A Fukushima il dramma non è finito – gli agghiaccianti dati di Greenpeace ed il commento dell’Enea

 

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A Fukushima il dramma non è finito – gli agghiaccianti dati di Greenpeace ed il commento dell’Enea

Canale Energia – Sette anni dopo il disastro nucleare di Fukushima, i livelli di radiazioni rimangono troppo alti per un ritorno sicuro alle proprie case da parte dei cittadini giapponesi evacuati.
Lo rileva Greenpeace, che ha effettuato un sopralluogo nei luoghi dell’incidente riuscendo anche, grazie alla collaborazione degli abitanti locali, a fare dei rilievi in alcune case della zona altamente contaminata di Namie.

Nelle zone evacuate ci sono ancora radiazioni

Proprio nell’area dei centri di Namie e Iitate, dove è stata ordinata l’evacuazione il marzo scorso, i livelli di scorie nucleari rimarranno ancora al di sopra di 1 millisievert (mSv) all’anno (soglia massima di esposizione per la salute umana riconosciuta internazionalmente) per alcuni decenni, secondo l’associazione ambientalista. Il limite è stato fissato dal governo ipotizzando un’esposizione all’aria aperta media di 8 ore al giorno e tenendo conto del fatto che, dentro abitazioni in legno, l’uomo è schermato dalle radiazioni.
Nella “exclusion zone” (dove cioè è difficile ritornare) intorno a Namie, Greenpeace ha stimato che solo alla fine del secolo ci si riavvicinerà agli obiettivi del governo giapponese, il quale è ben consapevole dei rischi di cancro e altri problemi di salute che anche bassi livelli di radiazione (1-5 mSv/anno) possono portare.

Il Giappone dovrà rivedere l’attuale limite di contaminazione

Purtroppo, il Giappone ha dovuto ammettere il fallimento del processo di decontaminazione e sarà costretto a rivedere l’attuale target di lungo termine di 0,23 micro Sv/ora, portandolo, si pensa, a 1 micro Sv/ora.
L’Autorità per la regolazione nucleare nazionale, infatti, aveva dichiarato a gennaio che gli attuali limiti “potrebbero ostacolare il ritorno a casa delle persone colpite”.
In abitazioni nel raggio di 25-30 km a nord-ovest della centrale di Fukushima, i rilievi fotografano valori nel range 1,3-3,4 mSv/ora, che addirittura sono superiori nelle vicine foreste e fattorie (anche 17 mSv/anno).

Una casa nel centro di Namie, sottoposta a estese opere di decontaminazione, presenta livelli radioattivi medi di 1,3 micro Sv/ora, con punte di 5,8.

Obori, località a 20 km dalla centrale, si arriverebbe addirittura a 101 mSv/anno.
E ancora, a meno di 50 metri dalla strada pubblica Route 114, sono stati registrati livelli di 11 micro Sv/ora a un metro sottoterra e di 137 micro Sv/ora a 0,1 metri di altezza.  Rapportati con lo standard di altezza utilizzato per le altre misurazioni di un metro (è stato notato che a un’altezza più elevata corrispondono radiazioni più alte), questi livelli sono davvero pericolosi.

Gli stessi addetti alla decontaminazione, avvisa Greenpeace, sono costretti a subire radiazioni, facendo un lavoro che permette di “pulire” solo una piccola frazione dell’aria.
Per rendere un’idea dell’emergenza, si pensi che livelli di contaminazione del genere porterebbero, in un impianto nucleare, ad azioni immediate richieste dall’Autorità per la tutela della salute umana e dell’ambiente. Il governo giapponese, invece, non si sta comportando in questo senso, anzi, sottolinea Greenpeace.
L’analisi di un’altra casa a Iitate ha mostrato, a partire dal 2016, una decrescita molto lenta dei valori radioattivi e addirittura un incremento degli stessi, cosa che porta a galla il fantasma della ricontaminazione, possibile per la migrazione di radionuclidi dalle vicine foreste altamente contaminate del versante montuoso.

Il ritorno a casa per gli abitanti non è possibile. L’intervento dell’ONU

Il dramma per la popolazione abitante nell’area è evidente, e solo il 3,5% delle 27.000 persone che abitavano l’area nel marzo 2011 sono tornate a casa.
La situazione ha attirato l’attenzione anche dell’ONU. I governi degli Stati membri di Austria, Portogallo, Messico e Germania hanno chiesto al Giappone di rispettare i diritti umani degli sfollati di Fukushima e adottare misure forti per ridurre i rischi di radiazioni per i cittadini, in particolare donne e bambini, e per sostenere pienamente gli sfollati.
La Germania, in particolare, ha invitato il Giappone a tornare a radiazioni massime ammissibili di 1 mSv all’anno, mentre l’attuale politica governativa giapponese è di consentire esposizioni fino a 20 mSv all’anno. Se questa raccomandazione dovesse essere adottata, il governo nipponico non potrebbe far rientrare la popolazione nelle aree contaminate.

Parola all’esperto

Sulla situazione di contaminazione in Giappone abbiamo chiesto un commento ad Alessandro Dodaro, esperto di sicurezza nucleare dell’ENEA, per il quale “i valori di rateo di dose (che è una grandezza proporzionale al danno biologico subito da un particolare organo o tessuto quando viene investito da una radiazione e dipende dal tipo di radiazione e dalla sua energia) sono stati misurati con strumentazione non idonea alla sua misura, a meno che non siano disponibili tipologia ed energia della radiazione rivelate: lo strumento, infatti, trasforma il rateo di particelle rivelate (qualunque esse siano) in rateo di dose sulla base di una calibrazione effettuata in laboratorio, in condizioni neanche paragonabili a quelle in cui è stato utilizzato in campo” ; dice l’esperto Enea basandosi su valutazioni di massima riferite all’enorme mole di dati ufficiali reperibili sui siti IAEA, OCSE, UNSCEAR, WHO ecc., che, specifica, forniscono valori di dose ambientale molto inferiori rispetto a quelli del rapporto Greenpeace.

Inoltre, ha rimarcato Dodaro, “questi strumenti sono poco stabili e necessitano di decine di secondi per stabilizzarsi su un valore utilizzabile, sia pure con tutte le tutele sopra richiamate, per la misura di dose: il documento dichiara misure da 1 secondo, quindi soggette a fluttuazioni statistiche che non le rendono, a mio avviso, significative”.

Sui tempi per cui persisterà la contaminazione delle aree interessate, ha aggiunto l’esperto dell’Enea, “dando per accertato che si tratti ormai in massima parte di Cs-137, anche se non ho modo di fornire numeri ufficiali, posso solo dire che circa ogni 30 anni la presenza di Cs-137 si dimezza, quindi fra 50 anni ci saranno valori che si aggirano intorno a un quarto di quelli immediatamente misurati dopo l’incidente“.

fonte: http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/focus_energia/2018/03/07/a-fukushima-il-dramma-non-e-finito_54524543-1cd5-416e-850e-a44966351160.html

Centrali nucleari insicure, il rapporto di Greenpeace che vorrebbe aprire il dibattito, ma che nessuno ha il coraggio di rendere noto.

 

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Centrali nucleari insicure, il rapporto di Greenpeace che vorrebbe aprire il dibattito, ma che nessuno ha il coraggio di rendere noto.

Il rapporto “Security of nuclear reactors”, rilasciato in 7 copie da Greenpeace alle autorità di sicurezza francesi e belghe, identifica le aree di rischio per le centrali nucleari rispetto a possibili atti criminali. L’aspetto di maggiore preoccupazione evidenziato dal rapporto riguarda le piscine di stoccaggio del combustibileesaurito – le barre già utilizzate per produrre energia – che rappresenta la parte più pericolosa dei rifiuti nucleari e quella di maggiore difficoltà di gestione. Si tratta di piscine che devono essere costantemente raffreddate – le barre irraggiate sono calde – e dunque devono esser mantenute in funzione le pompe di circolazione dell’acqua e garantita la disponibilità di acqua.

Le analisi di sicurezza fatte all’epoca della costruzione degli impianti nucleari sottostimavano il rischio di malfunzionamento e, per questa ragione, le piscine di stoccaggio non sono protette da edifici progettati per confinare eventuali rilasci di radioattività. In una piscina di stoccaggio possono esserci 2 o 3 volte la quantità di barre di combustibile presente nel reattore e, essendo queste barre già “bruciate”, contengono un inventario radioattivo ben superiore a quello presente nel nucleo di un reattore.

Questo tema è emerso con particolare evidenza durante l’incidente di Fukushima nel 2011, quando le piscine di raffreddamento del combustibile esaurito hanno cominciato a rilasciare radioattivitàa causa della mancanza di corrente alle pompe di circolazione dell’acqua. Le analisi di rilascio di Cesio 137 nel caso di Fukushima hanno dimostrato che un incidente grave alle piscine di stoccaggio può potenzialmente coinvolgere un’area distante fino a 150 km dal sito, con quantità di radioattività superiori a quelle di un incidente a una centrale.

Il rischio di possibili attentati terroristici – dopo l’11 settembre 2011 – è stato invece considerato nella progettazione del reattore EPR a Flamanville – i cui lavori procedono ormai con anni di ritardo e miliardi di costi aggiuntivi – nel quale le piscine del combustibile esausto sono protette da una struttura di contenimento simile a quella del reattore. Ma così non è per tutti le altre centrali nucleari.

L’analisi di Greenpeace, condotta da sette esperti internazionali, ha approfondito sia il tema generale che i dettagli di un gruppo di impianti nucleari: le centrali francesi di Cattenom – dove si è svolta ieri l’azione dimostrativa di otto attivisti – BugeyFessenheim e Gravelines, oltre all’impianto di ritrattamento del combustibile nucleare di La Hague, e le centrali belghe di Doel e Thiange.

Il rapporto esplora gli scenari di possibili atti criminali e la realizzabilità concreta di attacchi mirati alle piscine di stoccaggio del combustibile irraggiato. Contenendo analisi di dettaglio sui siti sopracitati, il rapporto integrale è stato consegnato solo alle autorità di sicurezza nucleare e di polizia.

Per quanto il tema sia di ovvia elevata riservatezza, l’obiettivo di Greenpeace è stato quello di aprire un dibattito pubblico su un tema che riguarda la sicurezza di milioni di persone.

 

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/13/centrali-nucleari-insicure-il-rapporto-greenpeace-vuole-aprire-il-dibattito/3912318/

Greenpeace France denuncia l’incubo nucleare: reattori vecchi, logori e protetti in modo insufficiente – Tutti i Francesi interessati – Ma non è solo un problema loro, Chernobyl era ben più lontana, eppure…

 

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Greenpeace France denuncia l’incubo nucleare: reattori vecchi, logori e protetti in modo insufficiente – Tutti i Francesi interessati – Ma non è solo un problema loro, Chernobyl era ben più lontana, eppure…

 

La carta dei rischi nucleari. Greenpeace France: «Tutti interessati»

40 milioni di persone a rischio si verificasse una catastrofe nucleare “tipo Chernobyl” vicino a Parigi

Mentre in Francia aumentano le denunce per le falle nella sicurezza delle centrali nucleari gestite da Edf e un terzo del parco nucleare francese è in  panne o fermo. Greenpeace France dice che «Siamo tutti più che mai preoccupati per il rischio nucleare. In Francia, il 66% di noi vive a meno di 75 km da un reattore nucleare». Per questo Greenpeace France ha pubblicato una cartografia interattiva che visualizza concretamente il rischio nucleare legato ai 58 reattori presenti nel Paese e quelle che l’associazione definisce «Le protezioni insufficienti di cui beneficiamo».

La carta di Greenpeace punta a far vedere i rischi che corrono i francesi in caso di incidente nucleare  e permette di identificare le centrali più vicine al luogo dove si abita e di capire quale potrebbe essere l’estensione della contaminazione radioattiva nel caso di una catastrofe del tipo  di quella di Chernobyl o di Fukushima Daiichi.

Per esempio, con questa carta gli abitanti di Lione possono constatare che appena 40 Km li separano dalla centrale nucleare di Bugey, mentre gli abitanti di Parigi vivono a 100 Km dalla  centrale di Nogent-sur-Seine e verrebbero colpiti se si verificasse una catastrofe nucleare “tipo Chernobyl”: 40  milioni di persone sarebbero interessate dalla contaminazione radioattiva.

Per capire quali rischi si corrono e avviare la simulazione, basta scrivere il nome del luogo dove si abita o il suo codice postale. Per lanciare la simulazione degli effetti di un incidente nucleare, è  anche possibile cliccare direttamente sulla carta in corrispondenza del luogo scelto e verrà indicata la centrale Edf più vicina, permettendo di visualizzare l’impatto sul territorio di un incidente nucleare nella centrale in questione.

A Greenpeace France spiegano che «Sulla versione attuale di questa carta abbiamo scelto di far figurare le 19 centrali francesi sfruttare da Edf , così come le 2 centrali nucleari belghe sfruttate da Engie-Electrabel. In Francia, la zona PPI è la zona nella quale si applica il Plan Particulier d’Intervention (PPI). Questo piano comporta un insieme di misure che devono essere applicate dal Prefetto in caso di incidente in un sito nucleare. L’impatto radiologico (contaminazione radioattiva) dell’incidente di Fukushima si è esteso su un perimetro di oltre 100 km. Per quel che riguarda la catastrofe di Chernobyl, il perimetro era di più di 300 km. La Francia ha tratto qualche lezione da questi incidenti nucleari? Il Piano attuale prevede una zona di… 10 Km. Nel 2016, Ségolène Royal, allora ministro dell’ambiente, annunciò il raddoppio di queste zone (20 km). Però, per il momento ci sono solo una circolare adottata e non dei decreti applicativi pubblicati». Il calendario di applicazione della misura dell’ex ministra socialista resta sconosciuto e Greenpeace sottolinea che così «Un PPI, anche se allargato a 20 km, resta un PPI troppo restrinto».

Con 58 reattori nucleari per 67 milioni di abitanti, la Francia è di gran lunga il Paese più nuclearizzato del mondo davanti a Giappone e Usa, ma secondo Greenpeace «Lo stato del parco nucleare francese è molto preoccupante. Tanto per ricordare, 37 di questi 58 reattori sono oggi colpiti da dei problemi di anomalie. A causa di numerose défaillances, 18 di questi reattori sono attualmente fermi, cioè circa un terzo del parco! A questi problemi di sicurezza si aggiungono delle défaillances estremamente inquietanti in materia di sicurezza: le centrali francesi e belghe, costruite in un’epoca in cui le minacce non erano le stesse di oggi, non sono protette di fronte ad atti dolosi».

Secondo il rapporto  “La sécurité des réacteurs nucléaires et des piscines d’entreposage du combustible en France et en Belgique, et les mesures de renforcement associées”, le maggiori preoccupazioni riguardano le 58 piscine per lo stoccaggio temporaneo del combustibile nucleare esausto di Edf,. che sono risultate «molto mal protette di fronte a questi rischi di attacchi esterni».

A questo si deve aggiungere la catastrofica situazione finanziaria di Edf determinata proprio dal nucleare  che impedisce alla multinazionale energetica francese di investire nella manutenzione delle centrali nucleari e nel prosieguo del suo programma industriale.  Greenpeace France si chiede  «Comme Edf farà fronte ai lavori necessari per mettere in sicurezza le piscine di stoccaggio del combustibile nucleare esausto« e dice che  il risultato è che «In 40 anni, il rischio di incidente nucleare non è mai stato così grave».

Un rischio che riguarda anche i vicini della Francia, Italia compresa, che si sono già lamentati con Parigi per i pericoli che vengono dalle centrali nucleari francesi, a cominciare dalla Svizzera e dalla Germania, ma anche dal Belgio e dal Lussemburgo, mentre il nostro governo sembra più “comprensivo”.

Infatti, le simulazioni della carta di Greenpeace France dimostrano che «Un incidente nucleare che coinvolga una delle centrali di Edf può avere delle conseguenze catastrofiche su diversi Paesi e su milioni di cittadini/e europei/e».

Greenpeace si rivolge a tutti di cittadini francesi, belgi, tedeschi e lussemburghesi: «Dobbiamo denunciare e rifiutare il rischio nucleare al quale siamo esposti in Europa. Condividiamo questa carta dei rischi nucleari intorno a noi e chiediamo a Edf di agire. La compagnia deve mettere in sicurezza gli impianti esistenti, in particolare le 58 piscine adiacenti ai 58 reattori presenti sul territorio francese. Edf deve anche, urgentemente, cambiare rotta e investire nelle energie sicure, pulite e oggi a buon mercato».

 tratto da: http://www.greenreport.it/news/energia/la-carta-dei-rischi-nucleari-greenpeace-france-tutti-interessati/#prettyPhoto

Torio, il nucleare pulito – Rispetto all’uranio è più abbondante, più sicuro, produce un centesimo di scorie, ha radioattività residua 300 volte inferiore, è 20 volte più efficiente ed è inadatto per le armamenti nucleari! …E se fosse proprio quello delle armi nucleari il problema?

 

 

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Torio, il nucleare pulito – Rispetto all’uranio è più abbondante, più sicuro, produce un centesimo di scorie, ha radioattività residua 300 volte inferiore, è 20 volte più efficiente ed è inadatto per le armamenti nucleari! …E se fosse proprio quello delle armi nucleari il problema?

 

Torio, il nucleare pulito

L’Italia è uno dei pochi paese occidentali che si è opposto più volte alla produzione energetica da fonte nucleare. Con un certo orgoglio la cittadinanza ha votato espressamente e bandito dal territorio nazionale le centrali destinate alla produzione energetica da fonti nucleari.

La questione si potrebbe dire conclusa se non fosse che alla luce di nuove rivelazioni, la necessità di riaprire un dibattito è diventata di estrema importanza.

Il nucleare sul quale si è sempre discusso riguarda quello basato sul processo di lavorazione dell’elemento della tavola periodica 92, l’Uranio, per esattezza l’isotopo 235 presente in natura circa allo 0,7% del totale. Come ben noto, le problematiche che riguardano la gestione di questa risorsa naturale sono di difficile soluzione. Tra le più gravi, la questione delle notevoli quantità di scorie radioattive, generate inevitabilmente nel ciclo produttivo per la produzione energetica nelle centrali nucleari.

Si stima che la radioattività di queste scorie permanga per un periodo di circa centomila anni, il che rende lo stoccaggio un problema arduo se non impossibile da risolvere in via definitiva.

Ciò che è ben meno noto, è il fatto che dal residuo delle barre di Uranio arricchito, usate come combustibile solido durante il periodo di esercizio, una certa percentuale si tramuta in Plutonio adatto all’implementazione in ordigni nucleari. Tale verità non può altro che avvalorare la giusta scelta fatta dalla popolazione del nostro paese, nella speranza di un futuro libero dalla minaccia atomica.

Quello che l’informazione sin ora non è stata ancora in grado di fare, è di diffondere la consapevolezza che esiste anche una valida alternativa. Questa verità è rimasta sepolta e dimenticata per oltre cinquant’anni, ed è tornata alla luce grazie al lavoro di un ingegnere spaziale, Kirch Sorensen, specializzato anche in campo nucleare.

Nel 2011 fondò la compagnia Flibe Energy, diffondendo tramite la rete le prime informazioni a riguardo.

Il tema principale delle sue ricerche riguarda l’esperimento tra il 1965 e il 1969, eseguito nel Oak Ridge National Laboratory in Tennessee, dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. (Youtube)

In questo laboratorio fu sviluppata una tecnologia in grado di utilizzare il Torio come combustibile primario. Il Torio elemento della tavola periodica 90, prende il nome dalla divinità norrena Thor il dio del tuono e del fulmine, e sinceramente è difficile credere sia solo una fortunata coincidenza. In natura si trova nell’isotopo 232 al 100%, inoltre in quantità dalle tre alle quattro volte più abbondante rispetto all’Uranio.

Il vantaggio anche solo riguardo la disponibilità naturale è più che evidente, ricordo che l’Uranio in natura si trova per il 93% nell’isotopo 238, non utilizzabile come risorsa primaria. Si stima che se fosse utilizzato come unica fonte per la produzione energetica mondiale, il Torio sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno globale per oltre mille anni, un tempo sicuramente più che sufficiente per ricercare e sviluppare energie ancora più efficienti e pulite, come il nucleare a fusione o altre forme più esotiche ancora sconosciute.

Ma andiamo ad approfondire i vantaggi confrontandolo con il nucleare tradizionale.

Tra le molte innovazioni proposte dall’O.R.N.L, quella di utilizzare un combustibile liquido per le reazioni nucleari spicca maggiormente. Il liquido in esame è un sale che a temperatura ambiente si trova in forma cristallina, essendo come anche il sale da cucina in stato di “congelamento”. A temperatura di esercizio invece, si presenta in forma liquida, questo comporta l’enorme vantaggio di non generare pressione, perché anche ad elevate temperatura non è in fase di ebollizione.

L’impatto sulla sicurezza di un sistema che non esercita sotto l’elevato stress caratteristico di impianti ad elevata pressione è evidente, in più il liquido radioattivo potendo solidificare in un sistema a dispersione di calore passivo, permette l’implementazione di un semplice ed estremamente effettivo sistema di sicurezza. In caso di un eventuale interruzione elettrica, una valvola automatica di scarico si apre e riversa il contenuto del reattore in una cisterna di raffreddamento apposita. Il materiale radioattivo raffreddandosi solidifica, e fa quindi in modo che il rischio di perdite risulti irrisorio. Ciò permette anche nell’eventualità di catastrofi naturali, la possibilità di garantirne un sicuro contenimento.

Ma c’è molto di più, un reattore al Torio in sali fusi, detto in gergo tecnico Molten Salt Reactor (MSR), non opera se non sotto un bombardamento di un flusso di neutroni costante, il che permette al sistema di essere acceso o spento a piacimento, mentre chiunque sia del settore sa bene che uno dei maggiori problemi di una tradizionale centrale nucleare, è che una volta in esercizio non può essere spenta per diversi anni, oltre ad un lungo periodo di tempo necessario, prima di poterne procedere ad un eventuale smantellamento.

Invece un impianto MSR è estremamente scalabile, ovvero può essere realizzato anche in dimensioni alquanto contenute, rendendo tutto l’insieme molto più semplice oltre che economico da gestire.

E sì, se non fosse ancora chiaro, tra i vantaggi di questa tecnologia, si presenta anche quello di essere parecchio più economica nella realizzazione.

Ma giungiamo finalmente al punto critico, la questione delle scorie radioattive. Anche sotto questo punto, la tecnologia MSR presenta un enorme vantaggio. Le quantità di scorie prodotte sono un centesimo di quelle tradizionali, inoltre e questo è il punto chiave, la radioattività residua si disperde nell’arco di trecento anni invece dei centomila dell’Uranio, il che rende lo stoccaggio possibile. Per assurdo, la limitatezza di tale scorie renderebbe possibile valutarne anche la spedizione nello spazio remoto.

Per finire, esaminiamo la possibile resa oltre all’impatto su scala globale. L’efficienza calcolata supera di venti volte quella delle tradizionali centrali nucleari, il che permetterebbe di coprire i costi energetici pro capite con un singolo Dollaro annuo, oltre a rendere sostenibile anche economicamente, liberare il mondo dall’inquinamento da fonti fossile, dando infine un netto taglio alla questione sul riscaldamento globale.

Ma non è ancora finita, essendo che il Torio lavora esclusivamente nello spettro termico in ambito delle reazioni nucleari, questo combustibile risulta inadatto ad essere implementato in armamenti nucleari non generando in nessun modo un residuo utile, e non essendo di per se in grado di detonare in una rapida cascata distruttiva, come invece possibile nelle testate nucleari al Plutonio.

A questo punto uno si dovrebbe chiedere come mai una possibilità di emancipazione per l’umanità come questa, sia finita segregata e dimenticata così a lungo. Ad esser maligni, e spesso si azzecca, verrebbe da dire che gli interessi in gioco, non farebbero molto il gioco dei potenti.

Di fatto questa realtà esiste, non resta altro che invocare a gran voce cha la ricerca e la sperimentazione pratica, riprenda il più presto possibile, e se non saremo noi a fare i nostri interessi e quelli delle generazioni future, difficilmente qualcun altro lo farà al posto nostro.

Vedi anche: Making Safe Nuclear Power from Thorium

New Molten Salt Thorium Reactor Powers Up for First Time in Decades

 

fonte: https://www.luogocomune.net/LC/23-energia-e-ambiente/4792-torio-il-nucleare-pulito

 

Tutto quello che sappiamo sulla nube radioattiva che avvolge l’Europa

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Tutto quello che sappiamo sulla nube radioattiva che avvolge l’Europa

Dopo le conferme della Russia sulla nube radioattiva generata da una fuga di Rutenio 106, molte persone si chiedono se devono considerarsi in pericolo

Domande e risposte sulla natura della nube radioattiva

 

(Rinnovabili.it) – In questi ultimi giorni è emersa una notizia preoccupante, che tuttavia non ha trovato grande spazio sulle pagine dei giornali. Una nube radioattiva proveniente dalla Russia ha coperto parte dell’Europa nel mese di settembre, compresa l’Italia. Di cosa si tratta? Ed è pericolosa? Sono domande legittime, specie dopo le conferme giunte dal servizio meteorologico russo Rosgidromet, che ha trovato concentrazioni di un isotopo radioattivo – il rutenio 106 – quasi 1.000 volte sopra i limiti in una particolare zona del paese, entro cui si trova il sito nucleare di Mayak. Nel 1957, in questo impianto è esploso un serbatoio di rifiuti atomici, che ha generato una nube radioattiva di cesio, stronzio e plutonio su un’area di 23 mila kmq, sprigionando almeno il doppio dei radionuclidi dell’incidente di Chernobyl. Viste le premesse, è il caso di porsi alcune domande.

  • Cosa sta succedendo a sessant’anni si distanza? Gli esperti hanno rilevato la presenza di rutenio 106 (Ru-106), sottoprodotto delle reazioni nucleari: il combustibile iniziale è tipicamente uranio o plutonio e si divide in nuclei più piccoli, il cui processo di decadimento dà origine a diversi elementi radioattivi. La maggior parte ha un’emivita di pochi istanti, mentre il Ru-106 può rimanere radioattivo anche per un anno.
  • Da dove viene la radioattività? Se la radiazione provenisse da una bomba o da un incidente ad un reattore nucleare, avremmo livelli insolitamente elevati di una serie di radioisotopi. Tuttavia, è stato individuato solo un picco del Ru-106, il che fa pensare ad un impianto di ritrattamento del combustibile o ad una struttura medica. Secondo il servizio meteorologico russo, la perdita di materiale dovrebbe essere avvenuta vicino ad Argayash, un villaggio nella regione di Chelyabinsk negli Urali meridionali. Il paese sorge vicino all’impianto nucleare di Mayak, un sito di ritrattamento del combustibile nucleare esaurito.
  • Vi sono pericoli per la salute? Nonostante siano stati rilevati livelli di rutenio 106 fino a 986 volte la norma, gli esperti di sicurezza nucleare ritengono improbabile che l’incidente costituisca un rischio per la salute o richieda l’evacuazione delle persone che abitano nelle vicinanze.
  • Quanto tempo l’isotopo radioattivo resterà nell’ambiente? L’emivita del Ru-106 è di 374 giorni, il che significa che in poco più di un anno metà del materiale sarà decaduto. Tracce saranno ancora rilevabili per cinque o sei anni, ma è improbabile che venga ritenuta necessaria una operazione di bonifica.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/quello-che-sappiamo-sulla-nube-radioattiva-333/

“Centrali nucleari francesi pericolosissime”: il rapporto che non può essere divulgato e le prove raccolte di nascosto da Greenpeace!

 

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“Centrali nucleari francesi pericolosissime”: il rapporto che non può essere divulgato e le prove raccolte di nascosto da Greenpeace!

 

“Centrali nucleari francesi non sicure”: il rapporto che non può essere pubblicato. La prova: Greenpeace entra a Cattenon

L’associazione ambientalista ha commissionato uno studio sulla vulnerabilità degli impianti atomici d’Oltralpe in caso di attacchi terroristici. I risultati sono così evidenti che la maggior parte del documento non può essere diffuso perché rischierebbe di rappresentare un prezioso aiuto per eventuali attacchi. E in mattinata Greenpeace è riuscita a entrare nel sito a 40 km da Metz e a esplodere alcuni fuochi d’artificio.

Era ancora buio quando questa mattina gli attivisti di Greenpeacehanno scavalcato le recinzioni della centrale nucleare francese di Cattenon, a circa cinquanta chilometri da Metz e hanno sparato fuochi d’artificio nei pressi della vasca di raffreddamento, prima di essere fermati. Dimostrando in questo modo che quella, come altre centrali francesi, sono vulnerabili rispetto al rischio di possibili attacchi terroristici. E quella di Cattelon è una delle centrali oggetto di un rapporto commissionato da Greenpeace e reso pubblico solo parzialmente. Per un anno e mezzo esperti internazionali commissionati dalla ong hanno studiato le misure di sicurezza in vigore nel parco atomico francese e, alla fine, le hanno ritenute inadeguate. Sono state rese pubbliche solo 5 pagine, il resto del dossier è stato giudicato ‘non pubblicabile’, perché avrebbero addirittura potuto fornire spunti a potenzialiattentatori. Il tutto nella Francia colpita più volte dal terrorismo islamico. “Le centrali sono tanto vulnerabili che a Cattelon siamo riusciti a entrare – spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – ed è per questo che si è deciso di non pubblicare interamente le conclusioni del rapporto commissionato da Greenpeace Francia a un gruppo di esperti di sicurezza nucleare e terrorismo”. Arriva così la conferma alla notizia scritta dal quotidiano Le Parisien e riportata da LifeGate sulla scelta di rendere pubblica solo una parte del dossier, optando per la riservatezza delle informazioni più sensibili.

IL RAPPORTO “NON PUBBLICABILE” – Il direttore generale dell’organizzazione non governativa Jean-François Julliard ha consegnato invece le copie integrali del documento solo a sette dirigenti di istituzioni direttamente coinvolte nella supervisionedel parco atomico francese, ossia l’Autorità per la sicurezza nucleare (Asn), l’Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare (Irsn) e il Comando speciale militare per la sicurezza nucleare (Cossen). A redarre il rapporto, che fa luce sulle carenze dei sistemi di sicurezza e lancia l’allarme sia alla politica sia a Edf, l’azienda pubblica che gestisce le 19 centrali nucleari presenti in Francia, sono stati setteesperti, tre francesi, una tedesca, due britannici e un americano. “Nel rapporto – spiega Onufrio – si affronta l’analisi di rischio in generale e poi nel dettaglio si parla di alcune centrali. I dati forniti non sono riservati, ma le analisi degli esperti in base a quelle informazioni potrebbero persino tornare utili a malintenzionati. E non è certo questa la nostra intenzione”.

LE CENTRALI NON PROTETTE – Il rapporto degli esperti ha messo in evidenza come le centrali non rispondono agli standarddi sicurezza attuali. Nello studio Greenpeace ha fatto fare anche i conti. Secondo l’organizzazione ambientalista, per scongiurare possibili attacchi terroristici alle 62 riserve e alle strutture che necessitano interventi intorno ai 58 reattori attivi in Francia, servirebbero tra 140 e 222 miliardi di euro. “Intanto c’è un problema che riguarda le strutture – sottolinea Onufrio – perché alcune risalgono a 20, 30 e 40 anni fa, quando i rischi erano diversi rispetto a quelli di oggi e la minaccia terroristica non era certo una priorità. All’epoca l’unico rischio preso in considerazione era quello di un eventuale incidente”. E se gli edifici dove si trovano i reattori sono protetti dai recinti, non è così per le piscine di raffreddamento. Così le riserve di combustibile usato sono facilmente accessibili. La quantità di combustibile che può essere stoccato all’interno di ciascuna piscina dipende dal progetto, ma la maggior parte di esse può contenerne in misura pari a diverse volte la quantità presente in un reattore nucleare in esercizio. “Di norma – spiega il direttore esecutivo di Greenpeace Italia – si stocca il triplo del combustibile utilizzato da una centrale”. Così queste strutturecontengono la maggior parte degli elementi radioattivi di ciascuna centrale. “D’altro canto – aggiunge Onufrio – anche nel caso di Fukushima, le piscine hanno rappresentato un problema e, in generale, con le misure di sicurezza attuali, il pericolo è concreto se si ha a che fare con persone che sanno dove mettere le mani”.

Dalla Edf nessuna presa di posizione, se non l’elenco dei sistemi di sicurezza in vigore, che per Greenpeace sono insufficienti. Sarà che in queste ore l’azienda pubblica che gestisce le centrali francesi è alle prese con un altro problema di sicurezza e con altri 5 reattori verso il fermo, a due settimane dallo stop alla centrale di Tricastin, per i pericoli che potrebbero verificarsi in caso di terremoto. La decisione è stata presa dopo un’ispezione dei circuiti di pompaggio dell’acqua in decine di reattori. I tubi sottili potrebbero causare allagamenti nelle centrali e rappresentare un rischio in caso di sisma. Da qui il via alle operazioni per la messa in sicurezza.

 

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/12/centrali-nucleari-francesi-non-sicure-il-rapporto-che-non-puo-essere-pubblicato-la-prova-greenpeace-entra-a-cattenon/3909750/

 

Dalla Sardegna si alza l’urlo: “Non siamo la pattumiera d’Italia” – Inizia la rivolta Italiana contro il nucleare!

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Dalla Sardegna si alza l’urlo: “Non siamo la pattumiera d’Italia” – Inizia la rivolta contro il nucleare!

L’Italia ha da smaltire circa 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari e deve realizzare al più presto un deposito unico nazionale. Dove debba sorgere ancora non è chiaro. O meglio, nessuno lo vuole svelare. La Sardegna si sente l’indiziata numero uno e la paura non sembra infondata. Cercare di capirne qualcosa di più è difficile, perché i dossier del ministero dell’Ambiente sono ancora tutti secretati. Il procedimento in corso si chiama Valutazione ambientale strategica: si è chiuso il 13 settembre e dall’isola sono arrivate osservazioni a valanga. «La procedura è stata a dir poco anomala – sostiene il presidente dell’Anci della Sardegna, Emiliano Deiana –. Com’è possibile presentare le osservazioni se non viene detto prima quale sarà la localizzazione dell’impianto? Non è stato possibile neanche allegare studi precisi o consulenze tecniche sulle caratteristiche del territorio».

Nel dossier che i sindaci sardi hanno contestato in massa c’è un indizio che ha fatto subito scattare l’allarme. Gli indizi, in realtà, sono almeno tre: le cartine delle regioni italiane che fanno i conti col rischio sismico, vulcanico e con quello idrogeologico. Messe una sull’altra, l’unica regione che sembra indenne a tutti i fenomeni sembra essere proprio la Sardegna. «Secondo il dossier della Sogin, la società incaricata dal ministero di individuare i siti idonei, i parametri delle tre mappe fanno scattare l’esclusione di alcune regioni – denuncia il deputato Mauro Pili –. Al contrario, la zona che è immune da quelle situazioni finirà per essere scelta». Il procedimento è ancora lungo, i sindaci sardi e le associazioni ambientaliste hanno già spedito i loro dossier a Roma ma il ministro dell’Ambiente, in visita in Sardegna in pieno agosto, ha tentato di rassicurare: «Cosa c’è di vero in questo rischio? Proprio nulla». Le parole di Gianluca Galletti non hanno avuto l’effetto sperato e anche l’assessore regionale all’Ambiente, che accompagnava il ministro nel suo tour estivo, ha dovuto ribadire che il deposito nucleare nell’isola non si può fare.

A Ottana, ex polo industriale andato in rovina, temono che dove c’erano le fabbriche possa essere realizzato l’impianto per le scorie. I tecnici di Sogin da queste parti hanno già fatto un sopralluogo e per questo gli abitanti sono pronti a scatenare la guerra. «Ci stenderemo giorno e notte nella zona industriale, dormiremo in campagna, faremo di tutto per impedire che arrivino qui gli scarti delle centrali delle altre regioni – annuncia il sindaco Franco Saba –. Noi pretendiamo la bonifica delle nostre vecchie fabbriche, non accettiamo che si ricordino di noi solo per smaltire le scorie». «Il più grande paradosso – dice Francesco Mura, primo cittadino della piccola Nughedu Santa Vittoria – è che pensino di depositare gli scarti delle lavorazioni nucleari in una delle poche regioni che non ha avuto le centrali».

Lo stesso rischio l’isola lo aveva già corso qualche anno fa e nel 2011 aveva risposto con un referendum con quorum molto alto e il 97 per cento dei voti contro. «Capiamo l’esigenza di mettere in sicurezza gli scarti delle centrali, ma è una follia depositare materiali così pericolosi in un’isola – precisa la battagliera sindaca di Arborea, reduce dal successo contro le trivelle per la ricerca del metano –. Perché proprio la Sardegna deve farsi carico di quest’altra servitù? Non bastano quelle militari?». «Ci hanno già scaricato i detenuti più pericolosi, dai mafiosi ai terroristi islamici, e ora ci vogliono trasformare persino nella pattumiera nucleare – rincara la dose il presidente dell’Anci –. E poi si è pensato a quanto possa essere rischioso spostare questi materiali via mare, attraversando le acque di un parco internazionale e del santuario dei cetacei?»

via NincoNanco

Dal rapporto di Greenpeace: gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima avranno effetti per secoli!

 

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Dal rapporto di Greenpeace: gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima avranno effetti per secoli!

Studio Greenpeace: da Fukushima impatti per secoli
Gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima Daiichi avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari. È quanto emerge da “Radiation reloaded”, nuovo rapporto diffuso da Greenpeace Giappone.

Gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima Daiichi avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari. È quanto emerge da “Radiation reloaded”, nuovo rapporto diffuso da Greenpeace Giappone, secondo cui gli elementi radioattivi a lunga vita sono stati assorbiti da piante e animali, riconcentrati tramite le catene alimentari, e trascinati a valle verso l’Oceano Pacifico da tifoni, da inondazioni e dallo scioglimento della neve.

«Il Programma di decontaminazione del governo giapponese non avrà quasi nessun impatto sulla riduzione del rischio ecologico legato all’enorme quantità di radioattività emessa nel disastro nucleare di Fukushima», afferma Kendra Ulrich, senior campaigner nucleare di Greenpeace Giappone. «Già oltre 9 milioni di metri cubi di scorie nucleari sono sparsi su almeno 113 mila siti nella Prefettura di Fukushima. Questo mentre il governo Abe vuol far passare la favola che cinque anni dopo l’incidente nucleare la situazione stia tornando alla normalità. E, purtroppo per le vittime, ciò significa che gli viene raccontato che possono tornare in sicurezza in ambienti in cui i livelli di radiazione sono spesso ancora troppo elevati e circondati da una pesante contaminazione».

Con il rapporto lanciato oggi, basato su un grande volume di ricerche scientifiche indipendenti effettuate nelle zone colpite nell’area di Fukushima, l’organizzazione ambientalista denuncia anche la posizione profondamente sbagliata dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e del governo Abe, sia in termini di rischi di decontaminazione che di rischi per l’ecosistema. Lo studio si basa inoltre sulle analisi dell’impatto ambientale della catastrofe nucleare di Cernobyl, per trarre un’indicazione del possibile futuro delle aree contaminate in Giappone.

Le analisi mostrano come evidenti i seguenti impatti ambientali:

  • Elevate concentrazioni di radioelementi riscontrate nelle nuove foglie e, almeno nel caso del cedro, anche nel polline;
  • Aumento di mutazioni nella crescita degli abeti con l’aumento dei livelli di radioattività;
  • Mutazioni ereditarie riscontrate nelle farfalle tipo Pseudozizeria maha, Dna danneggiato nei vermi nelle zone altamente contaminate e riduzione della fertilità nella rondine comune;
  • Diminuzione dell’abbondanza di 57 specie di uccelli nelle aree a maggiore contaminazione, evidenziata da uno studio di quattro anni;
  • Elevati livelli di contaminazione da cesio riscontrati nei pesci d’acqua dolce di importanza commerciale;
  • Contaminazione radiologica degli estuari che rappresentano uno degli ecosistemi più importanti.

«Ancora non si vede la fine di questa drammatica vicenda per le comunità di Fukushima», continua Ulrich. «Quasi 100 mila persone non sono tornate a casa e molti non saranno mai in grado di farlo. La maggior parte dei cittadini si oppone al riavvio dei reattori nucleari, e molti di essi chiedono lo sviluppo delle fonti rinnovabili, le uniche opzioni sicure e pulite in grado di soddisfare le esigenze del Giappone. Il governo giapponese dovrebbe mettere gli interessi dei suoi cittadini prima di ogni altro», conclude.

Dal marzo 2011 ad oggi Greenpeace ha condotto 25 indagini radiologiche su Fukushima. Nel 2015, si è concentrata sulla contaminazione delle montagne boscose nel distretto di Iitate, a nord-ovest della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Sia le analisi di Greenpeace che ricerche indipendenti hanno dimostrato come la radioattività si muova dai bacini montani contaminati, fino a entrare negli ecosistemi costieri.Il fiume Abukuma, uno dei più grandi del Giappone, che scorre in gran parte attraverso prefettura di Fukushima, nei primi cento anni dopo l’incidente potrebbe scaricare in mare 111 TBq di Cesio-137 e 44 TBq di Cesio-134.

Attualmente un team di ricercatori di Greenpeace Giappone sta studiando la contaminazione radioattiva dei sedimenti oceanici e alla foce del fiume sulla costa di Fukushima. L’indagine sottomarina è condotta da una nave di ricerca giapponese, con l’appoggio della Rainbow Warrior. Il disastro di Fukushima rappresenta il più grande rilascio di radioattività nell’oceano. Insieme all’incidente nucleare di Cernobyl è l’unico di livello 7 mai verificatosi sinora.

Leggi il report “Radiation reloaded” (pdf)

La nuova paura nucleare con la quale convivere

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La nuova paura nucleare con la quale convivere

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Essendo nato nel 1948, ho vissuto sin da bambino lo spettro di una terza guerra nucleare mondiale. Quella paura fu presente sino alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Urss. Da allora, il rischio che le superpotenze nucleari scatenino l’Apocalisse si è ridotto, per non dire scomparso. Oggi il pericolo è che un numero sempre maggiore di staterelli minori, governati da regimi instabili o dittatoriali, cerchino di dotarsi di armi nucleari: diventando una potenza nucleare si garantiscono la sopravvivenza, perseguono interessi geopolitici a livello regionale o mire espansionistiche.

In questo nuovo assetto è venuta meno quella “razionalità della deterrenza” che Usa e Urss avevano garantito durante la Guerra Fredda. Adesso, con l’aumento della proliferazione nucleare, la soglia di deterrenza si abbasserà.

Come dimostrano i fatti in Corea del Nord, la nuclearizzazione dell’Asia orientale o del Golfo Persico è una minaccia alla pace mondiale. Considerate gli scambi fra Kim Jong-un e Trump, nei quali il presidente Usa ha promesso di rispondere con “f«oco e furia» a ogni ulteriore provocazione della Corea del Nord. Trump non si è affidato alla razionalità della deterrenza, anzi ha dato libero sfogo al suo disappunto.

La crisi covava da un po’, con la Corea del Nord pronta a tutto pur di diventare potenza nucleare. E poi, il regime nordcoreano sta mettendo a punto missili balistici intercontinentali in grado di trasportare una testata nucleare e raggiungere la costa occidentale degli Usa, se non oltre.

Infine, non è il caso di rispondere alla minaccia nordcoreana. Un intervento preventivo americano potrebbe portare a uno scontro diretto con la Cina e alla distruzione della Corea del Sud, con imponderabili conseguenze per il Giappone. E poiché Cina, Corea del Sud e Giappone sono diventati il nuovo baricentro dell’economia globale del XXI secolo, le ricadute arriverebbero ovunque. Per quanto gli Usa continuino ad alludere all’eventualità di una guerra, i leader militari americani sanno che l’uso della forza non è opzione percorribile.

Quando la Corea del Nord raggiungerà lo status di potenza nucleare, la garanzia di sicurezza da parte degli Usa non sarà più infallibile. Una Corea del Nord dotata di armi nucleari e dei mezzi per impiegarle spingerebbe Corea del Sud e Giappone a potenziare la propria capacità nucleare, cosa che farebbero facilmente. Ma questa è l’ultima cosa che la Cina vuole.

L’attuale assetto nucleare in Asia ricalca le stesse caratteristiche del XX secolo e le stesse dinamiche di potere nazionale del XIX, e questo è cocktail molto esplosivo. Al contempo, il sistema internazionale diventa sempre più instabile, con strutture politiche, istituzioni e alleanze messe in discussione.

Molto dipenderà da cosa accadrà negli Usa di Trump. Le indagini sulla possibile collusione di Trump con la Russia, durante la campagna presidenziale nel 2016, e la mancata abrogazione dell’Obamacare hanno dimostrato l’instabilità dell’Amministrazione Usa. E i punti all’ordine del giorno dell’agenda americana come la riduzione delle tasse, il muro alla frontiera con il Messico e la rinegoziazione del Nafta non fanno che fomentare la destra radicale. L’instabilità interna degli Usa preoccupa. Se non sono più in grado di garantire stabilità, nessun altro Paese potrà farlo. Resterà un vuoto nella leadership mondiale: nulla è più pericoloso per la proliferazione nucleare. E poi vi è un altro pericolo nucleare che si profila in autunno: se il Congresso americano impone nuove sanzioni all’Iran, l’accordo nucleare fra Iran e le potenze 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania) potrebbe venire meno. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha annunciato che l’Iran potrebbe rinunciare all’accordo «nel giro di poche ore» come risposta alle nuove sanzioni imposte.

Alla luce della crisi nordcoreana, sarebbe da pazzi irresponsabili scatenare una crisi nucleare ingiustificata – e magari una guerra – in Medio Oriente. E un ritorno alla strategia di cambio del regime in Iran, sarebbe del tutto controproducente per gli Usa perché, così, non farebbero che consolidare la linea dura iraniana. E questo in una regione già segnata da crisi e guerre. Visto che Russia, Cina ed Europa terrebbero fede all’accordo nucleare, gli Usa si ritroverebbero da soli e in difficoltà con i loro più stretti alleati. «Fuoco e furia» non serviranno a scongiurare la minaccia nucleare, al contrario, occorre razionalità e una paziente opera di diplomazia che non si basi su minacce. Se l’ultima delle superpotenze abbandona queste virtù, tutti noi dovremo affrontare le conseguenze.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-08-31/la-nuova-paura-nucleare-la-quale-convivere–214930.shtml?uuid=AENIfPLC&refresh_ce=1

 

 

 

È allarme tra gli esperti: nei ghiacciai delle Alpi sostanze radioattive riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima. “Col disgelo ritornano nell’aria”…!!

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È allarme tra gli esperti: nei ghiacciai delle Alpi sostanze radioattive riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima. “Col disgelo ritornano nell’aria”…!!

leggi anche: Uno studio italiano rivela: Nei ghiacciai delle Alpi presenti sostanze radioattive direttamente riconducibili a test e incidenti nucleari come Fukushima.

Nei ghiacciai sostanze radioattive: “Col disgelo ritornano nell’aria”

La ricerca della Bicocca: frutto degli incidenti e dei test nucleari

Milano, 6 settembre 2017 – «Tutto ciò che è rimasto intrappolato nei ghiacciai sarà presto rilasciato nell’ambiente», assicurano i ricercatori. Succede a resti antichi, alpinisti e soldati scomparsi decenni fa ma anche a tutto ciò che era contenuto nell’aria di epoche passate, compreso quella contaminata dal disastro di Chernobyl. È sbalorditivo il risultato di una recente ricerca durata quasi tre anni e realizzata dai Dipartimenti di scienze dell’ambiente e della terra e di fisica dell’Università di Milano-Bicocca, dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, dell’Università di Genova e del Laboratorio per l’energia nucleare applicata dell’Università di Pavia.

Lo studio dimostra che i ghiacciai, che mai come negli ultimi anni si ritirano a vista d’occhio, stanno rilasciando metalli pesanti e sostanze radioattive. Le recenti misure, effettuate sul ghiacciaio del Morteratsch, nelle Alpi svizzere, da un gruppo di ricercatori italiani, che ha utilizzato sedimenti chiamati crioconiti come rivelatori o “cartine tornasole” per l’analisi del ghiaccio, lo dimostrano. I ghiacciai alpini che rappresentano una sorta di catalogatore naturale di tutto ciò che è accaduto in varie epoche, custodiscono sostanze radioattive prodotte da test e incidenti nucleari come cesio-137, americio-241. Sulle Alpi sono rimaste imprigionate sostante provenienti da Chernobyl e Fukushima, ma anche prodotte dai test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta. Si ipotizza che un ruolo importante lo abbia la più potente bomba all’idrogeno mai sperimentata e principale indiziata per la presenza di bismuto-207: la celebre Bomba Zar che venne fatta esplodere nel 1961 nella Novaja Zemlja, allora parte dell’Unione Sovietica. «Iò Bismuto-207 è una sostanza abbastanza misteriosa. Non era mai stata trovata nell’ambiente. La sua origine non è ancora completamente chiara ma ci sono evidenze che si sia sprigionato da un evento singolo, come il test termonucleare più potente della storia che ha lasciato tracce anche 50 anni dopo», commenta Giovanni Baccolo, 29 anni di Milano, dottore di ricerca che collabora con i gruppi di glaciologia e radioattività dell’Università di Milano-Bicocca. Fortunatamente in tutto ciò non è stato rilevato alcun rischio immediato per la salute. «Con la progressiva fusione dei ghiacciai, le sostanze immobilizzate da anni o addirittura decenni vengono rilasciate nell’ambiente circostante attraverso l’acqua di fusione. Sinceramente non ci aspettavamo che fosse così facile scovare tutti questi metalli. Adesso che la fusione dei ghiacciai è molto più intensa e riguarda anche le parti più in quota il rilascio di queste sostanze è molto più veloce e intenso. Non siamo nemmeno dovuti andare a cercare chissà dove. Vuol dire che sono praticamente ovunque, custoditi nelle masse glaciali di tutte le Alpi».

fonte: http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/sostanze-radioattive-ghiacciai-1.3378523