Prezzi benzina folli: da noi i costi più alti al mondo, ecco perché

 

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Prezzi benzina folli: da noi i costi più alti al mondo, ecco perché

Fai il pieno? Spendi 80 Euro? …Forse non sai che 51 Euro li hai dati allo Stato come tasse…!

Se il prezzo della benzina da noi è così alto, fondamentalmente è (quasi) tutta colpa delle tasse, che incidono per il 64%.

Olanda e Paesi scandinavi sono gli unici a batterci nella classifica delle nazioni dove la benzina costa di più. I primi però non fanno testo, in quanto il loro potere d’acquisto è notevolmente più alto rispetto a quello degli italiani. Quindi è giusto affermare che l’Italia è il Paese dove la benzina è la più cara al mondo. Per essere precisi, siamo in terza posizione, alle spalle di Olanda e Danimarca. Se prendiamo come punto di riferimento il gasolio invece, scaliamo una posizione fino a posizionarci immediatamente alle spalle della Svezia. Le stime sono inserite all’interno di un recente report del Corriere della Sera, che si è basato sul rapporto del Ministero dello Sviluppo Economico datato allo scorso 14 maggio.

Perché la benzina è così cara

Se il prezzo della benzina da noi è così alto, fondamentalmente è (quasi) tutta colpa delle tasse, che incidono per il 64 per cento sul costo della verde, il 60 per cento su quello del diesel. Percentuali elevatissime, che se raffrontate con altri Paesi europei fanno capire quanto sia la differenza tra noi e il resto d’Europa e del mondo. L’esempio arriva dagli Stati Uniti, dove l’imposta statale sulla benzina corrisponde al 18 per cento totale del prezzo alla stazione di servizio.

In Italia si spende di più

In termini prettamente numerici, la tassa fissa in Italia sulla benzina corrisponde a 0,728 euro ogni litro. Quella sul diesel, invece, a 0,61740 euro. Facile fare i conti su quanto realmente valga un litro di benzina se vengono escluse le imposte. Oggi, arriveremo a spendere circa 0,9 al litro per la benzina e 0,8 euro per ogni litro di gasolio. Prezzi che probabilmente continueremo a sognare per tanto tempo. Secondo le stime fatte, tagliare anche solo di un quarto l’imposta fissa sulla benzina costerebbe qualcosa come 6 miliardi di euro. A questo proposito, si segnala il possibile intervento del nuovo governo M5S-Lega Nord, come stabilito dal programma. Nel frattempo i prezzi del carburante salgono sempre di più, tanto che era intervenuto anche il Codacons per sottolineare come i rincari folli della benzina andrebbero a colpire anche i consumi degli italiani, parliamo di bollette luce e gas in questo caso, i costanti aumenti che potrebbero proseguire per tutta l’estate infatti, potrebbero determinare anche aumenti nei listini prezzi della spesa. Insomma, un futuro prossimo non proprio roseo per la benzina e le tasche degli italiani.

tratto da: https://www.investireoggi.it/economia/prezzi-benzina-folli-da-noi-i-costi-piu-alti-al-mondo-ecco-perche/

Qualcuno fermi la guerra in Abissinia – tutte le accise che paghiamo sui carburanti… E non è uno scherzo!

 

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Qualcuno fermi la guerra in Abissinia – tutte le accise che paghiamo sui carburanti… E non è uno scherzo!

Il nostro appello: “Qualcuno fermi la guerra in Abissinia” …perchè dopo oltre 80 anni, ne paghiamo ancora l’accisa sui carburanti…

ACCISE BENZINA: ECCO TUTTE LE TASSE CHE PESANO SUI CARBURANTI

 

PAGHIAMO LA GUERRA D’ETIOPIA DEL 1935. SU OGNI LITRO DI BENZINA TASSE PESANO PER IL 64%. SU UN PIENO DI CARBURANTE 51,2 EURO VANNO A IVA E ACCISE

La tassazione sui carburanti ha raggiunto oramai livelli insostenibili in Italia, al punto che su un pieno di benzina da 80 euro, ben 51,2 euro se ne vanno in tasse. Lo denuncia il Codacons, commentando l’idea di M5S e Lega di ridurre le accise più anacronistiche che ancora oggi pesano su benzina e gasolio.
Ad oggi la tassazione sulla benzina rappresenta il 64% del prezzo pagato dai consumatori, percentuale che scende al 60% per il gasolio – spiega il presidente Carlo Rienzi – Gli automobilisti subiscono una doppia tassazione, perché pagano sia le accise, ossia tasse di scopo inserite per finanziare emergenze e mai più eliminate, sia l’IVA al 22%. Una situazione che non trova eguali in Europa, e rappresenta un danno miliardario per i cittadini.
Basti pensare che per ogni litro di carburante acquistato in Italia, i consumatori pagano ancora la Guerra d’Etiopia del 1935 o il disastro del Vajont del 1963 – aggiunge Rienzi – Questo avviene perché gli automobilisti vengono usati come “bancomat” dai vari governi, attraverso l’introduzione di accise per far fronte ad emergenze momentanee, vere e proprie tasse di scopo che non vengono più eliminate.
Ecco di seguito l’elenco delle accise che oggi si pagano su ogni litro di carburante acquistato in Italia:

0,000981 euro: finanziamento per la guerra d’Etiopia (1935-1936)
0,00723 euro: finanziamento della crisi di Suez (1956)
0,00516 euro: ricostruzione dopo il disastro del Vajont (1963)
0,00516 euro: ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze (1966)
0,00516 euro: ricostruzione dopo il terremoto del Belice (1968)
0,0511 euro: ricostruzione dopo il terremoto del Friuli (1976)
0,0387 euro: ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia (1980)
0,106 euro: finanziamento per la guerra del Libano (1983)
0,0114 euro: finanziamento per la missione in Bosnia (1996)
0,02 euro: rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri (2004)
0,005 euro: acquisto di autobus ecologici (2005)
0,0051 euro: terremoto dell’Aquila (2009)
da 0,0071 a 0,0055 euro: finanziamento alla cultura (2011)
0,04 euro: emergenza immigrati dopo la crisi libica (2011)
0,0089 euro: alluvione in Liguria e Toscana (2011)
0,082 euro (0,113 sul diesel): decreto “Salva Italia” (2011)
0,02 euro: terremoto in Emilia (2012)

tratto da: https://codacons.it/accise-benzina-ecco-tutte-le-tasse-che-pesano-sui-carburanti/

 

La benzina? Senza accise ci costerebbe 49 centesimi al litro…!

 

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La benzina? Senza accise ci costerebbe 49 centesimi al litro…!

 

Ogni volta che il prezzo del petrolio aumenta o cala in modo consistente, ci chiediamo perché le variazioni non si riflettano sul prezzo alla pompa dei carburanti. Il motivo è legato alla composizione del prezzo di gasolio e benzina, su cui la materia prima incide solo marginalmente. Accise e Iva fanno la parte del leone, mentre una piccola parte è determinata dai singoli operatori per fare fronte a oneri vari e garantirsi un margine di ricavi. Un’analisi dell’Unione petrolifera (di cui riportiamo l’infografica qui sotto) ci aiuta a capire le voci di spesa che compongono il prezzo alla pompa dei carburanti.

Benzina. L’ultimo prezzo ufficiale della benzina, registrato dal ministero dello Sviluppo economico il 5 febbraio, è pari a 1,573 euro al litro. Su questa cifra la componente fiscale incide per il 64%: questo vuol dire che su un litro di benzina paghiamo 1,012 euro di accise e Iva. L’accisa, nello specifico, è un’imposta fissa pari a 0,728 per litro, che grava sulla quantità dei beni prodotti, mentre l’Iva, che pesa per il 22% ed è soggetta alle variazioni di prezzo, incide sul conto finale per 0,284 euro/litro. Quello che resta, cioè 0,561 euro, è l’importo relativo al prezzo industriale, che comprende il costo della materia prima e il margine lordo dell’operatore: insieme, queste due componenti rappresentano il 36% del prezzo alla pompa di un litro di benzina. In riferimento all’ultimo prezzo rilevato dal Mise, il costo della materia prima è pari a 0,417 centesimi, cioè il 27% del prezzo alla pompa: è su questa voce che agiscono le quotazioni internazionali e il cambio euro/dollaro. Il margine lordo, pari al restante 9% del prezzo alla pompa, è 0,144 centesimi ed è determinato da ogni distributore per remunerare tutti gli altri passaggi della filiera e garantirsi un guadagno sul servizio erogato.

Gasolio. A determinare il prezzo alla pompa inferiore del gasolio rispetto alla benzina è la minore componente fiscale applicata, che è pari al 61% del prezzo finale: stando all’ultima rilevazione ufficiale del Mise, che indica un prezzo medio per litro di 1,448 euro, accise e Iva rappresentano 0,897 euro. Dal momento che l’Iva è sempre pari al 22%, ne risulta che a essere più economica è l’accisa applicata, fissata a 0,617 euro/litro. Guardando nel dettaglio il prezzo industriale, che è pari al restante 39% del prezzo alla pompa, il costo della materia prima risulta leggermente più alto di quello della benzina: secondo l’analisi di Unione petrolifera è pari a 0,430 euro (il 29%). Resta il margine lordo, in questo caso 0,139 euro per ogni litro, su cui gli operatori possono agire per modificare il prezzo finale.

La situazione in Europa. Rispetto alla media europea, Iva e accise in Italia pesano di più sul prezzo finale. Gli ultimi dati dell’Oil Bullettin della Commissione europea, basati sui prezzi comunicati dai singoli Paesi, registrano una componente fiscale media per la benzina del 62% e per il diesel del 56%. Rispetto all’Italia, si trovano tasse più care sulla benzina solo in Grecia, Danimarca e Olanda, mentre sul gasolio l’unico Paese a tassare di più è il Regno Unito: con la Brexit, dunque, il poco invidiato primato europeo tocca a noi.

In definitiva, il costo della benzina senza tasse sarebbe di 0,417 centesimi più 0,72 centesimi margine dell’operatore al netto di tasse (margine lordo di 0,144 centesimi al netto delle tasse che vi gravano nella misura di almeno il 50%) per un totale poco meno di 49 centesimi al litro!

Alla pompa, invece, il costo Italiano è al terzo posto in Europa dopo Islanda e Norvegia sia per benzina che per gasolio (Islanda 1,704 e 1,639. Norvegia 1,623 e 1,518. italia 1,574 e 1,444) ma qui bisogna tener conto degli oneri aggiuntivi per trasporti e toccaggi.

La benzina? Senza accise ci costerebbe 49 centesimi al litro…!

 

fonti:

https://www.quattroruote.it/news/industria-finanza/2018/02/14/carburanti_quanto_pesano_le_tasse_su_diesel_e_benzina.html

La benzina? Senza accise ci costerebbe 44 centesimi al litro…!

La benzina? Senza accise ci costerebbe 44 centesimi al litro…!

 

 

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La benzina? Senza accise ci costerebbe 44 centesimi al litro…!

Senza l’esoso intervento del fisco, la benzina potrebbe costare quasi il 70% in meno rispetto ai prezzi oggi praticati al distributore. E il calo del barile aiuta sì, ma non come previsto, dato che accise e tasse sono sempre in progressivo aumento. Una vera e propria stangata che colpisce automobilisti, trasportatori e aziende correlate, ma che riverbera i propri effetti deleteri e perversi lungo tutte le filiere produttive: perché non ce n’è una che possa dirsi del tutto sganciata dai valori di verde e gasolio.

Nessuna novità, ma quando dal sentire comune si passa ai numeri il colpo è sempre difficile da parare. Soprattutto se l’Italia può perfino godere di uno dei prezzi industriali più bassi (14° su 19) di tutta Europa. “La fase ribassista del prezzo del petrolio riduce i costi di trasporto delle imprese, accompagnando la ripresa in corso: all’11 gennaio 2016 il costo del gasolio per una impresa manifatturiera, al netto dell’Iva, è di 1,022 euro/litro”, spiegano da Confartigianato, evidenziando il contributo cruciale del prezzo del greggio a quel poco di ripresa in atto. C’è un però: “La pressione del fisco attenua la ricaduta del ribasso”, dato che – spiegano sempre dall’associazione degli artigiani – l’Italia si colloca “al 2° posto del prezzo comprensivo di accisa, la più alta dell’Eurozona; infine il prezzo al consumo, comprensivo di Iva, in Italia è il più alto dell’Uem, dato che l’Italia è al 2° posto in Eurozona per prelievo dell’Iva”. La situazione diventa ancora più paradossale se il carburante è per uso privato: in questo caso siamo saldamente in testa con un non invidiabile primato.

Analogo discorso anche per la benzina. Sugli 1.4320 euro di prezzo medio praticato alla pompa, la richiesta del fisco assomma a circa i 2/3. Se per assurdo il petrolio fosse gratis (e al netto di costi di raffinazione, trasporto e distribuzione), al momento di fare il pienopagheremmo comunque poco meno di un euro al litro. Volendo invece ribaltare l’ottica al suo inverso, ai prezzi correnti e senza accise e imposte di sorta pagheremmo 44 centesimi ogni litro di carburante. E c’è di più: rispetto alla fine del 2008, quando si registrò un altro sensibile calo dell’oro nero, pagavamo addirittura meno. All’epoca l’Iva era al 20% (ma si applicava su un prezzo medio del barile più alto di circa 15 dollari rispetto all’attuale) e le accise raggiungevano i 42.3 centesimi, per un totale di circa 61 centesimi al litro. Oggi, con l’Iva al 22% – ma ripetiamo: con il petrolio addirittura a livelli più bassi – si è a quasi 85 centesimi per litro di preziosa benzina. Il tutto grazie ad un meccanismo perverso per il quale l’Iva non viene applicata sul prezzo industriale, ma dopo che a questo sono state applicate le accise. Una vera e propria tassa sulle tasse, in barba agli elementari principi che dovrebbero regolare le norme tributarie.

Filippo Burla

 

fonte: http://curiosity2015.altervista.org/x4863-2/

Il Monopolio di Stato, spalleggiato dalle lobby del tabacco e da quelle carogne dei nostri politici tenta il blitz sulle e-cig. Significa affondarle con dazi, tasse e accise. E chi se ne frega della salute della Gente…!

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Il Monopolio di Stato, spalleggiato dalle lobby del tabacco e da quelle carogne dei nostri politici tenta il blitz sulle e-cig. Significa affondarle con dazi, tasse e accise. E chi se ne frega della salute della Gente…!

Monopoli di Stato (e Big Tobacco) provano il blitz sulle e-cig

Nonostante diverse autorità sanitarie a livello internazionale indichino le sigarette elettroniche come una delle strade efficaci di allontanamento dal tabagismo, in Italia la battaglia tra favorevoli e contrari è ancora in pieno corso, anche a livello politico. Tanto che al disegno di legge di conversione del Dl cosiddetto “Manovrina”, del 24 aprile, sono stati presentati emendamenti di carattere opposto in grado di condizionare in un verso o nell’altro lo sviluppo di questo mercato.

Uniecig, l’associazione che riunisce i venditori di sigarette elettroniche si dice molto preoccupata per gli emendamenti proposti da  Alberto Giorgetti (Fi), Gianni Melilla, (Pd), Alberto Pagani (Pd) e Michele Mognato (Mdp) che puntano a stabilire il monopolio di vendita dei liquidi per le e-cig alle sole tabaccherie. “Sarebbe una strage per un mondo composto di migliaia di piccole attività specializzate – dice l’Uniecig – circa 2.000 attività che chiuderebbero da un giorno all’altro, lasciando senza lavoro anche i distributori che con esse lavorano”.

“Dare il monopolio di vendita alle tabaccherie”

Dietro la richiesta di una stretta sulle vendite delle sigarette elettroniche potrebbero esserci gli interessi della lobby del tabacco, che si è accorta della crescita costante di questa fetta di mercato: si stima che almeno il 4% di italiani “svapi” periodicamente. Anche il Monopolio di Stato potrebbe essere interessato ad appoggiare questo tipo di cambiamento. I rapporti con i tabaccai sono più controllabili e consolidati da decenni di regole e meccanismi fiscali. La galassia della distribuzione e dei depositi di materiali per la sigaretta elettronica invece è in rapida e continua espansione, non tutti pagano le tasse, e i controlli sono più difficili. A questo si aggiunga che, rispetto alle sigarette tradizionali, quello delle e-cig è un mercato aperto: gli “svapatori” cercano il risparmio comprando i liquidi anche on line, dall’estero, o se li producono artigianalmente in casa.

Tasse alte e gettito basso

“Una delle ragioni principali è dovuta alla tassazione esagerata – spiega Unicieg – che ha comportato un aumento dei prezzi di vendita al pubblico del 150% e all’ingrosso di oltre il 300% rispetto all’anno precedente, determinando: un completo blocco del mercato, perdita di concorrenza delle aziende italiane (circa il 70% di vendite in meno), sviamento della clientela verso modalità di approvvigionamento alternative in paesi dove non esiste una tassazione così alta”.

Il Decreto Legislativo 188/2014 ha infatti introdotto un’imposta di consumo per i “prodotti da inalazione senza combustione costituiti da sostanze liquide, contenenti o meno nicotina” poi fissata ad euro 0,393 il millilitro. La struttura dell’imposta presuppone un complesso procedimento di calcolo dell’equivalenza di consumo fra sigaretta tradizionale ed elettronica. Secondo la stessa Uniecig, l’alta tassazione e la mancanza di controlli fiscali e sanitari sui prodotti ha comportato un mancato gettito fiscale: 5 milioni di euro nel 2016 rispetto agli 85 previsti. La lobby delle sigarette elettroniche appoggia gli emendamenti di Filippo Busin (Lega), Paolo Tancredi (Ap) e Prodani (gruppo misto), che chiede un’abbassamento della tassazione. La battaglia è aperta, la conversione in decreto dovrà avvenire entro il 26 giugno.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/05/19/monopoli-di-stato-e-big-tobacco-provano-il-blitz-sulle-e-cig/22585/

Quando lo Stato truffa i suoi stessi cittadini: In 48 anni, dal terremoto del Belice al 2015, gli italiani hanno finanziato le ricostruzioni con 145 miliardi di accise sui carburanti. Ne sono però stati spesi solo 70! E gli altri che fine hanno fatto??

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Quando lo Stato truffa i suoi stessi cittadini: In 48 anni, dal terremoto del Belice al 2015, gli italiani hanno finanziato le ricostruzioni con 145 miliardi di accise sui carburanti. Ne sono però stati spesi solo 70! E gli altri che fine hanno fatto??

 

 

Terremoti, con tassa benzina versati 145 miliardi: il doppio di quanto speso per ricostruire

In 48 anni, dal terremoto del Belice al 2015, gli italiani hanno finanziato le ricostruzioni delle zone devastate versando 145 miliardi nominali di accise sui carburanti; il doppio rispetto ai 70 mld nominali spesi dallo Stato per rimettere in piedi le 7 aree colpite negli ultimi decenni (Valle del Belice, Friuli, Irpinia, Marche/Umbria, Molise/Puglia, Abruzzo ed Emilia Romagna). A fare i conti è uno studio della Cgia di Mestre.

Sono 5, infatti, gli incrementi delle accise sui carburanti introdotti in questi ultimi 48 anni per recuperare le risorse da destinare alla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto. Dal 1970 (primo anno in cui sono disponibili i dati sui consumi dei carburanti) al 2015 gli italiani hanno versato nelle casse dello Stato 145 miliardi di euro nominali (261 miliardi di euro se attualizzati).

“Se si tiene conto che il Consiglio Nazionale degli Ingegneri stima in 70,4 miliardi di euro nominali (121,6 miliardi se attualizzati) il costo complessivo resosi necessario per ricostruire tutte e 7 le aree fortemente danneggiate dal terremoto (Valle del Belice, Friuli, Irpinia, Marche/Umbria, Molise/Puglia, Abruzzo ed Emilia Romagna), possiamo dire che in quasi 50 anni in entrambi i casi, sia in termini nominali sia con valori attualizzati, abbiamo versato più del doppio rispetto alle spese sostenute”, dettaglia ancora la nota Cgia.

Solo i più recenti, ovvero i sismi dell’Aquila e dell’Emilia Romagna, presentano dei costi nettamente superiori a quanto fino ad ora è stato incassato con l’applicazione delle rispettive accise. ”Ogni qual volta ci rechiamo presso un’area di servizio a fare il pieno alla nostra autovettura – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – 11 centesimi di euro al litro ci vengono prelevati per finanziare la ricostruzione delle zone che sono state devastate negli ultimi decenni da questi eventi sismici. Con questa destinazione d’uso gli italiani continuano a versare all’erario circa 4 miliardi di euro all’anno. Se, come dicono gli esperti, questi fenomeni distruttivi avvengono mediamente ogni 5 anni, è necessario che queste risorse siano impiegate in particolar modo per realizzare gli interventi di prevenzione nelle zone a più alto rischio sismico e non per altre finalità”.

 

fonte: http://www.imolaoggi.it/2016/09/03/terremoti-con-tassa-benzina-versati-145-miliardi-il-doppio-di-quanto-speso-per-ricostruire/

Il barile di petrolio a 56 dollari – nel 2014 toccò i 105 dollari e la benzina costava 1,80 Euro. In proporzione ora dovrebbe costare 90 centesimi al litro. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

 

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Il barile di petrolio a 56 dollari – nel 2014 toccò i 105 dollari e la benzina costava 1,80 Euro. In proporzione ora dovrebbe costare 90 centesimi al litro. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

 

Lo sappiamo tutti ormai, in Italia la maggior parte delle cause di un prezzo finale così alto è dovuto alle accise e dall’IVA. Per chi non lo sapesse, le accise sono un tipo particolare di imposta che colpisce un bene nel momento in cui viene consumato, e gravano per buona parte sul prezzo finale, anche di più dell’intero prezzo industriale. L’IVA, al 22 per cento, completa l’opera.

Ma vediamole queste accise:

  • 0,000981 euro: finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935-1936;
  • 0,00723 euro: finanziamento della crisi di Suez del 1956;
  • 0,00516 euro: ricostruzione post disastro del Vajont del 1963;
  • 0,00516 euro: ricostruzione post alluvione di Firenze del 1966;
  • 0,00516 euro: ricostruzione post terremoto del Belice del 1968;
  • 0,0511 euro: ricostruzione post terremoto del Friuli del 1976;
  • 0,0387 euro: ricostruzione post terremoto dell’Irpinia del 1980;
  • 0,106 euro: finanziamento della guerra del Libano del 1983;
  • 0,0114 euro: finanziamento della missione in Bosnia del 1996;
  • 0,02 euro: rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004;
  • 0,005 euro: acquisto di autobus ecologici nel 2005;
  • 0,0051 euro: terremoto dell’Aquila del 2009;
  • da 0,0071 a 0,0055 euro: finanziamento alla cultura nel 2011;
  • 0,04 euro: arrivo di immigrati dopo la crisi libica del 2011;
  • 0,0089 euro: alluvione in Liguria e Toscana nel novembre 2011;
  • 0,082 euro (0,113 sul diesel): decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011;
  • 0,02 euro: terremoti dell’Emilia del 2012.

Il totale di suddetti incrementi dell’accisa, stabiliti prima dal Regno d’Italia e poi dalla Repubblica Italiana, ammonta a circa 0,41 euro (0,50 euro IVA inclusa). Da precisare che dal 1999 un decreto legislativo permette alle varie Regioni di imporre una accisa autonoma sulla benzina.

A tutto questo si somma la cosiddetta imposta di fabbricazione sui carburanti, che porta il totale finale a 72,42 cent per litro per la benzina verde e 61,32 cent per il gasolio IVA esclusa. Aggiunta anche questa, al 22%, si ottengono 88,35 cent nel primo caso e 74,81 cent nel secondo.

Le accise, anche quelle più vecchie, sono state inserite per reperire nuovi fondi e poi lasciate lì, quasi a stagnare, in modo che su quelle entrate si potesse contare anche quando le reali motivazioni erano ormai concluse. Dopotutto perché annullare una voce delle entrate che permette di avere maggiori fondi e che risulta essere lì da anni?

La prima nacque nel 1935 per opera di Mussolini che con 1.90 lire finanziava la Guerra in Abissinia. Il 5 maggio del 1936 il conflitto giunse a termine, ma qualcuno potrebbe non aver avvisato lo Stato Italiano che ancora conta un’accisa con questa motivazione. Non è l’unica, ma è la più vecchia. Sono molte le accise che non hanno più senso di esserci vuoi perché hanno concluso il loro compito, vuoi perché la situazione che finanziavano non è più in essere.

Pensare che se però è un cittadino a firmare un documento adducendo a una richiesta di denaro, rimborso o che altro, per questioni che non sono più in auge, si rischiano pesantissime sanzioni. Invece lo Stato può.

E fortuna vuole che non siamo parte dell’Impero Romano, che altrimenti tra guerre Puniche, Vallo di Adriano e invasione della Tracia avremmo avuto un bel po’ di accise in più…

By Eles