Il nuovo incubo degli elefanti asiatici, uccisi per la loro pelle da usare come gioielli – Firma anche tu la petizione per fermare il massacro.

 

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Il nuovo incubo degli elefanti asiatici, uccisi per la loro pelle da usare come gioielli

Si tratta di un business ignobile: elefanti asiatici uccisi per la produzione di gioielli e pomate miracolose che tratterebbero l’eczema, l’acne e i disturbi digestivi. Vi invitiamo a firmare la nostra petizione per chiedere la fine del commercio di pelle di elefante.

Fino a poco tempo fa, solo gli elefanti maschi erano a rischio di bracconaggio  perché le femmine non hanno le zanne. Oggi, i bracconieri uccidono tutti, femmine e cuccioli compresi. Una volta abbattuti, i cacciatori strappano loro la pelle in loco.

Siamo a conoscenza di più di un centinaio di elefanti cacciati dal 2013 a Myanmar (o Birmania) per la loro pelle; e ne sono già stati cacciati più di venti quest’anno.

Se questa tendenza continuasse, la sopravvivenza della specie sarà in pericolo.

Un importante centro di questo commercio è Mong La, una città senza legge al confine birmano. Qui si vende apertamente la pelle di elefante secca, oltre a cuoio, denti, ossa e altre parti di specie animali in pericolo di estinzione. La loro vendita è in aumento anche in un mercato nei pressi di Golden Rock, uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio buddhista del Myanmar.

La pelle di elefante, oltre a servire per fare gioielli, viene seccata, polverizzata e mescolata con olio di cocco per preparare un unguento che migliorerebbe i problemi digestivi e della pelle.

Questo tipo di crimine è organizzato a livello internazionale, anche se le autorità a volte non intervengono. C’è timore nel denunciare alla polizia. I bracconieri rischiano fino a sette anni di carcere, ma questi crimini vengono perseguiti raramente.

I politici cinesi riconoscono che il loro paese ha un ruolo importante nella caccia illegale di elefanti. La Cina ha vietato il commercio di avorio ed ha eliminato il mercato interno di questo materiale, ma questo non impedisce ai cittadini cinesi di attraversare le frontiere per il Myanmar e acquistare lì questi prodotti.

La Cina e il Myanmar dovrebbero lavorare insieme per porre fine al commercio illegale di avorio e pelle di elefante. Da loro dipende la sopravvivenza degli elefanti asiatici.

  • Ecco l’articolo de La Stampa

Non bastava il commercio dell’avorio o la riduzione del loro habitat, ora gli elefanti asiatici sono finiti nel mirino dei bracconieri per la loro pelle richiesta per prodotti di gioielleria o come medicina per curare l’eczema. L’ultimo episodio, pubblicato sul sito di National Geographic, racconta di due dozzine di esemplari rinvenuti morti e scuoiati lungo un fiume in Myanmar. In quel paese asiatico ormai rimangono 1000-2000 esemplari, mentre ne sono scomparsi almeno 10mila negli ultimi vent’anni.

Prima era raro trovare elefanti con la pelle rimossa, spiega Christy Williams, direttore nazionale del Wwf locale, al Guardian. «Poi abbiamo registrato alcuni atti di bracconaggio dove sono stati uccisi circa 35-40 elefanti in poco tempo, in gran parte per il commercio della pelle. I trafficanti sono pronti a pagare fino a 120 dollari per un chilo di pelle, 10 o 20 dollari in più rispetto a 10 anni fa».

Gli elefanti sono stati anche colpiti con frecce avvelenate che impiegano anche giorni per ucciderli. I bracconieri li seguono e poi li scuoiano. Il Wwf del Myanmar ha attivato due team per difendere i pachidermi e sono già stati arrestati 13 bracconieri. Ma rimane il rischio che questa nuova tendenza prenda piede.

«L’anno scorso ci siamo recati sul confine tra Myanmar e Cina e abbiamo trovato quantità significative di pelle di elefante in vendita – spiega un investigatore dell’ente benefico Elephant Family al National Geographic -. In Cina la gente ci ha mostrato perle fatte con la pelle di elefante e le ha descritte come novità del mercato. Abbiamo anche condotto ricerche sui forum online e in molti parlano di questi tipo di gioielli.

Il commercio di pelle di elefante di per sé non è nuovo, ma il mercato della gioielleria potrebbe dare un’accelerazione alla richiesta del mercato. «Si calcola che si guadagni di più dalla pelle di un elefante che dal vendere un cucciolo da usare negli spettacoli per turisti» spiega l’investigatore. Anche per questo è stata attivata una petizione online per chiedere che tutto questo venga fermato prima che diventi una moda mortale.

fonte: http://www.lastampa.it/2017/12/16/societa/lazampa/animali/il-nuovo-incubo-degli-elefanti-asiatici-uccisi-per-la-loro-pelle-da-usare-come-gioielli-N1v4qwxuIjTTzRv1L7PDkO/pagina.html

 

Qui la petizione:

No elephant should be skinned for jewelry.

15 mila scienziati lanciano l’allarme: la Terra è sempre più in pericolo

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15 mila scienziati lanciano l’allarme: la Terra è sempre più in pericolo

Cambiamento climatico, crescita della popolazione umana e riduzione della biodiversità. Ecco l’ultimo aggiornamento della comunità scientifica sulle questioni più cruciali e urgenti in fatto di ambiente. E come dobbiamo al più presto invertire le tendenze negative

Dal cambiamento climatico alla deforestazione, dall’estinzionedelle specie alla crescita della popolazione umana. Se non ce ne fossimo ancora accorti, noi esseri umani e il mondo in cui viviamo siamo da tempo in un eterno conflitto, arrivando soprattutto negli ultimi anni, ai ferri corti. Tanto che la comunità scientifica si sta impegnando con tutte le sue forze e conoscenze per riuscire a risolvere le questioni più cruciali e urgenti di gestione ambientale: è dal lontano 1992, infatti, che la Union of Concerned Scientistsinsieme a più di 1700 scienziati aveva rilasciato il “World Scientists’ Warning to Humanity”, un documento in cui sostenevano che gli impatti umani sul mondo naturale avrebbero probabilmente portato un danno sostanziale al pianeta, che sarebbe stato potenzialmente irreversibile.

E ora, a 25 anni di distanza, William J. Ripple, ricercatore della Oregon State University e oltre 15mila scienziati provenienti da 184 paesi hanno deciso di fare il punto sulla situazione attuale, aggiornando il documento originale, in un rapporto pubblicato sulle pagine di BioScience, chiamato “A Second Notice”. Dall’analisi dei dati provenienti da agenzie governative, organizzazioni no profit e da singoli studi, è emerso chiaramente che a eccezione dello strato dell’ozono che risulta quasi stabilizzato (per la riduzione di sostanze chimiche e un aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili), le notizie non sono affatto buone. “L’umanità non sta adottando le urgenti misure necessarie per salvaguardare la nostra biosfera in pericolo”, precisano gli autori, notando che la stragrande maggioranza delle minacce precedentemente descritte non solo rimane “allarmante”, ma anzi, sta addirittura peggiorando.

Così, in questo ultimo aggiornamento, i ricercatori hanno delineato le aree in cui i comportamenti umani possono essere in grado di invertire i trend negativi, come appunto è successo nel caso del buco dell’ozono, verso sistemi più sostenibili. “Presto sarà troppo tardi e il tempo si sta esaurendo”, dicono i ricercatori. “Dobbiamo essere consapevoli che la Terra è la nostra unica casa”. Più precisamente, secondo il rapporto, tra le tendenze più negative degli ultimi 25 anni sono: la riduzione del 26% della quantità di acqua potabile disponibile per abitante, un aumento del 75% del numero delle “zone morte” degli oceani, una perdita di quasi 300 milioni di ettari di foresta, gran parte convertito per usi agricoli. E ancora: aumenti significativi delle emissioni globali di anidride carbonica e temperature medie, un aumento del 35% della popolazione umana e una riduzione del 29%del numero di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci.

“Alcune persone potrebbero non accettare le nostre prove e pensare che siano solo molto allarmanti. Ma un numero enorme di scienziati sta analizzando i dati e studiando le potenziali conseguenze a lungo termine”, conclude Ripple. “Chi ha firmato questo secondo documento, infatti, non solo sta dando un allarme, ma riconosce i segnali evidenti che noi esseri umani stiamo intraprendendo un percorso del tutto insostenibile. Speriamo che il nostro documento accenda un ampio dibattito pubblico sia sull’ambiente che sul clima globale”.

Via: Wired.it

 

Entro il 2050 il cioccolato potrebbe scomparire. Colpa del surriscaldamento globale

 

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Entro il 2050 il cioccolato potrebbe scomparire. Colpa del surriscaldamento globale

Entro il 2050 il cacao potrebbe non esserci più: così il riscaldamento globale sta squagliando il cioccolato fino a farlo scomparire. Tra i maggiori produttori di cacao ci sono la Costa d’Avorio e il Ghana.

Il cacao è a rischio ‘estinzione’: questo è ciò che sostengono i ricercatori del National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) che nel 2016 hanno pubblicato una ricerca dalla quale emerge il continuo aumento delle temperature.

Un aspetto che porterà, entro il 2050, ad una riduzione delle aree utilizzabili per la coltura del cacao. L’albero del cacao cresce in maniera ottimale a 20° a nord o a sud dell’equatore, a questa latitudine, infatti, le condizioni ottimali sono perfette per lo sviluppo della pianta che richiede per prosperare: temperature costanti,  moltà umidità, piogge abbondanti, suolo ricco di azoto e protezione dal vento.

Con il surriscaldamento globale le temperature stanno cambiando in tutte le aree del pianeta anche in queste zone, un tempo ideali per la coltivazione del cacao ma che adesso, con i cambiamenti climatici, non permettono più le condizioni favorevoli per lo sviluppo della pianta.

Da qui al 2050, l’aumento di temperatura previsto per tutto il globo è di ben 2,1°, tale incremento andrebbe a distruggere l’equilibrio di quelle zone, andando a minare l’industria del cioccolato.

Il cacao africano

Una delle aree geografiche che meglio si confanno alla coltivazione del cacao è il continente africano.  I Paesi in cui il cacao viene coltivato per tutto il mondo sono principalmente la Costa d’Avorio e il Ghana, qui, secondo le previsioni, le temperature aumenteranno fino rendere impossibile la coltivazione in gran parte del territorio, stiamo parlando di una riduzione dell’89,5% delle aree coltivabili: questo si traduce in un grandissimo rischio di dover dire addio al cioccolato con cacao coltivato in Africa.

La coltivazione del cacao in questi paesi ha però contribuito al danneggiamento del loro ecosistema. Considerati gli effetti devastanti sul territorio, come la distruzione della foresta pluviale in Costa d’Avorio e  la deforestazione illegale in Ghana, la riduzione della produzione di cacao potrebbe essere per questi stati una notizia più buona che cattiva.

 

 

fonte: https://news.fidelityhouse.eu/ambiente/entro-il-2050-il-cioccolato-potrebbe-scomparire-colpa-del-surriscaldamento-globale-321153.html

Ci salveremo dalla sesta estinzione di massa?

 

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Ci salveremo dalla sesta estinzione di massa?

Una ricerca rivela che è iniziata la sesta estinzione di massa. Causa principale sono i cambiamenti climatici provocati dall’uomo. riusciremo a salvarci?

La sesta estinzione di massa è già arrivata?

Osservando la vita sul pianeta, la scomparsa di anche una sola specie è grave perché provoca la perdita di biodiversità terrestre. Siamo appena entrati nella sesta estinzione di massa, secondo una recente ricerca pubblicata dall’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti. E la responsabilità è nostra.

Estinzione: cos’è e come funziona

In biologia, l’estinzione di massa è la scomparsa di un gran numero di specie viventi e la sopravvivenza di altre che diventano dominanti. È un periodo geologico breve ma critico perché rivoluziona l’ecosistema terrestre. Finora la Terra ha conosciuto cinque grandi estinzioni di massa: la più grave è avvenuta 250 milioni di anni fa ed ha visto la perdita dell’81% delle specie marine e del 50% delle famiglie animali esistenti. L’ultima è avvenuta 65 milioni di anni fa ed ha portato all’estinzione dei dinosauri.

Gli studi pubblicati dall’Accademia delle Scienze degli USA

Una ricerca pubblicata dalla rivista Proceedings dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti rivela che è già iniziata la sesta estinzione di massa. I ricercatori R. Dirzo e Paul R. Ehrlich dell’Università di Stanford (California, USA) e di G. Ceballos dell’Università del Messico hanno analizzato 27.600 specie di vertebrati terrestri (circa la metà di quelli presenti sul nostro pianeta) ed hanno scoperto che il 23% sta diminuendo. Inoltre hanno studiato anche 177 specie di mammiferi ed hanno notato che tutte le specie hanno perso un terzo del loro habitat. Molti esseri viventi, animali e vegetali, oggi sono in serio pericolo, anche quelli che 20 anni fa erano considerati quasi al sicuro. Ad esempio i leoni africani sono diminuiti del 43%, dal 1993 ad oggi.

Confronto delle specie in diminuzione (foto: http://www.pnas.org/content/114/30/E6089.full)

Questo non è l’unico studio che parla della recente perdita di biodiversità: il Living Planet Index del WWF dimostra una riduzione persistente dei 3706 vertebrati esaminati.

3 motivi per temere la sesta estinzione di massa

Nonostante le estinzioni di massa avvenissero anche prima della comparsa dell’uomo sulla Terra, gli scienziati dicono che il tasso di morte delle specie è aumentato notevolmente negli ultimi anni. Ci sono almeno tre motivi che preoccupano i ricercatori:

  1. È più veloce = sono scomparse 100 specie di vertebrati negli ultimi 200 anni, ossia circa 2 specie l’anno. Nel passato, la perdita di una specie avveniva ogni 50 anni (cioè sono scomparse 200 specie negli ultimi 10.000 anni).
  2. È snobbata dall’opinione pubblica = le specie scomparse spesso sono poco note. Ad esempio pochi conoscono il Melomys Rubicola (piccolo roditore di un’isola corallina tra Australia e Nuova Guinea) e il pipistrello dell’Isola di Natale, entrambi dichiarati estinti nel 2014 e nel 2009.
  3. È irreversibile = da un’estinzione non si torna indietro. Ha effetti devastanti sull’ecosistema della Terra e non è detto che l’uomo possa sopravvivere.
L’uomo responsabile dell’ecosistema terrestre

Ci sono alcuni scienziati più cauti: Dough Erwin, paleontologo dello Smithsonian Institution (istituto di istruzione e ricerca americano), dichiara che “se continuiamo così, la sesta estinzione di massa arriverà presto ma non è ancora in corso. Questo significa che abbiamo ancora tempo per evitare l’Apocalisse”. Secondo Chris D. Thomas, professore di biologia evolutiva all’Università di York (Gran Bretagna), stiamo sottovalutando quanto la natura si adatti al cambiamento. “Nella storia della Terra le specie sono sopravvissute spostandosi verso nuovi territori”, dice.

Una recente ricerca di S. M. Stanley dell’Università delle Hawaii sempre pubblicata sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, rivela che la terza estinzione di massa ha portato alla perdita di “solo” l’81% delle specie marine anziché del 90-96% stimato finora.

Nonostante questa correzione e le versioni più fiduciose, è evidente che gli ultimi decenni hanno creato seri danni al biosistema terrestre. E il responsabile è l’uomo. L’essere umano distrugge habitat (basti pensare all’elefante africano), produce inquinamento ed emette gas serra che provocano i cambiamenti climatici.

Sopravviveremo alla sesta estinzione di massa?

Molte sono le specie a rischio estinzione, sia animali che vegetali. Ma la domanda più urgente (e superficiale) è: l’uomo sopravviverà alla sesta estinzione di massa? No se non rivediamo il nostro impatto ambientale, secondo gli autori della ricerca. E ci avvertono:

“La sesta estinzione di massa procede più velocemente di quanto previsto. Abbiamo venti o trent’anni per fare qualcosa. I segni sono evidenti e il futuro della vita sulla Terra, anche quella umana, è funereo”.

fonte:

-http://www.green.it/ci-salveremo-dalla-sesta-estinzione-massa/

Ambiente – È allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75%

 

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Ambiente – È allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75%

Una notizia che non ha avuto il clamore che meritava. Anche noi ne abbiamo già scritto, ma senza suscitare l’interesse dovuto.

Ma ci rendiamo conto? Spariti 3 insetti su 4… Dove stiamo andando? Cosa stiamo combinando a questo mondo? Cosa lasceremo ai nostri figli?

Riporta GreenMe:

ALLARME INSETTI: NEGLI ULTIMI 25 ANNI IL LORO NUMERO È DIMINUITO DEL 75%

Allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75% in Germania e sebbene le cause siano ancora sconosciute, gli scienziati assicurano che un ruolo fondamentale è giocato dai cambiamenti climatici che potrebbero scatenare un vero e proprio ‘Armaggedon ecologico’.

Il nuovo studio pubblicato su Plus one è molto chiaro e non nasconde un certo allarmismo, soprattutto perché tutti siamo a conoscenza del ruolo fondamentale che svolgono gli insetti nel nostro Pianeta: non solo come preda nella catena alimentare ma anche come impollinatori di piante.

Le api stanno scomparendo e neanche le farfalle stanno tanto bene, con loro tanti altri insetti che piano piano non si vedono più neanche nelle riserve naturali. Come si legge nello studio, ci sono una serie di concause che stanno portando a questa moria.

In cima ci sono i cambiamenti climatici, seguiti dalla distruzione di intere aree a favore dell’agricoltura e l’uso smodato dei pesticidi e di glifosato, contro cui è in corso una vera e propria battaglia.

Gli insetti compongono circa i due terzi di tutta la vita sulla Terra, ma il loro numero è in declino. L’impressione è quella che stia creando un Pianeta sempre meno ospitale per questi essere viventi, ma se perdiamo gli insetti, tutto il sistema crollerà spiega Dave Goulson, professore di scienze della vita presso l’Università di Sussex e co-autore dello studio.

Lo studio è stato condotto da decine di entomologi in tutta la Germania che hanno con speciali tecnologie osservato vari insetti nel corso degli anni. La ricerca è iniziata nel 1989 e con il passare del tempo il calo era sempre più persistente, soprattutto nel periodo estivo

“Il fatto che il numero di insetti battenti stia diminuendo ad un tasso così elevato in un’area così vasta è una scoperta allarmante”, ha dichiarato Hans de Kroon, ecologista dell’Università di Radboud, che ha guidato la ricerca.

Gli scienziati ritengono che il fatto che questo declino si sia registrato anche nelle riserve naturali ben gestite è ancora più allarmante, perché i dati potrebbero essere peggiori nelle aree non protette.

“Non siamo in grado di definire con esattezza perché tutto ciò stia accadendo. Potrebbe essere la carenza di cibo, l’esposizione a pesticidi o entrambi. E’ chiaro che il primo aspetto è collegato ai cambiamenti climatici”, ha detto Hans de Kroon.

Cosa fare per proteggere gli insetti

Cosa possiamo fare per proteggere gli insetti in generale e in particolare le api a partire dalla nostra vita quotidiana? Ecco alcuni suggerimenti utili:
  • Piantare fiori in giardino e sul balcone
  • Contribuire a creare e a proteggere gli habitat naturali
  • Smettere di usare pesticidi e insetticidi
  • Aiutare le associazioni che si impegnano a proteggere insetti e api

Dominella Trunfio

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/25416-allarme-insetti#accept

Wwf: “L’uomo rischia di causare la sesta estinzione di massa. Entro il 2020 due terzi di animali e vegetali scompariranno”

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Wwf: “L’uomo rischia di causare la sesta estinzione di massa. Entro il 2020 due terzi di animali e vegetali scompariranno”

Entro il 2020 la popolazione globale di specie animali e vegetali potrebbe crollare del 67%. Questo a causa di alcuni fattori: la continua perdita o il degrado dei propri habitat, lo sfruttamento eccessivo delle specie, l’inquinamento, le specie invasive, le malattie e il cambiamento climatico.Secondo i dati raccolti dal Wwf nel mondo le popolazioni di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili si sono ridotte del 58 per cento tra il 1970 e il 2012. Il report – Living Planet Report – viene pubblicato dall’associazione ogni due anni ed è arrivato all’undicesima edizione. Se pochi giorni fa l’Organizzazione meteorologica mondiale ha annunciato che siamo in una nuova era climatica, dato che nel 2015 e nel 2016 la concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione, un livello che non scenderà per diverse generazioni, il Wwf descrive un altro cambiamento epocale. Il premio Nobel per la Chimica Paul Crutzen e altri scienziati parlano di una transizione dall’Olocene a una nuova epoca geologica, che hanno definito Antropocene. Un passaggio causato proprio dall’impatto delle attività umane sui sistemi viventi. Sono “ulteriori prove – dicono dal Wwf – che il Pianeta sta entrando in un territorio inesplorato, in cui l’umanità sta trasformando la Terra e andando verso una possibile sesta estinzione di massa“.

I dati del report
Un importante indicatore delle condizioni ecologiche del pianeta è l’Indice del pianeta vivente (Living Planet Index) che misura lo stato della biodiversità attraverso i dati sulle popolazioni di varie specie di vertebrati. L’indice si basa su dati scientifici ottenuti da 14.152 popolazioni monitorate di 3.706 specie di vertebrati(mammiferi, uccelli, pesci, anfibi, rettili) provenienti da tutto il mondo. “Dal 1970 al 2012 – rileva il report – questo indice mostra un calo complessivo del 58% dell’abbondanza delle popolazioni dei vertebrati”. I dati, inoltre, mostrano un calo annuo del 2% e non vi è ancora alcun segno che questo tasso possa diminuire. Negli ultimi 4 decenni le popolazioni terrestri sono diminuite complessivamente del 38%, le specie di acqua dolce dell’81%, mentre l’indice ‘marino’ delle specie mostra per lo stesso periodo un calocomplessivo del 36 per cento.

La grande abbuffata
Secondo il rapporto, la produzione alimentare necessaria a soddisfare le complesse esigenze di una popolazione umana in espansione sta distruggendo gli habitat e sfruttando in modo insostenibile la fauna selvatica. “Oggi l’agricoltura occupa circa un terzo della superficie totale della Terra e rappresenta quasi il 70% del consumo di acqua” scrivono i ricercatori. Almeno 50 Paesi hanno sofferto di scarsità d’acqua e più del 30 per cento degli stock di pesce sono sovrasfruttati. Il report aggiorna anche la ricerca dal Global Footprint Network sull’impronta ecologica dell’umanità: “Viviamo su un solo Pianeta, ma stiamo utilizzando globalmente risorse che equivalgono a 1,6 pianeti in termini di beni e servizi utilizzati ogni anno”. Il Living Planet Report 2016 descrive alcune soluzioni in grado di trasformare i processi produttivi e il consumo di cibo per garantire cibo per tutti, ma in maniera sostenibile.

Il futuro
Qualcosa si può fare, come dimostra il caso della lince europea, ridotta fortemente nel passato per la caccia e la deforestazione.Leggi di tutela, progetti di reintroduzione e garanzie per la sua espansione naturale hanno fatto sì che questa specie risalisse la china dell’estinzione. Oggi in Europa vivono quasi 10mila esemplari di lince, il 18% della popolazione mondiale. Se da un lato infatti “il declino subito dal mondo selvatico in appena mezzo secolo preannuncia un crollo imminente di almeno due terzi entro il 2020” annuncia il dossier, è anche vero che proprio quell’anno “coincide con diversi traguardi importanti”.

Nel 2020 entreranno in funzione gli impegni assunti nel quadro dell’Accordo di Parigi sul clima, insieme alle prime azioni ambientali all’interno dei piani di sviluppo sostenibile. “Queste misure – scrivono gli autori del report – se verranno attuate contestualmente agli obiettivi sulla biodiversità saranno in grado di riformare adeguatamente il sistema alimentare ed energeticoper tutelare la ricchezza della vita selvatica in tutto il mondo”. Ne è convinto Marco Lambertini, direttore generale di Wwf Internazionale: “Il mondo selvaggio sta scomparendo a un ritmo senza precedenti e non stiamo parlando solo delle specie meravigliose che tutti amiamo – ha dichiarato – perché la biodiversità rappresenta la base stessa del buono stato di salutedelle foreste, dei fiumi e degli oceani”.

Il caso degli agricoltori del Kenya
Tra i vari esempi il rapporto descrive il caso dei piccoli agricoltori in Kenya che collaborano con le autorità locali e l’industria alimentare per la gestione delle risorse naturali del lago Naivasha, il secondo più grande del Paese, un’area di biodiversità e una risorsa importante per il Pil nazionale. “Questo è un momento decisivo – aggiunge Donatella Bianchi, presidente di Wwf Italia – perché siamo ancora in grado di sfruttare  le soluzioni per orientare i nostri sistemi alimentari, energetici, dell’economia e della finanza in una direzione più sostenibile”. Le strade suggerite per l’Italia? “Mantenere le promesse sull’attuazione dell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico che entrerà in vigore il 4 novembre, una strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, che sia in armonia con l’Agenda 2030 ed i suoi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, ma anche la realizzazione del rapporto sullo stato del capitale naturale del nostro Paese con una relativa programmazione economica e la realizzazione di un piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico”.

 

tratto da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/27/wwf-entro-il-2020-due-terzi-di-animali-e-vegetali-scompariranno-luomo-rischia-di-causare-la-sesta-estinzione-di-massa/3126277/2/#foto

 

Universo 25 – lo studio degli anni 70 sugli effetti della sovrappopolazione sui topi. È così che si estinguerà l’umanità?

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Universo 25 – lo studio degli anni 70 sugli effetti della sovrappopolazione sui topi. È così che si estinguerà l’umanità?

Nel 1972, l’esperto di comportamento animale John Calhoun costruì una specie di paradiso terrestre per topi, con gabbie confortevoli e cibo illimitato. In questo ambiente vennero introdotti 8 topi, 4 coppie di maschi e femmine.

Due anni dopo, i topi erano andati incontro ad una specie di apocalisse.

Universo 25 era un’enorme gabbia, concepita per essere la perfetta utopia di un roditore. Era diviso in alcuni “quartieri principali”, con locali distribuiti su diversi piani, e il cibo era abbondante e disponibile ogni volta che i topi l’avessero richiesto.

Il progetto ebbe inizio da 8 topi, 4 maschi e 4 femmine. Dopo 104 giorni, i roditori avevano familiarizzato con l’ambiente e iniziato a riprodursi. Nel confortevole ambiente di universo 25, la popolazione cresceva esponenzialmente, raddoppiando ogni 55 giorni. Questi furono i tempi d’oro, in cui la colonia prosperava. Le gabbie erano divise in un totale di 256 locali, ognuno capace di ospitare 15 topi. Il cibo e l’acqua erano abbondanti, e l’universo veniva pulito ogni mese per garantire l’igiene. Non esistevano predatori, la temperatura era costante, e i topi erano stati scelti da membri di un’elite genetica poco soggetta a disturbi o malattie.

Insomma, un vero e proprio paradiso: ma l’idillio non era destinato a durare.

Quindi cosa avvenne esattamente, dentro Universo 25? Dopo il giorno 315, la crescita della popolazione iniziò a rallentare. Più di 600 topi vivevano ora nella gabbia, costantemente a stretto contatto dei loro simili, mentre si spostavano tra un piano e l’altro per mangiare, bere e dormire. I roditori si trovarono presto in un mondo sempre più affollato, in cui c’erano molti più individui che ruoli sociali da interpretare.

A causa dell’abbondanza di topi, i maschi iniziarono a rinunciare alla difesa dei propri spazi. Il normale corso della società dei roditori, con i suoi ruoli, venne disturbato; essi non erano più in grado di formare legami sociali efficaci.

I topi più isolati dal punto di vista sociale iniziarono a concentrarsi in determinati spazi, e ad attaccarsi tra loro. Gli episodi di violenza e la mortalità iniziarono a crescere, e addirittura le madri cominciarono ad attaccare la prole.

Un particolare gruppo di topi maschi, chiamato da Calhoun “i più belli”, si richiuse in uno splendido isolamento, smettendo di combattere o cercare di accoppiarsi, limitandosi a mangiare, dormire, e coccolarsi tra loro.

In qualunque altra parte di Universo 25, invece, imperavano violenza, cannibalismo e pansessualità. La società dei roditori era letteralmente collassata su sè stessa.

Al giorno 560, la popolazione aveva raggiunto i 2200 topi e la crescita era cessata. Dopo il giorno 600, le gravidanze diventarono ridottissime e i piccoli capaci di sopravvivere tendenti allo zero.

La popolazione aveva smesso di riprodursi, e la strada verso l’estinzione era chiara, secondo Calhoun. I topi avevano perso la capacità di crescere di numero, a causa soprattutto di fattori sociali (il gruppo dei “più belli” si rifiutava ormai completamente di riprodursi).

Questa formula si applica ai topi, ma potrebbe essere lo stesso per gli esseri umani? Per Calhoun, non ci sono dubbi. Non importa quanto avanzati possiamo considerarci, una volta che il numero di individui arrivasse a superare di gran lunga il numero di ruoli sociali disponibili, seguirebbe soltanto la distruzione della società e il prevalere della violenza.

Secondo Calhoun, se la società umana continuasse a crescere indefinitamente, soccomberebbe verso il nichilismo totale e il collasso, causando l’estinzione della specie.

Speriamo, ovviamente, di non doverlo mai sperimentare.

 

http://www.cabinetmagazine.org/issues/42/wiles.php

Articolo scientifico: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1644264/

Tratto da quirkyita.com