Incredibile ma vero: ad 8 anni dall’approvazione, la direttiva sui pesticidi è letteralmente ignorata dagli Stati Europei – Una vergognosa speculazione sulla pelle della Gente nell’interesse delle lobby!

 

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Incredibile ma vero: ad 8 anni dall’approvazione, la direttiva sui pesticidi è letteralmente ignorata  dagli Stati Europei – Una vergognosa speculazione sulla pelle della Gente nell’interesse delle lobby!

Nuovo report sull’applicazione della direttiva del 2009: Gli stati europei non applicano la direttiva sui pesticidi.

A 8 anni dall’approvazione della direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi, i paesi UE hanno spesso evitato di prendere misure volte a ridurre i rischi.

A 8 anni dall’approvazione, la direttiva sui pesticidi è lettera morta

 

(Rinnovabili.it) – Mancano i controlli individuali sugli agricoltori, non si fa lotta integrata ai parassiti e non esistono target misurabili per la protezione di specifici ecosistemi. In sostanza, la direttiva sull’uso sostenibile dei pesticidi risulta in gran parte non applicata dagli stati membri. Lo afferma il nuovo rapporto della Commissione Europea, che fa il punto a otto anni dall’approvazione della legge.

Fino ad oggi, dunque, i paesi hanno spesso evitato di prendere misure volte a ridurre i rischi e gli impatti dei prodotti fitosanitari, con conseguenze negative sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Le disposizioni europee vietano pratiche come l’utilizzo di aerei per per spargere i pesticidi sui campi e restringono l’uso di antiparassitari nei parchi pubblici, nei campi sportivi, negli ospedali e nelle scuole. I piani d’azione nazionali, tuttavia, nella maggior parte dei casi non contengono obiettivi misurabili per la protezione degli ambienti acquatici e dei parchi, mentre la gestione integrata dei parassiti non è sostanzialmente utilizzata. L’unica nota positiva, secondo gli esperti comunitari, è il raddoppio delle sostanze a basso rischio o non derivate dalla chimica.

 

Il dossier prescrive una revisione dei piani nazionali, di cui gli Stati membri devono migliorare la qualità, stabilendo prima di tutto target e indicatori misurabili per dare vita ad una strategia a lungo termine volta alla riduzione dei rischi e degli impatti. Dal canto suo, Bruxelles continuerà a monitorare l’attuazione della direttiva da parte degli stati membri attraverso una serie di azioni, dagli audit alla valutazione delle revisioni dei piani nazionali, dalla formazione di professionisti allo scambio di buone pratiche.

Alcuni stati membri, tra cui l’Italia, hanno vietato l’uso di pesticidi a base di glifosato nelle aree non agricole, mentre la Germania ha fatto lo stesso nei parchi nazionali e nelle riserve naturali. Piccoli passi in avanti, ma resta molto, troppo da fare.

 

tratto da: http://www.rinnovabili.it/ambiente/stati-europei-direttiva-pesticidi-333/

“NATURALE” – La leva che muove il mercato del cibo. Ma cosa ci rifilano con questo aggettivo?

 

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“NATURALE” – La leva che muove il mercato del cibo. Ma cosa ci rifilano con questo aggettivo?

 

Cercasi cibi e prodotti naturali. Che sia una “moda” o un’approfondita e argomentata richiesta, di certo i consumatori sembrano sempre più propensi a circondarsi di prodotti che rispondano a questo requisito.

 

Del resto, che l’interesse verso prodotti “naturali” sia crescente, lo ha dimostrato anche l’Osservatorio Sana 2017, il Salone internazionale del biologico e del naturale che si è tenuto come ogni anno a Bologna, agli inizi di settembre. Secondo Nomisma, le famiglie acquirenti che hanno fatto almeno un acquisto consapevole di un prodotto bio negli ultimi 12 mesi sono salite al 78% del totale (5 anni fa la percentuale era parti al 53%). Tra chi, invece, è già legato al bio, il 60% acquista prodotti di frequente(almeno una volta alla settimana). Altro dato è quello che rileva che l’89% di chi ha iniziato ad acquistare bio da alcuni anni continua a farlo.

Cosa è percepito come “naturale”?

Bio a parte (o meglio, bio incluso), cosa significa “naturale” per chi fa acquisti?

Il gruppo Hero, azienda internazionale del settore alimentare specializzata nella commercializzazione di prodotti di marca (marmellate, prodotti per bambini, barrette, ma anche prodotti senza glutine e finalizzati alle decorazioni alimentari) ha condotto una ricerca approfondita raccogliendo 85mila testimonianze di consumatori in 32 paesi del mondo, per provare a rispondere a questa domanda.

Lo studio realizzato dal Gruppo Hero, tuttavia, non prevede una classifica delle caratteristiche che influenzano le persone che vogliono prodotti cosiddetti naturali: “Lo studio non redige una classifica di quali attributi vengano identificati come più o meno importanti – fa sapere  Luis Manuel Sánchez-Siles, direttore Innovazione del Gruppo Hero, uno dei ricercatori che ha preso parte allo studio, insieme a Sergio Román (Università di Murcia) e Michael Siegrist (ETH Zurigo) – ma di certo la caratteristica ‘organico’ o ‘bio’ è considerata estremamente correlata al concetto di naturalità. Nella ricerca infatti viene specificato che ‘altre ricerche devono essere fatte per stilare una misurazione, ancora mancante, del FNI (Food Naturalness Importance). Una tale misurazione potrebbe far scaturire ulteriori studi futuri che esaminino proprio quali siano le caratteristiche più rilevanti per i consumatori’”.

Il punto è che ‘naturale’ non significa per tutti la stessa identica cosa, quando si parla di alimenti o prodotti in senso lato.

Conta l’origine, gli ingredienti, la produzione…

Nel settore alimentare non esiste una definizione del termine ‘naturale’ condivisa a livello universale – confermano dal Gruppo Hero – così che a volte l’espressione risulta vaga e talvolta abusata, spesso oggetto di confusione. Secondo quanto rivelato dallo studio condotto, i consumatori percepiscono un prodotto come naturale in base all’origine delle materie prime, agli ingredienti utilizzati e al processo produttivo”.

Obiettivo di questo studio, infatti, come dichiarato da Sánchez-Siles, era quello di indagare le convinzioni dei consumatori: “Non volevamo imporre la nostra idea su ciò che riteniamo rappresenti la naturalità, bensì desideravamo scoprire come questo concetto fosse percepito dai consumatori”, spiegano i ricercatori.

Quindi, origine, ingredienti e processo produttivo sono senz’altro gli strumenti ‘principe’ attraverso cui i consumatori – scelti dal gruppo Hero all’interno di un range appartenente a fasce sociali ed età diverse in quattro continenti – giudicano i prodotti per fare i propri acquisti. Ed ecco quindi che, per i cittadini, se i prodotti sono bio e/o a km0 è preferibile, così come risulta apprezzabile se il processo di trasformazione non prevede l’utilizzo di conservanti, additivi, coloranti, aromi artificiali, agenti chimici, ormoni, pesticidi e ogm. Ovviamente, il risultato di questi parametri deve far ottenere un prodotto che il consumatore giudichi anche fresco e gustoso, oltre che sano e se possibile eco-sostenibile. Tra le caratteristiche che influenzano il cittadino intenzionato ad acquistare un prodotto ‘secondo natura’, anche la confezione ha il suo peso quando rievoca l concetto di naturalità e di tradizione, così come la strategia di marketing.

Chimico vs naturale?

Insomma, da questa ricerca sulla percezione, ciò che si evince è senz’altro che per il consumatore che cerca un prodotto sano, gustoso, fresco e privo di pesticidi, è molto importante richiamare il concetto di ‘naturale’. Sebbene, come sappiamo, esistono sostanze presenti in natura che sono nocive per l’uomo: “Per i consumatori ciò che è naturale viene immediatamente associato con l’essere sano, ma è assolutamente vero che esistono diverse sostanze naturali, nocive per l’essere umano. Purtroppo il nostro studio non ha approfondito il tema della comprensione del consumatore riguardo alle sostanze naturali ma pericolose/velenose”, precisa Sánchez-Siles. Che aggiunge:“Alla Hero vengono eseguiti controlli qualità estremamente severi su tutti i prodotti, nessuna compagnia solida e onesta prenderebbe mai in considerazione l’idea di usare tali sostanze”.

Viene poi da chiedersi se, in questo immaginario in parte calzante alla realtà e in parte forse no, sia ‘chimico’ il contrario di ‘naturale’: “È una domanda davvero difficile alla quale rispondere – precisa Sánchez-Siles – Dovremmo innanzi tutto stabilire cosa intendiamo col termine ‘chimico’ perché il cibo è formato da composti naturali chimici. Prendiamo una mela per esempio piena di buoni e sani composti naturali chimici, non è di certo cattiva no?”.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/09/18/la-leva-del-naturale-muove-il-mercato-del-cibo-ma-cosa-ci-vendono-con-questo-aggettivo/26174/?utm_content=buffer07463&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Miele, il 75% è contaminato da pesticidi! Ecco i rischi per la nostra salute e per le api.

 

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Miele, il 75% è contaminato da pesticidi! Ecco i rischi per la nostra salute e per le api.

I 3/4 del miele prodotto in tutto il mondo contiene pesticidi neonicotinoidi. Le concentrazioni rilevate dall’indagine non risultano pericolose per l’uomo, ma rappresentano una seria minaccia per le api.

Il 75 percento del miele venduto in tutto il mondo è contaminato da pesticidi; le concentrazioni rilevate non sono considerate un pericolo per l’uomo, ma sottolineano la seria minaccia cui sono esposte le api. La scoperta shock è stata fatta da ricercatori dell’Università di Neuchâtel, Svizzera, che hanno raccolto campioni da 200 siti diversi in tutti i continenti, tranne che in Antartide. Incredibilmente è risultato contaminato anche il miele prodotto in remote isole dell’Oceano Pacifico, suggerendo la persistenza nell’ambiente dei pesticidi e il passaggio di generazione in generazione tra le api.

Nel mirino dei ricercatori, coordinati dal professor Edward Mitchell, biologo presso l’ateneo elvetico, vi sono i cosiddetti “neonicotinoidi”, insetticidi neurotossici derivati dalla nicotina e introdotti in sostituzione del famigerato DDT, che secondo diverse ricerche potrebbero essere dietro alla cosiddetta “Sindrome dello spopolamento degli alveari”, conosciuta anche come CCD (Colony Collapse Disorder). Si tratta in pratica di una misteriosa moria di api, che spariscono letteralmente dagli alveari.

Gli effetti dei neonicotenoidi sulle api sono ancora oggetto di studio, ma alcune indagini hanno confermato che abbattono il sistema immunitario, riducono lo stato nutrizionale e la possibilità di sopravvivere all’inverno. Le principali minacce di acetamiprid, clothianidin, imidacloprid, thiacloprid e thiamethoxam, i cinque neonicotenoidi analizzati nello studio elevetico, sono soprattutto per la regina, dato che sono in grado di influenzarne la riproduzione, con tutto ciò che comporta sulla sopravvivenza della colonia.

“Non è una sorpresa, in un certo senso, aver trovato neonicotinoidi nel miele. Chiunque avrebbe potuto immaginarlo”, ha sottolineato l’autore principale della ricerca. Le principali concentrazioni sono state trovate nel miele prodotto in Europa, Stati Uniti e Asia, ma fortunatamente i livelli rientrano in quelli di sicurezza per l’uomo stilati dall’Unione Europea. In concentrazioni elevate gli insetticidi possono infatti provocare cancro, disturbi a livello ormonale e immunitario e problemi alle donne in gravidanza. Circa il 10 percento dei campioni di miele esaminato dagli studiosi aveva 4 o 5 neonicotenoidi, e nel 34 percento del totale sono state rilevate tracce considerate dannose per le api. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati su Science e in un documento su Nature.

fonte: https://scienze.fanpage.it/miele-il-75-contaminato-da-pesticidi-quali-sono-i-rischi-per-la-nostra-salute-e-le-api/

La Commissione Europea si schiera contro la Gente e a favore delle multinazionali che ci avvelenano in nome del dio denaro. Solo il M5s si oppone, ottenendo anche significativi risultati… Ecco lo stop ai pesticidi con interferenti endocrini…

 

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La Commissione Europea si schiera contro la Gente e a favore delle multinazionali che ci avvelenano in nome del dio denaro. Solo il M5s si oppone, ottenendo anche significativi risultati… Ecco lo stop ai pesticidi con interferenti endocrini…

Schiaffo alla Commissione, stop alla proposta che esentava i pesticidi dagli interferenti endocrini

Il Parlamento respinge al mittente la proposta della Commissione europea sugli interferenti endocrini che avrebbe esentato alcuni prodotti chimici contenuti nei pesticidi dall’essere identificati come interferenti endocrini. Ora l’esecutivo di Bruxelles dovrà presentare al più presto un nuova proposta.

L’obiezione, presentata da Jytte Guteland e Bas Eickhout, è stata approvata con 389 voti in favore, 235 contrari e 70 astensioni, raggiungendo così la maggioranza assoluta necessaria per stopparla. Va ricordato che una relazione UNEP/WHO ha definito gli interferenti endocrini una “minaccia globale”, in riferimento, tra l’altro, all’aumento di vari disturbi endocrini nell’uomo e nelle popolazioni della fauna selvatica. Ci sono prove di effetti avversi riproduttivi (infertilità, tumori, malformazioni) che potrebbero anche influenzare la funzione tiroidea, quella del cervello e favorire l’obesità, e l’omeostasi del glucosio.

Sull’esito del voto, è intervenuto con una nota Piernicola Pedicini, eurodeputato del M5S Europa e co-firmatario della risoluzione. “La maggioranza qualificata – ha commentato l’eurodeputato – è stata raggiunta grazie ai voti della nostra delegazione. Purtroppo i grandi gruppi sono riusciti a tagliare più della metà del testo che avevamo adottato in Commissione Ambiente lo scorso 28 settembre, inclusa la parte in cui denunciavamo la mancata inclusione di una categoria di sostanze sospette. Adesso sono considerati interferenti endocrini solo quelle sostanze per cui è provato scientificamente il rapporto di causalità tra l’esposizione alla sostanza e il danno. Questo vuol dire che nessuna azione può essere intrapresa contro le sostanze di cui si sospettano effetti nocivi per l’uomo a meno di non presentare una proposta complementare. Come al solito gli eurodeputati degli altri gruppi hanno ceduto alle pressioni delle grandi multinazionali dell’agrochimica e della Commissione Ue stessa. Siamo d’accordo che i criteri proposti migliorano la situazione attuale ma non sono ancora sufficienti a garantire la piena applicazione del principio di precauzione. Per questo abbiamo sostenuto l’obiezione e votato per avere al più presto un nuovo progetto”.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/04/schiaffo-alla-commissione-stop-alla-proposta-che-esentava-i-pesticidi-dagli-interferenti-endocrini/26565/

Con il CETA si abbandona il principio di precauzione: il rischia è il via libera a 1000 pesticidi vietati in Europa!

 

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Con il CETA si abbandona il principio di precauzione: il rischia è il via libera a 1000 pesticidi vietati in Europa!

Con il CETA si rischia il via libera a 1000 pesticidi vietati in Europa

L’accordo UE-Canada in via di ratifica in Italia favorisce un abbandono del principio di precauzione. Così il CETA aprirà all’importazione di pesticidi vietati

Perché il CETA minaccia la salute e l’ambiente

 

(Rinnovabili.it) – L’accordo commerciale che Unione Europea e Canada hanno concluso nel febbraio scorso – e che l’Italia si appresta a ratificare al Senato il 25 luglio – è una minaccia per la salute umana e la sicurezza alimentare. Non usa mezzi termini il CIEL (Center for International Environmental Law) nel descrivere nel suo ultimo rapporto il CETA (questo il nome del trattato), segnalando che aumenterebbe l’esposizione umana e ambientale a pesticidi pericolosi. Con l’idea di facilitare il commercio, infatti, l’accordo aprirebbe ad una armonizzazione delle norme tra i due paesi fondata sul principio del minimo comun denominatore: per uno scambio di merci più fluido, in sostanza, si rinuncerebbe – seoprattutto in Europa – a regole che tutelano i consumatori e l’ambiente. Per consentire un passo avanti al Canada, infatti, il vecchio continente dovrebbe farne due indietro, dal momento che entro i suoi confini sono in vigore regolamenti e standard molto più cautelativi rispetto al paese della foglia d’acero.

«In un momento in cui tutti i segnali indicano la necessità di una maggiore regolamentazione per proteggere le persone e il pianeta dalle sostanze chimiche pericolose, il CETA minaccia salute e benessere nell’Unione Europea e in Canada eliminando l’approccio precauzionale dell’UE alla gestione dei pesticidi», spiega Layla Hughes, avvocato senior del CIEL e principale autrice del rapporto.

Il CETA poteva essere una occasione per innalzare gli standard internazionali, estendendo agli scambi con il Canada il principio di precauzione. Considerato un cardine della politica europea, mette in capo ai produttori l’onere di dimostrare se una sostanza può costituire un rischio per la salute o meno. Ma in altri paesi, in particolare in Canada e Stati Uniti, così come in ambito WTO (Organizzazione mondiale del commercio) vige l’approccio opposto: prima i pesticidi si mettono sul mercato, poi se i cittadini si ammalano devono dimostrare in tribunale la relazione tra i loro disagi e le sostanze chimiche. In caso di vittoria, avviene il ritiro del prodotto.

Secondo il rapporto, nel 2015 almeno 40 sostanze vietate in Europa erano consentite in Canada, mentre più di 1.000 formulati prodotti nel paese nordamericano contenevano principi attivi che in UE sono stati banditi.

 

Tribunali speciali e cooperazione regolatoria

Oltre alla deregulation, il CETA prevede la creazione un tribunale speciale che permette alle società di citare in giudizio gli stati e ricevere da loro indennizzi virtualmente illimitati in caso adottassero misure che proteggano l’ambiente e la salute pubblica. Ogni società multinazionale con una filiale in UE o Canada avrebbe accesso a questo pericoloso meccanismo (Investment Court System – ICS), che si può descrivere come una corte accessibile solo agli investitori privati, cui si può ricorrere bypassando le corti nazionali. Il rischio di sanzioni multimilionarie o miliardarie in passato è stato sufficiente per dissuadere gli stati da sforzi di regolamentare nell’interesse pubblico.

Infine, con il CETA si istituisce anche un tavolo per la cooperazione regolatoria, cioè un forum di tecnici canadesi ed europei aperto alle influenze dei gruppi di interesse, che ha il compito di passare in rassegna le normative dei due blocchi con l’obiettivo di smussarne le differenze. Prima di varare un nuovo provvedimento che interessi anche il commercio, gli stati dovranno sottoporlo al gruppo di esperti, che forniranno un parere non vincolante, ma influente. L’ingresso del Canada e dei suoi stakeholder nel processo regolatorio UE, secondo il CIEL rappresenta un forte rischio per l’aumento dei livelli massimi di residui per i pesticidi.

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/ceta-via-libera-pesticidi-vietati-333/

Meno regole per OGM, clonazione, pesticidi: è arrivato il CETA

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Meno regole per OGM, clonazione, pesticidi: è arrivato il CETA

Da ieri l’accordo commerciale UE-Canada (CETA) è in vigore in applicazione provvisoria, in attesa del voto degli stati membri. Ecco cosa cambia per la sicurezza alimentare

Entra in vigore il CETA, i rischi per la sicurezza alimentare

 

(Rinnovabili.it) – Ieri è partita l’applicazione provvisoria del CETA nell’Unione Europea. Con essa il controverso accordo commerciale con il Canada entra in vigore in tutte le sue parti sulle quali l’UE può vantare una competenza esclusiva. Restano fuori i capitoli di competenza mista, che richiedono anche la ratifica degli stati membri: in particolare, non verrà istituita per il momento la Corte sovranazionale sugli investimenti che permetterebbe agli investitori canadesi ed europei di fare causa ai rispettivi governi utilizzando una corsia preferenziale rispetto alla giustizia ordinaria. In sostanza, da oggi viene cancellato oltre il 98% delle tasse su import ed export di prodotti tra le due sponde dell’Atlantico, ma soprattutto inizia il lavoro di una serie di comitati tecnici cui è stata affidata la revisione di normative, standard, requisiti di sicurezza e controlli che vengono considerati dal trattato un «ostacolo al commercio». Le numerose organizzazioni della società civile che si oppongono al CETA hanno lanciato l’allarme sul potenziale abbattimento di queste cosiddette “barriere non tariffarie”, che rappresentano una protezione per la salute, l’ambiente, l’occupazione, la qualità di prodotti e servizi.

In corrispondenza dell’avvio dell’applicazione provvisoria, l’Istituto per l’agricoltura e la politica commerciale europeo (IATP), Greenpeace e il Centro canadese per le policy alternative (CCPA) hanno lanciato tre documenti informativi (reperibili quiqui qui) che illustrano perché le disposizioni del CETA possono minare irrimediabilmente gli standard europei di sicurezza alimentare.

In particolare, i tre briefing voglino mettere in luce il tentativo di abbattere le restrizioni all’uso di organismi geneticamente modificati (OGM), ormoni della crescitasostanze chimiche antimicrobiche per il “lavaggio” della carne, norme relative all’etichettatura del paese di origine per la carne e altri prodotti alimentari, tra cui il primo salmone OGM del mondo, creato dall’azienda USA Acquadvantage e appena entrato nel mercato canadese. Non mancano infine pericoli per lo sdoganamento futuro della clonazione animale.

Questa deregolamentazione è possibile grazie al meccanismo della cooperazione regolatoria, inserito nel CETA e in altri accordi di libero scambio. Un gruppo di tecnici nominati dalle parti contraenti (UE e Canada) avrà il potere di passare in rassegna vecchie e nuove normative dei due blocchi e, dialogando con le lobby del settore privato,

impostarne la revisione in senso più business-oriented. Ciò si tradurrebbe in una omologazione dei sistemi regolamentari europeo e canadese, il che comporterebbe una riduzione dei controlli e delle norme più severe per facilitare il commercio transnazionale. I meccanismi più stringenti e cautelativi per tracciabilità, etichettatura, sostanze chimiche, residui di pesticidi e benessere animale sono in vigore nell’Unione Europea, mentre il Canada applica norme più morbide, simili a quelle degli Stati Uniti. Il CETA ha il compito di uniformare il sistema.

Tuttavia, gli stati membri possono esercitare un diritto di veto con il voto dei loro Parlamenti. Per ora, soltanto 4 paesi hanno ratificato l’accordo: Danimarca, Lettonia, Croazia e Malta, mentre Spagna, Repubblica Ceca e Portogallo hanno avviato il processo. L’Italia si appresta a fare un primo passaggio in Senato il prossimo 26 settembre. La Campagna Stop TTIP Italia, con Greenpeace, Coldiretti, CGIL, Slow Food, le associazioni dei consumatori e le reti dell’agricoltura contadina hanno chiesto ai senatori di maggioranza (PD, centristi e Forza Italia) di rinviare la votazione. In Francia, il governo Macron ha chiesto ad un comitato di esperti una valutazione di sostenibilità del CETA, ricevendo una risposta molto critica in nove punti, che evidenzia il mancato rispetto del principio di precauzione, la debolezza degli impegni in favore del clima e dell’ambiente, i rischi per l’agricoltura. Il Belgio ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia Europea perché spinto dalla Vallonia ad approfondire la compatibilità di un tribunale sovranazionale sugli investimenti con la legislazione comunitaria.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/alimentazione/ogm-clonazione-pesticidi-ceta-333/

Il cibo che mangiamo quotidianamente è avvelenato: ecco quanti pesticidi mangiamo ogni giorno!

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Il cibo che mangiamo quotidianamente è avvelenato: ecco quanti pesticidi mangiamo ogni giorno!

Il tè verde fa bene alla salute. A meno che non risulti contaminato da un mix di ben 21 differenti sostanze chimiche. Anche le bacche vanno molto di moda nelle diete attuali, peccato che alcuni campioni analizzati dall’attento laboratorio della Lombardia contenessero fino a 20 molecole chimiche differenti. Residui chimici in quantità sono stati rinvenuti anche nell’uva da tavola e da vino, tutta di provenienza nazionale, contaminata anche da 7, 8 o 9 sostanze contemporaneamente. Sebbene i prodotti fuorilegge (cioè con almeno un residuo chimico che supera i limiti di legge) siano solo una piccola percentuale (l’1,2% nel 2015, era lo 0,7% nel 2014), tra verdura, frutta e prodotti trasformati, la contaminazione da uno o più residui di pesticidi riguarda un terzo dei prodotti analizzati (36,4%).

Stop pesticidi, il dossier di Legambiente che raccoglie ed elabora i risultati delle analisi sulla contaminazione da fitofarmaci nei prodotti ortofrutticoli e trasformati, realizzati dalle Agenzie per la Protezione Ambientale, Istituti Zooprofilattici Sperimentali e ASL, è stato presentato a Roma e ha subito catturato l’attenzione dei consumatori.

Nonostante la crescente diffusione di tecniche agronomiche sostenibili, l’uso dei prodotti chimici per l’agricoltura in Italia rimane significativo. Sebbene la situazione tra il 2010 e il 2013 sia migliorata con un trend di diminuzione dell’uso pari al 10%, nel 2014 si è registrata una inversione di tendenza e il consumo di prodotti chimici nelle campagne è tornato a crescere, passando da 118 a circa 130 mila tonnellate rispetto all’anno precedente. In particolare, nel 2014, sono stati distribuiti circa 65 mila tonnellate (T) di fungicidi (10,3 mila T in più rispetto al 2013), 22,3 mila T di insetticidi e acaricidi, 24,2 mila T di erbicidi e infine 18,2 mila T di altri prodotti. Nel complesso, l’Italia si piazza al terzo posto in Europa nella vendita di pesticidi (con il 16,2%), dopo Spagna (19,9%) e Francia (19%), piazzandosi però al secondo posto per l’impiego di fungicidi.

In positivo, però, va segnalata la crescita delle aziende agricole che scelgono di non far ricorso ai pesticidi e di produrre secondo i criteri biologici e biodinamici, seguendo forme di agricoltura legate alle vocazioni dei territori, operando per salvaguardare le risorse naturali e la biodiversità grazie alla ricerca e all’innovazione. La superficie agricola biologica in Italia, infatti, tra il 2014 e il 2015 ha registrato un aumento del 7,5%.

“Lo studio presentato oggi – ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni – evidenzia in modo inequivocabile gli effetti di uno storico vuoto normativo: manca ancora una regolamentazione specifica rispetto al problema del simultaneo impiego di più principi attivi sul medesimo prodotto. Da qui la possibilità di definire “regolari”, e quindi di commercializzare senza problemi, prodotti contaminati da più principi chimici contemporaneamente se con concentrazioni entro i limiti di legge. Senza tenere conto dei possibili effetti sinergici tra le sostanze chimiche presenti nello stesso campione sulla salute delle persone e sull’ambiente. Eppure le alternative all’uso massiccio dei pesticidi non mancano. La crescita esponenziale dell’agricoltura biologica e delle pratiche agronomiche sostenibili sta dando un contributo importante alla riduzione dei fitofarmaci e al ripristino della biodiversità e alla salute dei suoli”.

“La terra, l’aria, l’acqua, il cibo, la salute sono di tutti, non solo di una categoria economica – ha dichiarato il presidente di Alce Nero Lucio Cavazzoni – Si tratta di un diritto fondamentale per una società civile, spesso celato da normative ipocrite che trascurano l’effettiva pericolosità della diffusione di tante molecole chimiche dannose. È dovere di tutti operare a 360 gradi per ridurre l’impatto della chimica di sintesi nell’ambiente e di cibi che possono recare danno alla salute: è tempo di passare ad azioni concrete per risultati concreti. L’importante termometro di Legambiente chiama tutti ad un’azione di responsabilità: non è sufficiente produrre cibo, si deve e si può produrre cibo sano, che nutra bene e sia buono per l’uomo e per l’ambiente. Che è la casa dell’uomo”.

Anche quest’anno, la quantità dei residui di pesticidi che le Agenzie per la Protezione Ambientale e Istituti Zooprofilattici Sperimentali hanno rintracciato nei prodotti da agricoltura convenzionale, nei prodotti trasformati e miele, resta elevata: salgono leggermente i campioni irregolari (1,2% nel 2015, erano lo 0,7% del 2014); mentre i prodotti contaminati da uno o più residui contemporaneamente raggiungono il 36,4% del totale, più di un terzo dei campioni analizzati (9608 campioni), in leggero calo rispetto al 2014 (41,2%). La percentuale di campioni regolari senza alcun residuo invece, in leggero rialzo rispetto al 58% del 2014, si attesta al 62,4%.

Tra i casi eclatanti, i già citati prodotti di provenienza extra Ue come il tè verde con 21 residui chimici e le bacche con 20, ma anche il cumino con 14 diverse sostanze, le ciliegie con 13, le lattughe e i pomodori con 11 o l’uva con 9 principi attivi.

Ancora una volta la frutta è il comparto dove si registrano le percentuali più elevate di multiresiduo e le principali irregolarità. Ma il massiccio impiego di pesticidi non ha ricadute significative solo sulla salute delle persone. Una maggiore attenzione deve essere rivolta anche alle ricadute negative sull’ambiente. Nuove molecole e formulati sono stati immessi sul mercato senza un’adeguata conoscenza dei meccanismi di accumulo nel suolo, delle dinamiche di trasferimento e del destino a lungo termine nell’ambiente. Occorre valutare meglio gli effetti in termini di perdita di biodiversità, di riduzione della fertilità del terreno, di accelerazione del fenomeno di erosione dei suoli. Per le sostanze su cui non esiste ancora un parere unanime del mondo scientifico sui rischi, come per il famoso Glifosato, dovrebbe valere il principio di precauzione e il divieto di utilizzo.

Tra le sostanze attive più frequentemente rilevate: il Boscalid, il Penconazolo, l’Acetamiprid, il Metalaxil, il Ciprodinil, l’Imazalil e il Clorpirifos, sostanza riconosciuta come interferente endocrino, cioè capace di alterare il normale funzionamento del sistema endocrino e dannoso per l’organismo.

I dati di Stop pesticidi sono il frutto delle analisi condotte dai diversi laboratori pubblici italiani. Come sempre, vale il principio del ‘chi cerca trova’ e così le maggiori irregolarità sono state riscontrate dai laboratori più zelanti, che conducono il maggior numero dei controlli (Lombardia e l’ottima Emilia Romagna) contemplando il più alto numero delle sostanze da ricercare. Mancano invece all’appello i dati della Calabria, che non ha fornito alcuna informazione, e della regione Toscana, che ha fornito i dati in maniera disaggregata, non assimilabile al resto del rapporto.

Nel complesso, uva, fragole, pere e frutta esotica (soprattutto banane) sono i prodotti più spesso contaminati dalla presenza di residui di pesticidi.

Circa un terzo dei campioni (30,1%) analizzati dal laboratorio del Lazio, contiene uno o più residui di sostanze attive. Si arriva a combinazioni di 21 residui in un campione di foglie di tè verde, di cui 6 superano il limite di legge (Buprofezin, Imidacloprid, Iprodione, Piridaben, Triazofos, Acetamiprid) e 14 residui in un campione di semi di cumino, di cui 9 superano il limite (Carbendazim, Esaconazolo, Imidacloprid, Miclobutanil, Profenofos, Propiconazolo, Tiametoxam, Triazofos, Acetamiprid).

Come già accennato, l’uva risulta tra i prodotti maggiormente contaminati: tutti i campioni (12) analizzati dai laboratori del Friuli Venezia Giulia presentano uno o più residui; in Valle d’Aosta si è registrata una irregolarità per superamento del limite ammesso di Clorpirifos, due campioni regolari con un residuo (Clorpirifos) e quattro campioni regolari ma con multiresiduo. In Liguria in un campione regolare sono stati rilevati fino a sette residui (Boscalid, Ciprodinil, Clorpirifos, Imidacloprid, Metossifenozide, Pirimetanil, Fludioxonil) mentre in Puglia si è arrivati anche a 9. Situazione simile anche in Sardegna, dove l’uva da tavola risulta essere sempre contaminata da più residui, in Umbria (multiresiduo in 6 campioni su 7) e Veneto, che registra la presenza di multiresiduo nel 62,5% dei campioni di uva analizzati.

In Emilia Romagna risultano contaminate il 46,1% delle insalate e l’81,6% delle fragole (multiresiduo), mentre spiccano per numero di molecole presenti contemporaneamente un campione di ciliegie e uno di uva sultanina ‘in regola’ con 13 e 14 principi attivi. 15 le irregolarità rilevate: 8 su pere locali e 7 nel comparto verdura. Cocktail di sostanze attive si trovano anche in Lombardia con due campioni di bacche provenienti dalla Cina con 12 e 20 residui, mentre irregolarità per superamento dei limiti massimi consentiti dalla legge sono state segnalate dal laboratorio abruzzese (per eccesso di Clorpirifos in 3 campioni di pesche). Anche la regione Sicilia presenta 6 campioni irregolari, uno nel comparto verdura (cereali) e cinque nel comparto frutta. La regione Puglia ha rilevato 20 irregolarità tra cui 6 su campioni di melograno provenienti dalla Turchia.

«Eppure, proprio l’agricoltura potrebbe rappresentare il più importante alleato per affrontare le attuali sfide ambientali e per lo sviluppo di una nuova economia – dice Legambiente – Il primo passo è il rilancio di buone pratiche agricole attente alla complessità dei processi naturali e soprattutto capaci di innovare e sperimentare nuove tecnologie. Il motore di questo cambiamento, che include anche la riduzione dei pesticidi, è l’agricoltura biologica, con le sue molteplici varianti, come l’agricoltura biodinamica. I criteri dell’agricoltura biologica permettono infatti di sostituire l’intervento chimico con l’utilizzo dei meccanismi naturali contribuendo alla difesa delle piante e al ripristino della fertilità dei suoli e della biodiversità. Ci sono poi prodotti innovativi, come i biofumiganti, biostimolanti e corroboranti e metodi di gestione – consociazioni, rotazioni, sovesci, semina su sodo, minime lavorazioni del terreno e diserbo meccanico – che riducono il rischio di malattie delle piante e che inducono negli anni effetti benefici sulla struttura del suolo, sulla sua capacità di ritenzione idrica e sulla salute delle piante. Governo e Regioni dovrebbero investire maggiormente in ricerca e formazione per sostenere con maggior forza questo processo di cambiamento che è stato avviato».

Fonte: www.ilcambiamento.it

Tratto da: www.coscienzeinrete.net

 

L’allarme degli Apicoltori svizzeri: «Troppe intossicazioni da pesticidi»

 

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L’allarme degli Apicoltori svizzeri: «Troppe intossicazioni da pesticidi»

Apicoltori svizzeri in allarme: «Troppe intossicazioni»

Apisuisse rivolte un invito alle autorità affinché il problema dei pesticidi venga preso seriamente in considerazione

BERNA – Durante il 2017, rispetto agli ultimi anni, in Svizzera, si sono verificate più intossicazioni d’api causate da prodotti fitosanitari. Le apicoltrici e gli apicoltori sono preoccupati e l’associazione mantello Apisuisse richiede di intervenire.

Disorientamento e impotenza, questi sono i sentimenti che provano le apicoltrici e gli apicoltori quando si ritrovano davanti ai loro alveari colpiti da un’intossicazione. Un chiaro sintomo che lo indica è costituito dalle migliaia di api morte o agonizzanti che si vedono davanti all’apertura di volo dell’arnia. In questi casi il punto di riferimento è il Servizio sanitario apistico (SSA), il centro di competenza e consulenza di Apisuisse per gli apicoltori.

«Durante l’ultimo anno sono stati annunciati oltre 20 casi sospetti di intossicazione, di questi grazie alle analisi di laboratorio sono stati accertati 13 casi di intossicazione dovuti ai prodotti fitosanitari», ha dichiarato Anja Ebener, direttrice del Servizio sanitario. «Rispetto agli ultimi anni, si tratta di un numero sensibilmente più elevato di casi».

Dal punto di vista delle apicoltrici e degli apicoltori questo incremento dei casi di intossicazione acuta d’api colpisce e dimostra che nell’ambito della minaccia per le api costituita dai api è necessario un
intervento. «Le api devono essere meglio protette dai pesticidi», rammenta Davide Conconi, il presidente della Società Ticinese di Apicoltura e membro del comitato di Apisuisse. Per lui è altrettanto chiaro che «ogni caso di intossicazione è uno di troppo».

Anche le api selvatiche sono colpite – I casi di intossicazione di api sono soprattutto messi in evidenza fra le api domestiche che producono miele. Esse costituiscono delle grandi colonie, composte da molti individui che cadono morti in massa, davanti all’apertura di volo dell’alveare. Nel caso delle api selvatiche, che spesso vivono solitarie o in piccole aggregazioni d’individui (nei bombi, per esempio) le intossicazioni passano perlopiù inosservate. Tuttavia, bisogna considerare che anche le api selvatiche siano state colpite a morte dalle intossicazioni in una regione dove si sono verificati casi di intossicazione fra quelle domestiche.

La politica e le autorità sono sollecitate a intervenire – Apisuisse invita a prendere in mano rapidamente e seriamente la situazione e ad affrontare la problematica. Esiste la prospettiva che questo autunno il Consiglio federale adotti “Il piano nazionale per la riduzione dell’utilizzo dei pesticidi”, il cui obiettivo è diminuire il rischio nell’impiego dei prodotti fitosanitari. È nell’interesse di tutti – rammenta Apisuisse – poter contare su api selvatiche e domestiche sane che ricoprono un irrinunciabile ruolo nel mantenimento della biodiversità.

fonte: http://www.tio.ch/News/Svizzera/Attualita/1162530/Apicoltori-svizzeri-in-allarme–Troppe-intossicazioni-/

La guerra sporca di Monsanto sulla pelle della Gente – Un piano ben orchestrato e finanziato profumatamente per attaccare il biologico, screditarlo, istillare nei consumatori la sensazione che sia un bluff…!

Monsanto

 

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La guerra sporca di Monsanto sulla pelle della Gente – Un piano ben orchestrato e finanziato profumatamente per attaccare il biologico, screditarlo, istillare nei consumatori la sensazione che sia un bluff…!

Da Il Salvagente

Nuovo scandalo negli Usa: la guerra sporca di Monsanto al biologico

Un piano ben orchestrato e finanziato per attaccare il biologico, screditarlo, istillare nei consumatori la sensazione che sia un bluff.

È quello messo in atto nel 2014 dai dirigenti di Monsanto, il principale fornitore mondiale di pesticidi e di semi geneticamente modificati. Lo scandalo, emerso in questi giorni, descrive come – ancora una volta – le multinazionali abbiano messo le mani sulla scienza per i loro poco confessabili interessi.

Lo studio “indipendente” che svela il bluff del bio

I fatti. È l’aprile 2014 quando esce il rapporto di 30 pagine di Academics Review, descritto come “una non-profit guidata da esperti accademici indipendenti in agricoltura e scienze alimentari”. Il gruppo svela che i consumatori sono stati ingannati, hanno speso più soldi per il cibo biologico a causa di pratiche di marketing ingannevoli da parte dell’industria del bio .
I titoli di stampa seguono a ruota: “Il bio smascherato” (Brownfield News) e “Industria bio, che boom per ingannare i consumatori” (Food Safety Tech News.

I risultati sono stati “approvati da un gruppo internazionale di scienze agricole indipendenti, scienze alimentari, esperti economici e giuridici di rispettate istituzioni internazionali”, assicura il comunicato stampa del gruppo.

Per eliminare ogni dubbio sull’indipendenza, il comunicato stampa conclude con questa nota: “La revisione degli accademici non ha alcun conflitto di interesse associato a questa pubblicazione e tutti i costi sono stati pagati con i nostri fondi generali senza alcuna specifica influenza o direzione del donatore “.

Ciò che non è mai stato menzionato nella relazione, nel comunicato stampa o sul sito web è che a partecipare alla raccolta fondi per Academics Review, ha collaborato Monsanto che ha anche definito la strategia, discusso i piani per nascondere i finanziamenti dell’industria, secondo quanto svelano le e-mail ottenute grazie alla legge che garantisce il diritto alla conoscenza statunitense, il Freedom Act.

Criticare il bio per magnificare gli Ogm

I motivi di Monsanto per attaccare l’industria bio? Semplici: i semi e le sostanze chimiche di Monsanto sono vietati dall’uso nell’agricoltura biologica e gran parte della messaggistica di Monsanto è che i suoi prodotti sono superiori agli organici come strumenti per incrementare la produzione alimentare globale.

 

fonte:https://ilsalvagente.it/2017/08/21/nuovo-scandalo-negli-usa-la-guerra-sporca-di-monsanto-al-biologico/25245/

Come Monsanto avvelena il Mondo da oltre 100 anni

 

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Come Monsanto avvelena il Mondo da oltre 100 anni

 

Il gigante degli OGM Monsanto questa settimana ha paralizzato la sua richiesta all’UE di approvare i “nuovi progressi tecnologici”, ma questo non significa che gli europei non devono temere per la loro salute. Oggi il nome Monsanto è associato principalmente agli OGM (organismi geneticamente modificati), ma uno sguardo alla storia della società mostra che il suo lavoro è stato collegato con aree molto diverse. Gli effetti di questo lavoro si fanno ancora sentire in tutto il mondo e in alcuni casi la scienza ha già dimostrato che hanno conseguenze estremamente dannose per l’ambiente e per la salute umana…

 

1. Saccarina

Nel 1901 John Francis Queeny ha fondato l’azienda Monsanto Chemical Works a St. Louis, Missouri, per la produzione di sostituti dello zucchero per la Coca Cola. Nei primi dei 70 diversi studi, tra cui uno studio del National Cancer Institute USA, questi rivelarono che la saccarina provoca il cancro nei ratti e altri mammiferi.

2. PCB (bifenili policlorurati)

Negli anni ’20 del secolo scorso, la Monsanto ha iniziato a produrre policlorobifenili, un elemento liquido refrigerante per trasformatori elettrici, condensatori e motori elettrici. Mezzo secolo dopo, l’Environmental Protection Agency statunitense ha presentato prove che i PCB causano il cancro negli animali e negli esseri umani. Nel 1979 il Congresso degli Stati Uniti ne ha vietato la produzione. La Convenzione di Stoccolma sui Contaminanti Organici Persistenti ha vietato i PCB in tutto il mondo nel 2001. Nel 2003, la Monsanto ha pagato oltre 600 milioni di dollari agli abitanti di Anniston (Alabama), dove sorgeva la produzione di queste sostanze chimiche, che hanno subito gravi problemi di salute come il cancro, malattie del fegato e malattie neurologiche. Secondo la ricerca condotta negli Stati Uniti nel 2011, questa sostanza chimica continua ad apparire nel sangue delle donne in gravidanza, mentre altri studi deducono un legame tra PCB e autismo.

3. Polistirolo

Nel 1941 Monsanto focalizzata sulla plastica e il polistirolo sintetico per l’imballaggio degli alimenti. Negli anni ’80 l’ Environmental Protection Agency USA lo ha classificato come il quinto prodotto chimico la cui produzione genera i rifiuti più pericolosi, ma viene ancora prodotto.

4. Armi nucleari e bombe atomiche

Nel 1936 la Monsanto ha acquistato i Laboratori Thomas & Hochwalt nell’ Ohio che divenne il suo Dipartimento Centrale di Ricerca. Tra il 1943 e il 1945 questo dipartimento coordinò i propri sforzi con il Comitato di Ricerca della Difesa Nazionale degli Stati Uniti e si dedicò alla purificazione e la produzione di plutonio, e perfezionare prodotti chimici che vengono utilizzati come inneschi per le armi nucleari.

5. DDT (dicloro difenil tricloroetano)

Nel 1944, la Monsanto è stata uno dei primi produttori del DDT per combattere le zanzare che diffondono la malaria. Fu utilizzato in modo intensivo come insetticida in agricoltura. Nonostante decenni di pubblicità della Monsanto, che ha insistito sul fatto che il DDT era al sicuro, infine gli effetti cancerogeni furono confermati e nel 1972 il DDT è stato vietato su tutto il territorio degli Stati Uniti. Oggi è noto che provoca infertilità e fallimenti nello sviluppo degli embrioni.

6. Doixina

Nel 1945 la Monsanto ha cominciato a promuovere l’uso di pesticidi chimici in agricoltura e prodotto l’erbicida 2,4,5-T, uno dei precursori dell’ Agente Orange contenente diossina. Le diossine si accumulano nella catena alimentare, soprattutto nel tessuto adiposo degli animali. Esse sono altamente tossiche e possono causare problemi di riproduzione e dello sviluppo, interessare il sistema immunitario, interferire con gli ormoni e quindi provocare il cancro.

7. Agente Orange

Nel 60 Monsanto è stato uno dei produttori dell’ Agente Orange, usato come arma chimica nella guerra del Vietnam. Come conseguenza dell’uso dell’Agente Orange circa 400.000 persone sono state uccise o mutilate, 500.000 bambini sono nati con difetti alla nascita, 1 milione di persone portatori di handicap o che hanno avuto problemi di salute, tra cui i soldati statunitensi esposti alla sostanza durante gli attacchi eseguiti. I rapporti interni di Monsanto mostrano che la società era a conoscenza degli effetti tossici dell’ Agente Orange quando lo ha venduto al governo degli Stati Uniti. Ma non finisce qui, infatti ora la Monsanto produce e commercializza l’erbicida più venduto al mondo, il Roundup, che contiene oltre il 70% di Agente Arancio, e che sta già causando gravissimi danni alla salute ed all’ambiente.
8. “Fertilizzanti” prodotti dal petrolio

Nel 1955 la Monsanto ha iniziato questa pratica, dopo l’acquisto di una raffineria di petrolio. Il problema è che i fertilizzanti prodotti dal petrolio rendono sterile la terra, visto che uccidono i microrganismi benefici del suolo.

9. Aspartame

L’aspartame è un dolcificante non calorico, che è 150-200 volte più dolce dello zucchero. E’ stato scoperto nel 1965 dalla multinazionale farmaceutica GD Searl. Nel 1985 Monsanto acquistò GD Searl e ha iniziato la commercializzazione del dolcificante con il marchio NutraSweet. Nel 2000 ha venduto il marchio. NutraSweet è postulato come l’elemento che è presente in 5.000 tipi di prodotti e viene consumato da 250 milioni di persone in tutto il mondo. E’ dichiarato sicuro per il consumo umano da più di 90 paesi. Nel febbraio 1994, il Dipartimento di Salute e Servizi Sociali degli Stati Uniti ha pubblicato l’elenco dei 94 effetti collaterali che la sostanza può avere sulla salute umana. Nel 2012, sulla base dei dati dell’Istituto Ramazzini (Italia) che è riuscito a testare gli effetti cancerogeni di NutraSweet nei ratti, la Commissione Europea ha chiesto di avviare un nuovo processo di rivalutazione di questo composto.

10. L’ormone della crescita bovino

La somatotropina bovina ricombinante (rBGH), detta anche ormone della crescita bovina, è un ormone geneticamente modificato della Monsanto che viene iniettato nel vacche da latte per aumentare la produzione di latte. Secondo diverse indagini, soprattutto europee, vi è un collegamento tra latte rBGH e cancro della mammella, cancro del colon e della prostata nell’uomo. Si evidenzia che il prodotto provoca gli effetti più gravi nei bambini per due semplici motivi: bevono più latte rispetto agli adulti e hanno meno massa corporea per elaborare i contaminanti del latte. L’ormone è vietato in Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Israele, Unione Europea e Argentina.
(Fonte: http://www.vocidallastrada.com/2013/09/come-monsanto-avvelena-il-mondo-da.html )

La lista delle sostanze o prodotti della Monsanto che stanno distruggendo la salute e l’ambiente è ben più lunga di questa. Basti pensare agli OGM ed ai vari prodotti chimici ad essi associati ed ai gravissimi danni che essi stanno causando alla salute ed all’ambiente in molti Paesi del mondo dove sono stati introdotti. Molti di questi semi e prodotti chimici sono brevetti Monsanto.

La cosa ancora più assurda è che questo grande inganno degli OGM vuole essere fatto passare, dalle multinazionali biotech, come la soluzione al problema della fame nel mondo, delle carenze alimentari e delle difficoltà del settore agricolo. Tutto questo è falso! Ci sono ormai moltissime testimonianze di contadini e popolazioni disperate che affermano e evidenziano l’inutilità e la pericolosità degli OGM, erbicidi, pesticidi, fertilizzanti ecc.
fonte: http://laviadiuscita.net/come-monsanto-avvelena-il-mondo-da-oltre-100-anni/