“Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte” – 25 maggio 2019, un mese fa l’assassinio di George Floyd

 

George Floyd

 

 

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“Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte” – 25 maggio 2019, un mese fa l’assassinio di George Floyd

 

Nella fragilità sociale di questi tempi, i nemici individuati sono sempre i soliti: i proletari vecchi e nuovi, le “classi pericolose” per eccellenza da colpire.
“Non riesco a respirare” sono le ultime parole di George Floyd, afroamericano quarantenne, ucciso soffocato da un poliziotto che ha premuto il ginocchio sul collo dell’uomo a terra. È la barbarie di una crisi respiratoria globale del capitalismo. Non saremo noi a rispondere alla chiamata di chi ci rincorre con lo slogan lamentevole del “siamo tutti sulla stessa barca”.

DAL WEB:

Ieri mattina, sul treno per andare al lavoro, appare sulla mia home la foto di un ragazzo nero, la faccia schiacciata sull’asfalto, e un uomo in divisa, con gli occhi indiavolati, che lo tiene immobilizzato a terra, premendo col ginocchio sul collo. Un’immagine terribile, come se ne vedono tante sui social. Di tanto in tanto, mentre sono al lavoro, sbircio su Facebook e su Twitter e quell’immagine ritorna, con sempre più insistenza, sulle bacheche dei miei contatti, accompagnata da messaggi di cordoglio e di rabbia.

Col passare delle ore scopro il nome e l’età dell’uomo, il luogo in cui è stata scattata quella foto. A Minneapolis, Minnesota, Stati Uniti. L’uomo a terra si chiamava George Floyd, aveva 46 anni e quelle che avevo visto durante il giorno erano le immagini dei suoi ultimi momenti di vita. Poi, in un articolo del “Post”, leggo le sue ultime parole, “I don’t breathe”, “Non posso respirare”. Sono disgustato per quell’ingiustizia, l’ennesima, in un paese in cui ancora si muore perché sei nero. Sono arrabbiato, addolorato nel vedere quell’agente, sordo alle suppliche, che tiene le mani in tasca mentre strappa la vita ad un uomo.

Alla fine, al rientro a casa, decido di guardare il video. Ci provo per ben due volte ma mi fermo dopo pochi secondi, non riesco ad andare avanti. Fa male, malissimo. George Floyd è rantolante, chiede all’agente di fermarsi, sta per morire, forse chiama la sua mamma. Non riesco a continuare, chiudo il video e come non mi capitava da tanto tempo, da quel giorno in cui è andata via la persona a me più cara, ho pianto per George.

 

“Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte mi cercarono l’anima a forza di botte” – 25 maggio 2019, un mese fa l’assassinio di George Floydultima modifica: 2020-05-28T23:11:10+02:00da eles-1966
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