La più grande Fake News della storia – L’uomo non ha mai messo piede sulla luna. Ad affermarlo non sono i soliti “complottisti”, ma i più grandi fotografi del mondo da Oliviero Toscani a Peter Lindbergh esaminando le foto della Nasa…!

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La più grande Fake News della storia – L’uomo non ha mai messo piede sulla luna. Ad affermarlo non sono i soliti “complottisti”, ma i più grandi fotografi del mondo da Oliviero Toscani a Peter Lindbergh esaminando le foto della Nasa…!

I fotografi: sono un falso le immagini dell’uomo sulla Luna

«Se le avessero chieste a me, quelle immagini da studio le avrei fatte molto meglio», cioè con le ombre “giuste”, simulando bene l’effetto del sole. Parola di Oliviero Toscani. Il film del presunto allunaggio? La madre di tutte le fake news: «Un falso al 200%». A dirlo è un altro principe della fotografia mondiale, Peter Lindbergh, il numero uno nel campo della moda, “inventore”delle top-model degli anni ‘90, da Cindy Crawford a Naomi Campbell. La domanda: da dove arrivano quelle luci (artificiali) che rischiarano gli astronauti? Proiettori, spot da cinema, pannelli riflettenti: attrezzature di cui l’equipaggio di Apollo 11 non disponeva. L’esame dei fotografi è la prova regina del test condotto da Massimo Mazzucco, autore del documentario “American Moon”. Oltre tre ore di film, che inchiodano lo spettatore di fronte a una verità incontrovertibile: a prescindere dal fatto che ci siamo stati o meno, sulla Luna, le immagini dell’allunaggio – trasmesse dalla Nasa in mondovisione nel 1961 – sono un falso, palese e grossolano. I sospetti crescono ulteriormente, scoprendo che l’ente aerospaziale ha dichiarato di aver “smarrito” i film originali di un evento che, se fosse reale, sarebbe una pietra miliare nella storia dell’umanità. Per non parlare degli astronauti: anziché essere celebrati a vita come eroi, hanno trascorso il resto dei loro giorni a nascondersi.

Fake news? Sì, certo. Ma è inutile sperare di convincere tutti: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Per contro, possiamo consolarci: la sete di verità è inesorabile e ha ormai contagiato almeno il 20% del pubblico, ed è una quota destinata a crescere in modo esponenziale. «Non è che gli americani abbiano deciso in partenza di barare, ingannando il mondo», premette Mazzucco, ai microfoni di “Border Nights”. «Ci hanno provato veramente, ad andare sulla Luna». Tutta “colpa” di Kennedy, o meglio della guerra fredda: i sovietici erano in vantaggio, già nel ‘57 avevano spedito in orbita il primo Sputnik e poi addirittura Gagarin, primo uomo nello spazio, nel 1961. «Entro la fine del decennio metteremo un uomo sulla Luna», promise Jfk. Salvo poi apprendere, dalla Nasa, che sarebbe stata una missione impossibile: gli Usa erano fermi al lancio sub-orbitale di Alan Shepard, spedito in atmosfera per soli 15 minuti. «Man mano che si avvicinava la fine del decennio, arrivati al ‘67, cioè a due anni e mezzo dalla scadenza, si resero conto che i problemi tecnici erano insormontabili: ma siccome nel frattempo avevano fatto una propaganda mondiale, non potevano più tirarsi indietro». Da qui la possibile idea del clamoroso “fake”.

«Avevano intanto sviluppato un sistema di simulazione che gli permetteva di riprodurre virtualmente un’intera missione lunare, dalla partenza al ritorno sulla Terra comprese le passeggiate sulla Luna: è chiaro, secondo me, che hanno ceduto alla tentazione», sostiene Mazzucco. «Stando seduto nel Lem, il modulo lunare, come fosse il simulatore di un aereo, potevi vedere dal finestrino le immagini del terreno lunare che si avvicinava e le immagini dell’allunaggio, che fra l’altro – stranamente – sono molto simili alle immagini che poi ci hanno dato per vere». Mazzucco ha sondato esperti, scienziati, tecnici: la Luna era troppo rischiosa. «Il pericolo era di perdere gli astronauti: atterrare sulla Luna è una cosa, ripartire è molto più difficile». La “tentazione” del falso? «Negli anni ‘60 non si ponevano il problema che poi, quarant’anni dopo, ci sarebbero state tutte le fotografie dei viaggi Apollo in alta definizione scaricabili da chiunque». Mezzo secolo fa, la Nasa sapeva che sarebbe bastato inviare qualche foto (accuratamente selezionata) a “Life Magazine” o a “Time Magazine”, così come al “New York Times”: nessuno avrebbe potuto fiutare l’imbroglio. «Solo con l’avvento di Internet, quando la Nasa ha messo in rete tutte le foto ad alta definizione delle missioni lunari, qualcuno ha cominciato a spulciarle una per una, a fare i confronti incrociati tra luci e ombre. Ma allora non potevano immaginare questo tipo di esame ai raggi X che viene fatto oggi sui loro materiali, quindi capisco quella loro superficialità».

Le immagini, spiega Mazzucco (fotografo per vent’anni, già assistente di Toscani) sono «fatte molto male» proprio dal punto di vista della simulazione della luce del sole: «Cosa che sfugge all’occhio dell’osservatore comune, ma non a quello del professionista delle immagini». Appena Lindbergh le ha esaminate, è sbottato: «Scusa, ma da dove viene questa luce?». Un falso storico colossale? Obiezione: perché l’Urss, in gara con gli Usa nella conquista dello spazio (meta suprema della guerra fredda) non denuciò il falso allunaggio? «Ai sovietici non conveniva», dice Mazzucco. «Intanto nessuno gli avrebbe creduto, dato che avevano appena “perso la corsa alla Luna”: li avrebbero derisi». Ma poi, soprattutto, già a quei tempi – ancora con le missioni Apollo in corso – erano iniziate le trattative segrete (poi pubbliche) per le missioni congiunte Apollo-Soyuz, il cui risultato è tuttora in orbita sotto forma di Iss, Stazione Spaziale Internazionale. «In cambio del silenzio, l’Urss ha avuto dagli Usa tutta la tecnologia che le serviva». Spiegazione coerente, che combacia con un altro aspetto particolarmente inquietante: lo strano silenzio degli astronauti. Neil Armstrong e Buzz Aldrin sarebbero stati i primi due uomini a mettere i piedi sulla Luna: un’esperienza entusiasmante e sconvolgente, per qualsiasi essere umano. «Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini», disse Gagarin, con voce emozionata, dall’orbita del Vostok. Gli americani? Silenzio.

Da Armstrong e Aldrin ci si sarebbero aspettate centinaia di interviste, decine di libri. E invece, niente: «Neil Armstrong, in tutta la vita, ha rilasciato 4 interviste, e non tutte favorevoli alla Nasa». Addirittura nell’ultima, del ‘94, dice, in modo cupo e sibillino: «Riguardo al futuro ci sono molti veli che coprono la verità, sta ai giovani rimuoverli per scoprirla». Una coltre di oblio ha sepolto gli 8 astronauti delle successive missioni Apollo: «Nessuno ricorda i loro nomi. Strano, no? Eppure, in teoria, sono gli unici esseri umani che avrebbero calcato il suolo di un altro corpo celeste». Dell’altro evento epocale, la scoperta e conquista dell’America, sappiamo tutto: «Magellano, Verrazzano, Colombo, Cortés: hanno fatto tanti film su ciascuno di loro». E gli astronauti pionieri della Luna? Inghiottiti nel nulla. «E’ chiaro che non c’è quel tipo di entusiasmo storico che dovrebbe corroborare un fatto così importante: c’è anzi una tendenza a minimizzarlo», sottolinea Mazzucco, che si domanda: se era così facile andare e venire dalla Luna negli anni ‘60, perché non abbiamo continuato ad andarci? Solo perché, dicono, sulla Luna non c’è niente? E ci sono volute 6 missioni nell’arco di tre anni, per capirlo? Forse la verità è un’altra, assai più terrena: «Il programma Apollo era una macchina da soldi mostruosa, a cui la Nasa mirava. Soldi che saranno serviti a sviluppare tecnologie militari, non rivolte allo spazio ma alla Terra».

Anche sui libri di storia l’evento è minuscolo, quando invece «dovrebbe essere presentato come il punto di svolta della storia umana: da quel giorno in poi, non siamo più solo sulla Terra». E invece la Nasa stessa tende a non celebrarlo: «Perché ha la coda di paglia, immagino». Affermazione che Mazzucco motiva, tra le altre cose, con l’inverosimile vicenda (fantozziana) del presunto “smarrimento” delle bobine, i filmati originali dell’allunaggio. «La Nasa ha ufficialmente perso i nastri originali che contenevano le immagini “arrivate dalla Luna”, quelle della prima passeggiata lunare. Nel 2009 hanno detto: dove son finiti, i nastri? Nessuno lo sa più. Non li hanno mai più trovati. E quei due o tre poveracci che si sono messi a cercarli, credendo che si fossero persi veramente, hanno incontrato decine di muri di gomma e alla fine han dovuto arrendersi, di fronte alla chiara intenzione di non farli ritrovare». Non c’è stato nessun incidente, nessun incendio di nessun magazzino: un semplice, banale “smarrimento”. «Quel nastro conteneva, in teoria, l’evento più importante della storia dell’umanità. Uno si aspetta che fosse custodito in un bunker impenetrabile, a temperatura controllata, sorvegliato a vista da guardie armate». La parte più comica della vicenda riguarda la tesi del “debunker” Paolo Attivissimo, autore del libro “Siamo andati sulla Luna”: li hanno cancellati, dice, perché i nastri costano e dopo un po’ vengono riutilizzati.

E’ evidente, conclude Mazzucco, che ci dev’essere un motivo serio dietro alla loro sparizione. Uno su tutti: «Quei nastri non contenevano solo le immagini del primo allunaggio (di cui abbiamo le copie) ma anche i dati di telemetria: cioè svelavano anche dove si trovasse veramente il Lem, in quel momento, nello spazio. Quindi, se per caso non si fosse trovato sulla Luna, chiunque oggi analizzando quei nastri potrebbe dedurlo, quindi è molto più comodo “perderli”». Tutte le comunicazioni che avvengono nei 7 giorni ufficiali della missione, dal 16 al 23 luglio del ‘69, cioè dalla partenza da Cape Kennedy (allora Cape Canaveral) al ritorno nell’Oceano Pacifico, «nell’ipotesi della finzione, sono tutte trasmissioni che avvengono con la capsula nell’orbita terrestre». In un video, un ricercatore convinto dell’inganno lunare, Bart Sibrel, analizza i video Nasa e scopre che, a un certo punto, «gli astronauti fingono di inquadrare la Terra da 170.000 chilometri di distanza, cioè circa a metà strada fra la Terra e la Luna». Nel video «si vede un pallino blu al centro dell’inquadratura, completamente nera, però poi si scopre che a essere inquadrata non è la Terra sospesa nel vuoto, ma un ritaglio dell’oblò. La Terra è sotto di loro, ed è molto più vicina. Loro con la telecamera, stando indietro all’interno della navicella, inquadrano l’oblò come se fosse la circonferenza completa della Terra».

La versione di Mazzucco: «A questo punto sospetto che, per quei 7 giorni, gli uomini di Apollo 11 abbiano girato a vuoto attorno alla Terra, per poi fare un normalissimo rientro dal cielo: poi, quando arrivano in mare, non puoi sapere se provengono dalla Luna, dall’orbita terrestre o magari solo da un aereo cargo, militare, che volava da 10.000 metri d’altezza. Li vedi rientrare, hanno un po’ di barba, e quindi pensi che arrivino dalla Luna». Tra le varie morti dei 12 “moonwalker”, il regista trova particolarmente interessante quella di James Irwin, di Apollo 15. Morte raccontata da Bill Keysing, il padre della teoria del complotto lunare, autore già nel ‘74 del primo libro critico, intitolato “Non siamo mai andati sulla Luna”. Lo scrittore dice che Irwin lo contattò perché «voleva raccontargli qualcosa». Lo conferma un testimone, presente con Keysing al momento della telefonata. «Ma forse l’astronauta non è stato abbastanza attento nel telefonare a Keysing: tre giorni prima di incontrarlo, è morto in uno stranissimo incidente in motocicletta, andando a sbattere contro l’unico palo in mezzo a un deserto». Deduzione: «Quegli astronauti erano strettamente controllati, e lo sono stati per tutta la vita. Questo spiegherebbe il loro comportamento decisamente strano, dai viaggi lunari fino alla loro morte».

Clamoroso il caso di Buzz Aldrin: «Si è perso nelle droghe e nell’alcol», ricorda Mazzucco. «Pensa: sei stato sulla Luna, sei la seconda persona più famosa al mondodopo Armstrong, eri con lui, eri uno dei due primi uomini sulla Luna… dovresti avere una vita di successo, di conferenze, di libri, accolto in tutti in paesi del mondo. E invece diventi un alcolizzato, un drogato che divorzia venti volte e non sa più cosa fa nella vita, si fa crescere la barba, diventa un hippie». In alcune foto a qualche anno dal viaggio lunare è letteralmente irriconoscibile. E in un’intervista a “Paris Match” rivela: «Ci considerano tutti degli eroi, ma in realtà la Luna ci ha distrutti». Perché mai dovrebbe averti distrutto, la Luna, se è vero che ci sei stato? Altra incredibile stranezza, l’intervista ad Alan Bean di Apollo 12. Domanda: avete avuto danni particolari per aver attraversato l’area ultra-radioattiva delle Fasce di Van Allen? Bean casca dalle nuvole: «Veramente non credo che siamo andati tanto in alto da raggiungere le Fasce di Van Allen». Ma le Fasce, gli fanno notare, sono appena fuori dall’atmosfera terrestre, tra i 15.000 e i 40.000 chilometri. «Ah, allora le abbiamo attraversate di sicuro!», replica l’astronauta. «Bastano dettagli umani come questi – dice Mazzucco – per sospettare che quei poveracci abbiano vissuto una vita orribile, obbligati a mentire fino al loro ultimo giorno di vita».

Mazzucco non si illude che la verità proposta in “American Moon” possa essere largamente accettata: “debunker” come Attivissimo si impegnano a smontare minuziosamente qualsiasi ipotesi di complotto. Ma attenzione: «Il “debunker” si rivolge a chi ha bisogno di una scusa qualunque per continuare a credere. Quando crollano le Torri Gemelle e vengono espulse tonnellate di cemento, c’è sempre chi dice: ma no, quelli sono solo i vetri delle finestre, che esplodono». Il pubblico del “debunker” non va a controllare se quello che ascolta è sensato. Non agisce non spirito critico: «Agisce in modo fideistico, ha bisogno di sentirsi dire che Mazzucco è un buffone e che sulla Luna ci siamo andati davvero». Il solito Attivissimo arriva a dire che è “normale” smarrire i nastri originali del mitico allunaggio? «Il “debunker” inventa in modo spudorato, tanto sa che il suo pubblico non andrà a verificare quello che dice. Ha solo bisogno di essere rassicurato, di sentirsi dire che nessuno ci inganna, che il mondo è bello, che i nostri potenti ci vogliono bene, che nessuno farebbe mai una cosa come ammazzare tremila cittadini nelle Torri Gemelle. Questa è la vera funzione del “debunker”». In altre parole: la colpa è, innanzitutto, del pubblico. «Quando una persona non vuole sentirsi dire la verità, che è scomoda, non c’è niente da fare».

Non per questo, però, è il caso di perdersi d’animo: «L’umanità va avanti comunque», dice Mazzucco. «Magari avanza più lentamente, per colpa di questa gente, ma va avanti lo stesso: non è che si ferma perché ci sono questi quattro cretini che hanno bisogno di rassicurare la parte mentalmente più debole della popolazione. Ci arriveranno anche loro, prima o poi». L’autore di “American Moon” è addirittura ottimista: «Secondo me siamo dentro una curva – lenta, ma costante e inarrestabile. In 15 anni ho visto cambiare profondamente la Rete. Oggi molti siti di informazione indipendente sono visitati e sdoganati, all’interno di questa dinamica. Quello che una volta era eresia, oggi lo puoi dire tranquillamente, perché c’è una fetta di pubblico che ti segue e non ha nessun problema a condividere le tue conclusioni». E’ provato: «Cala il numero delle persone che si fidano ancora dei media mainstream e aumenta quello di chi si informa personalmente, consultando altre fonti. Certo, ci sarà sempre l’aggrapparsi alla verità ufficiale, il bisogno di rassicurazione fa parte della natura umana. Ma queste persone saranno sempre di meno».

Già adesso, per molti argomenti, i media mainstream non riescono più a far passare la loro versione come verità ufficiale unica. «Parla da solo il caso vaccini: il decreto Lorenzin è stato approvato, ma dieci anni fa sarebbe passato senza la minima discussione. Oggi invece c’è una caterva di persone incazzate, informate dal web. Tant’è vero che gli stessi partiti politici stanno cercando di inseguire questo elettorato, promettendo di abolire l’obbligo vaccinale». Sta crescendo, il pubblico potenziale che non crede più a storie come quella dei “moonwalker”: «C’è una fetta notevole di gente che non se la beve più, ormai un 20-25%. Dieci anni fa eravano al 3%». Fare quantificazioni e previsioni precise è impossibile, amette Mazzucco, ma secondo lui ormai la tendenza è costante e inarrestabile. «La prima fase del risveglio è il dubbio. Oggi, raccontarci delle fregnacce in tv è molto più difficile. Se ne stanno accorgendo a livello politico: nessuno crede più a quello che dicono i partiti». Mettere in discussione la versione ufficiale: «Proprio il dubbio “piccona” il primo mattone su cui si reggono tutte le bugie». Mazzucco confida nei giovani, «che magari hanno il cervello più aperto». E’ questione di tempo. «Ma il cambiamento sta avvenendo velocemente, se pensiamo che sono duemila anni che chi ha il potere mente a tutti, comunque e sempre. Noi in 15 anni abbiamo cominciato a far traballare certezze. Ognuno di noi deve fare del suo meglio. Poi, sono sicuro, il risultato arriverà».

(Il documentario “American Moon” di Massimo Mazzucco, in formato Dvd – durata, 3 ore e 20 minuti – è disponibile online attraverso il sito “Luogo Comune”).

fonte: http://www.libreidee.org/2018/01/i-fotografi-sono-un-falso-le-immagini-delluomo-sulla-luna/

Cannabis, fake news e post-verità: la grande truffa dell’informazione al servizio di lobby e multinazionali

 

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Cannabis, fake news e post-verità: la grande truffa dell’informazione al servizio di lobby e multinazionali

Sono passati 80 anni esatti da quando l’America diede il via al Marijuana Tax Act nel 1937, accompagnato da una vergognosa campagna di stampa. Ma le bugie sulla cannabis, almeno quelle create ad arte appositamente per screditare questa pianta agli occhi dell’umanità, iniziarono ben prima.

Erano i primi del 1900 in America quando in Texas e Louisiana iniziarono a diffondersi le piantagioni di cannabis ed i suoi fiori venivano fumati da giovani viaggiatori, dai messicani residenti e dal nascente movimento della musica jazz. Nel 1910 i bollettini della Commissione per la Sanità Pubblica di New Orleans scrivevano ripetutamente che la “marijuana è la più pericolosa sostanza mai apparsa nella zona ed i suoi nefasti effetti possono trasformare i buoni uomini bianchi in neri e cattivi”. Erano gli anni in cui stava iniziando un’ossessiva campagna mediatica che portò nel 1915 al bando di uso e possesso di marijuana a El Paso (Texas), Utah e California, seguiti da altri 14 stati entro il ’29. Per la prima volta la stampa nazionale si occupò della questione, diffondendo le allarmanti notizie fornite dall’appena fondato Federal Bureau of Narcotics (FBN) nel 1930. Harry Anslinger, neo-direttore, iniziò la schedatura di decine di musicisti jazz di colore, fornendo al Congresso regolari relazioni sui pericoli della diffusione dell’uso di cannabis, rea di provocare “musica satanica” e “rapporti sessuali tra donne bianche, negri e messicani”.

La campagna di Anslinger e del FBN, appoggiata dal gruppo editoriale di proprietà di W.R. Hearst, portò all’approvazione da parte del Congresso del Marijuana Tax Act. I titoli cubitali dei giornali parlavano di “negri che violentano donne bianche sotto l’effetto della marijuana” e di numerosi incidenti automobilistici causati dall’ “erba assassina”. Documentari come Refeer Madness e Marihuana, the Assassin of Youth, vengono proiettati nelle scuole. Usando in modo ripetivo e persuasivo l’oscuro termine slang messicano, la parola marijuana viene così introdotta per la prima volta nel lessico inglese, cancellando dalla memoria collettiva i termini molto più familiari di cannabis e hemp. Intanto, accanto alle bugie sulla cannabis si palesano gli interessi industriali di chi era interessato a cancellare questa pianta dalla faccia della terra.

Jack Herer racconta in “The Emperor wear no clothes” che: “Dal 1935 in poi il Bureau ha attivamente ri-scritto la storia della canapa demonizzando la cannabis, un’attività innescata dall’avidità monopolistica e dall’insicurezza economica di alcune industrie finanziariamente minacciate”. Il “Bureau”, al quale si riferiva era il Federal Bureau of Narcotics (FBN), che operava sotto il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. A quel tempo il segretario del Tesoro era Andrew Mellon, un potente industriale ben noto al tempo per la sua attività di lobbista. Fu proprio lui a nominare Henry Anslinger (il marito di sua nipote) a capo del FBN; e Anslinger non perse tempo: l’Ufficio di presidenza creò l’ormai celebre Marihuana Tax Act che pose tutti i coltivatori di canapa sotto il controllo dei regolamenti del dipartimento del Tesoro per limitare e, infine, vietare la coltivazione e la produzione.

La situazione italiana
In Italia fu il Fascismo ad inaugurare la lunga stagione del proibizionismo, i cui strascichi si trascinano fino ad oggi. Negli anni trenta infatti il regime fascista di Benito Mussolini dichiarò l’hashish “nemico della razza” e “droga da negri”, dando così l’avvio ad una campagna nazionale contro una sostanza poco nota in Italia, usata sporadicamente solo da alcuni medici. Nel 1931 Giovanni Allevi dava alle stampe un libro studiato poi dai laureandi in medicina degli anni della guerra, Gli Stupefacenti, dove la tossicomania veniva presentata come un problema razziale.
Il primo intervento legislativo italiano in materia di stupefacenti fu la legge n.396/1923, “Provvedimenti per la repressione dell’abusivo commercio di sostanze velenose aventi azione stupefacente” che puniva, con pene detentive brevi, la vendita, la somministrazione e la detenzione di tali sostanze da parte di persone non autorizzate nonché, con una multa, la partecipazione “a convegni in fumerie” adibite all’uso di stupefacenti. Successivamente, la legge n.1145/1934 contenente “Nuove norme sugli stupefacenti”, introdusse il “ricovero coatto” dei “tossicomani” in “case di salute”.

Le bufale recenti
Nel nostro Paese, anche in anni recenti, le bugie, falsità ed inesattezze sulla cannabis vengono spesso riprese e riportate dai media mainstream, che sia per superficialità o per mal celata voglia di disinformare poco importa, visto che l’effetto è lo stesso. Dalla questione dell’Amnesia su cui ha sguazzato un po’ tutta la stampa nazionale, a quella della cannabis Ogm (qui e qui un paio di esempi) per arrivare al “coma per overdose di hashish” o alla terribile nuova e devastante droga, nientemeno che il THC, andata in onda sul TG3 regionale del Piemonte, gli esempi non mancano. Smentirle serve per segnalare ciò che accade, ma quando certe notizie iniziano a girare, il danno ormai è già stato fatto. Per Giulio Andreotti la smentita “è una notizia data due volte”, una verità fatta propria da Silvio Berlusconi pochi anni più tardi al quale non importava che i concetti che ripeteva ossessivamente dalle sue televisioni fossero veri o meno, perché con la ripetizione sarebbero diventati veri per le persone che ascoltavano, anche se non lo erano affatto.

Cannabis, fake news e post-verità
Oggi, catapultati in questo mondo che di colpo ha scoperto la “post-verità“, non è poi cambiata di molto la situazione. Frottole, bugie, bufale, falsità e fake news ci sono sempre state, la differenza è che con internet, per le istituzioni che hanno sempre cercato di controllare e dirigere l’informazione, il compito è ormai quasi impossibile.
La seconda constatazione è che le fake news create ad arte, come ad esempio quelle che leggiamo da un secolo sulla cannabis, sono ben differenti dalle semplici bugie. Come ha raccontato Laurie Penny su l’Internazionale, “Secondo il filosofo statunitense Harry Frankfurt, la differenza tra un bugiardo e un artista della stronzata è che il bugiardo ha un minimo di rispetto per la verità. Il bugiardo sa bene qual è la realtà, ma vuole che chi lo ascolta creda il contrario. All’artista della stronzata, invece, la verità non interessa: ha rinunciato alla cittadinanza di quella che l’amministrazione Bush aveva goffamente definito “la comunità basata sulla realtà”. Il bugiardo vuole nascondere la verità, mentre l’artista della stronzata vuole distruggere il concetto stesso di verità, non vuole ingannare ma solo confondere e controllare”.

In Italia una delle prime prese di posizione è stata quella del presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, che in un’intervista al Financial Times, ha affermato che “contro la diffusione delle false notizie serve una rete di organismi nazionali indipendenti ma coordinata da Bruxelles e modellata sul sistema delle autorità per la tutela della concorrenza, capaci di identificare le bufale online che danneggiano l’interesse pubblico, rimuoverle dal web e nel caso imporre sanzioni a chi le mette in circolazione”.
La prima reazione è arrivata da Beppe Grillo, che, in un post sul suo blog intitolato “Post verità Nuova inquisizione” attacca i “nuovi inquisitori” che “vogliono un tribunale per controllare il web e condannare chi li sputtana”.
Per il presidente dell’Antitrust la soluzione sarebbe dunque una sorta di ministero della Verità, come quello vagheggiato da George Orwell in 1984. Ma chi controllerebbe il controllore? E chi controlla che, come nel caso della cannabis, non stia giocando sporco per fare i propri interessi?

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/cannabis-fake-news-e-post-verita-la-grande-truffa-dellinformazione/

Tutte le fake news di Stato sull’acqua pubblica per tirare la volata alla privatizzazione, alla faccia del Referendum ed alla volontà della Gente!

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Tutte le fake news di Stato sull’acqua pubblica per tirare la volata alla privatizzazione, alla faccia del Referendum ed alla volontà della Gente!

 

Tutte le balle sull’acqua pubblica

Non è vero che gli investimenti si sono fermati. Non è vero che le perdite sono il primo problema dei servizi idrici. Non è neanche vero che il referendum sia stato nefasto. Anzi: il compromesso che ne è uscito ha reso l’Italia un Paese normale

Fonte: Aeegsi, Relazione annuale 2017

In termini di spesa pro-capite nel 2016-2019 saremo poco sopra i 50 euro di investimenti. Ancora molto sotto gli 80 euro a testa che sarebbero necessari per adeguarci alle media europea, ma in risalita. Come si legge nel Blue Book 2017 di Utilitalia, nel periodo 2014-2017, gli investimenti pianificati pro-capite sono stati di 32 euro all’anno, che salgono a 41 euro tenendo conto anche della quota di finanziamenti pubblici e contributi. Ma è una media che comprende anche il misero dato di 14 euro a testa investiti al Sud.

Figura 2. L’andamento degli investimenti nel settore idrico 2008-2019 (investimenti pro capite euro/abitante/anno)

Berardi 1

*Investimenti programmati in media annua Fonte: elaborazioni Laboratorio REF Ricerche su dati gestori, AEEGSI, ripresi da Lavoce.info

Gli investimenti dopo il picco negativo del 2012 sono raddoppiati

“Non è cambiato niente rispetto a prima del referendum”

Una delle frasi più lette, in questi giorni, è che nulla sarebbe cambiato rispetto alla legge pre-referendum, con la possibilità per i privati di continuare a intascarsi le rendite senza investire. In realtà, guardando il già citato metodo tariffario dell’Authority, si percepisce la differenza. La legge che il referendum ha abolito prevedeva una “adeguata remunerazione del capitale”. Quello che gli elettori hanno bocciato era un sistema che avrebbe assegnato agli operatori rendimenti alti (pari al 7%), senza il filtro di un’autorità indipendente. Il voto popolare si spingeva anche oltre, prevedendo di fatto l’impossibilità di remunerare gli investimenti. Ciò avrebbe comportato l’uscita dei privati e un ritorno alle gestioni pubbliche, molto oneroso per le finanze dello Stato o degli enti locali. La soluzione preferita dai governi italiani fu di estendere i poteri dell’Autorità dell’energia e il gas anche al servizio idrico e di assegnare alla nuova authority il potere di determinare la tariffa. Per arrivare a fissarla è stato creato un algoritmo la cui spiegazione occupa una sessantina di pagine. Il succo è che bisogna trovare un compromesso tra la necessità di incentivare gli investimenti e tutelare i consumatori. Il tasso di remunerazione del capitale nel settore idrico, per il periodo 2016-2019 è attorno al 5 per cento. Le tariffe, intanto, nel 2016 sono aumentate del 4,6%, nel 2017 saliranno del 3,6%, nel 2018 del 2,4% e nel 2019 dell’1,2 per cento.

Come ha riassunto un articolo di Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore dell’8 luglio, c’è un passaggio cruciale del nuovo sistema: una quota dell’aumento tariffario maggiormente legata alla spesa per investimenti scatta solo se la spesa è effettivamente realizzata e contabilizzata e non – come era con il precedente sistema – sulla base di piani di investimento. «Questa è anche la ragione dell’impennata degli investimenti – scrive Santilli -, oltre al fatto che la stabilizzazione del quadro normativo e regolatorio ha ricreato un afflusso di finanziamenti che si era interrotto nei primi anni del decennio».

Verificare che gli investimenti siano effettivamente realizzati è cruciale perché, spiega l’Aeegsi nell’ultima relazione annuale, dalle verifiche è emerso «uno scostamento tra la spesa effettiva per investimenti e il fabbisogno pianificato, portando a quantificare un tasso di realizzazione degli interventi programmati pari all’81,5% nel 2014 e al 78,2% nel 2015.

Molto altro c’è da migliorare, come introdurre un sistema di costi standard e come aumentare la quota degli introiti da tariffa destinati agli investimenti. Oggi è pari solo al 20,1 in media, ma al Sud la quota scende drammaticamente al 9,8 per cento (dati riferiti al 2015, Blue Book 2017, Utilitalia).

Nulla è cambiato rispetto alla legge abrogata dal referendum? Non è vero, perché un sistema di remunerazione fissa è stata sostituita da un sistema calcolato dall’Autorità. Che prevede, tra le altre cose, che una parte dell’aumento scatti solo se la spesa è effettivamente realizzata e contabilizzata

“Il referendum è stato tradito”

Se l’intento del referendum, rendendo impossibile la remunerazione del capitale (al di là della remunerazione precedentemente definita “adeguata”), era di portare a una nazionalizzazione (o comunque ripublicizzazione) dei servizi idrici, sicuramente si può parlare di una promessa tradita. Se però ci si attiene al piano giuridico, una sentenza del Consiglio di Stato della fine di maggio 2017 ha stabilito che il nuovo metodo tariffario messo a punto dall’Autorità per l’energia, il gas e i servizi idrici, risponde allo spirito referendario del 2011. A essere sancito è stato il fatto che la nuova tariffa non riproduce la precedente formula di una “adeguata remunerazione del capitale investito” ma si basa sul concetto di “copertura integrale dei costi” (full cost recovery). Con la sentenza è stata messa la parola fine a una serie di ricorsi che erano partiti subito dopo l’assegnazione delle competenze all’Aeegsi.

Il motivo, come hanno ricordato Donato Berardi e Samir Traini su Lavoce.info, è che la nuova tariffa sostituisce la remunerazione fissa e garantita con un costo finanziario standard che dipende dai tassi di mercato pagati da attività prive di rischio e da un premio per la rischiosità specifica degli investimenti. «La sentenza del Consiglio di Stato chiarisce che la regolamentazione indipendente è strumento di tutela degli utenti – sottolineano gli autori -. E che gli investimenti, laddove coerenti con il fabbisogno ed efficienti, vanno fatti nell’interesse delle generazioni future». Il referendum, dunque, un effetto benefico lo ha avuto, evitando che fosse reso legale una “cattura“ del bene pubblico da parte dei privati senza adeguate contropartite.

“Le perdite sono il primo problema dei servizi idrici”

Il dibattito dei giorni passati ha poi posto in evidenza solo le perdite degli acquedotti, facendo intendere che quello sia il principale problema dei servizi idrici italiani. Leggendo la relazione dell’Aeegsi viene però fuori dell’altro: tra le dieci criticità in termini di investimenti programmati, la voce “inadeguatezza delle condizioni fisiche di distribuzione” arriva solo al quarto posto. Perché? Perché la grande emergenza italiana è quella della depurazione. Le prime tre voci sono appunto l’inadeguatezza degli impianti di depurazione, la mancanza parziale o totale delle reti fognarie e l’insufficienza o assenza di trattamenti depurativi. Come ha ricordato Corrado Clinisu Linkiesta, l’Italia non ha solo tre procedure di infrazione aperte dall’Unione europea, sul tema della depurazione. Ma ha anche un utilizzo troppo limitato del riuso di acque reflue. Quanto all’inquinamento sulle coste derivante dai problemi di depurazione, i gravi danni subiti dalle spiagge abruzzesi lo scorso anno sono molto esemplificativi della necessità di interventi.

Figura 3. Criticità che evidenziano il maggiore fabbisogno di investimenti

Cause Investimenti Acqua

Fonte: Aeegsi, Relazione annuale 2017

L’Autorità per l’energia elettrica, il gas e i servizi idrici è stata chiara: la vera emergenza non sono gli acquedotti ma i depuratori

“Andrà sempre peggio”

Siamo quindi condannati a vedere peggiorare la situazione dei servizi idrici italiani? Vedremo se gli investimenti incrementati invertiranno la tendenza delle perdite nelle tubature. Il procedere dei cambiamenti climatici, però, deve farci cambiare strategia. Con le precipatazioni che si fanno più rare e violente e con la riduzione preoccupante dei ghiacciai, si tratterà di fare grandi investimenti per raccogliere l’acqua con metodi alternativi. L’appello del presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, è stato chiaro: occorre potenziare, ha spiegato, la rete di invasi sui territori, creando bacini aziendali e utilizzando anche le ex cave e le casse di espansione dei fiumi per raccogliere l’acqua piovana. Si tratterà anche, come giustamente è stato ricordato, di evitare gli sprechi in agricoltura (dove finisce il 51% dell’acqua), attraverso tecniche di irrigazione e coltivazione più sostenibili, ma anche in campo industriale e domestico.

L’acqua deve essere gestita dal pubblico? «Bisogna farsi una domanda: se non fossi nato e non sapessi quale sarà il mio ruolo nella società, in che tipo di società vorrei vivere? Alla fine, vorrei vivere in una società in cui l’acqua è usata in modo efficiente ed è disponibile per le persone che ne hanno davvero bisogno. Questo è un obiettivo. Gli strumenti possono essere però diversi»

Jean Tirole, premio Nobel per l’Economia, autore del libro “Economia del bene comune”, Mondadori 2017
fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/07/26/tutte-le-balle-sullacqua-pubblica/35027/

Fake news e falsi miti a tavola. Ecco la classifica di Coldiretti

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Fake news e falsi miti a tavola. Ecco la classifica di Coldiretti

La top ten delle fake news a tavola è stata presentata dalla campagna #stopfakeatavola promossa dalla Coldiretti e dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare

Dall’ananas dimagrante allo zucchero di canna che non fa ingrassare, dalla favola che le banane sono le più ricche di potassio al kamut spacciato per un varietà di cereali antica con proprietà esclusive ma anche che mangiare carne o latte fa sempre male o che chi è intollerante al lattosio non deve mangiare formaggi, sono alcune delle bufale alimentari virali in rete. La top ten delle fake news a tavola è stata presentata dalla campagna #stopfakeatavola promossa dalla Coldiretti e dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare nell’ambito del corso di formazione, organizzato in collaborazione con la Scuola superiore della magistratura.

“Ad essere colpiti nei siti web e sui social sono praticamente tutti i prodotti che finiscono nel carrello, con accuse a sproposito o al contrario con l’attribuzione di proprietà salutistiche e nutrizionali non verificate”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

“E’ falso tra l’altro – ha aggiunto – dire che tutti i prodotti alimentari realizzati nell’Unione Europea rispettano le stesse regole o che i prodotti venduti dal contadino sono meno controllati”. Una bufala molto comune – sottolinea la Coldiretti – riguarda le presunte proprietà brucia grassi dell’ananas dovuta alla bromelina (contenuta però nel gambo dell’ananas, che nessuno mangia, che comunque favorirebbe la digestione delle proteine e non la neutralizzazione delle calorie e dei grassi) e di alcune ricerche poi smentite.

“La scorretta informazione nell’alimentare ha un peso più rilevante che negli altri settori perché va a influenzare direttamente la salute. Per questo dobbiamo prestare particolare attenzione ed essere grati a quanti sono impegnati nello smascherare gli inganni”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

“Internet però non va criminalizzato perché può svolgere un ruolo di controllo importante in un sistema in cui – ha precisato Moncalvo – l’informazione alimentare purtroppo rischia di essere influenzata soprattutto dalle grandi multinazionali grazie alla disponibilità di risorse pubblicitarie investite. Per noi le fake news sono anche le pubblicità delle aranciate che contengono appena il 12% di succo o quelle dell’olio di oliva di grandi marchi che fanno immaginare paesaggi toscani mentre contiene quello importato dalla Tunisia o ancora il prosciutto nostrano che è fatto con maiali tedeschi senza alcuna informazione in etichetta per i consumatori”, ha continuato Moncalvo.

“Per questo siamo impegnati nell’educazione nelle scuole e nell’informazione nei mercati degli agricoltori con il progetto Campagna Amica che consente di ricostruire un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma nel segno della trasparenza. Un arricchimento culturale che, con la conoscenza diretta, contribuisce a combattere le fake news, ma anche – ha concluso Moncalvo – ad adottare comportamenti di acquisto più informati e consapevoli che aiutano a scegliere i prodotti sugli scaffali anche nelle forme più tradizionali della distribuzione.Campagna Amica con una presenza estesa dalle fattorie ai mercati, dai ristoranti al cibo di strada, dagli agriturismi agli orti urbani è diventata la più vasta rete di vendita diretta degli agricoltori organizzata con proprio marchio del mondo alla quale vanno riferimento oggi quasi ventimila agricoltori”.

Ecco la classifica delle dieci fake news alimentari più diffuse sul web

  • Il latte fa male. La vulgata tra gli internauti vuole che il latte sia dannoso perché è un alimento destinato all’accrescimento di cui solo l’uomo, tra gli animali, si ciba per tutta la vita. In realtà il latte di mucca, capra o pecora rientra da migliaia di anni nella dieta umana, al punto che il genoma si è modificato per consentire anche in età adulta la produzione dell’enzima deputato a scindere il lattosio, lo zucchero del latte. Il filone di pensiero che ritiene opportuno bandire i latticini dall’alimentazione poggia sul China Study, un’indagine epidemiologica svolta a partire dal 1983 in Cina, i cui risultati sono stati ritenuti inattendibili dalla comunità scientifica e dall’Airc, l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro.
  • L’ananas brucia i grassi. Una fake news molto comune riguarda le presunte proprietà brucia grassi dell’ananas. Un effetto dovuto alla bromelina (contenuta però nel gambo dell’ananas, che nessuno mangia, che comunque favorirebbe la digestione delle proteine e non la neutralizzazione delle calorie e dei grassi) e di alcune ricerche di tanti anni fa (che, nei ratti, avevano evidenziato una leggera azione ipolimezzante di un estratto alcolico dell’ananas) poi smentite dai successivi sviluppi della ricerca scientifica.
  • Il Kamut è una varietà antica di cereali con proprietà esclusive. Il “grano dei faraoni”, il Kamut, non è altro che un marchio commerciale privato, registrato negli USA, con cui viene venduto il grano della varietà Khorasan (Triticum turgidum spp. turanicum). La varietà Khorasan è coltivata anche in Italia e ha caratteristiche particolari che possono essere ritrovate anche nel farro o nella varietà di grano duro italiane come Senatore Cappelli, ma il marchio Kamut è registrato negli USA e viene rilasciato solo per il prodotto coltivato negli USA e Canada.
  • Mangiare carne fa sempre male e se ne può fare a meno. Non esiste nessuno studio che provi che mangiare carne anche a piccole quantità sia dannoso per la salute, secondo la Coldiretti. Al contrario, i vantaggi di una dieta completa che la includa sono scientificamente indiscussi. Se ne può fare a meno solo integrando la sua mancanza con altri prodotti animali, come uova in primis, latte e derivati, e in alcuni casi assumendo integratori di vitamine e minerali. La carne è come una barretta energetica ricca di nutrienti ad alto assorbimento, che fornisce nell’immediato tanti elementi necessari alla crescita, allo sviluppo, al mantenimento, alla difesa e alla riparazione del nostro corpo, che nessun altro alimento da solo è in grado di dare.
  • Le banane sono più ricche di potassio. Le banane non sono sul podio dei prodotti ortofrutticoli freschi più ricchi in potassio e sono anche “appesantite” da un contenuto calorico più elevato rispetto ai prodotti ortofrutticoli nazionali che lo precedono, sulla base delle Tabelle di composizione degli alimenti del Crea-Nutrizione. Al vertice della graduatoria dei prodotti ortofrutticoli freschi ci sono gli spinaci crudi, seguiti dalla rucola e dai cavolini crudi. Le banane, considerate la fonte di potassio per eccellenza, nel confronto con i prodotti ortofrutticoli freschi nazionali, non si piazzano che al nono posto, rimanendo giù dal podio. E tra la frutta fresca spicca la leadership del kiwi.
  • I grassi devono essere completamente eliminati dalla dieta. I grassi sono nutrienti indispensabili per il nostro corpo ed eliminarli dalla dieta può mettere a rischio la salute. L’importante è non abusarne (possono rappresentare il 25-30% delle calorie giornaliere) e selezionare quelli più buoni e di qualità, come l’olio extravergine d’oliva.
  • Chi è intollerante al lattosio non deve mangiare formaggi. La stagionatura prolungata di molti formaggi porta ad una scomparsa del lattosio, o ad un radicale calo. Inoltre, anche gli intolleranti al lattosio in base ai dati di Efsa, sono generalmente in grado di tollerare senza problemi e disagi dosi fino a circa 125 ml di latte al giorno.
  • Lo zucchero di canna non fa ingrassare. Sono in molti a credere che lo zucchero di canna sia più salutare di quello bianco e contenga meno calorie, tanto da essere più indicato per chi è a dieta. In realtà lo zucchero di canna ha le stesse caratteristiche nutrizionali e caloriche di quello bianco raffinato.
  • Tutti i prodotti alimentari realizzati nell’UE rispettano le stesse regole. In Italia ci sono le regole produttive più rigorose nelle caratteristiche dei prodotti alimentari, dal divieto di produrre pasta con grano tenero a quello di utilizzare la polvere di latte nei formaggi fino al divieto di aggiungere zucchero nel vino che non valgono in altri Paesi dell’Unione Europea.
  • I prodotti venduti dal contadino sono meno controllati. Tutti i prodotti alimentari in vendita in Italia devono rispettare gli stessi standard sanitari e devono sottoporsi agli stessi controlli. Anzi i produttori agricoli aderenti alla rete di Campagna Amica si sottopongono a tre ulteriori livelli di controllo verificati da un Ente terzo. Inoltre l’acquisto diretto dal produttore garantisce maggiore freschezza e l’origine del prodotto del 100% in Italia dove opera il sistema di controlli più capillare.

“Sicurezza a tavola e nella filiera, anche sul web. È su questi fronti che interveniamo ogni giorno per tutelare le nostre eccellenze agroalimentari, i produttori onesti e i consumatori. Siamo leader nei controlli e non a caso il nostro sistema viene considerato un modello dagli altri Paesi. Basti pensare che siamo l’unica Istituzione al mondo ad aver chiuso accordi e collaborazioni con le grandi piattaforme di commercio elettronico, come eBay, Amazon e Alibaba, per rimuovere dagli scaffali virtuali i falsi prodotti agroalimentari Made in Italy. Dal finto olio Dop al Parmesan. Contrastiamo l’italian sounding con verifiche capillari. Solo nei primi quattro mesi del 2017 gli uomini dell’Ispettorato repressione frodi (ICQRF) del Ministero hanno sequestrato prodotti alimentari per circa 60 milioni di euro. Non abbassiamo la guardia e proseguiamo anche nella massima informazione ai consumatori. Per questo ci siamo battuti per l’origine del latte in etichetta e stiamo lavorando sulle filiere del riso e grano pasta. Informare i cittadini è una chiave centrale per contrastare il falso cibo”.

Così il Ministro Maurizio Martina sulla campagna #stopfakeatavola promossa dalla Coldiretti e dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.

 

fonte: http://www.unita.tv/focus/fake-news-e-falsi-miti-a-tavola-ecco-la-classifica-di-coldiretti/