Tagli alla sanità: 65 giorni l’attesa per una visita…Un grazie di cuore a Matteo Renzi e a Beatrice Lorenzin da tutti gli Italioti!

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Tagli alla sanità: 65 giorni l’attesa per una visita…Un grazie di cuore a Matteo Renzi e a Beatrice Lorenzin da tutti gli Italioti!

Tagli alla sanità: 65 giorni l’attesa per una visita

E’ in media di 65 giorni l’attesa per una visita nella sanità pubblica, contro 7 giorni nel privato e 6 in intramoenia. Emerge dall’Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali, ricerca commissionata dalla Funzione Pubblica Cgil e condotta dal centro C.R.E.A. Sanità. E’ la prima indagine a confrontare tempi e costi nell’arco di 3 anni (2014-2017) e su un campione di oltre 26 milioni di cittadini (44% della popolazione) in Lombardia, Veneto, Lazio e Campania.

I tempi di attesa per una visita specialistica o un esame nella sanità pubblica sono aumentati in media tra 20 e 27 giorni in 3 anni. Lo indicano i dati dell’ Osservatorio su tempi di attesa e costi delle prestazioni sanitarie, commissionato da Funzione Pubblica Cgil e realizzato dal C.R.E.A. Sanità in 4 regioni. Emerge, ad esempio, che dal 2014 a oggi l’attesa per una visita oculistica nel pubblico è aumentata da 61 giorni a 88 (+ 26 giorni) e quella per una visita ortopedica da 36 giorni a 56 (+20 giorni).

Fonte: ANSA

tratto da: http://www.imolaoggi.it/2018/03/19/tagli-alla-sanita-65-giorni-lattesa-per-una-visita/

Il regalo di Renzi ai petrolieri che si scopre solo oggi: azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni…! …Un’altra schifosa truffa nei confronti della Gente…!

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Il regalo di Renzi ai petrolieri che si scopre solo oggi: azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni…!

 

leggi anche:

Come il governo Renzi ha truffato gli Italiani: per evitare il referendum sulle trivelle promise di concordare con le Regioni i progetti petroliferi. Poi, con la complicità del silenzio dei media, ha cambiato le regole!

Il regalo di Renzi ai petrolieri si scopre solo oggi: ha azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni

L’obbligo di un accordo forte tra esecutivo ed enti locali preliminare alla realizzazione di progetti energetici era stato inserito nella Legge di Stabilità 2016, che recepiva – rendendoli di fatto inammissibili – sei dei sette quesiti referendari sulle trivelle. Dopo pochi mesi, però, in gran segreto Palazzo Chigi ha modificato una norma del 1990, aggirando e depotenziando quel vincolo. Risultato: lo Stato ha mano libera, così come emerso nella vicenda della raffineria di Taranto, dove confluirà il petrolio del megagiacimento Tempa Rossa, senza l’assenso della Puglia. Coordinamento No Triv: “Traditi milioni di italiani e cancellata una delle principali conquiste dei territori”

Un gioco di prestigio messo in atto prima per svuotare la proposta referendaria sulle trivelle del 2016 e per eliminare, pochi mesi dopo, quelle garanzie che avrebbero permesso una vera intesa, e non solo di facciata, tra esecutivo ed enti locali su tutti i progetti energetici. Nel tentativo di evitare il referendum del 17 aprile, infatti, il Governo Renzi aveva ceduto alla pressione di dieci Regioni accettando (con un maxi emendamento infilato inLegge di Stabilità 2016) di concordare con esse i progetti. Dopo solo sei mesi, invece, ha cambiato le regole “grazie alla generale disattenzione delle opposizioni parlamentari” e con la semplice modifica di una norma del 1990. Una modifica passata sotto silenzio e scoperta dal costituzionalista Enzo Di Salvatore, padre dei quesiti referendari, nel riesaminare il fascicolo sulla raffineria di Taranto, dove confluirà il petrolio del mega giacimento Tempa Rossa. Quel cambio di regole ha permesso, infatti, al Governo Gentiloni di approvare, il 22 dicembre scorso, una delibera che consente la prosecuzione dell’iter dell’istanza di autorizzazioneper adeguare le strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto nonostante l’opposizione della Regione Puglia. In Parlamento nessuno se n’è accorto, ma ora a denunciarlo è il Coordinamentonazionale No Triv, secondo cui quella norma “tradisce l’accordo con le dieci Regioni interessate ed è anticostituzionale”. Il sospetto è che il Governo abbia agito nella convinzione che la riforma Costituzionale con l’accentramento delle competenze avrebbe messo un sigillo a quella modifica, ma le cose sono andate diversamente.

LA NORMA VARATA DAL GOVERNO RENZI – Al centro di tutto una norma rimasta nascosta nelle pieghe del decreto legislativo 127 del 30 giugno 2016 (Norme per il riordino della disciplina in materia di conferenza di servizi), che attua l’articolo 2 della legge 124 del 7 agosto 2015. “La norma in questione, varata dal Governo Renzi – ricorda a ilfattoquotidiano.it Enrico Gagliano, cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv – tradisce milioni di italiani e cancella una delle principali conquiste delle Regioni ottenute con la previsione, in Legge di Stabilità 2016, dell’obbligo del raggiungimento di un’intesa in senso ‘forte’ tra Stato e Regioni ai fini dell’approvazione di progetti petroliferi”.

NESSUNA INTESA PER TEMPA ROSSA – A settembre scorso è stata la ministra per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, rispondendo a una interrogazione nel corso del question time, in sostituzione del ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, ad annunciare che il Governo stava lavorando a raggiungere un’intesa con la Regione Puglia sul progetto Tempa Rossa, per i lavori di adeguamento del porto di Taranto. Eppure questo accordo non c’è mai stato. Il 22 dicembre scorso, su proposta del premier Paolo Gentiloni, dopo il diniego al rilascio dell’intesa da parte del governatore Michele Emiliano, il Consiglio dei ministri ha concesso ugualmente le autorizzazioninecessarie all’esecuzione del progetto della Total. Si prevede di stoccare presso la raffineria Eni di Taranto il greggio estratto a Tempa Rossa, in Basilicata (50mila barili di greggio al giorno) utilizzando tra l’altro le agevolazioni fiscali introdotte con le Zes, le Zone economiche speciali e di cui fa parte anche Taranto. Ma come è stato possibile andare avanti senza la Regione?

IL GIOCO DI PRESTIGIO – Per capirlo bisogna fare un passo indietro, al referendum anti-trivelle del 2016. Alcuni quesiti referendari erano stati assorbiti nella legge di Stabilità attraverso un maxi emendamento presentato dal Governo. Tanto che in seguito l’Ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione li aveva dichiarati inammissibili, lasciandone ‘in piedi’ solo uno. “Tra quelli usciti dal referendum perché coperti da maxi emendamento alla legge di Stabilità c’era quello che garantiva alle dieci Regioni interessate che ogni volta che si fosse trattato di realizzare un progetto di tipo energetico – spiega Di Salvatore – il Governo avrebbe dovuto trattare con loro e conseguire un’intesa in senso ‘forte’, così come più volte ha richiesto la Corte costituzionale con la sua giurisprudenza”. Insomma, se la garanzia era già contenuta nella manovra, non c’era più bisogno di quel quesito nella consultazione. Cosa è successo invece? Che successivamente è stata modificata la legge 241 del 1990 e, in particolare, l’articolo 14 quarter. “La norma garantiva – continua Di Salvatore – che quando ci fosse stato uno stallo nel rilascio dell’intesa, l’esecutivo avrebbero dovuto cercare una trattativaaccordando un certo termine alle Regioni, scaduto il quale avrebbe dovuto ritirare la proposta e chiamare a sé il presidente della Regione per concertare una soluzione politica”. A dare la possibilità al Governo di attuare questa modifica è stata la legge delega adottata nel 2015 dal Parlamento e con la quale aveva autorizzato l’Esecutivo a procedere a una semplificazione della disciplina delle Conferenze di servizio, contenuta proprio nella legge del 1990. “Il Governo è andato anche oltre – spiega il costituzionalista – e ha eliminato la procedura contenuta nell’articolo 14 quarter”. Così la delibera di dicembre che riguarda Tempa Rossa fa sì riferimento (e legittimamente) a quella legge, “ma il punto – continua Di Salvatore – è che la norma non è più legittima”.

LE CONSEGUENZE – Secondo il coordinamento ciò comporta che da un anno e mezzo a questa parte tutti i progetti che riguardano gas e petrolio possono essere approvati e resi cantierabili in tempi rapidi, così come richiesto dalle società del settore Oil&Gas. “Con una semplice modifica normativa – commenta Enzo di Salvatore – il Governo Renzi ha fatto sì che lo Stato potesse superare facilmente l’opposizione delle Regioniconvertendo l’intesa in senso “forte” in una intesa in senso “debole”. D’ora in poi, su Tempa Rossa e, più in generale, per autorizzare la ricerca, l’estrazione, il trasporto e lo stoccaggio di idrocarburi, lo Stato avrà sostanzialmente mano libera. “La delibera che consente la prosecuzione del procedimentodell’istanza di autorizzazione per l’adeguamento delle strutture di logistica alla raffineria di Eni a Taranto – avverte il Coordinamento No Triv – rischia di essere la prima di una lunga serie se le Regioninon porranno la questione in sede di Conferenza Stato-Regioni”. Secondo Di Salvatore “questa norma è palesemente incostituzionale, anche alla luce dell’esito del referendumcostituzionale che ha ribadito che lo Stato non può in alcun modo prevaricare le Regioni nelle scelte che concernono l’energia ed il governo del territorio”.

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/29/il-regalo-di-renzi-ai-petrolieri-si-scopre-solo-oggi-ha-azzerato-lobbligo-di-intesa-con-le-regioni/4118434/

La fantastica ricetta con cui l’Islanda ha sconfitto la crisi: politici capaci, lasciate fallire le banche, sbattuti in galera i banchieri responsabili, rimborsata la gente con i soldi ricavati vendendo una banca, niente austerità!

 

Islanda

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La fantastica ricetta con cui l’Islanda ha sconfitto la crisi: politici capaci, lasciate fallire le banche, sbattuti in galera i banchieri responsabili, rimborsata la gente con i soldi ricavati vendendo una banca, niente austerità!

 

Ancora una volta ci troviamo a raccontare quanto accade in Islanda, dove i banchieri finiscono in prigione (anziché essere salvati dal governo) e l’austerità viene rifiutata.
I risultati di questa strategia anti-sistema sono ottimi, tanto è vero che la crisi è scomparsa e la popolazione islandese – dopo un periodo molto difficile – è tornata a vivere nel benessere, come riporta un articolo di Vox.com tradotto in italiano dalla redazione di Comedonchisciotte.
Ieri (2 anni fa – Ndr) il primo ministro islandese, Sigmundur Gunnlaugsson, ha annunciato il piano che costituisce essenzialmente il capitolo conclusivo della strategia adottata dal suo paese per la gestione della crisi finanziaria – un approccio che deviava parecchio dalle preferenze delle élite finanziarie globali e che ha funzionato piuttosto bene. Invece di abbracciare l’ortodossia dei salvataggi bancari, dell’austerità e della bassa inflazione, l’Islanda ha fatto esattamente l’opposto.
E nonostante la sua economia fosse stata colpita dalla crisi bancaria forse più duramente di qualsiasi altra nel mondo, ciò non ha avuto una ripercussione poi così grande sull’occupazione che comunque è stata oggetto di una grande ripresa.
Quanto grande? Bè, è sufficiente paragonare l’evoluzione del tasso di disoccupazione in Islanda con ciò che è successo in Irlanda, il fiore all’occhiello delle Persone Molte Serie. Oppure effettuate un paragone con gli Stati Uniti.
Come ci sono riusciti?
Lasciare che le banche falliscano
Per iniziare, piuttosto che affannarsi a mobilizzare risorse pubbliche per assicurarsi che le banche non venissero meno alle proprie obbligazioni, l’Islanda ha lasciato che le banche fallissero. I dirigenti della banca più importante del paese sono stati perseguiti penalmente e sono finiti in prigione (v. seguito articolo).
Rigettare l’austerità.
Nonostante ciò, l’Islanda venne colpita da una grave recessione che diede luogo ad una crescita incontrollata del rapporto tra debito e PIL. Ma anche dopo diversi anni di costante incremento, il governo non cedette al panico. Decise invece di dare priorità alla ripresa. E quando la ripresa era ormai stata avviata e il rapporto debito – PIL aveva iniziato a ridursi, il governo fece in modo che si riducesse in modo graduale.
Svalutare e accettare l’inflazione.
Non esistono pasti gratis nella vita, e nessun paese si riprende da una grave recessione senza poter evitare che accadano anche delle brutte cose. Ma mentre la maggior parte dei paesi sviluppati ha subito anni di disoccupazione insostenibilmente elevata abbinata ad un’inflazione esageratamente bassa, l’Islanda ha fatto il contrario. Ha lasciato che il valore della propria moneta sprofondasse, il che ha condotto naturalmente a prezzi più alti.
Il risultato di ciò è stato un rapido riguadagnare terreno nei mercati internazionali delle industrie esportatrici del paese. La disoccupazione è salita, ma si è poi fermata ad un modesto 7,6% prima di scendere in modo costante fino a raggiungere livelli molto bassi. Negli Stati Uniti e in Europa, la priorità è stata data ad al mantenimento di una inflazione bassa al fine di proteggere i patrimoni dei benestanti. L’Islanda ha dato invece priorità all’occupazione ed è stata una scelta che ha funzionato.
Imporre controlli temporanei sui movimenti di capitale
In un contesto di insolvenze bancarie e valute che sprofondano, il governo islandese ha ritenuto necessario l’imposizione di un’ulteriore misura – i “capital controls”, ossia regolamentazioni che limitano l’abilità dei cittadini islandesi di portare fuori dal paese il loro denaro. Questo rappresenta una seria violazione dell’ortodossia del libero mercato. Costituisce inoltre una grossa scocciatura per le persone normali nelle loro attività ordinarie nonché un ostacolo alla creazione di nuove imprese. In alcuni paesi come l’Argentina questo tipo di controlli sul capitale ha incoraggiato il diffondersi di corruzione e malaffare.
Questo ha portato alcuni a concludere che non importa quanto bene possano funzionare da un punto di vista economico le politiche eterodosse, poiché esse sono destinate in definitiva al fallimento sul piano politico.
L’Islanda è prova del fatto che questo non è il caso. Azzeccare la giusta politica è difficile, ma può essere fatto. E il vantaggio che deriva dal fare la cosa giusta – svalutare in modo massiccio la moneta, imporre controlli ai movimenti di capitale per limitare le conseguenze negative e poi terminare i controlli una volta che l’economia si è ripresa – può essere enorme. L’Islanda ha trascorso 7 o 8 anni difficili, ma lo stesso vale per tanti altri paesi. Adesso però le cose stanno iniziando ad assumere un aspetto positivo perché i leader del paese hanno avuto la saggezza di rigettare gli elementi di quella saggezza convenzionale e compiaciuta di sé che altrove hanno dato prova di essere così nocivi.
fonte: http://siamolagente2.altervista.org/fantastica-islanda-mette-i-banchieri-in-prigione-rifiuta-lausterita-e-cosi-supera-la-crisi-sara-perche-i-loro-politici-non-sono-degli-incapaci-che-pensano-solo-ai-cazzi-loro-e-che-i-loro-m/

La civiltà? Islanda: prima hanno sbattuto in galera i banchieri che hanno provocato la crisi, ora rimborsano la gente con i soldi ricavati vendendo una banca !!

DI CLAIRE BERNISH – theantimedia.org

Per cominciare l’Islanda ha sbattuto in galera i banchieri corrotti per il loro diretto coinvolgimento nella crisi finanziaria del 2008.

Ora tutti gli Islandesi riceveranno una rendita dalla vendita di una delle tre più grandi banche d’Islanda, Islandbanki.

Se il Ministro delle Finanze Bjarni Benediktsson riuscirà nel suo intento – e probabilmente ce la farà – gli Islandesi riceveranno 30.000 corone dopo che il governo prenderà possesso della banca. Islandbanki diventerà la seconda delle tre più grandi banche sotto il controllo dello stato.

“Sto semplicemente dicendo che il governo prenderà una data porzione, il 5%, e semplicemente la distribuirà alla gente di questa nazione”, ha affermato.

Dato che gli Islandesi hanno preso il controllo del loro Governo, effettivamente controllano le banche. Benediktsson crede che ciò porterà capitale straniero nella nazione e infine spingerà l’economia – la quale, tra l’altro, è l’unica ad essersi totalmente ripresa dalla crisi del 2008. L’Islanda è persino riuscita a ripagare in toto il suo enorme debito al FMI – in anticipo rispetto alla data prevista.

Guðlaugur Þór Þórðarson, vicecapo della Commissione sul Budget, ha spiegato che questa manovra faciliterà l’alleggerimento del controllo dei capitali, benché non fosse convinto che il controllo statale fosse la soluzione più ideale. L’ex Ministro delle Finanze Steingrìmur J. Sigfùsson è dalla parte di Þórðarson, sostenendo in uno show radio “non dovremmo lasciare le banche nelle mani di folli” e che l’Islanda beneficerà da un cambio di vedute separando “le banche commerciali da quelle d’investimento”.

I piani non sono ancora stati preparati con precisione per quando avverranno la presa di possesso e il conseguente pagamento a tutti i cittadini, ma l’approccio rivoluzionario dell’Islanda al crollo finanziario mondiale del 2008 di certo merita tutta l’attenzione che si è guadagnato.

L’Islanda ha di recente sbattuto in galera il suo ventiseiesimo banchiere – 74 anni di detenzione sommando tutte le pene comminate – per aver causato il caos finanziario. I banchieri criminali statunitensi sono stati ricompensati per le loro frodi e le manipolazioni del mercato con un enorme salvataggio a spese dei contribuenti.

Claire Bernish

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Fonte: http://theantimedia.org/

29.10.2015

fonte: http://siamolagente2.altervista.org/la-civilta-islanda-prima-hanno-sbattuto-in-galera-i-banchieri-che-hanno-provocato-la-crisi-ora-rimborsano-la-gente-con-i-soldi-ricavati-vendendo-una-banca/

Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

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Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

 

DOSSIER – Tap, 10.000 ulivi sulla strada del gasdotto, è braccio di ferro Puglia-Governo…

di Giancarlo Navach

MELENDUGNO (Lecce) (Reuters) – Tutto quello che si vede è una guardia giurata, occhiali da sole e cappellino con visiera, che si aggira intorno ai 231 ulivi numerati che saranno “sacrificati” per consentire la realizzazione del gasdotto Tap, la parte terminale del corridoio meridionale del gas che attraverserà sei Paesi per approdare in Puglia.

Un progetto colossale, che prevede un investimento da 45 miliardi di dollari su tre gasdotti per un totale di 3.500 chilometri, ritenuto strategico dall’Europa perché diversifica gli approvvigionamenti di gas rispetto alla Russia e consente di fare del nostro Paese l’hub del gas, potendo contare su 10 miliardi di metri cubi l’anno, espandibili fino a 20 miliardi.

Il primo gas arriverà a inizio 2020 sotto la costa di San Foca, la spiaggia ‘Bandiera blu’ della marina di Melendugno, nel Salento, proveniente dai giacimenti dell’Arzebajan. Anche se, a poco più di tre anni dalla data di partenza del Trans Adriatic Pipeline, sul versante italiano, non c’è una traccia evidente dell’avvio dei lavori e aumentano i timori che l’opera non sia realizzata nei tempi previsti.

Ci sono difficoltà immediate, come le migliaia di ulivi da spostare, alcuni monumentali, parte integrante del paesaggio della Puglia. E poi c’è una guerra fatta a colpi di carte bollate, ricorsi, aule di tribunale.

Da una parte il governo guidato da Matteo Renzi e il consorzio Tap, dall’altra il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano – non sempre in sintoria con il premier pur militando nello stesso partito, il Pd – che può contare sull’appoggio del comune di Melendugno, del comitato ‘No Tap’ e, più in generale, di buona parte della comunità locale, che non si sente tranquillizzata dalle rassicurazioni fornite da Tap sulla compatibilità dell’infrastruttura con il territorio.

Un motivo di preoccupazione per le numerose imprese coinvolte, come Snam, che è anche il socio italiano del consorzio con una quota del 20%, e Saipem, anche perché sull’altra sponda dall’Adriatico, in Albania e Grecia, le ruspe sono già al lavoro.

Il governo Renzi si sta giocando buona parte della propria credibilità sulla capacità di realizzare le grandi infrastrutture nel nostro Paese a due mesi dal referendum costituzionale che, in caso di vittoria del ‘sì’, rivedrà il titolo V della parte II della Costituzione, riducendo di fatto i poteri di veto delle Regioni e spuntando le ali ai localismi. “Non è detto che vinca il sì. Credo che tutte le Regioni italiane non siano contente di questa riforma perché temono di avere meno forza nei confronti del governo e di dovere subire cose che non si capiscono come questa del Tap”, dice Emiliano, intervistato da Reuters nella sede della Regione sul lungomare di Bari, lasciando intendere da che parte si schiererà nella campagna referendaria.

In una dichiarazione rilasciata per email, il ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che ha di recente accusato la Regione Puglia di ostacolare la costruzione dell’infrastruttura a causa degli ulivi, dice che “se dovesse passare, il referendum assicurerà una più sensibile divisione di poteri, soprattutto nel settore dell’energia”.

Va subito al sodo il sindaco, Marco Potì: “Lei porterebbe sua figlia a costruire i castelli di sabbia sopra un gasdotto che ha una pressione di 145 bar? E che ne sarà della balneazione e della pesca in quel tratto di mare?”. Anche le opinioni raccolte nella piazza del paese sono contrarie all’opera: “Temiamo che possa penalizzare la vocazione turistica della città e quindi che la gente non venga più qui”, dice l’edicolante. Secondo il signor Pantaleo, 72 anni, pensionato, “il paese è diviso, ma la maggioranza non lo vuole il gasdotto”.

Il consorzio Tap – di cui fanno parte anche BP, Socar, Fluxys, Enagas e Axpo – ha ufficialmente aperto il cantiere nelle campagne di Melendugno lo scorso 16 maggio, come richiesto dall’autorizzazione unica concessa dal governo, con l’avvio di alcune indagini archeologiche. La data è importante anche perché è la condizione posta dalla Ue, con termine dei lavori dopo quattro anni, affinché il gasdotto non sia aperto a terzi e, quindi, garantisca una remunerazione certa al consorzio.

In realtà, tutto quello che si vedeva quando Reuters ha visitato il sito poco più di una settimana fa erano alcune reti arancioni, peraltro senza alcuna scritta con riferimento ai lavori, e una guardia privata che presidia giorno e notte i primi 231 ulivi numerati che dovranno essere espiantati per consentire l’avvio dei lavori. Una cautela in più da parte di Tap, vista la contrarietà dei cittadini. Da ieri, inoltre, sulla spiaggia Tap ha avviato un sondaggio geologico.

Ma tanto basta per fare dire a Emiliano che di fatto i lavori non sono ancora partiti e che l’autorizzazione è scaduta.

“Il governo non intende parlare con la Regione Puglia. Per questo abbiamo chiesto la revoca in autotutela della autorizzazione e speriamo di non dover ricorrere alla Corte Costituzionale. Abiamo messo un termine, 30 giorni. Chiediamo che si ricominci tutto daccapo perché, non essendo mai stati interrogati per dare il via libera all’intesa, riteniamo siano state lese le nostre attribuzioni costituzionali in sede di redazione del progetto”, spiega senza mezzi termini il governatore della Puglia, che fa riferimento a una recente sentenza della Corte Costituzionale, la 110 del 2016, in tema di energia.

In questi terreni a circa 700 metri dalla spiaggia – dove i lavori dovevano essere già iniziati – è previsto lo scavo per realizzare il microtunnel in cemento armato dell’approdo (lungo 1,5 chilometri) a una profondità di una decina di metri che sbucherà poi in mare a circa 800 metri dalla costa. La realizzazione dell’opera insieme al tratto offshore sotto il Mar Adriatico è stata affidata alla Saipem.

Una volta realizzato il microtunnel partirà il gasdotto per 8,2 km di tracciato che raggiungerà il terminale di ricezione, alla periferia di Melendugno. Per costruirlo dovranno essere espiantati e successivamente ricollocati altri 1.900 ulivi. Infine, per allacciare l’infrastruttura alla rete nazionale, occorre estendere il gasdotto di altri 55 km fino a Mesagne (Brindisi) dove parte poi la dorsale del gas della Snam, con ulteriore spostamento di altri 8.000 ulivi.

Fino al 31 ottobre, però, gli ulivi non si possono spostare perché in stato vegetativo e potrebbero non sopravvivere a un reimpianto. Se ne riparlerà dal prossimo primo novembre. E ci vuole cautela a causa della Xilella, il batterio che sta colpendo migliaia di ulivi del Salento. “Per affrontare questa malattia i primi provvedimenti prevedevano l’abbattimento, le persone hanno manifestato, arrampicandosi sugli alberi, e il piano fu interrotto. Lo stesso si immagina possa succedere con il gasdotto”, rimarca il sindaco di Melendugno.

REGIONE: APPRODO BRINDISI EVITA 55 KM DI ALTRI LAVORI

“Se il Tap arriva a Brindisi, invece che a Melendugno, si attacca immediatamente alla dorsale Snam e va in esercizio”, sostiene Emiliano. “Con l’approdo a Melendugno, invece, bisogna costruire un gasdotto di 55 km, e lo deve costruire la Snam, del tutto superlfluo dal punto di vista funzionale”, aggiunge il governatore che mette in guardia anche dai possibili rischi di infltrazione della criminalità organizzata su questi lavori.

Interpellato al telefono da Reuters, il sindaco di Brindisi, Angela Carluccio, respinge al mittente la proposta di Emiliano: “Non comprendiamo la caparbietà della Regione che vuole cambiare il percorso e creare un canale che passa dal mare con tutto quello che comporterebbe per Brindisi, città che ha già pagato tanto in termini ambientali”.

Questa ipotesi è stata, comunque, scartata da Tap perché ritenuta difficile da realizzare, con diverse ricadute ambientali e, comunque, non è stata presa in considerazione dal ministero allo Sviluppo economico che il 20 maggio 2015 ha concesso l’autorizzazione unica alla costruzione dell’opera. Data di inizio dei cantieri, appunto, il 16 maggio scorso. Al consorzio Tap è stato poi chiesto di ottemperare a 66 prescrizioni che, a sentire il sindaco di Melendugno, non sono mai state rispettate: “Ci sono la questione degli ulivi, i muretti a secco, la fattibilità del microtunnel. A tutt’oggi non c’è un piano esecutivo e non sappiamo se sia fattibile dal punto di vista idrogeologico”.

Così il country manager di Tap Italia, Michele Elia, risponde alle perplessità sollevate: “Stiamo lavorando in costante confronto con i tecnici del ministero dell’Ambiente per addivenire a un disegno del microtunnel (il progetto esecutivo, appunto) che soddisfi i criteri del decreto e la legislazione ambientale”.

In questa fase, tuttavia, la prescrizione più importante è la A44 che riguarda il ripristino ambientale, una volta chiusi i cantieri. La Regione ha dato un via libera parziale, che di fatto non consente l’espianto degli alberi. Tap si è rivolta direttamente al ministero dell’Ambiente. Dice il country manager di Tap Italia, Elia “i ministeri competenti hanno fornito alla Regione i chiarimenti richiesti nella ‘parziale approvazione’ del progetto esecutivo dei ripristini ambientali presentato da Tap; siamo pertanto fiduciosi che, in tempi brevi si prenderà atto che la prescrizione A44 è stata ottemperata”.

Nessun timore quindi di ulteriori rinvii: “Ove quest’approvazione ritardasse, avremmo solo un restringimento della finestra temporale per lo spostamento degli ulivi (1 novembre–30 aprile), non certo uno stop al progetto, che al momento nessun atto o provvedimento blocca”.

Ma il governatore della Puglia avverte: “Per come si stanno mettendo le cose, succederà un cataclisma. La nostra proposta, invece, diminuisce il rischio di non realizzazione dell’opera, risolve i problemi tecnici e crea il consenso delle popolazioni. Siamo pronti a sottoscrivere un’intesa su questo progetto in due minuti”.

LE COMPENSAZIONI DI TAP, “NO GRAZIE”, DICE IL SINDACO

Possibile che l’arrivo di un’infrastruttura di questo tipo non sia percepita nel Salento come un’occasione di sviluppo? Tap è disposta a investire circa 3 milioni di euro l’anno per i quattro anni dei lavori più l’assunzione di 30-35 persone. A queste va aggiunto il pagamento delle tasse locali, quantificate in circa 500.000 euro l’anno. Non proprio una mancia per un comune così piccolo che non raggiunge i 10.000 abitanti. “C’è un impatto di immagine del luogo che non può essere cancellato da alcuna compensazione. Hanno proposto soldi per l’erosione costiera, soldi per le associazioni. Non servono a compensare un danno che è per sempre”, dice il sindaco.

Secondo il governatore della Puglia questa può essere l’occasione per portare avanti il progetto di decarbonizzazione dell’Ilva di Taranto. “Visto che potrebbero arrivare più di 20 miliardi di gas l’anno grazie a Tap e, forse anche a un altro gasdotto il Poseidon con approdo a Otranto, si potrebbe chiedere a questi due consorzi di mettere a disposizione 2,95 miliardi di metri cubi di gas l’anno a prezzi compatibili con quelli in vigore per il carbone in modo da sostituirlo, avendo un vantaggio ambientale enorme, con l’azzeramento dell’inquinamento a Taranto”.

Ha collaborato Steve Jewkes

Sul sito www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

fonte: http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN1240IY

Per rinfrescarVi la memoria – Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

metanodotto Snam

 

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Per rinfrescarVi la memoria – Il metanodotto Snam: il tracciato voluto dal Governo attraversa 55 Km di uliveti del Salento. 10.000 ulivi sulla sua strada… Ecco a che serve la Xylella !!

 

DOSSIER – Tap, 10.000 ulivi sulla strada del gasdotto, è braccio di ferro Puglia-Governo…

di Giancarlo Navach

MELENDUGNO (Lecce) (Reuters) – Tutto quello che si vede è una guardia giurata, occhiali da sole e cappellino con visiera, che si aggira intorno ai 231 ulivi numerati che saranno “sacrificati” per consentire la realizzazione del gasdotto Tap, la parte terminale del corridoio meridionale del gas che attraverserà sei Paesi per approdare in Puglia.

Un progetto colossale, che prevede un investimento da 45 miliardi di dollari su tre gasdotti per un totale di 3.500 chilometri, ritenuto strategico dall’Europa perché diversifica gli approvvigionamenti di gas rispetto alla Russia e consente di fare del nostro Paese l’hub del gas, potendo contare su 10 miliardi di metri cubi l’anno, espandibili fino a 20 miliardi.

Il primo gas arriverà a inizio 2020 sotto la costa di San Foca, la spiaggia ‘Bandiera blu’ della marina di Melendugno, nel Salento, proveniente dai giacimenti dell’Arzebajan. Anche se, a poco più di tre anni dalla data di partenza del Trans Adriatic Pipeline, sul versante italiano, non c’è una traccia evidente dell’avvio dei lavori e aumentano i timori che l’opera non sia realizzata nei tempi previsti.

Ci sono difficoltà immediate, come le migliaia di ulivi da spostare, alcuni monumentali, parte integrante del paesaggio della Puglia. E poi c’è una guerra fatta a colpi di carte bollate, ricorsi, aule di tribunale.

Da una parte il governo guidato da Matteo Renzi e il consorzio Tap, dall’altra il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano – non sempre in sintoria con il premier pur militando nello stesso partito, il Pd – che può contare sull’appoggio del comune di Melendugno, del comitato ‘No Tap’ e, più in generale, di buona parte della comunità locale, che non si sente tranquillizzata dalle rassicurazioni fornite da Tap sulla compatibilità dell’infrastruttura con il territorio.

Un motivo di preoccupazione per le numerose imprese coinvolte, come Snam, che è anche il socio italiano del consorzio con una quota del 20%, e Saipem, anche perché sull’altra sponda dall’Adriatico, in Albania e Grecia, le ruspe sono già al lavoro.

Il governo Renzi si sta giocando buona parte della propria credibilità sulla capacità di realizzare le grandi infrastrutture nel nostro Paese a due mesi dal referendum costituzionale che, in caso di vittoria del ‘sì’, rivedrà il titolo V della parte II della Costituzione, riducendo di fatto i poteri di veto delle Regioni e spuntando le ali ai localismi. “Non è detto che vinca il sì. Credo che tutte le Regioni italiane non siano contente di questa riforma perché temono di avere meno forza nei confronti del governo e di dovere subire cose che non si capiscono come questa del Tap”, dice Emiliano, intervistato da Reuters nella sede della Regione sul lungomare di Bari, lasciando intendere da che parte si schiererà nella campagna referendaria.

In una dichiarazione rilasciata per email, il ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che ha di recente accusato la Regione Puglia di ostacolare la costruzione dell’infrastruttura a causa degli ulivi, dice che “se dovesse passare, il referendum assicurerà una più sensibile divisione di poteri, soprattutto nel settore dell’energia”.

Va subito al sodo il sindaco, Marco Potì: “Lei porterebbe sua figlia a costruire i castelli di sabbia sopra un gasdotto che ha una pressione di 145 bar? E che ne sarà della balneazione e della pesca in quel tratto di mare?”. Anche le opinioni raccolte nella piazza del paese sono contrarie all’opera: “Temiamo che possa penalizzare la vocazione turistica della città e quindi che la gente non venga più qui”, dice l’edicolante. Secondo il signor Pantaleo, 72 anni, pensionato, “il paese è diviso, ma la maggioranza non lo vuole il gasdotto”.

Il consorzio Tap – di cui fanno parte anche BP, Socar, Fluxys, Enagas e Axpo – ha ufficialmente aperto il cantiere nelle campagne di Melendugno lo scorso 16 maggio, come richiesto dall’autorizzazione unica concessa dal governo, con l’avvio di alcune indagini archeologiche. La data è importante anche perché è la condizione posta dalla Ue, con termine dei lavori dopo quattro anni, affinché il gasdotto non sia aperto a terzi e, quindi, garantisca una remunerazione certa al consorzio.

In realtà, tutto quello che si vedeva quando Reuters ha visitato il sito poco più di una settimana fa erano alcune reti arancioni, peraltro senza alcuna scritta con riferimento ai lavori, e una guardia privata che presidia giorno e notte i primi 231 ulivi numerati che dovranno essere espiantati per consentire l’avvio dei lavori. Una cautela in più da parte di Tap, vista la contrarietà dei cittadini. Da ieri, inoltre, sulla spiaggia Tap ha avviato un sondaggio geologico.

Ma tanto basta per fare dire a Emiliano che di fatto i lavori non sono ancora partiti e che l’autorizzazione è scaduta.

“Il governo non intende parlare con la Regione Puglia. Per questo abbiamo chiesto la revoca in autotutela della autorizzazione e speriamo di non dover ricorrere alla Corte Costituzionale. Abiamo messo un termine, 30 giorni. Chiediamo che si ricominci tutto daccapo perché, non essendo mai stati interrogati per dare il via libera all’intesa, riteniamo siano state lese le nostre attribuzioni costituzionali in sede di redazione del progetto”, spiega senza mezzi termini il governatore della Puglia, che fa riferimento a una recente sentenza della Corte Costituzionale, la 110 del 2016, in tema di energia.

In questi terreni a circa 700 metri dalla spiaggia – dove i lavori dovevano essere già iniziati – è previsto lo scavo per realizzare il microtunnel in cemento armato dell’approdo (lungo 1,5 chilometri) a una profondità di una decina di metri che sbucherà poi in mare a circa 800 metri dalla costa. La realizzazione dell’opera insieme al tratto offshore sotto il Mar Adriatico è stata affidata alla Saipem.

Una volta realizzato il microtunnel partirà il gasdotto per 8,2 km di tracciato che raggiungerà il terminale di ricezione, alla periferia di Melendugno. Per costruirlo dovranno essere espiantati e successivamente ricollocati altri 1.900 ulivi. Infine, per allacciare l’infrastruttura alla rete nazionale, occorre estendere il gasdotto di altri 55 km fino a Mesagne (Brindisi) dove parte poi la dorsale del gas della Snam, con ulteriore spostamento di altri 8.000 ulivi.

Fino al 31 ottobre, però, gli ulivi non si possono spostare perché in stato vegetativo e potrebbero non sopravvivere a un reimpianto. Se ne riparlerà dal prossimo primo novembre. E ci vuole cautela a causa della Xilella, il batterio che sta colpendo migliaia di ulivi del Salento. “Per affrontare questa malattia i primi provvedimenti prevedevano l’abbattimento, le persone hanno manifestato, arrampicandosi sugli alberi, e il piano fu interrotto. Lo stesso si immagina possa succedere con il gasdotto”, rimarca il sindaco di Melendugno.

REGIONE: APPRODO BRINDISI EVITA 55 KM DI ALTRI LAVORI

“Se il Tap arriva a Brindisi, invece che a Melendugno, si attacca immediatamente alla dorsale Snam e va in esercizio”, sostiene Emiliano. “Con l’approdo a Melendugno, invece, bisogna costruire un gasdotto di 55 km, e lo deve costruire la Snam, del tutto superlfluo dal punto di vista funzionale”, aggiunge il governatore che mette in guardia anche dai possibili rischi di infltrazione della criminalità organizzata su questi lavori.

Interpellato al telefono da Reuters, il sindaco di Brindisi, Angela Carluccio, respinge al mittente la proposta di Emiliano: “Non comprendiamo la caparbietà della Regione che vuole cambiare il percorso e creare un canale che passa dal mare con tutto quello che comporterebbe per Brindisi, città che ha già pagato tanto in termini ambientali”.

Questa ipotesi è stata, comunque, scartata da Tap perché ritenuta difficile da realizzare, con diverse ricadute ambientali e, comunque, non è stata presa in considerazione dal ministero allo Sviluppo economico che il 20 maggio 2015 ha concesso l’autorizzazione unica alla costruzione dell’opera. Data di inizio dei cantieri, appunto, il 16 maggio scorso. Al consorzio Tap è stato poi chiesto di ottemperare a 66 prescrizioni che, a sentire il sindaco di Melendugno, non sono mai state rispettate: “Ci sono la questione degli ulivi, i muretti a secco, la fattibilità del microtunnel. A tutt’oggi non c’è un piano esecutivo e non sappiamo se sia fattibile dal punto di vista idrogeologico”.

Così il country manager di Tap Italia, Michele Elia, risponde alle perplessità sollevate: “Stiamo lavorando in costante confronto con i tecnici del ministero dell’Ambiente per addivenire a un disegno del microtunnel (il progetto esecutivo, appunto) che soddisfi i criteri del decreto e la legislazione ambientale”.

In questa fase, tuttavia, la prescrizione più importante è la A44 che riguarda il ripristino ambientale, una volta chiusi i cantieri. La Regione ha dato un via libera parziale, che di fatto non consente l’espianto degli alberi. Tap si è rivolta direttamente al ministero dell’Ambiente. Dice il country manager di Tap Italia, Elia “i ministeri competenti hanno fornito alla Regione i chiarimenti richiesti nella ‘parziale approvazione’ del progetto esecutivo dei ripristini ambientali presentato da Tap; siamo pertanto fiduciosi che, in tempi brevi si prenderà atto che la prescrizione A44 è stata ottemperata”.

Nessun timore quindi di ulteriori rinvii: “Ove quest’approvazione ritardasse, avremmo solo un restringimento della finestra temporale per lo spostamento degli ulivi (1 novembre–30 aprile), non certo uno stop al progetto, che al momento nessun atto o provvedimento blocca”.

Ma il governatore della Puglia avverte: “Per come si stanno mettendo le cose, succederà un cataclisma. La nostra proposta, invece, diminuisce il rischio di non realizzazione dell’opera, risolve i problemi tecnici e crea il consenso delle popolazioni. Siamo pronti a sottoscrivere un’intesa su questo progetto in due minuti”.

LE COMPENSAZIONI DI TAP, “NO GRAZIE”, DICE IL SINDACO

Possibile che l’arrivo di un’infrastruttura di questo tipo non sia percepita nel Salento come un’occasione di sviluppo? Tap è disposta a investire circa 3 milioni di euro l’anno per i quattro anni dei lavori più l’assunzione di 30-35 persone. A queste va aggiunto il pagamento delle tasse locali, quantificate in circa 500.000 euro l’anno. Non proprio una mancia per un comune così piccolo che non raggiunge i 10.000 abitanti. “C’è un impatto di immagine del luogo che non può essere cancellato da alcuna compensazione. Hanno proposto soldi per l’erosione costiera, soldi per le associazioni. Non servono a compensare un danno che è per sempre”, dice il sindaco.

Secondo il governatore della Puglia questa può essere l’occasione per portare avanti il progetto di decarbonizzazione dell’Ilva di Taranto. “Visto che potrebbero arrivare più di 20 miliardi di gas l’anno grazie a Tap e, forse anche a un altro gasdotto il Poseidon con approdo a Otranto, si potrebbe chiedere a questi due consorzi di mettere a disposizione 2,95 miliardi di metri cubi di gas l’anno a prezzi compatibili con quelli in vigore per il carbone in modo da sostituirlo, avendo un vantaggio ambientale enorme, con l’azzeramento dell’inquinamento a Taranto”.

Ha collaborato Steve Jewkes

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fonte: http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN1240IY

 

tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/metanodotto-snam-tracciato-voluto-dal-governo-attraversa-55-km-uliveti-del-salento-10-000-ulivi-sulla-sua-strada-serve-la-xylella/