strategia. E soprattutto, per l’ennesima volta, l’Italia corre ai ripari dopo il richiamo europeo. “Fatto salvo tutto questo, però, ora ci auguriamo che, una volta definito il programma, si vada avanti in maniera molto diversa rispetto a quanto fatto con il deposito che è, a nostro avviso, una struttura necessaria”, dice all’Adnkronos Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente.

Anche per l’associazione ambientalista infatti, l’Italia non può più accumulare ritardi sulla realizzazione di un deposito in cui smaltire i rifiuti a bassa e media attività, soprattutto considerando che molti depositi ‘temporanei’ si trovano in aree che, secondo gli stessi criteri dell’Ispra, oggi risulterebbero non idonee.

“Prima di imputare la mancata realizzazione di questo deposito alla sindrome Nimby o all’ostracismo di Comuni e comitati – sottolinea Zampetti – bisogna fare estrema attenzione alla trasparenza dell’iter e alla certezza dei tempi, cosa che avevamo già chiesto nel 2014, quando l’Ispra presentò i requisiti”.

Ma i tempi indicati all’inizio non sono mai stati rispettati e tutta la confusione che c’è stata fino ad oggi “non fa altro che alimentare timori e allerta nella popolazione con il risultato che alcuni Comuni e comitati hanno già preso posizione. L’auspicio è che a questo punto, col programma prima e con la pubblicazione della Cnapi poi, ci sia tutto il tempo e la partecipazione possibili a garanzia che il deposito si faccia nel miglior modo e luogo possibili”.

“Quello ci lascia perplessi – aggiunge Zampetti – è un aspetto, contenuto sia nel programma nazionale sia nel progetto di deposito, che è quello di mettere temporaneamente nel deposito delle scorie a bassa e media attività, anche quelle ad alta attività attualmente in fase di riprocessamento all’estero. Visti i quantitativi marginali che l’Italia ha di questo tipo di scorie, sarebbe meglio continuare con questi accordi lasciando che a gestirli siano i Paesi che hanno già le strutture adeguate”.

Fonte: qui

La grande scoperta Italiana: il NUCLEARE ECOLOGICO…che fine ha fatto?

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La grande scoperta Italiana: il NUCLEARE ECOLOGICO…che fine ha fatto?

NUCLEARE ECOLOGICO: SCOPERTA ITALIANA

Nucleare ecologico: scoperta italiana. Il recupero della sovranità nazionale passa anche dall’indipendenza energetica.

Da Paese distrutto che aveva pure perso la guerra ed era prevalentemente agricolo, in pochissimi anni l’Italia è diventata la quinta potenza industriale del pianeta. L’espressione “miracolo economico” fu coniata espressamente per noi.
Fu un balzo in avanti strepitoso. Cos’avremmo potuto fare se avessimo avuto anche il petrolio? In effetti, l’inizio dei nostri guai è rappresentato proprio dai due shock petroliferi del 1973 e del 1979.
Ma – pur poveri di materie prime – abbondiamo in materia grigia. Il “genio” è la nostra grande risorsa. E dovremmo ritrovare anche per questo un po’ di sano orgoglio italiano.
Perché poi sono gli altri a riconoscere le nostre eccellenze che noi magari ignoriamo. C’è un caso proprio nel settore cruciale dell’energia.

Sorpresa USA

In un atto del Congresso degli Stati Uniti della primavera 2016, si legge che l’Italia ha un primato straordinario nel campo delle nuove reazioni nucleari, che in America chiamano Reazioni Nucleari a Lieve Energia, in inglese Low Energy Nuclear Reactions (LENR).
Leggiamo quel passo della Commissione Forze Armate della Camera dei Rappresentanti (la Camera dei deputati Usa):

“La Commissione è al corrente dei recenti sviluppi positivi nell’evoluzione delle reazioni nucleari a lieve energia (LENR), che producono energia rinnovabile ultra-pulita e a basso costo, con forti implicazioni per la sicurezza nazionale. Per esempio, secondo la Defense Intelligence Agency (DIA), se le LENR dovessero funzionare, sarebbero ‘una tecnologia dirompente in grado di rivoluzionare la produzione e conservazione di energia’. La Commissione è inoltre a conoscenza di quanto scoperto dall’Agenzia per i Progetti di ricerca avanzata per la Difesa (DARPA), secondo cui altri Paesi, inclusi Cina e India, stanno portando avanti programmi di LENR, mentre il Giappone ha appena creato un fondo di investimento per promuovere questa tecnologia”.

Il documento prosegue così:

“La DIA ha inoltre accertato che Giappone e Italia sono leader in questo settore, mentre Russia, Cina, Israele e India stanno stanziando ingenti risorse per lo sviluppo delle LENR. Al fine di meglio comprendere le implicazioni per la sicurezza nazionale di queste evoluzioni, si chiede al Segretario della Difesa di fornire alla presente Commissione per le Forze Armate della Camera dei Rappresentanti, il 22 settembre 2016, un rapporto sull’utilità militare dei recenti avanzamenti in materia di LENR”.

La Commissione chiede di conoscere anche “lo stato corrente della ricerca negli Stati Uniti” in questo settore e “in quale relazione essa sia con il lavoro effettuato in ambiti internazionali”. Così è stato affidato proprio al ministero della Difesa Usa il compito di conquistare il primato della ricerca in questo settore.
E l’Italia che oltreoceano è definita “leader” nella scoperta di queste nuove forme di energia?

Pochi sanno che…

Già nel 2009 (governo Berlusconi) il Parlamento italiano aveva approvato la legge 99/2009 che, programmando il ritorno al nucleare, apriva la strada alle nuove reazioni nucleari scoperte e brevettate dal Cnr.

Tutta questa vicenda scientifica e tecnologica è ricostruita nel libro – appena uscito – di Fabio Cardone, “La futura energia. Dall’atomica alle reazioni nucleari ultrasoniche” (Di Renzo editore, pp. 144, euro 14).

Le particolarità di queste scoperte – che in pratica mostrano la possibilità di ottenere reazioni nucleari mediante gli ultrasuoni e in generale mediante la pressione – sono molte e importanti.
Fra l’altro si ipotizzano perfino applicazioni di queste scoperte nel campo della medicina. Ma soprattutto questo modo di produzione dell’energia nucleare spazza via tutti i problemi che si sono evidenziati con le attuali centrali nucleari.
In sostanza oggi l’energia nucleare copre circa un quinto del fabbisogno mondiale di energia, ma ha il problema della sicurezza degli impianti, dello smaltimento delle scorie radioattive e dell’approvvigionamento dell’uranio visto che ce ne vorrebbe un milione di tonnellate l’anno e oggi ne viene prodotto mezzo milione (inoltre si pone il problema dell’esaurimento dell’uranio stesso e della dipendenza geopolitica dai paesi produttori).

Le reazioni nucleari ultrasoniche eliminano totalmente questo problema in quanto non hanno bisogno di uranio:

“per liberare energia necessitano di sali di ferro e il ferro è molto comune in natura. Inoltre” spiega Cardone nel libro citato “gli esperimenti hanno dimostrato che le reazioni nucleari ultrasoniche non producono scorie radioattive e nemmeno radioattività residua e questo risolverebbe il problema dei rifiuti pericolosi”.

Non solo.

“Gli esperimenti hanno indicato anche un’altra sorprendente possibilità: la distruzione delle sostanze radioattive mediante la loro trasformazione in sostanze inerti, prive di radioattività”.

In pratica, secondo i calcoli, si ottiene in 90 minuti quello che altrimenti avrebbe richiesto due anni e questo risolverebbe il problema dello smaltimento delle scorie prodotte finora dalle tradizionali centrali nucleari (quindi si avrebbe uno straordinario beneficio ecologico).
Tanto che – dopo l’approvazione della legge 99/2009 – la Regione Abruzzo, con una delibera del 2010 (approvata all’unanimità), ha chiesto al Governo di poter avere nel territorio regionale l’impianto per sviluppare la tecnologia finalizzata a disattivare le sostanze radioattive. In collaborazione con Ansaldo nucleare e Sogin (Società per la gestione degli impianti nucleari).
La Sogin nel 2010 aveva definito anche un piano di sviluppo. Sennonché nel marzo 2011, a seguito di un devastante terremoto e conseguente maremoto in Giappone, si ebbe il disastro della centrale nucleare di Fukushima.

Immediata fu la ripercussione in Italia dove un referendum si abbatté sulla legge 99/2009 facendo sospendere l’applicazione dell’art. 14 (quello sul nucleare) fino al 2016.
È ormai scaduto da un anno il termine e – come dimostra il documento del Congresso americano – tutti i grandi paesi industriali stanno correndo a investire su quelle nuove forme di energia nucleare.

E ora?

Il libro di Cardone riapre la riflessione sulle applicazioni di quelle scoperte. L’autore osserva:

“È stato valutato che ogni prototipo industriale può costare 100 milioni di euro e può avere soltanto un’applicazione specifica: produzione di energia, distruzione di sostanze radioattive, trasformazione delle sostanze”.

Quanto tempo potrebbe occorrere per passare alla realizzazione di un impianto industriale? Naturalmente dipende dall’entità degli investimenti. Ma anche “un programma lento e a lungo termine” non va oltre i 10 o 15 anni.

Fra l’altro si deve sottolineare che i notevoli risultati di queste ricerche sono stati conseguiti senza finanziamenti specifici, cioè senza ulteriore aggravio di spesa per le casse pubbliche.
Infatti:

“tutto ciò che riguarda queste ricerche” spiega Cardone nel libro “era di proprietà dello Stato Italiano, la macchina era proprietà dell’Esercito Italiano” e “i brevetti relativi alla macchina e ai suoi procedimenti di proprietà del Cnr”.

Considerati i tanti sprechi pubblici in Italia, in tutti i settori, è davvero significativo che poi si facciano scoperte importanti in modo così economico, si può dire praticamente a costo zero.
Ora sta al nostro Paese trarne tutti i benefici. Già altre volte è accaduto che importanti scoperte di scienziati italiani siano state poi implementate e sfruttate da altri Paesi (il caso più clamoroso è proprio quello di Enrico Fermi e del nucleare). Sarebbe desolante se ciò dovesse ripetersi anche in questo caso.
Ma se il governo non riprende subito in mano la materia (visto che è finita la sospensione) è sicuro che gli altri non staranno a guardare e ci sorpasseranno.
Quello dell’indipendenza energetica, fra l’altro, è un grande obiettivo politico che dovrebbe appassionare non solo i cosiddetti sovranisti, ma chiunque abbia minimamente a cuore il futuro dell’Italia. È il classico tema bipartisan.


Da “Libero”, 2 aprile 2017


Fonte: antoniosocci.com


 

Autore:  Antonio Socci

 

tratto da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/nucleare-ecologico-scoperta-italiana-5488

 

Rifiuti radioattivi – Il sismologo Enzo Boschi lancia l’allarme: “Italia, altissimo il rischio di un grave incidente nucleare”

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Rifiuti radioattivi – Il sismologo Enzo Boschi lancia l’allarme: “Italia, altissimo il rischio di un grave  incidente nucleare”

Il sismologo Enzo Boschi: “Italia, il rischio di un incidente nucleare”

È una questione aperta dalla fine degli anni Ottanta e ancora oggi è irrisolta: il problema della sistemazione dei rifiuti radioattivi in un unico deposito nazionale. Le scorie da decenni si trovano in luoghi provvisori, distribuiti in diverse località dell’Italia, tra cui le province di Vercelli, Alessandria, Latina, Rimini, Milano e Palermo. Sono stoccati in condizioni che non corrispondono assolutamente agli standard di sicurezza. Un argomento del quale la politica continua a disinteressarsi.

Per tutto il 2015 – come sottolinea Il Giorno – si era discusso della creazione di un solo deposito, e grazie a una martellante campagna di comunicazione lo scorso anno si erano compiuti piccoli passi in avanti verso la soluzione del problema: il governo si era ripromesso di far diventare la Cnapi – acronimo della carta in cui sono state messe nero su bianco le possibili aree destinate al deposito nazionale – il punto di arrivo di una valutazione strategica ambientale, tanto che i vertici della Sogin erano stati rinnovati. L’idea era quella di lavorare al deposito. Idea che è rimasta tale.

Il sismologo Enzo Boschi ha cercato di fare il punto della situazione, che si può riassumere con una sua frase: “Nessuno sembra voler davvero affrontare il problema“. L’esperto accusa il governo di aver utilizzato lo scorso anno l’ennesimo escamotage per rimandare una decisione che tra otto anni sarà costretto a prendere per forza e che oggi ha la possibilità di rinviare grazie alla mancanza di qualcuno in grado di coordinare le attività. Boschi aggiunge: “Resta in tutta la sua gravità il problema di pericolosissimi rifiuti radioattivi sistemati in depositi temporanei. È necessaria una disgrazia affinché la questione sia presa in considerazione da coloro che ne hanno la responsabilità?”.

Boschi sostiene poi che a rafforzare l’idea che il governo voglia lasciare tutto così com’è c’è la dichiarazione del ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, secondo cui la procedura per la pubblicazione della Cnapi è in attesa del Rapporto ambientale. Ma in realtà Sogin ha consegnato il Rapporto cinque mesi fa. Perché Galletti allora si è espresso in tal senso? La risposta arriva sempre dal sismologo: “Se lo ammettessero (il rischio, ndr), dovrebbero ultimare la Valutazione ambientale e dopo 180 giorni sarebbero obbligati a pubblicare la Carta e una volta fatto, i cittadini e i sindaci delle possibili aree destinate al deposito valuterebbero i pro e i contro dell’avere il deposito nel loro territorio ed esprimerebbero una scelta”.

L’unico reale vantaggio che il governo avrebbe nel continuare a rimandare, conclude Boschi, è che, una volta che si è arrivati vicini ai termini di scadenza, verranno prese decisioni di urgenza, dove ogni provvedimento è lecito e soprattutto dove la scelta verrà “calata” dall’alto e così i cittadini si troveranno ancora una volta esclusi. Una soluzione all’italiana.

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12311465/nucleare-possibile-disgrazia-continui-rimandi.html