Cosa succede se pochi giganti controllano il nostro cibo?

 

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Cosa succede se pochi giganti controllano il nostro cibo?

Il potere sui sistemi di produzione del cibo si sta concentrando in poche mani, con effetti potenzialmente disastrosi sugli agricoltori e i consumatori

Esperti preoccupati per le maxi-fusioni nel sistema del cibo

 

(Rinnovabili.it) – Se le maxi fusioni tra giganti dell’agroindustria e della chimica proseguiranno con questo ritmo, l’accumulo di potere sulle modalità di produzione del cibo sul pianeta aumenterà al punto da causare gravi danni all’agricoltura e agli agricoltori. Lo afferma il nuovo rapporto dell’iPES, il panel internazionale di esperti sulla sostenibilità dei sistemi alimentari, presieduto dall’ex relatore speciale dell’ONU sul diritto al cibo, Olivier de Schutter.

Il dossier mette sotto la lente l’oligarchia delle grandi multinazionali agroalimentari e prova a tracciare degli scenari partendo dagli impatti dei grandi movimenti di capitale che stanno portando all’aggregazione di soggetti già leader del mercato. In questa partita, spiegano gli esperti dell’iPES, le piccole e medie imprese di coltivatori rischiano di dover far fronte a costi crescenti, che porteranno ad un aumento del prezzo finale anche per i consumatori.

Le grandi manovre dei colossi agrochimici sono iniziate nel 2015: dalla fusione da 130 miliardi di dollari tra Dow e DuPont all’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer per 66 miliardi, fino al buyout da 43 miliardi di Syngenta operato da ChemChina, che ora pianifica una fusione con Sinochem nel 2018. Assistiamo ad una concentrazione senza precedenti nei settori delle sementi, dei fertilizzanti, della genetica animale e dei macchinari agricoli, con la nascita di player sempre più grandi e capaci di controllare i passaggi strategici di filiera: la logistica, la trasformazione e la vendita al dettaglio.

Questo consolidamento produce effetti negativi sul settore primario. Oggi, su 570 milioni di aziende agricole, il 70% è di piccola e media scala. Rendere i piccoli produttori sempre più dipendenti da una manciata di fornitori e acquirenti porta a una compressione dei loro redditi e li costringe a cambiare le modalità di produzione. Chi coltiva il nostro cibo sarà indotto ad investire sulle colture richieste dal mercato internazionale, che erodono la sicurezza alimentare a livello locale. Tutto perché l’unica speranza di accedere al mercato passa ormai per le grandi imprese, che adottano una strategia intelligente: non si assumono i rischi della produzione, ma si limitano a stipulare contratti-capestro con gli agricoltori, scaricando su di loro i rischi e negoziano i prezzi da una posizione di forza, poiché controllano gli snodi chiave della catena produttiva. Le fusioni degli ultimi anni consentiranno ai big di riunire i rispettivi capitali economici e politici, rafforzandone la capacità di influenzare il processo decisionale a livello nazionale e internazionale.

«Stiamo camminando su un terreno inesplorato – ha avvisato Pat Mooney, primo autore del rapporto – Se le offerte sul tavolo andranno a buon fine, tre aziende controlleranno oltre il 60% del mercato mondiale delle sementi. Gli agricoltori dovranno affrontare un aumento dei prezzi per i semi tra l’1,5 e il 5,5%». Le stesse tre sorelle avranno il dominio del 70% dell’industria agrochimica e del 75% del mercato dei pesticidi.

Le fusioni avranno l’effetto di accelerare un processo di integrazione verticale già in atto lungo tutta la filiera, arrivando fino ai supermercati. Viste le prospettive – spiega il rapporto – le imprese dominanti sono diventate troppo grandi per alimentare l’umanità in modo sostenibile, troppo grandi per operare in condizioni eque con gli altri attori della filiera e troppo grandi per aprirsi all’innovazione. Piuttosto che guidare i sistemi alimentari verso la sostenibilità, questo meccanismo rafforza solo la logica del modello agroindustriale, causando degrado ambientale e declino economico e sociale.

fonte: http://www.rinnovabili.it/alimentazione/pochi-giganti-controllano-cibo-333/

 

 

 

Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la Terra

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Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la Terra

I terreni trattati con prodotti chimici, sfiancati dallo sfruttamento intensivo e dall’agricoltura industriale causano un impoverimento del cibo che quindi non fornisce agli esseri umani i nutrienti di cui ha bisogno. E’ la conclusione cui sono giunti numerosi studi di cui si parla anche nel libro appena uscito di Courtney White, “Grass, soil, hope”. Ma la soluzione c’è.

E’ ancora vero che una mela al giorno toglie il medico di torno? Non più, stando a quanto sostengono gli esperti, a meno che quella mela non arrivi da terreni organici e da alberi coltivati con metodi biologici.

Secondo l’esperta australiana Christine Jones, intervistata nel libro appena uscito di Courtney White, Grass, Soil, Hope, le mele hanno perduto l’80% del loro contenuto di vitamina C.

E le arance che si mangiavano per tenere lontano il raffreddore? E’ possibile che di vitamina C non contengano più nemmeno le tracce. Uno studio http://www.scientificamerican.com/article/soil-depletion-and-nutrition-loss/ che ha analizzato il contenuto dei vegetali dal 1930 al 1980 ha scoperto che i livelli di ferro sono diminuiti del 22% e il calcio del 19%. In Inghilterra tra il 1940 e il 1990 il contenuto di rame nei vegetali è calato del 76% e il calcio del 46%. Il contenuto di minerali nella carne è, anch’esso, significativamente diminuito. Gli alimenti vanno a costituire i mattoni del nostro corpo e sostengono la nostra salute, ma terreni impoveriti forniscono alimenti impoveriti e alimenti di scarsa qualità nutritiva portano a un decadimento della salute. Anche la nostra salute mentale è legata ai terreni ed è garantita se i terreni sono ricchi di microbi.

Cosa è accaduto al terreno? Ha subìto gli attacchi della moderna agricoltura industriale con le sue monocolture, i fertilizzanti, i pesticid e gli insetticidi.

«Il termine biodiversità evoca una ricca varietà di piante in equilibrio con tante varietà di animali, insetti e vita selvatica, tutti che coesistono in un ambiente in equilibrio – spiegano Hannah Bewsey e Katherine Paul dell’Organic Consumers Association – Ma c’è anche un intero mondo di biodiversità che vive al di sotto della superficie terrestre ed è essenziale per far crescere alimenti ricchi di nutrienti. Il suolo terrestre è una miscela dinamica di particelle rocciose, acqua, gas e microrganismi. Una tazza di terra contiene più microrganismi di quante persone ci siano sul pianeta. Questi microbi vanno a costituire il “tessuto alimentare del suolo”, una catena complessa che inizia con I residui organici di piante e animali e che coinvolge batteri, funghi, nematodi e vermi; decompongono la materia organica, stabilizzano il suolo e aiutano la conversione dei nutrienti da una forma chimica ad un’altra. La ricchezza nella diversità dei microbi in un terreno ha effetti su molte proprietà, come l’umidità, la struttura, la densità e la composizione nutritiva. Quando i microbi vanno perduti, si riducono anche le proprietà del suolo che permettono di stabilizzare le piante, di convertire le sostanze nutritive e di svolgere tutte le altre funzioni vitali.  Il contenuto di microbi del suolo, cioè la sua biodiversità, è praticamente sinonimo di salute e fertilità. Come scrive Daphne Millier, medico, scrittrice e docente, “i terreni che contano su un’ampia biodiversità sono più predisposti a produrre cibi ad alta densità nutritiva”. Purtroppo l’azione umana ha avuto un impatto assai negativo sulla salute dei suoli; siamo infatti responsabili della degradazione di oltre il 40% dei terreni agricoli nel mondo. Abbiamo destabilizzato l’ecosistema dei terreni attraverso un utilizzo diffuso di sostanze chimiche che distruggono praticamente tutto ad eccezione delle piante stesse (molte di queste sono state addirittura modificate geneticamente per resistere a erbicidi e pesticidi). Siamo arrivati ad avere grano, soia, alfa-alfa e altri cereali in apparenza salubri ma in verità carenti di sostanze nutritive a causa della pessima qualità del suolo su cui vengono coltivati. E usiamo sostanze chimiche di routine anche se si sa che appena lo 0,1% dei pesticidi in realtà interagisce con il target cui è destinato, tutto il resto contamina soltanto piante e suolo».

«L’azoto è uno dei tre nutrienti essenziali per il suolo – proseguono Bewsey e Paul – gli altri due sono potassio e fosforo. Ma perché l’azoto possa nutrire le piante, deve essere convertito da ammonio a nitrato. I microbi del terreno, sensibili al ciclo dell’azoto, fanno questa conversione alimentandosi di materia vegetale decomposta, digerendo l’azoto che vi è contenuto ed eliminando ioni di azoto. Cosa accade quando nel suolo non ci sono questi microbi? Gli agricoltori spesso ricorrono a fertilizzanti contenenti azoto, ma l’uso eccessivo porta ad averne una quantità eccessiva che va oltre la capacità di conversione dei microbi stessi, quindi troppo azoto uccide le piante. Stando ai dati della Union of Concerned Scientists, gli allevamenti con centinaia di animali stipati in piccoli spazi e alimentati con cereali anzichè foraggio è ubo dei fanni più grossi che l’uomo abbia inflitto al suolo poiché porta alle monocolture intensive su larga scala che richiedono moltissime sostanze chimiche. La perdita di biodiversità del suolo è anche correlata all’aumento di asma e allergie nelle società occidentali. Il sistema immunitario umano si sviluppa grazie agli stimoli ambientali cui è esposto; quando carne e vegetali mancano di determinati batteri e microbi, i bambini non riescono a formulare risposte immunitarie precoci e quindi possono sviluppare allergie. La soluzione sta nel convertire allevamenti e aziende agricole industriali in allevamenti con sistemi naturali e fattorie biologiche. Secondo uno studio danese è possibile raddoppiare la biodiversità del suolo sostituendo l’agricoltura biologica ai metodi agricoli convenzionali».

Ma perchè accontentarsi di contenere il danno? Esiste quella che viene chiamata agricoltura rigenerativa, strumento essenziale per far regredire i danni causati dalle pratiche industriali. E non c’è tempo da perdere. Bisogna andare i quella direzione prima che sia veramente troppo tardi.

fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/agricoltura_industriale