Lo diceva Craxi nel ‘90: aiutiamoli veramente a casa loro e il mondo guarirà entro il 2020 – Bastava cancellare il debito del Terzo Mondo. Ma non si è fatto niente. E il 2020 è praticamente arrivato e quei paesi, sempre più poveri, vomitano disperati sulle sponde del Mediterraneo.

Craxi

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Lo diceva Craxi nel ‘90: aiutiamoli veramente a casa loro e il mondo guarirà entro il 2020 – Bastava cancellare il debito del Terzo Mondo. Ma non si è fatto niente. E il 2020 è praticamente arrivato e quei paesi, sempre più poveri, vomitano disperati sulle sponde del Mediterraneo.

«Proporre ai paesi poveri del mondo un “contratto di solidarietà” che rompa, entro il 2020, il ciclo infernale della miseria e della fame». Così parlava Bettino Craxi a Parigi nel lontanissimo 1990. La proposta: cancellare il debito del Terzo Mondo. Noi cos’abbiamo fatto, in trent’anni, su quel fronte? Meno di zero. Il 2020 è praticamente arrivato, e quei paesi (sempre più poveri) vomitano disperati sulle sponde del Mediterraneo. Rileggere oggi le parole di Craxi – riportate all’epoca dai quotidiani – fa semplicemente piangere: qualcuno ricorda una sola sillaba, di tenore paragonabile, pronunciata negli ultimi decenni da uno qualsiasi dei famosi campioni dell’Unione Europea? Siamo sgovernati da infimi ragionieri e grigi yesmen al servizio del capitale finanziario neoliberista che i tipi come Craxi li ha esiliati in Tunisia, trasformandoli in profughi politici – corsi e ricorsi, nell’amara ironia della storia: importiamo derelitti, dopo aver cacciato leader autorevoli e dotati di visione strategica. Nel ‘90, Craxi intervenne nella capitale francese in qualità di rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per i problemi del debito del Terzo Mondo, dinanzi alla Conferenza parigina dei 41 paesi più poveri del pianeta.

Un discorso, scrisse Franco Fabiani su “Repubblica” – nel quale Craxi ha ripercorso quelli che ha definito «i sentieri statistici della povertà che solcano il globo con la loro sfilata di drammatici indici della miseria e del sottosviluppo, dall’America latina

all’Asia, dal Medio Oriente all’Africa subsahariana». Circa un miliardo di persone definite povere nelle statistiche ufficiali della Banca Mondiale (senza comprendere la Cina) costrette a fare i conti con risorse inferiori a quelle che occorrono per il minimo vitale. Erano quattro, per Craxi, i maggiori problemi da affrontare: nodi che – ieri come oggi – turbano, in questo contesto drammatico, «la ricerca dell’equilibrio e della prosperità di tutto il nostro pianeta: le guerre, la povertà, il debito, il degrado ecologico e ambientale». Africa e Asia, Medio Oriente, America Latina: aree tormentate negli anni ‘80 da guerre, guerriglie tra Stati e popoli e gruppi di diverse ideologie. Tragedie che hanno prodotto «distruzioni e persecuzioni, ma anche e soprattutto costi economici enormi, che hanno aumentato a dismisura l’indebitamento». Di qui la ricetta di Craxi, proposta alle 150 delegazioni presenti a Parigi: sviluppare una cooperazione con questi paesi per mettere fine ai conflitti e alleviare il debito, cominciando dai paesi che rispettano i diritti umani.

In una parola: «Concentrare gli sforzi politici e finanziari per spezzare l’intreccio perverso guerra-povertà». E quindi, innnanzitutto: fare il possibile per evitare nuove guerre. Quella in agenda nel ‘90 era la prima Guerra del Golfo, a cui il “profeta” Craxi si opponeva: un conflitto nel Golfo, sosteneva, «trascinerebbe con sé un carico incalcolabile di distruzioni e di conseguenze tragiche di cui proprio i paesi più poveri sarebbero le prime vittime». Ed ecco la proposta strategica: «Cancellare sino al 90% del debito bilaterale, mentre il restante 10% dovrebbe essere convertito in moneta locale, per farlo affluire ai progetti di sviluppo economico, di formazione di capitale umano e di tutela dell’ambiente». La cancellazione del debito verso i paesi poveri «comporterebbe un onere annuo pari al 10% del Pil dei paesi donatori, cui si dovrebbe aggiungere almeno una percentuale identica di nuovi aiuti». In questo modo, secondo Craxi, «si potrebbe avere una robusta crescita dei paesi più poveri che consentirebbe loro di debellare la fame entro il 2020». Unica condizione: la stabilità del prezzo del petrolio, e quindi la pace. Un simile discorso, oggi, in Europa, avrebbe bisogno di un traduttore specializzato: la lingua di Craxi sembra estinta, come quella dei Sumeri.

 

tratto da: http://www.libreidee.org/2018/06/craxi-nel-90-soldi-ai-poveri-e-il-mondo-guarira-entro-il-2020/

Dietro la fiaba del ritorno alla terra. Lettera amara di un imprenditore agricolo

 

terra

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Dietro la fiaba del ritorno alla terra. Lettera amara di un imprenditore agricolo

 

Da Saperefood:

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un giovane imprenditore dell’Umbria. Uno sfogo duro e allarmante della realtà vissuta tra i campi, a dispetto del tanto decantato boom dell’occupazione nel settore primario.

(Per scrivere al nostro giornale, mandate una mail a redazione@saperefood.it)

di Alessandro Riganelli – Imprenditore agricolo

In un contesto sociale di arrivismo spietato, di sgomitatori seriali, di imbucati e imbucatori, di partitismo che annienta la meritocrazia, di sovrastrutture finanziarie che giocano con l’economia reale e di perdita di valori, la fiaba bucolica del “ritorno alla terra” riscuote enorme successo. Nell’immaginario collettivo, infatti, la figura del giovane agricoltore rappresenta la fuga dal degrado, dall’omologazione culturale, una sorta di eremitismo depurativo.

Lo sanno bene i burattinai dei media, colletti bianchi che da anni succhiano linfa dall’agricoltura e che, data la chiusura massiccia delle partite iva agricole, si vedono costretti a usare degli escamotage per reperire nuovi adepti, freschi e ingenui. Già, perché il bilancio dell’economia agricola italiana è tutt’altro che roseo: dal 2013, chiudono 60 aziende al giorno.

Una crisi che sta mietendo vittime in tutti i comparti agricoli. Dalla frutticoltura, che vede sparire agrumeti in zone vocate come la Sicilia, alla cerealicoltura, ostaggio di mercati impietosi che ad oggi quotano il grano tenero a 14 miseri centesimi al kg, fino al settore del latte. Storie di volatilità dei mercati, di GDO che strozza produttori e li tiene in ostaggio, di burocrazie elefantiache, di sciacallaggio da parte dell’industria agroalimentare che, per pochi spiccioli, preferisce importare prodotti dall’estero invece che valorizzare il Made in Italy di qualità. Storie di fondi europei che, mentre dovrebbero garantire stabilità  e opportunità di sviluppo alle aziende, alimentano apparati ed enti a volte ridotti a veri e propri carrozzoni, serbatoi di voti alla mercé della politica, gestiti senza una visione lungimirante.

Sull’Informatore Agrario, il Prof. Angelo Frascarelli ha sollevato il tema in un editoriale dal titolo lapidario: “Diciamoci la verità, l’agricoltura arranca e va rinnovata a fondo”. Un articolo in cui ha messo in fila una volta per tutte i dati reali del settore primario del nostro Paese. Il valore della nostra produzione agricola, dice, in dieci anni è cresciuto del 14%, in Europa del 22%. L’occupazione continua il suo inesorabile declino, con un tonfo di meno 100mila occupati in dieci anni. I redditi agricoli in Italia sono aumentati del 14%, mentre in Europa del 40%. In generale, l’export dell’agroalimentare è in crescita, ma quello delle materie prime è in caduta costante.

Una crisi che attanaglia da anni il settore, ma che riesce sempre a passare in sordina, sconfinata in trafiletti brevi tra le ultime pagine dei giornali, per far spazio all’idea romantica che esalta il fantomatico ritorno dei giovani alla terra. Belle storie, di laureati, con tanto di foto col sorriso, che lasciano la caotica quotidianità per dedicarsi al piccolo appezzamento di terreno di famiglia. Chissà perché, da anni abbandonato. Storie di fantasia che stimolano la fantasia altrui. Piccole realtà – perché più si è piccoli e più il frazionamento giova al retroscrivania – per tesseramenti, per la gestione dei fascicoli e, via via, per tutta la matassa burocratica che mantiene in vita l’unico settore florido della nostra economia necessario a sbrogliarla: i servizi.

Voglio a tal proposito riportare una citazione del libro “Nella valle senza nome, storia tragicomica di un agricoltore” di Antonio Leotti: “A questo punto, faccio un appello ai giovani. Lo faccio? Ma sì, lo faccio: diffidate della retorica sulla campagna, soprattutto se si tratta di campagna toscana, diffidate di chi vi esorta a ritornare ai mestieri della terra. Ve lo dice un vecchio delinquente. A meno che non abbiate ingenti capitali, eredità da sperperare o, al contrario, non vogliate lavorare come semplici operai, godendo in questo caso di tutte le deliziose durezze del mestiere più bello del mondo senza troppe responsabilità, lasciate perdere. E non credete a quello che dicono i media, non credete a questa storia che i giovani tornano in campagna. Ma dove sono? Io non ne ho visto neanche uno. E fanno bene a non venirci. Cosa ci verrebbero a fare? A confrontarsi con i fatturati, davvero degradanti, che l’agricoltura è in grado di esprimere? A farsi il fegato grosso con l’arroganza dei burocrati scelti accuratamente tra le schiere dei sadici patologici?”.

Io che sono imprenditore agricolo, invece, voglio fare un appello ai media. Lo faccio? Ma sì, lo faccio: quando vi occupate di settori cardine dell’economia come l’agricoltura, fatelo con metodo se non siete del settore. Approfondite, non fermatevi solo ai comunicati stampa che profondono solo vuoto ottimismo. Non fermatevi nemmeno al comunicato di chi l’agricoltura la rappresenta, perché il legame tra coltivatori e associazioni di categoria si è ormai da tempo ossidato.

 

fonte: http://saperefood.it/3dietro-la-fiaba-del-ritorno-alla-terra-lettera-amara-di-un-imprenditore-agricolo11/

15 mila scienziati lanciano l’allarme: la Terra è sempre più in pericolo

Terra

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

15 mila scienziati lanciano l’allarme: la Terra è sempre più in pericolo

Cambiamento climatico, crescita della popolazione umana e riduzione della biodiversità. Ecco l’ultimo aggiornamento della comunità scientifica sulle questioni più cruciali e urgenti in fatto di ambiente. E come dobbiamo al più presto invertire le tendenze negative

Dal cambiamento climatico alla deforestazione, dall’estinzionedelle specie alla crescita della popolazione umana. Se non ce ne fossimo ancora accorti, noi esseri umani e il mondo in cui viviamo siamo da tempo in un eterno conflitto, arrivando soprattutto negli ultimi anni, ai ferri corti. Tanto che la comunità scientifica si sta impegnando con tutte le sue forze e conoscenze per riuscire a risolvere le questioni più cruciali e urgenti di gestione ambientale: è dal lontano 1992, infatti, che la Union of Concerned Scientistsinsieme a più di 1700 scienziati aveva rilasciato il “World Scientists’ Warning to Humanity”, un documento in cui sostenevano che gli impatti umani sul mondo naturale avrebbero probabilmente portato un danno sostanziale al pianeta, che sarebbe stato potenzialmente irreversibile.

E ora, a 25 anni di distanza, William J. Ripple, ricercatore della Oregon State University e oltre 15mila scienziati provenienti da 184 paesi hanno deciso di fare il punto sulla situazione attuale, aggiornando il documento originale, in un rapporto pubblicato sulle pagine di BioScience, chiamato “A Second Notice”. Dall’analisi dei dati provenienti da agenzie governative, organizzazioni no profit e da singoli studi, è emerso chiaramente che a eccezione dello strato dell’ozono che risulta quasi stabilizzato (per la riduzione di sostanze chimiche e un aumento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili), le notizie non sono affatto buone. “L’umanità non sta adottando le urgenti misure necessarie per salvaguardare la nostra biosfera in pericolo”, precisano gli autori, notando che la stragrande maggioranza delle minacce precedentemente descritte non solo rimane “allarmante”, ma anzi, sta addirittura peggiorando.

Così, in questo ultimo aggiornamento, i ricercatori hanno delineato le aree in cui i comportamenti umani possono essere in grado di invertire i trend negativi, come appunto è successo nel caso del buco dell’ozono, verso sistemi più sostenibili. “Presto sarà troppo tardi e il tempo si sta esaurendo”, dicono i ricercatori. “Dobbiamo essere consapevoli che la Terra è la nostra unica casa”. Più precisamente, secondo il rapporto, tra le tendenze più negative degli ultimi 25 anni sono: la riduzione del 26% della quantità di acqua potabile disponibile per abitante, un aumento del 75% del numero delle “zone morte” degli oceani, una perdita di quasi 300 milioni di ettari di foresta, gran parte convertito per usi agricoli. E ancora: aumenti significativi delle emissioni globali di anidride carbonica e temperature medie, un aumento del 35% della popolazione umana e una riduzione del 29%del numero di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci.

“Alcune persone potrebbero non accettare le nostre prove e pensare che siano solo molto allarmanti. Ma un numero enorme di scienziati sta analizzando i dati e studiando le potenziali conseguenze a lungo termine”, conclude Ripple. “Chi ha firmato questo secondo documento, infatti, non solo sta dando un allarme, ma riconosce i segnali evidenti che noi esseri umani stiamo intraprendendo un percorso del tutto insostenibile. Speriamo che il nostro documento accenda un ampio dibattito pubblico sia sull’ambiente che sul clima globale”.

Via: Wired.it

 

Il risveglio dei giganti: la connessione fra terremoti e cambiamenti climatici

terremoti

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Il risveglio dei giganti: la connessione fra terremoti e cambiamenti climatici

La Terra è formata da quattro sfere in equilibrio tra loro: atmosfera, idrosfera, biosfera e litosfera. Qual’è la relazione tra terremoti e cambiamenti climatici?

I cambiamenti climatici esistono solo in atmosfera? Ci siamo mai chiesti se ad esempio esiste una relazione tra terremoti e cambiamenti climatici? Oppure poiché è nell’atmosfera che si accumula la CO2 gli effetti sono circoscritti in quella zona terrestre? In molti sono convinti che gli effetti dei cambiamenti climatici siano limitati all’atmosfera, ma si sbagliano. Gli effetti dei cambiamenti climatici possono avere ripercussioni sull’intero sistema terra. L’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è in grado di condizionare tutte le sfere di cui è composto il nostro pianeta:  atmosfera, idrosfera (e criosfera), biosfera e litosfera. Gli scienziati considerano da tempo la Terra come un unico grande ecosistema e sanno perfettamente che ogni piccola variazione in una delle sfere principali finisce per influenzare anche le altre. È per questo che esiste una connessione ben precisa fra terremoti e cambiamenti climatici, una interazione importante, conosciuta e studiata dagli scienziati rientrante nella disciplina scientifica denominata “Scienze della terra”. Una materia che cerca di studiare e capire il funzionamento del nostro pianeta considerandolo un unico insieme.

Terremoti e cambiamenti climatici, qual è il nesso?

Le quattro sfere principali sono in perfetto equilibrio tra loro, la modifica di una delle sfere è in grado di influenzare le altre. Sappiamo ad esempio che se aumentiamo la concentrazione di carbonio in atmosfera, aumenta la temperatura. L’aumento di temperatura influisce lo biosfera, modifica le zone di vegetazione ed è in grado di alterare i raccolti. Secondo un recente studio l’aumento di temperatura influisce sui processi fisiologici delle piante, riduce la capacità fotosintetica e di conseguenza la capacità di assorbire CO2.

Inoltre l’aumento delle temperature, favorisce lo scioglimento dei ghiacci e dei ghiacciai, diminuendo lo strato di ghiaccio noto con il nome di criosfera. Lo scioglimento dei ghiacci a sua volta influenza l’idrosfera favorendo non solo l’innalzamento dei livelli dei mari, ma modificando i modelli metereologici delle piogge, causando siccità oppure inondazioni. E la litosfera? Cosa lega l’aumento del carbonio in atmosfera con terremoti e cambiamenti climatici?

Greenland ice sheet, un foglio di ghiaccio di 2,8 milioni di km cubici

Durante l’ultima era glaciale, quando la terra è stata trasformata da una palla di ghiaccio a qualcosa di molto simile ad oggi (climaticamente parlando), lo scioglimento della spessore di ghiaccio che copriva la zona scandinava ha causato una serie devastanti di terremoti. Tutti fenomeni riconducibili ad un effetto molto semplice chiamato “rimbalzo isostatico” o “isostasia”. Quando la crosta terrestre è schiacciata da uno spessore di ghiaccio è spinta violentemente verso il basso, fino ad arrivare anche sotto il livello del mare; nel momento in cui il ghiaccio sovrastante si scioglie la crosta, alleggerita, ritorna su. Questo processo, che può durare anche migliaia di anni, comporta uno sprigionamento enorme di energia in grado di generare violenti terremoti. È come se saltasse un tappo da una bottiglia di champagne; tutta l’energia rimasta imprigionata per migliaia di anni, esplode in tutta la sua violenza.

Questo fenomeno, che colpì la zona scandinava tra 20mila e 10mila anni fa, ha causato una serie di terremoti di magnitudo 8 (e più) della scala Richter che hanno provocato tsunami con onde alte 30 metri e frane sottomarine che hanno avuto ripercussioni in tutta la zona nord atlantica. Come se non bastasse lo scioglimento dei ghiacci ha aumentato di trenta, quaranta volte l’attività vulcanica, con tempeste sino ad allora mai viste. Una sequenza devastante che ha pesantemente rimodellato la geografia di tutta la zona.

Immaginate ora cosa potrebbe accadere se lo strato di ghiaccio che copre attualmente la Groenlandia dovesse sciogliersi. Gli effetti potrebbero essere altrettanto devastanti considerando anche il numero di vulcani dormienti presenti sotto Vatnajökull, la più grande calotta di ghiaccio islandese. Grazie alla recente eruzione del vulcano Eyjafjallajökull (nel 2010) siamo perfettamente consapevoli dei disagi che un vulcano islandese può causare al resto del mondo.

Cosa ci aspetta in futuro? La preoccupazione degli scienziati

Adesso è più chiaro cosa lega terremoti e cambiamenti climatici, un fenomeno che inizia principalmente in atmosfera ma, come abbiamo visto, impatta negativamente su biosfera, idrosfera e litosfera, le componenti dell’ecosistema terrestre. Un equilibrio fragile che desta non poche preoccupazioni tra gli scienziati di tutto il mondo sia per il numero di vulcani potenzialmente coinvolti e sia per la velocità con cui si stanno sciogliendo i ghiacci. È molto probabile che se queste condizioni non vengano in qualche modo rese reversibili, presto potranno verificarsi attività vulcaniche importanti.

 

fonte: http://www.green.it/risveglio-dei-giganti-la-connessione-fra-terremoti-cambiamenti-climatici/

 

Morire di carne – L’economista Jeremy Rifkin accusa: per i nostri hamburger 2 miliardi di poveri alla fame, il consumo di carne sta uccidendo la Terra!

carne

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Morire di carne – L’economista Jeremy Rifkin accusa: per i nostri hamburger 2 miliardi di poveri alla fame, il consumo di carne sta uccidendo la Terra!

 

Secondo l’economista Jeremy Rifkin, uno dei più famosi teorici no-global, il consumo di carne è direttamente responsabile del rischio-fame per due miliardi di persone: il “racket dell’hamburger” assorbe il 36% della produzione mondiale di grano, destinato a mangimi. «Centinaia di milioni di persone nel mondo lottano ogni giorno contro la fame perché gran parte del terreno arabile viene oggi utilizzato per la coltivazione di cereali ad uso zootecnico piuttosto che per cereali destinati all’alimentazione umana», scrive Maurizio Sabbadini. «I ricchi del pianeta consumano carne bovina e suina, pollame e altri di tipi di bestiame, tutti nutriti con foraggio, mentre i poveri muoiono di fame». Europa, Nord America e Giappone stanno letteralmente divorando il patrimonio alimentare dell’intero pianeta. Oggi, oltre il 70% per cento del grano prodotto negli Usa è destinato all’allevamento del bestiame, in gran parte bovino. «Sfortunatamente, di tutti gli animali domestici, i bovini sono fra i convertitori di alimenti meno efficienti: sperperano energia e sono da molti considerati “le Cadillac delle fattorie”». Per far ingrassare di mezzo chilo un manzo, occorrono oltre 4 chili di foraggio, di cui oltre 2 chili e mezzo sono cereali e sottoprodotti di mangimi, e il restante chilo e mezzo è paglia tritata. «Questo significa che solo l’11% del foraggio assunto dal manzo diventa effettivamente parte del suo corpo».

Attualmente, negli Stati Uniti, 157 milioni di tonnellate di cereali, legumi e proteine vegetali potenzialmente utilizzabili dall’uomo sono destinate alla zootecnia: è una produzione di 28 milioni di tonnellate di proteine animali che l’americano medio consuma in un anno, riassume Sabbadini su “Disinformazione.it”. «In tutto il mondo la domanda di cereali per la zootecnia continua a crescere perché le multinazionali cercano di capitalizzare sulla richiesta di carne proveniente dai paesi ricchi». Fra il 1950 e il 1985, gli anni boom dell’agricoltura, negli Stati Uniti e in Europa, due terzi dell’aumento di produzione di grano sono stati destinati alla fornitura di cereali d’allevamento, per lo più bovino. «E’ stata la decisione più iniqua della storia quella di usare la terra per creare una catena alimentare artificiale che ha portato alla miseria centinaia di milioni di esseri umani nel mondo», sostiene Sabbadini. «È importante tenere a mente che un acro di terra coltivato a cereali produce proteine in misura cinque volte maggiore rispetto ad un acro di terra destinato all’allevamento di carni; i legumi e le verdure possono produrne rispettivamente 10 e 15 volte tanto». Le grandi multinazionali producono semi e prodotti chimici per l’agricoltura, allevano bestiame e controllano mattatoi, canali di marketing e distribuzione della carne: «Hanno tutto l’interesse di pubblicizzare i vantaggi del bestiame allevato a cereali».

Purtroppo, la carne fa ancora tendenza: «La pubblicità e le campagne di vendita destinate ai paesi in via di sviluppo equiparano e associano all’allevamento di bovini nutriti a foraggio il prestigio di quel dato paese. Salire la “scala delle proteine” è diventato un simbolo di successo che assicura l’entrata in un club elitario di produttori che sono in cima alla catena alimentare mondiale». Il periodico americano “Farm Journal” riflette con queste parole i pregiudizi della comunità agro-industriale: «Incrementare e diversificare le forniture di carne sembra essere il primo passo di ogni paese in via di sviluppo». Iniziano tutti con l’allevamento di polli e con l’installazione di attrezzature per la produzione delle uova: è il modo più veloce ed economico che permette di produrre proteine non vegetali. «Poi, quando le loro economie lo permettono, salgono “la scala delle proteine” e spostano la loro produzione verso carne suina, latte, latticini, manzo nutrito al pascolo. Per poi arrivare, in alcuni casi, al manzo allevato con grano raffinato». Ma incoraggiare altri paesi a salire la “scala delle proteine”, avverte Sabbadini, promuove solo gli interessi degli agricoltori occidentali (americani soprattutto) e delle società agro-industriali.

Molti paesi in via di sviluppo hanno iniziato a salire la “scala delle proteine” all’apice del boom agricolo, con molto grano in eccesso. Nel 1971 la Fao suggerì di passare al grano grezzo, che poteva essere consumato più facilmente dal bestiame. Il governo americano, prosegue “Disinformazione.it”, incoraggiò ulteriormente i suoi programmi di aiuti all’estero, collegando gli aiuti alimentari allo sviluppo sul mercato dei cereali foraggieri. «Società come la Ralston Purina e la Cargill hanno ricevuto finanziamenti governativi a basso tasso di interesse per la gestione di aziende avicole e l’uso di cereali foraggeri nei paesi in via di sviluppo, iniziando queste nazioni al viaggio che le avrebbe condotte verso la scala delle proteine. Molte nazioni hanno seguito il consiglio della Fao e si sono sforzate di rimanere in cima a questa scala». Risultato: «Negli ultimi 50 anni la produzione mondiale di carne si è quintuplicata». E il passaggio dal cibo al mangime «continua velocemente in molti paesi in modo irreversibile, nonostante il crescente numero di persone che muoiono di fame». Un caso emblematico? La crisiin Etiopia nel 1984, con migliaia di vittime denutrite. «L’opinione pubblica non era al corrente del fatto che in quel momento l’Etiopia stesse utilizzando parte dei suoi terreni agricoli per la produzione di panelli di lino, di semi di cotone e semi di ravizzone da esportare nel Regno Unito e in altri paesi europei come cereali foraggieri destinati alla zootecnia».

Le statistiche sono sconcertanti: l’80% dei bambini che nel mondo soffrono la fame vive in paesi che di fatto generano un surplus alimentare prodotto sotto forma di mangime animale, di conseguenza utilizzato solo da consumatori benestanti. La corsa alla carne sta travolgendo i paesi in fase di sviluppo come la Cina, dove la quota di grano destinato alla zootecnia è triplicata. Nel solo Messico, dal 1960 ad oggi, la percentuale di grano da allevamento è cresciuta dal 5 al 45% per cento, mentre in Egitto è passata dal 3 al 31% e in Thailandia dall’uno al 30%. Ironia della sorte: «Milioni di ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di malattie legate all’abbondanza di cibo (attacchi di cuore, infarti, cancro, diabete – malattie provocate da un’eccessiva e sregolata assunzione di grassi animali), mentre i poveri del Terzo Mondo muoiono di malattie poiché viene loro negato l’accesso alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati all’uomo». Le statistiche parlano chiaro, sottolinea Sabbadini: sarebbero 300.000 gli americani che ogni anno muoiono prematuramente a causa di problemi di sovrappeso, ed è un numero destinato ad aumentare. «Secondo gli esperti, nel giro di qualche anno, se continuano le attuali tendenze, sempre più americani moriranno prematuramente più per cause di obesità che per il fumo delle sigarette».

Attualmente è sovrappeso il 61% degli americani, insieme a oltre la metà degli europei. La colpa, accusa l’Oms, è dell’hamburger. Gli obesi nel mondo sono il 18%, più o meno quanto gli individui denutriti. «Mentre i consumatori dei paesi ricchi letteralmente fagocitano se stessi fino alla morte, seguendo regimi alimentari carichi di grassi animali, nel resto del mondo circa 20 milioni di persone l’anno muoiono di fame e di malattie collegate». Secondo le stime, la fame cronica contribuisce al 60% delle morti infantili. Ma i consumatori di carne non sanno, né vogliono sapere. «I consumatori di carne dei paesi più ricchi – scrive Sabbadini – sono così lontani dal lato oscuro del circuito grano-carne che non sanno, né gli interessa sapere, in che modo le loro abitudini alimentari influiscano sulle vite di altri esseri umani e sulle scelte politiche di intere nazioni». Obiettivamente: «Chi mangia carne consuma le risorse della terra quattro volte di più di chi non lo fa». Ogni volta che si mangia una bistecca, aggiunge il blogger, «bisognerebbe essere consapevoli dei liquami che filtrano nelle falde acquifere, delle foreste disboscate, del deserto conseguente, dell’anidride carbonica e del metano che intrappolano il globo in una cappa calda. Ogni bistecca equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a 75 chili di gas responsabili dell’effetto serra».

Bisognerebbe essere consapevoli anche delle tonnellate di grano e soia usate per dar da mangiare alla fonte delle bistecche, non dimenticandosi «degli 840 milioni di persone che nel mondo hanno fame e dei 9 milioni che ne hanno tanta da morirne». Mangiare meno carne, o magari non mangiarne più? «Una scelta sociale, solidale con chi ha fame e con il futuro del pianeta». E non è tutto: «Ogni volta che addentiamo un hamburger si perdono venti o trenta specie vegetali, una dozzina di specie di uccelli, mammiferi e rettili. Dal 1960 a oggi, oltre un quarto delle foreste del Centro America è stato abbattuto per far posto a pascoli; in Costa Rica i latifondisti hanno abbattuto l’80% della foresta tropicale e in Brasile c’è voluto l’omicidio di Chico Mendes, il raccoglitore di gomma assassinato dagli allevatori per una disputa sull’uso della foresta pluviale, per accorgersi dell’esistenza di una “bovino connection”». E ancora: «In Amazzonia la foresta pluviale è stata divorata da 15 milioni di ettari di pascolo, eppure è in questo habitat che dimora il 50% delle specie viventi e da qui deriva un quarto di tutti i farmaci che usiamo». Dove prima c’erano migliaia di varietà viventi ora ci sono solo mandrie.

«Vacche ovunque», scrive Rifkin nel suo “Ecocidio”: «Attualmente il nostro pianeta è popolato da ben oltre un miliardo di bovini. Quest’immensa mandria occupa, direttamente o indirettamente, il 24% della superficie terrestre e consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone». Per farvi posto occorre terreno da pascolo. E deforestazione per creare pascoli significa desertificazione: dopo tre o quattro, il suolo calpestato e divorato da milioni di bovini (ogni capo libero ingurgita 400 chili di vegetazione al mese) finisce esposto a sole, piogge e vento, quindi diventa sterile. E i ruminanti si devono spostare dissacrando altri ettari di foresta. «Ci vorranno da 200 a mille anni perché quei terreno ritorni fertile». E che dire dell’acqua? «Quasi la metà dell’acqua dolce consumata negli States è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame: è stato calcolato che un chilo di manzo si beve 3.200 litri d’acqua». Risultato: le falde acquifere del Midwest e delle Grandi Pianure statunitensi si stanno esaurendo. Non solo: l’allevamento richiede ingenti quantità di sostanze chimiche tra fertilizzanti, diserbanti, ormoni, antibiotici: «Tutti prodotti dalle stesse, poche multinazionali che detengono il monopolio dei semi usati per coltivare cereali e legumi destinati ad alimentare il bestiame», fa notare Enrico Moriconi, veterinario e ambientalista, nelle pagine del suo “Le fabbriche degli animali” (Edizioni Cosmopolis).

«Ogni anno in Europa gli animali da allevamento consumano 5.000 tonnellate di antibiotici, di cui 1.500 per favorirne la crescita, e tutti vanno a finire nelle falde acquifere», incalza Marinella Correggia, attivista della Global Hunger Alliance e autrice di “Addio alle carni” (Lav). Roberto Marchesini, docente di bioetica e zoo-antropologia, autore di “Post-human” (Bollati Boringhieri) svela che nel bacino del Po, ogni anno, «vengono riversate 190.000 tonnellate di deiezioni animali: contengono metalli pesanti, antibiotici e ormoni». Con quali conseguenze? Per esempio, le alghe abnormi nell’Adriatico. Marchesini parla di «fecalizzazione ambientale». E Rifkin ci illumina sulla portata del problema: un allevamento medio produce 200 tonnellate di sterco al giorno. «C’è dell’altro: i bovini sono responsabili dell’effetto serra tanto quanto il traffico veicolare del mondo intero a causa dell’uso di petrolio (22 grammi per produrre un chilo di farina contro 193 per uno di carne), delle emissioni di metano dovute ai processi digestivi (60 milioni di tonnellate ogni anno) e dell’anidride carbonica scatenata dal disboscamento».

E’ la stessa Fao a fornire un elenco agghiacciante dei problemi causati dagli allevamenti intensivi: riduzione della bio-diversità, erosione del terreno, effetto serra, contaminazione delle acque e dei terreni, piogge acide a causa delle emissioni di ammoniaca. E tutto questo per cosa? Per quelle che Frances Moore Lappé, autrice di “Diet for a small planet”, definisce «fabbriche di proteine alla rovescia». Occorre un chilo di proteine vegetali per avere 60 grammi di proteine animali. «Per produrre una bistecca che fornisce 500 calorie», spiegano gli autori di “Assalto al pianeta” (Bollati Boringhieri), «il manzo deve ricavare 5.000 calorie, il che vuoi dire mangiare una quantità d’erba che ne contenga 50.000». Attenzione: «Solo un centesimo di quest’energia arriva al nostro organismo: il 99% viene dissipata, usata per il processo di conversione e per il mantenimento delle funzioni vitali, espulsa o assorbita da parti che non si mangiano, come ossa o peli». Il bestiame? E’ una fonte di alimentazione altamente idrovora ed energivora, una massa bovina che ingurgita tonnellate di acqua ed energia. E lo fa per nutrire solo il 20% della popolazione globale del pianeta: quel 20% che sfrutta l’80% delle risorse mondiali, per non rinunciare alla sua bistecca quotidiana. «Nel mondo c’è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’ingordigia di alcuni», diceva Gandhi.

Ingordigia che ha raggiunto livelli esorbitanti: dal dopoguerra a oggi, in Europa, siamo passati da circa 7-15 chili di consumo pro capite all’anno a 85-90 (110-120 negli States), riferisce Marchesini. Secondo Moore Lappé, le tonnellate di cereali e soia che nutrono gli animali da carne basterebbero per dare una ciotola di cibo al giorno a tutti gli esseri umani per un anno. E la Fao conferma: una dieta vegetariana mondiale potrebbe dar da mangiare a 6,2 miliardi di persone, mentre un’alimentazione che limiti la carne al 25% può sfamarne solo 3,2 miliardi. La spiacevole sorpresa? La domanda di carne sta crescendo. «Paesi come la Cina stanno abbandonando riso e soia a favore di abitudini occidentali», scrive Sabbadini: «Stiamo esportando il nostro modello alimentare (e che modello!)». Secondo l’Ifpri, entro il 2020 la domanda di carne nei paesi in via di sviluppo aumenterà del 40%: questo significherà oltre 300 milioni di tonnellate di bistecche. E raddoppierà, sempre nei paesi in via di sviluppo, la domanda di cereali zootecnici: fino a raggiungere 445 milioni di tonnellate di carne. «Richieste incompatibili con la salute del pianeta e con un equo sfruttamento delle risorse». Una slavina inarrestabile, globalizzata. Si chiama: rivoluzione zootecnica. «Significa spostare nel Sud del mondo la produzione di carne».

La Banca Mondiale sovvenziona, in Cina, l’industria dell’allevamento e della macellazione. «Ma sbaglia: suolo e acqua non bastano per sfamare il mondo a suon di bistecche e hamburger», scrive “Disinformazione.it”. «Con un terzo della produzione di cereali destinata agli animali e la popolazione mondiale in crescita deI 20% ogni dieci anni», prevede Rifkin, «si sta preparando una crisi alimentare planetaria». Rincara la dose Correggia: «E’ stato calcolato che l’impronta ecologica di una persona che mangia carne, cioè suo il consumo di risorse, di 4.000 metri quadrati di terreno, contro i mille sufficienti a un vegetariano». Allo stato attuale, «la disponibilità di terra coltivabile per ogni abitante della terra è di 2.700 metri quadrati». Ancora: un ettaro di terra a cereali per il bestiame dà 66 chili di proteine, che diventano 1.848 (28 volte di più!) se lo stesso terreno viene coltivato a soia. Ancora Rifkin: «Ogni chilo di carne è prodotto a spese di una foresta bruciata, di un territorio eroso, di un campo isterilito, di un fiume disseccato, di milioni di tonnellate dì anidride carbonica e metano rilasciate nell’atmosfera».

La nuova dimensione del male, ragiona Sabbadini, è intimamente connessa con il complesso bovino moderno, che ha acquisito i caratteri di un male occulto, inflitto a distanza: è un male camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici e istituzionali. «Un male cosi lontano, nel tempo e nel luogo, da chi lo commette e da chi lo subisce, da non lasciar sospettare o avvertire alcuna relazione causale». E’ un male che non può essere avvertito, data la sua natura impersonale. «E’ probabile che i proprietari dei negozi in cui si vende carne di bovini nutriti a cereali non avvertano mai, personalmente, la disperazione delle vittime della povertà, di quei milioni di famiglie allontanate dalla propria terra per fare spazio a coltivazioni di prodotti destinati esclusivamente all’esportazione. E che i ragazzi che divorano cheeseburger in un fast-food non siano consapevoli di quanta superficie di foresta pluviale sia stata abbattuta e bruciata per mettere a loro disposizione quel pasto». Il consumatore che acquista una bistecca al supermercato non si sente responsabile dell’immensità del dolore che il suo gesto provoca. «Abbiamo appiattito la ricchezza organica dell’esistenza, trasformando il mondo che ci circonda in astratte equazioni algebriche, statistiche e standard di performance economica».

Il male occulto? Viene perpetuato da istituzioni e individui: il mercato, la globalizzazione del profitto. In un mondo di questo genere, conclude Sabbadini, ci sono ben poche occasioni per essere in sintonia con l’ambiente e proteggere i diritti delle future generazioni. «L’effetto sull’uomo e sull’ambiente del modo moderno di pensare e di strutturare le relazioni è stato quasi catastrofico: ha indebolito gli ecosistemi e minato alla base la stabilità e la sostenibilità delle comunità umane. La grande sfida che dobbiamo affrontare è rappresentata dal lato oscuro della moderna visione del mondo: dobbiamo reagire al male occulto che sta trasformando la natura e la vita in risorse economiche che possono essere mediate, manipolate e ricostruite tecnologicamente, per adeguarle ai ristretti obiettivi dell’utilitarismo e dell’efficienza economica». Primo passo necessario: «Diventare consapevoli dei meccanismi di sfruttamento del pianeta di cui siamo complici». Il secondo passo «non è fare la rivoluzione, e non è neanche aderire a questa o quest’altra organizzazione alternativa (per quanto possa essere positivo), ma è far seguire conseguenti e coerenti azioni personali in armonia con una vita etica e rispettosa dell’ambiente e del prossimo. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo iniziare da noi stessi».

 

Fonte: http://www.libreidee.org/2017/12/morire-di-carne-stiamo-letteralmente-suicidando-la-terra/

 

Lo Scienziato Michio Kaku: “Qualcosa sta succedendo alla Terra, dobbiamo prepararci al peggio”

Michio Kaku

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Lo Scienziato Michio Kaku: “Qualcosa sta succedendo alla Terra, dobbiamo prepararci al peggio”

Il Dr. Michio Kaku è uno scienziato americano più famoso del mondo, è uno dei pochi scienziati seri che non hanno paura di dire la verità. Nella lista dei più citati nel mondo degli autori accademici, il Dr. Kaku è classificato al 22 ° posto.

Nel prossimo numero del Journal of National Geographic Society, il nuovo articolo di Kaku sarà pubblicato e parlerà di un qualcosa di grosso che sta per accadere. “Attenzione a noi tutti, esseri umani sul pianeta Terra”.

Ecco alcuni estratti da questo articolo:

Michio Kaku: “Ora, ogni giorno che passa, impariamo delle notizie circa i grossi cambiamenti meteo, anomalie naturali e cataclismi violenti. Vi è un aumento dei terremoti nelle regioni in cui non vi erano stati prodotti per secoli. Neve e raffreddamento anomalo in estate nei paesi in cui questo non dovrebbe accadere. Uragani estremi, tempeste e trombe d’aria in luoghi mai visti prima.

Ogni giorno che passa in questo,  vengono registrati i record meteorologici e anomalie del clima. Anche le crisi climatiche catastrofiche negli Stati Uniti quest’anno.Pochi giorni fa, il 12 giugno, più di 30 tornado hanno colpito il Nebraska, Wyoming, South Dakota e Colorado. E poi la grandine che è caduta aveva le dimensioni di una palla da tennis. La gente è spaventata. La gente non può capire cosa sta succedendo.

Ma hanno bisogno di abituarsi a questi eventi che saranno sempre maggiori. Noi tutti dobbiamo abituarci.”

“un chiaro segno infausto che l’approccio di una catastrofe globale sta aumentando ad un ritmo allarmante”

Sebbene le condizioni meteorologiche estreme sono sempre stati parte dei cicli climatici della terra, ora possiamo vedere e dire senza mezzi termini che esiste una anomalia in questi cicli che portano ad una maggiore forza e intensità, oltre alla maggior frequenza di tali catastrofi climatiche. Questo è un chiaro segno infausto che l’approccio di una catastrofe globale sta aumentando ad un ritmo allarmante“.

Il recente rapporto creato dal gruppo internazionale di ricercatori ha presentato in occasione della conferenza di Londra, un documento in cui viene dimostrato che è possibile parlare di catastrofici cambiamenti globali che si verificano sulla Terra. Questo vale per l’attività sismica e il clima. E questi cambiamenti veloci sono i peggiori per noi esseri umani“.

Forse la Terra è influenzata da qualcosa che viene dallo spazio esterno?

Non so cosa sta succedendo ora – dichiara Kaku-  forse la Terra sperimenta l’influenza di qualcosa dallo spazio esterno. O qualcosa che ha avuto inizio nella Terra stessa. O semplicemente il nostro pianeta è stanco di tutto ciò che facciamo ad esso. Nessuno degli scienziati al mondo sa cosa sta succedendo.”

Possiamo solo osservare, analizzare e creare un modello che può portare ad un dato teorico approssimativo, ma i cambiamenti in atto sono veloci e possiedono una azione violenta. Non so cosa succede alla Terra, ma tutti dobbiamo prepararci al peggio “- Dr. Michio Kaku.

Fonte: Segnidalcielo

Zucchero amaro – Ecco le aziende alimentari che strappano agli agricoltori TERRA e DIGNITÀ…!

 

 

Zucchero

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Zucchero amaro – Ecco le aziende alimentari che strappano agli agricoltori TERRA e DIGNITÀ…!

Zucchero amaro. Così amaro che sa del sangue delle popolazioni sfruttate. Ecco come l’industria alimentare strappa agli agricoltori cibo e dignità

Zucchero amaro. Solo così può essere definita una coltivazione che affama il mondo. Secondo il rapporto pubblicato da Oxfam, le compravendite di terreni per la produzione di zucchero da usare nell’industria alimentare sono alla base del Land Grabbing. La tecnica che strappa ai piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo terra, cibo e dignità.

Cos’è il Land Grabbing

In un nostro precedente articolo abbiamo spiegato come a questo fenomeno (letteralmente rapina alla terra) sia collegato l’acquisto di terreni destinati all’agricoltura. Il tutto viene fatto con modalità che spesso violano i diritti dei cittadini delle nazioni più povere.

Oggi, grazie al dossier dell’Ong Oxfam, “Zucchero amaro. Quali diritti sulla terra nelle filiere di produzione delle multinazionali del cibo?” possiamo comprendere ancor meglio cosa si nasconde dietro a grandi aziende come Coca Cola, Pepsinella loro corsa ad accaparrarsi le materie prime dei Paesi in via di sviluppo.

Zucchero amaro: il dossier di Oxfam

A partire dal 2000, si legge nel dossier, almeno 4 milioni di ettari sono stati acquistati per la produzione di zucchero. Circa 100 compravendite di terra su larga scala che, in alcuni casi, hanno comportato violazioni dei diritti umani. Non solo, hanno causato la perdita dei mezzi di sostentamento. Hanno portato all’alienazione delle persone dai legami spirituali e culturali verso la propria terra. Talvolta arrivando anche alla violenza e alla distruzione di proprietà e coltivazioni.

Secondo il dossier, i cinque paesi con il maggior numero di compravendite sono il Sud Sudan, la Papua Nuova Guinea, l’Indonesia, la Repubblica Democratica del Congo e il Mozambico.

In particolare, il rapporto di Oxfam si concentra sullo zucchero amaro, inteso sotto due aspetti. Come coltura intensiva e come ingrediente chiave dell’industria alimentare.

Un business del valore di 47 miliardi di dollari

Il 51% di tutto lo zucchero prodotto viene trasformato in alimenti come bibite, dolciumi, prodotti da forno e gelati. Lo zucchero occupa 31 milioni di ettari di terreno a livello globale, un’area grande quanto l’Italia”. Si legge nel rapporto.

Numeri importanti, che portano a un business globale del valore di 47 miliardi di dollari.

Sfratti ed espropri eseguiti senza il consenso, e ovviamente senza neppure il risarcimento, delle comunità locali.

È necessario che le maggiori aziende del settore alimentare si dotino di politiche sufficientemente forti per contrastare l’accaparramento di terre e i conflitti che si manifestano nelle loro filiere produttive”. Queste le parole di Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia.

La campagna per combattere lo sfruttamento

Proprio per questo, Oxfam ha dato il via alla campagna “Scopri il marchio. Il progetto, nato proprio quest’anno, “monitora le dieci più grandi multinazionali del cibo, prendendo in esame le loro politiche e gli impegni in favore di un sistema alimentare più equo. Le “10 Grandi Sorelle” sono: Associated British Foods (ABF), Coca-Cola, Danone, General Mills, Kellogg, Mars, Mondelez International, Nestlé, PepsiCo e Unilever. Tutte insieme generano entrate superiori a 1,1 miliardi di dollari al giorno”.

L’obiettivo è quello di costringere questi marchi di assicurare che i loro prodotti siano “puliti”. Cioè, non contengano zucchero coltivato su terre estorte violando i diritti delle popolazioni locali più vulnerabili.

Tra le aziende citate, fino adesso, nella classifica “Scopri il marchio” di Oxfam, Coca Cola, PepsiCo e ABF hanno ottenuto un punteggio basso o molto basso in tema di politiche sulla terra.

Oxfam chiede proprio a questi tre giganti di azzerare il land grabbing lungo le filiere di produzione. Le aziende devono inoltre rivelare, in modo trasparente, i Paesi e i produttori dai quali si riforniscono di materie prime. Non solo, devono impegnarsi a pubblicare valutazioni sulle conseguenze che la produzione dello zucchero ha sulle comunità locali. E, infine, usare il proprio potere per spingere i governi e, più in generale, l’industria alimentare a rispettare i diritti sulla terra.

fonte: https://www.ambientebio.it/aziende/lo-zucchero-amaro-che-ruba-la-terra-e-affama-il-mondo/

Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

multinazionali

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Coca Cola, Pepsi e Danone: le multinazionali stanno consumando tutta l’acqua del Messico

Coca Cola, Pepsi e Danone stanno prosciugando il Messico. Le multinazionali, infatti, godono di speciali concessioni per lo sfruttamento delle falde acquifere, ma non sono adeguatamente controllate, e oltretutto pagano delle tasse irrisorie per questo, nonostante detengano l’82 per cento del mercato in termini di vendite totali. Un disastro ambientale, oltre che umano.

Questa la denuncia di Léo Heller, Relatore Speciale sul diritto umano all’acqua potabile e all’igiene dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che ha presentato un rapporto al quale hanno collaborato 101 organizzazioni umanitarie. Come riportano i media locali, il rapporto presentato da Heller dipinge una situazione gravissima e destinata a peggiorare, che sta impoverendo il Messico di acqua e di risorse.

Solo per citare un esempio, la Coca Cola paga 2 mila e 600 pesos per ciascuna delle 46 concessioni per il prelievo delle acque sotterranee all’anno (un totale, dunque, che non arriva a 120 mila pesos), ma solo nel 2007 ha ottenuto guadagni per 32 miliardi e 500 milioni di pesos. Anche senza conoscere il cambio e il potere di acquisto, il confronto appare piuttosto inquietante.

Heller ha poi spiegato che nel corso del 2014 l’industria mineraria ha sfruttato 437 milioni di metri cubi di acqua, sufficienti a soddisfare le esigenze dello stesso periodo di tutta la popolazione degli stati messicani Baja California, Colima, Campeche e Nayarit. Un prosciugamento senza precedenti, che calpesta tutti i diritti umani all’acqua potabile.

E questa è solo una punta di un iceberg triste e molto pericoloso: le società di estrazione mineraria godono di privilegi fiscali incomparabili che hanno dato loro la possibilità di mettere a disposizione le risorse naturali della Nazione a beneficio di pochissimi.

Le recenti riforme hanno conferito al settore minerario ed energetico carattere di pubblica utilità, rendendo l’esplorazione e l’estrazione di risorse di interesse per la Nazione e l’ordine pubblico, privilegiando queste attività rispetto a qualsiasi altra.

fonte: https://www.greenme.it/consumare/acqua/23970-multinazionali-acqua-messico

Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la Terra

agricoltura industriale

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la Terra

I terreni trattati con prodotti chimici, sfiancati dallo sfruttamento intensivo e dall’agricoltura industriale causano un impoverimento del cibo che quindi non fornisce agli esseri umani i nutrienti di cui ha bisogno. E’ la conclusione cui sono giunti numerosi studi di cui si parla anche nel libro appena uscito di Courtney White, “Grass, soil, hope”. Ma la soluzione c’è.

E’ ancora vero che una mela al giorno toglie il medico di torno? Non più, stando a quanto sostengono gli esperti, a meno che quella mela non arrivi da terreni organici e da alberi coltivati con metodi biologici.

Secondo l’esperta australiana Christine Jones, intervistata nel libro appena uscito di Courtney White, Grass, Soil, Hope, le mele hanno perduto l’80% del loro contenuto di vitamina C.

E le arance che si mangiavano per tenere lontano il raffreddore? E’ possibile che di vitamina C non contengano più nemmeno le tracce. Uno studio http://www.scientificamerican.com/article/soil-depletion-and-nutrition-loss/ che ha analizzato il contenuto dei vegetali dal 1930 al 1980 ha scoperto che i livelli di ferro sono diminuiti del 22% e il calcio del 19%. In Inghilterra tra il 1940 e il 1990 il contenuto di rame nei vegetali è calato del 76% e il calcio del 46%. Il contenuto di minerali nella carne è, anch’esso, significativamente diminuito. Gli alimenti vanno a costituire i mattoni del nostro corpo e sostengono la nostra salute, ma terreni impoveriti forniscono alimenti impoveriti e alimenti di scarsa qualità nutritiva portano a un decadimento della salute. Anche la nostra salute mentale è legata ai terreni ed è garantita se i terreni sono ricchi di microbi.

Cosa è accaduto al terreno? Ha subìto gli attacchi della moderna agricoltura industriale con le sue monocolture, i fertilizzanti, i pesticid e gli insetticidi.

«Il termine biodiversità evoca una ricca varietà di piante in equilibrio con tante varietà di animali, insetti e vita selvatica, tutti che coesistono in un ambiente in equilibrio – spiegano Hannah Bewsey e Katherine Paul dell’Organic Consumers Association – Ma c’è anche un intero mondo di biodiversità che vive al di sotto della superficie terrestre ed è essenziale per far crescere alimenti ricchi di nutrienti. Il suolo terrestre è una miscela dinamica di particelle rocciose, acqua, gas e microrganismi. Una tazza di terra contiene più microrganismi di quante persone ci siano sul pianeta. Questi microbi vanno a costituire il “tessuto alimentare del suolo”, una catena complessa che inizia con I residui organici di piante e animali e che coinvolge batteri, funghi, nematodi e vermi; decompongono la materia organica, stabilizzano il suolo e aiutano la conversione dei nutrienti da una forma chimica ad un’altra. La ricchezza nella diversità dei microbi in un terreno ha effetti su molte proprietà, come l’umidità, la struttura, la densità e la composizione nutritiva. Quando i microbi vanno perduti, si riducono anche le proprietà del suolo che permettono di stabilizzare le piante, di convertire le sostanze nutritive e di svolgere tutte le altre funzioni vitali.  Il contenuto di microbi del suolo, cioè la sua biodiversità, è praticamente sinonimo di salute e fertilità. Come scrive Daphne Millier, medico, scrittrice e docente, “i terreni che contano su un’ampia biodiversità sono più predisposti a produrre cibi ad alta densità nutritiva”. Purtroppo l’azione umana ha avuto un impatto assai negativo sulla salute dei suoli; siamo infatti responsabili della degradazione di oltre il 40% dei terreni agricoli nel mondo. Abbiamo destabilizzato l’ecosistema dei terreni attraverso un utilizzo diffuso di sostanze chimiche che distruggono praticamente tutto ad eccezione delle piante stesse (molte di queste sono state addirittura modificate geneticamente per resistere a erbicidi e pesticidi). Siamo arrivati ad avere grano, soia, alfa-alfa e altri cereali in apparenza salubri ma in verità carenti di sostanze nutritive a causa della pessima qualità del suolo su cui vengono coltivati. E usiamo sostanze chimiche di routine anche se si sa che appena lo 0,1% dei pesticidi in realtà interagisce con il target cui è destinato, tutto il resto contamina soltanto piante e suolo».

«L’azoto è uno dei tre nutrienti essenziali per il suolo – proseguono Bewsey e Paul – gli altri due sono potassio e fosforo. Ma perché l’azoto possa nutrire le piante, deve essere convertito da ammonio a nitrato. I microbi del terreno, sensibili al ciclo dell’azoto, fanno questa conversione alimentandosi di materia vegetale decomposta, digerendo l’azoto che vi è contenuto ed eliminando ioni di azoto. Cosa accade quando nel suolo non ci sono questi microbi? Gli agricoltori spesso ricorrono a fertilizzanti contenenti azoto, ma l’uso eccessivo porta ad averne una quantità eccessiva che va oltre la capacità di conversione dei microbi stessi, quindi troppo azoto uccide le piante. Stando ai dati della Union of Concerned Scientists, gli allevamenti con centinaia di animali stipati in piccoli spazi e alimentati con cereali anzichè foraggio è ubo dei fanni più grossi che l’uomo abbia inflitto al suolo poiché porta alle monocolture intensive su larga scala che richiedono moltissime sostanze chimiche. La perdita di biodiversità del suolo è anche correlata all’aumento di asma e allergie nelle società occidentali. Il sistema immunitario umano si sviluppa grazie agli stimoli ambientali cui è esposto; quando carne e vegetali mancano di determinati batteri e microbi, i bambini non riescono a formulare risposte immunitarie precoci e quindi possono sviluppare allergie. La soluzione sta nel convertire allevamenti e aziende agricole industriali in allevamenti con sistemi naturali e fattorie biologiche. Secondo uno studio danese è possibile raddoppiare la biodiversità del suolo sostituendo l’agricoltura biologica ai metodi agricoli convenzionali».

Ma perchè accontentarsi di contenere il danno? Esiste quella che viene chiamata agricoltura rigenerativa, strumento essenziale per far regredire i danni causati dalle pratiche industriali. E non c’è tempo da perdere. Bisogna andare i quella direzione prima che sia veramente troppo tardi.

fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/agricoltura_industriale