Sì, alcuni ulivi sono ancora vivi – La cura contro la Xylella sembra dare risultati. Ma sembra pure che la cosa non fa piacere a tutti…!

 

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Sì, alcuni ulivi sono ancora vivi – La cura contro la  Xylella sembra dare risultati. Ma sembra pure che la cosa non fa piacere a tutti…!

 

Sì, alcuni ulivi sono ancora vivi

Marco Scortichini è il direttore di ricerca del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria di Roma e Caserta. Insieme a Francesco Paolo Fanizzi, docente all’Università del Salento, e altri ricercatori ha sperimentato una cura per salvare gli olivi, colpiti dal Co.di.r.o. e Xylella, destinati a essere eradicati. La cura sembra essere molto efficace e ha avuto anche una validazione scientifica internazionale. Tuttavia sul Quotidiano di Puglia nei giorni scorsi è apparsa una nota molto critica nei confronti della cura. In questo articolo inviato a Comune, Scortichini risponde con grande meticolosità a quella nota. Dal Salento chiedono una mano nel diffondere questa preziosa notizia che neutralizza il tentativo di azzoppare la ricerca e tiene a bada coloro che, con la scusa del batterio, vogliono sradicare le tradizionali cultivar per sostituirle con altre che meglio si adattano a un modello olivicolo intensivo. Insomma, il “Popolo degli ulivi” nonostante gli attacchi dall’alto – Stato, multinazionali, media…, la combriccola eradicatrice – aumenta e non smette di mettere in comune saperi, forte volontà di tutelare e salvare l’inestimabile patrimonio rappresentato dalla foresta degli olivi, capacità di vivere il territorio fuori dal dominio del profitto

di Marco Scortichini*

È stato pubblicato recentemente, su una rivista specializzata in patologia vegetale, uno studio triennale effettuato in Salento su olivi colpiti da Xylella fastidiosa che evidenzia come, mediante un approccio integrato, alberi destinati ad essere eradicati secondo il primo piano regionale, siano ancora vivi nonostante la presenza del patogeno nell’area, il gelo invernale e la siccità prolungata della scorsa estate. Un prodotto a base di zinco, rame ed acido citrico è stato utilizzato per verificare la possibilità di riduzione della carica batterica all’interno dell’albero, unitamente alle erpicature primaverili-estive per ridurre la presenza del vettore “sputacchina” e alle potature regolari. Rilievi molecolari e di campo hanno permesso di verificare che, a seguito dei trattamenti, la carica del patogeno all’interno dell’albero si riduce fortemente. Preliminarmente è stato osservato l’effetto battericida del prodotto (prova effettuata negli Stati Uniti da un batteriologo specializzato in studi su Xylella fastidiosa) e la forte sistemicità del prodotto che è capace di raggiungere lo xylema dove vive il batterio e lì rilasciare gli ioni zinco e rame, in grado di ridurre fortemente la presenza di Xylella.

Sul Quotidiano di Puglia è apparsa una nota di criticità nei confronto dello studio triennale che pone alcuni dubbi sulla validità della ricerca stessa. Ecco alcuni chiarimenti in merito.

A) Viene affermato che nella prova iniziale gli alberi oggetto della sperimentazione erano 110 mentre nel lavoro ne sono riportati 40. Abbiamo più volte spiegato ed anche scritto su una nota preliminare sulla stessa prova che nelle aziende di Galatone e Galatina sono state effettuate potature molto severe con lo scopo di verificare se tale pratica agronomica potesse ridurre efficacemente la presenza del batterio così da consentire la ripresa dell’albero. Ebbene, le potature severe hanno avuto l’effetto di portare a morte molti degli alberi in prova. Quindi, dopo aver constatato che tale pratica risulta deleteria per l’albero, nelle aziende, ovviamente, non si è proseguita la prova. Un riferimento a tale risultato, comunque, è stato inserito anche nel lavoro pubblicato. È ovvio che se si vanno a visionare i campi sperimentali risultino ora, per l’appunto, gravemente compromessi. Credo che la verifica della pericolosità di tale pratica apporti ulteriore conoscenza sul fenomeno.

B) Viene criticato il fatto che nella prova di efficacia battericida inerente il prodotto, effettuata negli Stati Uniti, è stato utilizzato un ceppo di xylella della sottospecie “fastidiosa” e non di “pauca”, che è quello presente in Puglia. Va precisato che negli Stati Uniti la sottospecie “pauca” è patogeno da quarantena e, quindi, è vietato manipolarlo ed utilizzarlo nei vari test. Quindi, vista anche l’impossibilità di poter lavorare direttamente in Italia su xylella (solo alcuni laboratori pugliesi possono farlo), il prodotto è stato spedito negli Stati Uniti per la verifica.

C) Si dice che i due blocchi di alberi oggetto della prova pubblicata (quelli trattati e quelli controllo, non trattati) presentassero un’intensità di attacco diversa. Nell’articolo è detto come i due blocchi avevano un grado molto simile di gravità di sintomi all’inizio della prova stessa. Nel corso della prova si è verificato come gli alberi non trattati sono andati, progressivamente, incontro alla morte al contrario di quelli sottoposti a trattamento.

D) Per quanto riguarda il numero di rametti va fatto notare che su alberi di settant’anni una differenza iniziale di cinque rami infetti tra le due cultivar, su un totale di venti piante, è da considerarsi del tutto irrilevante considerando la numerosità totale. Non si tiene conto, inoltre, che durante la prova alcune delle piante non trattate sono completamente avvizzite e che il conteggio è stato effettuato solo su quelle vive. C’è poi da osservare che i rilievi, ogni anno, sono stati effettuati da aprile ad ottobre e che il rilievo ha preso in considerazione solo i rami che, in quel momento, apparivano disseccati.

E) Il fatto di avere protetto con i trattamenti fungicidi solo piante non trattate (comunque morte) avvalora la bontà della strategia di contenimento dove l’effetto protettivo del composto ha potuto svolgere la sua attività anche in assenza di trattamenti protettivi verso le altre malattie.

F) È stato dimostrato da numerose ricerche statunitensi che lo ione zinco svolge un ruolo fondamentale nella riduzione di Xylella fastidiosa all’interno dello xilema delle piante e superare una soglia del suo contenuto all’interno della pianta contribuisce alla riduzione della carica del batterio stesso.

G) Nella conferenza, inoltre, sono stati evidenziati alcuni fattori di “confusione”. È stato detto che gli alberi oggetto della prova non erano randomizzati (non presentavano, cioè, una disposizione non casuale nei due blocchi). Nel lavoro è stato affermato che gli alberi delle due cultivar (Ogliarola salentina e Cellina di Nardò) mostrano proprio una disposizione randomizzata. In altre parole, furono piantati, lungo la fila, alternando in maniera casuale le due cultivar. È stato detto che uno dei due filari di alberi di olivo è limitrofo ad un filare di cipressi e questo può attrarre maggiormente l’insetto-vettore. Si fa notare, come proprio questa presenza vicino ai cipressi fa si che le piante sottoposte al trattamento abbiano ricevuto, con una probabilità molto maggiore, un inoculo di xylella molto più alto rispetto alle piante più lontane dai cipressi. Inoltre, lungo il filare dei cipressi, per l’impossibilità di arrivare con i mezzi meccanici, è sempre più alta la presenza di erbe infestanti (dove sopravvive l’insetto-vettore) che, conseguentemente, aumentano, di fatto, l’inoculo batterico verso le vicine piante di olivo. Anche la forte gelata invernale rientra, secondo l’articolo critico, tra i fattori di confusione. Si è dimostrato come le gelate abbiano ridotto fortemente la presenza di xylella sia nelle piante trattate che in quelle non trattate. In quelle trattate, dopo la gelate, la popolazione del batterio è risultata di molto inferiore rispetto a quelle non trattate. L’aver riscontrato tali gelate, al contrario, rappresenta un forte “valore aggiunto” per la prova, in quanto tali evenienze sono molto più frequenti per il clima attuale e hanno, quindi, consentito di capire come xylella si comporta in tali situazioni. Anche il bassissimo contenuto in zinco del terreno dove crescono gli olivi della prova è stato criticato. Anche in questo caso tale fatto costituisce un altro “valore aggiunto” alla prova, in quanto tale carenza di zinco è riscontrabile in altri areali e potrebbe aver reso l’albero più sensibile agli attacchi del batterio. Questo fatto è in stretta relazione al fatto che il composto utilizzato, proprio perché contiene zinco, è stato assorbito fortemente dalla pianta. Infine è stato fatto notare che si sono utilizzate solo 4 piante per i rilevi molecolari sull’effettiva presenza di xylella nelle piante. Si ricorda che tale numero rappresenta il 10 per cento degli alberi sottoposti a verifica su di una superficie di quasi 6.000 metri quadrati (un’area rappresentativa per prove di efficacia condotte in pieno campo) e che sulle piante oggetto della verifica molecolare sono state effettuate più di cinquecento analisi. A riguardo si fa notare che, in alcune situazioni, è sufficiente un singolo campione positivo, prelevato anche da una pianta asintomatica, per eradicare più di tre ettari di oliveto.

 

*Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA), Roma e Caserta.

La vergognosa strage degli ulivi e l’affare Xylella

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La vergognosa strage degli ulivi e l’affare Xylella

 

La strage degli ulivi e l’affaire Xylella

La Commissione europea ha usato due pesi e due misure, con la complicità delle istituzioni nazionali che non hanno avuto nulla da obiettare, per la gestione di organismi nocivi da quarantena? Dalla lettura dei dispositivi europei emanati sembrerebbe di sì.

Cerchiamo di analizzare questi documenti. Nel 2015, a distanza di poche settimane l’una dall’altra, la Commissione europea ha emanato due Decisioni di esecuzione, la 789/2015 e la 893/2015, per due organismi nocivi inseriti entrambi in Lista Eppo 1 (la lista degli organismi da quarantena), Xylella Fastidiosa (riscontrato in Salento) e Anoplophora Glabripennis (riscontrato in Lombardia). Entrambi sono considerati organismi da quarantena, ma la Commissione ha deciso di trattarli in maniera diversa per quanto riguarda le eradicazioni.

Per la Xylella è stato imposto, anche con l’uso della forza pubblica, di procedere con lo sradicamento di tutte le piante “potenzialmente ospiti”, solo con esami visivi e con delle supposizioni degli ispettori fitosanitari, senza esami analitici nel raggio di cento metri intorno alla pianta dichiarata infetta in fascia di contenimento.

Per l’altro organismo nocivo, invece, è stato concesso di andare in deroga all’abbattimento delle piante “per motivi connessi al particolare valore sociale culturale o ambientale”! Chiaro? La Commissione prevede che per il patogeno trovato in Lombardia, l’Anoplophora Glabripennis, si può andare in deroga agli abbattimenti, non come sta accadendo in questi giorni nel brindisino, precisamente a Cisternino, dove invece si impone il taglio indiscriminato delle piante ritenute potenzialmente ospiti.

Tutte e due le risoluzioni portano la stessa firma, il Commissario europeo Vytenis Andriukaitis (per approfondire suggeriamo l’articolo del professor Luigi Cerciello Renna dal titolo Xulella, l’arretramento giuridico dell’Europa nella tutela del paesaggi).

Sorvoliamo su quanto abbiamo ripetutamente scritto – e per il quale abbiamo ricevuto in questi anni offese, ritorsioni o ‘messaggi particolari’ (ma rassegnatevi, perché perdete solo tempo; piuttosto non nascondetevi e rispondete ai nostri rilievi) – a proposito della mancanza dei dati epidemiologici (con prove di laboratorio che certifichino la presenza di una epidemia da Xylella, da non confondere con il Co.di.r.o.) sulle vere cause dei disseccamenti in zona infetta, batterio oppure verticillium o altro.

Sorvoliamo sulle parole pronunciate dall’allora procuratore capo Cataldo Motta (“L’Unione europea è stata tratta in inganno con una falsa rappresentazione dell’emergenza Xylella fastidiosa, basata su dati impropri e sull’inesistenza di un reale nesso di causalità tra il batterio e il disseccamento degli ulivi”).

Sorvoliamo sulle forti contestazioni allo studio di Efsa che dimostrerebbe il nesso causa/effetto Xylella con disseccamento olivi (mancanza di peer-review indipendente ed approvata dalla comunità scientifica internazionale).

Quello su cui non si può sorvolare è che nel frattempo Xylella Fastidiosa è passata da Lista Eppo 1 (come era nel 2015), a Lista Eppo 2, ma è sempre soggetta agli stessi decreti legge nazionali e le stesse decisioni. Quindi le eradicazioni vengono imposte, per un aspetto prettamente burocratico. Ma mentre in Lombardia o nelle altre zone in cui è stato riscontrato il patogeno Anoplophora Glabripennis i proprietari di alberi (che hanno un valore paesaggistico e sociale) possono salvare le loro piante senza grossi problemi, a Ostuni e Cisternino sono costretti invece a ricorrere al Tar (e a sopportare anche pressioni e spese). Questo per le rispettive fasce di contenimento.

A questo punto non ci possono più essere alibi per nessuno, né per le associazioni di categoria, spesso cieche e sorde di fronte a queste palesi contraddizioni, né per quegli agronomi collusi con le stesse associazioni e con le baronìe universitarie, né per quei giornalisti appiattiti su un’impostazione che traballa sempre più, né per la maggior parte dei politici locali che fanno finta di non capire rendendosi tutti complici di queste scelleratezze.

Xylella è un problema di politica economica e di riconversione agricola che si vuole imporre, senza se e senza ma, al nostro territorio? Questa è la domanda cui tutti dovrebbero dare risposte.

Un’altra riflessione da fare è legata ad una incredibile variabile di questa storiella: il vettore, la famigerata Philaenus spumarius comunemente conosciuta come ‘sputacchina‘. In questi anni ne abbiamo sentite di tutti i colori (in tutti i sensi): “Se andate in Salento tenete i finestrini delle automobili ben chiusi per evitare che gli insetti saltino all’interno e vengano così trasportati in altri luoghi” – disse un ricercatore barese; oppure”un insettuccio polifago grande meno di mezzo centimetro, che di suo non si sposta più di cento metri, ma ha una predilezione per i colori intensi, si attacca spesso alle automobili con le carrozzerie metallizzate e per questo motivo è stato definito “autostoppista”; ma anche “Xylella, nessun rischio nel Barese. Gli esperti: ‘Occhio ai viaggi in auto’, l’insetto infatti, attratto anche dai colori chiari, nonostante le piccolissime dimensioni, potrebbe saltare fin dentro il veicolo, usufruendo di ‘passaggi’ indesiderati”.

Tenendo presente come sta andando avanti la storiella dell’”avanzata inesorabile del batterio” – che sembra si sposti alla media costante di circa trenta chilometri all’anno (da Gallipoli 2013 a Cisternino 2018), salvo poi fare incredibili salti di diversi chilometri come nel caso dei focolai puntiformi che sarebbero stati ritrovati a Ceglie Messapico o Cisternino in aperta campagna distanti molti chilometri da Oria, cioè dal punto più a nord della cosiddetta ‘zona infetta’ (super sputacchina?) – fosse vero tutto quello che ci hanno sempre raccontato, possibile che mai nessuna sputacchina sia riuscita, in oltre quattro anni, ad imbarcarsi su di un’auto dai “colori intensi” o “chiari” o multicolor per farsi un bel viaggetto fino a Bari, Foggia, Pescara o Toscana?

Più che una variabile aleatoria la sputacchina appare così una costante prevedibile, un po’ come le dichiarazioni a rate di certi pentiti.

Durante il consiglio comunale aperto tenuto a Cisternino alcuni giorni fa sul problema eradicazioni, è emerso che la positività dei tre olivi sarebbe stata riscontrata a settembre 2017, ma la notifica dei decreti di eradicazione è avvenuta a febbraio 2018, cioè dopo oltre cinque mesi. Stiamo parlando di un intervento fortemente invasivo: per ogni olivo infetto infatti dovranno essere sradicate tutte le piante potenzialmente ospiti nel raggio di cento metri intorno, cioè presenti in un’area di oltre tre ettari.

Si presume possano esserci circa centocinquanta/duecento piante da sradicare intorno ad ogni olivo dichiarato infetto.

Ora, supponendo fosse tutto vero quello che ci hanno raccontato fin’ora, soprattutto sull’ineluttabilità e tempestività degli interventi per “fermare l’avanzata inesorabile del temibile batterio”, com’è possibile un simile ritardo quando poi la Decisione 789 impone che il proprietario sia “immediatamente informato della presenza o sospetta presenza dell’organismo specificato” e “lo Stato membro deve rimuovere immediatamente nel raggio di cento metri… le piante ospiti… le piante notoriamente infette… le piante che presentano sintomi indicativi…”?

Stiamo affrontando una finta emergenza, o una vera farsa?

di Crocifisso Aloisi – consigliere comunale nel Comune di Galatone (Lecce)
fonte

 

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/la-strage-degli-ulivi-e-laffaire-xylella/

Nel silenzio più assoluto dei media, continua la lotta – I cittadini pugliesi sbarrano la strada al gasdotto Tap… perché è vietato parlare di questa protesta?

 

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Nel silenzio più assoluto dei media, continua la lotta – I cittadini pugliesi sbarrano la strada al gasdotto Tap… perché è vietato parlare di questa protesta?

La Lotta del Salento continua!

Centinaia di militanti no tap, ieri,  hanno bloccato la strada provinciale Lecce – Melendugno, impedendo l’ingresso al cantiere a due betoniere appartenenti alle ditte che lavorano per Tap.

Le betoniere trasportavano il calcestruzzo per “la realizzazione dei pali secanti nel pozzo di spinta nel cantiere in località San Basilio“. Così riportano i giornali locali “Una volta completato il pozzo di spinta è prevista l’entrata in azione della grande talpa meccanica che scaverà sotto terra e sotto il fondale marino fino a 900 metri circa dal punto della battigia.“

La risposta delle forze dell’ordine al blocco stradale e contro chi lotta per difendere il proprio territorio da mafia, devastazione ambientale e strapotere delle multinazionali,  è stata ancora una volta quella di presentarsi con decine di blindati e uno spiegamento di uomini a dir poco notevole.

Ma questo non è bastato e i no tap hanno continuato per ore ad occupare la strada.

Così anche ieri, Tap non ha potuto portare avanti i lavori e il Salento ha gridato ancora una volta: No Tap!  né  moi né  mai!

Questa è la notizia.

Ma la cosa che sconcerta è che ormai lo Stato ha imposto il SILENZIO sulle vicende della Tap. Vietato parlare della protesta.

Qualcosa di simile si ricorda all’epoca del regime fascista, quando il duce in persona ordinava il silenzio su faccende scomode, che potevano creare fastidi al regime.

Oggi come allora i media si girano dall’altra parte mormorando OBBEDISCO…!

 

  • staff Zapping

Con il 2018 arriva sul mercato Tua, l’auto elettrica tutta Italiana, “Made in Puglia”, bella, economica e superecologica

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Con il 2018 arriva sul mercato Tua, l’auto elettrica tutta Italiana, “Made in Puglia”, bella, economica e superecologica

 

Ad aprile 2018 a Roma arriverà una tappa del campionato del mondo di Formula E: bolidi monoposto che sfrecceranno a oltre 200 km orari in un circuito capitolino interamente (e unicamente) alimentati a batteria. Il mercato dell’auto elettrica italiana non si ferma però qui. C’è ad esempio un forte impegno verso il car sharing  e anche verso la produzione di macchine elettriche made in Italy.

Minicar made in Bari

Qualche giorno fa, in occasione della Fiera del Levante è stata presentata Tuala prima auto elettrica italiana, leggi anche come il primo modello di automobile interamente costruito in Italia.

Auto elettrica italiana: orgoglio del sud

Tua è progettata dalla Tua Industries, ed è realizzata interamente in alluminio; pesa poco per essere un’automobile (circa 600 kg) ed ha un’autonomia di 200 km per ogni ricarica. Il debutto sul mercato è fissato per il secondo semestre del prossimo anno con un prezzo che dovrebbe aggirarsi attorno ai 10 mila euro.

L’auto elettrica italiana che salva azienda e dipendenti

A Modugno, dove oggi si sta per iniziare a produrre la Tua, fino a qualche tempo fa si producevano carrelli industriali. Poi la crisi, la cassa integrazione e la decisione di chiudere lo stabilimento per trasferirsi ad Amburgo. Da qui il periodo più buio: le tensioni, le occupazioni, i presidi e le paure da cui è emersa la voglia di non arrendersi di un gruppo di operai che ha saputo far fronte alla crisi, che ha saputo farsi famiglia.

Il 2015 e la svolta

Nel 2015 un fondo statunitense ridisegna il destino degli operai di Modugno. La Lcv Capital Management, un gruppo d’investimento statunitense ha riacceso le speranze delle famiglie dei dipendenti ed è arrivato l’accordo tra il ministero e la Lcv-Tua Autoworks con cui vene varato il piano per la riconversione dello stabilimento di Modugno.

Una storia di rivalsa sociale, ancora prima della storia di Tua, l’auto elettrica italiana

Michele Emiliano presidente della Regione puglia racconta a Puglia Reporter la sua esperienza su questa bella storia italiana:

“Questa vicenda è iniziata quando ero sindaco di Bari con un presidio vicino alla fabbrica perché una grande multinazionale, che aveva sostanzialmente preso brand, fatturato e apparecchiature, voleva chiudere l’attività per acquisire le quote di mercato. L’orgoglio degli operai ha impedito questo destino. Abbiamo provato in tutti i modi a trovare un progetto di reindustrializzazione, e oggi siamo arrivati al prototipo finalmente autorizzato dagli organismi competenti”.

E poi continua proprio durante la presentazione dell’auto elettrica prodotta da TUA Industries durante la Fiera del Levante:

“Ci sono ancora difficoltà perché si tratta di mandare a regime una produzione che non è semplice e che ha bisogno di una importante capitalizzazione. Sto verificando la volontà degli imprenditori italiani ad andare avanti nel progetto, noi continueremo a sostenerli perché, al di là del significato del mantenimento occupazionale, è diventato un progetto industriale veramente interessante. La prima auto italiana totalmente elettrica. Questa auto potrebbe consentire a tutte le forze di polizia municipale in Italia di muoversi nei centri abitati colpiti dai superamenti dei PM10, almeno riducendo le emissioni delle auto pubbliche. Peraltro è un’auto comoda e silenziosa”.”È un’auto italiana e pugliese e questo chiude anche tutto il circuito dell’automotive pugliese e barese perché non avevamo ancora una produzione come questa, di un’auto intera. Come sempre combatteremo con tutta l’energia per difendere questo progetto neonato”.

Non manca molto al momento della verità. Entrare nel mercato a metà 2018 significa iniziare presto i lavori. Sapremo quindi a breve quanto questa bella storia fatta con tutti gli ingredienti positivi che una bella storia deve avere (sostenibilità, correttezza politica, speranza, famiglie che non si arrendono) potrà raccontare di noi nel mondo. Di un gruppo di persone che non si sono arrese e che hanno creato un mezzo di trasporto che renderà il mondo dei loro figli un mondo migliore.

tratto da: http://www.green.it/auto-elettrica-italiana/

E la Puglia diventa un Lager: mura e filo spinato per proteggere il gasdotto voluto dalle Lobby dalla rabbia della Gente Pugliese!

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E la Puglia diventa un Lager: mura e filo spinato per proteggere il gasdotto voluto dalle Lobby dalla rabbia della Gente Pugliese!

La Puglia diventa un Lager: mura e filo spinato per proteggere il gasdotto dai cittadini pugliesi!
E’ passata poco più di una settimana da quando i cittadini di Melendugno, in provincia di Lecce, si sono svegliati in un territorio completamente militarizzato.
Sembra di stare in guerra” hanno riferito scendendo in strada l’indomani in un’atmosfera al limite della realtà. Un’ordinanza del prefetto Claudio Palomba infatti stabilisce che il territorio è stato assegnato “nella disponibilità delle forze di polizia” con “ingresso e stazionamento interdetto a chiunque”, salvo proprietari muniti di apposito pass.
Le campagne nei dintorni del cantiere sono state blindate con barriere antisfondamento, recinzioni e cancelli e 24 terreni requisiti nonostante siano fuori dal tracciato del gasdotto.
Una situazione surreale che si è tramutata in uno choc per la comunità locale anche per gli enormi disagi che il provvedimento ha causato nella vita di tutti i giorni della comunità. Il 13 novembre i cittadini si sono trovati sotto il controllo di centinaia di agenti di polizia ad ogni varco, dopo che nella notte erano ripresi i lavori del gasdotto TAP.
Le zone vicine al cantiere sono presidiate, la marina di San Foca è inaccessibile e lo sarà fino a metà dicembre: l’accesso è consentito solo ai residenti con una totale sospensione dei diritti più elementari senza che nessuna emergenza lo richiedesse.
Siamo stati sequestrati per tutta la notte”, hanno detto gli attivisti noTAP presenti al presidio di fronte all’area di cantiere, bloccati lì fino al mattino inoltrato. Il vicesindaco di Melendugno Simone Diana ha spiegato che: “Non c’è stato modo di tornare a casa per chi, come me, è rimasto nella cintura compresa tra contrada San Basilio e il paese. La polizia ha detto che ha l’ordine tassativo di non far entrare o uscire nessuno”.

Intanto un’immagine che ha fatto il giro dei social network racconta meglio di mille parole la situazione. “Non è Berlino. Non è Tijuana. Non è Gerusalemme. È San Basilio, Melendugno (Lecce)”, ha scritto Salvatore Piconese su Facebook pubblicando una foto in cui due persone camminano a fianco ad una lunga barriera antisfondamento con basamenti in cemento e filo spinato che protegge il cantiere .

Sabato 18 novembre i manifestanti hanno provato a forzare l’area in cui il prefetto ha schierato oltre 250 agenti e la protesta non si è fermata.

A generare nuovi scontri è stato un workshop dal titolo “Sicurezza e tutela ambientale nello sviluppo di progetti energetici”, organizzato da Safe e che vedeva tra i relatori Michele Mario Elia, country manager di Tap Italia, ospitato nella sede del rettorato leccese.

Alcuni manifestanti sono riusciti a introdursi all’interno dell’edificio, registrandosi regolarmente per assistere all’evento e interrompendo di fatto i lavori, mentre all’esterno un centinaio di attivisti del comitato NoTap sono stati caricati e respinti dalle forze dell’ordine mentre Michele Mario Elia e gli altri partecipanti al convegno lasciavano il rettorato da un ingresso secondario, scortati da agenti della digos.
Da sottolineare che il costo dell’intera operazione per la creazione di quella che è stata definita una “zona cuscinetto”, è sostenuto daTAP, ma è al governo italiano che spetta invece il mantenimento della sicurezza: diverse decine sono i mezzi blindati e circa 250 tra poliziotti e carabinieri dei reparti speciali che paghiamo noi con i soldi nostri per militarizzare i cittadini e far devastare il nostro territorio da una società con sede in Svizzera che non pagherà mai le tasse nel nostro Paese.
Intanto i 55 milioni di euro messi da Saipem e Tap sul tavolo delle compensazioni hanno contribuito a spaccare il fronte unitario dei sindaci dei paesi interessati che erano rimasti compatti e contrari all’opera: dei 94 totali circa un terzo si sarebbe detto disponibile ad intavolare una trattativa con il governo anche per chiedere impegni ambientali a fronte della realizzazione del gasdotto.
Restano le parole del sindaco di Melendugno Marco Potì, che giudica l’ordinanza del prefetto come “sovradimensionata” rispetto alle necessità di tutela del cantiere e “troppo oppressiva” delle libertà dei cittadini.
I giornalisti di Telerama News sono andati nella zona che è stata soprannominata “la striscia di San Basilio” ed il racconto è sconcertante: “Ci sono pattuglie ovunque, ad ogni varco, anche in pineta, lungo la litoranea.

Sulla recinzione è comparso il filo spinato; le strade sono occupate dai mezzi pesanti; i cancelli sono stati installati.

Ciò che più è ritenuto odioso, però, è che la digos scorti i proprietari fin sulla soglia di casa”. Con il timore lacerante che “quell’ordinanza prefettizia di 30 giorni venga prorogata per anni, fino alla fine dei lavori”.


Fonte: http://www.dolcevitaonline.it/barriere-antisfondamento-filo-spinato-e-centinaia-di-agenti-salento-militarizzato/

Inquinamento – I morti di Basilicata e Puglia che non interessano al Governo: deve tutelare Eni, Marcegaglia, Ilva e Enel!

 

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Inquinamento – I morti di Basilicata e Puglia che non interessano al Governo: deve tutelare Eni, Marcegaglia, Ilva e Enel!

 

Inquinamento, da Viggiano a Brindisi: i morti che non interessano alla politica

Per la terza volta nell’ultimo anno in Italia viene presentato uno studio epidemiologico sull’impatto degli inquinanti di alcune industrie senza che ne restino tracce importanti nel dibattito politico né sui giornali. È accaduto lo scorso novembre quando la Regione Puglia ha presentato il report sull’Ilva di Taranto, quello che dimostrava come ci fossero – ed è lecito pensare ci siano ancora – aumenti di malattie respiratorie tra i bambini e un incremento fuori scala dei tumori nei quartieri più vicini allo stabilimento siderurgico. Eppure il team guidato dall’epidemiologo Francesco Forastiereindicava senza esitazioni “una connessione diretta tra aumento della mortalità per tumore e per malattie cardiovascolari, respiratorie e i picchi di innalzamento della produzione della fabbrica, anche in epoca molto recente e successiva alle contestazioni” della magistratura.

Il problema è riemerso lo scorso giugno a Brindisi, sull’altra sponda della Puglia, dove insistono un grosso polo petrolchimicogestito da società del gruppo Eni e la centrale a carbone dell’Enelquella sequestrata – per altre vicende – due giorni fa. Lo stesso team di lavoro, sempre su incarico della Regione Puglia, ha stilato un rapporto preciso: negli scorsi anni c’è stato un “raddoppio delle leucemie” e si è registrato un “60 per cento in più di infarti per emissioni industriali”. Lo studio metteva in luce come la situazione fosse migliorata dal 2012 grazie alla chiusura di un’altra centrale a carbone, quella di Edipower. Così mentre il parroco di uno dei quartieri più colpiti ha rotto il silenzio durante il funerale di un dipendente di una delle aziende sotto accusa (“Dobbiamo parlare di inquinamento che troppi danni fa alla nostra comunità”, ha detto ad agosto don Cosimo Zecca), quel dato scientifico confinato al passato è stato utilizzato come grimaldello da alcuni sindaci della provincia per archiviare la pratica. Una mossa pilatesca.

Adesso è il momento di Viggiano e Grumento Nova, i due comuni lucani più vicini al Centro Oli dell’Eni, dove avviene la prima raffinazione del greggio estratto in Val d’Agri. Dati limpidi, purtroppo, e nessuna reazione politica, nonostante un anno e mezzo fa anche l’Istituto superiore di sanità avesse delineato un quadro a tinte fosche. Dopo oltre una settimana di silenzio, il “più in alto in grado” a parlare è stato il governatore regionale Marcello Pittella. Per dire, sostanzialmente, che forse sì-forse no e quindi meglio che approfondiscano i ministeri dell’Ambiente e della Salute. Dopo quattro-anni-quattro di lavoro da parte di 29 (ven-ti-no-ve) ricercatori italiani.

La questione Taranto era stata frettolosamente archiviata, riguardo a Brindisi e ai paesi lucani, invece, tutto è rimasto confinato alla stampa locale o ai dorsi regionali dei giornali nazionali. Sul sito del Fatto Quotidiano abbia dato ampio spazio in tutti e tre i casi, anche con inchieste e reportage prima che arrivassero i dati a sostanziare gli allarmi lanciati dalle popolazioni.

Chi continua a rimanere cieco – o semplicemente si gira dall’altra parte – quando gli studiosi di epidemiologia soffiano via la propaganda di parte e restano i dati, inoppugnabili, dei danni causati (anche da) quelle emissioni è la politica. Qualche sporadica interrogazione di parlamentari eletti in quei territori, qualche dichiarazione a denti stretti contro le grosse aziende che gestiscono gli impianti e via, tutti pronti a dimenticare.

Un giochino splendido. Così, quando interviene la magistratura, spesso si parla di strumentalizzazioni e di politica trascinata ad hoc nelle inchieste (leggi il caso Guidi). Quando invece si alza forte la voce di studiosi che impiegano anni per mappare quei territori ed escludere i fattori confondenti spesso usati per minare la credibilità dei report – chi ha dimenticato quando i tarantini divennero tabagisti e alcolisti di massa? – ai nostri prodi non resta che tergiversare o il silenzio. Lo stesso nel quale decine e decine di persone continuano ad ammalarsi e morire in quelle città abbandonate a loro stesse, nonostante le evidenze scientifichesuggeriscano che è arrivato il momento di iniziare a muoversi. Non sono più le nubi nere dell’inquinamento ad avanzare. È la politica a rimanere immobile.

 

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/30/inquinamento-da-viggiano-a-brindisi-i-morti-che-non-interessano-alla-politica/3881141/

Ecco l’auto elettrica “made in Bari”. Lo schiaffo della Puglia alle Multinazionali: “200 km con una ricarica, costo 10.000 euro” – Scommettiamo che sparirà come in passato sono sparite tutte le geniali invenzioni che hanno dato fastidio alle lobby del Petrolio?

 

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Ecco l’auto elettrica “made in Bari”. Lo schiaffo della Puglia alle Multinazionali: “200 km con una ricarica, costo 10.000 euro” – Scommettiamo che sparirà come in passato sono sparite tutte le geniali invenzioni che hanno dato fastidio alle lobby del Petrolio?

Promosso da Tua Industries, il progetto del prototipo di una minicar elettrica ‘made in Bari’ è in programma al salone dell’Automotive della Fiera del Levante, nel padiglione 104. Si tratta di un quadriciclo pesante con motore elettrico che la Tua Industries, società che fa capo al fondo di investimento americano LCM (Lev Capital Management), subentrata con la reindustrializzazione della Om Carrelli di Modugno (Bari), ha realizzato e che presto partirà con la produzione vera e propria. Un veicolo in grado di percorrere 200 km con una sola ricarica elettrica. Il costo dovrebbe aggirarsi a poco più di 10.000 euro.

“Questa vicenda è iniziata quando ero sindaco di Bari con un presidio vicino alla fabbrica perché una grande multinazionale, che aveva sostanzialmente preso brand, fatturato e apparecchiature, voleva chiudere l’attività per acquisire le quote di mercato. L’orgoglio degli operai ha impedito questo destino. Abbiamo provato in tutti i modi a trovare un progetto di reindustrializzazione, e oggi siamo arrivati al prototipo finalmente autorizzato dagli organismi competenti”.

Così il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano partecipando questa mattina in Fiera del Levante, in anteprima assoluta, alla presentazione dell’auto elettrica prodotta da TUA Industries, il quadriciclo più leggero sul mercato, l’unico a quattro posti, realizzato con tecniche costruttive delle super cars.

“Ci sono ancora difficoltà – ha continuato Emiliano – perché si tratta di mandare a regime una produzione che non è semplice e che ha bisogno di una importante capitalizzazione. Sto verificando la volontà degli imprenditori italiani ad andare avanti nel progetto, noi continueremo a sostenerli perché, al di là del significato del mantenimento occupazionale, è diventato un progetto industriale veramente interessante. La prima auto italiana totalmente elettrica. Questa auto potrebbe consentire a tutte le forze di polizia municipale in Italia di muoversi nei centri abitati colpiti dai superamenti dei PM10, almeno riducendo le emissioni delle auto pubbliche. Peraltro è un’auto comoda e silenziosa”.

“È un’auto italiana e pugliese e questo chiude anche tutto il circuito dell’automotive pugliese e barese perché non avevamo ancora una produzione come questa, di un’auto intera. Come sempre combatteremo con tutta l’energia per difendere questo progetto neonato”.

Sollecitato dai giornalisti sul futuro della produzione, Emiliano ha detto che “oggi si presenta il prototipo, ma che ci sono buone intese per la rete commerciale con importanti case automobilistiche per vendere queste automobili”.

“Speriamo 
– ha concluso Emiliano – che tutto vada bene. I nemici delle produzioni industriali nel Mezzogiorno ci sono sempre, ora bisognerà schivarli tutti e portare la fabbrica a regime. Penso che una volta considerato il prototipo e individuata la determinazione di noi tutti ad andare avanti,  la necessità di altri investitori non dovrebbe essere insormontabile”. 

Ecco il VIDEO:

Xylella, dal M5S l’accusa contro l’Europa: “schiaffo agli agricoltori pugliesi – rimandano il reimpianto delle varietà resistenti alla Xylella”

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Xylella, dal M5S l’accusa contro l’Europa: “schiaffo agli agricoltori pugliesi – rimandano il reimpianto delle varietà resistenti alla Xylella”

Xylella, M5S: «Dall’Europa nulla di fatto sui reimpianti»

TARANTO – «Nulla di fatto sui rimpianti, mentre l’iter della procedura d’infrazione, beffa che si aggiunge al danno, va avanti. E’ un doppio schiaffo agli agricoltori pugliesi quello che è arrivato oggi dal Comitato permanente per le piante dell’Ue, che avrebbe dovuto decidere sul reimpianto delle due varietà che si presume siano resistenti alla Xylella, il leccino e la favolosa». Lo dichiara la capo delegazione del Movimento 5 Stelle, Rosa D’Amato, in merito alla riunione del Paff, il Comitato permanente per le piante dell’Ue.

«A causa dell’opposizione di alcuni Stati membri – aggiunge l’eurodeputata tarantina – la decisione è stata rinviata. Siamo a ridosso dell’estate ormai. Il clima di incertezza che si è creato è inaccettabile e in questo clima si sta favorendo da mesi una speculazione ai danni dei coltivatori, con un aumento repentino dei prezzi delle piante in causa. La Commissione europea e il governo italiano non stanno facendo nulla per evitare questa situazione. Anzi, Bruxelles prosegue con le sue minacce tra procedura d’infrazione, stop ai contributi e pressioni sugli abbattimenti. E’ ora di dire basta». Al clima “di incertezza e alle speculazioni connesse – conclude D’Amato – contribuisce anche chi diffonde false notizie, come l’autorizzazione imminente al reimpianto della favolosa, che si è rivelata falsa finora e che ha solo fatto triplicare i prezzi di questa pianta».

fonte: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/902566/xylella-m5s-dall-europa-nulla-di-fatto-sui-reimpianti.html

Coltivare canapa per salvare i terreni contaminati da diossina e metalli pesanti. Succede in Puglia, nel silenzio più assoluto dei media.

 

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Coltivare canapa per salvare i terreni contaminati da diossina e metalli pesanti. Succede in Puglia, nel silenzio più assoluto dei media.

Coltivare canapa per salvare i terreni contaminati da diossina e metalli pesanti. Ecco cosa Succede in Puglia
Purificare i terreni dalla diossina, grazie a una piantagione di canapa. È questo l’obiettivo che si è prefissato Vincenzo Fornaro, un allevatore della provincia di Taranto che a causa dell’inquinamento del terreno ha perso tutto.

Vincenzo non è il primo che utilizza la canapa per purificare un’area in cui è presente un eccessivo quantitativo di inquinanti.

Già l’anno scorso, infatti, Andrea Carletti, socio di Assocanapa e presidente del consiglio di amministrazione dell’impresa agricola Le Terre del Sole, aveva destinato 12 ettari di terreno alla coltivazione di una particolare varietà francese “Futura 75”, un incrocio di semi a bassissimo contenuto di thc (0,2%).

Un progetto sperimentale che, affermava Carletti, potrebbe avere un significato molto importante per la zona di Brindisi, considerate le notevoli proprietà della canapa.

Questa pianta, infatti, funziona come una sorta di pompa che assorbe dal terreno le sostanze inquinanti e i metalli pesanti, stoccandoli poi nelle foglie e nel fusto. Un ulteriore vantaggio della coltivazione della canapa è che la pianta, oltre che per bonificare i terreni, può essere impiegata successivamente per altri usi, come la bioedilizia e la produzione di olio. Un processo di purificazione del suolo in cui nulla va perduto.

Una sfida che adesso è stata abbracciata da Vincenzo Fornaro.

Nel 2008, l’allevatore tarantino fu costretto ad abbattere duemila pecore, a causa della contaminazione da diossina, generata probabilmente dal vicino polo industriale. Un’intera attività, portata avanti dalla sua famiglia da oltre un secolo, annientata in battito di ciglia a causa dell’inquinamento.

Nonostante tutto, Vincenzo è tornato alla carica e ha deciso di tentare un’altra via: la coltivazione di canapa. Tre ettari del suo terreno ora sono coltivati con questa pianta.

Sfruttando il processo di fitodegradazione – che, come abbiamo spiegato prima, permette ad alcune piante erbacee a rapido accrescimento di assorbire inquinanti organici dal terreno – ha deciso di donare un futuro a un’area distrutta dall’industria.

Il processo viene spiegato anche da Angelo Massacci, direttore dell’Istituto di biologia agro-ambientale e forestale del Cnr di Porano. Secondo Massacci: “Le piante hanno evoluto efficienti sistemi di difesa e tolleranza verso gli inquinanti del suolo. Alcune specie vegetali, dette “escludenti”, riescono a evitare l’effetto tossico dei metalli pesanti in eccesso, preservano i frutti e le parti edibili ed eliminano il rischio di diffusione nella catena alimentare. Altre, definite “iperaccumulatrici”, sono invece capaci di assorbire e immagazzinare nei propri tessuti quantità di metalli pesanti da decine a migliaia di volte superiori a quelle tollerate da altri organismi”.

L’unico dubbio rimane solo quello legato alle condizioni a cui il terreno andrà incontro durante i mesi più caldi. La masseria, infatti, sarà ben presto soggetta a temperature che supereranno costantemente i 30 gradi. Questo potrebbe condizionare l’umidità del terreno, prerogativa essenziale per la crescita delle piante di canapa. La partita decisiva, quindi, sarà giocata nei prossimi mesi.

Per chi è preoccupato di un pericolo derivante dalle sostanze psicotrope contenute nella canapa, va detto che il principio attivo Thc è presente in percentuale bassissima.

La stessa strada è stata percorsa in questi giorni da altri allevatori provenienti dalla provincia di Brindisi, le cui terre sorgono nei pressi del parco naturale Punta della Contessa, a ridosso della centrale Enel di Cerano e il polo petrolchimico, una zona ad altissimo tasso di inquinamento ambientale.

Qui, Tommaso Picella, 70 anni, e il nipote 34enne Andrea Sylos Calò, hanno deciso di convertire la propria attività in piantagione di canapa destinata alla creazione di fibre tessili o all’edilizia. Una scelta fatta per evitare la morte di una terra la cui contaminazione ha reso inservibile a scopo alimentare.

Tutto è ovviamente legale e autorizzato.

fonte: https://www.canapiamo.net/coltivare-canapa-bonificare-terreni-contaminati-diossina-metalli-pesanti-succede-puglia/

Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

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Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

 

DOSSIER – Tap, 10.000 ulivi sulla strada del gasdotto, è braccio di ferro Puglia-Governo…

di Giancarlo Navach

MELENDUGNO (Lecce) (Reuters) – Tutto quello che si vede è una guardia giurata, occhiali da sole e cappellino con visiera, che si aggira intorno ai 231 ulivi numerati che saranno “sacrificati” per consentire la realizzazione del gasdotto Tap, la parte terminale del corridoio meridionale del gas che attraverserà sei Paesi per approdare in Puglia.

Un progetto colossale, che prevede un investimento da 45 miliardi di dollari su tre gasdotti per un totale di 3.500 chilometri, ritenuto strategico dall’Europa perché diversifica gli approvvigionamenti di gas rispetto alla Russia e consente di fare del nostro Paese l’hub del gas, potendo contare su 10 miliardi di metri cubi l’anno, espandibili fino a 20 miliardi.

Il primo gas arriverà a inizio 2020 sotto la costa di San Foca, la spiaggia ‘Bandiera blu’ della marina di Melendugno, nel Salento, proveniente dai giacimenti dell’Arzebajan. Anche se, a poco più di tre anni dalla data di partenza del Trans Adriatic Pipeline, sul versante italiano, non c’è una traccia evidente dell’avvio dei lavori e aumentano i timori che l’opera non sia realizzata nei tempi previsti.

Ci sono difficoltà immediate, come le migliaia di ulivi da spostare, alcuni monumentali, parte integrante del paesaggio della Puglia. E poi c’è una guerra fatta a colpi di carte bollate, ricorsi, aule di tribunale.

Da una parte il governo guidato da Matteo Renzi e il consorzio Tap, dall’altra il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano – non sempre in sintoria con il premier pur militando nello stesso partito, il Pd – che può contare sull’appoggio del comune di Melendugno, del comitato ‘No Tap’ e, più in generale, di buona parte della comunità locale, che non si sente tranquillizzata dalle rassicurazioni fornite da Tap sulla compatibilità dell’infrastruttura con il territorio.

Un motivo di preoccupazione per le numerose imprese coinvolte, come Snam, che è anche il socio italiano del consorzio con una quota del 20%, e Saipem, anche perché sull’altra sponda dall’Adriatico, in Albania e Grecia, le ruspe sono già al lavoro.

Il governo Renzi si sta giocando buona parte della propria credibilità sulla capacità di realizzare le grandi infrastrutture nel nostro Paese a due mesi dal referendum costituzionale che, in caso di vittoria del ‘sì’, rivedrà il titolo V della parte II della Costituzione, riducendo di fatto i poteri di veto delle Regioni e spuntando le ali ai localismi. “Non è detto che vinca il sì. Credo che tutte le Regioni italiane non siano contente di questa riforma perché temono di avere meno forza nei confronti del governo e di dovere subire cose che non si capiscono come questa del Tap”, dice Emiliano, intervistato da Reuters nella sede della Regione sul lungomare di Bari, lasciando intendere da che parte si schiererà nella campagna referendaria.

In una dichiarazione rilasciata per email, il ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che ha di recente accusato la Regione Puglia di ostacolare la costruzione dell’infrastruttura a causa degli ulivi, dice che “se dovesse passare, il referendum assicurerà una più sensibile divisione di poteri, soprattutto nel settore dell’energia”.

Va subito al sodo il sindaco, Marco Potì: “Lei porterebbe sua figlia a costruire i castelli di sabbia sopra un gasdotto che ha una pressione di 145 bar? E che ne sarà della balneazione e della pesca in quel tratto di mare?”. Anche le opinioni raccolte nella piazza del paese sono contrarie all’opera: “Temiamo che possa penalizzare la vocazione turistica della città e quindi che la gente non venga più qui”, dice l’edicolante. Secondo il signor Pantaleo, 72 anni, pensionato, “il paese è diviso, ma la maggioranza non lo vuole il gasdotto”.

Il consorzio Tap – di cui fanno parte anche BP, Socar, Fluxys, Enagas e Axpo – ha ufficialmente aperto il cantiere nelle campagne di Melendugno lo scorso 16 maggio, come richiesto dall’autorizzazione unica concessa dal governo, con l’avvio di alcune indagini archeologiche. La data è importante anche perché è la condizione posta dalla Ue, con termine dei lavori dopo quattro anni, affinché il gasdotto non sia aperto a terzi e, quindi, garantisca una remunerazione certa al consorzio.

In realtà, tutto quello che si vedeva quando Reuters ha visitato il sito poco più di una settimana fa erano alcune reti arancioni, peraltro senza alcuna scritta con riferimento ai lavori, e una guardia privata che presidia giorno e notte i primi 231 ulivi numerati che dovranno essere espiantati per consentire l’avvio dei lavori. Una cautela in più da parte di Tap, vista la contrarietà dei cittadini. Da ieri, inoltre, sulla spiaggia Tap ha avviato un sondaggio geologico.

Ma tanto basta per fare dire a Emiliano che di fatto i lavori non sono ancora partiti e che l’autorizzazione è scaduta.

“Il governo non intende parlare con la Regione Puglia. Per questo abbiamo chiesto la revoca in autotutela della autorizzazione e speriamo di non dover ricorrere alla Corte Costituzionale. Abiamo messo un termine, 30 giorni. Chiediamo che si ricominci tutto daccapo perché, non essendo mai stati interrogati per dare il via libera all’intesa, riteniamo siano state lese le nostre attribuzioni costituzionali in sede di redazione del progetto”, spiega senza mezzi termini il governatore della Puglia, che fa riferimento a una recente sentenza della Corte Costituzionale, la 110 del 2016, in tema di energia.

In questi terreni a circa 700 metri dalla spiaggia – dove i lavori dovevano essere già iniziati – è previsto lo scavo per realizzare il microtunnel in cemento armato dell’approdo (lungo 1,5 chilometri) a una profondità di una decina di metri che sbucherà poi in mare a circa 800 metri dalla costa. La realizzazione dell’opera insieme al tratto offshore sotto il Mar Adriatico è stata affidata alla Saipem.

Una volta realizzato il microtunnel partirà il gasdotto per 8,2 km di tracciato che raggiungerà il terminale di ricezione, alla periferia di Melendugno. Per costruirlo dovranno essere espiantati e successivamente ricollocati altri 1.900 ulivi. Infine, per allacciare l’infrastruttura alla rete nazionale, occorre estendere il gasdotto di altri 55 km fino a Mesagne (Brindisi) dove parte poi la dorsale del gas della Snam, con ulteriore spostamento di altri 8.000 ulivi.

Fino al 31 ottobre, però, gli ulivi non si possono spostare perché in stato vegetativo e potrebbero non sopravvivere a un reimpianto. Se ne riparlerà dal prossimo primo novembre. E ci vuole cautela a causa della Xilella, il batterio che sta colpendo migliaia di ulivi del Salento. “Per affrontare questa malattia i primi provvedimenti prevedevano l’abbattimento, le persone hanno manifestato, arrampicandosi sugli alberi, e il piano fu interrotto. Lo stesso si immagina possa succedere con il gasdotto”, rimarca il sindaco di Melendugno.

REGIONE: APPRODO BRINDISI EVITA 55 KM DI ALTRI LAVORI

“Se il Tap arriva a Brindisi, invece che a Melendugno, si attacca immediatamente alla dorsale Snam e va in esercizio”, sostiene Emiliano. “Con l’approdo a Melendugno, invece, bisogna costruire un gasdotto di 55 km, e lo deve costruire la Snam, del tutto superlfluo dal punto di vista funzionale”, aggiunge il governatore che mette in guardia anche dai possibili rischi di infltrazione della criminalità organizzata su questi lavori.

Interpellato al telefono da Reuters, il sindaco di Brindisi, Angela Carluccio, respinge al mittente la proposta di Emiliano: “Non comprendiamo la caparbietà della Regione che vuole cambiare il percorso e creare un canale che passa dal mare con tutto quello che comporterebbe per Brindisi, città che ha già pagato tanto in termini ambientali”.

Questa ipotesi è stata, comunque, scartata da Tap perché ritenuta difficile da realizzare, con diverse ricadute ambientali e, comunque, non è stata presa in considerazione dal ministero allo Sviluppo economico che il 20 maggio 2015 ha concesso l’autorizzazione unica alla costruzione dell’opera. Data di inizio dei cantieri, appunto, il 16 maggio scorso. Al consorzio Tap è stato poi chiesto di ottemperare a 66 prescrizioni che, a sentire il sindaco di Melendugno, non sono mai state rispettate: “Ci sono la questione degli ulivi, i muretti a secco, la fattibilità del microtunnel. A tutt’oggi non c’è un piano esecutivo e non sappiamo se sia fattibile dal punto di vista idrogeologico”.

Così il country manager di Tap Italia, Michele Elia, risponde alle perplessità sollevate: “Stiamo lavorando in costante confronto con i tecnici del ministero dell’Ambiente per addivenire a un disegno del microtunnel (il progetto esecutivo, appunto) che soddisfi i criteri del decreto e la legislazione ambientale”.

In questa fase, tuttavia, la prescrizione più importante è la A44 che riguarda il ripristino ambientale, una volta chiusi i cantieri. La Regione ha dato un via libera parziale, che di fatto non consente l’espianto degli alberi. Tap si è rivolta direttamente al ministero dell’Ambiente. Dice il country manager di Tap Italia, Elia “i ministeri competenti hanno fornito alla Regione i chiarimenti richiesti nella ‘parziale approvazione’ del progetto esecutivo dei ripristini ambientali presentato da Tap; siamo pertanto fiduciosi che, in tempi brevi si prenderà atto che la prescrizione A44 è stata ottemperata”.

Nessun timore quindi di ulteriori rinvii: “Ove quest’approvazione ritardasse, avremmo solo un restringimento della finestra temporale per lo spostamento degli ulivi (1 novembre–30 aprile), non certo uno stop al progetto, che al momento nessun atto o provvedimento blocca”.

Ma il governatore della Puglia avverte: “Per come si stanno mettendo le cose, succederà un cataclisma. La nostra proposta, invece, diminuisce il rischio di non realizzazione dell’opera, risolve i problemi tecnici e crea il consenso delle popolazioni. Siamo pronti a sottoscrivere un’intesa su questo progetto in due minuti”.

LE COMPENSAZIONI DI TAP, “NO GRAZIE”, DICE IL SINDACO

Possibile che l’arrivo di un’infrastruttura di questo tipo non sia percepita nel Salento come un’occasione di sviluppo? Tap è disposta a investire circa 3 milioni di euro l’anno per i quattro anni dei lavori più l’assunzione di 30-35 persone. A queste va aggiunto il pagamento delle tasse locali, quantificate in circa 500.000 euro l’anno. Non proprio una mancia per un comune così piccolo che non raggiunge i 10.000 abitanti. “C’è un impatto di immagine del luogo che non può essere cancellato da alcuna compensazione. Hanno proposto soldi per l’erosione costiera, soldi per le associazioni. Non servono a compensare un danno che è per sempre”, dice il sindaco.

Secondo il governatore della Puglia questa può essere l’occasione per portare avanti il progetto di decarbonizzazione dell’Ilva di Taranto. “Visto che potrebbero arrivare più di 20 miliardi di gas l’anno grazie a Tap e, forse anche a un altro gasdotto il Poseidon con approdo a Otranto, si potrebbe chiedere a questi due consorzi di mettere a disposizione 2,95 miliardi di metri cubi di gas l’anno a prezzi compatibili con quelli in vigore per il carbone in modo da sostituirlo, avendo un vantaggio ambientale enorme, con l’azzeramento dell’inquinamento a Taranto”.

Ha collaborato Steve Jewkes

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fonte: http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN1240IY