Xylella – L’Unione Europea conferma l’allarme lanciato (solo) dai 5Stelle: col pesticida Imidacloprid imposto da Martina e dal vecchio Governo si distruggono le Api…!

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Xylella – L’Unione Europea conferma l’allarme lanciato (solo) dai 5Stelle: col pesticida Imidacloprid imposto da Martina e dal vecchio Governo si distruggono le Api…!

 

Xylella, Ue conferma tesi 5Stelle: ‘Api a rischio col pesticida Imidacloprid scelto dal governo’

L’Unione Europea ha confermato che l’Imidacloprid è un pesticida dannoso per le api.

Vittoria del MoVimento 5 Stelle sul vecchio governo Gentiloni, che l’aveva reso obbligatorio per debellare la Xylella in Puglia, un batterio trasportato dalla cicala.

La conferma della Commissione europea è arrivata in seguito a un’istanza presentata dall’eurodeputata pentastellata Rosa D’Amato.

L’insetticida era già stato bocciato dall’Ue, assieme ad altri due insetticidi, l’aprile scorso con voto favorevole dell’Italia, in quanto nocivo per le api.

Ciònonostante, l’esecutivo Gentiloni ha emanato il “decreto Martina”, dal nome dell’allora ministro dell’Agricoltura, senza comunicarlo a Bruxelles. Al che il movimento Diem25 ha richiesto il blocco del decreto, giudicato illegittimo perché non era stato notificato alle autorità europee competenti.

Adesso le commissioni europee danno finalmente ragione al movimento.

La pericolosità del pesticida è stata inoltre confermata dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare.

Infatti, da Bruxelles, arriva conferma del fatto che l’Italia avrebbe dovuto notificare i dati scientifici per gli utilizzi ancora consentiti e effettuare dei nuovi test correlati alla dannosità dell’insetticida per le api entro due anni.

Inoltre le autorità italiane avrebbero dovuto notificare alla Commissione europea l’utilizzo di un pesticida soggetto a restrizioni come sostanza per combattere la xylella.

Le denunce dell’eurodeputata D’Amato sono state quindi dimostrate.

Il pesticida rappresenta un grave pericolo per le api e automaticamente per l’agricoltura e per l’economia pugliese e in generale italiana, ma le lobby dei pesticidi hanno messo il paraocchi al governo, ancora una volta inchinato ai poteri forti, denuncia la pentastellata, nonostante le tante istanze presentate sui rischi provocati dell’uso intensivo del pesticida, che finalmente sono state confermate.

Ma è fiduciosa del fatto che il nuovo governo cambierà rotta nella gestione della crisi agricola al Sud rispetto al suo predecessore, promuovendo politiche di trattamenti e coltivazioni biologiche, nel rispetto della natura e del territorio.

 

 

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2018/06/08/xylella-ue-conferma-tesi-5stelle-api-a-rischio-col-pesticida-imidacloprid-scelto-dal-governo/

L’insalata pronta in busta? Un “pieno” di pesticidi!

 

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L’insalata pronta in busta? Un “pieno” di pesticidi!

 

L’insalata pronta fa il pieno di pesticidi: anche 11 residui diversi in una busta

Le insalate pronte? Fanno il pieno di pesticidi con buste che contengono anche undici diversi residui. È il risultato di un test condotto in Svizzera dalla rivista dei consumatori Ktipp che ha inviato 20 insalate in un laboratorio specializzato. La maggior parte delle insalate proveniva da Spagna, Italia, Francia e Svizzera.
In 19 insalate c’erano residui di pesticidi. In totale, il laboratorio ha trovato 17 diverse sostanze. Solo l’insalata mista biologica Migros è risultata pulita.
Ancora una volta, come nel caso del prosecco esaminato dal Salvagente nel numero in edicola, i limiti massimi legali non sono stati superati, ma questo non tranquillizza in Svizzera, così come in Italia. La presenza contemporanea di più pesticidi in uno stesso alimento, infatti, ha il potenziale rischio di un effetto cocktail – come ha più volte documentato il Salvagente -, ossia un incremento dei livelli di pericolo per i consumatori che ancora non sono stati valutati dall’Europa che fissa i limiti sugli effetti di ogni singola sostanza.
Nelle insalate testate in Svizzera sono stati trovati spesso insetticidi: sostanze come l’imidacloprid e il thiamethoxam per proteggere le insalate dagli insetti. Allo stesso tempo velenosi per le api e gli uccelli.
Unica notizia confortante, la completa assenza di residui di fitofarmaci nell’unico campione bio testato.

 

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/06/08/linsalata-pronta-fa-il-pieno-di-pesticidi-anche-11-residui-diversi-in-una-busta/37245/

O troviamo un altro pianeta o cambiamo subito stile di vita

 

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Esiste un luogo dove ciò che rischia di accadere al pianeta entro la fine del secolo può essere visto in anticipo, e questo posto è in Italia. Più precisamente al largo di Ischia, presso i fondali che circondano la fortezza del Castello Aragonese. Qui i camini vulcanici sotterranei pompano costantemente anidride carbonica nell’acqua, alterandone la composizione chimica fino ad abbassare il pH delle acque a 7,8: ovvero lo stesso livello che secondo gli scienziati tutti i mari raggiungeranno verso il 2100 (oggi è di 8,1) se non si farà qualcosa per combattere inquinamento e surriscaldamento globale. Ebbene, in questo spicchio di mare il fondale assomiglia ad un paesaggio lunare, senza alghe né molluschi ed i ricercatori della Stazione Geologica di Ischia che ne studiano l’habitat, hanno rilevato che i pesci che lo abitano perdono l’orientamento e non percepiscono gli odori, mentre i gamberi producono delle mutazioni genetiche per adattarsi all’ambiente. Dovesse verificarsi lo stesso fenomeno in tutti i mari del mondo sarebbe una catastrofe: il 70% delle specie marine sarebbero a rischio estinzione e le barriere coralline scomparirebbero. Mentre sulle terre emerse ci troveremmo di fronte alla desertificazione delle aree più calde ed alla scomparsa sott’acqua di buona parte delle zone costiere a causa dell’innalzamento del livello dei mari prodotto dallo scongelamento dei ghiacciai. In pratica l’intero ecosistema del pianeta sarebbe a rischio.

Il motivo di questo potenziale cataclisma è semplice:una parte dei sette miliardi di abitanti del pianeta Terra, posti in gran parte in Europa e Nord America, sta conducendo uno stile di vita incompatibile con la sopravvivenza del pianeta: consumando più risorse del dovuto ed emettendo nell’ambiente una quantità di CO2 superiore a quella che l’ecosistema è in grado di riassorbire. Basti pensare che secondo uno studio della New Economics Foundation di Londra le risorse che il pianeta ci metteva a disposizione per tutto il 2014 sono state in realtà esaurite lo scorso 22 agosto: da quel giorno e fino alla fine dell’anno consumeremo beni naturali che l’ecosistema terrestre non è in grado di rigenerare. Continuando di questo passo nel 2050 avremmo bisogno di un altro pianeta grande quanto la Terra per rendere sostenibile un tal consumo di risorse, mentre già oggi avremmo bisogno di un pianeta e mezzo. E non va peggio di così solo perché buona parte dei cittadini del mondo non possono nemmeno sognare di godere degli stessi standard di vita dell’occidente.

La mappa numero 1 che pubblichiamo ad integrazione dell’articolo ci da l’idea dell’impronta ecologica che hanno sul pianeta alcune regioni del mondo: se tutti gli abitanti della Terra potessero avere il medesimo stile di vita e di consumo dei cittadini statunitensi ci servirebbero già oggi 4,1 pianeti a disposizione, mentre se tutti vivessero come un francese ne servirebbero 2,5. Se invece vivessimo tutti come i cittadini del Bangladesh potremmo accontentarci di un pianeta grande appena un quarto del nostro. Si tratta di una mappa che ha il dovere di farci riflettere, quindi, non solo sul baratro ecologico verso il quale siamo lanciati, ma anche sulle enormi iniquità che contraddistinguono il nostro modello di “sviluppo”. Non solo stiamo consumando troppe risorse, ma nonostante questo una larga fetta della popolazione vive in condizioni di povertà e malnutrizione.

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La mappa numero 2 rende ancora più chiaro il concetto: si tratta di una cartina ponderata in base al patrimonio economico di ogni paese, dove ogni regione del mondo è grande quanto la porzione di ricchezza globale che detiene ed accumula al suo interno. Come si può vedere, in questa grafica il Nord America e l’Europa occidentale diventano delle entità di grandezza abnorme rispetto al loro reale peso geografico, ed insieme possiedono quasi la metà del patrimonio mondiale. Di contro l’Africa sembra un palloncino sgonfio e raggrinzito, penosa trasposizione grafica di una realtà che costringe buona parte degli abitanti di questo continente a vivere in condizioni al limite della sopravvivenza.

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Ogni secondo sulla Terra si verificano 4,17 nascite e 1,80 morti. Se la popolazione umana dovesse continuare a seguire la linea di sviluppo demografico degli ultimi decenni entro il 2050 potremmo arrivare a superare la soglia dei 9 miliardi di persone, che potrebbero diventare oltre 11 miliardi nel 2100 (vedi mappa numero 3). Se teniamo presente che ancora all’inizio del XIX secolo d.C. il pianeta era abitato da appena un miliardo di persone, viene quasi automatico pensare che una delle maggiori cause dell’insostenibilità della nostra presenza sulla Terra risieda nel fatto che stiamo semplicemente diventando troppi. Ma è davvero così? Secondo la FAO (organizzazione dell’Onu che si occupa di cibo e agricoltura) in realtà il nostro pianeta potrebbe riuscire a produrre cibo a sufficienza anche per 20 miliardi di persone, forse anche di più grazie al progresso delle tecniche agricole.

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E dopotutto, come mostra la mappa numero 4, quasi lametà della popolazione globale vive una ristretta porzione di mondo, compresa tra Cina, India ed altri paesi dell’Asia. Questo ovviamente non significa che tutte le zone disabitate del mondo siano adatte ad avere una grande concentrazione umana, ma sicuramente non si può dire che non vi sia spazio sufficiente anche per un ulteriore incremento della popolazione.

Il problema quindi non è tanto che siamo in troppi, ma semplicemente che il nostro sistema di produzione non funziona. Enormi aree di terreni utili per l’agricoltura vengono utilizzate per produrre mangimi per l’alimentazione di bestie da macello, mentre con una dieta maggiormente vegetariana sarebbe molto più semplice nutrire il pianeta. Mentre la produzione di materie prime e di risorse energetiche è ancora essenzialmente affidata all’estrazione di idrocarburi e combustibili fossili enormemente inquinanti, nonostante la tecnologia sarebbe già ampiamente in grado di sostituire gradualmente il loro uso con altre fonti maggiormente sostenibili.

Insomma, per concludere, si potrebbe dire che viviamo in un’epoca nella quale siamo perfettamente a conoscenza del fatto che la specie umana si stia auto-condannando alla catastrofe(logicamente trascinando con sé milioni di altre specie viventi prive di colpe) e siamo perfettamente a conoscenza anche di quali siano le cause di questo potenziale disastro e dei possibili rimedi attraverso i quali potremmo provare a riprendere in mano la situazione. Tuttavia niente pare riuscire a convincere i governi ed i cittadini del mondo dell’urgenza di agire. Un recente rapporto Onu si concludeva con le seguenti parole: «Il nostro modello di produzione è come un’auto che vede il burrone che si avvicina ma continua ad accelerare». O troviamo il coraggio di spingere i freni o siamo messi male.

 

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/o-troviamo-un-altro-pianeta-o-cambiamo-subito-stile-di-vita/

 

L’Agricoltore Michele Cancemi: “Ho riscoperto i grani antichi per far star bene mia moglie”

 

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L’Agricoltore Michele Cancemi: “Ho riscoperto i grani antichi per far star bene mia moglie”

 

Nell’azienda agricola si coltivano specie rare come timilia e russello, salvati dall’oblio negli Anni Trenta

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Duro come quel grano che fa bene, duro come il sacrificio e l’impegno a coltivare quella terra che i suoi coltivavano da sei generazioni. Duro come un traguardo difficile da raggiungere ma che, finalmente, oggi gli consente di mietere risultati. È l’incipit di una storia e di una vita interamente legata all’agricoltura, quella di Michele Cancemi, 49 anni, e, prima, di suo padre Ignazio, mezzadro nella tenuta di un conte della zona e, prima ancora, di nonni e bisnonni.

Contrada Marcato D’Arrigo, nell’area di Caltanissetta, per intenderci. È qui che, giorno dopo giorno, è cresciuto nella famiglia Cancemi l’amore per quei semi di grani antichi che erano finiti nell’oblio, imposto dalle mode. Una sorta di battaglia per gli ideali e per la tradizione che, da queste parti, sono riusciti a vincere grazie all’aiuto della stazione di Granicoltura per la Sicilia, un istituto, pensate un po’, voluto da Mussolini negli Anni Trenta e che, all’insaputa del mondo (se si escludono, appunto, i pochi tenaci agricoltori della zona) ha continuato sommessamente a fare il lavoro per cui era stato edificato, cioè selezionare e conservare le varie specie di grano. «Se non ci fosse stato questo istituto – sottolinea con orgoglio Michele Cancemi- un patrimonio nutrizionale prezioso sarebbe andato perduto e invece oggi in Sicilia abbiamo 52 varietà di grani antichi, il germoplasma più ricco del mondo. Io ho cominciato a coltivare grani antichi oltre dieci anni fa per cercare di risolvere i problemi di intolleranza al glutine di mia moglie e anche e soprattutto quelli della sua glicemia, decisamente troppo alta. E sa che cosa ho scoperto dopo un’attenta ricerca e grazie alla collaborazione dell’Istituto di Granologia? Che proprio uno dei grani più antichi, la timilia risulta essere il cereale più salutistico in assoluto con un indice glicemico bassissimo e un glutine quasi assente e quindi in quantità tale da poter essere assimilato senza problemi anche da chi ne è intollerante». Un seme gettato sulla fiducia? «Diciamo che all’inizio la nostra era una produzione praticamente per la famiglia perché non c’era un gran mercato dei grani antichi. La gente era troppo abituata al pane morbido, alla pasta che non scuoce, ma pian piano anche con la nostra vetrina online di Artimondo, il mercato è aumentato in modo esponenziale. In Sicilia nel 2015 si coltivavano grani antichi complessivamente su non più di 20 ettari e la metà erano i miei ettari. Oggi invece siamo nell’ordine delle migliaia di ettari e la mia azienda sta dando semi a parecchi altri produttori mentre via internet stiamo spedendo semi in molti Paesi del mondo».

Ma che cosa si fa con la timilia? «Intanto va detto che la timilia è difficile da lavorare, ci vuole esperienza, ma lavorandola bene, si può fare un po’ tutto : pasta, farina, il pane. Certamente con tutta la buona volontà con la timilia non si riuscirà mai a fare un pane alto e morbido ma in compenso si farà sempre e comunque un pane genuino e nutriente che si può mangiare anche dopo una settimana. La farina di timilia è prodotta per mezzo di antiche macine a pietra nella zona del trapanese, seguendo le antiche tradizioni; è una farina integrale, contiene molti oligo elementi del germe di grano e della crusca. In questo periodo siamo nel pieno della semina e i nostri frutti si raccoglieranno poi tra giugno e luglio. I grani antichi hanno bisogno di antico amore». Antico per antico ci racconti cos’altro coltiva per portarlo, prima di tutto, sulla sua tavola

«C’è un grano antico che sa di storia, anzi, che è portato dalla storia: è il russello. Che prende il nome dalla campagna di Russia dei nostri soldati. Un grano nero che, in quelle terre lontane, dove i nostri soldati erano stati mandati a combattere, aveva attirato l’attenzione di quei ragazzi che a casa erano contadini e di grano se ne intendevano. Un grano scuro come il russello dava infatti garanzie di affidabilità, di bontà e di genuinità e così furono molti i nostri soldati che si misero in tasca quei semi che, puntualmente, poi finirono all’istituto di Granologia. Il russello è una delle più antiche varietà di grano duro siciliano e forse la migliore per quantità di glutine e attitudine alla panificazione. Ormai raro, la nostra azienda, lo ha reintrodotto in coltura da più di dieci anni curandone la selezione; Si distingue per l’altezza della spiga superiore agli altri grani, circa 180 centimetri, e per un elevato contenuto proteico». E poi c’è un’altra chicca: «Merita di venir riscoperto dai consumatori un altro grano antico, il perciasacchi, letteralmente buca sacchi, che deve il suo nome alla forma appuntita della cariosside che bucava i sacchi di juta in cui era contenuto durante il trasporto. Le caratteristiche di questo grano sono molto simili al kamut ma diciamo che ai più è conosciuto come farro lungo siciliano.

Il problema della produzione di grani antichi sono i costi, che restano elevati e quindi non accessibili a tutti i consumatori. Per uscire da questa situazione occorrerebbe consorziarsi per aumentare la produzione e noi ci stiamo provando con un associazione locale fra tutti i produttori di grani antichi che si chiama Simenza. Se ciascuno di noi riesce a produrre 200-300 chili, moltiplicando per una decina e più produttori, i numeri comincerebbero a tornare. Dieci produttori potrebbero fare complessivamente 300 quintali e con questi volumi trimestrali i costi scenderebbero già sensibilmente rendendo la preziosa antichità dei nostri semi appetibile oltre che appetitosa».

 

 

 

 

tratto da: http://www.politicamentescorretto.info/2018/06/07/michele-cancemi-ho-riscoperto-i-grani-antichi-per-far-star-bene-mia-moglie/

Ancora un’accusa de “I Nuovi Vespri” – Sicilia: i controlli sul grano che arriva con le navi? Zero assoluto!

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Sicilia: i controlli sul grano che arriva con le navi? Zero assoluto!

Il Governo regionale di Nello Musumeci ha disposto i controlli solo su una nave carica di grano duro. Carico che è risultato pieno di muffa ed è stato rimandato al mittente. Questo avveniva il 15 marzo. Da allora ad oggi non risultano altri controlli. Risulta – ed è ufficiale – il silenzio assordante dell’attuale Governo regionale. Cosa fare per provare a difendere la nostra salute 

Ricordate cosa è avvenuto in Sicilia, per la precisione nel porto di Pozzallo, lo scorso 15 marzo? Una nave carica di grano duro proveniente dal Kazakistan è stata messa sotto controllo. Le autorità – su decisione del Governo regionale di Nello Musumeci– hanno avviato i controlli sul prodotto, riscontrando gravi anomalie. Così il carico è stato bloccato.

Noi ci occupiamo di tale questione da oltre due anni. Chiedendo i controlli da oltre due anni alla Regione, ebbene, non potevamo non segnalare il cambio di passo del Governo regionale di centrodestra di Nello Musumeci rispetto al precedente Governo regionale di centrosinistra di Rosario Crocetta.

Se il Governo Crocetta-PD – supponiamo nel nome dei ‘grandi valori’ della sinistra siciliana – non ha mai bloccato una sola nave carica di grano arrivata in Sicilia, il Governo Musumeci ha segnato una grande svolta.

Riportiamo di seguito il comunicato diramato in quei giorni dal Palazzo d’Orleans, sede della presidenza della Regione siciliana:

“Su direttiva dell’assessore regionale all’Agricoltura, Edy Bandiera, il Nucleo operativo del Corpo forestale, gli ispettori del servizio fitosanitario regionale e personale della Sanità marittima hanno eseguito, al porto di Pozzallo, un accertamento su una nave proveniente dal Kazakistan, con cinquanta tonnellate di grano duro (in realtà, sono 5 mila tonnellate ndr). Dai controlli effettuati, la merce è risultata non idonea per l’alimentazione umana, a causa di vistose ed estese chiazze di muffa e umido. La sanità marittima ha adottato un provvedimento di respingimento del carico, mentre il Corpo forestale e gli ispettori fitosanitari hanno eseguito il prelievo di campioni, che saranno trasmessi all’Istituto zooprofilattico di Palermo per le analisi chimico-fisiche di rito”.

“Tolleranza zero – afferma il presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci – con chi pensa di continuare a introdurre in Sicilia merce non in regola con le norme sanitarie, specie se si tratta di prodotti destinati all’alimentazione. Con l’assessore Bandiera abbiamo intensificato i controlli e ringrazio le guardie forestali regionali e gli ispettori fitosanitari per l’impegno profuso”.

Ebbene, avrebbe dovuto essere l’inizio di una nuova stagione di controlli e di legalità. Ma così non è stato. Da allora ad oggi, infatti, in Sicilia sono arrivate e continuano ad arrivare decine di navi cariche di grano. Ma non ci sono controlli.

Il Corpo Forestale della Regione, gli ispettori del servizio fitosanitario regionale e il personale della Sanità marittima, da quanto ci risulta, non hanno effettuato più alcun controllo.

Una nostra fonte ci informa che l’assessore regionale Bandiera – vero e proprio esempio di pesce dentro il barile – nell’ultimo mese, ha convocato e poi rinviato una riunione sui controlli almeno una decina di volte. Una farsa, degna, in tutto e per tutto, del Governo regionale del quale fa parte.  

E’ evidente che non c’è la volontà politica per controllare le navi cariche di grano che arrivano nei porti siciliani.

Se ne deve dedurre che, in questo momento, tutte le navi cariche di grano che arrivano nei porti della Sicilia scaricano il prodotto senza alcun controllo.

Il nostro contatto – che evidentemente deve restare senza nome per evitare ritorsioni – ci dice che sarebbero arrivati ordini dall’alto per bloccare tutto.

Ordini – questo è bene sottolinearlo – che sarebbero arrivati prima dell’insediamento del nuovo Governo nazionale (che, peraltro, non ha ancora ricevuto la fiducia delle Camere).

La speranza è che il nuovo Governo nazionale avvii una stagione di controlli non soltanto nei porti della Sicilia, ma in tutti i porti italiani.

Mentre scriviamo, ad esempio, i porti pugliesi sono letteralmente invasi da navi cariche di grano duro che arriva da tante parti del mondo.

A parole ci dicono che in Italia non arriva più il grano duro canadese, ma non ci sono controlli per verificare se, alle parole, corrispondono i fatti. 

Ci auguriamo che qualche singolo parlamentare dell’Assemblea regionale siciliana – e magari il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle, movimento politico che ha sposato le tesi di GranoSalus – si intesti una battaglia di civiltà per spronare l’attuale Governo regionale ad avviare una seria stagione di controlli sulle navi cariche di grano e, in generale, sull’ortofrutta che arriva in Sicilia.

Che fare in attesa che la Sicilia avvii una seria stagione di controlli sul grano e, in generale, sulle derrate alimentari che arrivano nella nostra Isola senza alcun controllo?

Il consiglio generale è uno: mangiare siciliano. Scegliere, fin dov’è possibile, prodotti siciliani. A cominciare dalla pasta.

Sul pane non sappiamo cosa dire, perché è difficile dare consigli. Ma, anche in questo caso – e chi vive nei piccoli centri è avvantaggiato – privilegiare chi, per fare il pane, utilizza grano duro siciliano.

Lo stesso discorso vale per le pizze. Esistono pizzerie che lavorano con grano siciliano e, alcune, con farina di grani duri antichi.

Nell’attuale caos non c’è molto altro da fare.

P.s.

In tutto questo, in Sicilia è già iniziata la mietritrebbiatura del grano. Grazie al grano che arriva con le navi il prezzo si mantiene basso: da 17 a 19 euro al quintale. 

Non effettuando i controlli sulle navi cariche di grano duro che arrivano in Sicilia, il Governo regionale di Nello Musumeci ottiene due ‘grandi risultati’: 

fa in modo che, sulle tavole dei siciliani, arrivino derivati del grano che Iddio solo sa cosa potrebbero contenere;

fa in modo che i prezzi bassi massacrino gli agricoltori siciliani che producono grano duro. 

Egregi agricoltori siciliani: domenica prossima, quando voterete per le elezioni amministrative – cioè per le elezioni comunali – votate per il centrodestra, soprattutto per Forza Italia e per i candidati sostenuti dal Presidente Musuneci, dal presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, e dall’assessore all’Agricoltura Bandiera…

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2018/06/05/sicilia-i-controlli-sul-grano-che-arriva-con-le-navi-zero-assoluto/#_

 

 

I pesticidi al glifosato uccidono le cellule umane, lo studio shock che non può essere divulgato… Che tu ci rimetta la pelle è un dettaglio… “Loro” non possono rischiare di rimetterci soldi…!

 

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I pesticidi al glifosato uccidono le cellule umane, lo studio shock che non può essere divulgato… Che tu ci rimetta la pelle è un dettaglio… “Loro” non possono rischiare di rimetterci soldi…!

 

I pesticidi al glifosato uccidono le cellule umane, lo studio shock

I diserbanti a base di glifosato sono peggiori del glifosato stesso. Lasciano residui nel cibo e nell’acqua, così come negli spazi pubblici. Questi prodotti infatti sono ancora più tossici del loro principio attivo. Lo rivelano nuovi test condotti dall’US National Toxicology Program, secondo i quali i diserbanti formulati uccidono le cellule umane.

I test della NTP sono stati richiesti dall’Environmental Protection Agency (EPA) dopo che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) nel 2015 aveva classificato il glifosato come potenzialmente cancerogeno per l’uomo.

Ma certamente non è l’unico diserbante rischioso per la salute umana. I nuovi test scientifici hanno mostrato che i diserbanti formulati, in uso da oltre 40 anni, hanno tassi più elevati di tossicità per le cellule umane rispetto ai loro stessi principi attivi. Questi diserbanti sono comunemente usati in agricoltura e lasciano residui nel cibo e nell’acqua, ma anche nei parchi e nei campi da gioco per bambini.

I test fanno parte dell’analisi del National National Toxicology Program, mai effettuata prima, sulle formulazioni di erbicidi prodotti con il principio attivo del glifosato, ma includono altre sostanze chimiche. Finora erano stati condotti dei test sul solo glifosato ma gli scienziati non avevano esaminato completamente la tossicità dei prodotti più complessi.

Mike DeVito, direttore del Laboratorio nazionale di tossicologia, ha dichiarato al Guardian che il lavoro dell’agenzia è in corso, ma i primi risultati sono chiari su un punto chiave.

“Le formulazioni sono molto più tossiche e uccidono le cellule. Il glifosato non lo ha fatto”, ha detto DeVito. Addirittura peggiori del glifosato.

Secondo lo studio, le formulazioni a base di glifosato riducevano la vitalità delle cellule umane, distruggendo le membrane cellulari. “La vitalità cellulare era significativamente alterata dalle formulazioni”.

Monsanto ha introdotto il suo marchio Roundup basato sul glifosato nel 1974. Ma è solo ora, dopo più di 40 anni di uso diffuso, che il governo sta studiando la tossicità degli erbicidi a base di glifosato sulle cellule umane.

Secondo DeVito, i risultati della prima fase dei test non significano che le formulazioni causino il cancro o altre malattie. Anche se il lavoro ha rilevato una maggiore tossicità dalle formulazioni e ha mostrato che uccidono le cellule umane, l’NTP sembra contraddire una constatazione della IARC secondo cui il glifosato e le sue formulazioni inducano uno stress ossidativo, che potrebbe portare al cancro. Saranno necessari ulteriori studi per confermarlo o negarlo ma di certo questi risultati non sono rassicuranti.

Ad oggi, oltre 4.000 persone hanno fatto causa alla Monsanto sostenendo di aver sviluppato il cancro usando il glifosato di Roundup, e diversi paesi europei si stanno muovendo per limitare l’uso di questi erbicidi.

Ma c’è un problema che gli scienziati del governo hanno incontrato e riguarda il segreto aziendale sugli ingredienti miscelati col glifosato nei prodotti. I documenti ottenuti attraverso le richieste del Freedom of Information Act mostrano l’incertezza dell’EPA rispetto alle formulazioni del Roundup e di come tali formulazioni siano cambiate negli ultimi trent’anni. Questa confusione è continuata anche durante i i test dell’NTP.

“Non sappiamo quale sia la formulazione. Queste sono informazioni commerciali riservate” ha detto DeVito. Gli scienziati dell’NTP hanno prelevato alcuni campioni dagli scaffali dei negozi.

Non è chiaro quanto la stessa Monsanto sia a conoscenza della tossicità delle formulazioni complete che vende. Secondo il Guardian, dalle e-mail interne dell’azienda risalenti a 16 anni emerse in un caso giudiziario lo scorso anno, trapela che la società non sia ignara del contenuto dei suoi prodotti.

Nella email interna del 2003, uno scienziato della Monsanto ha dichiarato:

“Non si può dire che Roundup non sia cancerogeno … non abbiamo fatto i test necessari sulla formulazione per fare questa affermazione”.

Un’altra email interna del 2010 riportava: “Per quanto riguarda la cancerogenicità delle nostre formulazioni, non abbiamo test diretti”.

Un’altra del 2002 affermava: “Il glifosato è OK ma il prodotto formulato è dannoso”.

Monsanto non risponde alle richiesta di commento ma in un rapporto di 43 pagine, la società afferma che la sicurezza dei suoi erbicidi è supportata da

“uno dei più vasti database mondiali sulla salute umana e sull’ambiente mai compilato per un prodotto antiparassitario”.

 

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/27669-pesticidi-al-glifosato-pericolosi-studio

Bayer dopo le nozze cancella il nome Monsanto. Ma solo perchè non piaceva alla Gente. Restano invece i prodotti criminali come RoundUp, quelli portano soldi e allora chi se ne frega della Gente…!

 

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Bayer dopo le nozze cancella il nome Monsanto. Ma solo perchè non piaceva alla Gente. Restano invece i prodotti criminali come RoundUp, quelli portano soldi e allora chi se ne frega della Gente…!

 

Bayer dopo le nozze cancella il nome Monsanto ma resta il marchio RoundUp

Via Monsanto dal logo, resta invece quello del RoundUp, l’erbicida più venduto al mondo a base di glifosato. La Bayer il 7 giugno acquisirà definitivamente la Monsanto, il costo intero dell’operazione è di 63 miliardi di dollari (54 miliardi di euro), e il primo effetto della mega fusione sarà quella di togliere dal logo aziendale il nome Monsanto. Una mossa evidentemente legata al tentativo di evitare un danno reputazionale visto che il nome della multinazionale Usa è legato agli Ogm e al famigerato glifosato, principio attivo presente nel famoso RoundUp.

Un marchio “odiato” e per questo cancellato

In un comunicato ufficiale il gruppo di Leverkusen precisa che “Bayer rimarrà il nome della società. Monsanto non sarà più nel marchio aziendale. prodotti acquisiti manterranno i loro marchi e diventeranno parte del portafoglio Bayer”.  Non bisogna essere complottisti per capire le ragioni di questa scelta. Nel gennaio 2018, 24/7 Wall Street ha identificato le aziende più odiate negli Usa dopo aver esaminato una serie di informazioni, tra cui importanti notizie dell’ultimo anno, i risultati dei sondaggi dei clienti sull’indice di customer satisfaction e le recensioni dei dipendenti: Monsanto in poco tempo è risultata la 16esima azienda più criticata degli Stati Uniti . A pesare senza dubbio tutta la vicenda del glifosato.

Pressione Ogm sull’Europa?

Bayer, all’inizio della campagna per l’acquisto della Monsanto, ha promesso che non avrebbe introdotto colture geneticamente modificate in Europa. È anche vero che l’Antitrust europeo ha dato il via libera alla fusione imponendo però una serie di dismissioni per evitare la creazione di un monopolista del cibo hi-tech. Così Bayer venderà alla Basf gran parte della sua attuale attività agrochimica e di sementi. Ricordiamo che nella Ue dal 2021 verrà messo al bando il glifosato mentre è difficile non prevedere che sulla questione degli Organismi geneticamente modificati non si torni, prima o poi, all’assalto del principio di precauzione.

 

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2018/06/04/bayer-dopo-le-nozze-cancella-il-nome-monsanto-ma-resta-il-marchio-roundup/37076/

Vergognoso – Ancora strage di balene in Giappone: 122 balene INCINTE uccise – Per bypassare le normative dichiarano lo scopo scientifico, ma è falso, è solo una copertura per continuare la caccia alle balene a scopo di lucro.

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Vergognoso – Ancora strage di balene in Giappone: 122 balene INCINTE uccise – Per bypassare le normative dichiarano lo scopo scientifico, ma è falso, è solo una copertura per continuare la caccia alle balene a scopo di lucro.

 

Strage di balene in Giappone: 122 balene incinte uccise dai giapponesi

Secondo un rapporto, più di 120 balene femmine in gravidanza sono state uccise durante una recente caccia estiva annuale del Giappone al largo delle coste dell’Antartide.

Il rapporto, pubblicato dalla International Whaling Commission questo mese, ha affermato che in tutto erano 333 esemplari di cui 122 balene erano incinte e 144 erano giovani.

L’ultima stagione di caccia in Antartide per il Giappone è durata dall’8 dicembre al 28 febbraio.

I conservazionisti hanno detto che il nuovo rapporto era un’ulteriore prova del fatto che il Giappone stava uccidendo balene per scopi commerciali sotto le spoglie della ricerca scientifica.

Non è chiaro se la caccia annuale sia legale, in quanto alcune leggi federali e internazionali sono in conflitto tra loro.

La caccia è illegale?

Nel 2014, la Corte internazionale di giustizia ha temporaneamente vietato il Giappone dalla caccia alle balene nell’Oceano Antartico, dopo che la corte ha rilevato che il programma annuale di macellazione delle balene era destinato a scopi commerciali, il che è illegale.

Ai sensi della Convenzione internazionale per la regolamentazione della caccia alle balene, firmata nel 1946, alle nazioni è concesso un permesso speciale per uccidere le balene per “scopi di ricerca scientifica”.

Il governo giapponese ha demolito il programma di caccia alle balene che era stato dichiarato illegale, noto come Jarpa II, e ne ha iniziato uno nuovo nel 2015, chiamato Newrep-A. Descrive il programma come uno scopo scientifico, ma gli esperti dicono che è una copertura per continuare la caccia alle balene a scopo di lucro.

“Hanno cercato di sfruttare questa scappatoia”, ha affermato il professor Donald R. Rothwell, esperto di diritto internazionale presso l’Australian National University.

Ulteriori complicazioni: il diritto internazionale rende legale il sottoprodotto della missione scientifica, carne di balena, da vendere.

Secondo la legge federale, l’Australia ha istituito un’area chiamata il Santuario delle balene australiano che protegge balene, delfini e foche. L’area si estende in parti dell’Antartico, che l’Australia ha rivendicato.

Il Giappone non riconosce la rivendicazione dell’Australia nei confronti dei territori antartici e la ignora.

Nel 2010, l’Australia ha portato il Giappone alla Corte internazionale di giustizia, accusandolo di caccia commerciale illegale. Questo caso ha portato alla sentenza del 2014 che ha costretto il Giappone a cancellare Jarpa II.

Nel 2015, una corte australiana ha multato la compagnia di baleniere giapponese Kyodo Senpaku di 1 milione di dollari australiani, o $ 750.000 ai tassi di cambio correnti, dopo aver scoperto che era in oltraggio alla corte. La punizione, tuttavia, non è applicabile senza la cooperazione del governo giapponese.

Il professor Rothwell ha spiegato che il governo australiano non è ben disposto a cedere.

“Se un caso che cercasse di far rispettare la legge australiana è andato avanti alla Corte internazionale di giustizia, la rivendicazione dell’Australia nel territorio dell’Antartico potrebbe essere contestata direttamente”, ha detto.

“Questo non è qualcosa che l’Australia vuole che accada”.

“La ricerca scientifica, in questo contesto, dovrebbe concentrarsi soprattutto sull’analisi e la ricerca di soluzioni che salvino le balene da tutte queste minacce, e non portando a terra i loro cadaveri dopo atroci sofferenze. Gli oceani, nascondono rischi ovunque per balene e cetacei in genere: non solo la caccia a ‘scopi scientifici’, ma anche il bycatch, la cattura accidentale, che uccide almeno 300.000 balene e delfini ogni anno, la collisione con le navi, e l’inquinamento con l’ingestione di microplastiche”, ha spiegato il Wwf.

 

 

 

 

tratto da: https://news.fidelityhouse.eu/notizie-curiose/strage-di-balene-in-giappone-122-balene-incinte-uccise-dai-giapponesi-345295.html?utm_source=facebook_fb01a&utm_medium=facebook_fb01a_615&utm_campaign=fb01a_345295_615

Puglia – Un fungo potrebbe fermare la Xylella, ma “loro” trovano molto più lucroso abbatterli e cospargerli di pesticidi…!

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Puglia – Un fungo potrebbe fermare la Xylella, ma “loro” trovano molto più lucroso abbatterli e cospargerli di pesticidi…!

 

Un fungo potrebbe fermare la Xylella e la stupida volontà istituzionale di eradicare

E’ l’esito di una ricerca condotta dai ricercatori dell’ ISPA (Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari) del CNR per valutare l’attività in vitro di componenti antimicrobici contro la Xylella fastidiosa.
I test biologici hanno rivelato diverse informazioni sull’influenza esercitata dagli antibiotici usati sulla crescita del batterio della Xylella, ma il risultato più incoraggiante è stata riscontrato nell’attività antagonista nei confronti della Xylella da parte di alcuni composti fungini che il team di ricercatori ritiene possano essere oggetto di ulteriori ricerche per il trattamento preventivo e curativo di piante di ulivo malate o a rischio di sindrome da declino rapido.
La ricerca è stata pubblicata a fine dicembre 2017 e diffusa nel mese di marzo 2018 proprio mentre il ministro Martina firmava il decreto che prevede l’eradicazione di tutti gli alberi di ulivo nel raggio di 100 metri da alberi infetti, il diserbo dei terreni entro il 30 aprile e quattro trattamenti chimici nei mesi di maggio, giugno, settembre e dicembre. Il decreto consiglia l’utilizzo di Acetamiprid e di Imidacloroprid, molecole che oltre a causare la morte di tutti gli insetti impollinatori sono considerati potenti neurotossici e sono stati banditi dall’Unione Europa ad aprile 2018 – un mese dopo il decreto Martina e con voto favorevole dell’Italia – con possibilità di utilizzo limitato alle serre senza contatto con le api. In una regione già devastata dall’inquinamento si impone un insetticida neurotossico vietato dall’UE con sicure ripercussioni sulla biodiversità degli insetti impollinatori e sulla produzione di frutti nei prossimi mesi.
Nel frattempo il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano chiede a Gentiloni, capo del governo ad interim,  strumenti legislativi per procedere con più forza alla eradicazione di ulivi superando certi “impicci di natura giuridica” con chiaro riferimento al pronunciamento del Tar di Puglia che ha accolto il ricorso di un olivicoltore che chiede che si verifichi il carattere di monumentalità degli alberi prima dell’eradicazione. Emiliano teme le sanzioni dell’UE e vantando di aver eradicato più ulivi dei commissari mandati precedentemente dal governo a gestire l’ affare xylella, dichiara che non considera l’abbattimento degli alberi l’unica soluzione possibile “ma l’adempimento alle leggi viene prima di tutto”. Quella che tutela gli ulivi secolari evidentemente vale meno delle altre, meno dei piani europei e meno dei decreti ministeriali che impongono l’uso di insetticidi vietati dall’UE.
Quello che pare evidente è che di patogeni a distruggere il nostro ambiente, le nostre coltivazioni e a minare la nostra salute ce ne sono tanti ed i più pericolosi sono quelli istituzionali. La microbiologia ci insegna, e la ricerca lo conferma, che l’attività patogena si combatte coltivando forme fermentative antagoniste ai patogeni che tendono a prevalere e a ridurre la biodiversità delle comunità batteriche. E questa sembra essere l’unica soluzione sia per la Xylella che per la politica italiana.

 

 

fonte: http://www.magozine.it/un-fungo-potrebbe-fermare-la-xylella-e-la-stupida-volonta-istituzionale-di-eradicare/

Il regalo che il Ministro Martina ha fatto alla Bayer prima di andare via: pesticidi a tappeto sugli Ulivi Pugliesi…!

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Il regalo che il Ministro Martina ha fatto alla Bayer prima di andare via: pesticidi a tappeto sugli Ulivi Pugliesi…!

 

Il regalo di Martina alla Bayer: pesticidi neonicotinoidi a tappeto nel Salento

Una notizia che inquadra il “reggente” Martina in una luce un po’ diversa da quella dell’antagonista” di Renzi. Se questa è la “sinistra” del Pd, possiamo solo immaginare cosa deve essere il resto…

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Un provvedimento governativo impone un attacco chimico senza precedenti ad una delle terre più amate d’Italia, meta turistica di tutta Europa, al suo ecosistema e alla sua biodiversità, alla sua economia basata su cibo genuino e bellezze naturali, alla popolazione nativa e alle tante persone che in questi anni hanno scelto di trasferirsi proprio per la peculiarità del rapporto tra natura e cultura. A rischio perfino le certificazioni biologiche del territorio: anche Aiab, il principale organismo di controllo bio italiano, prende posizione. Dove sono le evidenze scientifiche dei benefici dell’Imidacloprid rispetto al disseccamento degli ulivi, tanto da bilanciare i suoi costi? Oppure si tratta di finire le scorte di questo pericoloso pesticida della Bayer, visto che dal 2019 sarà vietato in tutta Europa?

Di regali alle multinazionali gli ultimi due governi fotocopia di finta-sinistra ne hanno fatti tanti, ma forse questo è il più spettacolare di tutti: con la scusa della Xylella o forse proprio grazie al fatto di essere riusciti a propagare questo batterio in Salento (ma non si  hanno elementi per stabilire con certezza condivisa né le origini né la reale portata del batterio), il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha imposto a partire dal 2 maggio, per decreto, l’utilizzo a tappeto di pesticidi neonicotinoidi in tutto il Salento, per il periodo maggio-dicembre.

Gli stessi neoenicotinoidi sono ormai riconosciuti come pericolosi “apicidi”. Ma la cosa assurda e davvero sensazionale è che pochi giorni fa, il 27 aprile, “i paesi membri dell’Ue hanno approvato la richiesta della Commissione di porre fine all’utilizzo nei campi all’aperto dei tre neonicotinoidi nocivi a partire dalla fine del 2018, consentendone l’uso solo in serra.” [da E’ arrivato lo stop ai pesticidi]

E’ dunque, il decreto Martina, un risarcimento alla Bayer, imposto per decreto esattamente nella finestra di tempo che rimane prima dell’attuazione delle decisioni europee? Non è forse arrivato il momento di voltare pagina e riflettere su quello che sta succedendo a questa sinistra geneticamente modificata che fornisce e promuove servitù coatte al capitalismo finanziario? Maurizio Martina è l’attuale reggente del PD, ricordiamo.

Non è arrivato il momento di svegliarsi dall’assuefazione del “popolo della sinistra” ad uno scientismo criminale applicato pavlovianamente e fideisticamente a tutta l’esistenza, con la giustificazione di emergenze inventate sui media e puntuali come un orologio, e con soluzioni peggiori dei problemi, ogni volta che c’è un investimento da fare da parte di un colosso economico?

Invece di vomitare bile ogni giorno contro i vegani e l’omeopatia per sfogare le sue psicosi, non sarebbe ora che l’uomo medio civile uscisse dal silenzio complice di crimini planetari e aprisse gli occhi sulla devastazione dei territori, in questo caso di un Salento già martoriato da altre follie criminali quali Tap e discariche abusive?  

Ci rendiamo conto che il vassallaggio dei governi di centrosinistra a tutto questo, ogni giorno, non fa che alimentare fascisti e sovranisti, a cui viene servita su un piatto d’argento ogni giorno materia per il loro finto gioco anti-sistema?

Come può essere accettabile per il senso comune, e per un senso comune “progressista”, l’imposizione di un avvelenamento alle persone, alla biodiversità e a tutto il territorio, ma soprattutto ai danni di chi da anni e decenni pratica forme di salvezza del mondo, agricoltura naturale, stili di vita sostenibili e altri mondi possibili rispetto alla necrosi capitalista? E gli esempi virtuosi in Salento sono innumerevoli, oltre al fatto che ad essere in pericolo è la stessa salubrità del territorio e la sua economia basata principalmente, appunto, sulle risorse naturali.

Siamo tutti a favore dell’ambiente e della salute?  Forse no, c’è chi lo dice e c’è chi lo pratica. E c’è chi invece di avere un atteggiamento critico nei confronti dell’informazione – come se non bastassero decenni di strategia della tensione e stragi di stato insabbiate – urla “fake news” ogni qualvolta qualcuno tenti di indagare sugli intrighi, le incongruenze o le palesi falsità di versioni ufficiali a dir poco traballanti. In nome di una fede scientista che ha ormai abdicato anche allo stesso metodo scientifico e che considera oggettive informazioni e visioni del mondo provenienti da imbarazzanti siti antibufala, divulgatori scientifici assunti direttamente dalle multinazionali e testate giornalistiche colluse con gli interessi dei loro stessi finanziatori.

Denunciare un governo che in Europa vota a favore, insieme ad altri governi, per bandire una sostanza chimica, e negli stessi giorni impone su un suo territorio l’utilizzo della stessa sostanza non è complottismo ma è ovvietà, è senso di giustizia, è capacità di vedere un paradosso logico, è buon senso sociale che dovrebbe avere ogni sincero democratico, se le sue idee non fossero state oscurate dal senso comune che oggi giustifica qualsiasi decisione in nome di una scienza che ovviamente non è più tale, ma è una parola-feticcio svuotata di senso e utilizzata per imporre un’ideologia. Il re è nudo e cammina per strada tranquillamente, tanto il popolo non lo vede perché ha i paraocchi tecnologici ed è imbottito di psicofarmaci. Altro che Medioevo, questo è il controllo biopolitico arrivato al suo stadio finale.

Ma se si vuole arrivare, come in questo caso, non solo a deridere e denigrare socialmente, ma anche a rendere fisicamente impossibile la vita a chi pratica il cambiamento, non siamo forse vicini ad un punto di non ritorno per questo sistema sociale ed economico, e per questa fiction mediatica autoritaria e violenta chiamata – altro feticcio svuotato di senso – democrazia? O dobbiamo desertificare prima l’intero sistema Terra, in nome del nostro stile di vita e del profitto capitalista? Le alternative esistono, da decenni, alcune da millenni, ma ora sono ufficialmente sotto attacco. Ora è emergenza.

O forse, semplicemente, le cose stanno inevitabilmente cambiando, troppe persone sono ormai consapevoli dell’insostenibilità di un sistema come questo, anche se nella “politica” ufficiale esistono poche “sponde” per rappresentarle. E’ per questo che il delirio reazionario scientista sta usando tutte le sue armi per difendere il modello capitalista, anche le più assurde?

Il decreto Martina del 13 febbraio è leggibile sul Numero 80 della Gazzetta Ufficiale

Riportiamo di seguito l’articolo dal sito di Telerama, emittente locale salentina, che mette in luca la schizofrenia del governo italiano che ha votato in pochi giorni a favore della messa al bando dei pesticidi neonicotinoidi, e subito dopo a favore del loro utilizzo in Salento.

tratto da: http://contropiano.org/news/ambiente-news/2018/05/04/il-regalo-di-martina-alla-bayer-pesticidi-neonicotinoidi-a-tappeto-nel-salento-0103580