L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

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L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

 

L’Italia trascinata in tribunale da una multinazionale del petrolio e chiamata a pagare milioni di euro di risarcimento danni. Perché? A seguito del divieto di trivellazione a meno di venti km dalla costa.

È stata una compagnia petrolifera britannica, la Rockhopper Exploration, a chiamare il nostro Paese dinanzi ad una corte di arbitrato internazionale. La “colpa” sarebbe aver tentato di salvaguardare la nostra linea di costa. La multinazionale ha infatti richiesto agli arbitri il versamento di un cospicuo risarcimento danni da parte dell’Italia.

La compagnia contesta al nostro Paese il divieto di intraprendere nuove attività di esplorazione e perforazione entro le 12 miglia nautiche. Un limite approvato in Parlamento nel gennaio 2016. Tale divieto infatti intaccherebbe i futuri guadagni della compagnia e, pertanto, la multinazionale richiede un risarcimento danni.

Cerchiamo di capire i contorni della vicenda.

L’autorizzazione allo sfruttamento del sottosuolo

La pretesa della Rockhopper si fonda su alcune autorizzazioni ottenute nel 2015, allo scopo di sfruttare un deposito sottomarino. Un giacimento situato a circa 10 chilometri al largo della costa abruzzese nel mare Adriatico. Secondo le stime, tale deposito contiene 40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni di metri cubici di gas. Tale concessione però, a seguito del divieto approvato nel gennaio 2016, è stata negata nel febbraio successivo. Una decisione che, secondo la compagnia, “viola il Trattato della Carta europea dell’Energia” del 1998.

Pertanto, Rockhopper ha deciso di rifarsi sull’Italia per il “grave danno economico” subito. Ma non si limita a chiedere un risarcimento danni che copra il solo capitale già investito. Insiste nel ricevere anche gli utili futuri e potenziali che aveva stimato di realizzare.

L’Italia aggira il divieto

Probabilmente proprio per scongiurare ripercussioni di questo tipo, il governo ha approvato un decreto ministeriale per aggirare il divieto. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il mese scorso, il provvedimento autorizza le compagnie petrolifere a portare a termine un programma di sviluppo messo a punto quando ha ottenuto una concessione. In questo modo, i progetti precedenti al divieto del gennaio 2016, sarebbero comunque validi. Non solo. Il decreto autorizza le aziende anche a modificare tali progetti. Il che vuol dire, consentire di fatto la costruzione di nuovi pozzi e nuove piattaforme. Anche entro le 12 miglia marine.

Come spiegano gli esponenti del Coordinamento No Triv al ilfattoquotidiano.itper titoli già rilasciati le compagnie potranno presentare e farsi autorizzare una qualsiasi ‘variante’ al programma originario di lavoro, che preveda la perforazione di nuovi pozzi sempre entro le 12 miglia marine dalle linee di costa e fino alla fine del ciclo di vita del giacimento“.

Fioccano i risarcimento danni in Europa

Il problema non è solo italiano. E la Rockhopper non è l’unica multinazionale del petrolio e del gas a fare una richiesta di risarcimento danni di questo genere. Sta diventando molto comune nei Paesi che tentano, attraverso la legge, di rafforzare tutela dell’ambiente e salute dei lavoratori. Un esempio: la compagnia energetica svedese Vattenfall che ha fatto una richiesta di risarcimento danni alla Germania di ben 3,7 miliardi di euro, a seguito della sua decisione di abbandonare il nucleare.

Uguale richiesta anche da parte della società canadese Lone Pine Resources, che pretende dal Canada 250 milioni di dollari, in seguito al blocco imposto alle ricerche, dal Quebec nella Valle del San Lawrence. Senza contare, che in molti temono che a seguito del Ceta, l’accordo di libero scambio tra  Canada e Unione Europea, appoggiato in Francia da François Hollande, possa in futuro causare nuove citazioni in giudizio a causa delle norme ambientali.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/ambiente/italia-risarcimento-danni-petrolio/

Trivelle entro le 12 miglia dalla costa? Ora si può! Il governo si rimangia le promesse pre-referendum…!

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Trivelle entro le 12 miglia dalla costa? Ora si può! Il governo si rimangia le promesse pre-referendum…!

 

Un decreto ministeriale pubblicato pochi giorni fa in Gazzetta Ufficiale permette alle compagnie di modificare in corsa il programma di sviluppo: possibili altri pozzi. È il contrario di quanto deciso da Renzi per svuotare la consultazione del 17 aprile scorso.

Trivelle entro le 12 miglia dalla costa, ora si può. È stato pubblicato pochi giorni fa in Gazzetta ufficiale un decreto ministeriale che, di fatto, dà alle compagnie petrolifere la possibilità di modificare il programma di sviluppo previsto al momento del rilascio di una concessione e recuperare le riserve esistenti. Che significa costruire nuovi pozzi e nuove piattaforme, al contrario di quello che per mesi aveva dichiarato il Governo Renzi prima del referendum sulle trivelle del 17 aprile scorso.

Stando al testo, dunque, nuove trivellazioni saranno possibili eccome, anche nelle aree ricadenti entro le 12 miglia marine, già date in concessione. È scritto nero su bianco nel Disciplinare tipo per il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale. “Fatta la legge, trovato l’inganno, altro che transizione energetica ed accordo di Parigi” ha commentano il Coordinamento No Triv. E se a ilfattoquotidiano.it Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari, aveva già annunciato prima e dopo la consultazione del 17 aprile scorso la possibilità che la vittoria del ‘no’ al referendum potesse comportare il via libera a quelle attività necessarie per portare a termine i programmi delle compagnie petrolifereanche entro le 12 miglia, questo nuovo decreto va persino oltre. “Il nuovo Disciplinare – spiega ora Di Salvatore – consente non solo di terminare un progetto, ma persino di modificarlo, eludendo così il divieto di legge”.

IL TESTO DEL DECRETO – Al Capo III, articolo 15 si illustrano le attività consentite. “Fermo restando il divieto di conferimento di nuovi titoli minerari nelle aree marine e costiere protette e nelle 12 miglia dal perimetro esterno di tali aree e dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale – recita il testo – sono consentite, nelle predette aree, le attività da svolgere nell’ambito dei titoli abilitativi già rilasciati, anche apportando modifiche al programma dei lavori originariamente approvato”. Tanto per fare un esempio: se una compagnia aveva previsto di portare a termine un’attività che necessitava di tre piattaforme e 12 pozzi, il programma andrà rispettato. Ma c’è di più. Non solo si garantisce alle compagnie petrolifere di portare a compimento i propri piani, ma si lascia aperta la possibilità di ‘varianti’. Modifiche “funzionali a garantire l’esercizio dei lavori – continua il decreto – nonché consentire il recupero delle riserve accertate, per la durata di vita utile del giacimento e fino al completamento della coltivazione, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.

LA REAZIONE DEI NO-TRIV – “Per titoli già rilasciati – sottolinea il Coordinamento No Triv – le compagnie potranno presentare e farsi autorizzare una qualsiasi ‘variante’ al programma originario di lavoro, che preveda la perforazione di nuovi pozzi sempre entro le 12 miglia marine dalle linee di costa e fino alla fine del ciclo di vita del giacimento”. I No Triv annunciano battaglia: “Il governo straparla di obiettivi al 2030, di ‘Winter package’ e di rispetto degli accordi di Parigi, ma nella prassi continua sistematicamente a creare corsie preferenziali per le energie fossili eludendo i divieti di legge. Con questa norma il governo ha raggirato 14 milioni di italiani e 10 regioni”.

IL COSTITUZIONALISTA: ‘SI ELUDE LA LAGGE’ – Secondo Enzo Di Salvatore in questo modo si elude il divieto di legge. Cosa dice la norma? “Prevede che entro le 12 miglia marine sia possibile solo continuare a estrarre con i pozzi esistenti e portare a termine il programma di sviluppo – spiega – mentre l’utilizzo di nuovi pozzi e nuove piattaforme è consentito solo se già previsto dal programma di sviluppo originariamente presentato”. Questo aveva confermato anche il Consiglio di Stato nel 2011, in un parere dato al Governo Berlusconi che chiedeva spiegazioni in merito ai limiti imposti dal divieto di ricerca ed estrazione entro le 5 miglia marine introdotto nel 2010. Secondo il Consiglio di Stato, per quanto riguardava i titoli già rilasciati, il divieto non comprendeva l’esecuzione del programma di sviluppo del campo di coltivazione e del programma dei lavori di ricerca, così come allegati alla domanda di concessione originaria, la costruzione di impianti e opere necessarie, gli interventi di modifica, le opere connesse e le infrastrutture indispensabili all’esercizio, oltre alla realizzazione di attività di straordinaria manutenzione degli impianti e dei pozzi che non comportino modifiche impiantistiche. “E questa è l’unica possibile interpretazione ammessa – aggiunge Di Salvatore – nonostante l’esito negativo del referendum del 17 aprile 2016. Eppure ora ci ritroveremo a fare i conti con tutti i progetti passibili di modifica. Che non sono pochi”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/05/trivelle-entro-le-12-miglia-dalla-costa-ora-si-puo-di-nuovo-il-governo-annulla-le-promesse-pre-referendum/3500984/