Migranti – Come la polizia francese maltratta vigliaccamente, abusa e respinge in Italia con procedure illegali i bambini non accompagnati – Ma vomitevole e immondo questi farabutti lo dicono a noi!

 

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Migranti – Come la polizia francese maltratta vigliaccamente, abusa e respinge in Italia con procedure illegali i bambini non accompagnati – Ma vomitevole e immondo questi farabutti lo dicono a noi!

Migranti, Oxfam: “La polizia francese maltratta e respinge in Italia i bambini”

I minori non accompagnati che cercano di attraversare la frontiera nella zona di Ventimiglia vengono maltrattati dalla polizia francese. Appena presi in custodia, sono immediatamente rispediti indietro con procedure illegali per le leggi nazionali e internazionali: a denunciarlo un rapporto dell’Ong umanitaria Oxfam.

“I poliziotti francesi infieriscono, è anche questo che è inaccettabile. Oltre a respingerli illegalmente, senza metter in atto nessuna delle garanzie pur previste dalla legge, li scherniscono, li maltrattano, a molti hanno tagliato la suola delle scarpe, prima di rimandarli in Italia”, racconta Chiara Romagno di Intersos. Questo è quanto denuncia il rapporto “Se questa è Europa. La situazione dei migranti al confine italo francese di Ventimiglia” diffuso oggi da Oxfam, Diaconia Valdese e Asgi. La situazione di Ventimiglia si trova sotto i riflettori dall’estate 2015, quando la Francia ripristinò i controlli al confine con l’Italia per bloccare il passaggio dei migranti. La situazione resta estremamente delicata e continua a comportare costi umani molto forti. Si dorme per terra, non c’è accesso ad acqua pulita per lavarsi o ad acqua potabile per bere; non esistono bagni e in inverno non c’è modo di riscaldarsi. Una situazione che è stata più volte denunciata dalle Ong. Precariamente accampati sul greto del fiume Roja, per non allontanarsi dalla stazione, si ammassano decine e decine di bambini e ragazzi soli, che spesso portano sulla propria pelle i segni dell’inferno libico. Nella cittadina ligure i minori non accompagnati sono ormai il 25% di tutti i migranti in transito (fra i quali, comunque, solo il 25% ha un’età superiore ai 25 anni). Sono originari prevalentemente del Sudan, dell’Eritrea e dell’Afghanistan, con un’età compresa fra i 15 e i 17 anni, anche se non mancano ragazzini molto più piccoli.

La situazione dei minori non accompagnati è quella che presenta le criticità più forti. Perlopiù sono ragazzi e ragazze scappati dalle comunità di accoglienza a cui erano stati affidati in Italia. Molti infatti sono inseriti in strutture del tutto inadeguate, dove restano pressoché abbandonati a loro stessi: non iscritti a scuola o a corsi di formazione, rimangono sprovvisti del tutore che dovrebbe informarli dei loro diritti e sostenerli nel loro percorso di integrazione. “Stavo in un grande centro, in Sicilia. Mi trattavano malissimo. I ragazzi più grandi ci picchiavano e ci rubavano il cibo, e nessuno interveniva. Stavo tutto il giorno sul materasso a guardare il soffitto, oppure chiacchieravo un po’ con dei miei connazionali. Ma non ci volevo più stare lì, a nessuno importava di noi” racconta B., un ragazzino di  15 anni proveniente dalla Guinea. In quella situazione molti non vedono altra soluzione che quella di partire: “Vedevo i ragazzi più grandi che uscivano, non riuscivano a trovare lavoro, nessun lavoro. Così sono partito. Ho un cugino in Francia, voglio andare da lui. Io voglio lavorare” aggiunge T., un altro quindicenne del Darfur (Sudan). Chi ha parenti in altri stati europei potrebbe richiedere un ricongiungimento familiare, ma pochi sono informati di questo diritto e i tempi, comunque, sono lunghissimi: “Di fronte alla prospettiva di aspettare anche più di un anno, senza certezza, preferiscono partire da soli” sottolinea Laura Martinelli di ASGI.

“La frontiera l’hanno chiusa solo per le persone di colore. A nessun bianco controllano mai i documenti” premette Simone Alterisio di Diaconia Valdese. Sulla questione dei minori che attraversano la frontiera vengono sistematicamente violate la normativa nazionale e internazionale. Innanzitutto, secondo il rapporto Oxfam, la polizia francese non rispetta le norme sul diritto d’asilo, ai sensi del Regolamento di Dublino. “Ci hanno fatto scendere dal treno strattonandoci e urlando, poi ci hanno spinti in un furgone nel parcheggio della stazione. Ci hanno dato un foglio dentro al furgone e ci hanno rimessi su un treno che tornava in Italia, senza spiegarci nulla” racconta sempre T. I minori non accompagnati che fanno domanda di asilo non potrebbero, però, essere respinti in Italia: per loro non vale infatti, al contrario degli adulti, l’obbligo di farne richiesta nel Paese di prima accoglienza. Se non viene espressa la volontà di richiedere l’asilo, secondo la legge francese, il minore potrebbe essere rimandato in Italia, ma con alcune garanzie: la nomina immediata di un tutore e un periodo di minimo 24 ore tra il fermo da parte della polizia e l’effettivo respingimento. Inoltre ogni Paese sarebbe obbligato a farsi carico di questa categoria di minori, in qualunque caso, qualora vengano trovati sul proprio territorio nazionale, oltre la frontiera. Le testimonianze parlano di una situazione molto diversa, con maltrattamenti diffusi, anche su adulti. “Gli urlano, gli ridono in faccia, li spintonano, gli dicono ‘tanto di qui non passi’, ad alcuni aprono il cellulare e gli portano via la scheda, con tutti i dati, i contatti della rubrica. Dopo non possono nemmeno più telefonare ai genitori” spiega Daniela Zitarosa di Intersos. O ancora W., 37 anni, fuggita dall’Iraq insieme alla anziana madre a causa delle minacce e delle violenze dell’ISIS di cui mostra chiari i segni sul volto: “Ci hanno fatto stare un pomeriggio e una notte in una stanzetta. Siamo rimaste accasciate sulle sedie tutta la notte, non ci hanno spiegato niente, né ci hanno dato cibo o acqua. Ci hanno spinto e strattonato tutto il tempo. E a me hanno pestato con forza i piedi, ora ho gli alluci tutti neri”.

Fonte: https://www.fanpage.it/migranti-oxfam-la-polizia-francese-maltratta-e-respinge-in-italia-i-bambini/

 

 

I bambini nelle miniere del Congo per fabbricare i nostri cellulari

 

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I bambini nelle miniere del Congo per fabbricare i nostri cellulari

 

Amnesty e una video-inchiesta di Sky News denunciano lo sfruttamento dei bambini nelle miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo.

Vi siete mai chiesti come sono costruiti i telefoni cellulari che tutti noi abbiamo in tasca? E, soprattutto, da dove vengono le materie prime necessarie per la loro fabbricazione? Un rapporto pubblicato nello scorso mese di gennaio da Amnesty International e da Afrewatch ha fatto luce sulle drammatiche realtà che si nascondono dietro a degli strumenti di comunicazione apparentemente innocui, entrati ormai da tempo nell’uso quotidiano.

I bambini nello straziante video di Sky News

Nella Repubblica Democratica del Congo, infatti, migliaia di bambini sono costretti a lavorare nelle miniere di cobalto per estrarre il prezioso minerale, utilizzato proprio per la fabbricazione di telefonini e smartphone in tutto il mondo. Le due ong hanno spiegato che nel sud del paese i minori lavorano “in condizioni pericolose, al fianco degli adulti, con turni massacranti”. Aggiungendo che sulla questione “le multinazionali fanno finta di non vedere”, mentre il governo di Kinshasa si dichiara “vittima di una guerra commerciale”.

Amnesty e Afrewatch hanno tracciato nel loro rapporto il percorso effettuato dal cobalto, scoprendo che ad estrarlo sono a volte bambini di soli sette anni. Un’informazione che di recente è stata confermata da un’inchiesta di Sky News Australia, che ha addirittura riferito di piccoli di appena quattro anni al lavoro nelle miniere. In un video pubblicato dall’emittente televisiva – che definire agghiacciante è riduttivo – si vedono Dorsen e Richard, rispettivamente di otto e undici anni, mentre lavorano sotto la pioggia battente. I sacchi caricati sulle spalle, gli adulti che li incitano a fare in fretta, i tunnel pericolanti per raggiungere la miniera. Gli occhi rossi, la fatica, le lacrime: “Mia mamma è già morta, sono costretto a lavorare tutto il giorno. Quando sono qui soffro tanto”.

Sedici multinazionali nel mirino delle ong

Le due ong hanno accusato esplicitamente sedici multinazionali – Ahong, Apple, Byd, Daimler, Dell, Hp, Huawei, Inventec, Lenovo, Lg, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen et Zte – in quanto ad oggi “non sono in grado di affermare con certezza che il cobalto che utilizzano non sia quello estratto dai bambini”. Secondo il rapporto, il cobalto estratto viene comprato da broker che poi lo rivendono alla Congo Dongfang Mining, controllata dal colosso cinese del settore minerario Zhejiang Huayou Cobalt Ltd. “Non vengono effettuati i dovuti controlli presso i fornitori”, ha spiegato Mark Dummett, specialista di Corporate and social responsibility presso Amnesty International.

L’alternativa esiste: si chiama Fairphone

Nelle miniere dell’ex-Katanga, nella regione più meridionale del Congo, secondo un rapporto pubblicato dall’Unicef nel 2012 lavorano circa 40mila minorenni. “Sono sfruttati anche per dodici ore al giorno, per uno o due dollari”, accusano ancora Amnesty e Afrewatch.
Chi ora si chiedesse cosa si può fare, concretamente, per contrastare il dramma dei bambini-minatori sappia che un’alternativa esiste: si chiama Fairphone e si può acquistare facilmente online.

fonte: https://www.lifegate.it/persone/news/il-12-giugno-e-la-giornata-mondiale-contro-il-lavoro-minorile-il-segreto-sta-nellistruzione

Latte in polvere in Africa, sotto accusa il business di Nestlé e Danone – E qui parliamo di fare soldi sulla pelle di bambini che si ammalano o muoiono!

 

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Latte in polvere in Africa, sotto accusa il business di Nestlé e Danone – E qui parliamo di fare soldi sulla pelle di bambini che si ammalano o muoiono!

 

Da Il Salvagente:

Latte in polvere in Africa, sotto accusa il business di Nestlé e Danone

Un’accusa pesante che riporta alle campagne di decenni fa contro la pesante pressione a favore del latte in polvere nei paesi in via di sviluppo. È quella mossa dall‘Ong tedesca Aktion gegen die Hunger (Azione contro la fame), che in un recente rapporto punta il dito contro  Nestlé, Danone, e i principali produttori mondiali del sostituto del latte materno. I giganti alimentari fanno campagne pubblicitarie e informative a supporto del loro prodotto, spiega l’organizzazione tedesca in un recente rapporto. Ma, come riporta Der Spiegel, la somministrazione di prodotti artificiali al posto del latte materno può avere conseguenze negative, come si può osservare in Camerun: molti bambini sono cronicamente malnutriti, la loro crescita e lo sviluppo sono in ritardo, ogni decimo soffre di grave malnutrizione. La ragione principale di ciò è la scarsa igiene, la mancanza di accesso all’acqua pulita e le possibilità di refrigerazione. I sostituti del latte materno in queste condizioni spesso portano a malattie diarroiche – una delle cause più comuni di morte nei bambini.

Ignorato il codice internazionale dell’Oms

Già Nestlé nei primi anni ’70 fu accusata di uccidere più bambini con i suoi sostituti del latte di quanti ne avrebbe risparmiato. E nel 1981 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stabilito nel Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno che non deve essere pubblicizzati al pubblico questi prodotti e che gli operatori sanitari non devono ricevere nessun incentivo per promuoverli, e infine che alle donne in gravidanza o neo-madri non possono essere concessi campioni gratuiti. Ma, a quanto risulta ad Aktion gegen die Hunger, oggi quasi nessuna azienda si attiene a queste prescrizioni, in mercato in costante espansione che raggiungerà oltre 58 miliardi di euro di fatturato il prossimo anno. L’Ong e altre organizzazioni hanno studiato come i principali produttori di sostituti del latte materno, Nestlé, Danone, FrieslandCampina, Kraft Heinz, Abbot e Reckitt Benckiser commercializzano i loro prodotti. Hanno raccolto esempi dal Camerun, dal Burkina Faso, dal Bangladesh, dall’Indonesia, dalla Tailandia, dall’Etiopia, dall’India e da molti altri paesi e ora hanno pubblicato i risultati in un rapporto.

Le violazioni

Hanno trovato numerose violazioni del codice del latte dell’Oms: Il personale ospedaliero e le farmacie ricevono denaro, regali o assistenza tecnica dai produttori per raccomandare sostituti del latte materno; i rappresentanti dell’azienda visitano regolarmente le stazioni sanitarie e promuovono i loro prodotti; gli annunci pubblicitari e i manifesti pubblicizzano i produttori con false promesse sulla salute; le impronte dell’imballaggio e le istruzioni per l’uso non sono scritte nella lingua locale; nelle pratiche mediche, i produttori emettono doni promozionali come penne o blocchetti per appunti con i loghi dei loro prodotti; in India, il denaro avrebbe dovuto riversarsi ai medici, i medici in Iraq hanno ricevuto premi come laptop o borse di studio.

I rischi per la salute dei bambini

Scrive Der Spiegel, “Secondo le organizzazioni che trattano l’argomento, il marketing ha un impatto: in tutti i paesi esaminati, dove i tassi di mortalità per malnutrizione sono molto alti tra i bambini sotto i cinque anni, una grande percentuale di giovani madri dichiara di aver ricevuto alimenti per l’infanzia dagli operatori sanitari”. Secondo la rivista medica “The Lancet” gli scienziati hanno avvertito già più di due anni fa che il passaggio dall’allattamento al latte artificiali ha “conseguenze catastrofiche per la salute delle generazioni successive”. Con l’allattamento al seno, ogni anno possono essere salvati più di 820mila bambini nel mondo.

La difesa delle aziende

Le aziende si stanno difendendo contro le accuse. FrieslandCampina, Reckitt Benckiser e Kraft Heinz hanno sottolineato che si attengono al Codice etico dell’OMS e rispettano le raccomandazioni per l’allattamento esclusivo durante i primi sei mesi di vita. Abbot e Nestlé scrivono di rispettare le leggi dei paesi in cui operano.Tuttavia, alcuni paesi non hanno implementato il codice Oms correttamente. Danone sottolinea che le proprie normative sono spesso più severe delle leggi locali. Ciononostante, è possibile che “le violazioni isolate delle nostre politiche e istruzioni avvengano a livello locale”.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/05/18/latte-in-polvere-in-africa-sotto-accusa-il-business-di-nestle-e-danone/36358/

I bambini hanno bisogno di microbi non di antibiotici per sviluppare l’immunità, lo dicono gli scienziati

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I bambini hanno bisogno di microbi non di antibiotici per sviluppare l’immunità, lo dicono gli scienziati

Ambienti iper-igienici possono portare a condizioni croniche.

Di 
Sì, è importante lavarsi le mani.
È fondamentale durante la stagione fredda e influenzale e soprattutto se visiti qualcuno all’ospedale.
Il problema è che, almeno in Occidente, i genitori si sono impegnati a mantenere delle  attività decisamente troppo pulite.
La nuova scienza mostra che spazzare via piccoli organismi chiamati microbi con i nostri disinfettanti per le mani, saponi antibatterici e dosi di liberi antibiotici sta avendo un impatto profondamente negativo sul sistema immunitario dei nostri bambini, dice la microbiologa Marie-Claire Arrieta, co-autrice di un nuovo libro chiamato  Lascia che si sporchi : salvare i nostri bambini da un mondo over sanitizzato .
L’assistente professore all’Università di Calgary, insieme al suo coautore, stimato microbiologo Brett Finlay, sostiene che stiamo allevando i nostri figli in un ambiente più pulito e iper-igienico che mai.
Dicono che esagerando in questo modo, stiamo contribuendo a una serie di condizioni croniche che vanno dalle allergie all’obesità.

Ho chattato recentemente con Arrieta per saperne di più:

Cosa ti ha ispirato a lei e a Finlay a scrivere Let Them Eat Dirt ?
Siamo entrambi microbiologi e abbiamo studiato la comunità dei microbi che vivono nelle nostre viscere – ciò che chiamiamo il nostro microbioma intestinale.
Negli ultimi anni le ricerche del nostro laboratorio e di altri laboratori hanno dimostrato che la salute di questo microbioma nella prima fase della vita è davvero cruciale per la nostra salute permanente.
Non siamo solo scienziati, ma siamo entrambi genitori.
Pensavamo che i genitori e gli assistenti avrebbero tratto beneficio da noi portando questa conoscenza al pubblico.
Abbiamo sentito da tempo che l’uso eccessivo di antibiotici può portare a infezioni ospedaliere resistenti agli antibiotici, qualcosa che possiamo associare agli anziani e ad altre persone immunocompromesse. 
Ma ho capito che le implicazioni sono molto più immediate e individuali di così. 
Qual è la connessione tra i microbi e lo sviluppo del sistema immunitario durante l’infanzia?
Quando nasciamo non abbiamo alcun microbo.
Il nostro sistema immunitario è sottosviluppato.
Ma non appena i microbi entrano in scena, attivano il nostro sistema immunitario per poter funzionare correttamente. Senza i microbi il nostro sistema immunitario non può combattere bene le infezioni.
Non è solo la presenza di questi microbi ma quello che producono.

Producono molecole e sostanze che interagiscono direttamente con le cellule del rivestimento nelle nostre budella, ma anche con le cellule immunitarie che si trovano sull’altro lato del rivestimento del nostro stomaco.
Li addestrano letteralmente.
È solo dall’incontro con queste sostanze microbiche che una cellula immunitaria ottiene le informazioni per fare ciò che dovrebbe fare.
Quindi queste cellule nel nostro intestino hanno la capacità di trasportarsi in altre parti del corpo per fare più allenamento.

Era raro quando stavamo crescendo e apprendevamo che un nostro pari aveva una grave allergia alle noci. Nel libro tocca una teoria conosciuta come “l’Ipotesi dell’igiene”.
Che cos’è?
L’ipotesi dell’igiene cerca di spiegare perché le allergie, così come l’obesità e le malattie infiammatorie intestinali e persino l’autismo, sono tutte malattie in aumento.
E questo non è spiegato dai soli geni.
I nostri geni semplicemente non cambiano così velocemente.
La ricerca sta costantemente dimostrando che sono questi i cambiamenti nella prima esposizione della vita ai microbi che stanno guidando l’aumento di queste malattie.
La mancanza di esposizione microbica nelle prime fasi della vita è necessaria affinché il nostro sistema immunitario sia adeguatamente addestrato e alla fine sia in grado di evitare lo sviluppo di queste malattie.
Ci sono cose che i genitori possono fare – e non fare – per assicurarsi che sviluppino un buon microbioma sano e forse riducano le possibilità che i bambini contraggono allergie, asma e altre condizioni correlate?
Le prove epidemiologiche mostrano che i bambini che crescono in un ambiente agricolo hanno meno possibilità di sviluppare l’asma.
Ovviamente non puoi semplicemente prendere le tue cose e diventare un contadino, ma ciò che questo suggerisce è che vivere in un ambiente meno pulito è in realtà migliore.
Lo stesso vale per possedere un animale domestico, in particolare un cane.
Lascia che il tuo bambino giochi tranquillamente con i cani.
Gli studi hanno anche dimostrato che pulire tutto ciò che accade nella bocca del bambino aumenta le possibilità di asma.
L’incidenza di sviluppare l’asma è diminuita se il ciuccio viene pulito nella bocca del genitore.
E tutto ciò indica il fatto che stiamo semplicemente vivendo troppo nel pulito, a tal punto che non è vantaggioso.
L’igiene è fondamentale per la nostra salute.
Non dovremmo smettere di lavarci le mani, ma dovremmo farlo in un momento in cui è efficace nel prevenire la diffusione delle malattie – prima di mangiare e dopo aver usato il bagno.
In qualsiasi altro momento non è necessario.
Quindi, se tuo figlio è fuori a giocare nel cortile sul retro, non è necessario rimuovere lo sporco.
Non c’è alcun vantaggio nel farlo.
Deve esserci un equilibrio tra prevenire l’infezione, che è ancora una minaccia reale nella società, ma anche promuovere questa esposizione microbica che è sana.
Brandie Weikle è un genitore esperto, l’ospite di The New Family Podcast e editore di thenewfamily.com
tratto da: https://www.vivereinmodonaturale.com/2018/03/i-bambini-hanno-bisogno-di-microbi-non.html

 

Pesticidi e salute, sono i bambini a pagare il prezzo più alto

 

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Pesticidi e salute, sono i bambini a pagare il prezzo più alto

Il costo più alto dei pesticidi? Lo pagano i bambini. Ad affermarlo è l’Unicef con un report pubblicato a gennaio e dedicato proprio ad approfondire l’impatto dei pesticidi sulla salute dei più piccoli.

Per capire di cosa si sta parlando, bisogna anzitutto tenere presente che nell’età dello sviluppo esistono specifiche “finestre di vulnerabilità”, cioè passaggi critici durante i quali «l’esposizione a sostanze tossiche può causare lesioni devastanti» come si legge nello studio intitolato “Understanding the impacts of pesticides on children”.

Nei primi dodici anni di vita, per fare un esempio, «è probabile che la stessa quantità respirata di una sostanza chimica sia dieci volte più tossica per un bambino che per un adulto».

Le forme di esposizione agli agenti chimici sono molteplici. Il bambino può incominciare a essere vulnerabile prima ancora della nascita (“born pre-polluted”): sostanze tossiche e interferenti ormonali possono accumularsi nel sangue delle donne incinte, così come nella placenta e nel latte materno. Tracce di Ddt, che possono rimanere nel suolo per centinaia di anni, sono state ritrovate nei fluidi amniotici, nella placenta, nel cordone ombelicale e nei feti.

Anche il consumo di frutta e verdura contaminata, naturalmente, incide moltissimo, talvolta a dispetto delle normative che impongono un limite massimo ai residui. Vi abbiamo parlato di recente di quanto il problema sia sentito, ad esempio, nel Sud Est asiatico: in Thailandia, secondo quanto riscontrato dal Pesticide Action Network nel 2016, tracce di pesticidi pericolosi banditi dal commercio sono state ritrovate in percentuali enormi, dal 35% al 100% dei campioni analizzati, nei prodotti venduti dai locali mercati e supermercati.

C’è infine una questione ancora più delicata, perché tocca un aspetto critico in una tragedia ancora più vasta, quella del lavoro minorile. Si stima che l’agricoltura assorba da sola il 71% del lavoro minorile, cioè che circa 108 milioni di bambini e bambine facciano parte di una manodopera invisibile e spesso sfruttata o, appunto, esposta a gravi pericoli per la salute.

Il settore agricolo è infatti uno dei tre più a rischio per quanto riguarda le malattie professionali: sempre secondo le stime, il 59% dei 68 milioni di bambini impiegati in mansioni pericolose lavora nei campi.

Un’indagine sulla filiera del cacao, condotta nel 2002, ha concluso che 284mila bambini lavorano nella trasformazione del cioccolato e 153mila di loro hanno irrorato pesticidi senza nessuna protezione. Nell’industria del cotone, sei dei sette principali produttori sono stati coinvolti nelle tratte del lavoro minorile, anche forzato.

Nel 2010, il Pesticide Action Network ha dichiarato che le vittime di avvelenamento acuto da pesticidi variano tra un minimo di 1 milione e un massimo di 41 milioni di persone ogni anno. Un quadro davvero molto difficile da circoscrivere, tanto da indurre lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il Diritto al Cibo ad affermare «non ci sono statistiche attendibili e globali sul numero di persone soggette alla contaminazione da pesticidi».

Quel che si può invece affermare per certo è che, ancora una volta, a soffrire di più sono i lavoratori e i consumatori dei Paesi poveri. Sebbene in queste aree vengano messi in commercio solo il 25% dei pesticidi diffusi a livello mondiale, è qui che si concentrano il 99% dei casi di morte dovuta al loro utilizzo.

 

fonte: http://www.slowfood.it/pesticidi-e-salute-sono-i-bambini-a-pagare-il-prezzo-piu-alto/

 

Pesticidi neurotossici trovati nell’87% dei neonati (come ridurre l’esposizione)

Siamo abituati a pensare che solo il glifosato sia potenzialmente dannoso per la salute umane e per le colture, in realtà esistono tutta una serie di pesticidi che sempre più spesso finiscono nelle nostre tavole e quindi nel nostro corpo.
Qualche settimana fa avevamo parlato di come la campagna #ipesticididentrodinoi attraverso un esperimento aveva dimostrato che basterebbero due settimane di una dieta con prodotti senza pesticidi per abbattere e in alcuni casi azzerare il contenuto di sostanze inquinanti.

Oggi l’esposizione a pesticidi, erbicidi e insetticidi è aumentata notevolmente o semplicemente se ne parla di più. Di certo è che dall’Unione europea non arrivano risposte rassicuranti, ricordiamo che neanche un mese fa i paesi hanno salvato l’erbicida Roundup della Monsanto che sta avvelenando il mondo.

Ma come dicevamo, non è solo il glifosato a preoccupare. Ad esempio il chlorpyrifos secondo alcuni ricercatori potrebbe alterare lo sviluppo del cervello e causare danni cerebrali, anomalie neurologiche, ridotto quoziente intellettivo e aggressività nei bambini. Negli adulti, invece, la sostanza chimica sarebbe collegata al morbo di Parkinson e al cancro del polmone.

Il clorpirifos viene usato dal lontano 1965 nelle colture di grano, mais, frutta e verdura, come mele, ciliegie, fragole, broccoli, cavolfiori e tanti altri. Tutti cibi che dai campi arrivano nel nostro organismo. Il pesticida è usato non solo in America ma anche in Europa con dei limiti sui residui. Secondo uno studio, l’87% dei neonati eredita il clorpirifos dal cordone ombelicale.

Nonostante ciò l’EPA che è l’agenzia per la protezione dell’ambiente negli Stati Uniti, non ha rimosso il pesticida dal mercato, esattamente come è successo in Europa per il glifosato. E anche in questo caso, migliaia di cittadini avevano firmato una petizione per eliminarlo dalle colture.

E anche qui, si parla di conflitti d’interesse e di studi non propriamente indipendenti, ma già nel lontano 2014 era stato sollevato il problema relativo al clorpirifos quando uno studio aveva dimostrato che le donne incinte esposte al clorpirifos durante il secondo trimestre avevano un rischio aumentato del 60% di dare alla luce un bambino autistico.

Un altro studio aveva misurato i livelli di clorpirifos nel plasma materno e il cordone ombelicale di donne e bambini che vivevano in una comunità agricola, rilevando che in alcuni casi nel sangue materno ce n’era fino al 70,5% e nel cordone ombelicale fino all’87,5%.

Come ridurre l’esposizione ai pesticidi? 

Come abbiamo detto più volte, i pesticidi vengono utilizzati nell’agricoltura intensiva per proteggere le coltivazioni dai parassiti, al fine di ottenere raccolti più abbondanti. La frutta e la verdura non vengono intaccate dai parassiti, ma su di esse permangono sostanze chimiche potenzialmente dannose per la salute. e diverse ricerche lo dimostrano.

Se da un lato è impossibile evitare l’esposizione esistono tuttavia degli accorgimenti che possiamo prendere nella vita di tutti i giorni per ridurre il contatto. Ecco alcuni suggerimenti:

  • Mangiare prodotti biologici e cibi fermentati
  • Lavare bene frutta e verdura prima di consumarla
  • Conoscere quali sono i vegetali più contaminati
  • Se si ha la possibilità coltivare il proprio orto
  • Togliersi le scarpe prima di entrare in casa per tenere lontani agenti nocivi

fonte: https://www.greenme.it/vivere/speciale-bambini/26051-pesticidi-neonati-chlorpyrifos

Siria, il bimbo nella valigia del papà. Il simbolo straziante di una tragedia di cui non frega niente a nessuno!

 

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Siria, il bimbo nella valigia del papà. Il simbolo straziante di una tragedia di cui non frega niente a nessuno!

Siria shock: immagini di bambino che dorme in valigia fa il giro del web
L’immagine virale che sta facendo il giro dei social nelle ultime ore, mentre in Siria si continua a morire. Lo scatto è stato condiviso su Twitter anche da Unicef Italia
Mentre in Siria si continua a combattere, mentre perdono la vita decine di innocenti, un’immagine proveniente da quelle zone martoriate dal conflitto

sta facendo il giro del web, commuovendo gli utenti di ogni latitudine. Lo scatto mostra un bambinosiriano trasportato dentro una valigia. Il piccolo dorme tranquillo, con soltanto la testa ed un braccio che escono dal bagaglio, trasportato da un uomo, di cui è possibile vedere soltanto la mano.

Sta facendo il giro del web la foto di un bambino siriano in una valigia. Il piccolo dorme, con la testa e un braccio fuori dalla valigia di cuoio, mentre viene trasportato da un uomo, di cui si vede solo la mano.

“Un amorevole padre trasporta il suo bene più prezioso lontano dai feroci combattimenti nella Ghuta orientale, in Siria. Siamo sul terreno per fornire assistenza di emergenza”, si legge in un tweet dell’Unicef che pubblica la foto.

I due fanno parte degli sfollati di Beit Sawa diretti a Hamourieh.

L’indifferenza verso il dolore di milioni di bimbi

Tantissimi bimbi e donne sono riusciti, ieri, ad allontanarsi dal Ghouta, territorio controllato dal Governo siriano. La notizia è stata anche confermata dai corrispondenti AFP. Un alto funzionario dei diritti delle Nazioni Unite ha affermato, martedì scorso, che le innumerevoli richieste di cessate il fuoco in Siria evidenziano una ‘mostruosa indifferenza’  per lo strazio di milioni di bambini che necessitano di uno stop alla violenza. Due settimane fa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva adottato una risoluzione su un cessate il fuoco di 30 giorni in Siria. Ebbene, non solo la risoluzione è stata ignorata ma sono aumentate le incursioni governative nel Ghouta orientale.

KateGilmore, vice commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, reclama provvedimenti repentini per la salvezza dei bimbi catturati durante i conflitti. Parlando al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Gilmore si è detta molto allarmata per le condizioni dei circa 125mila bambini segregati nel Ghouta orientale. Gilmore ha sottolineato poi che tanti bambini sono ‘profondamente malnutriti, profondamente traumatizzati’. La Siria è una terra di conflitti e sofferenze, regno di morte e dolore per uomini, donne e bimbi. Lo scorso mese, dopo il repentino aumento di bombardamenti e violenze nel Ghouta orientale, oltre 350mila civili sono rimasti bloccati nell’enclave nelle mani dell’opposizione. Hanno perso la vita 200 persone, di cui 57 adolescenti e bimbi. Andrea Iaconini, portavoce di Save The Children, ha dichiarato che ‘sono stati circa 350mila i civili intrappolati nel Ghouta orientale a causa dei bombardamenti intensi delle ultime ore. Se le notizie sugli ultimi attacchi aerei nel Ghouta Orientale saranno confermate, ieri in Siria sono morti altri 100 civili, di cui decine di bambini. Bambini che si uniscono ai 60 uccisi nel solo mese di gennaio e alle migliaia di vittime di questa guerra. È un eccidio peggiore di quello di Aleppo’.

Bimbi senza acqua e servizi igienici

Save The Children ha confermato i dolorosi dati snocciolati da Iaconini, aggiungendo: ‘Ieri sono stati colpiti 4 ospedali. Nei rifugi sotterranei i bambini sono senza acqua e servizi igienici, esposti al rischio di contrarre malattie. Le strade sono completamente deserte a parte le sirene delle ambulanze che trasportano i feriti in cliniche di fortuna. In alcune zone del Ghouta orientale la distruzione degli edifici e dei servizi ha raggiunto livelli impressionanti, ancor più gravi di quelli registrati durante il picco della crisi di Aleppo nel 2016’. Iacomini ha spiegato che ‘sette anni di guerra hanno portato la Siria al collasso: nel Ghouta orientale, dove vive il 95% dei siriani sotto assedio oggi, mancano i servizi fondamentali come scuole ed ospedali e i beni di prima necessità come cibo, acqua e medicine. È una vera emergenza umanitaria. Solo negli ultimi mesi la malnutrizione è aumentata di 5 volte, centinaia di bambini sono gravemente malati e hanno bisogno di lasciare la città per essere curati. È una continua lotta per la sopravvivenza, è una continua strage di innocenti. Fermiamoci un secondo e torniamo a guardare quello che accade in Siria. La guerra non è finita e l’indignazione a intermittenza non è bastata per fermare questa strage di bambini. Dobbiamo unirci e dire basta a questo massacro. I bambini, ovunque essi siano in Siria, devono essere protetti. Da tutti’.

Si ha la netta sensazione che le speranze innescate in tutta l’area mediterranea e in specifico nel MedioOriente dalla “primavera araba”, siano andate letteralmente degenerando in un “incubo arabo”. Si ha inoltre anche un altra netta sensazione, cioè quella di trovarsi di fronte ad un periodo storico gravido di trasformazioni radicali, anzi “epocali”, paragonabili, a nostro avviso, solo ai sanguinosi conflitti, che dilaniarono il continente europeo e si conclusero solo con la Pace di Westfalia (1648). Quest’ultima, mise fine ad una serie di conflitti molto simili a quelli che si stanno verificando nell’area sopra citata; già prima della guerra vera e propria si era infatti assistito ad un duro fronteggiamento, tra varie confessioni: protestanti contro cattolici, etnie contro altre etnie, strati sociali e comunità contro altre, stati e regni contro altri stati ancora. Infatti, come conseguenza della riforma religiosa, sia quella luterana che quella calvinista ed ai duri conflitti che ne erano derivati, si era tuttavia riusciti a raggiungere un compromesso pacificatorio, più noto come Editto di Nantes (1598) che riconosceva: “modi diversi di essere cristiani”. Il successivo conflitto, passato alla storia come “Guerra dei Trent’anni”, definisce una precisa cronologia storica: una fase boemo-palatina (iniziata nel 1618), una fase danese, una svedese ed infine una francese, conclusasi appunto nel 1648, ma con eserciti spagnoli che continueranno a combattere per altri 11 anni…prima di chiudere definitivamente e formalmente fine al conflitto.

 

fonte: http://www.aciclico.com/esteri/siria-shock-foto-bimbo-che-dorme-in-valigia-fa-il-giro-del-web.html

Ogni giorno muoiono 7.000 neonati, eppure per risolvere il problema basterebbe poco

 

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Ogni giorno muoiono 7.000 neonati, eppure per risolvere il problema basterebbe poco

 

Ogni anno un milione di neonati muore lo stesso giorno in cui nasce e 2,6 milioni non sopravvivono al primo mese di vita, 7.000 ogni giorno. Secondo il nuovo rapporto dell’Unicef “Ogni bambino è vita“, il tasso di mortalità neonatale a livello mondiale rimane allarmante, in particolare nei paesi più poveri del mondo. I bambini nati in Giappone, Islanda e Singapore hanno la probabilità di sopravvivenza più alta, mentre i neonati in Pakistan, Repubblica Centrafricana e Afghanistan la più bassa.

POVERTÀ E CONFLITTI ALIMENTANO LA MORTALITÀ. Secondo il rapporto, nei paesi a più basso redditto del mondo il tasso di mortalità neonatale è del 27‰, mentre nei paesi ad alto redditto questa è di appena il 3‰. I neonati dei luoghi a più alto rischio per la nascita hanno una probabilità oltre 50 volte maggiore di morire rispetto a quelli nati nei paesi più sicuri. Il rapporto conferma anche la portata geografica di questa disuguaglianza: otto dei dieci luoghi più pericolosi al mondo dove nascere si trovano nell’Africa Subsahariana, dove le donne hanno possibilità molto inferiori di ricevere assistenza efficace durante il parto, a causa della povertà endemica, della debolezza delle istituzioni ed anche dei conflitti che spesso coinvolgono i territori.

UN QUADRO CHE SI POTREBBE MIGLIORARE CON POCO. Migliorare questo quadro, ed assicurare la sopravvivenza a milioni di bambini non pare una missione impossibile. Se ogni paese portasse il suo tasso di mortalità neonatale alla media dei paesi ad alto reddito entro il 2030, potrebbero essere salvate 16 milioni di vite. Secondo il rapporto, queste morti possono essere prevenute tramite l’accesso a personale ostetrico qualificato, insieme a soluzioni comprovate come acqua pulitadisinfettantiallattamento nelle prime ore di vita, contatto pelle a pelle e buona nutrizione.
Tuttavia, la mancanza di operatori sanitari e ostetrici qualificati, comporta che in migliaia non ricevano il supporto di cui avrebbero bisogno per sopravvivere. Per esempio, mentre in Norvegia ci sono 218 medici, infermieri e ostetrici per 10.000 persone, questo valore è di 1 per 10.000 in Somalia. Negli ultimi 25 anni – sottolinea il rapporto – è stato più che dimezzato il numero di morti fra i bambini sotto i cinque anni, ma non si sono fatti progressi simili nel porre fine alla morte di bambini con meno di un mese di vita.

LA CLASSIFICA DEI MIGLIORI E DEI PEGGIORI PAESI PER NASCERE. Ai primi posti della classifica dei paesi dove è più pericoloso nascere troviamo: Pakistan (1 neonato morto ogni 22 nati), Repubblica Centrafricana (1 su 24), Afghanistan (1 su 25), Somalia, Lesotho, Guinea-Bissau e Sud Sudan (1 su 26), Costa D’Avorio (1 su 27), Mali e Chad (1 su 28).
Al lato opposto della classifica, tra i paesi a minor mortalità neonatale, troviamo: Giappone (1 neonato morto ogni 1.111 nati), Islanda (1 su 1.000), Singapore (1 su 909), Finlandia (1 su 833), Estonia e Slovenia (1 su 769), Cipro (1 su 714), Bielorussia, Lussemburgo, Norvegia e Corea del Sud (1 su 667).
Non mancano poi gli esempi di come anche paesi con redditi non alti, ma con politiche sociali sviluppate, avanzate e disponibili a tutti possano portare grandi risultati, è il caso di Cuba, che con un tasso di mortalità di 2,4 si piazza addirittura meglio di Usa (3,7), Svizzera (2,9) e Francia (2,5). L’Italia si colloca al 169esimo posto su 184 paesi esaminati, con un tasso di mortalità neonatale di 2,0 – ovvero 1 neonato morto ogni 500 nati vivi.

 

 

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/ogni-giorno-muoiono-7-000-neonati-eppure-per-risolvere-il-problema-basterebbe-poco/

Mirko Busto: “L’olio di palma non fa male? Andatelo a dire ai bambini indonesiani” … E parliamo di 100.000 morti in un anno!

 

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Mirko Busto: “L’olio di palma non fa male? Andatelo a dire ai bambini indonesiani” … E parliamo di 100.000 morti in un anno!

di Mirko Busto

100.000 morti in un anno. E’ questo l’ammontare dei decessi causati dagli effetti diretti e indiretti degli incendi appiccati in Asia equatoriale nel solo 2015.

Lo rivela uno studio delle università di Harvard e Columbia, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters. Secondo gli esperti in salute pubblica e modelli atmosferici questi roghi, appiccati di proposito dalle multinazionali dell’olio di palma nelle foreste dell’Indonesia, sarebbero la causa di oltre 90mila morti premature in Indonesia, più di 6mila in Malesia e 2.200 a Singapore.

A questa già tragica realtà si aggiungono 500 mila casi di infezione alle vie respiratorie, quasi 50 milioni di persone esposte a fumi tossici 24 ore al giorno per settimane, voli annullati, scuole chiuse anche a Singapore e in Malesia.

Gli incendi sono causati dalla crescente domanda di olio di palma e legname che spinge questi paesi a bruciare le proprie foreste per lasciar spazio alle piantagioni. Il danno per quello che rimane della biodiversità planetaria è incalcolabile: in soli 40 anni abbiamo cancellato dalla faccia della terra il 58% delle specie animali presenti. E il massacro continua dato che gran parte della ricchezza biologica che ci resta si trova proprio nelle aree adatte alle coltivazioni della palma da olio.

Ma gli incendi non distruggono solo le foreste e la vita che le abita. Le foreste forniscono a tutti elementi vitali troppo spesso ignorati: regolano il clima terrestre, le precipitazioni e assorbono la CO2 emessa dalle attività umane. I fuochi che continuano a devastare quelle aree emettono milioni di tonnellate di gas serra che riscaldano il pianeta e destabilizzano il clima peggiorando le catastrofi meteorologiche. Basti pensare che nel 2015 l’Indonesia, devastata dagli incendi, ha superato le emissioni degli Stati Uniti, per capire quanto questa situazione sia ormai fuori controllo.

Le torbiere su cui si sviluppano questi incendi contengono materiale organico combustibile e rilasciano in atmosfera grandi quantità di polveri sottili come i PM 2.5, cioè il principale fattore globale di mortalità legata all’inquinamento dell’aria, si legge inoltre nello studio.

Quali saranno le conseguenze  di un sistema economico e industriale che non riesce a fermarsi dal distruggere il nostro futuro nonostante la scienza stessa ci stia mettendo in guardia con previsioni drammatiche?

C’è chi è indifferente a tutto questo: indifferente alla morte e indifferente alla vita.

 Non dimentichiamo, infatti, che l’ultimo studio dell’Autorità per la sicurezza alimentare europea, ha accusato l’olio di palma di avere gravi effetti sulla salute dei consumatori. Ma a qualcuno non importa.

Olio di palma significa profitto, significa lauti guadagni a fronte di spese irrisorie. E se tutto ciò avviene a discapito della salute e della vita di tutti gli altri, chissenefrega. Come se un giorno, a foreste distrutte, si potessero respirare soldi invece che ossigeno!

Non è la prima volta che la deforestazione sconsiderata ha conseguenze sulla salute di milioni di cittadini in quei paesi, ma i dati del 2015 sono senza precedentirispetto alle nubi tossiche della precedente crisi del 2006 sono state colpite il triplo delle persone. Alla faccia delle tanto sbandierate certificazioni di sostenibilità che sono attive dal 2006!

I governi dei Paesi colpiti dai devastanti incendi dovrebbero utilizzare questi dati per conteggiare gli enormi costi di malati e morti, e prendere seri provvedimenti per fermare la devastazione degli ultimi polmoni verdi del pianeta. Ma come più volte si è tentato di spiegare in queste nazioni non vige alcuna regolamentazione a favore dell’ambiente e della salute delle persone. Anzi, il livello di corruzione e di laissez-faire di questi governi raggiunge livelli altissimi che non lasciano presagire niente di buono.

Che fare quindi? C’è chi si gira dall’altra parte e chi decide di agire ora. Del resto, nel nostro piccolo, abbiamo un potere enorme, l’unico in grado di determinare un cambiamento nelle politiche economiche e industriali: scegliere a chi diamo il nostro denaro e non comprare prodotti contenenti olio di palma. Un gesto che fa paura alle grandi multinazionali che cercano, e cercheranno sempre, di convincerci che tanto non cambia mai nulla. Non è così.

Fai la tua parte: non essere complice, evita l’olio di palma. Le alternative ci sono.

tratto da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mirko_busto_lolio_di_palma_non_fa_male_andatelo_a_dire_ai_bambini_indonesiani/14817_18026/

 

Cioccolato amaro – come le multinazionali del cioccolato sfruttano i bambini e li trattano come schiavi!

 

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Cioccolato amaro – come le multinazionali del cioccolato sfruttano i bambini e li trattano come schiavi!

9 multinazionali del cioccolato che sfruttano i bambini e li trattano come schiavi

La produzione del cioccolato spesso può nascondere una verità molto dolorosa. Le multinazionali del cioccolato si basano ancora sullo sfruttamento del lavoro minorile per arricchirsi.

Al giorno d’oggi i bambini vengono ancora trattati come schiavi e costretti a lavorare in pessime condizioni. Lo scorso settembre è stata intentata unacausa contro alcune aziende – tra cui troviamo nomi molto noti come quelli di Mars e Nestlé – che per la produzione di cioccolato finanziano il lavoro degli schiavi bambini in Africa Occidentale, da dove provengono due terzi delle fave di cacao utilizzate nel mondo.

Le cause contro le aziende sono state intentate da Hagens Berman Sobol Shapiro e sostengono che i giganti del cioccolato tendono senza problemi a chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti umani da parte dei fornitori di cacao in Africa Occidentale. Queste aziende ingannano i consumatori perché si presentano come socialmente ed eticamente responsabili quando invece sanno bene che la coltivazione e la raccolta del cacao avviene in condizioni disumane.

Secondo uno studio della Tulane University citato nella denuncia alle grandi aziende del cioccolato, in Costa d’Avorio più di 4000 bambini sono costretti al lavoro forzato per la produzione di cacao. Alcuni bambini vengono venduti dai genitori disperati a causa della povertà ai trafficanti mentre altri vengono rapiti. I trafficanti di schiavi a propria volta vendono i bambini ai proprietari delle piantagioni di cacao.

I bambini sono costretti a vivere in luoghi isolati, vengono minacciati con percosse, di notte restano rinchiusi in modo che non scappino e sono costretti a lavorare per lunghe ore, anche quando sono malati, secondo le denunce mosse alle aziende. I bambini trasportano sacchi così grandi e pesanti per loro da andare incontro a gravi danni fisici. L’età degli schiavi varia dagli 11 ai 16 anni ma ci possono essere anche bambini di età inferiore ai 10 anni.

Per sensibilizzare i consumatori, US Uncut ha pubblicato una lista delle aziende che sfruttano i bambini per la produzione di cacao e cioccolato in modo che i cittadini attenti a questo tema possano evitare di acquistare i loro prodotti.

1) Hershey

2) Mars

3) Nestlé

4) ADM Cocoa

5) Guittard Chocolate Company

6) Godiva

7) Fowler’s Chocolate

8) Kraft

9) See’s Candies

Già nel 2001 negli Stati Uniti l’FDA aveva richiesto di etichettare come “slave free” il cioccolato prodotto senza lo sfruttamento del lavoro minorile, ma le multinazionali si sono opposte e hanno rimandato l’obbligo di etichettatura almeno fino al 2020.

Purtroppo nel frattempo tra il 2009 e il 2014 il numero dei bambini che lavorano nel settore del cacao è aumentato del 51%.

US Uncut ha pubblicato anche una lista delle aziende del cioccolato che hanno deciso di evitare lo sfruttamento del lavoro minorile.

1) Clif Bar

2) Green and Black’s

3) Koppers Chocolate

4) L.A. Burdick Chocolates

5) Denman Island Chocolate

6) Gardners Candie

7) Montezuma’s Chocolates

8) Newman’s Own Organics

9) Kailua Candy Company

10) Omanhene Cocoa Bean Company

11) Rapunzel Pure Organics

12) The Endangered Species Chocolate Company

13) Cloud Nine

Qualche tempo fa vi avevamo già parlato di questo argomento proprio con riferimento alle multinazionali del cioccolato e allo sfruttamento del lavoro minorile per ottenere il cacao. A distanza di oltre tre anni purtroppo la situazione non sembra migliorata. La produzione di cioccolato continua a calpestare i diritti dei bambini e i diritti delle donne.

Cosa possiamo fare noi?

Possiamo evitare di acquistare il cioccolato delle aziende che sfruttano il lavoro minorile basandosi su un sistema inaccettabile per la coltivazione e la produzione del cacao e possiamo scegliere cacao e cioccolato che offrano garanzie di rispetto dei lavoratori, con riferimento ai prodotti del commercio equo e solidale.

Per approfondire il tema dello sfruttamento legato alla produzione di cacao e cioccolato, vi suggeriamo la visione del documentario “The Dark Side of Chocolate” (con sottotitoli in italiano). Qui il video.

Come funziona una Multinazionale? L’esempio del latte alla salmonella Lactalis: sapevano tutto già da agosto, ma hanno atteso che scoppiasse l’allarme a novembre. E neanche quando i bambini finivano ospedale hanno ritirato il prodotto. MICA CI POTEVANO RIMETTERE DEI SOLDI PER QUALCHE BAMBINO CHE RISCHIAVA DI CREPARE?

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Come funziona una Multinazionale? L’esempio del latte alla salmonella Lactalis: sapevano tutto già da agosto, ma hanno atteso che scoppiasse l’allarme a novembre. E neanche  quando i bambini finivano ospedale hanno ritirato il prodotto. MICA CI POTEVANO RIMETTERE DEI SOLDI PER QUALCHE BAMBINO CHE RISCHIAVA DI CREPARE?

 

Latte prima infanzia alla salmonella, lo scandalo francese che rischia di travolgere Lactalis

Uno scandalo in piena regola. Il caso del latte prima infanzia Lactalis contaminato da salmonella sta provocando molte polemiche in Francia e rischia di trascinare la multinazionale francese in una bufera in cui sarà difficile uscirne senza danni. Coinvolgendo supermercati, autorità sanitarie e perfino il primo ministro Macron.

Sarà interessante per i lettori del Salvagente, ripercorrere la storia, per molti versi simile a quella del latte inquinato con Itx che sconvolse l’Italia nel 2005.

Il primo avviso

Il segnale che qualcosa non stia funzionando arriva prima della fine dell’anno in Francia, tanto che alla fine di novembre le autorità sanitarie, consapevoli di un numero insolitamente alto di casi di salmonellosi nei bambini, cercano legami tra quello che hanno ingerito i venti bambini ricoverati dopo l’estate per gastroenterite. E lo trovano: tutti avevano bevuto il Lactalis 1a età.

Il ministero della Salute avvia un’indagine presso la compagnia Lactalis di Craon (Mayenne) e la sera del 1° dicembre il ministro della Salute, Agnès Buzyn riceve i risultati: la contaminazione con la salmonella è confermata. A partire dal 2 dicembre, Lactalis è costretta a richiamare 12 lotti prodotti nello stabilimento di Craon e stabilisce un numero verde per le famiglie. La multinazionale annuncia che sta sospendendo l’attività delle sue strutture a Craon per disinfettarle.
Il capo di Lactalis è convocato il 9 dicembre dal direttore del gabinetto del ministro Bruno Le Maire che chiede all’azienda un prelievo più ampio di prodotti. Lactalis spiega che c’è una “perfetta collaborazione” con le autorità.

I casi di salmonellosi, però, non solo non calano, anzi crescono. L’emergenza spinge Lactalis ad annunciare il ritiro, in Francia e all’estero, di 720 lotti di latte per l’infanzia e altri prodotti. L’elenco dei paesi in cui può essere arrivato il latte contaminato è impressionante: dal Marocco alla Grecia, al Regno Unito, a Sudan, Perù, Bangladesh, Pakistan, Cina. L’Italia non compare e fino a oggi non sembra interessata.

Partono, ovviamente le inchieste della magistratura che ipotizza reati come “lesioni involontarie”, ” pericolo per la vita degli altri”, “inganno aggravato dal pericolo per la salute umana”. Ma lo scandalo è solo all’inizio.

L’azienda sapeva da agosto?

Il 3 gennaio, come una bomba, arriva lo scoop di Canard enchaîné, giornale satirico francese non nuovo a inchieste giornalistiche clamorose. Il giornale pubblica un documento che dimostrerebbe come Lactalis aveva ricevuto analisi che mostravano la presenza di salmonella nello stabilimento dal mese di agosto 2017.

Queste analisi “hanno mostrato salmonella solo nell’ambiente e non nei prodotti”, si difende Lactalis in una dichiarazione. Ma oramai la bufera è inarrestabile.
Anche perché il ministero dell’Agricoltura afferma di non avere “conoscenza” di autocontrolli fatti da Lactalis e dunque non sembrerebbe avvertito. E a settembre i servizi veterinari avevano effettuato un controllo nella fabbrica di Craon senza trovare nulla di sospetto.

Il ritiro? Sulla carta

Non è la fine dei guai per la multinazionale francese. Un cliente di Leclerc compra il latte contaminato, che si suppone essere stato richiamato dal 21 dicembre. Se ne accorge e denuncia. Leclerc ammette, il 9 gennaio, di aver venduto prodotti di Lactalis interessati dal richiamo. È l’effetto domino.
Cora, altra catena di ipermercati, riconosce di aver venduto 72 scatole dal 22 dicembre. Il gruppo System U quantifica 384 lattine vendute. Si aggiungono Intermarché, Auchan , Carrefour.

Il ministro dell’Economia, Bruno Mayor, chiede, giovedì 11 gennaio, spiegazioni dei distributori ma accusa Lactalis della responsabilità del mancato ritiro.
Nel frattempo i controlli pubblici scoprono che il latte alla salmonella è stato venduto da 30 supermercati, 44 farmacie e 12 ospedali.
Di fronte alle critiche, Lactalis rafforza i controlli, si scusa e dice “Dobbiamo trovare una spiegazione”. Non è certo la sola a cercare una spiegazione. A interrogarsi, ormai è l’opinione pubblica mondiale, su un sistema che sembra davvero non garantire nessuno. A eccetto degli interessi dei grandi produttori.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/01/13/latte-prima-infanzia-alla-salmonella-lo-scandalo-francese-che-rischia-di-travolgere-lactalis/30239/?utm_content=buffer48912&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer