In Italia ci sono circa 20 milioni di orti urbani. Uno ogni tre abitanti. Una tendenza in continua crescita, che riflette un lento, ma progressivo cambio di stile di vita e di pensare la città e le comunità.

 

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In Italia ci sono circa 20 milioni di orti urbani. Uno ogni tre abitanti. Una tendenza in continua crescita, che riflette un lento, ma progressivo cambio di stile di vita e di pensare la città e le comunità.

 

La verde rivoluzione dell’orto in città

In Italia ci sono circa 20 milioni di orti urbani. Uno ogni tre abitanti. Una tendenza in continua crescita, che riflette un lento, ma progressivo cambio di stile di vita e di pensare la città e le comunità.

A ognuno il suo, verrebbe da dire, dato che sono sempre più numerosi gli orti nati con nuove finalità: aggregazione sociale, recupero di aree degradate, didattica nelle scuole, svago e terapia, benessere in azienda.

Anche il web è ricco di proposte: sono centinaia i gruppi su Facebook, i siti aziendali e le piattaforme di supporto, le app e i giochi sull’orto.

Una realtà fatta di terra e un’altra fatta di bit unite per condividere esperienze, strumenti come schede di coltivazione, servizi a supporto del coltivatore, suggerimenti per la semina, la cura, la raccolta e la trasformazione degli ortaggi.

Questa passione e questo interesse diffuso per l’orticoltura domestica e hobbistica è una ricchezza di cui disponiamo, da Nord a Sud, che anche Slow Food ha contribuito a costruire attraverso l’istituzione di progetti nazionali come Orto in Condotta, che unisce scuole e Comunità, la pubblicazione di manuali – Il piacere dell’orto di Slow Food Editore è alla sua terza edizione -, e la realizzazione di orti nelle grandi manifestazioni, dall’orto africano di Terra Madre 2012 all’orto della biodiversità di Expo 2015.

Oggi contiamo tanti insegnanti, tanti soci, tanti volontari convinti che nell’orto si possa fare una didattica attiva capace di coinvolgere sia i bambini, sia gli adulti.

 

Come immaginiamo l’orto Slow?

I principi guida sono indubbiamente tre: la sostenibilità, la biodiversità e l’inclusione.

Fare un orto sostenibile senza sprecare energia e acqua, senza inquinare con prodotti chimici, mantenendo il ciclo degli elementi e migliorando la fertilità del suolo, dando riparo agli uccelli e agli insetti utili è possibile. Invece del diserbo si può scegliere la pacciamatura, al posto dei fertilizzanti la pratica del sovescio, invece degli insetticidi la lotta biologica, invece dei fitofarmaci i macerati e i rimedi naturali.

Ma si può fare di più: si può fare un orto all’insegna della biodiversità, scegliendo di coltivare varietà locali e non ibridi, accogliendo nell’orto frutta antica, fiori utili agli insetti, favorendo le consociazioni e le rotazioni colturali. Provando a far crescere varietà più colorate e gustose, al posto di quelle globalizzate che troviamo al banco ortaggi della grande distribuzione.

E infine si può fare un orto inclusivo, ricercando il coinvolgimento di altri con la bellezza, i momenti di aggregazione e svago creativo, il dono, la progettualità collettiva, il recupero e la salvaguardia, l’educazione e la crescita culturale.

Come nella terra germogliano semi e maturano frutti, nell’orto devono intrecciarsi discorsi, maturare progetti nuovi, perché è un ambiente che al contempo stimola, pone quesiti e offre ristoro, calma e attenzione.

È una lenta rivoluzione da vivere con curiosità e desiderio di imparare e da alimentare attraverso il confronto con gli altri e lo sguardo alla globalità, ripetendosi come se fosse un mantra la frase “e se tutti gli altri facessero come me?”.

 

Alberto Arossa

tratto dal numero 4/2018 di Slow, la rivista di Slow Food Italia

Qualcuno osa sfidare la lobby della Sanità? – Dovete operarvi per una spalla rotta? Nessun problema, basta aspettare poco più di UN ANNO… Ma se potete pagare 23 mila euro, l’operazione la fate entro otto giorni NELLO STESSO OSPEDALE PUBBLICO!

 

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Qualcuno osa sfidare la lobby della Sanità? – Dovete operarvi per una spalla rotta? Nessun problema, basta aspettare poco più di UN ANNO… Ma se potete pagare 23 mila euro, l’operazione la fate entro otto giorni NELLO STESSO OSPEDALE PUBBLICO!

 

Qualcuno osa sfidare la lobby della sanità?

 

Fate una prova: fingete di avere una spalla rotta e dover fare un intervento chirurgico per istallare una protesi. Ipotizziamo di essere in una Regione “virtuosa” come la Toscana: secondo le linee guida regionali (quasi identiche in ogni Regione), a ciascun paziente in attesa di un intervento viene dato un codice di priorità che varia da A1per i casi più gravi che necessitano intervento immediato fino a D per quelli che possono attendere.

Se avete la spalla rotta e la situazione è grave ma non gravissima vi assegneranno il codice B, massimo 60 giorni di attesa per l’operazione. Ma tale attesa è solo teorica, e nella realtà questo tempo non è mai rispettato: in una Regione “virtuosa” come la Toscana, per esempio, si prevede una attesa di almeno 1 anno e 2 mesi per questo tipo di interventi, sei volte quanto previsto dalla normativa regionale. Ma c’è una scappatoia: pagare. Se infatti siete disposti a spendere 23 mila euro (questo il costo di una operazione protesica di spalla al Careggi), lo stesso medico che vi ha visitato nello stesso ospedale pubblico dove siete in visita vi può operare quando volete, entro otto giorni dalla visita.

Questo sistema, disciplinato da ultimo dalla legge 189 del 2012, si chiama “intra-moenia” e consente l’esercizio di attività libero professionale intramuraria da medici di ospedali pubblici trasformando, così, il luogo pubblico in una clinica privata a disposizione del professionista.

Secondo la normativa vigente il paziente, in questo caso, deve pagare interamente l’equipe medica, il personale anche infermieristico di supporto, i costi pro-quota per l’ammortamento e la manutenzione delle apparecchiature nonché assicurare la copertura di tutti i costi diretti e indiretti sostenuti dalle aziende. Il medico e l’ospedale che ospita tale attività guadagnano sul paziente facendo leva sul suo stato di bisogno: il professionista sarà libero di farsi remunerare come un collega di una clinica privata e l’ospedale potrà chiudere i bilanci in attivo grazie al significativo contributo del paziente. Questo sistema pone una serie di problematiche giuridiche, economiche e, soprattutto, etiche.

Secondo il XX Rapporto Pit Salute di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato (Tdm) pubblicato a fine dicembre, le liste d’attesa negli ospedali pubblici si allungano sempre di più con attese medie di 13 mesi per una mammografia, un anno per una colonscopia, stesso periodo per una visita oncologica o neurologica.

A trarre un vantaggio diretto da questo stato di cose sono proprio i medici che esercitano la libera professione negli ospedali oltre agli stessi ospedali perché spesso il paziente, sconfortato dai lunghi tempi per un esame o un intervento, procedono in “intra-moenia” ricorrendo a prestiti e debiti pur di potersi operare.

Il meccanismo è perverso perché si basa su un doppio ruolo affidato dalla legge alla stessa persona: da un lato c’è il medico in quanto dirigente pubblico dell’ospedale che dovrebbe assicurare il rispetto delle linee guida regionali e che avrebbe come obiettivo per la propria performance la riduzione delle liste d’attesa; dall’altro c’è lo stesso medico in quanto libero professionista che ha interesse a tenere lunghe le attese così da incentivare i pazienti a ricorrere a lui privatamente. Si tratta di un meccanismo favorito dallo Stato stesso che, in tal modo, grazie al costo dell’intra-moenia, può coprire taluni costi del servizio sanitario.

È proprio in ciò la perversione di fondo di tale sistema che avvantaggia una specifica lobby a danno della tutela della salute dei cittadini.

È un punto che varrebbe la pena essere inserito nel programma del prossimo governo: ma chi governerà avrà la forza di fare gli interessi della comunità?

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/qualcuno-osa-sfidare-la-lobby-della-sanita/

 

 

 

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/qualcuno-osa-sfidare-la-lobby-della-sanita/

 

 

Tanto per rinfrescarVi la memoria. Quando Siani rifiutò di fare lo show di solidarietà per Pompei perchè buona parte dei biglietti erano stati dati in omaggio alla Casta. Fece rimborsare i paganti e di tasca sua diede il contributo promesso !!

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Tanto per rinfrescarVi la memoria. Quando Siani rifiutò di fare lo show di solidarietà per Pompei perchè buona parte dei biglietti erano stati dati in omaggio alla Casta. Fece rimborsare i paganti e di tasca sua diede il contributo promesso !!

 

Siani, caos a Pompei: spettacolo annullato.
La causa: troppi biglietti gratis a politici e big

Il comico napoletano cancella lo show in programma nel sito archeologico e chiede il rimborso del biglietto per la folla rimasta in piedi

Bagarre per lo spettacolo di Siani a Pompei: show annullato per “troppi biglietti gratis” e riduzione dei posti disponibili. Lo spettacolo di Alessandro Siani in programma ieri sera negli scavi avrebbe dovuto contribuire a rilanciare il sito archeologico vesuviano.

BAGARRE A POMPEI/IL VIDEO

Il comico partenopeo aveva rinunciato al proprio compenso per contribuire a risollevare la situazione critica dell’area con uno show leggero e allegro. I botteghini avevano registrato da giorni il tutto esaurito nonostante il costo del biglietto: 71 euro per il primo settore numerato e 55 euro per il secondo.

Gran parte del pubblico pagante però ieri sera è rimasto in piedi. Per lo show del comico infatti sono fioccati inviti e biglietti gratis, molti dei quali indirizzati a politici e nomi noti.

Per di più la Sovrintendenza avrebbe ridotto il numero dei posti disponibili ai  biglietti già venduti. Il risultato? Chi ha pagato non ha trovato posto. Centinaia gli spettatori in piedi.

Proteste, indignazioni e liti tra la folla. La situazione è degenerata. Alessandro Siani ha deciso quindi di annullare lo spettacolo senza però risparmiare battute dal palco.

Il comico non ha nascosto la propria amarezza: “Ci tenevo tanto a venire a Pompei – ha detto Siani alla folla in piedi – Quando vado in giro per il mondo parlano sempre

male del Sud. A volte hanno ragione: guardate stasera che è successo. Ma tra di voi in tanti hanno fatto sacrifici per acquistare il biglietto. Vi giuro che io avevo non avrei percepito cachet”. All’indomani dell’incidente, polemiche su Soprintendenza, istituzioni e gestione dello spettacolo.

In tarda mattinata le prime dichiarazioni ufficiali su quanto accaduto. “Comportamenti incivili hanno rovinato lo spettacolo di Alessandro Siani in programma agli scavi. La Sovrintendenza è dispiaciuta per l’accaduto ma non ha colpe: la gestione dei biglietti è stata curata dagli organizzatori”.

Teresa Elena Cinquantaquattro, sovrintendente dell’area archeologica di Pompei, commenta l’incresciosa bagarre verificatasi nel sito vesuviano durante lo show di Siani. Centinaia di spettatori (paganti) sono rimasti in piedi a causa di un alto numero di “portoghesi” autorizzati più o meno noti.”La Sovrintendenza – spiega la Cinquantaquattro – ha stabilito prima della vendita dei biglietti il numero di posti a disposizione per lo spettacolo. Non sappiamo niente di biglietti omaggio o a pagamento: l’organizzazione si è occupata della gestione dell’evento, noi ci siamo limitati a mettere a disposizione il sito”. Dispiace solo che “comportamenti incivili abbiano rovinato qualcosa di bello” conclude la Cinquantaquattro.Allora chi ha elargito biglietti a destra e a manca a politici e personaggi noti? “Non saprei” risponde il sindaco di Pompei Claudio D’Alessio che aveva ricevuto dagli organizzatori alcuni biglietti omaggio.“Mi sono recato allo spettacolo con i miei due figli – spiega – Ma all’ingresso sono stato informato che non c’era posto. Dopo un quarto d’ora circa sono andato via per evitare brutte figure. E’ vergognoso quanto accaduto: circa 400 persone sono rimaste senza posto nonostante il biglietto acquistato”.

D’Alessio ammette che anche gli assessori del Comune avevano ricevuto biglietti omaggio. Ma di fronte all’idea che la “casta” abbia occupato i posti di altri che invece avevano pagato ipotizza un overbooking: “Ho visto protestare sopratutto gente che ha acquistato il biglietto – dice – Gli omaggi non erano molti, d’altronde anch’io sono rimasto in piedi. Spero che Alessandro Siani voglia tornare a Pompei presto”.

E Siani? E’ stato autore di un bel gesto. Il comico, malgrado l’annullamento dello show, ha voluto devolvere ugualmente i 20.000 euro promessi sia alla Sovrintendenza che ai lavoratori del sito archeologico. A renderlo noto è un comunicato dell’ufficio stampa dell’artista.

Chi vorrà ottenere i rimborsi dei biglietti – prosegue la nota – potrà contattare la “GO 2” (tel.081-8038382 oppure il box informazioni di Pompei al 3889225040).

La produzione, comunque, annuncia che coloro che hanno acquistato il biglietto e non intendono farselo rimborsare potranno comunque assistere allo spettacolo che si terrà il prossimo 29 dicembre al Teatro Augusteo di Napoli, alle 18 e alle 21.

(27 luglio 2013)

 

fonte: http://napoli.repubblica.it/cronaca/2013/07/27/news/siani_caos_a_pompei_spettacolo_annullato_la_causa_troppi_biglietti_gratis-63812845/?refresh_ce

Lo spot Uliveto e Rocchetta promette premi con cui potrai permetterti “uno speciale formaggio francese”… Qualcuno spieghi a chi ha ideato questo spot idiota che i formaggi Italiani sono di gran lunga superiori! …Che dite, un motivo in più per non farci fregare da chi vende plastica con l’acqua dentro?

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Lo spot Uliveto e Rocchetta promette premi con cui potrai permetterti “uno speciale formaggio francese”… Qualcuno spieghi a chi ha ideato questo spot idiota che i formaggi Italiani sono di gran lunga superiori! …Che dite, un motivo in più per non farci fregare da chi vende plastica con l’acqua dentro?

 

Leggiamo da Il Fatto Alimentare:

Uliveto, Rocchetta e uno speciale formaggio francese. L’opinione di una lettrice: “quelli italiani non sono all’altezza?”

Continua l’articolo: una lettrice ci scrive una lettera per esprimere la sua opinione sul messaggio contenuto nei recenti spot televisivi del concorso a premi dei due noti marchi di acqua minerale Uliveto e Rocchetta.

Da un po′ di tempo, nella pubblicità televisiva delle due acque Uliveto e Rocchetta, una gentile signora propone al marito una cena a base di prelibatezze: caviale, ostriche e un formaggio speciale francese. È accettabile una pubblicità in cui si afferma che per un’occasione speciale insieme a dei cibi prelibati occorre servire uno speciale prodotto francese? L’Italia con i suoi oltre cinquecento tipi di formaggio non ne ha nemmeno uno all’altezza di caviale e ostriche? Quando entrerà nella testa dei pubblicitari che dobbiamo reclamizzare i nostri prodotti e non abbandonarci a una improduttiva esterofilia? Già dobbiamo sorbirci le pubblicità di prodotti italiani con espressioni in inglese o francese, come se la nostra lingua non avesse aggettivi validi sufficienti o che “potrebbero far scadere di qualità” quanto proposto negli spot.

La fonte QUI

Si chiedeva Charles De Gaulle “Come si può governare un paese che ha 246 varietà differenti di formaggio?”…

Ma forse De Gaulle non sapeva che in Italia ne abbiamo 487. Il doppio. E tutti di qualità di gran lunga superiore.

Ma a voi viene in mente il nome di qualche famoso formaggio francese che non sappia di Gorgonzola andato a male?

Eccellenze come il nostro Grana, il Parmiggiano, i vari Pecorini, la mozzarella, i caciocavalli e tanti, tantissimi altri dove sono in Francia?

La tipa dello spot, per quanto mi riguarda, il suo speciale formaggio francese se lo può anche…

Bah lasciamo stare…

By Eles

Ricerca italiana al collasso, fondi ridotti del 20% dal 2008 …però le spese per le armi non le hanno tagliate. Anzi le hanno aumentate… Ma non Vi proccupate, siamo in Italia!

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Ricerca italiana al collasso, fondi ridotti del 20% dal 2008 …però le spese per le armi non le hanno tagliate. Anzi le hanno aumentate… Ma non Vi proccupate, siamo in Italia!

 

Ricerca italiana al collasso, fondi ridotti del 20% dal 2008

Le cifre del rapporto promosso dalla Commissione Europea

 

Negli ultimi 10 anni i fondi pubblici per la ricerca italiana si sono ridotti di 1,2 miliardi, pari al 20%. E’ quanto emerge dal documento promosso dalla Commissione Europea, la cui pubblicazione e’ prevista in marzo. “Siamo al limite del collasso”, ha detto all’ANSA Mario Pianta, docente di Economia Politica all’Universita’ Roma Tre, che ha collaborato alla stesura del rapporto.

I dati sono ripresi anche dalla rivista Nature sul suo sito, nel quale si rileva inoltre come la ricerca scientifica sia completamente esclusa dal dibattito elettorale e che i ricercatori temano ulteriori tagli di budget, qualunque possa essere l’esito delle consultazioni.

Sempre negli ultimi 10 anni, si legge nel documento, il budget delle universita’ italiane e’ calato di circa un quinto, con una perdita pari a un milione di euro. Si sono ridotti inoltre sia il numero dei docenti nelle universita’ (-20%) sia il finanziamento degli enti pubblici di ricerca (-9% in termini reali). La spesa pubblica per il settore dell’istruzione universitaria e’ ferma allo 0,4% del Pil, al di sotto della media europea, che e’ dello 0,7%.

“I numeri ci dicono – spiega Pianta, autore del rapporto insieme con Leopoldo Nascia dell’Istat e Lorenzo Isella della Commissione Europea – che l’Italia in questi ultimi 10 anni di crisi ha perso gravemente attivita’ economiche, industriali e di ricerca, ed e’ andata indietro nell’innovazione e nella ricerca pubblica, in particolare con i tagli ai finanziamenti e al personale delle università. Adesso c’e’ stato un piccolo rimbalzo con le ultime misure del Governo come gli incentivi all’industria 4.0, ai macchinari e quelli ai soggetti di ricerca, pero’ siamo ancora sostanzialmente sotto del 20% rispetto al livello di prima della crisi. E c’e’ questa fuga di cervelli che ha una scala molto preoccupante”.

Il rapporto in effetti valuta, sebbene manchino stime ufficiali, che siano circa 50 mila i ricercatori italiani gia’ occupati all’estero. Per invertire la tendenza e attirare studiosi dall’estero, il Programma nazionale per la ricerca del quinquennio 2015-2020 prevede tre finanziamenti di circa 520 milioni di euro nel periodo 2017-2020.

“E’ necessario quindi – conclude Pianta – alzare significativamente la spesa, darsi nuovi strumenti di governo e collegare questo con le politiche industriali per creare nuova produzione e nuova occupazione qualificata”. Sempre Nature nei giorni scorsi ha pubblicato la petizione di un gruppo di 69 scienziati italiani che invita i candidati alle elezioni a portare i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza. La petizione ha raggiunto le 200.000 firme.

 

 

 

 

fonte: http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/ricerca_istituzioni/2018/02/22/ricerca-italiana-al-collasso-fondi-ridotti-del-20-dal-2008-_c4937006-5e03-4691-b00f-a1591439a598.html

Osservatorio Nazionale della Salute: il sistema sanitario pubblico non garantisce l’equità sociale – Insomma: benvenuti nel Medio Evo…!

 

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Osservatorio Nazionale della Salute: il sistema sanitario pubblico non garantisce l’equità sociale – Insomma: benvenuti nel Medio Evo…!

 

In Italia si vive più a lungo a seconda del luogo di residenza o del livello d’istruzione: hanno una speranza di vita più bassa le persone che nascono al Sud, in particolare in Campania, o che non raggiungono la laurea. Inoltre chi ha un titolo di studio basso ha anche peggiori condizioni di salute. Queste disuguaglianze sono acuite dalle difficoltà di accesso ai servizi sanitari che penalizzano la popolazione di livello sociale più basso con un impatto significativo sulla capacità di prevenire o di diagnosticare rapidamente le patologie. Insomma il Servizio sanitario nazionale assicura la longevità degli italiani, ma non l’equità sociale e territoriale. È quanto evidenziato dall’Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane.

 

Leggiamo da Adnkronos:

Troppe differenze regionali che creano diseguaglianze. In Italia si vive più a lungo a seconda del luogo di residenza o del livello d’istruzione: hanno una speranza di vita più bassa le persone che nascono al Sud, in particolare in Campania, o che non raggiungono la laurea. Non solo. Chi ha un titolo di studio basso ha anche peggiori condizioni di salute. Queste disuguaglianze sono acuite dalle difficoltà di accesso ai servizi sanitari che penalizzano la popolazione di livello sociale più basso, con un impatto significativo sulla capacità di prevenire o di diagnosticare rapidamente le patologie. Insomma il Ssn assicura la longevità degli italiani, ma non l’equità sociale e territoriale. Lo denuncia l’Osservatorio nazionale della Salute nelle regioni italiane, il progetto dell’’Università Cattolica, ideato dal Walter Ricciardi, con un focus dedicato alle disuguaglianze di salute in Italia.

“Il Servizio sanitario nazionale – considera Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio – oltre che tutelare la salute, nasce con l’obiettivo di superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del Paese. Ma su questo fronte i dati testimoniano il sostanziale fallimento delle politiche. Troppe e troppo marcate le differenze regionali e sociali, sia per quanto riguarda l’aspettativa di vita sia per la presenza di malattie croniche”.

Le evidenze infatti testimoniano che in Campania nel 2017 gli uomini vivono mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; nella Provincia autonoma di Trento 81,6 gli uomini e 86,3 anni le donne. In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del Nord-est, dove la speranza di vita per gli uomini è 81,2 anni e per le donne 85,6; decisamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno, nelle quali si attesta a 79,8 anni per gli uomini e 84,1 per le donne. Nel dettaglio, il dato sulla sopravvivenza mette in luce l’enorme svantaggio delle province di Caserta e Napoli che hanno una speranza di vita di oltre 2 anni inferiore a quella media nazionale, seguite da Caltanissetta e Siracusa che palesano uno svantaggio di sopravvivenza di 1,6 e 1,4 anni rispettivamente.

Le Province più longeve sono quelle di Firenze, con 84,1 anni di aspettativa di vita, 1,3 anni in più della media nazionale, seguite da Monza e Treviso con poco più di un anno di vantaggio su un italiano medio. Non meno gravi i divari sociali di sopravvivenza, in Italia: un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello di istruzione basso e 82 anni se possiede almeno una laurea. Tra le donne il divario è minore, ma pur sempre significativo: 83 anni per le meno istruite, circa 86 per le laureate.

Anche le condizioni di salute, legate alla presenza di cronicità, denunciano sensibili differenze sociali, nella classe di età 25-44 anni la prevalenza di persone con almeno una patologia cronica grave è pari al 5,8% tra coloro che hanno un titolo di studio basso e al 3,2% tra i laureati. Tale gap aumenta con l’età, nella classe 45-64 anni, è il 23,2% tra le persone con la licenza elementare e l’11,5% tra i laureati. Persone di 45-64 anni che hanno dichiarato di stare “male/molto male”, di avere almeno una cronica grave per livello di istruzione.

Alle disuguaglianze di salute si affiancano quelle di accesso all’assistenza sanitaria pubblica, si tratta delle rinunce, da parte dei cittadini, alle cure o prestazioni sanitarie a causa della distanza delle strutture, delle lunghe file d’attesa e dell’impossibilità di pagare il ticket per la prestazione. Nella classe di età 45-64 anni rinunciano ad almeno una prestazione sanitaria il 12% tra coloro che hanno completato la scuole dell’obbligo e il 7% tra i laureati. La rinuncia per motivi economici tra le persone con livello di studio basso è pari al 69%, mentre tra i laureati tale quota si ferma al 34%. La difficoltà di accesso alle cure sanitarie è un problema particolarmente grave perché impatta molto sulla capacità di prevenire la malattia, o sulla tempestività della diagnosi. La stessa connotazione sociale delle persone che non accedono alle cure con quella di coloro che sono in peggiori condizioni di salute, fanno capire la stretta relazione tra i due fenomeni.

Interessante il confronto con alcuni altri Paesi dell’Unione europea, in particolare con quelli che adottano uno dei due principali modelli sanitari: Beveridge e Bismarck. Dall’analisi emerge molto chiaramente che le disuguaglianze maggiori rispetto al livello di istruzione si riscontrano per i sistemi sanitari di tipo mutualistico, dove si osserva che la quota di persone che sono in cattive condizioni di salute è di quasi 15 punti percentuali più elevata tra coloro che hanno titoli di studio più bassi. Il nostro Paese è quello che ha il livello di disuguaglianza minore dopo la Svezia, avendo 6,6 punti percentuali di differenza tra i meno e i più istruiti.

I dati presentati testimoniano che la sfida futura del Ssn – indicano i ricercatori – sarà quella di contrastare le persistenti disuguaglianze con interventi e politiche urgenti. Tra questi i più rilevanti dovranno riguardare l’allocazione del finanziamento alle Regioni, attualmente non coerente con i bisogni di salute della popolazione; l’accessibilità alle cure, ancora molto difficile per alcune fasce di popolazione, da risolvere con soluzioni mirate a mettere in rete tutte le strutture, ospedaliere e territoriali, e governare centralmente gli accessi in base all’appropriatezza degli interventi e all’urgenza degli stessi.

Il tema delle disuguaglianze di salute si intreccia con quello della sostenibilità economica che resta uno dei punti al centro delle riflessioni della politica e degli addetti ai lavori: le soluzioni che circolano poggiano sull’ingresso dei fondi sanitari privati in grado di affiancare lo Stato per questa importante funzione. Tuttavia, l’introduzione di fondi sanitari di natura sostitutiva, sia pure in parte, del sistema pubblico potrebbero acuire le forti disuguaglianze sociali di cui già soffre il settore. Infatti, molte sono le incognite che stanno dietro questo tipo di strumenti, sia legate ai premi elevati per i cittadini più a rischio, sia a fenomeni di selezione avversa, cioè esclusione dalla copertura assicurativa di alcune tipologie di persone, quali anziani e malati gravi. Non meno rilevanti i rischi di un’assistenza sanitaria di qualità differenziata a seconda dei premi assicurativi che le persone sono in grado di pagare.

 

fonti:

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/obiettivo-salute/osservatorio-nazionale-salute-sistema-121138-gSLAgSVqaC#ultimepuntate

http://www.adnkronos.com/salute/sanita/2018/02/19/salute-disuguale-per-nati-sud-poco-istruiti-cala-speranza-vita_LBChH9mbpmQpmyfXiHQlgL.html

Sei pieno di debiti? Forse non lo sai (o non te lo fanno sapere) ma puoi dichiarare il “fallimento familiare”. E’ la “legge salva suicidi” in vigore dal 2012 !

 

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Sei pieno di debiti? Forse non lo sai (o non te lo fanno sapere) ma puoi dichiarare il “fallimento familiare”. E’ la “legge salva suicidi” in vigore dal 2012 !

 

Dal 2012 non è solo un’azienda a poter fallire e ottenere il pagamento di solo una parte del debito,ma anche una famiglia.(legge 3/2012).Legge salva suicidi.

Impossibile pagare i debiti? Con la legge 3/2012, se il motivo è valido, un giudice può decidere di “ristrutturarli”

I grandi Media parlano sempre delle stesse questioni,eppure ci sono leggi e fatti che potrebbero cambiare la vita delle persone . Il nostro invito e di leggere quanto segue e di diffondere le informazioni .

Se le persone e le aziende avessero tali informazioni l’economia Italiana cambierebbe immediatamente . Associazione DECIBA fra i tanti successi nel campo bancario sta preparando un’altra campagna informativa per portare alla conoscenza tutti i cittadini Italiani .

Se una famiglia non riesce a far fronte ai suoi debiti, un giudice può decretarne il “fallimento”. È una soluzione a cui ricorrono in pochi Si tratta della legge n° 3 del 2012, che «nella sostanza contempla il cosiddetto “piano del consumatore”. È una legge che permette il cosiddetto “fallimento familiare”, mentre tradizionalmente fino al 2012 erano solo le imprese che potevano fallire, e cioè affidare al giudice la decisione di ristrutturazione del loro debito, pagando solo in parte gli obblighi a cui erano tenute per i debiti accumulati, naturalmente a fronte di una situazione che permette di affrontare questi pagamenti parziali. Questa legge del 2012 ha permesso di elaborare dei piani del consumatore per famiglie che per motivi gravi (perdita del posto di lavoro, la morte di un percettore di reddito, una grave malattia o altre situazioni di difficoltà non colpevole) vogliono far fronte ai loro obblighi di debito, non possono pagare tutto il debito a cui sono tenuti, ma vogliono affrontare questo loro dovere», ha precisato. «Il giudice può, una volta accertate tutte queste condizioni, imporre ai creditori un abbattimento del debito a fronte di un pagamento di una parte del totale come nuovo impegno del debitore.

Alla legge non dà importanza nessuno,eppure esiste,funziona,risolve.

La paura e l’ignoranza fanno sempre da padrone,la maggior parte delle persone credono che non esista la legge,eppure banche,equitalia,la applicano,l’unica differenza ? loro portano avanti la legge e voi no .

Abbiamo pubblicato più volte sentenze ed ordinanze,lo scopo e di informare i cittadini della grande possibilità di difesa legale che hanno, provate ad immagine se le aziende sapessero che la maggior parte dei Mutui, Leasing, conto correnti contengono illeciti da scaraventare le sorti economiche di un’attività .

La confusione e la paura sono i migliori alleati delle banche,vincono senza neanche fare la guerra .Questo video spiega uno dei grandi successi ottenuti dal gruppo DECIBA,la banca fa un precetto,pignora il bene e successivamente lo mette all ASTA per venderlo,Deciba interviene e richiede al tribunale di Padova di sospendere l’asta giudiziaria PER USURA BANCARIA

INCREDIBILE ? NO REALTA’ ECCO L’ORDINANZA E LA TESTIMONIANZA Dovete credere a ciò che vedete, le paure imprigionano la mente, la conoscenza ci salverà tutti. Il dubbio che viene a tutti noi è solo uno,ma perché nessuno né parla ? cosa potrebbe succedere se le persone ed aziende avessero queste informazioni ? LA SALVEZZA La politica e i grandi media su una cosa sono d’accordo,non spieghiamo alle persone come fare a salvarsi,alcuni utilizzano la FALSA GUERRA CONTRO LE BANCHE ,altri utilizzano la FALSA GUERRA CONTRO EXTRACOMUNITARI,altri screditano i loro “nemici politici”,la cosa certa che nessun politico parla di questi argomenti,provate ad immaginare se questo signore andasse in televisione a spiegare questo

Grazie di cuore,non avrei mai pensato di salvare la mia casa guardando un annuncio su Facebook,inizialmente non credevo a nulla,il mio sconforto mi portava a credere che nulla è vero,ho semplicemente fatto ciò che è giusto fare,grazie a voi e al gruppo DECIBA oggi rimango in casa mia e la banca mi dovrà pagare i danni per tutto ciò che mi ha fatto subire! Ho pensato mille volte di farla finita! sinceramente non ho mai creduto nel web,oggi mi devo ricredere,grazie di cuore .

Giancarlo B.

La cosa migliore che potete fare è diffondere queste informazioni,vi garantiamo che saranno utili a milioni di Italiani .

PERCHE’I POLITICI INVECE DI FARE TANTE CHIACCHIERE NON PARLANO DI ARGOMENTI CHE POTREBBERO SALVARE LE PERSONE

Fonte : http://www.equistop.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7%3Aimpossibile-pagare-i-debiti-legge-3-2012&catid=11&Itemid=131

Tratto da: http://curiosity2015.altervista.org/debitixxx/

Coalizione di Org ambientaliste di Austria, Germania, Italia, Francia e Portogallo intraprende azione penale contro l’Efsa (Autorità Europea per sicurezza alimentare): valutazione non obiettiva e trasparente sui rischi del glifosato, in favore di Monsanto e sulla pelle della gente!

 

glifosato

 

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Coalizione di Org ambientaliste di Austria, Germania, Italia, Francia e Portogallo intraprende azione penale contro l’Efsa (Autorità Europea per sicurezza alimentare): valutazione non obiettiva e trasparente sui rischi del glifosato, in favore di Monsanto e sulla pelle della gente!

 

Glifosato, azione penale contro l’Efsa: la sua valutazione non è indipendente.

Una coalizione di organizzazioni ambientaliste di Austria, Germania, Italia, Francia e Lisbona (Global 2000, PAN Europe, PAN Germany, PAN Italia e Generations Futures) ha annunciato una azione penalecontro l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BfR) e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) perché non hanno fatto una valutazione obiettiva e trasparente dei rischi del glifosato. L’auspicio è che la causa transnazionale possa portare ad ottenere un controllo indipendente e oggettivosul glifosato  da parte di uno o più tribunali. In Italia, la causa intentata da Global 2000 e PAN Italia è depositata presso la Procura della Repubblica di Parma.

I “Monsanto paper” sotto accusa

La decisione delle associazioni ambientaliste nasce dalla constatazione del fatto che la valutazione dell’Efsa – decisiva per il rinnovo dell’autorizzazione del pesticida per i prossimi 5 anni – si è basata su uno studio, quello del Bfr copiato, in molte sue parti, da un report messo a punto dalla Monsanto, la casa produttrice dell’erbicida più utilizzato al mondo. Si trattava, ovviamente, di un rapporto che non metteva in mostra nessuna criticità circa la sicurezza del glifosato. Una circostanza che ricorre nella stragrande maggioranza degli studi pubblicati dall’industria agrochimica.

Solo gli studi indipendenti bocciano il glifosato

Solo il 2% dei 46 studi dell’industria agrochimica – denuncia la coalizione – conclude che l’erbicida contro le infestanti è genotossico. Al contrario, 53 studi indipendenti pubblicati su un totale di 70 dimostrano il contrario. 

Con l’autorizzazione al rinnovo, come si è più volte sottolineato, si è rinunciato al principio di precauzione che da sempre ha ispirato la normativa comunitaria. I pesticidi con proprietà cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione non possono essere autorizzate dal regolamento CE sui pesticidi, accusano le organizzazioni ambientaliste, denunciando che il BfR non ha esaminato gli studi pubblicati che tengono conto di queste proprietà del glifosato. Le organizzazioni fanno ora affidamento sul fatto che diversi o almeno uno dei tribunali in cui le accuse penali saranno depositate in una revisione obiettivagiungono alla stessa conclusione.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/12/07/glifosato-azione-penale-contro-lefsa-la-sua-valutazione-non-e-indipendente/29047/

Polo dell’alluminio di Portoscuso, fiera dell’inquinamento e dell’ambiguità.

 

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Polo dell’alluminio di Portoscuso, fiera dell’inquinamento e dell’ambiguità.

 

Com’è a tutti noto, anche con aspetti drammatici, la situazione industriale e lavorativa delle Aziende del polo dell’alluminio nel Basso Sulcis (zona industriale di Portovesme) attraversa da anni una profonda crisi che ragionevolmente non appare avere facili vie d’uscita.     Non solo riguarda migliaia di lavoratori delle Aziende (principalmente Eurallumina s.p.a. e Alcoa s.p.a.) e dell’indotto con i loro familiari, ma l’intero Basso Sulcis, zona fra le più depresse d’Italia sotto il profilo economico-sociale e ambientale.

Com’è altrettanto noto, le motivazioni della crisi industriale risiedono principalmente nell’alto costo dell’energia e nelle condizioni del mercato internazionale dell’alluminio primario, dove il Gruppo Alcoa riveste una posizione di grande rilievo. Alcuni anni fa l’apertura di nuovi impianti in Islanda e in Arabia Saudita, dove l’Azienda beneficia di grandi quantitativi di energia a prezzo ridotto, di fatto ha segnato la sorte degli impianti sardi, ritenuti non più competitivi dalla Multinazionale statunitense.

Grandi speranze appaiono riposte nel “Progetto di ammodernamento della raffineria di produzione di allumina ubicata nel Comune di Portoscuso, ZI Portovesme (CI)[1], presentato dalla Eurallumina s.p.a. nella zona industriale di Portovesme.[2]

Il progetto prevede la realizzazione e l’esercizio di una centrale termica cogenerativa alimentata a carbone(potenza 285 MWh) e opere connesse, fra cui l’ampliamento fino a un’altezza di mt. 46 (oggi sono 26,5) del bacino dei “fanghi rossi”, le scorie della lavorazione della bauxite, dall’agosto 2009 in buona parte sotto sequestro preventivo nell’ambito di un procedimento penale per gravi reati ambientali.

La nuova centrale è finalizzata a garantire la totale copertura delle necessità di energia termica ed elettrica degli impianti di lavorazione della bauxite dell’Eurallumina s.p.a., impianti che riprenderebbero la produzione in caso di realizzazione ed entrata in esercizio della nuova centrale.   La centrale esistente sarebbe utilizzata solo in caso di fermata di quella attualmente in progetto, l’impianto di abbattimento delle polveri sarebbe in uso anche per l’abbattimento dei contenuti inquinanti dei fumi dell’attuale centrale.

La ripresa della produzione sarebbe sostenuta da ben 74 milioni di euro di fondi pubblici sui 100 complessivi dell’investimento, grazie al contratto di sviluppo sottoscritto nel dicembre 2015 da Invitalia ed Eurallumina.

Insomma, con la nuova centrale ripartirebbe la produzione di alluminio primario e centinaia di operai (357 addetti diretti + circa 100 addetti nell’indotto) riprenderebbero il lavoro.

Però, seppure vi fossero le condizioni del mercato internazionale per sostenere l’impresa (fatto tutto da dimostrare), ambiente e salute ne risentirebbero. E non poco.

Non solo.    E’ altrettanto ben conosciuta la gravissima situazione di crisi ambientale e sanitaria che affligge il territorio.

Infatti, l’intero territorio comunale di Portoscuso rientra nel sito di interesse nazionale (S.I.N.) per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese (D.M. n. 468/2001)[3].       I siti di interesse nazionale, o S.I.N. rappresentano delle aree contaminate molto estese classificate fra le più pericolose dallo Stato.   Necessitano di interventi di bonifica ambientale del suolo, del sottosuolo e/o delle acque superficiali e sotterranee per evitate danni ambientali e sanitari.   I S.I.N. sono stati definiti dal decreto legislativo n. 22/1997 e s.m.i. (decreto Ronchi) e nel D.M. Ambiente n. 471/1999, poi ripresi dal decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. (Codice dell’ambiente), il quale ne stabilisce l’individuazione “in relazione alle caratteristiche del sito, alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini sanitari e ecologici nonché di pregiudizio per i beni culturali e ambientali”. Caratteristica fondamentale relativa alle aree ricadenti nei S.I.N. è la necessità che i carichi inquinanti diminuiscano anziché aumentare.

Fin d’ora, la situazione ambientale/sanitaria dei residenti di Portoscuso, in particolare della fascia infantile, è già al limite del collasso.

Nel gennaio 2012 (nota stampa ASL n. 7 del 23 gennaio 2012) così avvertiva un comunicato stampa dell’A.S.L. n. 7 di Carbonia, in seguito a comunicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero dell’ambiente“…si ritiene necessario informare la popolazione di Portoscuso di fare in modo di differenziare la provenienza dei prodotti ortofrutticoli da consumare per la fascia di età dei bambini da 0 a 3 anni. Occorre perciò fare in modo che in questa fascia di età non siano consumati esclusivamente prodotti ortofrutticoli provenienti dai terreni ubicati nel Comune di Portoscuso. Già nel 2008 l’Università di Cagliari (Dipartimento Sanità pubblica, Medicina del lavoro) nel corso di una ricerca (Plinio Carta, Costantino Flore) affermò chiaramente la sussistenza di deficit cognitivi in un campione di bambini di Portoscuso, dovuto a valori di piombo nel sangue superiori a 10 milligrammi per decilitro (vds. “Environmental exposure to inorganic lead and neurobehavioural tests among adolescents living in the Sulcis-Iglesiente, Sardinia” in Giornale italiano di medicina del lavoro ed ergonomia, 15 aprile 2008, in http://www.biowebspin.com/pubadvanced/article/18409826/#sthash.kjkUGkfA.dpuf). La letteratura medica, infatti, indica un’associazione inversa statisticamente significativa tra concentrazione di piombo ematico e riduzione di quoziente intellettivo, corrispondente a 1.29 punti di QI totale per ogni aumento di 1 µg/dl di piomboemia (sulla tossicità del piombo vds. http://www.phyles.ge.cnr.it/htmlita/tossicitadelpiombo.html).

Il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I. – studio epidemiologicoMinistero della salute, S.I.N. Sulcis-Iglesiente-Guspinese (2012) ha evidenziato un pesantissimo rischio per la salute, fra cui un “rischio osservato di circa 500 volte l’atteso … per tumore della pleura fra i lavoratori del settore piombo-zinco (Enirisorse, ex Samin), un incremento di mortalità per tumore del pancreas” fra i lavoratori del settore alluminio (Alcoa), mentre fra i “produttori di allumina dalla bauxite (Eurallumina) la mortalità per tumore del pancreas e per malattie dell’apparato urinario è risultata in eccesso”.

Ormai è la stessa catena alimentare a esser pesantemente interessata.

La Direzione generale dell’Azienda USL n. 7 di Carbonia aveva reso noto (nota prot. n. PG/201416911 dell’11 giugno 2014) che “gli esiti” dei monitoraggi condotti con la stretta collaborazione dell’I.S.P.R.A. e dell’Istituto Superiore di Sanità hanno portato alla “richiesta al Sindaco del Comune di Portoscuso di adozione di provvedimenti contingibili e urgenti che al momento consistono in:

divieto di commercializzazione/conferimento del latte ovicaprino prodotto da sette allevamenti operanti sul territorio comunale con avvio a distruzione presso impianto autorizzato;

*  divieto di movimentazione in vita e di avvio a macellazione dei capi allevati presso le attività produttive del territorio, nelle more della effettuazione di verifiche  mirate sulla eventuale presenza di diossina nelle carni;

* permane il divieto di raccolta dei mitili e dei granchi nel bacino di Boi Cerbus;

*  permane divieto di commercializzazione e raccomandazione di limitazione del consumo di prodotti ortofrutticoli e vitivinicoli prodotti nel territorio”.

In poche parole, di fatto a Portoscuso non si può vendere il latte ovicaprino né fare allevamento ovicaprino, non si possono raccogliere mitili e crostacei, non si possono vendere frutta, verdura e vino, chi li consuma lo fa a rischio e pericolo.

Recenti analisi I.S.P.R.A. e consulenze peritali svolte nell’ambito del procedimento penale n. 10117/2010 R.N.R. (n. 7207/11 G.I.P.) e nei mesi scorsi rese pubbliche[4] hanno evidenziato una gravissima compromissione del suolo, delle falde idriche e dell’ambiente in generale determinata dalla presenza del c.d. bacino dei fanghi rossi, contenente gli scarti della lavorazione della bauxite dell’Eurallumina s.p.a. e contenente elevatissime concentrazioni di arsenico(110 volte il limite tollerabile per le acque sotterranee), cromo esavalente (32 volte superiore al limite), fluorurialluminiomercurio.

Sotto il profilo energetico, basterebbe evidenziare la sentenza Corte Giust. UE, sez. VIII, 12 dicembre 2013, causa C-411/12, recentemente confermata, che ha condannato alla restituzione, quali indebiti aiuti di Stato, gli importi (più di 18 milioni di euro) delle agevolazioni pubbliche per l’acquisto dell’energia nei confronti di varie Aziende del polo industriale di Portovesme.  Anche nei confronti della Portovesme s.r.l. che aveva fatto ricorso in appello.

I fatti delle ultime settimane sono, purtroppo, nel solco della consuetudine.

Il pessimo clima creatosi a Portoscuso ha fatto sì che l’ambientalista locale Angelo Cremone – al quale va tutta la nostra solidarietà – sia stato fatto oggetto per l’ennesima volta di pesanti minacce.

lavoratori Eurallumina, in cassa integrazione dal 2009, hanno avuto il sostegno di una Giunta regionale schierata “senza se e senza ma” in favore di “questo” progetto industriale.

Si è opposta unicamente la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari (nota prot. n. 1952 del 30 gennaio 2017) per palese contrarietà del progetto al piano paesaggistico regionale (P.P.R.), in particolare artt. 15, 20, 21, 41, 42, 49, 58 e 59.

La Giunta regionale ha fatto spallucce, volendo considerare il parere negativo non vincolante, perché la conferenza di servizi sarebbe stata retta dalla disciplina previgente al provvedimento attuativo della c.d. Legge Madia (decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 127).

Opinione autorevole, ma in contrasto con la giurisprudenza amministrativa (vds. Cons. Stato, Sez. VI, 23 luglio 2015, n. 3652T.A.R. Marche, Sez. I, 5 gennaio 2017, n. 21).

Non solo.

Assessori regionali, deputati, sindacalisti han fatto a gara per congratularsi in modo autoreferenziale per la “positiva conclusione della conferenza di servizi”. l’Assessore regionale della Difesa dell’Ambiente Donatella Emma Ignazia Spano ha affermato: “la Conferenza dei servizi si è conclusa”, salvo dire subito dopo “la Rusal ha chiesto almeno un mese per presentare altri documenti. Non appena si concluderà l’istruttoria, predisporremo la delibera sul progetto, che sarà portata in tempi serrati in Giunta”.

Insomma, interpretando la dichiarazione dissociata, si capisce che non c’è alcun verbale di conclusione della conferenza di servizi, tantomeno un provvedimento conclusivo della procedura di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.), tant’è che sul sito webistituzionale delle Valutazioni Ambientali il procedimento risulta tuttora “in istruttoria”.

La Rusal, titolare dell’impianto, dovrà quindi fornire ulteriore documentazione.   Non solo, ancora.

Chi e come garantisce che la magistratura revochi completamente il sequestro preventivo su quella bomba ecologica rappresentata dal bacino dei fanghi rossi, soprattutto per ampliarlo(dai 159 ettari attuali ai 178 ettari in progetto, dai mt 26,5 di altezza attuale degli argini ai mt 46 previsti in progetto) e, quindi, ampliare la portata offensiva dei reati ipotizzati?

Chi garantisce che cosa?

Un’alternativa il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus l’ha proposta da tempo (maggio 2016) a GovernoRegionesindacati.

Nessuna risposta ufficiale, solo disinteresse.

La ristrutturazione del polo dell’alluminio primario in polo dell’alluminio riciclato.

L’alluminio, infatti, è materiale completamente riciclabile e riutilizzabile all’infinito per la produzione di oggetti anche sempre differenti.                       L’Italia(insieme alla Germania) è oggi il terzo Paese al mondo per la produzione di alluminio riciclato, dopo gli Stati Uniti e il Giappone.

Attualmente ben il 90% dell’alluminio utilizzato in Italia (il 50% nel resto dell’Europa occidentale) è alluminio riciclato e ha le stesse proprietà e qualità dell’alluminio originario: viene impiegato nell’industria automobilistica, nell’edilizia, nei casalinghi e per nuovi imballaggi.

La raccolta differenziata, il riciclo e recupero dell’alluminio apportano numerosi benefici alla Collettività in termini economici perché il riciclo dell’alluminio è un’attività particolarmente importante per l’economia del nostro Paese, storicamente carente di materie prime, in termini energetici, perchè permette di risparmiare il 95% dell’energia necessaria a produrlo dalla materia prima[5], nonchè sotto il profilo ambientale in quanto abbatte drasticamente le emissioni inquinanti e necessità di molte meno risorse naturali.

Nel 2014 in Italia sono state recuperate ben 47.100 tonnellate di alluminio, il 74,3% delle 63.400 tonnellate immesse nel mercato nello stesso anno: così sono state evitate emissioni inquinanti pari a 402 mila tonnellate di CO2 ed è stata risparmiata energia per oltre 173 mila tonnellate equivalenti petrolio (dati Consorzio Italiano Imballaggi Alluminio – CIAL, 2015).     Attualmente nel nostro Paese operano undici fonderie che trattano rottami di alluminio riciclato, con una capacità produttiva globale di circa 846 mila tonnellate di alluminio secondario (2014), un fatturato complessivo di oltre 1,57 miliardi di euro e circa 1.500 lavoratori occupati nel settore.

Per quale motivo quantomeno non si valuta la trasformazione del polo industriale dell’alluminio di Portovesme in polo produttivo dell’alluminio riciclato(raccolta, riciclo e riutilizzo, nuovi prodotti)?

posti di lavoro sarebbero conservati, i costi di produzione diminuirebbero, l’ambiente e la salute di residenti e lavoratori finalmente ne avrebbero benefici, infine – ma non ultimo per ragioni d’importanza – si smetterà di buttar viasoldi pubblici per iniziative industriali fuori mercato da tempo.

Senza considerare i posti di lavoro nell’ambito di quella bonifica ambientaledoverosa sotto il profilo ambientale e sociale ma finora praticamente inattuata.

Sarebbe ora di aprire gli occhi.

Stefano DeliperiGruppo d’Intervento Giuridico onlus

 

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[1]  In precedenza era stato presentato nello stesso sito il progetto di “costruzione ed esercizio di un impianto di cogenerazione alimentato a carbone di potenza termica pari a 285 MWt” presentato dalla EuralEnergy s.p.a. (Gruppo Eurallumina s.p.a.).

[2] La procedura V.I.A. è stata sospesa, su istanza dell’Azienda, per un periodo di 90 giorni (vds. nota Servizio S.V.A. della Regione autonoma della Sardegna prot. n. 9042 del 9 maggio 2016).

[3]  In realtà da più di 25 anni sono disponibili piani e risorse finanziarie per le bonifiche ambientali: il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio del Sulcis – Iglesiente (D.P.C.M. 23 aprile 1993), sulla base della dichiarazione di zona ad alto rischio ambientale (D.P.C.M. 30 novembre 1990, legge regionale n. 7/2002), ed il successivo accordo di programma attuativo (D.P.G.R. 3 maggio 1994, n. 144) hanno in gran parte beneficiato economicamente le medesime industrie responsabili dello stato di inquinamento dell’area. L’obiettivo era quello del disinquinamento e del risanamento ambientale. Obiettivo, a quanto pare, miseramente fallito.

[4]  Vds.  “Eurallumina, l’accusa: ‘Un inferno di veleni sotto il bacino dei fanghi rossi’”, di Piero Loi su Sardinia Post, 1 maggio 2016; ” “Veleni nella falda per tre secoli”, di Veronica Nedrini, su L’Unione Sarda, edizione del 9 maggio 2016, e “Il mistero delle analisi interne”, di Veronica Nedrini, su L’Unione Sarda, edizione del 10 maggio 2016.

[5] la produzione di un kg. di alluminio di riciclo ha un fabbisogno energetico (0,7 kwh) che equivale solo al 5% di quello di un kg. di metallo prodotto a partire dal minerale (14 kwh).

fonte: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2017/02/16/polo-dellalluminio-di-portoscuso-fiera-dellinquinamento-e-dellambiguita/

Danimarca e Olanda corrono veloci verso il 100% di rinnovabili. Perchè i nostri politici non ci pensano proprio? Lo sapete cosa significherebbe? Ogni italiano risparmierebbe 6.500 Euro all’anno!

rinnovabili

 

 

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Danimarca e Olanda corrono veloci verso il 100% di rinnovabili. Perchè i nostri politici non ci pensano proprio? Lo sapete cosa significherebbe? Ogni italiano risparmierebbe 6.500 Euro all’anno!

Rinnovabili al 100%? Ogni italiano risparmierebbe 6.500€/anno

Raggiungere un’alimentazione a base di sole rinnovabili permetterebbe elevati risparmi legati ai minori costi energetici, climatici e sanitari

Un’Italia di rinnovabili al 100% conviene

(Rinnovabili.it) – Lo studio condotto dall’Università di Stanford sulle possibilità di una società di rinnovabili al 100%  metteva diversi puntini sulle “i”. Gli autori spiegavano le potenzialità ma soprattutto i benefici per ben 139 Paesi nel passaggio ad un futuro all’insegna di vento, sole e acqua. Benefici come la creazione di nuovi posti di lavoro, riduzione delle emissioni, calo dei costi energetici e  minori spese sanitarie.

Nel pool di nazioni prese in esame appariva anche l’Italia a cui oggi l’Anev dedica un’attenzione particolare. In una nota stampa l’associazione dei produttori di energia eolica italiana, punta i riflettori sui dati nazionali emersi nello studio e in particolare sui risulti che comporterebbe la realizzazione di scenario di rinnovabili al 100%. Nel report, tale opzione è identificata come scenario “Wws”, acronimo di “wind, water and sunlight”, da contrapporre al cosiddetto “business-as-usual” (Bau).

Quello che emerge per il nostro Paese è ovviamente in linea con i risulti generali: raggiungere l’obiettivo 100% rinnovabili è possibile ed economicamente conveniente. A livello nazionale, i ricercatori stimano un carico di domanda complessivo al 2050 di 240,5 GW nello scenario Bau, derivante per il 33,3% dal settore trasporti, 25,8% dal residenziale, 25,7% dall’industria, 13,5% dal terziario e 1,7% da agricoltura e pesca. Se fosse invece raggiunto il Wws, il carico non supererebbe i 134,9 GW (-43,9% rispetto al Bau), con residenziale al 32,3%, industria (25,5%), trasporti (20,4%), terziario (19,2%) e agricoltura e pesca (2,5%).

 

Inoltre il costo dell’energia (Lcoe) in Italia scenderebbe, passando dai 9,68 cent $/kWh nel 2013 (circa 8 centesimi di euro) a 7,66 cent $/kWh nel 2050. Questo permetterebbe un risparmio procapite di 321 € l’anno, che sale a 6.500 € l’anno considerando anche i minori costi climatici e sanitari legati all’inquinamento. In uno scenario di questo tipo, il Belpaese potrebbe evitare al 2050 fino a 46.543 morti premature all’anno per inquinamento (scenario medio 20.577 decessi evitati) e creare 485.857 nuovi posti di lavoro (al netto dei 164.419 persi nel settore dei fossili).

fonte: http://www.rinnovabili.it/energia/rinnovabili-al-100-italia/