Come il governo Renzi ha truffato gli Italiani: per evitare il referendum sulle trivelle promise di concordare con le Regioni i progetti petroliferi. Poi, con la complicità del silenzio dei media, ha cambiato le regole!

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Come il governo Renzi ha truffato gli Italiani: per evitare il referendum sulle trivelle promise di concordare con le Regioni i progetti petroliferi. Poi, con la complicità del silenzio dei media, ha cambiato le regole!

Leggi anche: Trivelle entro le 12 miglia dalla costa? Ora si può! Il governo si rimangia le promesse pre-referendum…!

La scoperta del Coordinamento nazionale No Triv

Il governo ha aggirato il referendum trivelle nel silenzio generale

Per evitare il referendum sulle trivelle, il governo aveva accettato di concordare con le Regioni i progetti petroliferi. Ma pochi mesi dopo ha cambiato le regole

Il colpo di mano silenzioso sulle trivelle risale al 2016

(Rinnovabili.it) – Da oltre un anno è stato picconato un altro pezzetto della legislazione modificata per venire incontro alle richieste del referendum sulle trivelle. Nessuno se ne era accorto, ma ora in una nota il Coordinamento nazionale No Triv denuncia i possibili profili di incostituzionalità di una norma varata a giugno 2016 dal governo Renzi, passata sotto silenzio. «Nel riesaminare il fascicolo riguardante la raffineria di Taranto dove confluirà il petrolio del mega giacimento Tempa Rossa, è emersa una norma del 2016 rimasta nascosta nelle pieghe del decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 127 – spiegano gli attivisti – La norma in questione cancella una delle principali conquiste delle Regioni e del movimento No Triv ottenute con la previsione, in Legge di Stabilità 2016, dell’obbligo del raggiungimento di un’Intesa in senso “forte” tra Stato e Regioni ai fini dell’approvazione di progetti ‘petroliferi’».

In sostanza, la “manina” governativa ha ammorbidito le regole che imponevano allo stato di concordare con gli enti locali i dettagli dei progetti nel settore oil&gas, rendendo la consultazione con le Regioni quasi un atto formale. Forse una mossa che intendeva preparare il terreno per l’accentramento delle competenze previsto dal referendum costituzionale che si sarebbe tenuto da lì a sei mesi. Dalle urne però, come è noto, è uscito un secco no alla proposta.

«Questa norma è di dubbia legittimità costituzionale – spiegano infatti i No Triv – anche alla luce dell’esito del

referendum costituzionale che ha ribadito che lo Stato non può in alcun modo prevaricare le Regioni nelle scelte che concernono l’energia e il governo del territorio».

Il Coordinamento nazionale No Triv -aggiunge il cofondatore, Enrico Gagliano – denuncia il tradimento della volontà di milioni di cittadine e di cittadini che hanno sostenuto la battaglia No Triv e quella per la difesa del Titolo V della Costituzione. Faremo pressioni con ogni mezzo sulle Regioni affinché pongano la questione sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni per una tempestiva correzione della norma. Le forze politiche che nel 2016 non proferirono parola contro il governo in occasione di questo incredibile affronto alla democrazia e a beneficio dei soliti noti, spieghino il perché di tale svista e si mettano velocemente all’opera con atti concreti, prima e, soprattutto, dopo le elezioni».

Intanto qualcosa si è mosso già questa mattina: Piero Lacorazza, consigliere della Regione Basilicata e capofila dell’alleanza delle Regioni per il referendum sulle trivellazioni, annuncia su Twitter di aver scritto al presidente lucano Marcello Pittella, affinché avvii un approfondimento ed eventuali iniziative nella Conferenza Stato-Regioni.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/governo-aggirato-referendum-trivelle-333/

 

Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, quando il loro business è più importante di “quattro miseri alberi”…!

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Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, quando il loro business è più importante di “quattro miseri alberi”…!

Nonostante le promesse all’ONU del presidente Moreno

Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, bufera sull’Ecuador

La seconda fase del progetto Ishpingo-Tambococha-Tiputini prevede l’estrazione di petrolio da 97 pozzi nel cuore del parco nazionale Yasunì, tra gli hotspot di biodiversità più ricchi del mondo.

Il nuovo piano di estrazione del petrolio fa discutere

Novantasette nuovi pozzi di petrolio nel cuore del parco nazionale Yasunì, uno degli hotspot di biodiversità più ricchi del pianeta. Questo è il piano della compagnia statale Petroamazonas, che in Ecuador ha scatenato le proteste degli ambientalisti per un potenziale disastro ambientale impossibile da escludere.

L’apertura del pozzo Tambococha-2, il primo del nuovo piano di trivellazioni, getta una pioggia di critiche sul presidente Lenín Moreno, che agli occhi dell’opinione pubblica avrebbe fatto una clamorosa marcia indietro rispetto alle promesse di proteggere l’Amazzonia ecuadoriana e prestare maggiore attenzione all’opinione delle comunità indigene. Il controverso progetto Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT), avviato nel 2016, giunge così nella sua seconda fase, che vede le trivelle addentrarsi ulteriormente nel parco nazionale.

Con le perforazioni del Tambococha-2, Petroamazonas ha intenzione di estrarre petrolio a 1.800 metri di profondità, da una riserva stimata in 287 milioni di barili. Nei prossimi mesi, la compagnia prevede di costruire quattro impianti e trivellare in 97 punti. Nono sono in molti a credere alle rassicurazioni: Petroamazonas promette che lavorerà in modo discreto, concentrando le operazioni in un’area ridotta, interrando le tubazioni e prendendo tutte le precauzioni del caso contro le possibili fuoriuscite. Ma i critici sostengono sia impossibile garantire un impatto zero su un’area così sensibile. L’apertura di nuove strade nella foresta per il passaggio dei mezzi a motore rischiano di accelerare la deforestazione, la caccia e aumentare le tensioni con due tribù indigene che vivono nel parco.

Il presidente Moreno era stato portato sugli allori dagli ambientalisti dopo aver promesso alle Nazioni Unite, nel 2017, che avrebbe fatto di più per proteggere l’Amazzonia. Ha concordato maggiori consultazioni con le comunità locali prima di concedere nuove concessioni minerarie, e l’Ecuador terrà a breve un referendum sull’ampliamento della protezione per Yasuní.

«Le trivellazioni a Yasuni contraddicono l’impegno alle Nazioni Unite di Moreno e le proposte di aumentare la protezione inserite nel referendum – ha dichiarato Carlos Mazabanda , coordinatore di Amazon Watch in Ecuador – Inoltre, tutto questo va contro la costituzione, che riconosce i diritti della natura e cerca di proteggere gli ecosistemi sensibili da attività che potrebbero portare all’estinzione delle specie, alla distruzione degli ecosistemi o alla permanente alterazione dei cicli naturali».

 

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/cento-pozzi-di-petrolio-ecuador-333/

 

L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

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L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

 

L’Italia trascinata in tribunale da una multinazionale del petrolio e chiamata a pagare milioni di euro di risarcimento danni. Perché? A seguito del divieto di trivellazione a meno di venti km dalla costa.

È stata una compagnia petrolifera britannica, la Rockhopper Exploration, a chiamare il nostro Paese dinanzi ad una corte di arbitrato internazionale. La “colpa” sarebbe aver tentato di salvaguardare la nostra linea di costa. La multinazionale ha infatti richiesto agli arbitri il versamento di un cospicuo risarcimento danni da parte dell’Italia.

La compagnia contesta al nostro Paese il divieto di intraprendere nuove attività di esplorazione e perforazione entro le 12 miglia nautiche. Un limite approvato in Parlamento nel gennaio 2016. Tale divieto infatti intaccherebbe i futuri guadagni della compagnia e, pertanto, la multinazionale richiede un risarcimento danni.

Cerchiamo di capire i contorni della vicenda.

L’autorizzazione allo sfruttamento del sottosuolo

La pretesa della Rockhopper si fonda su alcune autorizzazioni ottenute nel 2015, allo scopo di sfruttare un deposito sottomarino. Un giacimento situato a circa 10 chilometri al largo della costa abruzzese nel mare Adriatico. Secondo le stime, tale deposito contiene 40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni di metri cubici di gas. Tale concessione però, a seguito del divieto approvato nel gennaio 2016, è stata negata nel febbraio successivo. Una decisione che, secondo la compagnia, “viola il Trattato della Carta europea dell’Energia” del 1998.

Pertanto, Rockhopper ha deciso di rifarsi sull’Italia per il “grave danno economico” subito. Ma non si limita a chiedere un risarcimento danni che copra il solo capitale già investito. Insiste nel ricevere anche gli utili futuri e potenziali che aveva stimato di realizzare.

L’Italia aggira il divieto

Probabilmente proprio per scongiurare ripercussioni di questo tipo, il governo ha approvato un decreto ministeriale per aggirare il divieto. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il mese scorso, il provvedimento autorizza le compagnie petrolifere a portare a termine un programma di sviluppo messo a punto quando ha ottenuto una concessione. In questo modo, i progetti precedenti al divieto del gennaio 2016, sarebbero comunque validi. Non solo. Il decreto autorizza le aziende anche a modificare tali progetti. Il che vuol dire, consentire di fatto la costruzione di nuovi pozzi e nuove piattaforme. Anche entro le 12 miglia marine.

Come spiegano gli esponenti del Coordinamento No Triv al ilfattoquotidiano.itper titoli già rilasciati le compagnie potranno presentare e farsi autorizzare una qualsiasi ‘variante’ al programma originario di lavoro, che preveda la perforazione di nuovi pozzi sempre entro le 12 miglia marine dalle linee di costa e fino alla fine del ciclo di vita del giacimento“.

Fioccano i risarcimento danni in Europa

Il problema non è solo italiano. E la Rockhopper non è l’unica multinazionale del petrolio e del gas a fare una richiesta di risarcimento danni di questo genere. Sta diventando molto comune nei Paesi che tentano, attraverso la legge, di rafforzare tutela dell’ambiente e salute dei lavoratori. Un esempio: la compagnia energetica svedese Vattenfall che ha fatto una richiesta di risarcimento danni alla Germania di ben 3,7 miliardi di euro, a seguito della sua decisione di abbandonare il nucleare.

Uguale richiesta anche da parte della società canadese Lone Pine Resources, che pretende dal Canada 250 milioni di dollari, in seguito al blocco imposto alle ricerche, dal Quebec nella Valle del San Lawrence. Senza contare, che in molti temono che a seguito del Ceta, l’accordo di libero scambio tra  Canada e Unione Europea, appoggiato in Francia da François Hollande, possa in futuro causare nuove citazioni in giudizio a causa delle norme ambientali.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/ambiente/italia-risarcimento-danni-petrolio/

Trivelle entro le 12 miglia dalla costa? Ora si può! Il governo si rimangia le promesse pre-referendum…!

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Trivelle entro le 12 miglia dalla costa? Ora si può! Il governo si rimangia le promesse pre-referendum…!

 

Un decreto ministeriale pubblicato pochi giorni fa in Gazzetta Ufficiale permette alle compagnie di modificare in corsa il programma di sviluppo: possibili altri pozzi. È il contrario di quanto deciso da Renzi per svuotare la consultazione del 17 aprile scorso.

Trivelle entro le 12 miglia dalla costa, ora si può. È stato pubblicato pochi giorni fa in Gazzetta ufficiale un decreto ministeriale che, di fatto, dà alle compagnie petrolifere la possibilità di modificare il programma di sviluppo previsto al momento del rilascio di una concessione e recuperare le riserve esistenti. Che significa costruire nuovi pozzi e nuove piattaforme, al contrario di quello che per mesi aveva dichiarato il Governo Renzi prima del referendum sulle trivelle del 17 aprile scorso.

Stando al testo, dunque, nuove trivellazioni saranno possibili eccome, anche nelle aree ricadenti entro le 12 miglia marine, già date in concessione. È scritto nero su bianco nel Disciplinare tipo per il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale. “Fatta la legge, trovato l’inganno, altro che transizione energetica ed accordo di Parigi” ha commentano il Coordinamento No Triv. E se a ilfattoquotidiano.it Enzo Di Salvatore, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari, aveva già annunciato prima e dopo la consultazione del 17 aprile scorso la possibilità che la vittoria del ‘no’ al referendum potesse comportare il via libera a quelle attività necessarie per portare a termine i programmi delle compagnie petrolifereanche entro le 12 miglia, questo nuovo decreto va persino oltre. “Il nuovo Disciplinare – spiega ora Di Salvatore – consente non solo di terminare un progetto, ma persino di modificarlo, eludendo così il divieto di legge”.

IL TESTO DEL DECRETO – Al Capo III, articolo 15 si illustrano le attività consentite. “Fermo restando il divieto di conferimento di nuovi titoli minerari nelle aree marine e costiere protette e nelle 12 miglia dal perimetro esterno di tali aree e dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale – recita il testo – sono consentite, nelle predette aree, le attività da svolgere nell’ambito dei titoli abilitativi già rilasciati, anche apportando modifiche al programma dei lavori originariamente approvato”. Tanto per fare un esempio: se una compagnia aveva previsto di portare a termine un’attività che necessitava di tre piattaforme e 12 pozzi, il programma andrà rispettato. Ma c’è di più. Non solo si garantisce alle compagnie petrolifere di portare a compimento i propri piani, ma si lascia aperta la possibilità di ‘varianti’. Modifiche “funzionali a garantire l’esercizio dei lavori – continua il decreto – nonché consentire il recupero delle riserve accertate, per la durata di vita utile del giacimento e fino al completamento della coltivazione, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.

LA REAZIONE DEI NO-TRIV – “Per titoli già rilasciati – sottolinea il Coordinamento No Triv – le compagnie potranno presentare e farsi autorizzare una qualsiasi ‘variante’ al programma originario di lavoro, che preveda la perforazione di nuovi pozzi sempre entro le 12 miglia marine dalle linee di costa e fino alla fine del ciclo di vita del giacimento”. I No Triv annunciano battaglia: “Il governo straparla di obiettivi al 2030, di ‘Winter package’ e di rispetto degli accordi di Parigi, ma nella prassi continua sistematicamente a creare corsie preferenziali per le energie fossili eludendo i divieti di legge. Con questa norma il governo ha raggirato 14 milioni di italiani e 10 regioni”.

IL COSTITUZIONALISTA: ‘SI ELUDE LA LAGGE’ – Secondo Enzo Di Salvatore in questo modo si elude il divieto di legge. Cosa dice la norma? “Prevede che entro le 12 miglia marine sia possibile solo continuare a estrarre con i pozzi esistenti e portare a termine il programma di sviluppo – spiega – mentre l’utilizzo di nuovi pozzi e nuove piattaforme è consentito solo se già previsto dal programma di sviluppo originariamente presentato”. Questo aveva confermato anche il Consiglio di Stato nel 2011, in un parere dato al Governo Berlusconi che chiedeva spiegazioni in merito ai limiti imposti dal divieto di ricerca ed estrazione entro le 5 miglia marine introdotto nel 2010. Secondo il Consiglio di Stato, per quanto riguardava i titoli già rilasciati, il divieto non comprendeva l’esecuzione del programma di sviluppo del campo di coltivazione e del programma dei lavori di ricerca, così come allegati alla domanda di concessione originaria, la costruzione di impianti e opere necessarie, gli interventi di modifica, le opere connesse e le infrastrutture indispensabili all’esercizio, oltre alla realizzazione di attività di straordinaria manutenzione degli impianti e dei pozzi che non comportino modifiche impiantistiche. “E questa è l’unica possibile interpretazione ammessa – aggiunge Di Salvatore – nonostante l’esito negativo del referendum del 17 aprile 2016. Eppure ora ci ritroveremo a fare i conti con tutti i progetti passibili di modifica. Che non sono pochi”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/05/trivelle-entro-le-12-miglia-dalla-costa-ora-si-puo-di-nuovo-il-governo-annulla-le-promesse-pre-referendum/3500984/