Poveri ma obesi. I fast food alla conquista dell’Africa

 

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Poveri ma obesi. I fast food alla conquista dell’Africa

Da quando il Ghana si è arricchito con il petrolio, migliaia di persone alla ricerca di un lavoro si sono riversate ad Accra. La capitale africana ha cambiato veste urbana, sono sorti nuovi centri commerciali e i fast food hanno proliferato in pochi anni.

Tra questi a padroneggiare è sicuramente la catena KFC che, prima del Ghana, ha colonizzato mezza Africa: dal Sudafrica – dove ha circa 850 punti vendita – all’Angola, dalla Tanzania alla Nigeria, dall’Uganda al Kenya. Ora un lungo reportage del New York Times racconta come KFC si stia espandendo a scapito della salute dei ghanesi.

I funzionari della sanità pubblica interpellati dal quotidiano americano sottolineano come pollo fritto, patatine e pizza abbiano fatto aumentare i problemi cardiovascolari e come, dal 1980 a oggi, in Ghana i casi di obesità siano aumentati addirittura del 650%. Secondo l’Institute for Health Metrics and Evaluation, un centro di ricerca indipendente dell’Università di Washington, il 13,6 per cento dell’intera popolazione ghanese è in sovrappeso.

Che mangiare sovente al fast food incrementi le probabilità di diventare obesi lo affermano numerose ricerche. Ma il caso dei fast food in Ghana rappresenta un’occasione per dimostrarlo con dati ancora più accurati rispetto ai precedenti, dal momento che in questo Stato africano popolato da 28 milioni di persone, a differenza degli USA, il fenomeno è recente e le catene di questo tipo non sono in ogni angolo della strada come in America.

Fenomeni del genere sono già stati osservati. Il NYT cita ad esempio lo studio su Singapore, altro Stato dove i fast food hanno proliferato negli ultimi tempi. Pubblicato dopo vent’anni di raccolta dati, lo studio dimostra che chi ha mangiato al fast food almeno due volte a settimana ha il 27 per cento di probabilità in più di contrarre il diabete di tipo 2, e il 56 per cento in più di probabilità di morire di malattie cardiache.

Ma torniamo al Ghana. Il tasso di mortalità associato a un elevato indice di massa corporea è più che raddoppiato nello Stato africano, passando da 14 persone su 100mila del 1990 a 40 su 100mila. In trent’anni i decessi legati alla massa corporea sono aumentati del 179 per cento.

Su questo gli esperti nutrizionali esprimono profonda preoccupazione perché il Ghana non ha le risorse mediche per affrontare una crisi sanitaria tanto grande da competere con l’Aids. Inoltre i medicinali per l’alta pressione sono costosi e spesso i pazienti non hanno denaro sufficiente per acquistarli. L’assicurazione sanitaria nazionale è in ritardo nella copertura di malattie come il diabete.

Infine c’è la questione culturale. Il Ghana ha convissuto per anni con la fame. Oggi la sua economia galoppa, tanto che l’aumento di peso è visto come un effetto collaterale accettabile del passaggio dalla condizione di povertà al consumo.

«Sono i genitori stessi a proporre ai figli di comprare pizza e bevande da KFC, perché vogliono dimostrare che se lo possono permettere», ha detto al NYT Matilda Laar, che si occupa di famiglie e scienze dei consumi presso l’Università del Ghana. «KFC non è solo cibo ma anche stato sociale».

Tra l’altro i prezzi sono abbordabili, non si tratta di un cibo d’élite: nonostante il pollo arrivi dal Brasile in quanto le aziende locali non soddisfano ancora gli standard di KFC per la sicurezza, nonostante i negozi necessitino di generatori a causa delle frequenti interruzioni di corrente e nonostante non sia semplice l’accesso all’acqua pulita, KFC riesce a mantenere i prezzi accessibili da una larga fetta di clientela.

«Siamo quello che mangiamo», ha detto Charles Agyemang, professore ghanese dell’Università di Amsterdam, dove studia obesità e malattie croniche. Secondo il docente, KFC rappresenta, agli occhi dei consumatori, il progresso e il distacco dalle tradizioni «tanto che molti ghanesi si vergognano a mangiare cibi locali nei luoghi pubblici». Insomma, per molti mangiare al fast food è un po’ come avvicinarsi alla civiltà. Un’illusione che può costare cara.

Questo assurdo fenomeno di preferire cibo straniero per emanciparsi e dichiarare uno status superiore colpisce molti stati africani. Anche per questo Slow Food, insieme alle comunità africane, coltiva gli orti in Africa, nei villaggi, in città nelle scuole. Uno degli obiettivi è proprio quello di riscoprire le varietà e tradizioni locali e recuperare una solida educazione alimentare che consenta di affermare la propria sovranità. Sostenere Slow Food vuol dire sostenere le comunità africane, aderisci alla campagna Menu For Change. Anche una piccola donazione può fare la differenza.

 

Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

 

fonte: http://www.slowfood.it/poveri-obesi-fast-food-alla-conquista-dellafrica/

Il cancro non è una malattia per poveri – Le cure costano, ed i poveri possono pure crepare!

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Il cancro non è una malattia per poveri – Le cure costano, ed i poveri possono pure crepare!

Terapie anticancro solo per ricchi

Il cancro non è più una malattia dei ricchi ma l’accesso alle nuove terapie antitumorali resta un miraggio per i Paesi poveri. Quattro malati di cancro su 5 vivono in Paesi poveri o in via di sviluppo. Solo il 5% di loro può accedere a cure adeguate. Nel 2030 il cancro sarà il primo killer nel mondo, con circa 12 milioni di vittime in tutto il pianeta di cui quasi 9 milioni solo nei Paesi poveri. Questo è l’allarme lanciato dall’American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso in questi giorni a Chicaco. In particolare, ne ha parlato la Global Oncology Leadership Task Force attraverso gli interventi di Peter Paul Yu, direttore dell’Hartford Cancer Institute del Connecticut, e di Sana Al Sukhun, direttore della scuola di Medicina dell’Università della Giordania di Amman. 

Nei paesi poveri e in via di sviluppo l’emergenza cancro ha sempre più le dimensioni di una tragedia ingestibile. L’80% dei malati di cancro vive in Paesi poveri o in via di sviluppo, ma solo il 5% di questi puo’ accedere a cure adeguate.

Basti pensare che l’Africa con l’11% della popolazione mondiale, registra il 25% dei malati complessivi di cancro e assorbe l’1% delle spese mondiali. Al contrario l’America assorbe il 50% dei valori economici con poco più del 14% della popolazione e con il 10% dei malati.

Situazioni e cause di questa escalation sono abbastanza simili a quelle già da tempo registrate con il progredire della patologia diabetica: le mutate condizioni di vita, con popolazioni sempre più inattive e con abitudini alimentari sempre più “nordamericane”, fan si che l’incidenza dei tumori sia sempre più pesante proprio nei Paesi non occidentali. Inoltre la mancanza di strutture sanitarie organizzate e d’eccellenza (un solo esempio, portato da Sana Al Sukhun: ben 29 paesi africani, per un totale di 198 milioni di abitanti, non hanno una radioterapia), la carenza di personale qualificato, di programmi di screening e di farmaci neoplastici rende i tumori una sorta di epidemia pressoche priva delle cure più elementari e standard.

Proprio dall’ASCO la Global Oncology Leadership Task Force ha lanciato un allarme preoccupato ed ha ricordato quello che può fare la comunità internazionale attraverso la ricerca e la raccolta di dati, promuovendo il training, lo screening e la prevenzione primaria. Obiettivo della Task Force dell’ASCO: essere il partner essenziale delle azioni contro le neoplasie, coordinandosi prima di tutto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità per avviare piani di intervento su tutti i Paesi poveri.

Il primo di questi interventi, già avviato nel 2005, è la Breast Health Global Initiative (BHGI), che Peter Paul Yu ha chiesto di rilanciare, perché in molti paesi in via di sviluppo “l’attenzione alla salute della donna comporta una non indifferente rivoluzione culturale e sociale”. Il secondo intervento riguarderà la mobilitazione per favorire investimenti in apparecchiature radioterapiche: una commissione internazionale creata in collaborazione con il Lancet, a cui partecipano anche economisti ed esperti in tecnologie per la salute, ha stimato che un’investimento globale di 184miliardi di dollari, necessario per sopperire le attuali carenze di radioterapie, potrebbe portare entro il 2035 a salvare oltre 26 milioni di vite all’anno.

Ha ricordato poi concludendo l’oncologo di Hartford: “L’OMS ha pubblicato all’inizio di febbraio la Guide to Early Cancer Diagnosis: la diffusione di questo documento in tutti i Paesi dovrebbe essere il prossimo passo per una strategia globale contro il cancro, fornendo una linea guida di riferimento a tutti i sistemi sanitari dei Paesi in via di sviluppo”.

Il messaggio lanciato all’Asco sulla “global health initiative” è sembrato chiaro, quanto indubitabilmente impegnativo. Dove si reperiscono tutti questi fondi in un epoca di crisi globale? La risposta richiama alla mente un recente momento storico, quando nel 2001 l’allora segretario dell’ONU, Kofi Annan, lanciò la prospettiva di un Global Fund rivolto a combattere AIDS, malaria e tubercolosi nei Paesi poveri. Il coinvolgimento di ONU, singole Nazioni, assemblee di stati (tra cui la UE), agenzie internazionali e aziende del farmaco riuscì a dare un’accelerazione importante ai sistemi sanitari di molti paesi africani nei confronti delle patologie comunicabili. Oggi potrebbe riproporsi la stessa situazione: il cancro, come dice da tempo l’ASCO, si vince con il coinvolgimento di tutti.

 fonte: http://www.mondoallarovescia.com/terapie-anticancro-solo-per-ricchi/#more-16616

Gino Strada: “Stanno cercando di anestetizzarci il cervello – Non è guerra al terrorismo, è guerra contro i poveri del mondo”

 

 Gino Strada

 

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Gino Strada: “Stanno cercando di anestetizzarci il cervello – Non è guerra al terrorismo, è guerra contro i poveri del mondo”

Oggi più che mai attuali le parole di Gino Strada, fondatore di Emergency: «…anestesia, è quella che stanno cercando di fare ai nostri cervelli, raccontandoci delle storie, delle grandi bugie».

«Tutti giorni ci dicono cose su come sta andando la guerra al terrorismo, parola ormai usata bipartisan, senza chiedersi neanche cos’è». Gino Strada è lucido e chiarissimo; ascoltiamolo con attenzione.

«Chi combatte quella guerra non ha nessuna credenziale per farlo» dice. «Credo che ci sia una sola via d’uscita; noi cittadini dobbiamo cominciare a riflettere con la nostra testa su cosa sta veramente succedendo. Quella che è in atto non è una guerra al terrorismo, ma una guerra contro i poveri del mondo, perchè restino poveri e siano sempre più poveri». «Dobbiamo riprendere in mano noi cittadini la situazione». «Un mondo senza regole e senza etica non sta in piedi».
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