Cosa sta succedendo sotto il Gran Sasso? Radiazioni pari ad un ¼ di quelle sprigionate a Fukushima. Siamo quasi ai livelli di Cernobyl, ma nessuno ne parla più!

 

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Cosa sta succedendo sotto il Gran Sasso? Radiazioni pari ad un ¼ di quelle sprigionate a Fukushima. Siamo quasi ai livelli di Cernobyl, ma nessuno ne parla più!

Sotto il Gran Sasso radiazioni pari ad un ¼ di quelle sprigionate a Fukushima

Sox è parte dell’esperimento Borexino “noto” almeno dal 2007 ma…

PESCARA. Lo sapevano tutti, non lo sapeva nessuno. “Tutti” gli scienziati ne parlano da oltre 10 anni, sui giornali si scrive da altrettanto tempo, eppure “nessuno” del volgo sapeva con precisione di cosa si trattasse.

E’ la storia dell’esperimento Sox (parte di quello denominato Borexino, finanziato con milioni di euro dall’Europa  e dal Governo)  che è stato nascosto agli abruzzesi mostrandolo al mondo e omettendo alcuni particolari che oggi non appaiono più così “trascurabili”.

Il primo particolare celato è che i Laboratori del Gran Sasso (vanto nel mondo e ritrovo delle eccellenze scientifiche) non sono sicuri, non sono adeguati alle norme, le camere dove si stoccano e maneggiano sostanze pericolose non sono isolate dall’acquedotto che abbevera 700mila persone ed infatti dal 2002 vi sono state contaminazioni (poche quelle  note).

Il secondo particolare è che gestire sostanze radioattive in queste condizioni equivale ad un azzardo bello e buono il cui costo potrebbe andare ben al di là delle centinaia di milioni pubblici già spesi.

Forse per questo nessuno ha avuto interesse a spiegare che sotto il Gran Sasso arriveranno fonti radioattive degne di una centrale nucleare e nella fattispecie pari ad un quarto della radioattività sprigionatasi a Fukushima.

In compenso dall’esperimento ne deriveranno sonni più tranquilli per tutti gli scienziati che da decenni si interrogano su Borexino, elettroni ed i misteri della micromateria potendo avere risposte in ogni caso certe.

Di fatto nei laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso è in corso dal 2013 la predisposizione l’esperimento Sox che dovrebbe terminare nell’estate 2018 e utilizzerà una potente sorgente radioattiva di Cerio 144 proveniente da combustibile radioattivo di un reattore nucleare russo.

La descrizione delle attività è riportata sul sito del programma Cordis dell’Unione Europea e da pubblicazioni dei ricercatori coinvolti.

L’esperimento Sox è frutto di una collaborazione internazionale tra enti di ricerca e università.

Si tratta di una ricerca sui neutrini che impiegherà per oltre un anno all’interno dei Laboratori al di sotto dell’impianto Borexino, altro esperimento già in corso da anni; questa sorgente radioattiva da 100/150 mila curie sarà incapsulata nel più grande contenitore di tungsteno mai prodotto, in Cina, da 19 cm di spessore, per schermare le radiazioni gamma.

 

RADIAZIONI PARI A ¼ DI FUKUSHIMA

L’attività radioattiva della sorgente è pari a circa un quarto del Cesio 137 radioattivo emesso nell’oceano da Fukushima, come riporta il rapporto tecnico della Iaea sull’incidente.

Il trasporto della sorgente prodotta a partire dal combustibile, avverrà dal sito nucleare di Mayak, tristemente nota per essere la città dove nel 1957 avvenne un grave incidente, attraverso la Francia in un contenitore fornito dalla Areva, colosso transalpino del nucleare.

Il percorso della sorgente radioattiva di Cesio 144 prevede il trasporto via treno da Mayak a San Pietroburgo e da qui via nave fino a Le Havre in Francia.

Qui un trasporto su gomma condurrà il contenitore da venti tonnellate, in cui è inserito a sua volta il cilindro, di tungsteno al Gran Sasso.

Il carico del primo materiale di prova è giunto oggi intorno alle ore 12 in leggero anticipo sulla tabella di marcia nei laboratori, forse per paura di una protesta ambientalista che non c’è stata, nonostante da due giorni ormai si parla improvvisamente di questo esperimento senza alcun contributo ufficiale dei Laboratori e delle istituzioni pubbliche.

In alcune dichiarazioni il direttore Stefano Ragazzi ha smentito l’arrivo di materiale radioattivo mentre invece qualcosa di radioattivo è arrivato e sarà utilizzato in una prova o simulazione.

 

L’ALLARME DEL FORUM H2O

«I Laboratori, classificati già ora come Impianto a Rischio di Incidente Rilevante, sono stati oggetto nel passato, anche recente, di fuoriuscite di sostanze non radioattive ma tossiche come il trimetilbenzene», ha dichiarato Augusto De Sanctis, del Forum H2O.

«La prova del trasporto di cui si ha notizia in questi giorni – ha proseguito De Sanctis – stante ai documenti della prefettura di L’Aquila, comunque pare aver comportato il trasporto di materiale irraggiato, immaginiamo che il contenitore per il trasporto futuro della vera sorgente radioattiva. L’acqua del Gran Sasso è non solo utilizzata per bere da centinaia di migliaia di persone in quattro province ma alimenta torrenti e fiumi che sono un patrimonio tutelato dal parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e da siti di interesse comunitario. Già nel 2002 con lo sversamento di trimetilbenzene proprio da Borexino e più recentemente nell’agosto 2016 con il Diclorometano, si è avuta dimostrazione della possibilità di queste sostanze di raggiungere addirittura l’acquedotto. A nulla sono serviti gli 84 milioni spesi per la messa in sicurezza dal Commissario Delegato Balducci a metà degli anni 2000».

 

I LAVORI NEL LABORATORIO

Il contenitore di tungsteno da record che conterrà la sorgente radioattiva sarà trasportato alla base del gigantesco contenitore che è il fulcro dell’esperimento Borexino.

Lo spostamento della delicatissima sostanza avverrà su binari all’interno di un tunnel costruito per finire sotto l’impianto esistente di un metro per un metro e di 10 metri di lunghezza.

I lavori sono stati eseguiti nei mesi scorsi ma anche su questo aspetto è calato il riserbo.

 

L’ESPERIMENTO

Borexino offre un’opportunità unica per eseguire uno studio sulle oscillazioni di neutrini a breve distanza. Questa è l’idea alla base di SOX (Short distance neutrino Oscillations with boreXino).

L’esperimento SOX aspira alla completa conferma o a chiara smentita delle cosiddette “anomalie di neutrini”, prove circostanziali della sparizione di neutrini elettronici che sono state osservate a LSND, MiniBOone, con i reattori nucleari e con i rivelatori di neutrini solari al Gallio.

Se SOX avrà successo, dimostrerà inequivocabilmente l’esistenza della componente sterile dei neutrini e aprirà una nuova era nel campo della fisica delle particelle fondamentali e della cosmologia. L’osservazione di un segnale fisico significherebbe, infatti, la scoperta della prima particella oltre il modello standard elettrodebole.

In caso di risultato negativo, SOX avrà comunque il pregio di poter chiudere il lungo dibattito circa la veridicità delle anomalie di neutrini, proverà l’esistenza di nuova fisica nelle interazioni di neutrini a bassa energia, misurerà il momento magnetico del neutrino ed infine servirà come ottima calibrazione in energia per Borexino consentendo in futuro misure di neutrini solari ad altissima precisione.

L’esperimento SOX utilizzerà un innovativo generatore di antineutrini composto da 144Ce. Questo generatore sarà dislocato nei pressi del rivelatore Borexino e produrrà decine di migliaia di interazioni di antineutrini nel volume interno del rivelatore Borexino. L’inizio dell’esperimento SOX è previsto per il 2018, la presa dati durerà circa 18 mesi.

L’esperimento Borexino-SOX è gestito da una collaborazione internazionale di circa 140 scienziati provenienti dall’Italia (Sezioni INFN e Università di Milano, Ferrara, Genova, Perugia, Napoli, Laboratori Nazionali del Gran Sasso e GSSI), dalla Francia (CEA Saclay e APC Parigi), dalla Germania (TUM Monaco, MPI-K Heildelberg, TU Dresda, Università di Tuebingen, Amburgo e Mainz), dalla Russia (JINR Dubna, Università Lomosonov Mosca, Kurchatov Institute Mosca e NPI S. Pietroburgo), dalla Polonia (Università Jagellonian), dall’Ucraina (Kiev INR) e dagli Stati Uniti (Università di Princeton, Hawaii, Massachusetts Amherst, Houston, UCLA e Virginia Polytechnic Institute).

 

Responsabili del progetto

Marco Pallavicini (INFN Genova)

Gioacchino Ranucci (INFN Milano)

 

 

fonte: http://www.primadanoi.it/gallery/cronaca/574546/sotto-il-gran-sasso-radiazioni-pari-ad-un-di-quelle-sprigionate-a-fukushima.html

Tumori, cellulari e Wi-fi – la Dott.ssa Fiorella Belpoggi ha presentato gli allucinanti dati della ricerca decennale condotta dall’lstituto Ramazzini di Bologna: cancro e malattie rare delle cellule nervose!

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Tumori, cellulari e Wi-fi – la Dott.ssa Fiorella Belpoggi ha presentato gli allucinanti dati della ricerca decennale condotta dall’lstituto Ramazzini di Bologna: cancro e malattie rare delle cellule nervose!

 

Studio Istituto Ramazzini: ‘Ripetitori e telefoni cellulari causano il cancro’

‘Malattie rare delle cellule nervose’: ecco le conclusioni dello studio appena pubblicato, il più grande mai realizzato su radiazioni a radiofrequenza

L’Istituto Ramazzini ha studiato esposizioni alle radiofrequenze mille volte inferiori a quelle utilizzate nello studio sui telefoni cellulari del National Toxicologic Program (USA), e ha riscontrato gli stessi tipi di tumore, ossia malattie rare delle cellule nervose.

Queste dunque le conclusioni della ricerca che l’lstituto Ramazzini di Bologna, attraverso il Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni”, ha condotto per studiare l’impatto dell’esposizione umana ai livelli di radiazioni a radiofrequenza (RFR) prodotti da ripetitori e trasmettitori per la telefonia mobile. La ricerca è stata finanziata dai soci e dalle socie dell’Istituto Ramazzini, da Arpa, Regione Emilia-Romagna, Fondazione Carisbo, Inail, Protezione Elaborazioni Industriali (P.E.I.), Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Children With Cancer (UK), Environmental Health Trust (USA).

Lo studio appena pubblicato, il più grande mai realizzato su radiazioni a radiofrequenza (RFR), intitolato “Resoconto dei risultati finali riguardanti i tumori del cervello e del cuore in ratti Sprague-Dawley esposti dalla vita prenatale alla morte spontanea a campi elettromagnetici a radiofrequenza, equivalenti alle emissioni ambientali di un ripetitore da 1.8 GHz”, rivela aumenti statisticamente significativi nell’incidenza degli schwannomi maligni, tumori rari delle cellule nervose del cuore, nei ratti maschi del gruppo esposto all’intensità di campo più alta, 50 V/m. Inoltre, gli studiosi italiani hanno individuato un aumento dell’incidenza di altre lesioni, già riscontrate nello studio dell’NTP: l’iperplasia (aumento delle dimensioni – ndr) delle cellule di Schwann sia nei ratti maschi che femmine e gliomi maligni (tumori del cervello) nei ratti femmine alla dose più elevata. Tutti i livelli di esposizione usati in questo studio sono inferiori al limite statunitense FCC per la massima esposizione concessa per la popolazione. In altre parole, se un ripetitore emette questa quantità di radiazioni, è considerato conforme rispetto a tutti i regolamenti e alla legislazione degli Stati Uniti.

2.448 ratti Sprague-Dawley sono stati esposti a radiazioni GSM da 1.8 GHz (quelle delle antenne della telefonia mobile) per 19 ore al giorno, dalla vita prenatale (cioè durante la gravidanza delle loro madri) fino alla morte spontanea. Lo studio comprende dosi ambientali (cioè simili a quelle che ritroviamo nel nostro ambiente di vita e di lavoro) di 5,  25 e 50 V/m: questi livelli sono stati studiati per mimare l’esposizione umana full-body generata da ripetitori, e sono molto più basse rispetto a quelle usate nello studio dell’NTP americano.

“L’intensità delle emissioni utilizzate per lo studio è dell’ordine di grandezza di quella delle esposizioni ambientali più comuni in Italia”, dichiara la Dott.ssa Fiorella Belpoggi, Direttrice dell’Area Ricerca dell’Istituto Ramazzini e leader dello studio.

 Infatti il DPCM 8/07/03, fissa i limiti come segue:
1) i limiti di esposizione, in modo differenziato per tre intervalli di frequenza; per esempio per le frequenze dei dispositivi delle telefonia mobile i limiti di esposizione sono pari a 20 V/m per il campo elettrico; 2) il valore di attenzione di 6 V/m per il campo elettrico, da applicare per esposizioni in luoghi in cui la permanenza di persone è superiore a 4 ore giornaliere; 3) l’obiettivo di qualità di 6 V/m per il campo elettrico, da applicare all’aperto in aree e luoghi intensamente frequentati. Questi valori vengono però misurati come media nell’arco di 24 ore, cioè facendo la media fra i rilievi diurni e quelli notturni, portando quindi ad una sottostima delle esposizioni reali durante il giorno, quando il traffico telefonico è più elevato.

Le dosi dell’NTP sono state stabilite per mimare l’esposizione localizzata sui tessuti corporei proveniente da un cellulare posto vicino al corpo, e sono quindi decisamente più elevate di quelle dell’Istituto Ramazzini. Nonostante queste differenze, entrambi gli studi hanno rilevato aumenti statisticamente significativi nello sviluppo dello stesso tipo di tumori maligni molto rari del cuore nei ratti maschi trattati e del cervello nelle femmine.

“Il nostro studio conferma e rafforza i risultati del National Toxicologic Program americano; non può infatti essere dovuta al caso l’osservazione di un aumento dello stesso tipo di tumori, peraltro rari, a migliaia di chilometri di distanza, in ratti dello stesso ceppo trattati con le stesse radiofrequenze. Sulla base dei risultati comuni, riteniamo che l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) debba rivedere la classificazione delle radiofrequenze, finora ritenute possibili cancerogeni, per definirle probabili cancerogeni.”.

“E’ molto importante sottolineare il fatto che studi epidemiologici (cioè studi sulla popolazione) hanno trovato lo stesso tipo di tumori delle cellule di Schwann (cellule di rivestimento dei nervi) nei forti utilizzatori di telefoni cellulari” afferma ancora la Dott.ssa Belpoggi. “Sebbene l’evidenza sia quella di un agente cancerogeno di bassa potenza – prosegue – il numero di esposti è di miliardi di persone, e quindi si tratta di un enorme problema di salute pubblica, dato che molte migliaia potrebbero essere le persone suscettibili a danni biologici da radiofrequenze”.  “Inoltre – continua Belpoggi – i nostri dati rafforzano la richiesta di adottare precauzioni di base a livello globale. Semplici misure sugli apparecchi, come un auricolare a molla incorporato nel telefono, oppure segnalazioni di pericolo sia nelle istruzioni che nella confezione di acquisto affinché l’apparecchio venga tenuto lontano dal corpo, e altre misure tecnologiche che io non so immaginare ma che sicuramente le compagnie conoscono e possono mettere in atto, potrebbero costituire una prima misura urgente per correre ai ripari. Certo non immagino che si possa tornare indietro nella diffusione di questa tecnologia, ma sono sicura che si possa fare meglio.  La salute pubblica necessita di un’azione tempestiva per ridurre l’esposizione, le compagnie devono concepire tecnologie migliori, investire in formazione e ricerca, puntare su un approccio di sicurezza piuttosto che di potenza, qualità ed efficienza del segnale radio. Siamo responsabili verso le nuove generazioni e dobbiamo fare in modo che i telefoni cellulari e la tecnologia wireless non diventino il prossimo tabacco o il prossimo amianto, cioè rischi conosciuti e ignorati per decenni”, conclude Belpoggi.

 L’Istituto Ramazzini è una cooperativa sociale onlus fondata nel  1987 dal professor Cesare Maltoni, impegnata nella ricerca e nella prevenzione del cancro.  All’istituto fa capo il Centro di Ricerca sul Cancro “Cesare Maltoni”, che ha sede nel Castello di Bentivoglio (Bo)  e dove vengono  analizzati i rischi cancerogeni e la tossicità di numerose sostanze, fornendo le basi scientifiche per la normativa nazionale e internazionale.   Le attività di prevenzione vengono invece svolte nei due Poliambulatori  dell’Istituto Ramazzini, a Bologna e a Ozzano dell’Emilia.
fonte: https://www.google.it/search?q=Tumori,+cellulari+e+Wi-fi:+lo+studio+scientifico+del+%22Ramazzini%22&rlz=1C1AVNE_enIT620IT620&source=lnt&tbs=qdr:d&sa=X&ved=0ahUKEwjYkLDS8YDaAhWLCOwKHY3DC_AQpwUIIA&biw=1475&bih=726

 

 

La bomba ecologica di cui nessuno parla: nell’oceano un milione di tonnellate di acqua radioattiva proveniente da Fukushima.

 

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La bomba ecologica di cui nessuno parla: nell’oceano un milione di tonnellate di acqua radioattiva proveniente da Fukushima.

Nel Pacifico 1 milione di tonnellate di acqua radioattiva di Fukushima

Oltre sei anni dopo il disastro nucleare di Fukushima, il Giappone non ha ancora deciso come smaltire il milione di tonnellate di acqua radioattiva attualmente stoccata presso la centrale di Daiichi in 900 grandi serbatoi.

Secondo gli esperti che lavorano per il governo, si dovrebbe procedere a un rilascio graduale nel vicino Oceano Pacifico dopo aver effettuato un trattamento in grado di rimuovere tutti gli elementi radioattivi ad eccezione del trizio, che secondo loro è sicuro in piccole quantità.

Ma i pescatori locali temono che i consumatori non acquisteranno pesce catturato nell’area se ciò dovesse accadere, e la loro attività che sta ancora lottando per ripartire dopo lo tsunami, sarebbe ulteriormente danneggiata.

Gli ultimi test multipli hanno dimostrato che la maggior parte dei pesci catturati vicino a Fukushima sono sicuri da consumare. Ma giustamente la popolazione è ancora riluttante. Va detto anche che conservare a lungo l’acqua radioattiva nei serbatoi non è affatto sicuro visto che un altro terremoto o uno tsunami potrebbero provocarne una immediata fuoriuscita.

Ogni giorno la quantità di acqua radioattiva a Fukushima aumenta di 150 tonnellate.L’acqua di raffreddamento deve essere pompata nei reattori per evitare che si surriscaldino. Quindi filtra dalle camere di contenimento e si raccoglie nei serbatoi insieme all’acqua sotterranea che penetra attraverso le crepe negli edifici del reattore. A causa delle forti piogge, l’afflusso delle acque sotterranee aumenta in modo significativo, incrementandone il volume. Alla fine 210 tonnellate di queste acque possono essere trattate e riutilizzate per il raffreddamento dei reattori ma 150 tonnellate vengono messe nei serbatoi in attesa di conoscere la loro sorte.

Per ovviare al problema, la Tokyo Electric Power Co (Tepco), l’utility che gestisce l’impianto di Fukushima ha scavato dozzine di pozzi per pompare l’acqua freatica prima che raggiunga gli edifici del reattore e ha costruito un “muro di ghiaccio” sotterraneo di discutibile efficacia con il parziale congelamento del terreno attorno ai reattori.

Un altro panel governativo ha raccomandato l’anno scorso alla Tepco di diluire l’acqua fino a circa 50 volte e rilasciarne circa 400 tonnellate al giorno in mare, un processo che richiederebbe quasi un decennio prima di essere completato. Il rilascio di acqua triturica radioattiva è consentito in altre centrali nucleari.

Tra le possibili alternative c’è anche l’attesa. Si potrebbe rilasciare l’acqua dal 2023in poi, quando metà del trizio presente al momento del disastro sarà naturalmente scomparso. A quel punto bisognerebbe incrociare le dita e sperare che non si verifichino altri terremoti.

 

 

tratto da: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/25839-acqua-radioattiva-fukushima

…Se gli smartphone uccidono le api!

 

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…Se gli smartphone uccidono le api!

In Germania un gruppo di giovanissimi studenti ha indagato gli effetti delle radiazioni sulle api. ecco gli spaventosi risultati della ricerca.

Sanno essere permalose e ricorrere al pungiglione, ma ci regalano il miele e soprattutto sono fondamentali per il nostro ambiente. Sono le api, minacciate da più fattori inquinanti e la cui popolazione è purtroppo da tempo in netto calo. Ma quali sono gli elementi più dannosi per questi insetti, oltre ai già noti pesticidi e parassiti? In Germania, un gruppo di cinque giovanissimi studenti di età compresa tra i quindici e i diciassette anni ha deciso di svolgere un’interessante ricerca sulle conseguenze che provocano sulle api le radiazioni da telefonini e smartphone. Un progetto corredato da un sito in grado di aggiornare in tempo reale su metodologie utilizzate e risultati ottenuti, e che è valso ai cinque studenti il WWF Galileo Green Youngster Award, un riconoscimento internazionale che premia gli esperimenti più ingegnosi.

Le radiazioni pericolose

La ricerca è partita nel giugno 2016 e si è svolta a Nordhessen, su input di Victor Hernandez, l’apicoltore della cittadina. Hernandez aveva notato che un alveare, situato in prossimità di un ripetitore telefonico, aveva iniziato a dare problemi. Apparentemente, diverse api perdevano il proprio orientamento e alcune di loro, in seguito, morivano. I ragazzi hanno voluto vederci chiaro e l’unica soluzione possibile era quella di interrogare le api, o meglio studiare il loro comportamento in risposta alle radiazioni. L’intero sciame di api è stato collegato a diversi dispositivi di misurazione, capaci di seguire i vari aspetti nella vita quotidiana delle api, con attrezzature audio e video. Una telecamera a infrarossi è stata incaricata di scattare fotografie ogni minuto, grazie a un interruttore fotoelettrico. Il meccanismo, attivato dall’andirivieni delle api, ha fornito ampie quantità di materiale.

Uno studio all’avanguardia

Di pari passo all’osservazione ottica garantita dalle fotografie, è stato collocato in prossimità dell’alveare un microfono per poter registrare il volume del ronzio. Lo studio è andato avanti per diverso tempo e contemplava anche il supporto di termometri per poter misurare le temperature, nonché la cara vecchia osservazione “manuale”, a occhio nudo. Come detto, è stato possibile seguire l’intero percorso su un sito regolarmente aggiornato, tutt’ora online, con corredo di statistiche, grafici, video e gallery fotografiche. Le immagini rendono conto della strumentazione utilizzata e del lavoro sul campo.

 

Api disorientate

Ma veniamo dunque ai risultati del progetto. I cinque ragazzi hanno verificato che l’esposizione alle radiazioni da telefoni mobili provocano nelle api un incremento dell’aggressività e una parziale perdita di orientamento. Da cosa hanno ricavato queste conclusioni gli studenti? Proprio dalla loro strumentazione, perché dai microfoni è stato registrato un incremento del ronzio, mentre i termometri hanno evidenziato un aumento delle temperature e l’osservazione del volo ha mostrato comportamenti disorientanti, movimenti rallentati.

Lo studio di Niklas Binder, Maximilian Gorlitz, Carl-Moritz Kopp, Alexander Popov e Jacob Ruckel – questi i nomi dei ragazzi – non dimostra certamente che le onde su cui viaggiano le informazioni dei nostri smartphone sono la causa principale per il crollo della popolazione delle api. Per poter arrivare a conclusioni più dettagliate è previsto un prolungamento della ricerca, uno studio a lungo termine che possa fornire ulteriori elementi. Quello che sembra sicuro, tuttavia, è l’esistenza di un legame tra il comportamento delle api e l’intensità delle radiazioni. Gli studenti tedeschi riceveranno il loro meritato premio il prossimo dodici maggio: le api sentitamente ringraziano.

 

fonte: http://www.green.it/smartphone-uccidono-api/

È allarme tra gli esperti: nei ghiacciai delle Alpi sostanze radioattive riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima. “Col disgelo ritornano nell’aria”…!!

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È allarme tra gli esperti: nei ghiacciai delle Alpi sostanze radioattive riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima. “Col disgelo ritornano nell’aria”…!!

leggi anche: Uno studio italiano rivela: Nei ghiacciai delle Alpi presenti sostanze radioattive direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima.

Nei ghiacciai sostanze radioattive: “Col disgelo ritornano nell’aria”

La ricerca della Bicocca: frutto degli incidenti e dei test nucleari

Milano, 6 settembre 2017 – «Tutto ciò che è rimasto intrappolato nei ghiacciai sarà presto rilasciato nell’ambiente», assicurano i ricercatori. Succede a resti antichi, alpinisti e soldati scomparsi decenni fa ma anche a tutto ciò che era contenuto nell’aria di epoche passate, compreso quella contaminata dal disastro di Chernobyl. È sbalorditivo il risultato di una recente ricerca durata quasi tre anni e realizzata dai Dipartimenti di scienze dell’ambiente e della terra e di fisica dell’Università di Milano-Bicocca, dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, dell’Università di Genova e del Laboratorio per l’energia nucleare applicata dell’Università di Pavia.

Lo studio dimostra che i ghiacciai, che mai come negli ultimi anni si ritirano a vista d’occhio, stanno rilasciando metalli pesanti e sostanze radioattive. Le recenti misure, effettuate sul ghiacciaio del Morteratsch, nelle Alpi svizzere, da un gruppo di ricercatori italiani, che ha utilizzato sedimenti chiamati crioconiti come rivelatori o “cartine tornasole” per l’analisi del ghiaccio, lo dimostrano. I ghiacciai alpini che rappresentano una sorta di catalogatore naturale di tutto ciò che è accaduto in varie epoche, custodiscono sostanze radioattive prodotte da test e incidenti nucleari come cesio-137, americio-241. Sulle Alpi sono rimaste imprigionate sostante provenienti da Chernobyl e Fukushima, ma anche prodotte dai test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta. Si ipotizza che un ruolo importante lo abbia la più potente bomba all’idrogeno mai sperimentata e principale indiziata per la presenza di bismuto-207: la celebre Bomba Zar che venne fatta esplodere nel 1961 nella Novaja Zemlja, allora parte dell’Unione Sovietica. «Iò Bismuto-207 è una sostanza abbastanza misteriosa. Non era mai stata trovata nell’ambiente. La sua origine non è ancora completamente chiara ma ci sono evidenze che si sia sprigionato da un evento singolo, come il test termonucleare più potente della storia che ha lasciato tracce anche 50 anni dopo», commenta Giovanni Baccolo, 29 anni di Milano, dottore di ricerca che collabora con i gruppi di glaciologia e radioattività dell’Università di Milano-Bicocca. Fortunatamente in tutto ciò non è stato rilevato alcun rischio immediato per la salute. «Con la progressiva fusione dei ghiacciai, le sostanze immobilizzate da anni o addirittura decenni vengono rilasciate nell’ambiente circostante attraverso l’acqua di fusione. Sinceramente non ci aspettavamo che fosse così facile scovare tutti questi metalli. Adesso che la fusione dei ghiacciai è molto più intensa e riguarda anche le parti più in quota il rilascio di queste sostanze è molto più veloce e intenso. Non siamo nemmeno dovuti andare a cercare chissà dove. Vuol dire che sono praticamente ovunque, custoditi nelle masse glaciali di tutte le Alpi».

fonte: http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sostanze-radioattive-ghiacciai-1.3378523

Uno studio italiano rivela: Nei ghiacciai delle Alpi presenti sostanze radioattive direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima.

 

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Uno studio italiano rivela: Nei ghiacciai delle Alpi presenti sostanze radioattive direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima.

Alpi, lo studio italiano rivela: “I ghiacciai contengono sostanze radioattive e metalli pesanti. Colpa delle attività umane”
La ricerca di tre università, pubblicata su Scientific Reports, ha scoperto come elementi quali cesio-137, americio-241 e bismuto-207, siano stati catturati dai ghiacci delle Alpi. Le sostanze sono direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari. Ritrovati anche metalli pesanti, derivati dalle attività industriali e dai trasporti

Può l’incidente di Fukushima del 2011, avvenuto in Giappone, avere effetti anche sulle Alpi? La risposta è sì. Parola di un gruppo di ricercatori italiani. Nei ghiacciai della catena montuosa al confine tra Italia e Svizzera, infatti, ci sono sostanze radioattiveprodotte da test e incidenti nucleari. Non solo, ci sono anche metalli pesanti. La scoperta è comparsa in un studio pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature. Elementi come il cesio-137americio-241 e bismuto-207, depositati nel suolo insieme alla neve, possono essere conservati anche per decenni nei ghiacciai. Lo dimostrano le recenti misure effettuate dal pool di studiosi sul ghiacciaio del Morteratsch, nelle Alpi svizzere, appena dopo il confine della provincia di Sondrio. Niente paura, però. Le sostanze in questione sono in concentrazioni tali da non essere pericolose per la salute.

La ricerca è stata condotta dai ricercatori dei dipartimenti di Scienze dell’ambiente e della terra e di Fisica dell’università di Milano-Bicocca, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), dell’università di Genova e del laboratorio per l’Energia nucleare applicata (Lena) dell’università di Pavia, attraverso l’analisi di particolari sedimenti chiamati crioconiti. Le coppette crioconitiche sono dei piccoli depositi di sedimenti scuri che si trovano sui ghiacci di tutto il mondo. La loro formazione è dovuta all’interazione fra materiale di origine minerale e sostanza organica. Sono, sostanzialmente, delle “spugne” capaci di captare e assorbire sostanze e impurità. Gli studiosi hanno utilizzato questi sedimenti come ‘cartine tornasole’ per l’analisi del ghiaccio che “oltre alle sostanze radioattive assorbono e concentrano anche metalli pesanti e metalloidi come zinco, arsenico e mercurio”.

Fra le sostanze radioattive trovate solo alcune sono di origine naturale, come nel caso di torio, uranio e potassio. Tutte le altre sono legate esclusivamente ad attività umane. Ovvero test e incidenti nucleari avvenuti negli anni passati. Si spiega così la presenza di sostanze radioattive, che possono viaggiare insieme alle correnti atmosferiche e sono in grado di percorrere migliaia di chilometri. Ecco perché ci sono tracce dell’incidente di Fukushima del 2011, avvenuto in Giappone, rilevate anche in Italia – seppur in concentrazioni bassissime – da alcuni degli autori di questo studio. Il cesio-137, uno dei nuclidi artificiali più noti nonché il più abbondante fra quelli trovati nelle crioconiti alpini, è associato a incidenti come quelli di Chernobyl e Fukushima, ma anche ai test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta, e la sua diffusione è notevole.

A causa della progressiva fusione dei ghiacciai, le sostanze cristallizzate da anni, se non da decenni, vengono rilasciate nell’ambiente attraverso l’acqua di fusione. Le concentrazioni di sostanze rilevate nelle crioconiti sono nettamente superioririspetto a quelle tipicamente osservate nel ghiaccio e nell’acqua di fusione pura. Lo studio conferma che la regione alpina è un’area critica e fragile dal punto di vista ambientale, essendo circondata da alcuni tra i distretti più densamente popolati e industrializzatidel pianeta. Il ghiacchio delle Alpi è un banco di prova ideale per studiare l’impatto delle attività umane sui ghiacciai e sugli ambienti d’alta quota in generale. Le concentrazioni di metalli pesanti, secondo i ricercatori, sono direttamente riconducibili al fattore umano: industrie e trasporti.

Sulla pericolosità delle sostanze incapsulate nelle coppette crioconitiche i ricercatori assicurano che “non è stato rilevato alcun rischio immediato per la salute”. Nello specifico, gli elementi potenzialmente nocivi raggiungono concentrazioni significative solo all’interno delle singole “spugne”. Quando il ghiaccio fonde e la crioconite viene rilasciata nell’ambiente insieme all’acqua, queste sostanze sono diluite enormemente. Dunque, non c’è pericolo.

Lo studio pubblicato su Scientific Reports

tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/30/alpi-lo-studio-italiano-rivela-i-ghiacciai-contengono-sostanze-radioattive-e-metalli-pesanti-colpa-delle-attivita-umane/3826149/

 

Forse non lo sapete, ma il mondo è in attesa di una nuova Chernobyl. Entro i prossimi 5 anni è previsto un nuovo devastante incidente in uno dei 15 reattori delle fatiscenti centrali nucleari rimaste attive in Ucraina

Chernobyl

 

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Forse non lo sapete, ma il mondo è in attesa di una nuova Chernobyl. Entro i prossimi 5 anni è previsto un nuovo devastante incidente in uno dei 15 reattori delle fatiscenti centrali nucleari rimaste attive in Ucraina

 

Dopo Chernobyl, allarme nucleare sull’Europa: nei prossimi 5 anni un nuovo devastante incidente

Nei prossimi 5 anni c’è l’80% di possibilità di un incidente atomico, una nuova Chernobyl, nelle centrali nucleari rimaste attive in Ucraina dopo il disastro del 1986. Uno degli eventi più disastrosi del Novecento europeo, dunque, potrebbe ripetersi a breve, e tutto dipende dalle condizioni fatiscenti delle quattro centrali ucraine e dei loro 15 reattori.

Come spiega un reportage del Giornale, tutte le strutture ancora in funzione furono costruite in epoca sovietica e ora, facendosi carico di una produzione energetica nettamente superiore alle proprie capacità, hanno bisogno assoluto di manutenzione e ammodernamento. “Le centrali ucraine sono vecchie – accusa Dmitry Marunich, co-presidente del Fondo ucraino per la strategia energetica -. Non dovrebbero essere utilizzate per più di 30 anni, ma la vita di sette reattori è già stata prolungata. Fra pochi anni alcuni di essi non saranno più utilizzabili e andranno spenti una volta per tutte”.

Nell’autunno 2014 c’è già stato un inquietante precedente: uno dei reattori della centrale di Zaporizzja si fermò, provocando un blackout che coinvolse decine di migliaia di persone. Pochi mesi dopo, non a caso, la centrale richiese una licenza di estensione della vita utile del reattore, segno che probabilmente il degrado delle strutture era ormai insopportabile. La rivista anglosassone Energy Research & Social Science aveva evidenziato come “gli incidenti alle centrali nucleari ucraine non vengono registrati nei database, nonostante i media statali ne abbiano dato notizia”. Una mancanza di trasparenza che ricorda molto da vicino quanto accaduto poco più di trent’anni fa, quando per settimane le allora autorità sovietiche cercarono di minimizzare il rischio radiazioni e nascondere il devastante effetto fall-out di quei giorni, con 66 vittime accertate e una stima di persone coinvolte nei mesi e anni successivi, tra feriti, ammalati di leucemia e altre patologie derivate dall’esposizione alle radiazioni, che arriva addirittura ai 6 milioni di Greenpeace. “Se l’Europa non risolverà i problemi del nucleare ucraino nei prossimi anni – è l’allarme finale di Marunich – sarà tutto il Continente a doversi preoccupare. E non solo l’Ucraina”.

 

fonte: http://tv.liberoquotidiano.it/video/esteri/12419750/ucraina-centrali-nucleare-dopo-chernobyl-nuovo-rischio-altissimo-incidenti-reattori.html

Radiazioni di Fukushima: ecco gli effetti sulla popolazione mondiale

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Radiazioni di Fukushima: ecco gli effetti sulla popolazione mondiale

Ogni abitante della Terra ha subito una significativa dose di radiazioni dal disastro nucleare di Fukushima. Ecco i dati

Le radiazioni del disastro nucleare di Fukushima hanno toccato ognuno di noi. A dimostrarlo è una ricerca del Norwegian Institute for Air Research che ha calcolato le effettive ricadute dell’incidente nelle varie aree del pianeta. Gli studiosi hanno analizzato i dati del Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organisation, un gruppo di ricerca specializzato nella misurazione delle radiazioni nucleari sulla popolazione. E’ il cesio-137 ad essere oggetto della misurazione dagli esperti, si tratta di un elemento pesante ed in grado di spostarsi anche per lunghissime distanze.

Ebbene, secondo le ricerche, una percentuale del 23% della sostanza non ha lasciato il Giappone mentre la quota restante ha viaggiato per il mondo attraverso gli oceani. I residenti nell’ara di Fukushima hanno subito una quantità di radiazioni comprese tra 1 e 5 millisievert già durante i primi 3 mesi. Nelle altre zone del Giappone, invece, le radiazioni, in questi anni, si sono fermate a 0.5 millisievert, una quantità appena inferiore ad una TAC. Nelle restanti aree del nostro pianeta, quindi compresa anche l’Italia, le radiazioni pro capite sono meno di 0,1 millisievert dal 2011 ad oggi. Si tratta, in sostanza, della stessa quantità che avremmo subito con una radiografia.

 

fonte: http://www.scienzenotizie.it/2017/05/10/radiazioni-di-fukushima-ecco-gli-effetti-sulla-popolazione-mondiale-1322060

 

Perché i governi non proteggono i cittadini dalle radiazioni di cellulari e Wi-Fi?

 

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Perché i governi non proteggono i cittadini dalle radiazioni di cellulari e Wi-Fi?

Il romanzo “La città bianca” denuncia la pericolosità delle radiazioni emesse dai cellulari e dai ripetitori della telefonia mobile attraverso una narrazione avventurosa che si snoda intorno ad un evento reale, la classificazione della radiazione dei cellulari come “possibile cancerogeno per l’Uomo”, da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), un’agenzia afferente all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel romanzo emerge chiaramente che la pericolosità di queste radiazione viene sottovalutata dai governi perché gli standard di sicurezza si basano esclusivamente sugli effetti termici, prodotti cioè dal riscaldamento dei campi elettromagnetici, ignorando di fatto l’importanza degli effetti non termici, quelli causati da livelli di esposizione molto bassi, non in grado di produrre un riscaldamento della materia vivente.

Proprio in questi giorni si è occupata di questo tema la Prof.ssa Magda Havas, ricercatrice canadese della Trent University, in una pubblicazione sulla rivista Environmental Pollution.

La Havas conclude che gli standard di sicurezza per le emissioni di cellulari, Wi-Fi, contabilizzatori senza fili (smart-meter), radar e degli altri dispositivi mobili sono “fondamentalmente sbagliati” e non proteggono i cittadini dagli effetti nocivi di queste radiazioni. Questo avviene perché, nell’elaborare gli standard di sicurezza, i governi si sono basati sul modello d’azione delle radiazioni ionizzanti, come raggi X e  raggi gamma, che sono cioè in grado di causare il distacco di uno ione negativo – l’elettrone – della struttura centrale delle cellule umane, il DNA.

Le radiazioni non ionizzanti, invece, come  i campi elettromagnetici di bassa e di alta frequenza, non sono in grado di causare a basse dosi un distacco immediato di elettroni dal DNA e, per tale ragione, sono stati considerati più “sicuri”.

Sempre più evidenze scientifiche, invece, dimostrano che questi campi elettromagnetici sono tutt’altro che sicuri e sono persino in grado di provocare cancro, sterilità e altri effetti sulla salute a causa di meccanismi diversi (effetti non termici) dovuti ad un’interferenza con i meccanismi ossidativi di riparazione cellulare, all’aumento dello stress ossidativo, con danni cellulari, in particolare al DNA, che sul lungo termine possono portare al cancro.

Il danno causato dall’aumento dei radicali liberi per l’esposizione a frequenze estremamente basse (ELF), a campi elettromagnetici (EMF) e alle alte frequenze (Radiofrequenza) è ampiamente documentato da numerosi studi condotti sugli esseri umani, sugli animali, sulle piante e sui microrganismi.

“Nonostante un elevato numero di studi scientifici abbiano dimostrato che le radiazioni da microonde provocano il cancro – conclude la ricercatrice canadese – i governi si rifiutano di aggiornare le proprie linee guida. Dato che attualmente l’uso di dispositivi a radiofrequenza è in aumento e viene promosso anche per i consumatori più giovani senza alcuna precauzione, ci si può aspettare un aumento nella società di alcuni tipi di tumori tra cui il glioblastoma così come la sterilità e altri effetti sulla salute associati ai danni da radicali liberi, come in realtà sta già avvenendo.”

Francesca Romana Orlando

Fonte della notizia: Comunicato stampa del 28 novembre 2016 della Prof.ssa Magda Havas, BSc. PhD, Trent School Of The Environment, Trent University

Pubblicazione scientifica: Havas, M. 2016. When theory and observation collide: Can non-ionizing radiation cause cancer? Environmental Pollution, 219: 000-000. Pubblicazione online, 28 novembre 2016.

Per un approfondimento degli effetti non termici dei campi elettromagnetici si consulti la monografia (in inglese) della Commissione Internazionale per la Sicurezza dei Campi Elettromagentici (ICEMS), pubblicata nel 2010: “Non-Thermal Effects and Mechanisms of Interaction Between Electromagnetic Fields and Living Matter”, a monograph edited by Livio Giuliani and Morando Soffritti for the “European Journal of Oncology” – Library Vol. 5 of the National Institute for the Study and Control of Cancer and Environmental Diseases “Bernardo Ramazzini”, Bologna, Italy, 2010, Part I and Part II.
Scarica la prima parte 
Scarica la seconda parte

tratto da:
https://sciechimicheinformazionecorretta.blogspot.it/2017/04/perche-i-governi-non-proteggono-i.html

Uno studio norvegese ha quantificato le radiazioni che ci hanno colpiti dopo Fukushima: ecco i risultati – agghiacciante!

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Uno studio norvegese ha quantificato le radiazioni che ci hanno colpiti dopo Fukushima: ecco i risultati – agghiacciante!

 

Il problema dei giorni nostri è che pensiamo erroneamente che le notizie esistano fintantoché ne si sente parlare al telegiornale, sui quotidiani e sui social. In altre parole, nel momento in cui nessuno pone più al centro dell’attenzione un problema questo viene considerato come se fosse stato magicamente risolto. Purtroppo non è la realtà, e così la questione ambientale di Fukushima esiste ancora, nonostante a nessuno venga più in mente di farne un servizio da mandare in onda. L’Istituto Norvegese per lo Studio dell’Aria non ha mai smesso di tenere gli occhi puntati sulla centrale esplosa nel 2011, e negli ultimi giorni ha pubblicato gli effetti sulla popolazione del disastro nucleare.

Gli studiosi norvegesi hanno esaminato i dati raccolti dal Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organisation, un gruppo di ricerca che studia gli effetti sulla popolazione umana e sull’ambiente delle esplosioni o incidenti nucleari avvenuti in tutto il mondo. I dati tracciano l’attività sismica e la quantità di particelle radioattive nell’atmosfera: nel caso specifico di Fukushima è stato preso in esame il cesio-137, un elemento pesante in grado di spostarsi su lunghe distanze grazie alla sua solubilità in acqua.

Prima di passare a conoscere le quantità effettive di radiazioni che la popolazione ha subito, è necessario capire il significato dell’unità di grandezza con cui si misura l’attività radioattiva: si chiama sieverts e corrisponde alla quantità di energia radioattiva che un corpo riceve dalla radiazione stessa. 0,1 millisievert è quello che subiamo dopo una radiografia.

Gli studiosi hanno rilevato che solo il 23% del cesio-137 rilasciato dalle esplosioni è rimasto in Giappone, mentre il resto si è riversato negli oceani. “Più dell’80% della radiazione si è depositata nelle acque degli oceani e ai poli, pertanto la popolazione globale ha subito solo una minima esposizione“, ha affermato un ricercatore del team alla conferenza europea di Geoscienza tenutasi a Vienna.

È stato ovviamente il Giappone ad essere stato investito da radiazioni consistenti, soprattutto nei giorni seguenti al disastro: nei successivi 3 mesi i livelli di radiazione gamma, nella zona limitrofa a Fukushima, hanno toccato quota 5 millisievert.  Il resto del paese è stato colpito da 0,5 millisievert, corrispondente più o meno ad una tomografia computerizzata.

Il resto del mondo è stato interessato solo da 0,1 millisievert, al pari di una lastra a raggi X in più.

Non bisogna dimenticare inoltre che ognuno di noi è soggetto ad una quantità di radiazioni annuale che oscilla tra 1,5 mSv and 3 mSv: tra i fattori che aumentano l’esposizione sono lunghi viaggi in aereo, l’assunzione di cibo contaminato e l’inquinamento ambientale.

Stando ai risultati dello studio sembra che possiamo tirare un sospiro di sollievo, ma non cadiamo in un pensiero troppo egoistico e non dimentichiamo la fauna e la flora circostanti il territorio di Fukushima, seriamente interessate dalle radiazioni. Non sarà stato un disastro paragonabile a quello di Chernobyl del 1986, ma è chiaro che ancora abbiamo da imparare sulla gestione delle centrali nucleari… A scapito dell’ambiente.

fonte: http://www.curioctopus.it/video/13237/uno-studio-norvegese-ha-quantificato-le-radiazioni-che-ci-hanno-colpiti-dopo-fukushima:-ecco-i-risultati