Furto d’acqua: le mani delle multinazionali su un bene comune – Cosa c’è da sapere e capire sul fenomeno del water grabbing, il furto d’acqua che condanna popoli e Paesi e arricchisce le multinazionali!

 

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Furto d’acqua: le mani delle multinazionali su un bene comune – Cosa c’è da sapere e capire sul fenomeno del water grabbing, il furto d’acqua che condanna popoli e Paesi e arricchisce le multinazionali!

 

Il 22 marzo è stata la Giornata mondiale dell’acqua. Cosa c’è da sapere e capire sul fenomeno del water grabbing, il furto d’acqua che condanna popoli e Paesi e arricchisce le multinazionali in un importante libro di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, pubblicato da Emi

Chi ricorda La grande scommessa, il film di Adam McKay, premio Oscar nel 2015, ricorda anche una piccola, ma allarmante indicazione fra i titoli di coda: il fisico e hedge fund manager Michael Burry, dopo aver vinto la scommessa sul crollo del mercato dei mutui immobiliari che provocò la crisi sistemica del 2008, stava indirizzando attenzione e investimenti «su una commodity: l’acqua».

Anche i fondi speculativi hanno da tempo orientato parte dei loro investimenti sull’acqua, una risorsa fragile e, pehttp://www.emi.it/water-grabbingrtanto, scarsa. Ovvero: appetibile. Benché il 74% della superficie terrestre sia composta da acqua, soltanto l’1% di quest’acqua è potabile. Scarsitàaffari. Ma anche guerre, per una risorsa sempre più strategica per la sopravvivenza di popoli e Paesi. È il fenomeno del water grabbing.

far luce su questo fenomeno è indispensabile il ricorso a Water grabbing. Nuove guerre per l’accaparramento dell’acqua, il libro di Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli, che esce proprio oggi per Emi (pagine 208, euro 19.50). Con il neologismo “water grabbing” o accaparramento dell’acqua, leggiamo, ci si riferisce a situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi che sono depredati». Gli effetti del water grabbing sono devastanti: migrazioni forzate, privatizzazione delle fonti idriche, «controllo forzato per progetti di agrobusiness di larga scala, inquinamento dell’acqua per scopi industriali che beneficiano pochi e danneggiano gli ecosistemi, controllo delle fonti idriche da parte di forze militari per limitare lo sviluppo».

L’espressione “water grabbing”, si riferisce a situazioni di conflitto asimmetrico in cui determinati attori sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse e quegli stessi ecosistemi che vengono depredati.

La geopolitica del water grabbing tocca vaste aree del pianeta: Medioriente, America Latina, Afriche, Asia, Australia. Ma al contempo, la zoan di contesa e di guerra latente per conquistare le risorse idriche si sta allargando. Il 97% è costituito dagli oceani, il 2,1% si trova nelle calotte polari e nei ghiacciai, mentre solo lo 0,65% è concentrato nei fiumi, nei laghi, nelle falde acquifere e sotterranee e nell’atmosfera.

A fronte di questa realtà, ci sono 1 miliardo di persone che non hanno accesso all’acqua potabile nel mondo, mentre il 70% delle terre emerse è oggi a rischio desertificazione.

Con l’aumento dei consumi idrici e della popolazione, osservano gli autori, la disponibilità di acqua pro capite a livello globale è passata dai 9.000 metri cubi d’acqua potabile/anno che erano a disposizione negli anni Novanta ai 7.800 della prima decade del XXI secolo. Gli scenari a breve termine prevedono inoltre che, nel 2020, questa disponibilità scenderà a poco più di 5.000 metri cubi, «circa l’equivalente di due piscine olimpioniche».

A questo problema globale, si affianca però il problema della distribuzione. Con un paradosso: mentre diminuisce la disponibilità di acqua pro capite, aumenta il consumo. «Se in Italia nel 1962 ogni cittadino aveva a disposizione 3.587 metri cubi d’acqua, nel 2018 questa disponibilità è scesa a meno di 3.000». Una riduzione da poco, se comparata a quella del Ruanda, passato da 3.114 metri cubi a 837, e alla Siria: da 1463 metri cubi a circa 300». E nei prossimi vent’anni la domanda di acqua crescerà di circa il 40% , con picchi di oltre il 50% nei paesi in via di sviluppo.

Spiegava d’altronde l’ex segretario delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali che nel secolo in cui ci troviamo, l’acqua sarà presto più importante del petrolio. Ed è attorno a questo nuovo oro, l’acqua, che si combattono e si combatteranno sempre più guerre.

Water wars: si chiamano così i conflitticombattuti per l’acqua o per la sua mancanza. Ne abbiamo avuti esempi in Siria, dove la siccità avrebbe secondo alcune letture contribuito all’innesco della guerra civile, in Sudan, ma anche lungo la faglia geopolitica dell’Indo, che crea continue tensioni fra Pakistan e India. Oggi le guerre dell’acqua sono responsabili di gran parte dei fenomeni di migrazione interna: fenomeni altamente destabilizzanti sia a livello locale, che globale.

Ma il rischio riguarda anche noi. Per questo, osservano gli Autori di Water grabbing, «speriamo di creare una community intorno al progetto water grabbing, di cittadini, imprese, ricercatori, per essere attivi sui territori e per segnalare casi nuovi e importanti ricerche in corso. Rendersi attivi nella lotta all’accaparramento idrico è il modo migliore per contribuire alla tutela del nostro diritto all’acqua e a perseguire il principio di equità intergenerazionale, affinché anche i nostri figli e pronipoti possano godere di questo incredibile pianeta e di tutti i suoi servizi ambientali insostituibili».

fonte: http://www.vita.it/it/article/2018/03/21/furto-dacqua-le-mani-delle-multinazionali-su-un-bene-comune/146304/

Multinazionali e speculatori: chi governa davvero la nostra alimentazione!

 

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Multinazionali e speculatori: chi governa davvero la nostra alimentazione!

Alima ha appena dieci anni, sognava di diventare insegnante ma ora non va più nemmeno a scuola. La mattina si sveglia e percorre alcuni chilometri a piedi per raggiungere la piantagione di cacao. Passa tutta la giornata di fronte a grandi sacchi che deve riempire chicco dopo chicco e poi trascinare fino al magazzino. In mezzo alle piantagioni per 10 o 12 ore al giorno, respirando i residui nocivi degli antiparassitari chimici, trasportando sacchi che pesano quasi quanto lei.

Ma la storia di Alima non ha nulla di speciale, se non fosse che l’Unicef l’ha fatta conoscere al mondo rendendola protagonista di una campagna di denuncia contro il lavoro minorile. Nel suo paese, la Costa D’Avorio, ci sono 200mila altri bambini che vivono nelle stesse condizioni, forse di più. Alcuni di loro hanno appena cinque anni, molti sono nati lontano, in altri paesi poveri come Guinea, Sierra Leone, Mali o Burkina Faso. Le loro famiglie, rese disperate dalla povertà, li hanno affidati a uomini che promettevano di portarli verso una vita migliore oltre confine, ma poi li hanno venduti come schiavi ai latifondisti.

Alima e gli altri sono fantasmi della globalizzazione. Sono gli ultimi anelli di una catena di produzione che grazie al loro sfruttamento garantisce prodotti a basso prezzo a una piccola parte privilegiata del mondo.

Dai latifondisti il cacao viene venduto alle multinazionali dei prodotti a base di cioccolata. In cinque si spartiscono i tre quarti del mercato mondiale: Mars, Mondelez, Nestlé, Hershey’s e Ferrero. In seguito ad una campagna di denuncia internazionale alcune di queste corporation nel 2001 firmarono il protocollo internazionale Harkin-Engel, nel quale si impegnavano a contrastare il lavoro minorile e la schiavitù nelle piantagioni.

Da allora nulla è cambiato, se non una cosa. Le multinazionali non acquistano più il loro cacao direttamente dalle piantagioni, ma da un manipolo di grossisti che fungono da intermediari. Il prodotto gli costa un po’ di più ma questo passaggio permette loro di dichiararsi estranei a ciò che avviene sui campi, riversando la responsabilità sui grossisti locali. In questo modo la Nestlé si è difesa con successo da una denuncia dell’International Labor Rights Fund per sfruttamento del lavoro minorile. Del prezzo al quale paghiamo una barretta di cioccolato al supermercato meno del 7% viene destinato alle miserrime paghe dei lavoratori: tutto il resto se ne va in spese di trasporto e soprattutto in margini di guadagno per la multinazionale che confeziona il prodotto e per il distributore che lo vende al consumatore finale. Una filiera ingiusta che non riguarda solo il cacao, ma praticamente ogni prodotto della terra che dai paesi poveri viene esportato nei paesi industrializzati: banane, caffè, olio di palma, zucchero e molto altro. Un mercato che è ormai nelle mani di un oligopolio ristrettissimo di industrie che si spartiscono tutte le fette della torta.

Non sono mai stati così pochi i padroni del cibo. Il potere di decidere cosa e come finisce sulle nostre tavole si è concentrato nelle mani di un pugno di multinazionali che controllano la filiera alimentare mondiale, dalle sementi ai pesticidi, dalla trasformazione industriale alla distribuzionecommerciale. Il miliardo e mezzo di produttori agricoli mondiali sono stretti in una tenaglia da pochi grandi gruppi che dettano le regole di mercato. La perdita di potere contrattuale si traduce in difficoltà economiche e occupazionali per gli agricoltori a livello globale, ma l’elevata concentrazione mette a rischio anche la libertà di scelta dei consumatori e gli standard di qualità e sicurezza alimentare, oltre che la stessa sovranità alimentare dei vari Paesi. Non a caso la Fao ha lanciato l’allarme per la crescente uniformità delle colture mondiali che ha portato nell’ultimo secolo ad una perdita del 75 per cento della biodiversità vegetale e ha stimato il rischio dal qui al 2050 della perdita di un terzo delle specie oggi rimaste.

La filiera dei prodotti agricoli, dall’origine allo scaffale, può essere suddivisa in cinque fasi. Alla base della produzione troviamo le aziende che producono semi e quelle che producono pesticidi, due settori che – come vedremo – sono talmente intrecciati da risultare quasi indistinguibili. Il secondo anello è quello della coltivazione, tolti i piccoli produttori che coltivano per la propria famiglia o il mercato locale, nel mondo rimangono pochi milioni di imprese agricole che, pur essendo di grandi e a volte enormi dimensioni, sono in una posizione di forte dipendenza, sia nei confronti dei prezzi imposti dai produttori di semi e pesticidi, sia da quelli – sempre più bassi – ai quali il terzo anello, rappresentato dai grossisti, pretende di acquistare la materia prima. I grossisti infatti sono così pochi e così grandi da fungere spesso da acquirenti esclusivi nella loro zona di interesse, una posizione che gli permette di imporre alle aziende agricole cosa produrre e a quanto venderlo. Il prodotto arriva poi alle multinazionali dell’industria alimentare, che lavorano il prodotto finale e lo rivendono all’ultimo anello della filiera, quello dei supermercati, anch’essi racchiusi in pochi gruppi sempre più grandi, in grado di schiacciare ogni concorrenza.

 

Il mercato mondiale delle sementi vale 40 miliardi di dollari l’anno. Una cifra enorme, controllata al 60% da sole 5 aziende multinazionali: le americane Monsanto (26%), Du Pont (18,2%) e Dow (3,1%), la svizzera Syngenta (9,2%) e la tedesca Bayer (3,3%). Praticamente analogo il valore del mercato dei pesticidi, che si è attestato nel 2015 a 41 miliardi di dollari, ed è allo stesso modo controllato per il 64 % da cinque corporation.

Ma le analogie non finiscono qui, infatti le multinazionali che gestiscono questo mercato sono esattamente le stesse che producono i semi, cambiano solo le rispettive quote di mercato, con Syngenta (23,1%) davanti a Bayer (17,1%), Dow (9,6%), Monsanto (7,4%) e Du Pont (6,6%). Eppure ad una prima analisi le produzioni di semi e pesticidi chimici non sembrerebbero settori così correlati, visto che richiedono strumentazioni e conoscenze scientifiche profondamente diverse. A cosa è dovuta quindi questa “coincidenza”? In realtà la distinzione regge nell’agricoltura tradizionale, ma se si utilizzano semi geneticamente modificati le cose cambiano. I semi OGM possiedono un patrimonio genetico alterato in laboratorio allo scopo di ottenere caratteristiche non presenti in natura e necessitano di prodotti standard per essere fertilizzati e protetti dai parassiti.

Ad esempio i semi geneticamente modificati di soia prodotti dalla Monsanto massimizzano la propria resa solo se trattati con l’erbicida Roundup, prodotto dalla stessa azienda americana. Questo consente alle multinazionali di imporre ai coltivatori un pacchetto completo che ne raddoppia i guadagni. Il mercato dei semi OGM rappresenta ormai oltre 1/3 del totale, attestandosi a 15 miliardi di dollari.

Nel mondo un ettaro su otto è coltivato tramite semi geneticamente modificati, con punte impressionanti in Argentina (dove l’80% delle terre agricole sono oggi occupate da coltivazioni OGM), Brasile (71% del totale) e Usa (42% del totale). Passando alle colture, quelle maggiormente coltivate a partire da semi OGM sono la soia (il 74% del totale è geneticamente modificato), il cotone (70%), il mais (32%) e la colza (24%). Oltre la retorica della massimizzazione della resa dei terreni per far fronte alla crescente necessità di cibo nel mondo, l’introduzione delle colture geneticamente modificate per le multinazionali ha rappresentato innanzitutto una cosa: la possibilità di moltiplicare i profitti attraverso la vendita garantita dei pesticidi correlati al seme.

E come sempre accade i profitti di queste multinazionali comportano peggioramenti nelle condizioni di vita delle popolazioni e rischi per la salute e l’ambiente. Venti organizzazioni internazionali hanno presentato un rapporto intitolato “L’imperatore OGM è nudo”, nel quale si dimostra come queste colture necessitino ogni anno di maggiori quantità di pesticidi, vista la naturale caratteristica degli insetti “infestanti” ad evolversi rapidamente aumentando la resistenza alle sostanze chimiche irrorate. Un adattamento ovvio (lo stesso avviene ad esempio nei batteri che si evolvono in nuove varietà resistenti agli antibiotici), evidentemente preso in considerazione e quindi desiderato dalle stesse aziende produttrici, che comporta livelli di inquinamento chimicospaventoso nei campi, e quindi nei cibi che arrivano sulle nostre tavole, oltre a spese sempre maggiori per gli agricoltori che ne coltivano le varietà. Talvolta con conseguenze drammatiche come dimostra il caso dell’India, dove negli ultimi anni si sono registrate numerose proteste – e purtroppo anche diversi casi di suicidi – da parte dei coltivatori di cotone economicamente strozzati dai costi per i prodotti Monsanto.

La logica che regola gli altri anelli della filiera del cibo segue le stesse dinamiche, in un gioco sempre uguale all’interno del quale cambiano solo, e neanche sempre, i nomi dei protagonisti. Un ristretto oligopolio di multinazionali, che ogni anno continuano ad allargarsi con nuove acquisizioni, domina i mercati dei prodotti trasformati. Cinque grandi torrefattori, guidati dalla Nestlé, si spartiscono la metà del mercato del caffè. Lo stesso avviene ad esempio nel mercato delle banane (con Chiquita e Del Monte a recitare la parte del leone) e anche nel mercato forse più assurdo di tutti, quello dell’acqua in bottiglia, con sette aziende che si accaparrano i due terzi del mercato, guidate dall’onnipresente Nestlé, dalla Danone e dalla Coca-Cola. Le multinazionali che abbiamo elencato dominano soprattutto i terreni e i mercati delle Americhe e dell’Asia, ma anche in Europa le dinamiche sono essenzialmente le stesse. Ovunque i terreni coltivabili stanno tornando a concentrarsi nelle mani di pochi latifondisti.

In Italia il 3% dei proprietari dispone del 50% dei terreni destinati all’agricoltura. Sono gli stessi terreni sui quali troviamo i moderni schiavi migranti chinati mentre, per tre o quattro euro all’ora, raccolgono i pomodori che domani andremo a comprare nei supermercati.

Sul cibo non ci guadagna solo chi è protagonista della filiera produttiva. Pochi decenni di globalizzazione liberista sono stati sufficienti per trasformare i principali frutti della terra in entità immateriali che si possono scambiare in astratto, come fossero azioni di borsa o bitcoin. Sul cibo oggi si possono guadagnare montagne di soldi anche tramite le speculazioni, ovvero scommettendo sulle variazioni dei prezzi. I fondi di investimento acquistano e rivendono tonnellate di grano, riso, orzo, caffè, mais o cacao solo per guadagnare sulle fluttuazioni del loro valore. Una dinamica che talvolta provoca vere e proprie bolle speculative capaci di incidere sulle condizioni di vita di milioni di persone. Nel 2008 le speculazioni sul mercato dei cereali provocarono un aumento repentino dei prezzi del pane che in molti paesi poveri fece aumentare sensibilmente il numero degli affamati. Per farsi un’idea della grandezza raggiunta dal fenomeno può bastare sapere che lo scorso anno il valore dei contratti di caffè stipulati a scopo speculativo (cioè senza scambio reale di materia prima) è stato di 784 miliardi di dollari, ben 34 volte superiore agli scambi reali a scopo commerciale, che si sono attestati a 28 miliardi.

Da qualunque angolatura si voglia osservare il mercato alimentare, è evidente che ci troviamo di fronte ad un gioco sfuggito completamente di mano.

Chi governa il mercato è perfettamente consapevole che i cittadini non sono disposti a vedere il cibo come una semplice merce perché sono consapevoli che l’alimentazione è strettamente connessa alla salute e al benessere. Per questo le multinazionali riversano enormi somme nelle pubblicità. Servono a farci credere che al supermercato troveremo prodotti sani e genuini, come se fossero prodotti da noi stessi. In una narrazione falsa eppure potentissima ci mostrano l’allegra vita dei contadini intenti a mietere il grano, mentre la famiglia felice che vive nel mulino di campagna prepara ottimi biscotti e la mucca Lola custodisce il latte per la nostra tavola. Niente di più lontano dalla realtà. Il cibo naturale non viene prodotto da nessuno di questi marchi e difficilmente si trova nei supermercati delle grandi catene della distribuzione.

Autore: 

Giornalista professionista, vive a Bologna dove lavora insieme al gruppo media indipendente SMK Videofactory. Ha scritto e realizzato video-inchieste per Il Corriere della Sera, La Repubblica, Altreconomia ed altri. Come documentarista ha realizzato le inchieste “Kosovo vs Kosovo” e “Quale Petrolio?”. E’ caporedattore web di Dolce Vita Magazine.

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/multinazionali-e-speculatori-chi-governa-davvero-la-nostra-alimentazione/

L’industria del caffè: l’industria la più crudele al mondo!

 

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L’industria del caffè: l’industria la più crudele al mondo!

 

Ti sei mai chiesto da dove arriva quel caffè squisito che ogni mattina bevi nel tuo bar preferito? Qualcuno si è mai domandato che prezzo ha quella routine a cui siamo tanto affezionati, specialmente in Italia? L’industria del caffè, e parallelamente quella del cacao, è tra le più crudeli al mondo: ha un modello imprenditoriale neocoloniale che concentra benefici e dissemina disperazione che sfocia in un costo umano altissimo.

A questo proposito oggi si conclude il consiglio dell’International Coffee Organization (ICO), che si è riunito in Messico per parlare della crisi dei coltivatori di caffè. Questi incontri si sono svolti mentre persistono pesanti violazioni dei diritti umani per i lavoratori della filiera, che soffrono di povertà, fame, malnutrizione e sfruttamento estremo del lavoro minorile. Una cosa inaccettabile su cui l’UE deve accendere un faro.

Il funzionamento di questa industria è semplice: spesso caffè e cacao crescono insieme nella stessa azienda agricola, dove l’alto albero di cacao fa ombra alle piante di caffè più basse. Immagine idilliaca che ci rimanda al Sud del mondo, dove sono concentrati i produttori di caffè, coltivato in grandi piantagioni a produzione intensiva, presso le quali le popolazioni indigene trovano lavoro come braccianti sfruttati o da piccoli produttori che non hanno accesso diretto al mercato e si vedono costretti a vendere il loro raccolto ad intermediari locali, i coyotes. Questi vendono, a loro volta, il caffè a società multinazionali, che stabiliscono e fissano il prezzo.

L’Unione Europea non può più girarsi dall’altra parte e fare finta che il problema non esista. Questo perché l’Europa è il maggiore importatore e consumatore al mondo di caffè e cacao, due prodotti del cui raccolto si occupano decine di milioni di agricoltori indigenti e milioni di minori. Per il suo caffè, l’UE attualmente paga il 60% in meno in termini reali rispetto al 1983. I prezzi pagati dall’UE per il cacao corrispondono a meno della metà dell’importo in grado di garantire agli agricoltori un reddito di sussistenza.

Fernando Morales-de la Cruz, fondatore di “CAFÉ FOR CHANGE”, denuncia che l’UE è la prima, tra i coltivatori di caffè e cacao, a beneficiare economicamente del lavoro minorile e della povertà estrema. Alcuni giornalisti, tra cui Rai Report, hanno ampiamente documentato il fatto che le certificazioni per il cacao e il caffè, che ricevono finanziamenti dall’UE – quali “Fairtrade” e “UTZ” – contribuiscono alle condizioni di povertà e fame, colpendo minori innocenti. A quanto pare, tali sistemi di certificazione ricevono finanziamenti unionali per milioni di Euro, consentendo in questo modo alle multinazionali di acquistare caffè e cacao a un prezzo inferioreal loro costo di produzione, traendo così in inganno i consumatori europei con false dichiarazioni.

La delegazione italiana del MoVimento 5 Stelle (Gruppo EFDD) ha inviato due interrogazioni alla Commissione Europea (link 1 e link 2). Non si può fare finta che nulla stia accadendo anche perché Michel De Knoop, della Commissione europea, è il rappresentante dell’UE attualmente in Messico nonché vicepresidente della stessa ICO (International Coffee Organization). Cosa sta proponendo l’esecutivo europeo per risolvere questa terribile situazione? A questa domanda i cittadini europei, e tutti i lavorati e i bambini sfruttati dall’industria del caffè, meritano una risposta.

di Ignazio Corrao, EFDD – M5S Europa

 

tratto da: http://www.efdd-m5seuropa.com/2018/04/lindustria-del-caffe.html

12 milioni di italiani assumono psicofarmaci per una spesa di 3,3 miliardi l’anno. È la maggior fonte di entrata per case farmaceutiche… Intanto ormai si muore più di antidrepressivi che di eroina. Ma a loro cosa glie ne frega? L’importante è fare soldi.

 

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12 milioni di italiani assumono psicofarmaci per una spesa di 3,3 miliardi l’anno. È la maggior fonte di entrata per case farmaceutiche… Intanto ormai si muore più di antidrepressivi che di eroina. Ma a loro cosa glie ne frega? L’importante è fare soldi.

 

L’INVASIONE DEGLI PSICOFARMACI: SI MUORE PIÙ DI ANTIDREPRESSIVI & CO CHE DI EROINA

Psicofarmaci a tutto spiano e a tutte le età sono prescritti ogni giorno per affrontare dal più lieve disagio fino a quadri clinici importanti. Vediamo come il trend è riuscito a mettere radici e crescere negli ultimi anni, non solo oltreoceano e non senza conseguenze. A fare il punto della situazione ci hanno pensato Alberto Caputo, psichiatra e psicoterapeuta e Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta con il libro “Psicopillole – Per un uso etico e strategico dei farmaci“, edito da Ponte alle Grazie (256 pp, 18 euro).

Psicofarmaci: boom di prescrizioni e incassi

Tra il 1999 e 2013 le prescrizioni di psicofarmaci sono duplicate negli Usa, la tendenza europea è analoga: si muore di più per overdose da farmaci psichiatrici che non per eroina.

L’Italia è la quarta in Europa seconda l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per la spesa relativa all’acquisto di psicofarmaci e sempre secondo Aifa sono 12 milioni gli italiani che assumono psicofarmaci”  dichiara Roberta Milanese, ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicologia Breve Strategica.

“La spesa complessiva è di 3 miliardi e 300 milioni di euro l’anno. Gli psicofarmaci sono la maggior fonte di entrata per case farmaceutiche.  Nel mondo, per gli psicofarmaci si spendono 900 miliardi di dollari l’anno: metà negli Usa, un quarto in Europa e un quarto nel resto del mondo”.

Altro dato che fa riflettere: mezzo milione di persone sopra i 65 anni, muore ogni anno negli Stati Uniti a causa degli psicofarmaci.

La corsa a chiedere e prescrivere psicofarmaci 

“Diciamo che possiamo individuare una tendenza a prescrivere e una tendenza a usare troppo i farmaci di questo tipo” spiega Albero Caputo. “Spesso e volentieri il farmaco rappresenta una soluzione,  una via breve che però non risolve il problema“.

Esempio: da una parte non dormi e il medico ti dà subito qualcosa per dormire oppure sei triste e chiedi un farmaco e il medico te lo prescrive. Insomma, c’è sia facilità alla richiesta dello psicofarmaco sia alla prescrizione da parte del medico. Come uscirne? Usare il farmaco in modo etico dal punto del prescrittore, e da un punto di vista strategico da parte del paziente. Un buon approccio psicoterapico aiuta a cambiare la propria vita ed affrontare i problemi. E nelle forme più lievi di depressione una buona psicoterapia  funziona meglio addirittura di un farmaco.

Nelle depressioni lieve e moderate la psicoterapia è altrettanto efficace e può facilitare la cura. E molti studi dimostrano che in questi casi funziona molto bene l’esercizio fisico. Nella reazione acuta da stress (es dopo incidente stradale che non ti fa dormire), invece, il farmaco può aiutare, ma per brevissimi periodi. In generale gli psicofarmaci è meglio prenderli per il minor tempo possibile.

Pillola della felicità e criteri di diagnosi sempre più estremi

La ricerca della pillola per la felicità, invece, è a tutti gli effetti un fenomeno sociale. Una richiesta in qualche modo supportata dalla bibbia della psichiatria, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) sempre più rapido e frettoloso, per esempio, nel favorire l’equazione sono triste = depresso = malato.

Vediamo meglio nel dettaglio. “Se l’umore è depresso, c’è mancanza di sonno, di appetito e altri sintomi, nel DSM5 (2013), l’ultima versione di questo manuale, dopo 15 giorni si è dichiarati malati” spiega Milanese. Infatti bastano due settimane per essere classificati clinicamente depressi, mentre nella versione 1980 del Manuale (DSMIII) questi sintomi dovevano essere presenti per un anno prima di poter essere appunto dichiarati clinicamente depressi. Nel DSM IV (1994) erano sufficienti due mesi”.

Risultato:  nel 2015 oltre 350 milioni di persone nel mondo sono state diagnosticate depresse di cui 4,5 milioni in Italia. Secondo l’Oms nel 2020 la depressione sarà la malattia mentale più diffusa. Ovviamente se i criteri vengono cambiati, così come è successo, per esempio, in caso di lutto: 15 giorni sono pochi per superare l’evento ed è facile ritrovarsi tutti depressi.

“Se teniamo conto che il mondo assicurativo e medico devono basarsi su criteri condivisi e si basa su queste categorie che sono state ampliate, è facile immaginare la ricaduta di questa classificazione.” aggiunge Milanese.

Bambini e adolescenti: in aumento del 40% l’uso di psicofarmaci 

L’Aifa nel 2017 ha ripetuto che farmaci per bambini adolescenti sono pericolosi e il 26 aprile 2017 il Parlamento Europeo ha aperto un’interrogazione parlamentare su questo tema. “In Europa tra 2005 e 2012 l’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti è aumento del 40 per cento nonostante siano stati ritenuti inefficaci e pericolosi.” dichiara Milanese.

L’indagine dell’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Milano ha rilevato che sono circa 400 mila i bambini e adolescenti assistiti ogni anno per disturbi mentali  in Italia dal servizio sanitario nazionale e tra i 20 e 30mila quelli che ricevono psicofarmaci. Lo studio è del 2016 e questi dati escludono chi si rivolge a medici privati quindi c’è un sommerso notevole. E non è tutto. Gli antidrepressivi sono risultati non efficaci su bambini e adolescenti secondo una ricerca pubblica su Lancet nel 2016 e condotta dall’Università di Oxford. E ancora, nel 2016 un’analisi pubblicata sul British Medical Journal ha dimostrato che il rischio suicidio raddoppia nei bambini e adolescenti che assumono antidepressivi.

La stessa cautela è necessario per gli anziani, che possono avere carenze di tipo metaboliche, sono “politrattati”, cioè prendono tanti altri farmaci, quindi si può creare interazione. Nell’anziano e nel giovane le regole sono start low, go slow, parti basso e fai delle variazioni molto lentamente.

Ma cos’è uno psicofarmaco? 

“E’ un farmaco che ha un utilità specifica sul sistema nervoso centrale – spiega  Caputo – Di solito esiste un recettore specifico nel cervello su cui il farmaco fa effetto, molto mirato”. In pratica questi farmaci hanno il compito di influenzare l’attività psichica sia normale sia patologica. “Il problema è che oltre ad andare sui recettori interessati, sono farmaci “sporchi” che agiscono su molti altri ricettori, è per questo motivo che si hanno effetti collaterali.” continua Caputo. Inoltre il problema è che il sistema centrale è molto complesso quindi i neuroni possono avere recettori di diversi tipi e possono essere anche diffusi anche in tutto il sistema.

Per dirla con una metafora questi farmaci sono come una pioggia che bagna fiori diversi e così si possono avere tanti effetti collaterali sia centrali sia periferici. “Ad esempio, gli antidepressivi tricicli usati in passato potevano portare alla morte se presi ad alte dosi, perché ad alte dosi agiscono sul cuore: potevano dare un blocco cardiaco – spiega Caputo – Una volta erano gli unici che avevamo, oggi sono superati.”

Gli effetti collaterali 

Da una parte i farmaci devono essere prescritti con una competenza altissima, dall’altra, di solito, le persone sottovalutano gli effetti collaterali o di accumulo ( es. nel caso dello benzodiazepine, se vengo prese per troppo tempo e in modo eccessivo non si smaltiscono  facilmente). “Oppure esiste l’effetto additivo: quando gli psicofarmaci vengono mescolati, ad esempio, con alcol o droghe o senza saperlo con altri farmaci. Per esempio l’antistaminico più le benzodiazepine creano un effetto additivo, che ovviamente non fa bene né a breve né a lungo termine.” spiega Caputo.

Nuovi farmaci hanno preso il posto di altri, e nel tempo gli effetti collaterali sono cambiati, ma non scomparsi. “In passato, per esempio,  venivano usati farmaci antipsicotici che magari davano certi effetti collaterali, come i  movimenti involontari – aggiunge Caputo –  I nuovi farmaci,  invece, danno problemi metabolici e i pazienti ingrassano o si ammalano di diabete.”

Uno psicofarmaco si può prendere solo con la ricetta medica? Chi lo può prescrivere?

Gli psicofarmaci richiedono tutti la ricetta medica, qualunque medico la può prescrivere mentre lo psicologo non può prescrivere farmaci. “Un’indicazione più specifica arriva dallo specialista psichiatra e neurologo, ma anche il medico di base può intervenire in merito e dal suo punto di vista dovrebbe valutare l’entità del disturbo e decidere se trattarlo in modo autonomo o inviare allo specialista pubblico o privato.” chiarisce Caputo.

Il peso dell’informazione non corretta

Va considerato anche la presenza radicata di un’informazione sui disturbi psicologici che non è sempre corrispondente al vero. Tutti i disturbi sono impropriamente assimilati a malattie del cervello e ancora resistono teorie obsolete, come l’ipotesi di una carenza di serotonina come causa nella depressione, che sono state ormai smentite dalla ricerca medica.  “E’ chiaro che se al grande pubblico passa l’idea che ogni disturbo sia legato a uno squilibrio neourochimico dei neutrasmettitori la soluzione non potrà che essere uno psicofarmaco, ma se consideriamo che moltissimi disturbi sono di natura psichica, emotiva, relazionale la soluzione andrà cercata in interventi di tipo psicoterapeutico come nel caso dei disturbi d’ansia, alimentari o di difficoltà relazione.” spiega Milanese.

Quando gli psicofarmaci sono necessari?

“Tendenzialmente andrebbero prescritti nelle malattie psichiche in cui si presume che ci sia una base biologica, per esempio, le psicosi, i disturbi come schizofrenia, disturbo delirante, il disturbo bipolare e la depressione grave con sintomi psicotici – spiega Caputo –  In questi casi c’è un’indicazione, i farmaci offrono non cura ma sollievo dai sintomi, un possibile riequilibrio ed eventualmente una protezione da eventuali ricadute, per esempio nel disturbo bipolare.”

Si tratta infatti di disturbi che richiedono frequenti interventi e ricoveri ricorrenti e la prognosi nel lungo periodo può non essere buona. In questo caso lo psicofarmaco è la parte centrale della cura, è ciò che permette altri importanti interventi di tipo psicoterapeutica, psicosociale e riabilitativo. In certi casi l’uso può essere cronico altri volte prevede la sospensione, dopo un tempo congruo di somministrazione.

(…omissis…)

copia integrale del testo si può trovare al seguente link: https://it.businessinsider.com/psicopillole-un-grosso-business-piuttosto/

(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)

 

tratto da: http://www.cufrad.it/news-alcologia/psicofarmaci-depressione-ansia-/linvasione-degli-psicofarmaci-fenomenologia-di-una-pericolosa-tendenza/36659

Navdanya International: “Con la fusione Bayer-Monsanto, le multinazionali vogliono controllare cibo e governi”

Navdanya International

 

 

 

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Navdanya International: “Con la fusione Bayer-Monsanto, le multinazionali vogliono controllare cibo e governi”

Navdanya: «Fusione Bayer-Monsanto, le multinazionali vogliono controllare cibo e governi»

L’Unione Europea, con una decisione che non ha mancato di sollevare un’ondata di critiche e polemiche, ha dato il proprio benestare alla fusione tra i due colossi Bayer e Monsanto, che daranno vita a una mega-concentrazione di poteri e interessi nei campi della farmaceutica, agrochimica e biotecnologie. L’associazione Navdanya: «Operazioni aggressive per controllare mercato e istituzioni in nome del profitto».

È arrivato il benestare dell’Unione Europea alla fusione tra Bayer e Monsanto. Benchè la benedizione della UE risulti “condizionato” da una serie di misure atte a evitare la concorrenza tra posizioni sul mercato, il nocciolo della questione appare vertere su ben altri fronti.

«Le questioni relative alle fusioni delle grandi multinazionali non riguardano solo aspetti commerciali e di competizione come la commissaria Vestager vorrebbe farci intendere – spiegano dall’associazione Navdanya International – ma anche e soprattutto aspetti politici. Ci troviamo  infatti di fronte a una strategia disegnata per estendere il controllo delle multinazionali non solo sul nostro cibo ma sulla nostra democrazia. Attraverso fusioni aggressive queste grandi aziende stanno espandendo i loro mercati e, rivolgendosi direttamente ai decisori politici, aumentando contestualmente la loro influenza e la pressione su governi e istituzioni. Attraverso la propaganda stanno inoltre screditando la scienza indipendente per garantire che i regolamenti sanitari e ambientali non interferiscano con le loro attività di profitto, portando così sempre più all’erosione dei nostri principi democratici. Espandendo i loro monopoli su sementi e cibo, prodotti chimici e medicinali, le multinazionali stanno aumentando il loro controllo sui nostri alimenti e sulla nostra salute. A ciò si aggiungono altre tattiche come la propaganda, l’acquisizione di dati tramite il digital farming, gli attacchi alla scienza indipendente, la sfida aperta nei confronti delle leggi esistenti a tutela della salute e dell’ambiente, fino a comportamenti criminali come quelli rivelati nei Monsanto Papers. Gli effetti negativi di questo sistema ricadono maggiormente sui piccoli e medi produttori e sui consumatori meno abbienti».

«Le sei grandi aziende multinazionali che detengono il controllo sulla produzione mondiale di sementi, pesticidi e biotecnologie vogliono quindi allargare il loro impero attraverso mega acquisizioni – prosegue Navdanya – Se queste fusioni venissero definitivamente approvate, solo tre aziende avrebbero il controllo del 60 per cento delle sementi mondiali e del 70 per cento dei prodotti agrochimici e dei pesticidi. Il consolidamento di posizioni dominanti impedirà l’emergere di modelli agricoli sostenibili che aumentano la concorrenza e creano diversi sistemi di approvvigionamento di semi, produzione agricola e commercio. L’ampliamento del modello agricolo industriale avrà inoltre un grave impatto sull’ambiente, sulla biodiversità e sul cambiamento climatico, a causa della contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’atmosfera, pur contribuendo solo ad una minima parte del fabbisogno alimentare mondiale, cui ancora provvedono i piccoli agricoltori».

«Siamo convinti – aggiungono dall’associazione – che le soluzioni possibili alle molteplici crisi che stiamo vivendo debbano invece venire dall’adozione di un modello che rispetti la terra e la dignità delle persone. In tutto il mondo piccoli e medi agricoltori stanno già mettendo in pratica un’agricoltura ecologica che  rinnova la fertilità del suolo e la biodiversità e fornisce cibo sano e di qualità alle proprie comunità. Come ha dimostrato il lavoro di Navdanya  nel corso degli ultimi trent’anni, possiamo coltivare abbastanza cibo nutriente per sfamare due volte l’attuale popolazione mondiale far fronte ai problemi legati alla malnutrizione e alle malattie croniche e creare allo stesso tempo un sistema resiliente capace di mitigare i cambiamenti climatici. Continueremo a rivendicare i diritti dei piccoli e medi produttori, che pur venendo schiacciati da questi meccanismi, sono gli unici in grado di garantire una produzione di cibo genuino e di qualità. Inoltre non smetteremo di combattere questo tentativo di presa di potere da parte delle multinazionali, che invece di essere regolate dai nostri rappresentanti eletti dai cittadini, riescono sempre più a vestire i panni dei regolatori, attraverso pesanti azioni di lobby ponendo così una grave minaccia la nostro stesso sistema democratico».

Intanto in una riunione a porte chiuse, che doveva rimanere segreta ma che è stata scoperta dalla Campagna Stop Ceta, il 26 e 27 marzo la UE discuterà proprio di cibo, pesticidi e glifosato.

di Terra Nuova

fonte: http://www.terranuova.it/News/Agricoltura/Navdanya-Fusione-Bayer-Monsanto-le-multinazionali-vogliono-controllare-cibo-e-governi

La grande truffa dell’acqua in bottiglia: le Multinazionali comprano acqua pubblica (nostra) a solo 1 millesimo di Euro al litro, e ce la rivendono ad 1 Euro al litro

 

acqua in bottiglia

 

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La grande truffa dell’acqua in bottiglia: le Multinazionali comprano acqua pubblica (nostra) a solo 1 millesimo di Euro al litro, e ce la rivendono ad 1 Euro al litro

 

Acqua in bottiglia, anomalia tutta italiana: “Business miliardario, alle Regioni solo briciole”

Acqua in bottiglia, che business: “Le aziende pagano solo 1 millesimo di euro al litro”

In Italia l’acqua continua a essere gestita come se fosse proprietà privata a vantaggio di pochi che si assicurano enormi guadagni a discapito di cittadini, dell’ambiente e delle stesse casse statali. Dossier di Legambiente e Altreconomia: alle Regioni solo le briciole

 

Più che un business, è una vera e propria anomalia tutta italiana. Nonostante sia un bene primario, vitale e da preservare, in Italia l’acqua continua spesso a essere gestita come se fosse proprietà privata a vantaggio di pochi che si assicurano enormi guadagni a discapito di cittadini, dell’ambiente e delle stesse casse statali.

Acqua in bottiglia, settore che non conosce crisi

Il settore dell’acqua in bottiglia in Italia non conosce crisi: un giro d’affari stimato intorno ai 10 miliardi euro all’anno, con un fatturato per le sole aziende imbottigliatrici che i rapporti di settore stimano in 2,8 miliardi di euro, di cui solo lo 0,6% arriva nelle casse dello Stato. Le aziende infatti pagano canoni che raggiungono al massimo i 2 millesimi di euro al litro (un costo di 250 volte inferiore rispetto al prezzo medio di vendita dell’acqua in bottiglia). In Italia ci sono oltre 260 marchi distribuiti in circa 140 stabilimenti che imbottigliano gli oltre 14 miliardi di litri necessari per garantire l’esorbitante consumo pro-capite nostrano (206 litri annui), che fanno dell’Italia il primo Paese in Europa e il secondo nel mondo (dietro solo al Messico) per consumo di acqua imbottigliata, stando a i dati forniti da Censis.

Dossier Legambiente e Altreconomia

A riportare l’analisi sul business dell’acqua in bottiglia sono Legambiente e Altreconomia che, in vista della Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo, presentano il dossier “Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana”, in cui si riporta la non sostenibilità dell’attuale modello di gestione della risorsa idrica e le carenze strutturali del nostro Paese. Per questo l’associazione ambientalista chiede che la concessione di beni comuni naturali e di pregio venga sottoposta ad attente regole di assegnazione e gestione, nonché a canoni adeguati in modo da evitarne abusi nell’utilizzo e rendite per pochi.

Business miliardario, in costante aumento

“I dati riportati nel rapporto evidenziano come in Italia l’acqua in bottiglia garantisca ancora oggi un business miliardario, in costante aumento negli ultimi anni, così come i consumi – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -. Alla base del record tutto italiano il falso mito che sia migliore e più controllata di quella del nostro rubinetto e soprattutto un costo della materia prima (l’acqua), per chi imbottiglia, praticamente nullo: una media di appena 1 millesimo di euro per ciascun litro imbottigliato. Per questo proponiamo di applicare un canone minimo a livello nazionale di almeno 20 euro al metro cubo, cioè 2 centesimi di euro al litro imbottigliato. Un canone comunque irrisorio, ma già dieci volte superiore a quello attuale e che permetterebbe alle Regioni di incrementare gli introiti di almeno 280 milioni di euro l’anno, da reinvestire in politiche e interventi in favore dell’acqua di rubinetto e per la tutela di della risorsa idrica, oggi messa a dura prova anche dai cambiamenti climatici e dalle continue emergenze siccità”.

L’obiettivo di incrementare l’utilizzo dell’acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo uso di bottiglie di plastica è anche al centro dei recenti cambiamenti in atto nella legislazione europea, dalla Plastic Strategy alla nuova proposta di revisione della direttiva sulle acque potabili presentata lo scorso 1 febbraio, con una riduzione del 17% dei consumi di acqua in bottiglia di plastica e un risparmio conseguente per le famiglie europee pari a 600 milioni di euro l’anno. Intanto il consumo di acqua in bottiglia nel nostro Paese continua a crescere, con una produzione che oscilla tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie all’anno. Il 90% dell’acqua emunta e imbottigliata in Italia non valica i confini. Nel 2010 erano dodici i miliardi di litri confezionati, saliti a quattordici nel 2016.

 

Le briciole agli enti regionali

Un affare miliardario che vede gli enti regionali accontentarsi delle briciole: appena 18 milioni, secondo una recente stima riportata di Repubblica (inchiesta pubblicata il 2 gennaio dal titolo “La minerale non disseta i comuni”), rispetto ai circa 2,8 miliardi all’anno che guadagnano invece le aziende concessionarie. Alle aziende che hanno una concessione per imbottigliare l’acqua vengono concessi canoni a dir poco irrisori e che spesso addirittura vengono ridotti ulteriormente se, invece, della plastica utilizzano vetro o meccanismi di vuoto a rendere. Un’attenzione che fa sicuramente bene all’ambiente, peccato però che il prezzo al consumatore finale non cambi mai. Nel migliore dei casi le aziende concessionarie infatti pagano 2 millesimi di euro al litro, cioè cento volte meno del prezzo di 50 centesimi che i cittadini pagano in media per una bottiglia d’acqua in un supermercato; anche mille volte inferiore, invece, a quello che si paga per una bottiglietta venduta al dettaglio in bar, ristoranti, stazioni o negli aeroporti.

290 concessioni attive

Oggi si contano oltre 290 concessioni attive nel territorio italiano per un totale di circa 250 chilometri quadrati di aree date in affidamento. Nel corso di questi anni la situazione è migliorata per ciò che riguarda l’adeguamento ai criteri di definizione dei canoni di concessioni dettati dal documento della Conferenza Stato Regioni, ma siamo ancora molto lontani dalla proposta dei 20 euro/metrocubo, come criterio unico nazionale, ovvero 2 centesimi al litro, che proponiamo nel dossier.

I canoni che le Regioni applicano, in maniera differente da Regione a Regione, seguono tre criteri in funzione degli ettari in concessione, dei volumi emunti e di quelli imbottigliati: solo 5 Regioni applicano tutti e tre i criteri previsti (Emilia Romagna, Lazio, Molise, Sicilia e provincia autonoma di Bolzano), mentre nel 62% dei casi le Regioni applicano due canoni su tre. Sono 3 le Regioni che applicano un solo canone (Abruzzo, Sardegna e Toscana). I prezzi applicati ai canoni di concessione sono molto eterogenei tra loro: si passa da un minimo di 21,38 euro per ettaro previsto in Emilia Romagna (che applica però tutti e tre i canoni previsti) ai 130 euro/ettaro previsti in Puglia (che applica invece un solo canone per la concessione) o ai 587,68 applicati in Veneto nelle concessioni di pianura.

1 millesimo di euro al litro

L’aspetto più interessante riguarda però il canone per i quantitativi imbottigliati, che presentano un valore medio di 1,15 euro/metro cubo, ovvero 1 millesimo di euro al litro, che può salire nel migliore dei casi ai 2,70 euro/metro cubo applicato dalla Provincia Autonoma di Bolzano (corrispondente comunque a 2,7 millesimi di euro al litro) e che invece può ridursi fino a 0,30 euro a metro cubo come avviene in Abruzzo. Le Regioni che non prevedono nulla per i quantitativi di acqua imbottigliata e che quindi sono rimaste ancora indietro rispetto a questo importante canone sono Puglia, Umbria e Sardegna. Se venisse applicata la proposta di Legambiente in queste tre regioni, solo per fare un esempio, i possibili introiti che intascherebbero le casse regionali e comunali sarebbero rispettivamente di 1,2 milioni di euro/anno, 6,7 e 22,6 mentre considerando anche le altre Regioni, in base ai dati disponibili, gli introiti totali potrebbero essere di oltre 250 milioni di euro/anno (vedi tabella allegata).

L’introito per ogni Regione sulla base della modifica di importo proposto da Legambiente sul canone di concessione per ogni litro imbottigliato (elaborazione Legambiente su dati delle regioni)

Rete idrica inadeguata

In Italia sono innegabili i problemi alla rete idrica e la scarsa fiducia dei cittadini. Nonostante l’Italia sia ricca di acqua, e per lo più di buona qualità, esistono purtroppo alcune criticità nel sistema di approvvigionamento, di gestione e di controllo che spesso contribuiscono ad alimentare la sfiducia nei confronti dell’acqua del rubinetto, che oggi riguarda circa un terzo delle famiglie italiane. Tra i problemi più frequenti sicuramente l’inadeguatezza della rete idrica: si arriva a una dispersione media del 40,6% (mentre la media europea si assesta intorno al 23%): il 60% degli acquedotti italiani ha un’età superiore a 30 anni (il 24% ha più di 50 anni) e su 350mila chilometri di tubazioni almeno la metà risultano da riparare o sostituire. Frequenti sono anche i casi di razionamento delle acque, non soltanto nei periodi estivi o di siccità, in varie città italiane per contrastare la mancanza di acqua. Solo lo scorso anno, secondo i dati Istat, il 9,4% delle famiglie italiane ha lamentato un’erogazione irregolare dell’acqua nelle abitazioni. Ci sono inoltre alcune situazioni di contaminazione dell’acqua potabile, connesse con l’inquinamento delle falde utilizzate per l’approvvigionamento o con problemi lungo la distribuzione, che non migliorano di certo la percezione dei cittadini sul tema e su cui è urgente intervenire in maniera tempestiva e con una chiara e trasparente attività di informazione per la popolazione coinvolta.

I controlli sono accuratissimi

“Si tratta però di situazioni puntuali per lo più note e segnalate dalle autorità competenti, che non devono essere generalizzate su tutto il territorio nazionale – aggiunge Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente e curatore del rapporto -. I controlli sull’acqua che arriva nelle nostre case sono molto accurati e frequenti (a Roma ad esempio vengono eseguiti circa 250mila controlli all’anno) e la normativa è in continuo aggiornamento, a livello europeo, con la discussione iniziata nel 1 febbraio scorso della nuova direttiva sulle acque potabili, il cui obiettivo è proprio quello di incrementare l’utilizzo di acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo consumo di bottiglie di plastica, e nazionale, dove si sta sperimentando lo strumento dei Water Safety Plan. Quest’ultimo si pone l’obiettivo di prevenire i problemi qualitativi sulle acque potabili e al tempo stesso rafforza la rete dei controlli e le modalità di comunicazione, informazione e trasparenza”.

Troppa plastica

In Italia, in base ai dati elaborati da Legambiente, il 90-95% delle acque viene imbottigliato in contenitori di plastica e il 5-10% in contenitori in vetro: in pratica ogni anno vengono utilizzate tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie di plastica. Numeri impressionanti anche rispetto agli impatti ambientali: più del 90% delle plastiche prodotte derivano da materie prime fossili vergini (il 6% del consumo globale di petrolio) e l’80% dell’acqua imbottigliata in Italia viene trasportata su gomma (un autotreno immette nell’ambiente anche 1300 kg di CO2 ogni 1000 km). Per questo le bottiglie di plastica rappresentano uno dei nodi centrali anche nella recente Plastic Strategy europea, presentata a fine 2017, che si pone l’obiettivo di ridurre i consumi di bottiglie e di fermarne la dispersione nell’ambiente, a partire da quello marino-costiero. Dall’indagine Beach Litter condotta da Legambiente lo scorso anno emerge che oltre l’80% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge italiane tra il 2014 e il 2017 sono oggetti in plastica e che bottiglie e tappi ne rappresentano il 18%: in pratica l’equivalente di oltre 15mila bottiglie. Senza calcolare che i rifiuti visibili sono stimati in una percentuale di circa il 15% rispetto a quelli in realtà sommersi e presenti sui nostri fondali.

 

 

 

Smog, la battaglia Europea dei Cinquestelle: non multate i cittadini, multate chi inquina e i partiti amici dei petrolieri! 

 

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Smog, la battaglia Europea dei Cinquestelle: non multate i cittadini, multate chi inquina e i partiti amici dei petrolieri!

Smog: non multate i cittadini, multate chi inquina (e i partiti amici dei petrolieri)

di Piernicola Pedicini, europarlamentare Efdd – MoVimento 5 Stelle, e Davide Crippa, deputato MoVimento 5 Stelle

Un miliardo di euro di multa. E’ la spada di Damocle che incombe sull’Italia, e potrebbe essere il primo provvedimento europeo  che dovrà affrontare il nuovo governo: il deferimento davanti alla Corte di Giustizia europea al pagamento della salatissima sanzione per troppo smog. Un altro “regalo” della premiata ditta Gentiloni-Galletti. Il loro cosiddetto piano smog non ha convinto – guarda un po’ – l’Europa. Però non è giusto che a pagare le inettitudini del governo siano ancora una volta i cittadini. Per questo lanciamo un appello alle Istituzioni europee: non multate i cittadini. Loro sono già vittime dell’incapacità dei partiti nel trovare soluzioni concrete per ridurre l’inquinamento in Italia. 

I Governi di centrodestra e centrosinistra hanno sistematicamente violato per ben 12 anni la Direttiva sulla qualità dell’aria. Le elezioni del 4 marzo hanno dimostrato che i cittadini non si fidano più di questa classe dirigente e hanno scelto il Movimento 5 Stelle che ha un programma forte e ambizioso per la riduzione dell’inquinamento nel nostro Paese. Siamo per la chiusura degli inceneritori e delle centrali a carbone, per la mobilità sostenibile, per il trasporto merci su ferro, per orientare la vita in città e gli spostamenti prediligendo il trasporto pubblico alimentato da fonti rinnovabili e sostenibili.

Il programma ambiente del Movimento 5 Stelle combinato con quello trasporti e energia offrono un ventaglio di soluzioni concrete. I dati delle emissioni inquinanti prodotte nel nostro Paese dicono che nel 2016 in Italia lo smog è aumentato: il Pm10 del 13%, il Pm2.5 dell’8%. Dopo anni di cali ininterrotti sono tornati a salire anche gli ossidi di azoto, i gas prodotti dagli scarichi delle automobili e dai tir. Lombardia e Veneto hanno fatto registrare il più alto numero di sforamenti. Campania a e Sicilia sono invece i buchi neri: non forniscono nessun dato da anni.

L’articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue sancisce: “nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche ed attività dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione della salute umana”. L’articolo 37: “un livello elevato di tutela dell’ambiente e il miglioramento della sua qualità devono essere integrati nelle politiche dell’Unione e garantiti conformemente al principio dello sviluppo sostenibile”. Faremo di tutto per garantire che la tutela della salute e dell’ambiente non siano più lettera morta. I cittadini italiani hanno diritto, al pari di tutti gli altri cittadini europei, a respirare aria pulita, a mangiare cibo sano, a non vedere i propri figli ammalati di cancro per le troppe Terre dei Fuochi che ereditiamo. Non è con le multe che si risolvono i problemi. L’Italia ha scelto la discontinuità rispetto alle politiche suicide di centrodestra e centrosinistra. Questo cambiamento va rispettato.

 

tratto da: http://www.efdd-m5seuropa.com/2018/03/smog-non-multate-i-c.html

L’ultima battaglia di Schwarzenegger – fa causale alle multinazionali del petrolio per omicidio: sapevano dei rischi del riscaldamento globale ma lo hanno nascosto.

 

 

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L’ultima battaglia di Schwarzenegger – fa causale alle multinazionali del petrolio per omicidio: sapevano dei rischi del riscaldamento globale ma lo hanno nascosto.

 

Schwarzenegger fa causa ai big del petrolio per omicidio

L’ex governatore della California vuole citare in giudizio le multinazionali del petrolio perché sapevano del riscaldamento globale ma lo hanno nascosto

Multinazionali del petrolio sotto accusa per il riscaldamento globale

Se c’è una cosa che accomuna attori attori e politici è la teatralità. Quando poi l’attore è anche un politico, lo show è assicurato. Lo dimostra l’ultima uscita dell’ex governatore della California, Arnold Schwarzenegger, che durante il South by Southwest film Festival (SXSW) di Austin, in Texas, ha annunciato che la sua intenzione di fare causa alle principali compagnie del petrolio, del gas e del carbone per il loro contributo ai cambiamenti climatici e al degrado ambientale. Ma fosse solo questo, non ci sarebbe da sorprendersi. Schwarzenegger, che ha specificamente accusato Big Oil di “uccidere consapevolmente persone in tutto il mondo”, sta lavorando con diversi studi legali per avviare una vera e propria crociata dai risvolti mediatici assicurati. L’idea è portare alla sbarra i colossi dell’industria per omicidio di primo grado.

Schwarzenegger ritiene che le compagnie energetiche abbiano il dovere di informare il pubblico dei rischi derivanti dal consumo di combustibili fossili: “È assolutamente irresponsabile sapere che il tuo prodotto sta uccidendo le persone e non ha un’etichetta con le avvertenze, come il tabacco. Ogni distributore di benzina, ogni auto dovrebbe avere un’etichetta, ogni prodotto che contiene combustibili fossili dovrebbe averne una”. A prescindere dal successo finale della causa, “Terminator” spera almeno di fare un po’ di chiasso sui mezzi di comunicazione, usando parole dure contro le grandi multinazionali del fossile. “Se entri in una stanza e sai che stai per uccidere qualcuno, è un omicidio di primo grado. Penso che sia la stessa cosa con le compagnie petrolifere”.

E prosegue: “Non c’è nulla di diverso dal problema del fumo. L’industria del tabacco sapeva da anni che il fumo uccidere le persone, le danneggia e causa il cancro, ma lo ha nascosto al pubblico e l’ha negato. Poi alla fine sono stati portati in tribunale e per questo hanno dovuto pagare centinaia di milioni di dollari. Le compagnie petrolifere sapevano che dal 1959, avevano gli studi secondo i quali si prevedeva un riscaldamento globale a causa dei combustibili fossili. E sapevano che sarebbe stato rischioso per la vita delle persone, che ne avrebbe uccise”.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/schwarzenegger-causa-big-petrolio-omicidio-333/

I Cinquestelle (e solo loro) lanciano l’allarme: in arrivo 22 nuovi OGM, nonostante il NO del Parlamento Europeo. La procedura di autorizzazione è da cambiare, ma sembra che a nessuno importi!

OGM

 

 

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I Cinquestelle (e solo loro) lanciano l’allarme: in arrivo 22 nuovi OGM, nonostante il NO del Parlamento Europeo. La procedura di autorizzazione è da cambiare, ma sembra che a nessuno importi!

“Il primo marzo 2018 il Parlamento europeo ha votato per l’ennesima volta contro l’autorizzazione degli OGM in Europa. Siamo 6 Membri del Parlamento europeo provenienti da 6 paesi diversi e appartenenti a 6 diversi gruppi politici. Negli ultimi 4 anni abbiamo depositato insieme 22 obiezioni contro l’autorizzazione di organismi geneticamente modificati in Europa. Oggi, come nelle votazioni precedenti, queste obiezioni hanno incassato una maggioranza significativa nella plenaria del Parlamento europeo. Nonostante questo, per ben 22 volte, il Consiglio dell’Unione europea non ne ha tenuto conto in alcun modo e la Commissione europea ha dato il via libera all’autorizzazione degli OGM, per la maggior parte resistenti al glifosato, in sfregio alla bocciatura esplicita che abbiamo voluto segnare sul piano politico.

La disfunzione che continuiamo ad osservare a fronte all’incessante autorizzazione degli OGM sta facendo esaurire la nostra pazienza. Per questo cogliamo l’occasione per ricordare che il Parlamento europeo è l’unica istituzione dell’UE eletta a suffragio universale e per sottolineare che ignorare le scelte compiute da questa istituzione finirà per indebolire l’Unione nel suo insieme, rendendo sempre più evanescente l’espressione della sovranità popolare. In questo senso, il caso degli OGM è particolarmente significativo.

Stiamo di fronte ad uno stallo istituzionale o quanto meno ad una procedura che nega la democraticità dei processi che dovrebbero essere alla base dell’Unione europea. Al di là della nostra appartenenza a gruppi politici diversi, il nostro comune obiettivo è garantire che le regole che disciplinano l’autorizzazione degli OGM corrispondano all’espressione di una maggioranza. Le nostre obiezioni rappresentano un baluardo, con il quale cerchiamo di difendere le prerogative del Parlamento e, allo stesso tempo, sono l’espressione della debolezza della nostra comune ambizione.

Nessuno infatti può dirsi soddisfatto del vicolo cieco in cui ci troviamo, che non assicura alcuna considerazione delle posizioni espresse dal Parlamento e che deve portarci a mettere in discussione il modo in cui le istituzioni europee lavorano in relazione agli OGM. Dietro a questo voto c’è il pieno riconoscimento del principio di precauzione. L’Unione Europea è attualmente dipendente dai modelli agricoli dei paesi terzi, basati sugli organismi geneticamente modificati. Noi vogliamo che si faccia luce su queste scelte, nascoste agli occhi dei cittadini e dei consumatori. Consideriamo che il prerequisito per qualsiasi scelta che ricade sulla popolazione sia l’applicazione del principio di precauzione.

Pertanto chiediamo alla Commissione europea di considerare la sfiducia che deriva da queste decisioni che impattano, a loro volta, sui nostri modelli alimentari. Chiediamo di ascoltare il messaggio popolare di cui il Parlamento europeo si è fatto espressione. La nostra comune battaglia, che va oltre le rispettive appartenenze politiche, è per più democrazia e per più trasparenza”.

Eleonora EVI (EFDD) con
Guillaume BALAS (S&D),
Lynn BOYLAN (GUE),
Valentinas MAZURONIS (ALDE),
Sirpa PIETIKÄINEN (EPP),
Bart STAES (GREENS)

 

fonte: http://www.efdd-m5seuropa.com/2018/03/22-ogm-sul-mercato-n.html

Obsolescenza programmata – In Francia già la combattono e presto verrà introdotta l’etichetta di “durata”. Da noi invece? Mica noi possiamo dar fastidio alle multinazionali, vi pare?

 

Obsolescenza programmata

 

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Obsolescenza programmata – In Francia già la combattono e presto verrà introdotta l’etichetta di “durata”. Da noi invece? Mica noi possiamo dar fastidio alle multinazionali, vi pare?

 

Obsolescenza programmata, la Francia pensa ad un’etichetta di “durata”

La Francia è decisa a combattere l’obsolescenza programmata con tutte le armi a disposizione. Dopo aver approvato, nel 2015, la legge per cui le aziende commettono un reato quando “programmano” i prodotti per rompersi allo scadenza della garanzia legale, il governo francese sta pensando di introdurre un’etichetta volontaria che indica la “vita” del prodotto. Una “lifetime” label che prevede un voto da uno a dieci secondo criteri quali la riparabilità, la robustezza e la durabilità. La proposta è inserita nella bozza di provvedimento sull’economia circolare che è in consultazione fino al 25 febbraio e ricalca una norma che è già operativa in Austria.

Oggigiorno, la maggior parte degli elettrodomestici è interessata dall’obsolescenza programmata. Una strategia aziendale utilizzata dalle aziende che riduce deliberatamente la vita di un prodotto al fine di aumentare le vendite.

I prodotti più colpiti sono gli smartphone, le stampanti ma il fenomeno non risparmia oggetti più semplici come le calze da donna. Il tessuto (nylon) utilizzato per realizzare collant è in realtà molto resistente, ma i produttori hanno messo a punto una formula chimica per indebolire il tessuto e aumentare i fatturati delle aziende: secondo l’associazione Hop (Halte à l’Obsolescence Programmée), “la spesa annuale per i collant può arrivare a 216 euro a persona“. E se si considerano gli elettrodomestici i costi aumentano e rendono necessario un intervento europeo come quello che sollecita la Francia. Il governo francese, infatti, presenterà anche l’argomento dell’estensione delle garanzie a livello europeo. Il ministro per la transizione ecologica vorrebbe estendere, ad esempio, la garanzia sulle lavatrici da 2 a 5 anni.

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/02/16/obsolescenza-programmata-la-francia-pensa-ad-unetichetta-di-durata/31729/?utm_content=bufferba5db&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer