Askoll Eva: l’auto elettrica tutta italiana che piace tanto alla Cina ed a tutto il mondo, ma che in Italia nessuno deve conoscere!!

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Askoll Eva: l’auto elettrica tutta italiana che piace tanto alla Cina ed a tutto il mondo, ma che in Italia nessuno deve conoscere!!

 

Askoll, azienda fondata nel 1978 da Elio Marioni con sede a Dueville di Vicenza. Vanta stabilimenti in 11 paesi e più di 2500 dipendenti: fattura oltre 300 milioni di euro…
Askoll, azienda fondata nel 1978 da Elio Marioni con sede a Dueville di Vicenza. Vanta stabilimenti in 11 paesi e più di 2500 dipendenti: fattura oltre 300 milioni di euro l’anno. Askoll è stata presente al recente Eicma di Milano con la sua citycar elettrica, Eva, la quale vanta un autonomia di 200 chilometri, una velocità massima di 80 km/h, la facoltà di ricaricarla comodamente dalla presa di casa ed un prezzo base di appena diecimila euro più Iva. Ebbene questo prodigio dell’ingegneria automotive Made in Italy, dall’anno prossimo dovrà essere gioco-forza prodotto in Cina.

Askoll, questa sconosciuta

La Askoll è nata da una piccola invenzione del suo patron: un compattissimo motorino elettrico utilizzabile negli acquari. La soluzione ebbe un buon successo, tanto da spingere i vertici ad un salto di qualità. Ad oggi la stragrande maggioranza di elettrodomestici sono di motori elettrici– dalle ventole ai fornelletti, fino ai cestelli delle lavatrici e i termostati delle caldaie – rigorosamente targati Askoll. Ma c’è un altro settore dove la Askoll è particolarmente proficua: mobilità ad emissioni zero. In listino ci sono le biciclette a pedalata assistita eB1 ed eB2 (rispettivamente a 1.290 e 1.490 euro) e gli scooter elettrici eS1 ed eS2 (2.290 e 2.490 euro). Tutti prodotti interamente in Italia.

Nuovi spazi

Un mercato, quello dell’elettrico, ancora non del tutto decollato ma con ampi margini di successo. La Askoll ha infatti investito nella realizzazione di una vettura elettrica biposto, compatta e dalle dimensione contenutissime. “A che serve un SUV per cinque persone che va a 190, quando in città è difficile toccare una media di 30 all’ora, si viaggia da soli o in due, e non si trova parcheggio?” spiega l’ad Alessandro Beaupain. La mancanza di colonnine di ricarica ed i prezzi entry-level particolarmente elevanti sono stati superati da Eva, l’auto progettata da Askoll, che si ricarica in una sola notte dalle normali prese delle corrente che popolano le nostre abitazioni. Tocca gli 80 orari, ha una autonomia di 200 chilometri e per percorrere in un anno 7mila chilometri consuma l’equivalente di 50 euro in corrente elettrica.

Delocalizzazione

È da tre anni, con 30 milioni impiegati, che la Askoll è impegnata in questo progetto. Marioni e Beaupain vorrebbero fabbricarla in uno stabilimento di Rovigo ma per questa evenienza sono necessari tra gli 80 e i 120 milioni: una cifra che nessuna banca e nessun investitore italiano è disposto a trattare, ma che invece potrebbe arrivare da un’impresa cinese ubicata a cento chilometri da Shangai. “Se decidiamo di portare lì la produzione” – continua Beaupain intervistato da La Stampa – “è perché non solo ci hanno offerto il denaro necessario a mettere in campo il progetto, ma anche una serie di facilitazioni oggi impensabili nel nostro paese“. La decisione ultima, però, non è stata ancora presa. E fluttua ancora il sogno di una Askoll Eva tutta italiana.
Di Alessio Brina – www.chilometrando.it

Recupera una vecchia Fiat 500 e la trasforma in auto elettrica. Risultato? Bella, ecologica e ci fa 100km con 2 Euro!

 

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Recupera una vecchia Fiat 500 e la trasforma in auto elettrica. Risultato? Bella, ecologica e ci fa 100km con 2 Euro!

La nuova frontiera non è semplicemente l’auto elettrica ma la conversione di vecchie auto in veicoli elettrici. Sembra una leggere differenza, eppure, convertendo le auto già in circolazione, avere un’auto elettrica sarebbe praticamente alla portata di tutti (un pò come convertire le auto a gpl o a metano).

Già nel 2008Mirco Sanguinprofessionista di una storica officina di Padova, recuperò una vecchia Fiat 500 non funzionante e l’ha rimessa a nuovo, modificando la meccanica con un motore elettrico. Il risultato, documentato in un video, è un’autovettura praticamente moderna, a zero emissioni, funzionante con la sola energia elettrica con una spesa di soli 2 euro per 100km!

Il video:

Successivamente, Sanguin ha convertito una Delorean in auto elettrica per un progetto per Wired, in collaborazione con Enel. L’obiettivo è dimostrare che questa tecnologia, con semplice modifiche, è possibile e praticamente alla portata di tutti.

Il video:

 

fonte: https://www.globochannel.com/2015/09/20/recupera-vecchia-fiat-500-e-la-trasforma-in-auto-elettrica-2-euro-per-100km-video/

Come riconoscere i principali marchi ecologici e gli enti certificatori

 

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Come riconoscere i principali marchi ecologici e gli enti certificatori

Scopriamo come funzionano gli enti certificatori e a chi viene attribuito il marchio ecologico.

Gli enti certificatori sono degli organismi privati e indipendenti che hanno il compito di testare e certificare che un prodotto o un servizio risponda a criteri ecologici.

In pratica gli enti verificano che un cosmetico, un detersivo, un giocattolo o un elettrodomestico sia in fase produttiva che in fase di uso e di smaltimento si attengano ai principi di eco-sostenibilitàambientale.

Per ogni settore esistono specifici enti certificatori: spetta al produttore sceglierne uno che, dietro pagamento, svolgerà i test e le verifiche di laboratorio per fargli conseguire la certificazione ambita.

Alcuni enti sono noti a livello internazionale ma la notorietà non sempre è sinonimo di serietà: ve ne sono altri meno conosciuti che lavorano altrettanto diligentemente e ne esistono un po’ per tutti i tariffari.

Nel settore dell’abbigliamento la certificazione del filo o del tessuto utilizzato per confezionare gli indumenti può essere rilasciato dai seguenti enti: l’italiano Icea, l’olandese Eko Skal, l’istituto biodinamico brasiliano, il tedesco Gots, l’austriaco-tedesco Oeko-Tex Standard 100 e lo svizzero Imo (Institute for Marketecology).

Per quanto riguarda la cosmesi bio-ecologica i marchi più diffusi sono Bio Eco Cosmesi Aiab-Icea, il francese Ecocert, il tedesco Bdih, Co.Co.Nat, SoCert, Ccpb Demeter.

In Italia il più noto è Bio Eco Cosmesi Aiab-Icea certificato dall’Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale (Icea).

Nell’ambito dei detergenti oltre ad Aiab-Icea c’è, a livello europeo, la certificazione belga Eco Garantie mentre la qualità ecologica degli apparecchi elettrici ed elettronici è attestata dal marchio Energy + e da Ecolabel che però è un marchio trasversale, attribuibile cioè a molti altri prodotti.

Nel giardinaggio le certificazioni sono le stesse che vengono applicate all’agricoltura biologica: il consorzio per il Controllo dei prodotti Biologici Ccpb, Aiab –Icea, l’Istituto Mediterraneo di certificazione Imc, Bioland, Nemeter e QC&I.

Per i mobili e gli arredi esistono le certificazioni Fsc, e Pefc mentre per i tessuti d’arredo ci sono Cenexbel, Eko Skal ed Oeko-Tex Standard 100. Le componenti d’ufficio sono contraddistinte dal marchio Energy Star o dalla tedesca Der Blaue Engel o dalla scandinava White Swan.

Infine, per i servizi legati al turismo esistono diverse associazioni che certificano alberghi, agriturismi e campeggi come Legambiente che assegna “Il Cigno Verde”, l’Icea che attribuisce il marchio Agriturismo Bio-ecologici Aiab, Ecolabel e Swan, che operano a livello europeo.

Foto © adimas – Fotolia.com

 

fonte: http://www.deabyday.tv/ecologia-e-ambiente/vivere-eco/guide/6480/Come-riconoscere-i-principali-marchi-ecologici-e-gli-enti-certificatori-.html

Dai mattoni agli scooter, ecco quello che si può fare con i residui di canapa!

 

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Dai mattoni agli scooter, ecco quello che si può fare con i residui di canapa!

 

Mattoni e scooter, ecco i materiali dai residui di canapa

Presentati a Bruxelles i risultati del progetto Multihemp

BRUXELLES, 17 NOV – Far avanzare la conoscenza scientifica sulla canapa per sfruttarne la versatilità per costruire materiali ‘verdi’ e alternative sostenibili alle fibre sintetiche. Questa è la filosofia del progetto Multihemp, finanziato dall’Ue e coordinato da Stefano Amaducci, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, che ha partecipato alla infoweek del programma Horizon 2020, terminata oggi a Bruxelles. “Il progetto è iniziato nel 2012, si è concluso lo scorso aprile – racconta Amaducci – e ha raggiunto risultati tangibili”. Come innovativi materiali da costruzione a base biologica, tra cui un sistema di isolamento prodotto dal partner del progetto Ventimola. O i pannelli in fibra e i muri a base di canapa sviluppati dall’azienda italiana Cmf Technology di Modena. L’industria moderna della canapa, coltivata su 33mila ettari nell’Ue, è in pieno sviluppo. “La bioedilizia copre ormai il 16% dell’uso del canapulo, che è il residuo dell’estrazione della fibra”, prosegue Amaducci, mentre “il recupero degli scarti di trebbiatura vengono sempre più impiegati nell’industria farmaceutica e cosmetica”. La frontiera sono i biocompositi, materiali formati da resine e rinforzati da fibre naturali, per materiali di costruzione di automobili o scooter.(ANSA).

fonte: http://www.ansa.it/europa/notizie/agri_ue/innovazione/2017/11/17/mattoni-e-scooter-ecco-i-materiali-dai-residui-di-canapa_d17d1711-fef1-4dd7-a2d5-31d29e1abf05.html

Multihemp: il super progetto europeo per riscoprire la fibra di canapa

In Italia la canapa sta facendo la sua ricomparsa nei campi da nord al sud, con un mercato che si sta sviluppando in larga parte intorno alla lavorazione di canapa da seme per ottenere prodotti alimentari. Il valore aggiunto della pianta di canapa sta però nella fibra, considerata in passato come “l’oro verde”.

“La canapa è sempre stata una coltura da fibra, e l’industria europea è ancora oggi basata sul mercato della fibra”, racconta Stefano Amaducci, professore della facoltà di Agraria dell’Università del Sacro Cuore di Milano che ha coordinato Multihemp, un grande progetto finanziato dall’Unione Europea e conclusosi da poco. “Il seme in teoria sarebbe un co-prodotto ed i procedimenti industriali sono quelli che avvengono sullo stelo e sulla fibra”, continua a spiegare Amaducci specificando che: “Quello del seme è invece un mercato agricolo. Da due o tre anni l’incremento della superficie coltivata a canapa in Europa è però dovuto esclusivamente alla canapa da seme perché il mercato della fibra è rimasto uguale dal 2010”.

E così è nato Multihemp: 22 partner di cui 13 piccole e medie imprese provenienti da 11 Paesi europei, con il coinvolgimento anche della Cina con lo scopo “di avanzare la conoscenza scientifica necessaria per rinnovare ed espandere il mercato dei prodotti a base di canapa”. Un progetto biotecnologico, come ha evidenziato Amaducci, “incentrato sul tentativo di dare anche alla canapa quegli strumenti legati alle conoscenze genetiche e fisiologiche che permettono di avere un miglioramento genetico moderno, oltre ad aver sviluppato diversi prodotti ed applicazioni d’uso”.

Cos’è il progetto Multihemp?
E’ iniziato nel 2012 ed ultimato il 28 di febbraio 2017. E’ un progetto ampio finanziato dall’Unione europea con 6 milioni di euro a fronte di un costo totale di 8 milioni. Essendo un progetto di ricerca e sviluppo lo scopo principale è stato quello di avanzare la conoscenza scientifica necessaria per consolidare e rinnovare il mercato dei prodotti rinnovabili a base di canapa. C’erano un’ampia serie di obiettivi specifici, alcuni legati a destinazioni d’uso precise come prodotti che abbiamo sviluppato, anche se il progetto era incentrato più che altro sul dare anche alla canapa quelle conoscenze fisiologiche e genetiche che permettessero di fare un miglioramento genetico moderno. Chi oggi fa breeding con la canapa lo fa seguendo le procedure degli anni ’60, non ci sono marcatori molecolari o conoscenze fisiologiche particolari.

Un sistema d’isolamento basato su dei fiocchi di canapa, ideato per il nord europa dove sono presenti i doppi muri, con la possibilità di iniettare all’interno di questa doppia camera i diversi materiali. E’ un sistema che l’azienda partner Ventimola sta cercando di commercializzare, con un’altra azienda di produttori di canapa, Planet Chanvre, che ha costruito un impianto con tecnologia tedesca a nord di Parigi e che è interessata ad usare la fibra di canapa per questo sistema.
Altra applicazione è la realizzazione di pannelli a base di canapa e canapulo in particolare, che ha visto CMF Technology sviluppare lo spin off CMF Greentech azienda italiana che ha fatto l’upgrade industriale ed ha presentato il proprio impianto produttivo a Ecomondo a Rimini.
Poi abbiamo un’altra destinazione che è quella della fibra di canapa come rinforzo di materiali compositi dall’alto valore aggiunto e prodotti cosmetici: un’azienda spagnola Ctaex, che in realtà è un istituto di ricerca, ha realizzato una serie di prodotti a base di olio di canapa come creme, lozioni e shampoo. Invece con l’Università di York, che ha una piattaforma di bioraffineria, abbiamo provato a dare valore aggiunto ai sottoprodotti della lavorazione. Quando ad esempio si estrae la fibra dal canapulo rimane la polvere ed è stata valutata la possibilità di utilizzarla per produrre bioetanolo, oppure hanno fatto delle analisi sugli scarti delle acque di macerazione della canapa.
Abbiamo inoltre sviluppato la possibilità di utilizzare gli scarti della trebbiatura per estrarre cannabinoidi. E’ un dottorando di ricerca che sta seguendo il progetto dopo una prima pubblicazione.

E di cos’altro si è occupato il progetto?
Di aspetti fisiologici e genetici per cercare di migliorare la canapa ad esempio per la qualità della fibra. L’Università di York aveva già realizzato una varietà di canapa ad alto oleico in modo da aumentare la “vita” dell’olio di canapa. Può tornare utile perché la canapa coltivata in terreni inquinati dove non si può pensare a produzioni alimentari, la varietà alto oleico potrebbe essere molto interessante per destinazioni tecniche come ad esempio le bioplastiche o la fibra per materiale di rinforzo.
Abbiamo poi lavorato sull’individuazione di marcatori molecolari per poter fare il miglioramento genetico e capire quali fossero i geni legati a caratteristiche interessanti come la sensibilità al fotoperiodo, la qualità della fibra e cose di questo tipo.
Poi abbiamo valutato tutta la parte delle tecniche culturali come il livello di azoto, la densità piante, l’epoca di raccolta e di semina influenzassero la produzione e la qualità della fibra. Con l’Università di Brema abbiamo sviluppato un sistema per valutare la qualità: in tutti i settori legati alla fibra naturale, cotone a parte, ci sono poche modalità per stabilire i parametri della qualità della fibra con nuovi parametri qualitativi come la decorticabilità e l’efficienza con la quale riusciamo ad estrarre la fibra dalla pianta.

Secondo lei come inciderà questa ricerca sullo sviluppo della canapa italiana?
Questo progetto era maggiormente incentrato sulla fibra perché la canapa di base è sempre stata una coltura da fibra e l’industria della canapa, in Europa, è un’industria della canapa da fibra. Sullo stelo infatti c’è bisogno di vere e proprie lavorazioni industriali, cosa che non avviene per la canapa alimentare, che ha un mercato prevalentemente agricolo. In Italia oggi la canapa è essenzialmente una coltura da seme.

Il motivo è che non abbiamo le industrie che effettuano queste lavorazioni?
Sì, ma dobbiamo anche chiederci perché non abbiamo questo tipo di industrie. Dietro c’è un mercato della fibra stagnante, che non sta crescendo e rimane nella testa di chi crede che possa essere interessante. Oltre al fermento al quale stiamo assistendo nel nostro Paese, c’è bisogno che ci sia una crescita del mercato. Il mercato della fibra della canapa comprende la carta e poi quelli emergenti o più consolidati come quello del biocomposito per l’automobile e tessili tecnici. Il settore dell’automobile, quello più redditizio, è però legato a quelle poche aziende che la utilizzano ma che potrebbero ad esempio usare il kenaf o un’altra fibra, quindi è un mercato che stiamo difendendo e che non è in espansione. Visto che se ne parla da 20 anni io, da ricercatore, comincio a farmi delle domande. E’ da anni che si parla del mercato dei biocompositi come di un possibile “sleeping giant” un gigante addormentato in procinto di svegliarsi, ma alla fine c’è bisogno di un cambiamento anche a livello di consumatori che apprezzino la fibra naturale fatta in Europa e creino quel valore aggiunto che secondo me oggi la filiera dal basso non è in grado di creare.

C’è un possibile mercato tessile che unisca il made in Italy ad una fibra italiana?
Sì, senza ombra di dubbio. Il problema è come alimentarlo. C’è un mercato per la canapa tessile, il problema è che non c’è la canapa tessile.

E’ un cane che si morde la coda?
Paradossalmente c’è la fibra tecnica e tutti quelli che hanno impianti da canapa da fibra in Europa, viaggiano ad un livello di produzione inferiore alle capacità. Questo succede perché il mercato della fibra tecnica è quello. E quindi anche l’idea di fare un impianto da fibra è difficile da realizzare a meno che non si abbia già un mercato di riferimento, o un’idea di utilizzarla in un’applicazione costruendo un piccolo impianto mirato. Oggi bisogna fare uno sforzo per creare il mercato. Invece sul tessile il mercato c’è già e quindi vale il discorso opposto. Il problema è che la fibra che c’è oggi sul mercato è fibra tecnica. Il mercato tessile è un’idea che si può sviluppare dove il costo della manodopera è più basso anche perché è paradossale che la più grossa produzione per quantità e qualità di lino (fibra lunga) al mondo è in Francia, ma la fibra francese va in Cina. Inoltre in Italia nessuno parla di macerazione, che per la canapa tessile è un problema fondamentale.

Si era provato a meccanizzare la macerazione negli anni ’60?
Negli anni ’60, l’ultimo tentativo di salvare l’agonizzante canapa italiana fu quello di meccanizzare la macerazione in acqua. Venendo create delle macchine che mettevano gli steli di canapa in acqua e poi li tiravano fuori. Oggi sarebbe una cosa impensabile per i costi.

Quale potrebbe essere la soluzione?
Potrebbe essere quella della macerazione in campo facendo poi una stigliatura non lunga, per un fibra che possa essere cardabile come la lana.

Ed il futuro della canapa italiana come lo vede?
Lo vedo confuso, perché immagino che partiranno tanti piccoli progetti a livello regionale. Quindi vedo un futuro frammentato. Federcanapa, io faccio parte del Consiglio scientifico, potrebbe essere una realtà nazionale che si propone di coordinare le attività e le conoscenze. Forse con la nuova legge nascerà un progetto nazionale, perché se no il rischio è che ogni regione finanzi, per il fascino della canapa, piccoli progetti che poi vengono replicati, senza nessun tipo di coordinamento.

Mario Catania 

fonte: http://www.canapaindustriale.it/2017/04/29/multihemp-il-super-progetto-europeo-per-riscoprire-la-fibra-di-canapa/

 

Il pianeta soffoca a causa della deforestazione. Chi sono i principali responsabili? Sempre loro, le Multinazionali! Ecco quali…

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Il pianeta soffoca a causa della deforestazione. Chi sono i principali responsabili? Sempre loro, le Multinazionali! Ecco quali…

La deforestazione è un buon affare per pochi, circa 500 tra aziende, banche e governi, che sottraggono materie prime –bene comune– per poi rivenderle al resto del pianeta trasformate in merci. Un volume commerciale stimato in 1700 miliardi di dollari. Tanto deriva dalla gestione delle foreste del pianeta. Secondo l’osservatorio internazionale Forest 500 tutti insieme sono responsabili del 30% delle emissioni globali di CO2. «Ognuna di loro – spiegano gli analisti – potrebbe virtualmente eliminare il disboscamento tropicale, contribuendo a salvare il pianeta».

«È difficile immaginare che ci sono solo 500 attori che controllano il commercio mondiale di deforestazione, ma è vero», dicono quelli di Forest 500. E solo 7 su 400 multinazionali hanno dato avvio a blandi programmi di riduzione dello scempio di foreste. Più che altro operazioni di marketing, secondo gli studiosi più radicali. Gli altri, la stragrande maggioranza, continuano indisturbati ad abbattere alberi e gonfiarsi le tasche. In generale, stando al Global Programme Canopy, siamo sotto ogni standard utile a limitare le emissioni di gas serra nell’atmosfera.

In ballo c’è la sopravvivenza di interi ecosistemi -già molto compromessi- e di conseguenza anche il mantenimento di condizioni di vita accettabili nel prossimo futuro, un tempo molto più vicino di quanto immaginiamo. Legname, carne, soia, olio di palma, cuoio, carta e cellulosa. Sono solo alcune delle produzioni che ingrassano i conti di multinazionali e banche, restituendo ai nostri polmoni anidride carbonica, scioglimento delle calotte polari, inondazioni e ogni sorta di cataclisma metereologico.

Una manciata di aziende e banche (qui la lista), tra cui Danone Group, Nesltè, Ikea Group, Cargil, Agropalma, Kellogg, Johnson&Jhonson, L’Oreal, Adidas, Barilla Holding, H&M, Ferrero, Hsbc Bank (quella dei conti segreti in Svizzera), Banco Santander, Bnp Paribas, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America (per citarne alcune), sono maggiormente responsabili del riscaldamento globale. Nei prossimi anni, dicono gli scienziati, le temperature potrebbero salire da 2°C (nelle previsioni più ottimistiche) fino a 6°C, con conseguenze ancora sconosciute.

La deforestazione oggi rappresenta una delle maggiori cause delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Un dato su tutti: il suolo delle foreste del pianeta preserva circa 500 miliardi di tonnellate di carbonio. Gran parte si trova nelle foreste pluviali tropicali. È una quantità enorme, «che supera l’intera massa dei carburanti bruciati in tutto il mondo negli ultimi cento anni», dicono gli analisti di Forest 500. «Indonesia e Brasile contribuiscono al 40% delle emissioni globali di CO2 determinate dalla deforestazione».

Peccato però che la popolazione di questi due Paesi contribuisce molto poco a questo scempio, pagando invece la sete di profitti della spicciolata di multinazionali che controllano il commercio mondiale.

 

tratto da: https://indygraf.com/deforestazione-selvaggia-500-aziende-controllano-il-commercio-mondiale

Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica – Convertire la tua bici in elettrica non è mai stato così facile.

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Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica – Convertire la tua bici in elettrica non è mai stato così facile.

Un metodo geniale per convertire la bici in elettrica

Convertire la bici in elettrica non è mai stato così facile. L’idea di un ingegnere britannico supera le difficoltà del settore e spopola su Indiegogo.

 

Spopola l’idea di un ingegnere britannico per convertire la bici in elettrica

 

(Rinnovabili.it) – «Il mio nome è Oliver, e sono orgoglioso di essere un ingegnere britannico». Si presenta così l’inventore del nuovo kit Swytch eBike, che permette di convertire la bici in elettrica con una facilità mai vista prima, e si applica a qualunque modello.

«Ecco come funziona – spiega nel suo video pubblicato su Indiegogo, il sito su cui ha già radunato donazioni per 87 mila dollari – Noi ti mandiamo una ruota nuova con un motore leggero incorporato, un sensore per i pedali, due per i freni, e una staffa da posizionare sul manubrio». Su questa staffa si collocano l’elettronica e la batteria, riducendo drasticamente i pesi e i tempi di montaggio dopo aver equipaggiato la bicicletta per la prima volta.

Solitamente, i kit di conversione sono pesanti (circa 8-10 kg), perché devono posizionare la batteria, il motore e l’elettronica all’interno della ruota. In tal modo, la pedalata è più difficile quando non si utilizza l’assistenza elettrica. Ma Swytch promette di eliminare il problema, inserendo la batteria e la parte elettronica in una scatola grande come quella di un comune binocolo del peso di 4 o 5 kg, a seconda del modello scelto. Il pacco si attacca sul manubrio, e nella ruota resta quindi soltanto il motore, fatto che consente di utilizzare la bicicletta in modalità standard con più facilità. Convertire la bici in elettrica con questo sistema, diventa un passaggio di pochi secondi.

 

 

Un pacchetto Swytch costa adesso circa 300 dollari, meno della metà del prezzo di vendita, che sarà di 650. Gli altri kit di conversione, generalmente, si collocano in una fascia più alta, tra i 1.000 e i 1.500 dollari.

La confezione da inserire sul manubrio, che contiene la batteria, ha davanti una luce e sopra un display che mostra la durata residua: l’accumulatore più leggero assicura una autonomia di 40 km, quello più pesante raggiunge gli 80.

Ecco la super-ecologica bicicletta ad idrogeno

 

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Ecco la super-ecologica bicicletta ad idrogeno

La prima bici a idrogeno a un passo dal mercato

Sembra arrivato il momento buono per Pragma Alpha la bici a idrogeno che può percorrere 100 km con un “pieno”, completato in soli 2 minuti

Una bici a idrogeno con 100 km di autonomia che si ricarica in 2 minuti

 

All’inizio sembrava niente più di un esperimento. Era il 2014 quando Pragma Industries, una azienda di Biarritz, cittadina nel sud ovest della Francia che si affaccia sul golfo di Biscaglia, ha dato alla luce la bici a idrogeno Pragma Alpha. Invece, oggi sembra tutto pronto per il salto commerciale, un ingresso in grande stile nel settore della mobilità sostenibile.

Grazie al lavoro di un team di ingegneri, scienziati e tecnici, con specializzazioni che vanno dalla meccanica all’elettronica, dall’automazione e al design del software e all’elettrochimica, un piccolo prodigio dell’innovazione potrebbe presto entrare nel mercato europeo. Le caratteristiche principali sembrano allettanti: motore della Brose, due batterie agli ioni di litio da 150 Wh e una cella a combustibile da 150Wh con tecnologia PEM (Proton Exchange Membrane), che permette di ricaricare le batterie con la pedalata. La fuel cell contiene di 2 litri di idrogeno e trova posto nel serbatoio integrato nel telaio insieme alle altre componenti. Grazie a questo sistema, Alpha è in grado di garantire 100 km di autonomia e un tempo di ricarica di soli 2 minuti.

A differenza delle batterie delle bici elettriche “tradizionali”, non subisce gli effetti delle basse temperature,

mantenendo costanti le prestazioni con qualunque condizione meteorologica. Il resto dell’equipaggiamento comprende freni a disco, forcella ammortizzata e cambio nel mozzo posteriore.

La vera differenza è che rispetto alle e-bikes standard, Alpha non ha bisogno delle 3-4 ore canoniche per completare il ciclo di ricarica, ma soprattutto è in grado di rispondere alle principali obiezioni mosse ai mezzi che montano celle a combustibile: come si ricava l’idrogeno in maniera sostenibile, visto che la fonte di partenza è quasi sempre il metano? Per aggirare questo problema e proporsi come impresa completamente orientata al green, Pragma Industries ha lavorato con Ataway per sviluppare la mini-centrale di ricarica che viene fornita a chi acquista la bici a idrogeno. H2 Spring produce idrogeno tramite l’elettrolisi dell’acqua e il gas viene immagazzinato e compresso prima di essere trasferito nel serbatoio della bicicletta. Ancora non vi sono dati certi sul prezzo, che dovrebbe tuttavia aggirarsi intorno ai 2.300 euro, esclusa la H2 Spring.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/mobilita/prima-bici-a-idrogeno-mercato-333/

 

Dall’Umbria ecco l’eco-casa: senza contatori, senza utenze né bollette, completamente autosufficiente e ecologica.

 

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Dall’Umbria ecco l’eco-casa: senza contatori, senza utenze né bollette, completamente autosufficiente e ecologica.

Casa a Energia Zero

E’ Stato il primo passo per la sperimentazione di un sistema integrato tra le diverse fonti di energia  rinnovabile.

 E’ una comoda casa per due persone che accoglie gli ospiti e vi da comfort senza bollette e impiego di fonti rinnovabili


Qui sono applicate le soluzioni che alimentano il Natural hotel

 Il primo elemento fondamentale , replicato nell’edificio principale è la COIBENTAZIONE realizzata con 16 cm di polistirene sul tetto e muratura portante in ISOTEX (blocchi di legno cemento) con all’interno insolazione di 10 cm di polistirolo grafitato. Infatti maggiore è la coibentazione , minore è l’energia necessaria ,quindi nel nostro caso un minor costo.

Per l’energia elettrica questa è prodotta da un coctkail di micro eolico da 400W di picco a 12 V e Fv in film sottile  da 300W a 12V che alimentano un sistema ad “isola” da 1500 watt supportato da 1000 Ampere di batteria al gel ermetiche senza manutenzione ( hanno una vita di circa 10 anni ). L’acqua che alimenta questa casetta come tutto il Centro PeR è quella piovana che viene captata dai tetti. Dopo aver attraversato un “filtro di prima pioggia” ( ha lo scopo di lavare il tetto ed evitare che gli escrementi degli uccelli vadano in cisterna ) l’acqua raggiunge la cisterna che ha una capacità di 5000 lt. Il Centro dispone di una capacità di accumulo di 200.000 lt suddivisi in varie cisterne. Da queste una pompa in classe “A” spinge l’acqua alle utenze e viene potabilizzata con una serie di filtri meccanici ed un filtro a raggi ultravioletti (UV) . Tutte le utenze sono dotate di rompigetto areati che miscelano aria ed acqua e consentono una riduzione dei consumi del 50%.

Tutti gli scarichi di docce e lavandini sono poi convogliati in un “filtro degrassatore” che separa i saponi dall’acqua per poi poterla riutilizzare negli scarichi dei WC così da evitare un consumo di acqua “buona” per un uso sicuramente non potabile. Le acque reflue poi convogliano in una fossa HIMOF che quando la struttura sarà completamente a regime andranno in un sistema di “fitodepurazione verticale” che permetterà di riutilizzare le acque a scopo irrigui ornamentale.

Per il riscaldamento questa casa utilizza per il 40% energia termica prodotta dalla serra addossata alla casa che con una semplice regolazione ( quando la temperatura interna della serra supera di 4/5 gradi quella della casa il sistema di ventilazione fa entrare in casa il calore accumulato nella serra riscaldando la casa. Quando il calore della sera non è più sufficiente entra in funzione il riscaldamento radiante a pavimento che è alimentato dai 6 m² di collettori sottovuoto che scaldano un accumulo “combinato” da 800 lt che produce oltre al calore necessario al pavimento anche l’acqua sanitaria.

In caso di prolungato maltempo il calore necessario al riscaldamento della casa viene generato da una resistenza elettrica alimentata direttamente del generatore eolico ( quando non c’è sole di solito c’è molto vento ). La funzione di circolazione innescata dalla serra, funge anche da sistema per “cambiare l’aria” all’interno della casa senza perdite di calore. In estate invece la serra funge da estrattore d’aria calda dalla casa attraverso le bocchette di ventilazione superiori che funzionano “al contrario” dell’inverno.

Inoltre il raffreddamento della casa in estate è migliorato immettendo aria fresca generata da un sistema passivo geotermico che prende aria dal boschetto sottostante e “raccoglie” la frescura del sottobosco nei suoi circa 40 m di percorso necessario per arrivare fino alla casa. In questo modo anche in estate si ricambierà l’aria senza perdere il fresco della casa. Se comunque il calore all’interno della serra in estate è troppo alto un sistema elettronico provvederà ad aprire le finestre e se questo non fosse sufficiente a fare scendere la tenda ombreggiante per ridurre ulteriormente la temperatura.

Ambiente – È allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75%

 

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Ambiente – È allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75%

Una notizia che non ha avuto il clamore che meritava. Anche noi ne abbiamo già scritto, ma senza suscitare l’interesse dovuto.

Ma ci rendiamo conto? Spariti 3 insetti su 4… Dove stiamo andando? Cosa stiamo combinando a questo mondo? Cosa lasceremo ai nostri figli?

Riporta GreenMe:

ALLARME INSETTI: NEGLI ULTIMI 25 ANNI IL LORO NUMERO È DIMINUITO DEL 75%

Allarme insetti: negli ultimi 25 anni il loro numero è diminuito del 75% in Germania e sebbene le cause siano ancora sconosciute, gli scienziati assicurano che un ruolo fondamentale è giocato dai cambiamenti climatici che potrebbero scatenare un vero e proprio ‘Armaggedon ecologico’.

Il nuovo studio pubblicato su Plus one è molto chiaro e non nasconde un certo allarmismo, soprattutto perché tutti siamo a conoscenza del ruolo fondamentale che svolgono gli insetti nel nostro Pianeta: non solo come preda nella catena alimentare ma anche come impollinatori di piante.

Le api stanno scomparendo e neanche le farfalle stanno tanto bene, con loro tanti altri insetti che piano piano non si vedono più neanche nelle riserve naturali. Come si legge nello studio, ci sono una serie di concause che stanno portando a questa moria.

In cima ci sono i cambiamenti climatici, seguiti dalla distruzione di intere aree a favore dell’agricoltura e l’uso smodato dei pesticidi e di glifosato, contro cui è in corso una vera e propria battaglia.

Gli insetti compongono circa i due terzi di tutta la vita sulla Terra, ma il loro numero è in declino. L’impressione è quella che stia creando un Pianeta sempre meno ospitale per questi essere viventi, ma se perdiamo gli insetti, tutto il sistema crollerà spiega Dave Goulson, professore di scienze della vita presso l’Università di Sussex e co-autore dello studio.

Lo studio è stato condotto da decine di entomologi in tutta la Germania che hanno con speciali tecnologie osservato vari insetti nel corso degli anni. La ricerca è iniziata nel 1989 e con il passare del tempo il calo era sempre più persistente, soprattutto nel periodo estivo

“Il fatto che il numero di insetti battenti stia diminuendo ad un tasso così elevato in un’area così vasta è una scoperta allarmante”, ha dichiarato Hans de Kroon, ecologista dell’Università di Radboud, che ha guidato la ricerca.

Gli scienziati ritengono che il fatto che questo declino si sia registrato anche nelle riserve naturali ben gestite è ancora più allarmante, perché i dati potrebbero essere peggiori nelle aree non protette.

“Non siamo in grado di definire con esattezza perché tutto ciò stia accadendo. Potrebbe essere la carenza di cibo, l’esposizione a pesticidi o entrambi. E’ chiaro che il primo aspetto è collegato ai cambiamenti climatici”, ha detto Hans de Kroon.

Cosa fare per proteggere gli insetti

Cosa possiamo fare per proteggere gli insetti in generale e in particolare le api a partire dalla nostra vita quotidiana? Ecco alcuni suggerimenti utili:
  • Piantare fiori in giardino e sul balcone
  • Contribuire a creare e a proteggere gli habitat naturali
  • Smettere di usare pesticidi e insetticidi
  • Aiutare le associazioni che si impegnano a proteggere insetti e api

Dominella Trunfio

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/25416-allarme-insetti#accept

Norvegia, il paradiso delle auto elettriche. Ora non bastano le colonnine di ricarica

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Norvegia, il paradiso delle auto elettriche. Ora non bastano le colonnine di ricarica

Il paradosso europeo: il più grande produttore di petrolio del Vecchio Continente è anche il numero uno tra i veicoli a zero emissioni. Un’auto immatricolata su tre è elettrica. Un’esplosione così rapida che gli strumenti di ricarica non riescono a stare al passo.

Sapete qual è nel mondo il paradiso delle auto elettriche? Incredibile a dirsi, un PetroStato, anzi l´unico PetroStato europeo: la Norvegia, il felice regno giudicato dalle Nazioni Unite paese al mondo con la massima qualità della vita. In Norvegia ormai un´auto immatricolata nuova su tre è elettrica, e in un paese di poco piú di 5,2 milioni di abitanti, per prospero che sia, il numero di immatricolazioni di auto elettriche o ibride spesso plug-in cresce del 100 per cento. Fin qui tutto bene: l´obiettivo bipartisan, condiviso dal centrodestra al governo e dalle opposizioni di sinistra, è di arrivare all´ormai vicino 2025 con il permesso di immatricolare solo auto elettriche. Strategia condivisa dalla vicina Svezia, potenza egemone-soft del grande Nord.

Tutto bene allora? Non proprio, perché esattamente la crescita esponenziale di acquisti di auto elettriche pone le autorità comunali in tutto il regno davanti al grave problema di rincorrerla, installando abbastanza colonnine di rifornimento. Al momento sono troppo poche, per cui persino Petter Haugneland, dell´associazione per la diffusione delle elettroauto e la difesa dei consumatori che le acquistano, è giunto a consigliare ai cittadini di comprarle solo se sono sicuri di avere una stazione di ricarica nelle vicinanze.

Che l´aria nella bella Oslo e altrove nella Norvegia (paese che nelle città e nella natura è di una bellezza mozzafiato) sia piú pulita che non da noi o altrove, te ne accorgi respirando quando passeggi. Eppure proprio i grandi balzi in avanti possono creare problemi. Nella capitale dove già oggi il numero di auto elettriche è pari al 40 per cento degli autoveicoli privati in circolazione, cioè ottantamila vetture, le colonnine e stazioni di ricarica sono appena 1300. In alcuni quartieri bene a Oslo o città chic confinanti come Drammen le vedi dappertutto, ma il numero non basta. Certo, governo nazionale e comuni ce la mettono tutta, aumentano del 26 per cento ogni anno la costruzione e installazione di colonnine e stazioni di rifornimento. Ma questo tasso di aumento è poco piú di un quarto della crescita annuale di vendite e immatricolazione di auto elettriche, che è del 100 per cento. Il collo di bottiglia insomma è un rischio reale.

Ma allora perché i norvegesi comprano sempre piú auto elettriche? Le risposte sono due, e semplici. Primo, per coscienza ecologica come valore costitutivo, nel paese che ad esempio dispone del fondo sovrano piú ricco del mondo, oltre mille miliardi di dollari, e questo fondo disinveste da petrolio e combustibili fossili pur prodotti in massa. Secondo, per gli enormi incentivi all´acquisto di auto a emissioni zero. Chi acquista una elettrica media, come i modelli Renault, Nissan o Vw, risparmia con le sovvenzioni almeno cinquemila euro, oltre a enormi sconti su tassa di circolazione e agevolazioni sulle assicurazioni. Se poi l´auto elettrica è davvero grande, come una Tesla – e a Oslo ne vedi tante, private o taxi – il risparmio va oltre i novemila euro ad acquisto.

La sfida è insieme un successo e un problema. Almeno 60 cittadini su cento infatti non dispongono di garage con prese elettriche adatte alla ricarica, quindi devono affidarsi all´ancora insufficiente rete di colonnine pubbliche. Oslo ha fretta di risolvere il problema, e conoscendo norvegesi e il resto degli scandinavi c´è da scommettere che alla fine ci riuscirá. Morale della favola: se volete vendere auto nel Grande Nord, dimenticate la produzione di auto con motori a combustione interna. Nella vicina Svezia del resto, come è noto, la Volvo casa simbolo del paese ha deciso di produrre solo elettriche o ibride dal 2020, e anche su questo sfondo ha appena deciso di raddoppiare gli investimenti per gli impianti di produzione delle sue limousines, familiari e Suv di superlusso superecologico che fanno tremare Audi bme Lexus e Mercedes.

 

fonte: http://www.repubblica.it/economia/2017/09/22/news/norvegia_il_paradiso_delle_auto_elettriche_ora_non_bastano_le_colonnine_di_ricarica-176024751/