Per farvi riflettere su come hanno “colonizzato” il cibo che arriva sulle nostre tavole: il pomodoro “Datterino”, un’eccellenza Siciliana? Nei supermercati, anche siciliani, trovi quello africano o cinese ad oltre 4 euro al Kg. Ed a Pachino, la sua Patria, i contadini lo abbandonano nei campi per non regalarlo a 0,30-0,40 Euro al Kg…!

pomodoro

 

 

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Per farvi riflettere su come hanno “colonizzato” il cibo che arriva sulle nostre tavole: il pomodoro “Datterino”, un’eccellenza Siciliana? Nei supermercati, anche siciliani, trovi quello africano o cinese ad oltre 4 euro al Kg. Ed a Pachino, la sua Patria, i contadini lo abbandonano nei campi per non regalarlo a 0,30-0,40 Euro al Kg…!

Ancora un’accusa de I Nuovi Vespri:

In Sicilia il ‘Datterino’ cinese o africano a oltre 4 euro al Kg! Ecco come difenderci

Per riflettere su come hanno ‘colonizzato’ anche il cibo che arriva sulle nostre tavole vi invitiamo a riflettere sul pomodorino ‘Datterino’ senza indicazione di provenienza (in realtà africano o cinese) che nei grandi centri commerciali e nei supermercati siciliani si vende a oltre 4 euro al Kg. Facciamo il nostro piccolo ‘viaggio’: partiamo da Pachino e Porto Palo di Pachino, in provincia di Siracusa dove… 

Da una parte, nel territorio di Pachino e Porto Palo di Pachino, in provincia di Siracusa, ci sono i produttori del Datterino, il pomodorino di pezzatura un po’ più piccola del Ciliegino, che non trovano mercato: quando va bene vendono il proprio prodotto a 0,30-0,40 euro al Kg. Dall’altra parte ci sono i supermercati della Sicilia, dove il Datterino si vende in confezioni da 250 grammi. Costo: 1,09 euro. In pratica a 4,4 euro al Kg! E senza indicazione di provenienza.

Egregi lettori, ecco a voi un esempio di ‘colonizzazione’ economica della Sicilia. Ci sono i produttori di Datterino della Sicilia – soprattutto della provincia di Siracusa – che sono costretti a farsi derubare il proprio prodotto. E ci sono i consumatori siciliani, che acquistano un pomodoro Datterino che arriva da chissà dove (prodotto chissà come).

Vi raccontiamo come funziona il gioco. Ormai da anni il Datterino viene prodotto anche nel Nord Africa e in Cina. Se già i nostri agricoltori (ci riferiamo agli agricoltori siciliani), che sono molto bravi, debbono fare molta attenzione a che tipo di pesticidi utilizzare e a come utilizzarli (soprattutto nel Datterino di serra, prodotto fuori stagione), voi non potete minimamente immaginare che prodotti chimici utilizzano in Nord Africa e in Asia per produrre il Datterino!

Ma tanto: chi è che controlla la salubrità delle derrate alimentari che arrivano in Italia? E’ sufficiente che arrivino, in prima battuta, in un porto dell’Unione Europea a zero controlli per poi poter circolare liberamente nel resto dell’Unione Europea. Olè!

Quindi in Italia controlli zero. Sapete quanto costa ai commercianti il Datterino Nord Africano, cinese o, in generale, asiatico? Molto, ma molto meno dei 30-40 centesimi di euro – che già è un prezzo stracciato! – pagato agli agricoltori di Pachino e di Porto Palo di Pachino.

Dopo di che il Datterino che arriva da mezzo mondo, acquistato a prezzi stracciati dai nostri bravi commercianti – Datterino del quale nessuno ha controllato la salubrità – viene sistemato in confezioni da mezzo Kg, o da 250 grammi (per fare ‘scena’ è meglio la confezione da 250 grammi, che rende più ‘prezioso’ il prodotto) e via alla vendita nei supermercati e nei grandi centri commerciali agli ignari consumatori che vanno sempre di fretta e non possono certo riflettere su queste cose…

Nella stragrande maggioranza dei casi il Datterino (ma anche il pomodorino Ciliegino di Pachino e il pomodorino Piccadilly) viene confezionato senza indicazione di provenienza. La cosiddetta ‘tracciabilità’ in buona parte non esiste. E là dove esiste nessuno ne controlla la veridicità.

I nostri lettori, a questo punto, si chiederanno: in tutto questo bailamme truffaldino che fine fa il Datterino di Pachino e di Porto Palo di Pachino? Chiedetelo agli stessi agricoltori. O lo vendono per pochi ‘spiccioli’ – cioè a 30-40 centesimi di euro al Kg – o non lo vendono affatto.

Come per i produttori di grano duro della Sicilia e, in generale, del Sud Italia, l’obiettivo è quello di farli fallire e di prendersi i loro terreni.

Il meccanismo è semplice: gli agricoltori, vendendo il prodotto a 30-40 centesimi al Kg, non riprendono nemmeno i costi e si indebitano con le banche. Queste ultime si rivolgono ai Tribunali per i provvedimenti esecutivi.

E li si apre il capitolo delle esecuzioni immobiliari: la banca è creditrice il 10 mila euro e il terreno vale 100 mila euro? Bene. Il terreno – o anche l’abitazione – si vende 20 mila euro, la banca si prende i 10 mila euro e ‘qualcuno’ si prende tutto il resto…

Non stiamo dicendo nulla di nuovo: nel gennaio del 2011 la rivolta dei Forconiinizia proprio da questo angolo della provincia di Siracusa: a ribellarsi sono proprio i piccoli produttori di pomodorino Ciliegino e Datterino e, in generale, di ortaggi che si battono contro un sistema che li stritola.

Come potete vedere, basta recarsi in un supermercato della Sicilia e cercare il Datterino, confezione di 250 grammi al prezzo di 1 euro e 09. Il resto viene da sé…

Per smantellare questo sistema non ci vorrebbe molto. Basterebbe potenziare i mercati contadini, cioè i mercati locali, accorciando la filiera, ovvero mettendo in contatto i produttori con i consumatori.

Si tratterebbe di ridurre – e fin dov’è possibile eliminare – la produzione spesso avvelenata che arriva da fuori dalla Sicilia. 

I siciliani sono 5 milioni, più gli immigrati. Basterebbe organizzare una produzione siciliana di Datterino e di Ciliegino commisurata al fabbisogno interno. L’export lasciamolo fare ai cinesi e alle multinazionali che operano in Africa: che si avvelenino tra loro.

Ci guadagnerebbero sia gli agricoltori siciliani, sia i consumatori siciliani.

I primi – gli agricoltori – venderebbero ai siciliani Datterino e Pomodorino a 1 euro al Kg, più del doppio del prezzo attuale.

I secondi – i consumatori siciliani – acquisterebbero Datterino e Pomodorino a 1 euro al Kg invece che a oltre 4 euro al Kg.

Ci guadagnerebbe, nel complesso, l’economia siciliana. Oggi, per l’agroalimentare, i siciliani spendono circa 13 miliardi di euro all’anno. Ebbene, di questa spesa, solo 2 miliardi interessa prodotti siciliani.

11 miliardi di euro all’anno i siciliani li spendono per acquistare prodotti agroalimentari non siciliani, spesso di pessima qualità. 

Questo grazie anche a una classe politica miope o di ascari – a livello regionale e comunale – che continua a incentivare l’apertura di Grandi centri commerciali che vendono ai siciliani prodotti agroalimentari non siciliani!

Per questo è importante, per noi siciliani, là dov’è possibile, acquistare prodotti siciliani!

Se i consumatori siciliani, nel giro di qualche anno, riusciranno ad acquistare almeno 4 miliardi di euro di prodotti agroalimentari siciliani rispetto agli attuali 2 miliardi di euro lo scenario economico muterebbe. Si avrebbero effetti benefici in tutta l’economia siciliana. Con aumento del reddito per i nostri agricoltori, risparmio per i consumatori siciliani e rilancio dell’economia della nostra Isola.

Questo dobbiamo farlo noi, al massimo con l’aiuto di sindaci che, però, non debbono essere collegati ai partiti nazionali. Per questo motivo, alle prossime elezioni comunali, non dovete votare sindaci di centrodestra e di centrosinistra. Ricordatevi che i partiti nazionali non fanno gli interessi della Sicilia.

Ricordatevi che PD e Forza Italia hanno votato in favore del CETA contro gli interessi della Sicilia e dei consumatori siciliani. Due partiti che non fanno gli interessi dell’agricoltura siciliana e della nostra Isola.

Qualcuno potrebbe spaventarsi e dire: dovremmo introdurre i dazi doganali made in Sicily? Niente di tutto questo. Basterebbe introdurre i controlli sanitari sulle derrate alimentari che arrivano in Sicilia.

Solo con i controlli sanitari, nei primi sei-dodici mesi, quasi tutti i prodotti agricoli del Nord Africa e della Cina arrivati in Sicilia verrebbero rispediti al mittente perché fuori legge.

Ricordate le mele di Biancaneve? Ebbene, siamo lì… Sappiate che la maggior parte dell’ortofrutta prodotta fuori dall’Italia andrebbe controllata per verificare la presenza di prodotti chimici: ma nessuno lo fa.

Il Governo regionale di Nello Musumeci ha detto di volere effettuare tali controlli. Ma fino ad oggi, a parte il carico di una sola nave piena di grano duro proveniente dal Kazakistan controllata e respinta, Musumeci ha fatto solo chiacchiere.

Anzi, da quanto ci risulta – ma è un’indiscrezione alla quale non vogliano credere – gli avrebbero addirittura consigliato di rimangiarsi ‘sta storia dei controlli sulle derrate alimentari…

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2018/05/16/in-sicilia-il-datterino-cinese-o-africano-a-oltre-4-euro-al-kg-ecco-come-difenderci/#_

Vi raccontiamo una storia: il gigante Unilever chiede ai supermercati di aumentare i prezzi, ma i consumi crollano. Allora cambiano strategia, meno prodotto (possibilmente in maniera impercettibile) ma prezzi identici. Vittoria su tutti i fronti! Ecco come le Multinazionali ci truffano!

 

Multinazionali

 

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Vi raccontiamo una storia: il gigante Unilever chiede ai supermercati di aumentare i prezzi, ma i consumi crollano. Allora cambiano strategia, meno prodotto (possibilmente in maniera impercettibile) ma prezzi identici. Vittoria su tutti i fronti! Ecco come le Multinazionali ci truffano!

 

Stesso prezzo, meno prodotto: il trucco del rincaro nascosto nelle confezioni più piccole

Sul vetro che protegge, in frigorifero, le bevande vendute in autogrill sta apparendo, in questi giorni, un foglio. Dietro la formulazione un po’ burocratica, si nasconde una realtà facile da capire. Le bottigliette di una nota marca, la regina delle bibite frizzanti, si assottigliano, dimagriscono, ma il prezzo rimane uguale. Fino a oggi le singole confezioni contenevano 50 cl di liquido, cioè mezzo litro. Il futuro prevede invece un’altra capacità, 45 cl. Un po’ meno. Le prime, ammonisce ancora il manifestino, andranno a esaurimento. Le nuove forniture sono già arrivate e collocate vicino a quelle tradizionali, tra le bottiglie si nota una piccola differenza. Impercettibile quando non ci sarà più il confronto diretto.

Accadrà presto, perché non c’è dubbio che nel frattempo le mani dei clienti si protenderanno ancora verso le ultime rimanenze del prodotto più generoso nella quantità. Il prezzo rimane invariato e, si sa, nelle aree di servizio l’esborso non è cosa da poco, visto che la bibita frizzante si vende tra i 2,60 e i 2,70 euro, ma si vede anche di peggio. È la conseguenza di un fenomeno perfettamente definito da un termine, ahimè, tutto inglese: shrinkflationtermine che (brexit insegna) mette insieme due concetti: la contrazione e l’inflazione. Due sigle nate nello stesso periodo. Che cosa è accaduto? Dopo il referendum per l’uscita dall’Unione e lo scivolone della sterlina, le aziende hanno elaborato un piano per recuperare i margini, lasciando però inalterato il prezzo unitario. Qualcuno ha persino ipotizzato ci sia stata una sorta di moral suasion sugli imprenditori da parte del governo, perché i sudditi di Sua Maestà vivessero nella maniera più soft la criticità commerciale.

Il gigante Unilever ha chiesto ai supermercati inglesi Tesco di aumentare i prezzi, ma la manovra è fallita: i consumi sono crollati. Allora si è fatto all’inverso: meno prodotto (in maniera possibilmente impercettibile) ma prezzi identici.

E in Italia? Il fenomeno è conosciuto anche dall’Istat ed è facile capire il perché: la modifica delle confezioni potrebbe anche influire sulla correttezza del calcolo dell’inflazione.

 

tratto da: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2018/05/08/ACNboqcD-confezioni_nascosto_prodotto.shtml

Supermercati, il grande inganno del sottocosto

 

Supermercati

 

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Supermercati, il grande inganno del sottocosto

La scritta campeggia ben visibile all’entrata del supermercato: “Sottocosto”. Bottiglie di passata di pomodoro vendute a 0,49 euro, pacchi di pasta a 0,39, confezioni di tonno da quattro scatolette a 1,99 euro. Il locale è un supermercato di una grande catena, in una zona semicentrale di Roma. Ma la stessa promozione si può vedere nei suoi innumerevoli punti vendita. Simile a molte altre che si possono trovare in locali gestiti da aziende concorrenti in tutta Italia.

Le catene della grande distribuzione organizzata (gdo) fanno sempre più dell’abbassamento dei prezzi al consumatore il principale elemento della propria strategia di marketing. “Qualità e convenienza”, recita lo slogan di Coop, primo gruppo in Italia. “Bassi e fissi”, risponde Conad, seconda azienda per fatturato nel paese. Carrefour ribatte con la promozione “sotto e freschi” su carni e pesci. Il basso prezzo è il grande imperativo categorico; il sottocosto l’ultima frontiera del marketing.

Abbagliato dal risparmio, il cliente non s’interroga su come sia possibile acquistare qualcosa a un prezzo indicato come inferiore al costo di produzione. E così le promozioni impazzano: secondo uno studio condotto dalla società di consulenza Iri, oggi “32 euro di spesa su 100 vengono effettuati in presenza di un’offerta”.

Una mosca bianca
“Credo che rincorrere i discount sia una scelta sbagliata”, sostiene Mario Gasbarrino, amministratore delegato di Unes, un gruppo minoritario ma in crescita nel panorama nazionale. Sotto le insegne di U2 e U!, i suoi supermercati sono concentrati per lo più nel nord Italia.

Nel suo ufficio accanto al magazzino a Vimodrone, periferia est di Milano, davanti a una mappa gigantesca su cui si accendono innumerevoli lucette che indicano i punti vendita, Gasbarrino analizza quelli che sono secondo lui i trend del mercato. “Noi proviamo a fare una politica diversa: facciamo poche promozioni, cercando al contempo di mantenere prezzi ragionevolmente bassi tutto l’anno. Così stringiamo un patto con i nostri clienti, che sanno di poter trovare da noi prodotti di qualità sempre a prezzi concorrenziali. Ma facciamo anche un accordo con i fornitori, con cui stabiliamo delle relazioni durature, basate sulla condivisione del rischio d’impresa. Loro ci vendono il prodotto a un prezzo che è costante, non è legato alle promozioni”.

Mostrando la curva in ripida salita del fatturato e degli utili netti del suo gruppo da quando ne ha assunto la guida, questo manager di 63 anni non nasconde la soddisfazione di aver fatto delle scelte controcorrente che si sono dimostrate vincenti.

Attraverso la grande distribuzione organizzata passa circa il 70 per cento degli acquisti alimentari

Perché Gasbarrino sembra una mosca bianca. La gran parte degli altri supermercati insegue la strategia dello sconto o del sottocosto, ritenuto il metodo più efficace per non far diminuire le vendite in un periodo di crisi in cui il potere d’acquisto dei singoli e delle famiglie è calato sensibilmente.

Ma con quali risultati duraturi? “La strategia della scontistica ha avuto un effetto boomerang, creando una categoria di consumatore opportunistico che si muove da un punto vendita all’altro cercando le offerte. Non stabilisce nessuna forma di legame tra il cliente e la catena di distribuzione. Ci sono ormai migliaia di acquirenti nomadi, che si spostano a seconda dei prezzi scontati”, analizza Sandro Castaldo, docente all’università Bocconi di Milano ed esperto di evoluzione del commercio. “Questo meccanismo ha poi avuto un altro effetto: ha provveduto a far sfumare la percezione del giusto valore di un prodotto alimentare. Il prezzo corretto sembra essere quello in sconto, che non è più un’eccezione, ma la regola”.

Partita ad armi impari
Ma chi sono gli attori principali nell’universo della distribuzione alimentare? Quando percorriamo la corsia di un supermercato siamo travolti da una vastità di colori, insegne, lattine, barattoli, confezioni risparmio. Per ognuno di questi prodotti esiste chi ha coltivato la materia prima (l’agricoltore), chi l’ha trasformata (l’industriale), chi la vende (la gdo) e chi la consuma (il cittadino). I fornitori cercano di vendere al prezzo migliore. I responsabili delle catene di supermercati spesso determinano i costi al ribasso. Ognuno di loro gioca una partita non sempre ad armi pari in cui ci rimette sempre chi ha meno potere contrattuale.

La distribuzione organizzata in Italia è nata come risposta dei dettaglianti di piccola e media dimensione per contrapporsi alla concorrenza dei grandi gruppi francesi e tedeschi entrati nel mercato della distribuzione alimentare con superfici di grandissima dimensione e una presenza capillare. Oggi, attraverso la gdo passa circa il 70 per cento degli acquisti alimentari. Dal punto di vista di chi produce (gli agricoltori e gli industriali) è di conseguenza il canale di distribuzione più importante, spesso l’unico, per stare sul mercato.

In questo 70 per cento, ci sono gli ipermercati, enormi punti vendita con una superficie di almeno 2.500 metri quadri; i supermercati classici, di dimensioni medie tra 400 e i 2.500 metri quadri; e le cosiddette superette, la cui estensione normalmente non supera i 400 metri quadri. Sommati tra loro, costituiscono un universo diffuso forte di 27mila punti vendita. Il primo gruppo in Italia per fatturato è Coop, seguito da Conad. Il primo per performance è Esselunga, che riesce a registrare la cifra record di 16mila euro di vendite per metro quadro. Ci sono poi i discount, guidati da Lidl ed Eurospin e i colossi francesi (Carrefour e Auchan).

“Negli ultimi vent’anni”, sottolinea sempre Castaldo, “la gdo ha sostituito i piccoli commerci. Si tratta di un’evoluzione inarrestabile, segnata però sempre più da una forte guerra tra i vari operatori. La concorrenza si sviluppa tra i due estremi: il discount e la fascia gourmet, evidenziata dal successo di Eataly. Chi è in mezzo e vuole accontentare tutti rischia di non accontentare nessuno e di perdere la partita”. Ed è così che la principale strategia per catturare i consumatori è quelle delle offerte, dei volantini, del 3×2, fino all’aberrazione semantica del “sottocosto”. Ma chi paga veramente il prezzo delle offerte? In capo a chi vanno i costi degli sconti proposti ai consumatori finali?

“Un sistema che vive di tangenti più o meno occulte
Districarsi nell’universo dei contratti tra gdo e fornitori non è un’impresa facile. “Ci vuole molta esperienza o almeno un master in marketing, ma soprattutto esperienza”, sottolinea un operatore del settore. “Ci sono vari livelli di lettura non sempre comprensibili ai non addetti ai lavori”. Molti contratti prevedono infatti diverse voci “fuori fattura”, contributi di vario genere che integrano i listini e corrispondono a servizi che le catene impongono di fatto ai fornitori. C’è innanzitutto la cosiddetta listing fee, cioè una somma da versare per ogni prodotto che viene messo sullo scaffale. In pratica, se vuoi stare sullo scaffale del supermercato ed essere visibile al consumatore, devi pagare la listing fee. Una partita di giro in cui la gdo compra dal fornitore, e il fornitore a sua volta deve pagare la gdo per stare sullo scaffale.

C’è poi il contributo una tantum che le catene della gdo chiedono ai fornitori per l’apertura dei nuovi punti vendita. Il ragionamento è semplice: se un gruppo inaugura un nuovo punto vendita chiede al fornitore di accollarsi parte del suo rischio di impresa.

L’incidenza di sconti e contributi è pari al 24,2 per cento del fatturato delle singole aziende fornitrici nei confronti della catena cliente

Ci sono gli “sconti di fine anno”, spesso imposti retroattivamente dopo la firma del contratto. O altri sconti che le catene decidono di far scattare e impongono a posteriori ai fornitori. Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare e fondatore del sito ilfattoalimentare.it, racconta un esempio concreto: “A un certo punto qualche anno fa il gruppo Carrefour Italia ha deciso di premiare la fedeltà dei suoi clienti con sconti sulla spesa applicati a tutti i possessori di Carta Spesamica. Il gruppo, al fine di remunerare questa iniziativa promozionale decisa unilateralmente, ha richiesto un contributo straordinario a tutti i fornitori delle merceologie fresche quali ortofrutta, carne, pesce, salumi e formaggi, gastronomia e panetteria, ovvero uno sconto pari al 20 per cento sul consegnato di una settimana”.

Non si tratta di cifre da poco. Nel 2013, l’autorità antitrust ha condotto un’indagine conoscitiva del settore della gdo, con un focus particolare proprio sul rapporto con i fornitori. Un’indagine resa necessaria, come si legge nella stessa premessa, dalle segnalazioni dei fornitori della gdo su “presunti comportamenti vessatori” e “anti-concorrenziali” delle catene di distribuzione “in fase di contrattazione delle condizioni di acquisto dei prodotti”.

Nel lungo documento sono elencate tutte le pratiche che i diversi attori della grande distribuzione mettono in atto nei complicati contratti con i fornitori. Sono stati identificati sei tipi di “sconti” (sconti incondizionati; sconti target; altri sconti condizionati; sconti logistici; sconti finanziari; recupero marginalità) e nove tipi di “contributi” (servizi di centrale; fee di accesso del fornitore; gestione e mantenimento dell’assortimento; inserimento nuovi prodotti; esposizione preferenziale; contributi promo-pubblicitari e di co-marketing; anniversari, ricorrenze ed eventi vari; nuove aperture/cambio insegna; altri vari, come controllo qualità, cessione dati).

Attraverso un questionario inviato a 471 imprese agroalimentari, l’autorità per la concorrenza fa una vera e propria radiografia dei rapporti tra grande distribuzione e fornitori. E sancisce che sconti e contributi costano alle singole aziende fornitrici il 24,2 per cento del fatturato con la catena cliente. In pratica, un quarto del prezzo effettivo di listino.

Oggi i rapporti di forza tra industria e gdo si sono quindi rovesciati ed è quest’ultima a dettare le condizioni

Volendo semplificare, se il fornitore vende a 10 il suo prodotto, in realtà è come se lo stesse vendendo a 7,5, sacrificando il suo margine di guadagno. “L’effetto di distorsione della concorrenza collegato all’applicazione di oneri economici per il fornitore appare più probabile in presenza di contributi applicati unilateralmente dal distributore, a fronte di controprestazioni dalle quali il fornitore non ritiene di ricavare vantaggio, e comunque non richieste dal fornitore stesso”, conclude l’anti-trust.

Se l’autorità per la concorrenza usa il linguaggio distaccato dell’analisi tecnica, altri operatori sono più drastici. In una lettera pubblicata l’anno scorso dal Corriere Ortofrutticolo, Luigi Asnaghi, che si definisce un buyer pentito della gdo (il buyer è chi è incaricato di selezionare e acquistare la merce per conto della catena di distribuzione), denuncia “un sistema che vive di tangenti più o meno occulte e che si illude di continuare a trarre ricavi e di conseguenza basa i propri conti economici su sconti di fine anno, contributi promozionali, contributi centralizzazione e mille altre gabelle spacciate con giustificativi che farebbero invidia al miglior Machiavelli”. La lettera ha girato molto, dal momento che racconta cose che pochi si avventurano a dire pubblicamente. Perché mettersi contro la grande distribuzione organizzata vuol dire pagare un prezzo davvero alto.

Se non mi abbassi, ti cancello
Lo sa bene Fortunato Peron, amministratore delegato della Celox, azienda produttrice di pere che, dopo 20 anni di forniture alla Coop Italia, ha protestato contro quella che considerava una richiesta eccessiva di sconto e si è visto dare il benservito. Peron, che aveva come fornitore unico Coop e ha come core business le pere, ha deciso di rivolgersi all’autorità per la concorrenza. Quest’ultima ha riconosciuto l’“abuso di posizione dominante” e condannato la Coop Italia a una multa di 49mila euro. La Coop si è giustificata dicendo che aveva dato al fornitore un notevole preavviso e ha fatto ricorso al Tar, che ancora non si è pronunciato. Inoltre, ha puntualizzato il gruppo alla nostra richiesta di spiegazioni, quello della Celox è un “caso isolato”: “Negli ultimi 30 anni, sono state 5 le controversie emerse a fronte di un parco di oltre 3.000 fornitori che si dichiarano soddisfatti della collaborazione tra le parti” (la vicenda di Peron-Coop italia è stata ricostruita nei dettagli nell’inchiesta “Le catene della distribuzione” di Leonardo Filippi, Maurizio Franco e Maria Panariello, vincitrice del premio Morrione 2016 e andata in onda su Rainews 24 il 21 gennaio 2017) .

Il direttore della Celox è l’unico a essere uscito allo scoperto, e a essersi ritrovato con le ossa rotte. Ma non è certo l’unico operatore dei settori ortofrutticolo e industriale a essere in affanno. Basta parlare con i fornitori per raccogliere un coro di lamentele diffuse – sempre rigorosamente anonime – sullo “strapotere della gdo”.

Ma perché i produttori che, anonimamente, denunciano di sentirsi strozzati dalla gdo non lo fanno pubblicamente? Perché non si appellano all’articolo 62 della legge 27 del 2012 (più nota come “cresci Italia”), che sancisce il divieto di imporre condizioni gravose, extracontrattuali e retroattive?

“Spesso non c’è scelta perché l’alternativa è il delisting”, racconta un fornitore, che prima di parlare si assicura mille volte che non sarà citato per nome. Il delistingequivale alla discesa agli inferi: i tuoi prodotti sono levati dallo scaffale, eliminati dai punti vendita. In un mondo in cui quasi i tre quarti degli acquisti passano per la gdo, essere tagliati fuori da quel canale equivale alla morte.

Supercentrali e piccoli burocrati
Si dirà allora: qual è il danno che riceve il grande pubblico? In fin dei conti, parliamo di relazioni commerciali tra distributori e fornitori, soggette alle dinamiche del libero commercio e della concorrenza. Ma a questo punto è utile fare un passo indietro e tornare alla domanda iniziale: chi ci rimette alla fine con le presunte pratiche vessatorie della gdo? Chi paga davvero le famose promozioni e il sottocosto?
Secondo uno studio condotto dalla società di consulenza londinese Europe Economics , quelle “tangenti più o meno occulte” denunciate da Asnaghi ammontano al livello europeo a una cifra compresa fra i 30 e i 40 miliardi di euro. Si tratta di una cifra colossale, pari a più della metà dei sussidi che la Commissione europea garantisce agli agricoltori comunitari attraverso la politica agricola comune (pac).

In un certo senso, il denaro pubblico alla fine non è utilizzato per innovare o migliore la qualità, ma per tenere in piedi un sistema economico iniquo, in cui il più grande mangia il più piccolo. Come conclude lo stesso studio, “le pratiche sleali nel commercio limitano la possibilità per i fornitori di reinvestire nelle loro imprese e creano un grado di incertezza (alcuni analisti la definiscono ‘paura’) che scoraggia impegni a lungo termine. Nel corso del tempo, questo ridurrà le possibilità di sopravvivenza di fornitori competenti e risulterà in una mancanza di innovazione e di miglioramento della qualità. Alla fine queste pratiche danneggiano il consumatore”.

Negli ultimi trent’anni la grande distribuzione ha dovuto misurarsi con il potere contrattuale delle multinazionali, proprietarie di marchi conosciuti e apprezzati dal grande pubblico, che riuscivano a determinare i prezzi di vendita dei loro prodotti. È un ragionamento economico elementare: se il prodotto è rinomato e la domanda è alta, l’offerta è determinata dalla multinazionale che possiede il marchio, non dalla gdo.

Da questa esigenza sono nate le centrali di acquisto della grande distribuzione, alleanze tra catene diverse per ottenere risparmi in fase di contrattazione. In pratica, tra gli anni ottanta e novanta, le imprese della grande distribuzione si sono messe insieme per contrastare lo strapotere delle multinazionali.

Le centrali d’acquisto riuniscono più di un gruppo e stabiliscono accordi quadro con i fornitori. A livello europeo si creano poi delle supercentrali d’acquisto, che riuniscono catene di diversi paesi.

Una bolla estranea all’economia reale
In un continuo processo evolutivo in cui nascono nuove centrali e singoli gruppi si spostano da una centrale all’altra, negli anni il meccanismo di acquisto delle supercentrali non si è rivolto solo ai cosiddetti brand leader ma a tutti gli anelli della distribuzione, aumentando quindi la forbice di potere tra acquirente e fornitore. Oggi i rapporti di forza tra industria e gdo si sono rovesciati ed è la grande distribuzione a dettare le condizioni.

Inoltre, gli accordi conclusi a livello di centrale o di supercentrale non sono vincolanti: sono degli accordi quadro, che possono essere ridiscussi al ribasso dai buyer locali. Insomma, una ragnatela complessa in cui è davvero difficile districarsi.

Ma come si è arrivati a questo punto? Per capire cosa è successo è bene ridare la parola all’anonimo fornitore, che opera nel settore da più di vent’anni: “Il punto è che ormai gli acquisti sono affidati a buyer che non conoscono l’industria né i prodotti, ma sono tenuti solo a rispettare i cosiddetti obiettivi di crescita. Devono portare a casa ogni anno un aumento di qualche punto percentuale dei margini di guadagno. Quindi, badano solo a quella cifra lì nell’ultima casella del contratto. Tutte le discussioni sulle materie prime, lo stato dell’agricoltura, i costi industriali non li toccano minimamente. Quando ne parli con loro è come se ti esprimessi in sanscrito”.

Lo stesso Asnaghi scrive nella sua lettera: “Il prezzo più basso è stabilito da personaggi (buyer) che nel tempo sono stati svuotati di professionalità ed esperienza (doti non più discriminanti) in luogo di una sterile teoria figlia di logiche commercial-estortive”.

I manager si rifanno sui dipendenti, attraverso contratti sempre più precari e meno garantiti

“È un sistema estremamente frammentato, di cui non beneficia nessuno. Perché i singoli buyer locali badano ai propri margini di guadagno. Nessuno si fida dell’altro e alla fine ci perdono tutti”, aggiunge Andrea Meneghini, esperto di commercio ed editorialista per il sito specializzato Gdonews. “I buyer locali spesso vogliono portare a casa margini più alti e vogliono dimostrare che sono più bravi di quelli nazionali e delle centrali”.

Conferma l’anonimo operatore: “Il problema è che i vari livelli non si parlano tra loro: nel clima di sfiducia generale, il fornitore cerca solo di salvare la pelle. Tira in avanti i negoziati. Accetta gli sconti e i contributi e nel frattempo aumenta i prezzi di listino per recuperare. Così, alla fine si perde in qualità o in funzionalità”.

In definitiva, si tratta di una specie di bolla che poco ha a che vedere con l’economia reale, il costo delle materie prime, le rese di un raccolto o quant’altro. Tutto ruota intorno alla “obiettivizzazione”, cioè agli “obiettivi” di crescita annuale che la grande catena impone ai suoi buyer e ai manager dei suoi punti vendita, e che devono essere raggiunti a ogni costo.

Se i buyer si rifanno sui fornitori, che con una mano concedono i contributi e con l’altra aumentano i prezzi di listino (quando hanno abbastanza potere contrattuale), i manager si rifanno invece sui dipendenti, con una crescente contrazione delle condizioni di lavoro, che passa attraverso contratti sempre più precari e meno garantiti. Perché, anche se controlla il 70 per centro della distribuzione alimentare, la gdo classica non se la passa poi così bene.

A leggere la relazione annuale che l’area studi di Mediobanca dedica alla gdo, si vede che, con l’importante eccezione dei discount e di Esselunga, le grandi catene stanno soffrendo parecchio. In particolare, i gruppi francesi hanno perso cifre mostruose in Italia: Carrefour, 2,47 miliardi di euro dal 2011 al 2015; Auchan, 560 milioni. La Coop è riuscita a non perdere solo grazie ai contributi della gestione finanziaria. Secondo la rivista di settore Food, per il 2016 “le prime stime lasciano poco spazio all’ottimismo. Il mondo del largo consumo deve accontentarsi nel migliore dei casi di incrementi di qualche decimo percentuale e soprattutto fa un passo indietro rispetto ai risultati del 2015”, come scrive Domenico Apicella in “Retail, la ripresa che non c’è” (Food speciale retail 2017, in collaborazione con Iri, gennaio 2017).

In uno scenario economico volatile, i manager della gdo devono districarsi tra esigenze dei consumatori, tendenze di mercato, fluttuazioni dei costi, provando a immaginare il futuro della distribuzione.

A pagarne le conseguenze sono in primo luogo i lavoratori, come nel caso di Carrefour che ha annunciato la chiusura di tre ipermercati, con il licenziamento di 500 dipendenti. La grande catena francese – secondo gruppo al mondo dopo lo statunitense WalMart – sta provando varie formule per far fronte al collasso italico: ha aperto diversi negozi di prossimità, che costano meno e rendono più degli ipermercati, e nei supermercati classici ha lanciato il modello ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Locali sempre aperti, in cui si punta sul taglio del costo del lavoro a fronte dell’aumento delle mansioni: i cassieri di notte svolgono molte funzioni e hanno contratti meno garantiti dei lavoratori diurni.

La trappola della merce
In un universo estremamente competitivo, gran parte delle catene reagisce alle perdite tagliando sul costo del lavoro interno, tenendo sotto giogo i fornitori e abbassando il prezzo di vendita dei prodotti.

Gli articoli vengono così ceduti a un costo nettamente inferiore al loro valore. La conseguenza è che questo valore viene perso di vista dal consumatore finale. “È la cosiddetta trappola della merce (commodity)”, aggiunge il professor Sandro Castaldo, citando la fortunata formula coniata dall’esperto di marketing statunitense Richard A. D’Aveni. “Si è trasformato il cibo in una merce, prodotto uguale a se stesso in tutto il mondo, e lo si è distaccato dal modo in cui viene prodotto. Questa ‘trasformazione in commodity’ ha permesso alla grande distribuzione d’imporre prezzi più bassi ai fornitori. Ma alla fine non giova nemmeno a lei, perché ha di fatto scatenato una gara al ribasso, in cui perdono tutti”.

La gdo vende sottocosto e impone listing fee e sconti vari ai fornitori. Questi sacrificano la qualità e tagliano il costo del lavoro, per non rimetterci. Andando giù per la filiera, c’è uno strozzamento che colpisce tutti gli anelli. Nei campi di pomodori o di arance, la raccolta è pagata a quattro soldi e gestita spesso dai caporali, intermediari illeciti tra i lavoratori e gli imprenditori agricoli. Nell’immaginario collettivo, il caporale è il grande colpevole, lo sfruttatore e schiavista nei campi. Ma forse è necessario allargare lo sguardo e analizzare i meccanismi che generano il caporalato e lo sfruttamento.

Negli stessi giorni in cui partiva la raccolta delle arance in Calabria e centinaia di immigrati affluivano nella tendopoli di San Ferdinando per lavorare nei campi, all’uscita della stazione di Rosarno il viaggiatore era accolto con un cartellone della Coop di tre metri per due: “Arrivano prezzi sempre più bassi”. Il manifesto, in quel luogo simbolico dove nel 2009 c’è stata la rivolta dei braccianti, troneggiava come una contraddizione in termini. Il maggiore gruppo italiano della gdo, infatti, è impegnato con la campagna buoni e giusti a garantire legalità e assenza di sfruttamento e caporalato sui prodotti che vende. Ma in definitiva, per tenere i prezzi “sempre più bassi”, ci si può trovare obbligati a ricorrere proprio al lavoro sottopagato e al caporalato. E, in questa frenetica corsa al ribasso, il caporale rischia di essere metaforicamente e indirettamente la stessa gdo, insieme a ognuno di noi, che compriamo sottocosto senza chiederci chi pagherà davvero il prezzo del nostro effimero risparmio.

fonte: https://www.internazionale.it/reportage/fabio-ciconte/2017/02/27/supermercati-inganno-sotto-costo

Supermercati: quando il sottocosto è una presa in giro. L’Antitrust spiega le furberie grande distribuzione per incantare i consumatori

Supermercati

 

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Supermercati: quando il sottocosto è una presa in giro. L’Antitrust spiega le furberie grande distribuzione per incantare i consumatori

 

Supermercati: quando il sottocosto è una presa in giro. Un documento dell’Antitrust descrive le furberie inventate dalla grande distribuzione per illudere i consumatori

Quando compriamo un chilo di pasta con “il 30% di sconto” o “sottocosto” siamo sicuri di fare un affare? Chi si accolla l’onere della promozione?  Le spese da sostenere per supportare tutte queste iniziative sono a carico delle aziende. I produttori infatti per ogni pacco di pasta venduto nella settimana del sottocosto e/o ogni volta che il prodotto viene fotografato sul volantino recapitato nella casella della posta,  riconoscono al supermercato uno sconto sul prezzo concordato nel contratto. Analizzando però con attenzione i numeri e gli accordi stipulati dalle parti si avverte la forte sensazione che il consumatore venga preso in giro da finti sconti e finte offerte speciali.

Tutto comincia con la definizione del prezzo nel contratto di acquisto, che oltre a materie prime, spese di produzione, distribuzione e ricarico del dettagliante, prende in considerazione le offerte promozionali e gli sconti del prodotto realizzati nell’arco dei 12 mesi. Si tratta di un calcolo affidato a laureati in economia con specializzazione nel marketing, abituati ad  elaborare strategie basate sull’analisi di sconti, promozioni, offerte, coupon, ecc. Il quadro è estremamente complesso, perché il prezzo sullo scaffale è il risultato di tutte queste operazioni.

In Italia i negozi dove si risparmia di più sono le catene di supermercati che adottano il sistema dei prezzi utilizzato in Inghilterra e da alcune catene di discount in Germania, dove si garantisce ai consumatori il miglior rapporto qualità/prezzo tutto l’anno. Il metodo è applicato da U2 e da altre catene ancora più aggressive, localizzate in Veneto come Rossetto, Tosano, Lando che da molti anni hanno abbracciato la strategia dei “prezzi bassi tutto l’anno” e più recentemente da  Sole365 a Napoli. Si tratta di supermercati dove si adotta la politica del prezzo netto pulito (net net dicono gli inglesi).

Per capire il sistema prendiamo come riferimento un chilo di pasta che, secondo la logica del prezzo netto pulito, viene comprato a 1,0 euro al produttore e rivenduto a 1,30 al consumatore. In questo modo il supermercato si garantisce un ricarico vicino al 30% in grado di coprire i costi e di ottenere utili. Nei punti vendita che adottano il prezzo netto pulito il listino è sempre lo stesso tutto l’anno, perché non sono previsti sconti, promozioni, tagli prezzo, offerte 3×2, riduzioni speciali per i possessori di carte fedeltà… Il metodo offre molti vantaggi dal punto di vista finanziario: il supermercato compra solo la pasta che vende, non deve per forza acquistare l’intero l’assortimento, non deve distribuire volantini nelle caselle, non deve riempire il magazzino con camionate di prodotti per fare fronte alle richieste in occasione delle sottocosto, non anticipa somme elevate… C’è poi da considerare la drastica riduzione del personale dell’ufficio acquisti, perché i contratti sono semplici e non bisogna fare controlli nei punti vendita. Alla fine senza tutti questi elementi che incidono sui costi di gestione il prezzo sullo scaffale risulta molto interessante.

La strategia di marketing ora descritta non è quella adottata dalla stragrande maggioranza dei supermercati e ipermercati italiani, che pur avendo un elevato potere contrattuale con il produttore, preferiscono comprare il pacco di pasta a un prezzo maggiore  (1,15 €/kg contro 1,00 €/kg pagato da chi pratica il prezzo netto pulito) e venderlo a 1,35. La differenza garantisce un ricarico del 20% circa che però non copre i costi di gestione. Tutto ciò può sembrare strano, ma in realtà si tratta di un metodo per poter poi vendere sottocosto. Paradossalmente il prezzo di acquisto fissato nel contratto delle piccole catene che adottano il prezzo netto pulito risulta inferiore. Questo è possibile perché il pastificio non deve applicare forti sconti sui lotti di pasta (extra contratto) richiesti dai supermercati per realizzare le numerose promozioni che si alternano durante l’anno.

Il supermercato subito dopo dopo avere fissato il prezzo (1,15 €/kg) per la  quantità di pasta necessaria a soddisfare le vendite annuali, comincia a chiedere altri lotti al pastificio a prezzo scontato, per soddisfare la richiesta di pasta durante le promozioni che si susseguono continuamente durante i 12 mesi ( inserimento del prodotto sui volantini recapitati nelle caselle della posta, vendite promozionali natalizie e pasquali, feste di vario tipo e genere, ricorrenze…).

A questo punto il pastificio applica una riduzione del prezzo rispetto a quello fissato nel contratto (1,15 €/kg) per i lotti destinati alle varie iniziative promozionali. Questo schema si ripete ogni qual volta che la pasta viene inserita nel paniere delle vendite speciali, degli anniversari, delle settimane sottocosto, degli sconti  riservati ai possessori di carta fedeltà. L’elenco delle occasioni per ricevere partite di pasta a prezzo scontato comprende anche i premi per avere inserito nuovi tipi di pasta sugli scaffali, per avere venduto un numero di pezzi stabilito nel contratto e altre voci. A fine anno quando il pastificio fa i conti, scopre che sommando la pasta venduta al prezzo fissato nel contratto e quella venduta con lo sconto   per le promozioni, il prezzo unitario risulta vicino a 1,00 €, ovvero inferiore dell’8-10% rispetto a quanto stabilito e vicino a quello pagato da chi adotta il prezzo prezzo netto pulito tutto l’anno. Si tratta proprio del margine necessario al supermercato per coprire i costi di gestione e ricavare l’utile.

Questo giochetto delle promozioni e degli sconti piace molto ai consumatori che, grazie alle continue offerte speciali, hanno l’impressione di risparmiare sulla spesa. In realtà si tratta di un’illusione perché l’entità dello sconto, così come del sottocosto, viene applicato su un prezzo fittizio stabilito nel contratto 1,15 €/kg  che però non considera  l’enorme quantità di pasta fornita a prezzo scontato per soddisfare le promozioni. In altre parole quando il supermercato propone nei volantini o nelle vendite promozionali la pasta “sottocosto” al prezzo di 1,0 € (inferiore di 15 centesimi rispetto al listino indicato nel contratto) non dice tutta a verità. Facendo bene i conti, e considerando il numero di lotti forniti con lo sconto, il costo unitario della pasta per il supermercato nel corso dell’anno si avvicina molto a 1,0 €.  Alla luce di questo ragionamento il sottocosto diventa quasi una presa in giro.

In questa storia bisogna considerare  i vantaggi finanziari. Le catene che applicano il prezzo netto pulito spendono meno per due motivi:  il prezzo indicato nel contratto è più basso (1,00 €/kg) e non devono anticipare denaro per l’acquisto degli stock destinati alle promozioni. La maggior parte delle catene quando compra a un listino superiore  (1,15 €) paga di più e deve anticipare grosse somme per fare fronte alle promozioni. L’altro aspetto da considerare è il costo del personale adibito al controllo delle iniziative promozionali che incide in modo significativo sulle spese di gestione e quindi sul prezzo.

Le furberie del marketing per illudere il consumatore non sono finite. Ci sono catene che chiedono alle grandi aziende formati speciali da 900 g anziché 1 kg , per indicare sullo scaffale listini più bassi. In altri casi  c’è chi vende  confezioni  da 2-3 chili a prezzi superiori rispetto a quelle piccole. Anche il sistema del prezzo netto pulito non è perfetto. Alcuni  supermercati acquistano lotti di merce che scade dopo 6 mesi anziché dopo 2 anni spuntando sconti interessanti.

L’amara conclusione è che attraverso le strategie di marketing si prendono in giro i consumatori, dando loro la sensazione di comprare a prezzi convenienti sfruttando sconti e offerte. Lo ha evidenziato anche l’Agcm in un bellissimo documento del 2013 sui trucchi dei supermercati. Il dossier  analizza i meccanismi e le furberie messe in atto per proporre finti sconti nel periodo del sottocosto e delle  promozioni.

Che fare? «La soluzione più conveniente  per chi ha molto tempo a disposizione è di analizzare e confrontare i volantini delle 3-4 catene di supermercati dislocati vicino a casa e approfittare delle offerte che si alternano durante l’anno. Chi invece fa la spesa solo in un punto vendita conviene scegliere una delle poche catene che adottano il prezzo netto pulito come Unes-U2 ,Rossetto, Tosano, Lando e Sole365 a Napoli.

tratto da: http://www.ilfattoalimentare.it/supermercato-sottocosto-prezzi-antitrust.html

“Grande Fratello Supermercato”: siamo tutti spiati!

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“Grande Fratello Supermercato”: siamo tutti spiati!

 

“Grande Fratello Supermarket”, siamo tutti spiati

Un luogo dove la privacy viene sistematicamente violata è al supermercato. Dopo le telecamere antifurto, ecco i sensori che raccolgono informazioni sui gusti dei clienti.

Spiati al supermercato per conoscere i gusti dei clienti

Non si tratta quindi soltanto dell’occhio vigile di una telecamera pronto a sorprendere i taccheggiatori, ma di sensori piazzati davanti agli scaffali, che cercano di comprendere le abitudini dei clienti: cosa comprano e perché. Un occhio vigile che ha precise strategie di marketing, ovvero farci comprare di più. Uno strumento già messo in pratica nei musei statunitensi.

L’obiettivo, manco a dirlo è raccogliere il più possibile di dati sugli orientamenti dei visitatori (nel caso dei musei) e dei consumatori (che comprano vestiti dai “big” del settore, da Macy’s e fino a Wal-Mart).

Immagazzinando un numero elevatissimo di indicazioni, ciò che è esposto sullo scaffale, magari allestito sempre più ad hoc, non potrà che essere ancor più allettante. Dalle immagini si studia anche il volto degli acquirenti per comprenderne lo stato d’animo: se un prodotto non è stato comprato, non è stato comprato perché costa troppo o perché non piace?

Per approfondire: I trucchi dei supermercati per farci spendere di più

Le abitudini dei consumatori messe a nudo

Un cronista del New York Times, Charle Duhigg, ha scritto un libro, “Il potere delle abitudini“, per spiegare come gli “habits” condizionino la nostra intera esistenza. Gli “habits” sono un meccanismo psicologico essenziale per la sopravvivenza. Sono le abitudini che ci permettono di fare cose complicatissime senza pensarci. E gli “habits” sono anche quelli che regolano la nostra spesa.

Basti pensare a un dato relativo al celebre Moma di New York: ogni anno riceve in media 6 milioni di visitatori, e ogni anno, dunque, vengono vivisezionate le abitudini di 6 milioni di persone a una mostra (e questo soltanto in quel museo).

Conoscere le preferenze dei consumatori è un grande vantaggio per chi si occupa di commercio. Poterle monitorare può essere ancora più importante. La Grande Distribuzione Organizzata lo sa bene e oggi ha un’arma in più. Di fronte al marketing dello shopping, abbiamo perso la nostra privacy e la nostra riservatezza. Il business è business.

“L’obiettivo del marketing è di rendere superfluo vendere. L’obiettivo del marketing è conoscere e capire così bene il tuo cliente che i tuoi prodotti e servizi sono talmente perfetti per lui che si vendono da soli”.Peter Drucker, l’inventore del management moderno.

tratto da: http://www.mondoallarovescia.com/grande-fratello-supermarket-spiati/

Frutta Cinese in vendita nei supermercati di Napoli… È proprio necessario?

 

Frutta

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Frutta Cinese in vendita nei supermercati di Napoli… È proprio necessario?

 

Da Il Mattino di Napoli:

Frutta fresca dalla Cina in vendita nei supermercati di Napoli

La globalizzazione ha modificato le abitudini alimentari di molti italiani. Gli scaffali dei supermercati abbandono di prodotti provenienti da ogni angolo della Terra. Ma è proprio necessario proporre in vendita anche frutta fresca proveniente dalla Cina? Come il pomelo, una sorta di gigantesco pompelmo, riapparso in questi giorni nei supermercati napoletani. Ha la forma, e più o meno le dimensioni, di un melone bianco, ma la buccia è gialla e liscia. Tanto liscia da sembrare finta. Un agrume con un abbondante sostanza spugnosa sotto la buccia e che – dicono – ha il sapore di un pompelmo. Viene proposto in vendita a 1,48 euro al chilo. E correttamente sulla confezione c’è la dicitura ma in inglese  «treated with imazalil», ovvero «trattato con imazalil», un funghicida (autorizzato dalle autorità italiane) che probabilmente ne garantisce la stabilità durante il lungo viaggio dalla Cina in Italia.

In definitiva il pomelo è un agrume come quei bei mandarini, le clementine e le arance che troviamo in questo periodo in abbondanza nei mercatini degli agricoltori a un euro al chilo, insieme ad altra frutta di stagione: cachi, mele e pere.  Non trattati. Evviva la globalizzazione, ma almeno la frutta dovremmo mangiarla a chilometro zero.

fonte: https://www.ilmattino.it/napoli/citta/frutta_fresca_dalla_cina_vendita_supermercati-3360392.html

ATTENZIONE – Il “Biologico” Cinese invade i supermercati! Leggete le etichette!

 

Biologico

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ATTENZIONE – Il “Biologico” Cinese invade i supermercati! Leggete le etichette!

 

Durante le olimpiadi di Pechino gli atleti cinesi venivano alimentati con prodotti accuratamente selezionati NON provenienti dai supermercati, lo sapevi? Probabilmente i cibi etichettati come biologici sono sani e non dovremmo preoccuparci, oppure dovremmo indagare? Ecco come stanno le cose.

Se pensi che i prodotti cinesi siano una rarità al supermercato purtroppo ti sbagli di grosso. Secondo l’Istituto Nazionale di Economia Agraria, le importazioni alimentari dalla Cina sono pari a circa 500 milioni di euro all’anno ed è in crescita esponenziale.

I cibi che attraversano le nostre frontiere sono principalmente: pomodorolegumisecchi, ortaggi e cereali(soprattutto riso), prodotti ortofrutticoli freschi (come mele,funghi, o l’aglio che ha subito un aumento del 120%), spaghetti di riso, prodotti ittici surgelati (gamberetti e pesce di vario genere) e cibi della tradizione gastronomica cinese (salsa di soia e ). Inoltre molte nostre aziende acquistano dalla Cina grassi vegetali e olio di semi come ingredienti per i loro prodotti.

Basta leggere l’etichetta accuratamente per scoprire che molti prodotti non sono italiani né europei ma di provenienza NON-UE, ovvero al di fuori dell’Unione Europea, senza specificare molto. Altri prodotti invece hanno scritto chiaro e tondo Provenienza Cina.

Recentemente ha fatto scalpore sui social networks, la scoperta che prodotti tipicamente italiani come i fagioli borlotti e cannellini, per di più etichettati come biologici, fossero in verità un prodotto cinese. Ecco il post su Facebook a riguardo di Davide Suraci, laureato in Agraria:

Davide Suraci ha aggiunto 2 nuove fotosu tutte le furie.

Oggi sugli scaffali di un supermercato…Due prodotti “biologici” – fagioli secchi – con denominazione italiana (cannellini e borlotti) ma rigorosamente coltivati in Cina (osservare l’indicazione della provenienza). Se è vero per i cinesi che tutto ciò che si può masticare è commestibile, è anche vero che non tutto ciò che è commestibile sia salubre. Immaginate adesso in quali lontani, insalubri e sconosciuti terreni possono aver luogo simili coltivazioni….Il “bello” della truffa e dell’assenza di garanzie sanitarie raggiunge l’apice se date una sbirciatina all’imprimatur (via libera!) offerto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali…Chi ci garantisce sull’assenza, in tali prodotti “taroccati”, di sostanze tossiche prese direttamente dai terreni, dall’acqua e dell’atmosfera della Repubblica Popolare Cinese? Moltissimi cittadini ignari comprano e consumano, insieme ai propri figli questi prodotti senza alcuna tutela e/o informazione da parte delle istituzioni…

…………………

Da ilgiornaledelcibo.it:

NON SOLO RISO E TÈ: IL BOOM DEL BIOLOGICO CINESE

Cereali, pesce surgelato, pomodori, tè. Ma anche olio, legumi, addirittura frutta e funghi. I prodotti bio cinesi non si nascondono più e si preparano a completare un’invasione cominciata dieci anni fa. Con prevedibile scia di polemiche in un terreno che si fa improvvisamente scivoloso perché ancora vergine nonostante ormai decennale. Perché trovare tra gli scaffali di rivenditori specializzati fagioli borlotti e fagioli cannellini provenienti dalla Cina ha inorridito i puristi e gettato nuove ombre sulla bontà di ciò che arriva dall’Estremo Oriente.

L’importazione di bio cinese

Le importazioni alimentari dalla Cina, secondo l’Istituto nazionale di economia agraria, valgono 500 milioni di euro all’anno e sono in ascesa, e lo stesso discorso vale per il biologico: numeri su scala inferiore, ma ugualmente importanti. Secondo l’ultimo rapporto del Sinab, il sistema di informazione sulla bioagricoltura, l’Asia, e la Cina in particolare, occupano un posto importante nelle 91mila tonnellate di prodotto biologico importato dall’Italia (dati 2014): oltre 22mila sono di provenienza cinese, ossia il 25% del totale. Un prodotto bio su 4 importati e immessi sul mercato italiano è dunque orientale, con dati significativi per i cereali (8.600 tonnellate, con un aumento del 150% rispetto al 2013), le colture industriali (quasi 7mila, in diminuzione però rispetto all’anno precedente), persino per gli ortaggi (poco meno di 4mila, con un raddoppio sul dato 2013).

I numeri della crescita

Sensibilmente aumentati rispetto al 2005, l’anno della svolta, in realtà gli ettari riservati in Cina all’agricoltura biologica non la pongono ai primi posti a livello mondiale. È invece la crescita del mercato che colpisce, tanto che le previsioni la proiettano per il futuro al primo posto.

Lo si evince dal rapporto, il tradizionale volume annuale di statistiche sul biologico The World of Organic Agriculture che Fibl e Ifoam hanno di recente presentato al Biofach di Norimberga, la più importante fiera del settore: i dati, aggiornati a fine 2014, indicano in 43,7 milioni di ettari la superficie a livello mondiale raggiunta dal settore, con una crescita di 0,5 milioni di ettari rispetto al 2013.

Ebbene, in una classifica capeggiata dall’Australia, il paese con la più vasta superficie agricola bio (17,2 milioni di ettari, per  il 97%), seguita da Argentina (3,1 milioni) e Stati Uniti (2,2 milioni), la Cina non eccelle, con poco più di un milione di ettari. Né è ai primi posti per numero di produttori biologici, che a livello mondiale hanno superato i 2,3  milioni (il numero maggiore è in India, 650mila).

È sul mercato che il livello sale. Gli Stati Uniti sono il primo mercato con 27,1 miliardi di euro, seguiti da Germania (7,9 miliardi di euro), Francia (4,8 miliardi di euro), e, per l’appunto, Cina: 3,7 miliardi di euro, con un trend di crescita costante.

I prodotti

Tanti, e in costante crescita di numero e varietà. Sono diverse le aziende italiane che hanno scommesso sul cinese, alcune delle quali di primo piano, e ogni anno l’elenco di prodotti bio made in China si arricchisce. Ecco quindi legumi secchi, riso e altri cereali, ortaggi di vario tipo, mele, funghi, aglio, tè.

E ovviamente spaghetti di riso, mentre il pomodoro, dopo lo scandalo di qualche anno fa (sugo made in Italy fatto con materia prima dell’estremo Oriente) è in calo. Facile dunque imbattersi non solo in riso di tutte le tipologie, ma anche in prodotti che si pensavano italiani come i fagioli cannellini e borlotti che tanto scandalo hanno fatto in Rete.

Pro e contro il biologico cinese

Sono più argomentati i secondi, a leggere siti e blog del settore, anche se non ci sono prese di posizione ufficiali da parte di organizzazioni di categoria e delle principali associazioni a difesa dei consumatori. A favore del bio made in China ecco quindi il prestigio e la serietà delle aziende che hanno deciso di investire in Oriente, e prima di importare hanno effettuato approfonditi studi sull’effettivo stato dell’agricoltura bio cinese. 

I detrattori, invece, portano diversi argomenti a difesa della loro tesi. L’inquinamento anzitutto, elevatissimo in Cina tanto da posizionarla al primo posto nel mondo. Quindi una regolamentazione diversa rispetto a quella presente in Italia di prodotti chimici e fertilizzanti (di cui è il maggiore consumatore mondiale), che nella penisola sono vietati.

E poi il diverso regime dei controlli: le aziende italiane vengono verificate ogni anno, quelle cinesi no e men che meno dagli organi di controllo nostrani. E infine, l’assenza di accordi tra Europa e Cina sul rispetto delle normative europee. La sensazione di chi è contrario è dunque quella che dietro la dicitura “agricoltura cinese” (o agricoltura non Ue, come spesso accade) che appare sulla confezione non ci sia una selezione rigorosa. Il tempo dirà quanto l’italiano apprezza il prodotto orientale.