ATTENZIONE! Il nostro Parlamento sta per ratificare, a nostra insaputa, il CETA, cioè la morte di tutti diritti fondamentali dei cittadini…!!

 

CETA

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

ATTENZIONE! Il nostro Parlamento sta per ratificare, a nostra insaputa, il CETA, cioè la morte di tutti diritti fondamentali dei cittadini…!!

ATTENZIONE! Il Parlamento italiano sta per ratificare il CETA, cioè la morte dei diritti fondamentali

Arriva in Senato il ddl per la ratifica del Trattato di libero scambio UE-Canada denominato CETA. Non è un caso che, come già accaduto per la ratifica del Trattato di Lisbona e per il Fiscal Compact, tali procedure avvengano tra giugno ed agosto, cioè quando gli italiani sono al mare impegnati nelle solite discussioni di calcio-mercato.

Ma cosa prevede il CETA? Nella sostanza, e in breve, è un accordo di libero scambio tra UE e Canada che consente alle multinazionali delle rispettive aree di esportare e vendere prodotti (EU-Canada, considerando che parecchie multinazionali americane hanno sede legale in Canada) senza trovare intralci né nelle legislazioni nazionali a tutela della salute e del lavoro, né nei diritti fondamentali sanciti dalle Costituzioni degli Stati membri come ad esempio il diritto al lavoro, alla giusta retribuzione, al giorno di riposo settimanale, all’orario di lavoro, alla retribuzione minima e così via. Trattasi dei cosiddetti “irritanti commerciali” che tanto infastidiscono le multinazionali. Con il CETA vengono definitivamente superati!

Ma v’è di più! Il CETA introduce anche un sistema di giustizia privata, il cosiddetto ISDS – Investor-state dispute settlement  cioè una forma di risoluzione privata delle controversie tra investitore e Stato. Attraverso questo sistema le multinazionali potranno non tenere conto dei diritti fondamentali vigenti negli Stati adire organismi di giustizia privata sovranazionali al fine di redimere le controversie con quegli Stati che intendessero rispettare le proprie disposizioni costituzionali a tutela – ad esempio – della salute e del lavoro!

Un vero e proprio cavallo di troia a tutela del capitale internazionale e a scapito dei diritti fondamentali.

Il CETA, già approvato dal Parlamento europeo pochi mesi fa, dovrà essere ora ratificato da ciascuno Stato membro a seconda delle procedure costituzionali di ognuno. In cambio chissà di quale incarico o beneficio (magari successivo all’attività politica) i nostri parlamentari consentiranno che sulle nostre tavole finiscano prodotti intrisi di antibiotici (rendendo gli stessi inefficaci quando ve ne sarà bisogno), condannando noi e i nostri figli alla schiavitù perenne! E chi si permetterà di alzare la testa o la voce, non troverà nello Stato un amico a difesa dei diritti fondamentali sanciti nelle Costituzioni nazionali!

Nel frattempo l’informazione di regime sonnecchia! La notizia che il Parlamento si accinga a ratificare il CETA è passata totalmente in secondo piano. Il televideo della Rai non ne fornisce neppure menzione!

Con il CETA gli Stati sono definitivamente morti! I criminali di Bruxelles continuano la loro opera distruttiva nei confronti delle Costituzioni nazionali, quindi della libertà, dei diritti fondamentali e della democrazia! E i nostri parlamentari, a libro paga del capitale internazionale, eseguono acriticamente gli ordini provenienti dalla criminale sovrastruttura EUropea!

Un Parlamento eletto con meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali, in grave e palese alterazione dei principi di rappresentatività democratica (Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014; Corte di Cassazione, sentenza n. 8878/2014), continua indisturbato la sua opera distruttiva della Costituzione! 

 Giuseppe PALMA

 

fonte: http://www.stopeuro.org/attenzione-il-parlamento-italiano-sta-per-ratificare-il-ceta-cioe-la-morte-dei-diritti-fondamentali/

Approfittando del caos dei vaccini e con la complicità del silenzio dei Media, Gentiloni approva il CETA all’insaputa della Gente – Ecco i pericoli a cui questi disgraziati ci espongono!!

 

CETA

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Approfittando del caos dei vaccini e con la complicità del silenzio dei Media, Gentiloni approva il CETA all’insaputa della Gente – Ecco i pericoli a cui questi disgraziati ci espongono!!

Leggete anche:

Il CETA è ancora peggio del TTIP. È una porcata che serve solo a sacrificare la salute della Gente al business delle Multinazionali! …E infatti il nostro Governo lo ha già approvato nel più totale silenzio dei media complici!
Le denunce di GranoSalus: il sistema CETA, le navi al veleno e la pasta con glifosato e micotossine “made in Italy”…Ecco quello che dovete sapere sulle porcherie che ci fanno mangiare…!!

 

Da coscienzeinrete.net

Mentre ci sbraniamo per i vaccini, Gentiloni approva il CETA in silenzio stampa…

L’ultimo consiglio dei ministri ha approvato ddl di ratifica del trattato di libero scambio con il Canada, un provvedimento dalle nefaste ripercussioni di cui nessuno dei grandi e piccoli media nazionali ha dato notizia.

E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo.Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per arrivare al parlamento italiano. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.

Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.

Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.

Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.

Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.

Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/gentiloni-approva-il-ceta-in-silenzio-stampa/

I PERICOLI DEL CETA

1) Il rischio di ingresso di OGM e pesticidi attualmente vietati

Non solo non si vieta l’ingresso di alimenti contenenti OGM e sostanze chimiche tossiche, ma si da di fatto il via libera a una deregolamentazione ampia e irreversibile. Non si torna indietro.

Ricordiamo inoltre che in Italia c’è ancora il divieto di coltivazione in campo degli Ogm, ma il nostro paese di recente ha detto sì in Europa all’autorizzazione di nuovi. Tuttavia, fa sapere il Parlamento Ue,

“per fugare le preoccupazioni dei cittadini che l’accordo dia troppo potere alle multinazionali e che i governi non possano legiferare per tutelare la salute, la sicurezza o l’ambiente, l’UE e il Canada hanno entrambi confermato esplicitamente, sia nel preambolo dell’accordo sia nella dichiarazione comune allegata, il diritto degli Stati a rifarsi al diritto nazionale”.

2) Importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita

Tra le pagine del CETA, infatti è possibile trovare gravi pericoli per la salute e l’ambiente. Uno di questi riguarda l’importazione di prodotti derivati da animali trattati con ormoni della crescita. Sarebbe bastato questo a fermare il trattato, pensato per arricchire pochi e danneggiare molti.

3) Equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie di Europa e Canada

Basta leggere l’allegato 5-D per rendersi conto, senza tanti sforzi, di quello che sarà. Nel trattato vi sono infatti le linee guida per il riconoscimento di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie nei due Paesi. Ciò significa che il CETA permetterà di ottenere il mutuo riconoscimento di un prodotto – e quindi evitare nuovi controlli nel Paese in cui verrà venduto – se si è in grado di dimostrarne l’equivalenza con quelli commercializzati dalla controparte. La sostanziale equivalenza verrà valutata basandosi su una serie di criteri o linee guida che tuttavia non sono definiti.

LEGGI anche: CETA: ULTIMA OCCASIONE PER FERMARE LO STRAPOTERE DELLE MULTINAZIONALI (PETIZIONE)

4) Glifosato, uno dei timori più fondati

Il glifosato, minaccia più che mai concreta. Non si può di certo dire no a questa sostanza solo perché lo Iarc, massima agenzia mondiale per la ricerca sul cancro, emanazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo ritiene probabilmente cancerogeno.

Se in Europa se ne vietasse l’uso, che ne sarebbe del grano canadese importato? Dovrebbe essere prodotto senza usare l’erbicida.

LEGGI anche: GLIFOSATO, L’ERBICIDA CHE AVVELENA TUTTO IL MONDO (VIDEO)

LEGGI anche: GLIFOSATO, COME ADERIRE ALL’ICE PER IL DIVIETO TOTALE (#STOPGLYPHOSATE)

5) Nelle mani del controllore senza controllo

Il Ceta potrà essere implementato dopo la ratifica dall’organismo di cooperazione regolatoria. Si tratta di un gruppo di tecnici il cui operato non è soggetto ad alcun controllo pubblico.

6) Crescita economica irrisoria per l’Europa e perdita di posti di lavoro

Secondo uno studio indipendente, l’entrata in vigore del CETA provecherebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea. Inoltre, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, l’adozione di questo trattato vedrebbe nel lungo periodo in Europa una irrisoria crescita economica compresa tra lo 0,02 e lo 0,03%. In Canada invece tale percentuale è compresa tra lo 0,18 e lo 0,36%.

7) L’Investment Court System (ICS), il sistema di tutela degli investimenti delle multinazionali

L’ICS assicura agli investitori stranieri particolari privilegi e minaccia il diritto dei governi di adottare e far rispettare leggi di interesse pubblico, come la protezione dell’ambiente o della salute pubblica. Grazie al CETA, l’Ics permetterebbe alle multinazionali di citare in giudizio i singoli Stati, ma non consentirebbe il contrario. Se l’ICS non dovesse passare l’esame di legittimità della Corte di giustizia europea, si bloccherebbe l’applicazione del CETA. Contro questo punto si è schierato apertamente il Belgio, che sta valutando di chiedere alla Corte di giustizia europea di pronunciarsi sulla legittimità

“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, ha detto Federica Ferrario di Greenpeace Italia.

“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori. I parlamentari europei, in particolare socialdemocratici e popolari, hanno abdicato al loro ruolo di garanti dei diritti e dell’ambiente”.

L’accordo infatti dovrà essere anche ratificato dai Parlamenti nazionali e regionali.

L’accordo CETA potrebbe applicarsi provvisoriamente dal primo giorno del mese successivo alla data cui entrambe le parti si sono reciprocamente notificate il completamento di tutte le procedure necessarie. Per i deputati tale data dovrebbe essere non prima del 1° aprile 2017.

Ancora una volta sono stati fatti gli interessi delle multinazionali.

TRATTO DA: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/22959-ceta-approvazione-parlamento-ue#accept

 

 

I SEMI DELLA DISTRUZIONE – PARTE 2

 

semi

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

I SEMI DELLA DISTRUZIONE – PARTE 2

Leggi anche: I SEMI DELLA DISTRUZIONE – parte 1

La Rivoluzione Genetica, spronata da una manciata di società transnazionali del settore delle biotecnologie e coadiuvata dai finanziamenti dei Rockefeller, ha creato un mondo nel quale nutrire gli affamati è affine a un atto di genocidio.

Seconda parte di due

Una disamina di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation di F. William Engdahl


La fusione fra le grandi multinazionali dei settori farmaceutico e alimentare

All’alba del nuovo secolo l’agricoltura a conduzione familiare risultava decimata dai poteri dell’agribusiness corporativo integrati a livello verticale, i quali oltrepassarono il loro già rigoglioso dominio risalente ai primi anni Venti del secolo appena trascorso. A quel punto tale attività industriale, con vendite annuali superiori ai 400 miliardi di dollari, quanto a profitti si trovava – a livello nazionale – al secondo posto dopo quella farmaceutica. Il passo successivo era quello di fondere i colossi del settore farmaceutico con quelli del settore agroalimentare. In un documento divulgato nel 2003, la National Defense University del Pentagono annotava:

“L’agribusiness rappresenta [ora] per gli Stati Uniti quello che il petrolio rappresenta per il Medioriente.”

Attualmente viene considerato una “arma strategica nell’arsenale dell’unica superpotenza mondiale”, ma con costi enormi per i consumatori di ogni angolo del pianeta.

L’agribusiness andava a gonfie vele e il governo statunitense lo sosteneva con sussidi annuali di decine di miliardi di dollari. Il Farm Bill del 1996 sospendeva la facoltà del ministro statunitense dell’Agricoltura di equilibrare domanda e offerta, consentendo in tal modo una produzione priva di limitazioni. I colossi agroalimentari sfruttarono appieno tale situazione per controllare le forze del mercato; schiacciarono i piccoli agricoltori ricorrendo alla sovraproduzione e facendo calare i prezzi, inoltre esercitarono pressioni sui prezzi dei terreni man mano che i piccoli gestori fallivano, creando in tal modo opportunità per l’acquisizione di terre a basso costo nell’ottica di maggiori concentrazione e dominio.

Quindi vi fu la fase dell’integrazione della Rivoluzione Genetica nell’agribusiness, secondo le modalità in cui Ray Goldberg di Harvard intendeva si presentasse. Dall’ingegneria genetica sarebbero stati creati interi nuovi settori, fra cui farmaci geneticamente modificati/manipolati derivati da piante GE/GM nel contesto di un nuovo “sistema agrofarmaceutico”. Goldberg prefigurò una

“rivoluzione genetica [tramite] la convergenza industriale dei settori di alimenti, salute, medicina, tessile ed energia”,

nell’ambito di un mercato del tutto privo di regolamentazione. Non si faceva menzione di un minaccioso occulto incubo per il consumatore.

 

Il cibo è potere

Nel 1985 l’elemento catalizzatore della Rivoluzione Genetica furono i finanziamenti della Rockefeller Foundation; le mire erano assai ambiziose: verificare se le piante GM fossero praticabili sotto il profilo commerciale e, in tal caso, diffonderle ovunque. Secondo Engdahl si trattava della “nuova eugenetica” – culmine delle precedenti ricerche avviate negli anni Trenta – disciplina peraltro basata sul concetto che i problemi dell’umanità si possano

“risolvere tramite manipolazioni chimiche e genetiche…come fondamentale metodo di controllo sociale e ingegneria sociale”.

Gli scienziati della fondazione cercarono di conseguire tale risultato riducendo le infinite complessità della vita a “semplici, deterministici e predittivi modelli” nel contesto del loro diabolico piano – mappando strutture genetiche allo scopo di “correggere problemi di natura sociale e morale fra cui criminalità, povertà, fame e instabilità politica”. Nel 1973, con lo sviluppo delle essenziali tecniche di ingegneria genetica, il progetto era in atto.

La questione si basa su quello che viene denominato DNA ricombinante (rDNA) e funziona introducendo a livello genetico in piante e animali DNA estraneo per creare organismi geneticamente modificati (OGM), ma non senza rischi. La D.ssa Mae-Wan Ho, primo biologo presso il London Institute of Science in Society, spiega che esistono pericoli in quanto il processo è impreciso.

“È incontrollabile e inaffidabile, e finisce tipicamente per danneggiare e scombinare il genoma ospite, con conseguenze del tutto imprevedibili” che potrebbero scatenare un letale e irrevocabile “Ceppo Andromeda”.

La ricerca è andata avanti comunque, fra le menzogne secondo cui i rischi erano minimi e che era in vista un futuro radioso. Tutto quel che importava erano i potenziali enormi profitti e i vantaggi geopolitici – quindi approfittiamo della situazione e lasciamo che il denaro vada a finire dove capita.

Uno dei progetti era quello di mappare il genoma del riso, il che determinò l’avvio di un’iniziativa – della durata di 17 anni – finalizzata a diffondere il riso OGM in tutto il mondo, spalleggiata dal denaro della Rockefeller Foundation; quest’ultima spese milioni di dollari per finanziare 46 laboratori scientifici in tutto il mondo, sovvenzionò la preparazione di centinaia di neolaureati e sviluppò una “confraternita d’élite” formata dai più eminenti ricercatori scientifici presso gli istituti di ricerca appoggiati dalla Fondazione stessa. Si trattava di un piano diabolico, che puntava molto in alto: controllare i prodotti alimentari essenziali di 2.4 miliardi di persone e, al contempo, distruggere la diversità biologica di oltre 140.000 varietà sviluppate in grado di far fronte a siccità e parassiti e di crescere in ogni clima immaginabile.
L’obiettivo primario era l’Asia; Engdahl espone la sinistra vicenda dell’International Rice Research Institute (IRRI), di stanza nelle Filippine e finanziato dalla Fondazione. Tale istituto disponeva di una banca del gene provvista di “ogni rilevante varietà di riso nota” e che annoverava un quinto di tutte le varietà. L’IRRI consentì ai colossi dell’agribusiness di utilizzare illegalmente le sementi a scopo di modificazione genetica esclusiva e brevettata, in modo che costoro potessero immetterle sul mercato e averne il controllo esigendo che gli agricoltori fossero muniti di concessione nonché costretti a corrispondere annualmente somme per i diritti di licenza.
Nel 2000 venne elaborato un riuscito “Golden Rice” arricchito con betacarotene (precursore della vitamina A), poi commercializzato in base alla fraudolenta asserzione che una ciotola al giorno di tale riso era in grado di prevenire la cecità e altre carenze di vitamina A. Si trattava di una truffa, dato che altri prodotti sono fonti – di gran lunga migliori – di tale elemento nutritivo, laddove per assumerne un quantitativo sufficiente è necessario ingurgitare quotidianamente l’impossibile massa di nove chili di riso.
Nondimeno, i sostenitori della Rivoluzione Genetica erano pronti alla loro mossa successiva, ovvero “il consolidamento del controllo globale delle forniture alimentari dell’umanità”, per il quale disponevano di un nuovo strumento: l’Organizzazione Mondiale del Commercio. I colossi corporativi ne stilarono i regolamenti per avvantaggiare sé stessi a scapito dei paesi in via di sviluppo esclusi dal ‘gioco’.

La diffusione sfrenata delle sementi OGM: inizia la rivoluzione della produzione mondiale di derrate alimentari

Alla fine degli anni Ottanta una rete globale di biologi molecolari preparati in ingegneria genetica era pronta ad avviare la “Seconda Rivoluzione Genetica”. Il loro primo test di laboratorio fu l’Argentina, la prima nazione “cavia” coinvolta in un avventato esperimento con nuovi prodotti alimentari non testati e potenzialmente pericolosi.

L’Argentina si rivelò un bersaglio facile quando, nel luglio 1989, Carlos Menem ne divenne presidente. Costui rappresentava il sogno di ogni esponente delle corporazioni, un compiacente suddito del Washington Consensus, e permise persino ai compari di David Rockefeller a Washington e New York di stilare il suo programma economico innervato dal dogma della Scuola di Chicago: privatizzazioni, deregolamentazione, mercati locali aperti alle importazioni e tagli ai già ridotti servizi sociali.

Nel 1991 l’Argentina era già un “laboratorio sperimentale segreto per lo sviluppo di coltivazioni geneticamente manipolate”. Di fatto l’agricoltura del paese era stata consegnata a Monsanto, Dow, DuPont e ad altri colossi degli OGM affinché questi la sfruttassero per il loro profitto. Le cose non sarebbero mai più state le stesse. Verso la metà degli anni Novanta Menem stava “rivoluzion[ando] la tradizionale produttiva agricoltura argentina” per trasformarla in una monocoltura destinata all’esportazione globale.

Dal 1996 al 2004, a livello globale, la messa a dimora di coltivazioni OGM si espanse sino a raggiungere i 167 milioni di acri, un incremento pari a 40 volte che sfruttava il 25 per cento di tutti i terreni arabili disponibili a livello mondiale; due terzi della superficie in acri (106 milioni di acri, ovvero 43 milioni di ettari) si trovavano in territorio statunitense. Nel 2004 l’Argentina si trovava al secondo posto, con 34 milioni di acri (14 milioni di ettari), mentre la produzione si stava estendendo a Brasile, Cina, Canada, Sudafrica, Indonesia, India, Filippine, Colombia, Honduras, Spagna ed Europa dell’Est (Polonia, Romania e Bulgaria). La rivoluzione procedeva a gonfie vele; a quel punto sembrava inarrestabile.

Nel 1995 la Monsanto introdusse i fagioli di soia Roundup Ready (RR), dotati del loro speciale batterio inserito geneticamente che consente alla pianta di resistere all’irrorazione dell’erbicida glifosato, il Roundup. La soia OGM risulta così protetta dallo stesso prodotto che in Colombia si impiega per sradicare le coltivazioni di piante adibite alla produzione di droghe ma che, al contempo, danneggia coltivazioni lecite ed esseri umani. Dopo che, nel 1996, la soia RR della Monsanto venne autorizzata dalla FDA (ente statunitense preposto al controllo alimentare e farmacologico, ndt), in Argentina

“un sistema agricolo nazionale un tempo produttivo basato su aziende a conduzione familiare [fu trasformato in] un sistema statale neo-feudale dominato da una manciata di potenti e facoltosi” proprietari che lo sfruttavano a loro profitto.

Menem andò avanti. In meno di un decennio aveva permesso che la varietà del paese, rappresentata da frumento, granturco e bestiame, venisse sostituita da una monocoltura controllata dalle corporazioni. Si trattò di un patto faustiano, che verso la fine del 2007 contribuì a far toccare al prezzo delle azioni della Monsanto un livello mai raggiunto in precedenza.
I precedenti decenni contraddistinti da varietà e rotazione delle colture avevano preservato la qualità del suolo argentino, tuttavia tale situazione cambiò allorquando si attestò la monocoltura della soia, accompagnata dalla sua forte dipendenza dai fertilizzanti chimici. Le colture argentine tradizionali scomparvero e il bestiame fu rinchiuso in sovraffollati ambienti confinati per l’allevamento intensivo, come negli Stati Uniti. Engdahl cita un eminente agro-ecologo il quale prefigura che, se continueranno, queste pratiche distruggeranno il territorio nell’arco di 50 anni. Niente lascia intravedere che vi sarà una qualche interruzione del processo.
La crisi economica che ha colpito l’Argentina verso la fine degli anni Novanta-inizi del decennio successivo ha reso disponibili ampi e ulteriori appezzamenti di terra, allorché gli agricoltori ridotti sul lastrico si videro costretti a rinunciare alle loro tenute svendendole per pochi soldi. I predatori corporativi e i proprietari terrieri latifondisti ne approfittarono. Con la monocoltura meccanizzata di soia OGM i caseifici del paese si ridussero della metà e “centinaia di migliaia di lavoratori [furono costretti a] lasciare le terre” per andare a ingrossare le fila dei poveri.

La Monsanto attraversava un ottimo periodo e utilizzò vari piani di sfruttamento; nel 1999 indusse Menem a consentirle di riscuotere “diritti prorogati”, sebbene la legislazione argentina vietasse tale prassi. Anche l’esportazione illegale di sementi Roundup Ready in Brasile, Paraguay, Bolivia e Uruguay si svolse di nascosto.
La Monsanto quindi esercitò sul governo argentino pressioni affinché riconoscesse il suo “diritto di brevetto della tecnologia”; si costituì un Fondo di Compensazione della Tecnologia, gestito dal Ministero dell’Agricoltura, che costrinse gli agricoltori a corrispondere una tassa pari a quasi l’uno per cento sulle vendite di soia OGM; a beneficiare dei fondi furono la Monsanto e altri fornitori di sementi OGM.
Nel 2004 quasi la metà dei terreni coltivabili della nazione era adibita alla produzione di soia GM e oltre il 90 per cento di tale frazione era destinato esclusivamente alla qualità Roundup Ready della Monsanto. Engdahl la vede in questi termini:

“L’Argentina era diventata il più grande incontrollato laboratorio sperimentale per gli OGM.”

La sua popolazione si era a sua volta trasformata in ignari topi da laboratorio.

Nel 2005 il governo del Brasile venne a più miti consigli e legalizzò per la prima volta le sementi OGM. Nel 2006 USA, Argentina e Brasile incidevano per oltre l’81 per cento della produzione mondiale di soia GM, il che “comporta che praticamente ogni animale del pianeta alimentato con pastoni alla soia consuma soia geneticamente manipolata” e, inoltre, che chiunque mangi le carni di questi animali fa inavvertitamente altrettanto.
L’Argentina ha sperimentato ulteriori ricadute che rischiano di assumere maggiori dimensioni. La sua monocoltura della soia ha avuto imponenti effetti sul territorio delle campagne, mentre ampi tratti di foreste sono stati distrutti. Gli agricoltori tradizionali vicini alle colture di soia sono stati seriamente danneggiati dall’irrorazione aerea di Roundup; i loro raccolti sono rimasti devastati, perché è questo che l’erbicida in questione è progettato a fare: uccidere tutte le piante prive della resistenza geneticamente modificata. Gli agricoltori in questione raccontano che il loro pollame è morto e che i cavalli sono stati gravemente danneggiati dalle irrorazioni aeree. Anche gli esseri umani hanno subito conseguenze e possono manifestare violenti sintomi di nausea, diarrea e vomito, nonché lesioni cutanee. Altri riferiscono di ulteriori ricadute: animali nati con gravi malformazioni degli organi, banane e patate dolci deformi, nonché laghi pieni di pesci morti. Per di più, alcune famiglie rurali affermano che in seguito alle irrorazioni aeree i loro figli hanno sviluppato “grottesche chiazze sul corpo”.

Quanto al promesso maggior rendimento della soia GM, i risultati hanno evidenziato raccolti ridotti del 5-15 per cento rispetto ai loro corrispondenti tradizionali, più “nuove tenaci erbe infestanti” per distruggere le quali necessita una quantità tripla di erbicida. Allorquando gli agricoltori si rendono conto di tutto questo, ormai è troppo tardi.
Engdahl riassume la situazione degli agricoltori:

“Risulterebbe arduo immaginare uno schema più perfetto di coercizione umana.”

E la situazione era ancor peggiore. L’Argentina è stato il primo caso di sperimentazione “in un piano globale portato a compimento nell’arco di decenni e di portata assolutamente sconvolgente e terrificante”.

 

L’Iraq beneficia dei semi statunitensi della democrazia

Per l’Iraq la democrazia ha comportato la cancellazione della “culla della civiltà” a favore di un capitalismo liberista privo di impedimenti. Nel 2003 l’Iraq è stato invaso non solo per il suo petrolio, ma anche per trasformare il paese in un gigantesco paradiso del libero commercio. Il piano era diabolico, elaborato e orrendo: guerra lampo di tipo “colpisci e terrorizza”, elaborate operazioni psicologiche, la paura usata come arma, occupazione repressiva, tortura e detenzione di massa e, infine, la più rapida e radicale riconfigurazione di un paese a memoria d’uomo. Tutto accadde nell’arco di alcune settimane. L’Iraq non esiste più, il paese è una terra desolata, la sua popolazione è devastata e si è creato il terreno per uno sfrenato saccheggio da parte delle corporazioni su scala pressoché inimmaginabile.
Parte del piano prevedeva che i colossi dell’agribusiness OGM avessero mano libera sul relativo settore dell’economia, onde trasformare radicalmente il sistema produttivo agroalimentare dell’Iraq in un modello per sementi e piante OGM; questo fu affidato al mandato di svariate delle 100 “leggi Bremer” celermente applicate, tuttavia al riguardo gli Iracheni non hanno avuto voce in capitolo, dato che il paese era ormai governato da Washington e dalla sua filiale all’interno della superprotetta Zona Verde, nella più grande ambasciata statunitense al mondo.

Le leggi di Bremer hanno imposto la più rigida “terapia d’urto” mai vista in puro stile Scuola di Chicago, del genere di quelle che, sin dalla loro introduzione nel Cile di Pinochet, avvenuta nel 1973, devastarono paesi di tutto il mondo. La formula era quella consueta: licenziamenti di massa dei dipendenti statali, nell’ordine delle centinaia di migliaia; importazioni illimitate in assenza di tariffe, dazi, ispezioni o tasse; deregolamentazione; infine, il più vasto piano di privatizzazione e liquidazione del patrimonio statale dai tempi del collasso dell’Unione Sovietica. Le tasse imposte alle corporazioni sono state abbassate dal 40 al 15 per cento. Gli investitori esteri potevano possedere il cento per cento dei beni iracheni, fatta eccezione per il petrolio; potevano inoltre riportare in patria i loro profitti senza che questi venissero tassati, né avevano l’obbligo di reinvestire nel paese. Come se non bastasse, sono state date loro concessioni d’uso quarantennali per la produzione di petrolio. Le uniche leggi dell’era Saddam sopravvissute erano quelle concernenti le limitazioni imposte ai sindacati e alla contrattazione collettiva. Le transnazionali straniere, in gran parte statunitensi, si sono avventate sulla preda e hanno divorato ogni cosa. Gli Iracheni non erano in grado di competere e le leggi di occupazione hanno garantito che ciò non avvenisse.
Prendete in considerazione il Bremer Order 81 del 26 aprile 2004, concernente i brevetti e la relativa durata; tale direttiva recita:

“Agli agricoltori sarà vietato riutilizzare sementi di varietà tutelate o di qualsiasi altra varietà.”

Tale normativa conferiva ai proprietari dei brevetti delle suddette varietà i diritti assoluti – per 20 anni – sull’utilizzo delle loro sementi da parte degli agricoltori; si tratta di sementi geneticamente manipolate e di proprietà delle transnazionali. Gli agricoltori iracheni che ne fanno uso hanno dovuto firmare un accordo in base al quale sono tenuti a pagare una ”tassa sulla tecnologia” nonché una tassa annuale di utilizzo. L’impiego di sementi “simili” a quelle brevettate e tutelate potrebbe portare a multe assai salate e persino alla detenzione. Al centro della direttiva vi è la “Plant Variety Protection” (PVP) – laddove le sementi OGM hanno conseguito la tutela per scalzare 10.000 anni di sviluppo di varietà di piante.
La fertile valle irachena compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate è ideale per le colture. Sin dall’8000 a.C. gli agricoltori la utilizzano per sviluppare “abbondanti sementi di quasi ogni varietà utilizzata oggi nel mondo”. Tali varietà sono state ormai annientate tramite il piano di modernizzazione e industrializzazione OGM, in modo che l’agribusiness potesse prendere piede nella regione e rifornire il mercato mondiale.

Mentre gli Iracheni soffrono e patiscono la fame, i colossi degli OGM gestiscono l’agricoltura del paese a scopo di esportazione. Ora gli agricoltori iracheni sono servi dell’agribusiness e costretti a coltivare prodotti estranei al regime alimentare locale, come il frumento destinato alla produzione di pasta. A stabilirlo sono le Leggi Bremer, peraltro inviolabili in base all’Articolo 26 della Costituzione redatta dagli Stati Uniti. L’articolo in questione recita che il governo iracheno non ha la facoltà di modificare le leggi formulate da un occupante straniero. Per garantirlo, in ogni ministero sono presenti simpatizzanti degli Stati Uniti, i più fidati dei quali collocati nei dicasteri cruciali.
Engdahl riassume i danni arrecati all’agricoltura:

“La trasformazione forzata della produzione alimentare dell’Iraq in colture OGM brevettate è uno dei più chiari esempi di [come] la Monsanto e altri colossi OGM stiano imponendo [tali] colture a una popolazione mondiale ignara o riluttante.”

Con esse stanno infestando il pianeta, un paese alla volta, e tentare di porre rimedio ai danni che provocano è futile.

 

Il “Giardino delle Delizie in Terra”

Il 1° gennaio 1995 fu costituito ufficialmente il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), dotato dei poteri di imporre e far osservare agli stati membri le sue leggi stilate dalle corporazioni. L’agribusiness statunitense esercitava già il predominio, nondimeno a questo punto aveva a disposizione un nuovo ente sovranazionale e non eletto per promuovere la propria agenda privata su scala globale. Il WTO svolge il ruolo di “poliziotto” del libero commercio globale nonché quello di rapace “ariete del multimiliardario agribusiness mondiale” per conto dei colossi del settore. I suoi regolamenti sono stati stilati con la forza e gli strumenti di una “autorità punitiva” adibita a imporre pesanti sanzioni economiche e di altro genere a coloro che violano i regolamenti stessi, in base ai quali l’agricoltura ha un ruolo prioritario poiché le società statunitensi sono dominanti. La Cargill ha redatto i regolamenti che Engdahl definisce il “Cargill Plan” e che:

  • proibiscono a livello mondiale tutti i programmi agricoli governativi e i sostegni ai prezzi (ma strizzano l’occhio, annuendo, ai considerevoli sussidi statunitensi);
  • vietano alle nazioni di imporre regolamentazioni alle importazioni allo scopo di tutelare la propria produzione agricola;
  • proibiscono i controlli sull’esportazione di prodotti agricoli, anche in tempi di carestia, in modo che la Cargill possa dominare il commercio mondiale dell’esportazione di cereali;
  • vietano alle nazioni di limitare gli scambi commerciali tramite leggi di tutela definite “barriere commerciali”, il che fra l’altro apre i mercati mondiali a importazioni senza restrizioni di prodotti alimentari OGM, senza alcuna necessità di dimostrarne la sicurezza.

La lobby dell’International Food & Agricultural Trade Policy Council (IPC) ha collaborato con la Cargill e l’agribusiness statunitense onde promuoverne l’agenda in questione. A prendere il comando sono stati i paesi del cosiddetto Gruppo dei Quattro (Quad): Stati Uniti, Canada, Giappone e Unione Europea (UE). Riunendosi in segreto, costoro hanno stabilito per tutti i 134 membri del WTO le politiche agricole formulate dai colossi agroalimentari statunitensi, fra cui Cargill, Monsanto, ADM e DuPont, unitamente a colossi europei quali Nestlé e Unilever. La loro politica era finalizzata a eliminare le leggi e le misure di protezione nazionali a favore di liberi mercati privi di restrizioni a vantaggio dei paesi del ‘Nord Globale’.

Tramite i brevetti i colossi degli OGM detengono il controllo sulle sementi delle principali colture e abbisognano dell’autorità del WTO per imporle a un mondo diffidente, impresa realizzata ricorrendo all’Agreement on Agriculture (AoA) e al relativo Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights (TRIPS – Aspetti dei diritti di proprietà intellettuale inerenti al commercio, ndt).

Sino all’avvento dell’agribusiness la produzione alimentare e i mercati erano organizzati su base locale. Ora tale situazione è mutata, i colossi corporativi detengono il controllo e sono nelle condizioni di stabilire i prezzi manipolando l’offerta.

I regolamenti dell’AoA sono stati decisi per favorire tale situazione e, inoltre, fanno valere la massima priorità dell’agribusiness: “un mercato globale libero e integrato per i suoi prodotti”, fra cui quelli OGM che, in base a quanto stabilito dall’amministrazione Bush senior, sono “sostanzialmente equivalenti” a sementi e colture ordinarie e non necessitano di regolamentazione governativa; tale disposizione è scritta nei regolamenti del WTO nel contesto del Sanitary and Phitosanitary (SPS) Agreement (accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie, ndt) e recita che le leggi nazionali che mettono al bando i prodotti OGM sono “prassi commerciali sleali”, anche quando tali prodotti mettono a repentaglio la salute umana.

Esistono altri regolamenti del WTO, nell’ambito dell’Agreement on Technical Barriers to Trade (Accordo sulle barriere tecniche al commercio, ndt), i quali proibiscono l’etichettatura degli OGM. Di conseguenza, i consumatori non sanno cosa mangiano né sono in grado di evitare questi prodotti alimentari potenzialmente pericolosi. Per risolvere tale problema nel 1996 è stato stilato il Protocollo sulla Biosicurezza, che dovrebbe essere in vigore proprio a tale scopo. Ad ogni modo alle richieste dei paesi in via di sviluppo è stato “teso un agguato da parte del governo e della lobby dell’agribusiness, potenti e organizzati”, i quali hanno sabotato i negoziati e insistito affinché le misure inerenti alla biosicurezza fossero subordinate ai regolamenti commerciali del WTO a vantaggio dei paesi industrializzati. Come risultato i negoziati sono falliti, le problematiche relative alla sicurezza sono state ignorate e si è spianata la strada all’indiscriminata diffusione delle sementi OGM su scala mondiale.
In base ai regolamenti TRIPS del WTO, tutti gli stati membri sono tenuti a varare leggi sulla proprietà intellettuale a tutela dei brevetti che, per l’appunto, rendono il sapere una proprietà, il che a sua volta “dà libero sfogo” pressoché ovunque alla proliferazione di sementi e alimenti OGM, anche contravvenendo alle leggi nazionali in materia di sicurezza alimentare.

I colossi degli OGM hanno amici potenti nel governo; i secondi appoggiano l’agenda dei primi. Uno di costoro è George W. Bush il quale nel 2003, dopo l’invasione dell’Iraq, ha fatto della proliferazione delle sementi OGM la sua priorità; con un sostegno di tal genere, le società degli OGM hanno spinto la situazione sino al limite.
Engdahl fornisce un calzante esempio che riguarda la società biotecnologica texana RiceTec. La RiceTec ha tramato per brevettare il riso basmati, da migliaia d’anni alimento principale in tutta l’Asia. Con la collusione dell’IRRI, la società ha trafugato le sementi e le ha brevettate in base ai regolamenti stilati dalla Fondazione Rockefeller. A rendere questo possibile è stata una sentenza emessa nel 2001 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Ag Supply v. Pioneer Hi-Bred;

“ha tutelato il principio in base al quale si ammettono brevetti su piante e altre forme di vita”.

In base al regolamento, è possibile brevettare varietà di piante OGM – e alcune agenzie governative statunitensi sono complici nell’aiutare i colossi dell’agribusiness ad assicurarsi che nulla si frapponga sulla loro strada. Di conseguenza, il furibondo attacco della monocoltura OGM minaccia ovunque la diversità delle specie vegetali.
Con il pieno appoggio di Washington e del WTO, le principali società di biotecnologie stanno brevettando qualsiasi pianta immaginabile in forma OGM. Engdahl fa riferimento alla “Rivoluzione Genetica [come a una] forza torrenziale nell’agricoltura mondiale” all’inizio del nuovo millennio, con quattro società dominanti che detengono il controllo degli OGM e dei relativi mercati agrochimici: Monsanto, DuPont e Dow AgroSciences negli USA e, in Svizzera, Syngenta (creata dalla fusione dei settori agricoltura della Novartis e della AstraZeneca).

Il “numero uno a livello mondiale” è la Monsanto. Abbiamo esaminato tale società nella prima parte del presente articolo; Engdahl cita le parole del suo presidente, secondo cui lo scopo è la fusione globale di “tre delle più grandi industrie a livello mondiale – agricoltura, prodotti alimentari e salute – che attualmente operano [separatamente, ma] alcuni cambiamenti…ne determineranno l’integrazione”. Questa frase risale a sette anni orsono. Ora sta accadendo.
Engdahl prende in considerazione informazioni pertinenti sull’industria che altrimenti potrebbero essere passate inosservate: che i tre colossi statunitensi degli OGM vantano prolungati e sordidi rapporti di collaborazione con il Pentagono nella fornitura di agenti chimici altamente devastanti come l’Agente Arancio, il napalm e altri. Adesso costoro pretendono che ci fidiamo di loro per quanto riguarda i prodotti più importanti che ingeriamo – alimenti e farmaci – a dispetto di ben fondate prove che le loro varietà OGM sono nocive per la salute umana. I loro trascorsi di attenzione per la salute pubblica sono atroci.
Piaccia o meno, stanno promuovendo la loro agenda, come peraltro evidenzia un rapporto della Fondazione Rockefeller risalente al 2004. A partire dal 1996 la produzione di colture GM ha conseguito incrementi percentuali a due cifre per nove anni consecutivi. Attualmente in 17 paesi oltre otto milioni di agricoltori seminano colture OGM, per oltre il 90 per cento dei casi in paesi in via di sviluppo. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il paese leader, “con un’aggressiva promozione governativa, assenza di etichettatura e dominio sulla produzione agricola nazionale”. Qui,

le colture geneticamente manipolate [hanno] fondamentalmente preso il sopravvento sulla catena alimentare statunitense”.

Nel 2004, oltre l’85 per cento delle sementi di soia e il 45 per cento di quelle di granturco erano geneticamente modificate e, dato che gli alimenti destinati agli animali provengono principalmente da tali colture,

“l’intera produzione di carne della nazione [e le esportazioni] deriva da animali nutriti con alimenti geneticamente modificati”.

La faccenda assume toni ancor più drammatici. Il vento e l’aria fanno proliferare le sementi GM nei campi adiacenti, compresi quelli biologici, che ora sono in qualche misura contaminati. Engdahl spiega:

“…dopo appena sei anni, una porzione stimata nell’ordine del 67 per cento della superficie agricola statunitense totale è rimasta [irreparabilmente] contaminata da sementi geneticamente manipolate. Il genio era uscito dalla bottiglia”;

per quel che è noto a livello scientifico, niente è in grado di invertire tale situazione.
Questo rende la coltivazione “biologica pura” impossibile, fatta eccezione, forse, per alcune aziende assai isolate, che comunque costituiscono un’esigua percentuale del settore. Pur tuttavia, le colture biologiche sono più sicure di quelle trattate con sostanze chimiche e incomparabilmente preferibili a qualsiasi tipo di coltura geneticamente modificata. Detto questo, dato che la Rivoluzione Genetica progredisce a livello mondiale, il futuro dell’agricoltura biologica è a rischio – il che lascia inorriditi coloro che, come il sottoscritto, vi fanno assegnamento.
Prendete inoltre in considerazione il modo in cui i colossi degli OGM acquisiscono quote di mercato avvalendosi dell’ausilio del governo e del WTO, agevolati dall’imposizione di rigidi accordi sui diritti di utilizzazione e sulle tecnologie agli agricoltori, i quali sono tenuti a corrispondere tasse su base annuale. Gli accordi in questione sono vincolanti e applicati tramite accordi sull’impiego della tecnologia che gli agricoltori si trovano costretti a sottoscrivere, rimanendo così intrappolati in una “nuova forma di servitù della gleba”. Ogni anno sono costretti ad acquistare nuove sementi e hanno la proibizione di riutilizzare qualsiasi semente degli anni precedenti, come invece accadeva abitualmente prima dell’introduzione degli OGM. Il mancato rispetto degli accordi può avere come esito gravi danni legali o persino la detenzione e, potenzialmente, la perdita dei terreni.
Conniventi agenzie governative e astute strategie di commercializzazione favoriscono la “Rivoluzione Genetica”, servendosi di “menzogne, dannate menzogne” secondo cui le colture OGM hanno maggior rendimento e sono in grado di risolvere il problema della fame nel mondo. I riscontri dimostrano tutt’altro. Per di più, con l’andar del tempo si sviluppano “super-erbe infestanti” resistenti e il rendimento dei raccolti cala. Gli agricoltori si vedono costretti a utilizzare maggiori quantitativi di erbicidi, sono vincolati a elevate tasse di diritto d’uso e finiscono per rimetterci del denaro. In sostanza: il caso delle “sementi geneticamente manipolate per l’agricoltura [era] fondato su una roccaforte di frodi scientifiche e menzogne corporative”. Queste informazioni vengono tenute nascoste al pubblico e nel momento in cui sprovveduti agricoltori si accorgono di essere stati imbrogliati, ormai è troppo tardi.

I riscontri inerenti ai pericoli rappresentati dagli OGM sono progressivamente aumentati e hanno messo in allarme l’industria del settore. Nel 2005 ricerche scientifiche russe hanno dimostrato che gli OGM provocano danni che possono avere inizio in utero: in oltre la metà dei casi, ratti alimentati con soia geneticamente modificata sono morti entro le prime tre settimane di vita – vale a dire sei volte il normale tasso di decessi.

Controllo demografico: Terminator, Traitor e sementi di mais anticoncezionale

Di importanza cruciale per la strategia dei colossi degli OGM era la necessità di una “nuova tecnologia che permettesse loro di commercializzare sementi che non si riproducessero”, quindi elaborarono tecnologie di restrizione all’uso di piante geneticamente modificate (GURTs), che produssero le cosiddette sementi “Terminator”. Il procedimento è brevettato e si applica a sementi di tutte le specie di piante. Ripiantarle non ha alcun esito: non cresceranno. Si tratta della soluzione dell’industria al controllo della produzione alimentare mondiale e garantisce al contempo lauti profitti. Che scoperta! Mais, soia e altre sementi Terminator sono state “geneticamente modificate per ‘suicidarsi’ dopo una stagione di coltivazione” a opera di un gene incorporato che produce una tossina.

Una tecnologia di seconda generazione strettamente correlata, la T-GURT, produce sementi soprannominate Traitor. Tale tecnologia verte sul controllo della fertilità e delle caratteristiche genetiche di una pianta grazie a un “promotore di gene che può essere indotto” denominato “interruttore del gene”. Le colture OGM resistenti ai parassiti e alle malattie ‘funzionano’ unicamente tramite l’impiego di uno specifico composto chimico realizzato dalle società come la Monsanto. Gli agricoltori che acquistano sementi illegalmente non avranno a disposizione il composto che ”accende” il gene resistente. In tal modo la tecnologia Traitor crea un nuovo mercato vincolato ai colossi degli OGM, laddove le sementi Traitor risultano avere costi di produzione inferiori rispetto a quelle Terminator.
Combinate, queste due tecnologie conferiscono ai colossi dell’agribusiness poteri senza precedenti:

“Per la prima volta nella storia, tale situazione [consente a] tre o quattro multinazionali private delle sementi…di dettare agli agricoltori di tutto il mondo le proprie condizioni.”

Si tratta di uno strumento di guerra biologica quasi “troppo valido per crederci”, a fronte dell’aperta opposizione della cittadinanza che l’industria e il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA) si propongono di mettere a tacere.

Engdahl cita il portavoce dell’USDA Willard Phelps il quale, in un’intervista risalente a giugno del 1998, affermava che l’ente desiderava che la tecnologia Terminator fosse “data ampiamente in concessione e resa speditamente disponibile a numerose società del settore sementi”. La ragione di fondo era occulta: introdurre le sementi in questione nei paesi in via di sviluppo in quanto primaria strategia della Fondazione Rockefeller. Engdahl la definisce il “Cavallo di Troia dei colossi occidentali delle sementi OGM per acquisire il controllo delle forniture alimentari del Terzo Mondo, in aree in cui le leggi sui brevetti sono assai permissive o addirittura inesistenti”. Per la Fondazione diventò di importanza prioritaria diffondere le sementi in tutto il mondo, onde impossessarsi in modo irreversibile dei mercati. L’USDA appoggiò in pieno tale progetto.
Un tal genere di influenza (assieme al WTO) è soverchiante; è la tattica utilizzata allorquando il Dipartimento di Stato e quello dell’Agricoltura degli Stati Uniti coordinano interventi di lotta alle carestie impiegando prodotti geneticamente modificati in eccedenza. Gli agricoltori che ricevono le sementi OGM non vengono informati sulla loro natura: le piantano inconsapevolmente per il raccolto successivo e così vengono ‘arpionati’. La proliferazione, peraltro, non è limitata all’Africa. Lo scopo dell’industria del settore è quello di introdurre gli OGM ovunque, ricorrendo alla coercizione, alla corruzione e ad altre tattiche illegali, soprattutto in paesi in via di sviluppo pesantemente indebitati. Nel caso della Polonia il suolo – che era uno dei più fertili in Europa – risulta ormai deteriorato dalla contaminazione genetica.
Prendete ora in considerazione come il piano sia connesso con la strategia della Fondazione Rockefeller per il controllo della popolazione. Nel 2001 il progetto ricevette agevolazioni quando la compagnia biotech privata Epicyte annunciò di aver sviluppato con successo la “coltura OGM definitiva”: la semente di mais anticoncezionale; questa venne definita la soluzione alla “sovrappopolazione” del pianeta, tuttavia le notizie in merito scomparvero dalla circolazione dopo che la Biolex acquisì la compagnia.

In un modo o nell’altro, la Fondazione Rockefeller tenta di ridurre la popolazione, come peraltro sta facendo in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) finanziando sommessamente il suo programma di “salute riproduttiva” tramite l’impiego di un vaccino contro il tetano che, combinato con ormoni naturali hCG, opera come un agente abortivo che impedisce la gravidanza, quantunque tale aspetto non venga reso noto alle donne che lo assumono.
Quanto alla prospettiva del Pentagono a riguardo della riduzione della popolazione come sofisticata forma di “’guerra biologica’ [finalizzata a] risolvere la fame nel mondo”, tutto tace.

Il panico dell’influenza aviaria e i polli OGM

Nel 2005 George W. Bush indusse ingannevolmente l’opinione pubblica a credere che, se incontrastata, una cosiddetta epidemia di influenza aviaria si sarebbe trasformata in una pandemia. Come di consueto, la soluzione fu quella di delegare al settore privato e premiare i suoi compari. Nel caso specifico, egli chiese al Congresso di destinare uno stanziamento d’emergenza pari a un miliardo di dollari dei contribuenti per un farmaco, il Tamiflu. Un fatto cruciale rimase sottaciuto: il farmaco era elaborato e brevettato dalla Gilead Science – il cui presidente, prima di assumere l’incarico di segretario alla Difesa, rispondeva al nome di Donald Rumsfeld, il quale peraltro ne era ancora azionista di maggior rilievo. La paura, combinata agli stanziamenti del governo e un prezzo delle azioni in aumento, mise Rumsfeld nelle condizioni di accumulare una fortuna, esattamente nello stesso modo in cui Dick Cheney, nelle vesti di vicepresidente, aveva tratto profitto dai propri legami con la Halliburton.
Engdahl pone il seguente quesito:

“La paura dell’influenza aviaria fu l’ennesimo stratagemma del Pentagono” dalle finalità ignote?

Rifacendosi a note e insabbiate azioni passate del governo, “un presumibilmente letale” nuovo ceppo di influenza “doveva essere considerato decisamente con sospetto”; veniva sfruttato per promuovere gli interessi dell’agribusiness e della pollicoltura “secondo  il modello della Tyson Foods dell’Arkansas”. Considerate i fatti. A causa degli spazi angusti e delle condizioni di sovraffollamento cui sono costretti gli animali, gli allevamenti in batteria costituiscono il terreno di coltura per una potenziale proliferazione di malattie, nondimeno tale aspetto non è mai stato citato come una minaccia. Al contrario, a essere additati come colpevoli sono stati i piccoli allevamenti all’aperto a conduzione familiare, in particolar modo quelli asiatici, quando in realtà tale nozione è quantomeno assai poco plausibile; i piccoli allevamenti di questo tipo sono i più sicuri, tuttavia la campagna di propaganda di marca governativo-industriale ha sostenuto il contrario.

Lo schema è palese. Cinque colossi multinazionali dominano la produzione e la lavorazione delle carni di pollo: Tyson (la più grande), Gold Kist, Pilgrim’s Pride, ConAgra Poultry e Perdue Farms, le quali producono carne di pollo “in atroci condizioni sotto il profilo sanitario e della sicurezza”. Secondo il GAO (Government Accountability Office), i lavoratori impiegati presso questi impianti di lavorazione presentano “uno dei più elevati tassi di lesioni e malattie di tutto il settore industriale”. Si è citata l’esposizione a “pericolose sostanze chimiche, sangue, materia fecale, il tutto esacerbato da scarsa ventilazione e, spesso, temperature estreme”.
Oltre a ciò, i polli sono racchiusi in spazi assai esigui e

“negli allevamenti in batteria viene loro impedito di muoversi o svolgere qualsivoglia esercizio motorio [in modo da poter] crescere…molto di più [e più rapidamente] di quanto mai avvenuto in precedenza”.

Si impiegano anche promotori della crescita, che a loro volta determinano problemi per la salute.

In misura sempre maggiore, gli esperti di animali ritengono che sono tali allevamenti – e non quelli asiatici di piccole dimensioni – la reale fonte di pericolose nuove patologie come l’influenza aviaria; tali informazioni sono assenti dal circuito ufficiale, di conseguenza il pubblico viene ingannato. Questo è il modo in cui i colossi della lavorazione della carne di pollo riescono a globalizzare la produzione mondiale, coadiuvati – come una “manna dal cielo” – dalla paura dell’influenza aviaria. Se l’intento di estromettere i piccoli allevatori asiatici avrà esito positivo, la Tyson e altre società saranno in grado di accedere all’enorme mercato asiatico del pollame; il loro scopo è questo, laddove il metodo è l’eliminazione della concorrenza – con l’ausilio di amici nelle alte sfere.

Anche la creazione della prima popolazione di animali OGM fa parte del piano, nella prospettiva di trasformare i polli di tutto il mondo in volatili OGM. Engdahl la mette in questi termini:

“All’indomani del 2006, cavalcando la paura di un’epidemia umana di influenza aviaria, i rappresentanti degli OGM o della Rivoluzione Genetica miravano chiaramente a conquistare la più importante fonte di proteine a livello mondiale, ovvero il pollame.”

Nondimeno si prospettava anche un altro piano volto a dominare la produzione globale di derrate alimentari: “Terminator stava per finire sotto il controllo del più grande colosso mondiale dell’agribusiness delle sementi OGM.”

Armageddon genetico: Terminator e brevetti sui maiali

Allo scopo di completare il suo abortito tentativo di acquisizione del 1999, nel 2007 la Monsanto acquisì la Delta & Pine Land (D&PL). La D&PL deteneva i diritti globali sul Terminator e li estese con successo ai GURTs. L’accordo rese la Monsanto “il soverchiante monopolista delle sementi agricole di quasi tutte le varietà”, compresi frutti e ortaggi ottenuti l’anno precedente nel contesto dell’acquisizione della Seminis, azienda grazie alla quale la Monsanto si ritrova ora la prima società nel settore frutta e ortaggi, la seconda nelle colture agronomiche, nonché la terza più grande azienda agrochimica a livello mondiale. Con la D&PL, la Monsanto detiene anche il controllo assoluto sulla maggioranza delle sementi delle piante agricole e, inoltre, sta entrando nel settore dell’ingegneria genetica e dei brevetti relativi agli animali.

Nel 2005, la Monsanto ha richiesto al WTO i diritti di brevetto internazionali per la sua rivendicata manipolazione genetica di un mezzo per identificare i geni di maiale derivati da sperma suino brevettato. La società aspira inoltre ai brevetti e al diritto di riscuotere tasse di concessione per particolari animali da fattoria e mandrie di bestiame. Se tali prerogative verranno concesse, “qualsiasi maiale prodotto utilizzando tale tecnica riproduttiva sarà tutelato dai brevetti in questione”. Man mano che i patrocinatori legali degli OGM riescono a inoltrare istanze di ‘mettere sotto chiave’ la vita animale come proprietà intellettuale, altrettanto velocemente vengono impiegate e brevettate svariate tecniche.
Società come la Monsanto e la Cargill hanno investito ingenti quantità di denaro per modificare geneticamente animali a scopo di profitto, di conseguenza esigono i diritti di brevetto e concessione per i risultati ottenuti, quantunque tutto questo rappresenti il controverso obiettivo di brevettare la vita stessa. Ad ogni modo nel 1980, nell’ambito del caso Diamond v. Chakrabarty, una sentenza della Corte Suprema statunitense ha fornito loro uno spiraglio stabilendo che “qualsiasi cosa realizzata dall’uomo sotto il sole” è brevettabile, decisione che spianò la strada all’epocale brevetto del “Oncomouse”, manipolato geneticamente per risultare maggiormente suscettibile al cancro.
Engdahl descrive il modo in cui i colossi dell’agribusiness hanno adottato una “campagna di menzogne e distorsioni furtiva, sistematica e debitamente appoggiata”, volta ad avanzare in direzione dello scopo ultimo di Henry Kissinger: assumere il controllo del petrolio e avere il controllo delle nazioni; assumere il controllo delle derrate alimentari per avere il controllo delle popolazioni”. Il perseguimento di ambedue gli obiettivi è in fase di realizzazione, con scarsa consapevolezza da parte del pubblico su quanto sia avanzato lo stato delle cose e quanto sia sconsiderato il piano – manipolare geneticamente tutte le piante e le forme di vita e controllare la popolazione mondiale selezionandone le parti “indesiderate”.

 

Postfazione: organizzare l’opposizione

Nel 2006 un tribunale del WTO ha emesso una sentenza favorevole agli Stati Uniti a scapito dell’Unione Europea, sentenza che in tal modo minaccia di aprire questa importante area agricola alla “introduzione forzata [di] piante e prodotti alimentari geneticamente manipolati”.
Raccomandava che il Dispute Settlement Body (DSB-Ente di Risoluzione delle Dispute, ndt) del WTO richiedesse alla UE di rispettare i propri obblighi in base all’accordo SPS del WTO stesso, che consente all’agribusiness di ignorare diritti e leggi nazionali a tutela della salute e della sicurezza pubbliche. Per i paesi della UE la mancata osservanza di tali obblighi può comportare costi nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari in sanzioni annuali, quindi la questione è di importanza cruciale per ambo le parti in causa.
All’epoca dello scritto di Engdahl, non era chiaro se la “mostruosa e malefica macchina degli OGM sarebbe stata fermata a livello globale”. La questione è tuttora incerta, ma al dicembre 2007 nella UE solo nove prodotti alimentari biotech hanno l’autorizzazione alla vendita. Sinora le esportazioni statunitensi di mais sono per la maggior parte bloccate e il commercio di altri prodotti viene impedito, nonostante dozzine di richieste pendenti in cantiere il cui destino non è ancora stato deciso.

Alcuni paesi della UE, fra cui Francia, Germania, Austria e Danimarca, bandiscono persino prodotti alimentari biotech approvati dalla UE, annebbiando ulteriormente le prospettive. I sondaggi ne indicano la motivazione, dato che l’opinione pubblica europea si è opposta con pervicacia agli alimenti e ingredienti OGM; in Francia i livelli di ostilità arrivano all’89 per cento, mentre il 79 per cento della popolazione vuole che i governi bandiscano i prodotti in questione.
Questo dimostra che i cittadini europei sono di gran lunga più avanti dei loro corrispondenti statunitensi, nonché molto meglio tutelati (sinora) dalla relativa esclusione complessiva e dalla legislazione che impone l’etichettatura dei prodotti autorizzati alla vendita. Tale normativa è di importanza cruciale, in quanto mette i consumatori nelle condizioni di decidere se avvalersi o meno di questi alimenti; se le persone se ne asterranno in numero consistente, gli esercizi del settore prodotti alimentari non li terranno in vendita.

[AGGIORNAMENTO, al 26/05/2017: nel frattempo, l’11 Marzo 2015 il Parlamento Europeo avrebbe varato la Direttiva UE 2015/42, che introduce nei paesi dell’UE alcune tipologie brevettate di grano OGM, quali il MON810 di Monsanto, il TC1507 della Pioneer, il GA21 e il Bt11 di Syngenta, con la possibilità di esclusione geografica per i paesi UE che lo richiedessero: Ungheria, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Grecia, Francia, Austria, Croazia, Slovenia, Bulgaria, Danimarca, Cipro, Malta, Scozia, Irlanda del Nord, Galles (per approfondire, vedi questo articolo). Inoltre è attualmente in fase di approvazione il Canada and Europe Trade Agreement (CETA) che permetterebbe la libera circolazione nell’UE dei prodotti canadesi, tra cui anche il grano OGM, legale in Canada, NDR].

Engdahl conclude facendo notare quanto i colossi degli OGM siano vulnerabili alle critiche.
Il fatto di ficcare in gola ai consumatori prodotti non testati costituisce “la base su cui organizzare una moratoria o bando globale sui prodotti stessi”, sempre che si riesca a organizzare una sufficiente opposizione che sappia farsi sentire.
In tutto il libro, Engdahl suona l’allarme con dovizia di fatti accuratamente documentati sull’industria, i suoi prodotti e le sue finalità.
Convertire l’agricoltura mondiale agli OGM, consentire all’agribusiness di gestirli a proprio piacere e combinare tale piano con una diabolica agenda di eliminazione mirata della popolazione, tutto questo equivale a risolvere la fame nel mondo tramite il genocidio, mettendo al contempo in pericolo la parte restante.
Sinora Washington e l’industria procedono a gonfie vele verso il controllo del petrolio e del cibo. Centinaia di milioni di persone in tutto il mondo vi si oppongono, ma non è chiaro se ciò sia sufficiente.
Il libro di Engdahl rappresenta un accorato appello per far comprendere a ogni amico della Terra che questioni talmente cruciali non possono essere lasciate nelle mani di colossi degli affari privi di scrupoli e dei loro compiacenti amici delle alte sfere di ogni angolo del pianeta. Il libro presenta pile di argomenti contro costoro; è necessario leggerlo con attenzione e utilizzarne le informazioni. La posta in gioco è troppo alta. La salute e la sicurezza degli esseri umani non devono mai essere sacrificate in nome del profitto.

QUI la prima parte

Articolo pubblicato originariamente su NEXUS New Times n.76, Ottobre – Novembre 2008

tratto da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/i-semi-della-distruzione-parte-2-5537

I SEMI DELLA DISTRUZIONE

semi

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

I SEMI DELLA DISTRUZIONE

Con i finanziamenti della famiglia Rockefeller, la Rivoluzione Verde ha gettato le basi per la Rivoluzione Genetica, consentendo a una manciata di colossi agroalimentari anglo-statunitensi di acquisire il controllo delle scorte alimentari a livello mondiale.

Una disamina di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation di F. William Engdahl


Alimenti geneticamente manipolati: un esperimento condotto sulle masse

Nel 2003 è stato pubblicato Seeds of Destruction di Jeffrey Smith. Tale testo denuncia i pericoli derivanti dagli alimenti geneticamente manipolati o modificati (GE/GM) che la maggior parte della popolazione statunitense consuma quotidianamente, ignara dei potenziali rischi per la salute. Le iniziative volte a informare il pubblico sono state invalidate, mentre le conoscenze scientifiche degne di attendibilità sono state occultate.

Prendete in considerazione quanto è accaduto ad Arpád Pusztai, principale esperto mondiale di modificazione genetica di piante e lectine, di stanza a Londra. Pusztai è stato diffamato e licenziato dal suo incarico di ricercatore presso lo Scotland’s Rowett Research Institute per aver pubblicato dati, non congeniali all’industria, che gli erano stati commissionati in merito alla sicurezza degli alimenti GM. Il suo studio della Rowett Research era il primo studio indipendente mai condotto su tale soggetto; i risultati sono stati sconcertanti e presentano implicazioni per gli esseri umani che consumano alimenti geneticamente manipolati/modificati.
Pusztai ha riscontrato che ratti alimentati con patate GM presentavano fegato, cuore, testicoli e cervello di minori dimensioni, nonché un sistema immunitario compromesso; manifestavano modifiche strutturali dei globuli bianchi, il che, rispetto ad altri ratti alimentati con cibo non GM, li rendeva maggiormente vulnerabili a infezioni e malattie. La situazione peggiorò ulteriormente. Si presentarono danni al timo e alla milza, nonché tessuti ingrossati, compresi pancreas e intestino. Vi sono stati casi di atrofia del fegato, nonché una rilevante proliferazione delle cellule dello stomaco e dell’intestino, potenziale indice di maggiore rischio futuro di cancro. Analogamente allarmante il fatto che tutto questo è accaduto dopo soli 10 giorni di test e che le modifiche persistevano dopo 110 giorni – l’equivalente umano di 10 anni.

Attualmente gli alimenti GM ‘impregnano’ il nostro regime alimentare, in particolar modo negli USA, e sono contenuti in oltre l’80 cento di tutti gli alimenti trattati in vendita nei supermercati.
Fra i vari alimenti GM si annoverano cereali quali riso, mais e frumento; legumi quali fagioli di soia (nonché una serie di prodotti da essa derivati); oli vegetali; bevande analcoliche; salse per insalate; ortaggi e frutta; prodotti caseari e uova; carni e altri prodotti animali; persino omogeneizzati per bimbi. Inoltre, in alcuni alimenti lavorati (quali salsa di pomodoro, gelati e burro di arachidi) vi è un’ampia gamma di additivi e ingredienti occulti, non segnalati ai consumatori poiché tale etichettatura è vietata – nondimeno quanti più alimenti di questo tipo consumiamo, tanto maggiori sono i rischi per la nostra salute.
Al giorno d’oggi siamo tutti ratti da laboratorio coinvolti in un esperimento su larga scala condotto su esseri umani, privo di controlli e di regolamentazione, i cui risultati sono tuttora ignoti. I rischi derivanti sono smisurati e per scoprirli occorreranno molti anni. Una volta introdotte sementi GM in un ambiente, il genio della lampada è libero per sempre.
Comunque, nonostante gli enormi rischi, Washington e un numero sempre crescente di governi in alcune zone di Regno Unito, Europa, Asia, America Latina e Africa attualmente permettono che questi prodotti vengano coltivati sul proprio territorio o importati; vengono prodotti e venduti ai consumatori poiché colossi agroalimentari quali Monsanto, DuPont, Dow AgriSciences e Cargill hanno un’enorme influenza in tal senso e dispongono di un potente partner che li appoggia – il governo statunitense e le sue agenzie, fra cui il Dipartimento di Stato e il Dipartimento dell’Agricoltura, la Food and Drug Administration (FDA-Ente statunitense preposto al controllo alimentare e farmacologico, ndt), l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) e persino il settore della difesa. Anche gli aspetti commerciali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) relativi ai regolamenti sui diritti di proprietà intellettuale (TRIPS) vanno a sostegno dei suddetti colossi, nonché regolamenti del WTO favorevoli all’industria del settore, come quello del 7 febbraio 2006.

Il WTO ha appoggiato una contestazione degli USA contro le politiche europee di regolamentazione inerenti agli OGM (organismi geneticamente modificati), nonostante la forte contrarietà dei consumatori europei ai suddetti alimenti e ingredienti; ha inoltre violato il Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza, che dovrebbe consentire alle varie nazioni di regolamentare tali prodotti nel pubblico interesse – ma questo non avviene in quanto i regolamenti del WTO lo hanno sabotato.
Comunque sia, l’attivismo anti-OGM è vivo e vegeto, i consumatori hanno ancora voce in capitolo e nel mondo, Stati Uniti compresi, esistono centinaia di aree libere da OGM. Tutto questo, e molto altro, è necessario per tener testa ai colossi agroalimentari che sinora sono andati per la propria strada.

Washington lancia la Rivoluzione Genetica

Engdahl spiega che la scienza della “modificazione biologica e genetica delle piante e di altre forme di vita” fece capolino per la prima volta negli anni settanta del secolo scorso. L’amministrazione Reagan era determinata a rendere gli Stati Uniti la forza dominante in questo settore emergente, laddove venne favorita in modo particolare l’industria agroalimentare biotech. Agli inizi degli anni ottanta le aziende si affrettarono a elaborare piante e bestiame OGM, nonché farmaci per animali a base di OGM. Washington rese loro le cose facili instaurando un ‘clima’ non regolamentato e favorevole al business, che da allora è rimasto tale tanto sotto le amministrazioni repubblicane quanto sotto quelle democratiche.
A capitanare l’iniziativa di elaborare OGM è una società caratterizzata da una “lunga storia di frodi, cover-up, corruzione”, falsità e disprezzo per il pubblico interesse: la Monsanto. Il suo primo prodotto fu la saccarina, in seguito dimostratasi sostanza cancerogena. Poi la società si dedicò alle sostanze chimiche e plastiche, quindi divenne  tristemente nota per l’Agente Arancio utilizzato come defoliante per le giungle vietnamite negli anni sessanta e settanta e che espose centinaia di migliaia di civili e militari alla letale diossina, una delle sostanze più tossiche fra tutti i composti noti.
Assieme ad altri suoi analoghi, la Monsanto è accusata di essere un impudente inquinatore; è nota per aver segretamente scaricato in acqua e nel suolo alcune fra le più letali sostanze conosciute e averla fatta franca. Ad ogni modo, attualmente la società ignora tali addebiti e si definisce

“una società agraria [che applica] innovazione e tecnologia per aiutare gli agricoltori di tutto il mondo a essere produttivi, a produrre alimenti più salutari, migliore foraggio per gli animali e più fibra, riducendo al contempo l’impatto dell’agricoltura sull’ambiente”.

Nella sua esauriente ricerca Engdahl dimostra il contrario.
Nonostante il proprio passato, negli anni ottanta – e in particolare dopo che George H. W. Bush divenne presidente nel 1989 – la Monsanto e altri colossi degli OGM ebbero mano libera; l’amministrazione Bush aprì il “vaso di Pandora”, in modo tale che nessun “regolamento superfluo li ostacolasse”. Da allora in avanti,

“non una sola nuova legge di regolamentazione che disciplinasse la biotech o gli OGM venne varata, né allora né in seguito, [nonostante] rischi ignoti e possibili pericoli per la salute”.

In un mercato totalmente libero da impedimenti, ora le volpi fanno la guardia al pollaio, dato che il sistema è stato messo nelle condizioni di autoregolamentarsi. Ad assicurarlo è stato un antecedente decreto legislativo di Bush, il quale stabiliva che piante e alimenti OGM sono “sostanzialmente equivalenti” a quelli ordinari della stessa varietà, come nel caso di mais, frumento o riso. Il decreto in questione sanciva il principio di “sostanziale equivalenza” come il “fulcro dell’intera rivoluzione degli OGM”. Si trattava di gergo pseudoscientifico, ma ormai era legge; Engdahl la paragona a un “ceppo di Andromeda” potenzialmente catastrofico sotto il profilo biologico – ma non più relegato al regno della fantascienza.

Come primo prodotto OGM la Monsanto scelse il latte, geneticamente manipolato con l’ormone ricombinante della crescita bovina (rBGH), e lo commercializzò con il nome di Posilac. Nel 1993, nell’era Clinton, la FDA lo dichiarò sicuro e ne approvò la vendita prima che fosse disponibile qualsivoglia informazione a tutela del consumatore. Attualmente è in vendita su tutto il territorio statunitense e propugnato come metodo tramite cui il bestiame è in grado di produrre sino al 30 per cento di latte in più. I problemi, comunque, non tardarono a presentarsi. Gli allevatori riferirono che i loro animali si logoravano sino a due anni prima del normale, talora manifestavano gravi infezioni e che alcuni non riuscivano più a camminare; fra gli altri problemi si annoveravano mastite della mammella, nonché vitelli deformi alla nascita.
Tali informazioni vennero eliminate e il latte rBGH è privo di etichetta, quindi i consumatori non hanno alcun modo di venirne a conoscenza; né sono stati informati che tale ormone provoca leucemia e tumori nei ratti, e che un comitato della Commissione Europea ha concluso che gli umani che consumano latte rBGH sono a rischio di cancro del seno e della prostata. Di conseguenza l’Unione Europea ha decretato un bando del prodotto, ma gli Stati Uniti non hanno seguito la stessa procedura. Nonostante evidenti questioni relative alla sicurezza, la FDA non ha preso alcun provvedimento e consente che pericoloso latte venga venduto senza controllo. Non era che l’inizio.

Manipolazione dei dati

Egdahl ripercorre la vicenda di Pusztai, il tributo che ha dovuto pagare alla sua salute, nonché il modesto riconoscimento che ha infine ricevuto. Nel 1999 Pusztai era già disoccupato, allorquando la trecentenaria British Royal Society lo attaccò, sostenendo che la sua ricerca era

“viziata sotto molti punti di vista per progettazione, esecuzione e analisi, e che da essa non si potevano trarre conclusioni”.

Tali critiche in realtà erano prive di fondamento, e l’attacco venne sferrato poiché la ‘bomba’ di Pusztai minacciava di far deragliare il treno dell’assai lucrosa industria OGM britannica, e di fare altrettanto con la sua controparte statunitense.
Quanto a Pusztai, dopo cinque anni, vari attacchi cardiaci e una carriera rovinata, infine apprese quello che era successo in seguito all’annuncio delle sue scoperte. La responsabile era la Monsanto, la quale aveva protestato presso il presidente Bill Clinton il quale, a sua volta, aveva messo in allerta il primo ministro Tony Blair. Le scoperte di Pusztai dovevano essere invalidate e per esse egli doveva essere screditato. Nondimeno egli riuscì a replicare, avvalendosi del contributo della rinomata rivista scientifica britannica The Lancet. Nonostante le minacce mosse dalla Royal Society all’indirizzo di Pusztai, il direttore della rivista pubblicò l’articolo di quest’ultimo, ma dovette pagarne lo scotto; dopo la pubblicazione, la società e l’industria biotech attaccarono The Lancet per la sua iniziativa, un ulteriore atto impudente.
Come nota a margine, attualmente Pusztai va in giro per il mondo tenendo conferenze riguardanti la sua ricerca sugli OGM, ed è consulente di gruppi in fase di avvio che si occupano di ricerche inerenti agli effetti che questi alimenti hanno sulla salute. Assieme a lui e alla moglie, anche il suo co-autore professor Stanley Ewen ebbe a soffrire della situazione; costui perse il posto presso la University of Aberdeen, ed Engdahl nota che la prassi di sopprimere verità indesiderate e di punire gli ‘informatori’ costituisce non l’eccezione, bensì la regola. Le pretese dell’industria del settore sono poderose, in particolar modo quando concernono l’utile netto.

Il governo Blair si spinse persino oltre. Infatti commissionò alla società privata Grainseed la conduzione di uno studio triennale per dimostrare la sicurezza degli alimenti OGM. Successivamente il quotidiano londinese Observer entrò in possesso di alcuni documenti del Ministero dell’Agricoltura britannico, indicanti che i test erano manomessi e determinavano “alcuni strani dati scientifici”. Almeno un ricercatore della Grainseed manipolò i dati allo scopo di “far sì che determinate sementi dei test sembrassero rendere meglio di quanto in realtà non accadesse”.
Ciononostante il ministero raccomandò che una varietà di mais OGM venisse certificata e il governo Blair emanò un nuovo codice di condotta in base al quale

“qualsiasi dipendente di un istituto di ricerca finanziato dallo Stato il quale si arrischiasse a pronunciarsi pubblicamente sulle scoperte inerenti alle piante OGM potrebbe trovarsi ad affrontare l’esonero, un’ingiunzione del tribunale oppure essere citato in giudizio per inadempimento di contratto”.

In altri termini, a quel punto pronunciarsi a livello pubblico era illegale, anche se la salute pubblica era a repentaglio. Non avrebbero permesso a nessun ostacolo di frapporsi lungo il cammino della malefica macchina del settore agroalimentare.

 

Il piano Rockefeller per l’agribusiness

All’epoca della Guerra Fredda il fattore alimentare divenne un’arma strategica, camuffata da “Food for Peace”. Si trattava di una copertura adottata dalle grandi aziende agricole statunitensi allo scopo di organizzare la trasformazione dell’agricoltura a conduzione familiare in agribusiness globale, con i prodotti alimentari come strumento e i coltivatori diretti eliminati in modo che i loro terreni potessero essere sfruttati in modo più produttivo. Il dominio dell’agricoltura a livello mondiale doveva essere

“uno dei pilastri centrali della politica postbellica di Washington, unitamente al [controllo de] i mercati petroliferi mondiali e le vendite per la difesa del mondo non comunista”.

L’evento determinante del 1973 fu una crisi alimentare mondiale.
La penuria di cereali, assieme al primo dei due shock petroliferi degli anni settanta, favorì una “rilevante svolta per la nuova politica di Washington”. In un periodo nel quale gli Stati Uniti erano i principali produttori mondiali di eccedenze alimentari, dotati del massimo potere di controllo su prezzi e forniture, i prezzi di petrolio e cereali aumentarono da tre a quattro volte; il momento ideale per una nuova alleanza fra governo e aziende cerealicole statunitensi. Tale situazione “gettò le basi per la successiva rivoluzione genetica”.

Annotate quella che Engdahl definisce “la grande rapina al treno”, con Henry Kissinger come responsabile. Costui decise che la politica agricola statunitense era “troppo importante per essere lasciata alla gestione del ministero dell’Agricoltura”, quindi ne assunse il controllo in prima persona. Ormai i lettori si saranno resi conto del tipo di futuro che Kissinger aveva in mente nel 1970, allorquando dichiarò:

“Assumete il controllo del petrolio e avrete il controllo delle nazioni; assumete il controllo delle derrate alimentari e avrete il controllo delle popolazioni”.

Il mondo aveva disperato bisogno di cereali, gli Stati Uniti disponevano delle più consistenti scorte, quindi il piano era quello di utilizzare questo potere per “modificare radicalmente il commercio e i mercati alimentari a livello mondiale”. I grandi trionfatori erano esponenti del commercio cerealicolo quali Cargill, Archer Daniels Midland (ADM) e Continental Grain, coadiuvati dalla “nuova diplomazia alimentare [volta a creare] un mercato agricolo globale per la prima volta”, propugnata da Kissinger. La produzione alimentare avrebbe “ricompensato gli amici e punito i nemici”, laddove i legami fra Washington e il business erano al centro di tale strategia.
Il mercato alimentare globale era sottoposto a una fase di riorganizzazione, gli interessi corporativi venivano favoriti, si sfruttava il vantaggio politico e si gettavano le basi per la “rivoluzione genetica” degli anni novanta. Nel dispiegarsi degli eventi dei due decenni successivi, gli interessi dei Rockefeller, fra cui la Rockefeller Foundation, avrebbero giocato un ruolo decisivo. La riorganizzazione ebbe inizio nel corso della presidenza di Richard Nixon, come pietra angolare della politica agraria di quest’ultimo; il mantra era il libero commercio, i beneficiari erano i commercianti di cereali, e i coltivatori diretti furono costretti a farsi da parte affinché i colossi dell’agribusiness potessero subentrare.

Mandare in rovina i coltivatori diretti rappresentava il piano per eliminare un “eccesso [di] risorse umane”. Engdahl definisce la questione come una “forma sottilmente dissimulata di imperialismo alimentare”, parte di un piano finalizzato a far diventare gli Stati Uniti “il granaio mondiale”. L’azienda agricola a conduzione familiare sarebbe diventata “allevamento industriale” e l’agricoltura si sarebbe trasformata in “agribusiness”, dominato da una manciata di colossi corporativi provvisti di strettissimi legami con Washington.
Anche la svalutazione del dollaro faceva parte del New Economic Plan (NEP) di Nixon, che nel 1971 comportò la ‘chiusura della finestra dell’oro’ (ovvero la convertibilità del dollaro in oro, ndt) per consentire alla valuta di fluttuare liberamente. Vennero presi di mira i paesi in via di sviluppo, nell’ottica che si dimenticassero di essere autosufficienti sul piano dei cereali e dei prodotti carnei, si affidassero agli USA per i prodotti fondamentali e, per le esportazioni, si concentrassero piuttosto su frutti di piccole dimensioni, zucchero e ortaggi. La valuta estera guadagnata avrebbe allora consentito di acquistare le importazioni dagli USA e ripagare i prestiti concessi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dalla Banca Mondiale, che creano un interminabile ciclo di schiavitù del debito. Si utilizzò anche l’Accordo Generale sulle Tariffe doganali e il Commercio (GATT), come accadde in seguito con il WTO, con regolamenti stilati dalle corporazioni affinché fossero confacenti ai loro interessi finanziari.

Drastica riduzione della popolazione

Nel mezzo di una siccità mondiale e di un crollo del mercato azionario, prendete in considerazione il memorandum classificato di Kissinger del 1974; il National Security Study Memorandum 200 (NSSM 200) venne formulato in base agli interessi dei Rockefeller e mirava ad adottare un “piano di azione per la popolazione mondiale” volto al drastico controllo della popolazione globale, vale a dire una sua riduzione. A condurre l’iniziativa furono gli USA, che stabilirono il controllo delle nascite nei paesi in via di sviluppo come prerequisito per beneficiare degli aiuti statunitensi. Engdahl riassume la questione in termini recisi: “se queste razze inferiori interferiranno nel processo di procurarci abbondanti materie prime a basso costo, allora dovremo trovare il modo di sbarazzarci di loro”. Anche i nazisti puntavano a grandi risultati e ambivano al controllo; la selezione della popolazione, o “eugenetica”, faceva parte del loro progetto di prendere di mira razze “inferiori” allo scopo di salvaguardare la razza “superiore”.
Il piano di Kissinger relativo a “metodi contraccettivi più semplici tramite ricerca biomedica” suona quasi come il vecchio slogan della DuPont, “tramite la chimica, cose migliori per una vita migliore”; in seguito, man mano che si accumulavano i riscontri sugli effetti tossici delle sostanze chimiche, la DuPont abbandonò la locuzione “tramite la chimica” e, nel 1999, la società in fase di cambiamento iniziò a utilizzare lo slogan pubblicitario “I miracoli della scienza”.
L’NSSM 200 era legato all’agenda dell’agribusiness, che ebbe inizio con la “Rivoluzione Verde” degli anni cinquanta e sessanta volta a controllare la produzione alimentare di determinati paesi africani, asiatici e latinoamericani. Il piano di Kissinger aveva un duplice scopo: garantire agli USA nuovi mercati cerealicoli nonché tenere sotto controllo la popolazione, inclusa la selezione di 13 “sventurati” paesi, fra cui India, Brasile, Nigeria, Messico e Indonesia; lo sfruttamento delle loro risorse dipendeva dall’avvio di drastiche riduzioni della popolazione, onde ridurre la domanda interna.
Il piano era ripugnante, in puro stile Kissinger; raccomandava il controllo forzato della popolazione, nonché altre misure volte ad assicurare agli USA obiettivi strategici. Kissinger voleva che entro l’anno 2000 il numero complessivo si riducesse di 500 milioni e auspicava, da allora in avanti, il raddoppio del tasso annuale di decessi, da 10 a 20 milioni. Egdahl lo definisce “genocidio”, in base alla rigorosa definizione dello statuto della Convenzione ONU sulla Prevenzione e la Punizione del Reato di Genocidio, anno 1948, che delinea tale crimine sotto il profilo legale. Nel contesto di tale quadro Kissinger è colpevole di aver voluto negare assistenza alimentare a “persone che non sono o saranno in grado di tenere sotto controllo la crescita della rispettiva popolazione” – in altri termini, se non ci penseranno loro, ci penseremo noi al posto loro. La strategia comprendeva il controllo della fertilità, denominato “pianificazione familiare”, che era connessa alla disponibilità di risorse fondamentali. Alcuni membri della famiglia Rockefeller appoggiarono il piano; Kissinger era il loro “prestatore d’opera” e venne adeguatamente ricompensato per i suoi servizi, tant’è che, ad esempio, gli venne evitato di essere perseguito all’estero, dove era ricercato come criminale di guerra e poteva essere arrestato.

A parte i suoi noti crimini, tenete presente quanto Kissinger fece alle donne brasiliane povere tramite una politica di sterilizzazione di massa nel contesto dell’NSSM 200. Dopo 14 anni di tale programma, il ministero della Sanità brasiliano scoprì sconvolgenti rapporti su una quantità – stimata nell’ordine del 44 per cento – di tutte le donne brasiliane di età compresa fra i 14 e i 55 anni, le quali venivano sterilizzate in modo permanente; erano implicate organizzazioni quali la International Planned Parenthood Federation e la Family Health International, mentre la direzione del programma era di competenza dell’USAID, la quale vanta una lunga e inquietante storia di appoggio all’imperialismo di marca statunitense, e nondimeno sul proprio sito sostiene di tendere

“una caritatevole mano alle popolazioni d’oltreoceano che lottano per una vita migliore, per riprendersi da un disastro o si battono per vivere in un paese libero e democratico”.

Ancor più inquietante è la stima secondo cui fu sterilizzato il 90 per cento delle donne brasiliane di origine africana, in una nazione in cui la popolazione nera è seconda solo a quella della Nigeria. Potenti personaggi appoggiarono il progetto, tuttavia i più influenti furono i Rockefeller; di questi John D. III ebbe il maggiore ascendente sulla politica demografica. Nel 1969 Nixon lo nominò a capo della Commissione per la Crescita Demografica e il Futuro Americano; il precedente lavoro della commissione gettò le basi per l’NSSM 200 di Kissinger e per la sua politica di sterminio tramite il sotterfugio.

La Confraternita della morte

Molto prima che Kissinger (e il suo assistente Brent Scowcroft) rendessero la riduzione della popolazione la politica estera ufficiale degli USA, i Rockefeller eseguivano esperimenti su esseri umani, un’iniziativa capitanata da JD III. Negli anni cinquanta, mentre Nelson sfruttava manodopera portoricana a basso costo a New York e sull’isola, il fratello JD III conduceva esperimenti di sterilizzazione di massa sulle donne portoricane. Alla metà degli anni sessanta il ministero della Sanità Pubblica di Portorico eseguì una stima del tributo pagato: un terzo o più delle povere ignare donne in età fertile era stata sterilizzata in modo permanente.

JD III espresse i suoi intenti in occasione di una conferenza tenuta nel 1961 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO-ONU):

“A mio avviso, in quanto attuale problema preminente la crescita [e la riduzione] demografica è seconda soltanto al controllo degli armamenti atomici.”

Naturalmente quel che intendeva era ridurre le fasce indesiderate della popolazione, onde preservare risorse pregiate a vantaggio dei privilegiati; inoltre, egli era influenzato dagli eugenisti, dai teorici della razza e dai sostenitori del malthusianesimo in forza alla Rockefeller Foundation, i quali erano convinti di avere il diritto di decidere chi doveva vivere e chi doveva morire.

Dietro le quinte dell’iniziativa stavano personaggi influenti e alcune fra le principali famiglie imprenditoriali statunitensi; altrettanto dicasi per alcuni notabili del Regno Unito, di quell’epoca e precedenti, quali Winston Churchill e John Maynard Keynes.

Alan Gregg, per 34 anni a capo della Rockefeller Foundation Medical Division, affermò che la “gente inquina, quindi eliminiamo l’inquinamento eliminando le persone [indesiderate]”; paragonò i bassifondi delle città a tumori cancerosi e li definì “oltraggiosi per la decenza e la bellezza”. Meglio eliminarli e dare una ripulita al paesaggio.
Questa era la politica della Rockefeller Foundation, “cruciale per comprendere [le sue seguenti iniziative] nella rivoluzione della biotecnologia e nella genetica delle piante”. Sin dagli esordi la missione della fondazione fu quella di “[eliminare] il volgo, oppure [ridurre] sistematicamente le popolazioni di ‘razze inferiori’”. Per coloro che credono nella supremazia della razza il problema è che troppi elementi inferiori significano guai, allorquando chiedono di più di quello che i privilegiati vogliono per sé stessi. La soluzione: eliminarli impiegando qualsiasi mezzo, dal controllo delle nascite e la sterilizzazione sino alla morte per fame e alle guerre di sterminio.

JD III era in perfetta sintonia con tale intendimento; venne allevato nell’ottica della pseudoscienza malthusiana, della quale abbracciò il dogma. Nel 1931 entrò a far parte della fondazione di famiglia, in cui venne influenzato da eugenisti quali Raymond Fosdick e Frederick Osborn, entrambi membri fondatori della American Eugenics Society. Nel 1952 fece ricorso ai propri mezzi finanziari per fondare il Population Council, con sede a New York, presso il quale promosse studi di esplicito stampo razzista sui pericoli derivanti dalla sovrappopolazione. Nei 25 anni successivi tale istituto destinò 173 milioni di dollari alla questione della riduzione della popolazione globale e divenne la più influente organizzazione promotrice delle idee di supremazia della razza. Ad ogni modo, evitò di utilizzare il termine “eugenetica” in virtù della sua associazione all’ideologia nazista, preferendo invece impiegare locuzioni quali “controllo delle nascite”, “pianificazione familiare” e “libera scelta”; si trattava della stessa minestra.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, il socio e membro del direttivo della fondazione Frederick Osborn appoggiò con entusiasmo gli esperimenti nazisti di eugenetica che condussero agli stermini di massa, in seguito denigrati. All’epoca egli credeva che l’eugenetica fosse la “più importante sperimentazione mai tentata” e, successivamente, scrisse un libro dal titolo The Future of Human Heredity (1968), che nel sottotitolo riportava il termine “eugenetica”; dichiarava che le donne potevano essere persuase a ridurre volontariamente la propria prole e iniziò a sostituire con il termine “genetica” l’ormai inviso “eugenetica”.

Durante la Guerra Fredda la selezione della popolazione attirò sostenitori, fra cui il fior fiore dell’America corporativa; costoro appoggiarono iniziative private di riduzione della popolazione, come la International Planned Parenthood Federation (IPPF) di Margaret Sanger. Anche i principali media diffusero la nozione che la “sovrappopolazione nei paesi in via di sviluppo provoca fame e ulteriore povertà [che a loro volta diventano] terreno fertile” per il comunismo internazionale. In seguito l’agribusiness statunitense sarebbe stato coinvolto tramite una politica di controllo globale delle derrate alimentari. Il cibo è potere. Quando viene impiegato per selezionare la popolazione, si tratta di un’arma di distruzione di massa.
Prendete in considerazione l’attuale frangente, in cui la FAO riporta prezzi degli alimenti marcatamente più elevati, unitamente a gravi scarsità e al monito che la situazione è drastica e inedita, e minaccia milioni di persone di fame e di inedia. Dopo un incremento del nove per cento nel 2006, nel 2007 i prezzi sono aumentati sino al 40 per cento, il che ha costretto i paesi in via di sviluppo a pagare il 25 per cento in più per gli alimenti di importazione, senza riuscire ad approvvigionarsi a sufficienza.
Riguardo a tale problema la FAO cita varie spiegazioni, fra cui la crescente domanda, i più elevati costi di trasporto e di carburante, la speculazione finanziaria, l’impiego di mais per la produzione di etanolo (il che concerne un terzo delle coltivazioni, ovvero più di quanto viene esportato a scopi alimentari) e le condizioni climatiche estreme, ignorando le implicazioni di cui sopra: il potere dell’agribusiness nel manipolare gli approvvigionamenti per ottenere maggiori profitti e “selezionare la plebaglia” nei paesi del Terzo Mondo presi di mira. Le nazioni colpite sono povere e la FAO ne elenca venti in Africa, nove in Asia, sei in America Latina e due in Europa Orientale, il che complessivamente rappresenta 850 milioni di persone in pericolo, che ora soffrono di fame cronica e della povertà connessa. Costoro dipendono dalle importazioni e per il loro regime alimentare fanno forte affidamento sui tipi di prodotti controllati dall’agribusiness – frumento, mais, riso e soia. Se gli attuali prezzi rimarranno elevati e la penuria persisterà, moriranno milioni di persone – forse secondo un piano deliberato.

Il sotterfugio di “Food for Peace”

Verso la fine degli anni trenta le élite statunitensi iniziarono a progettare un secolo americano nel mondo postbellico – una Pax Americana che subentrasse all’evanescente impero britannico. A condurre l’iniziativa fu il gruppo del Council on Foreign Relations War and Peace Studies, con sede a New York e finanziato con denaro della Rockefeller Foundation. Come dice Engdahl, in seguito sarebbero stati ripagati nell’ordine delle “migliaia di volte”. Prima, comunque, gli Stati Uniti dovevano conseguire il dominio del pianeta, tanto sotto il profilo militare quanto sotto quello economico.
L’establishment affaristico degli USA prefigurava una “Grand Area” che comprendesse la maggior parte dei paesi esterni al blocco sovietico; per sfruttare tale situazione, occultarono le proprie mire imperialiste dietro una “veste benevola e liberale”, definendo sé stessi in quanto “disinteressati fautori della libertà dei paesi coloniali [nonché] nemici dell’imperialismo”. Avrebbero inoltre “sostenuto la pace mondiale attraverso il controllo delle multinazionali”. Vi suona familiare?
Come ai nostri giorni, si trattava soltanto di un sotterfugio che celava le loro vere finalità, perseguite sotto il vessillo delle Nazioni Unite, del nuovo contesto [degli accordi] di Bretton Woods, dell’FMI, della Banca Mondiale e del GATT, istituzioni che vennero costituite con un unico scopo: integrare i paesi in via di sviluppo nel Nord Globale a dominio statunitense, in modo che le loro ricchezze potessero essere trasferite a favore dei potenti interessi economici e affaristici, per la maggior parte negli USA. A capo dell’iniziativa vi fu la famiglia Rockefeller; vi erano coinvolti i quattro fratelli, laddove Nelson e David furono coloro che la avviarono in prima persona.
Negli anni cinquanta e sessanta, mentre JD III architettava piani volti alla riduzione della popolazione e per la purezza della razza, Nelson operava “dall’altra parte della barricata…in veste di progressista uomo d’affari di calibro internazionale”. Propugnando maggiore efficienza e produttività nei paesi presi di mira, in realtà egli pianificava di aprire i mercati mondiali a importazioni cerealicole dagli USA prive di restrizioni, il che si trasformò nella “Rivoluzione Verde”. Nelson concentrò la propria attenzione sull’America Latina. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale egli coordinò l’intelligence e le operazioni coperte statunitensi sul territorio nazionale; tali attività posero le basi degli interessi postbellici della famiglia, i quali erano connessi al settore militare dell’area dato che benevoli uomini risoluti rappresentano il genere di leader preferito onde garantire un clima favorevole agli affari.

A partire dagli anni trenta Nelson Rockefeller cominciò ad avere rilevanti interessi commerciali in America Latina, in particolare nei settori bancario e petrolifero. Agli inizi del decennio successivo andò alla ricerca di nuove opportunità e, assieme al fratello Laurance, acquistò a buon mercato vasti appezzamenti di terreni agricoli di elevata qualità – che tuttavia non erano destinati ad aziende agricole di piccole dimensioni: i Rockefeller volevano monopoli globali, proponendosi di fare in agricoltura quello che il patriarca della famiglia aveva fatto nel settore petrolifero, utilizzando al contempo i prodotti alimentari e le tecnologie agricole come armi nel quadro della Guerra Fredda.
Nel 1954 l’Agricultural Trade Development and Assistance Act, altrimenti noto con la sigla PL 480 o come “Food for Peace”, assegnò al surplus alimentare il ruolo di strumento della politica estera statunitense. Nelson fece ricorso alla sua considerevole influenza presso il Dipartimento di Stato, dal momento che dal 1952 sino al 1979 tutti i segretari di Stato dell’era postbellica avevano legami con la famiglia tramite la fondazione di quest’ultima: nello specifico, John Foster Dulles, Dean Rusk, Henry Kissinger e Cyrus Vance. Questi individui appoggiavano le opinioni dei Rockefeller sull’iniziativa privata ed erano coscienti del fatto che la famiglia poneva l’agricoltura sullo stesso piano del petrolio – ovvero come merci da “commerciare, controllare [e] rendere scarse o abbondanti” a seconda delle finalità di politica estera delle corporazioni dominanti che ne controllavano la commercializzazione.
La famiglia entrò nel settore agricolo nel 1947, allorquando Nelson fondò la International Basic Economy Corporation (IBEC), attraverso la quale egli introdusse

“l’agribusiness in grande scala in paesi in cui, negli anni cinquanta e sessanta, i dollari statunitensi riuscirono ad acquisire un’enorme influenza”.

All’epoca Nelson si alleò con il colosso del commercio cerealicolo Cargill in Brasile, dove costoro iniziarono a sviluppare varietà di sementi di mais ibride, destinate a grandi progetti; avrebbero reso quel paese “il terzo produttore mondiale di [tali] coltivazioni dopo USA e Cina”. Questo rientrava nella “Rivoluzione Verde” dei Rockefeller che, alla fine degli anni cinquanta, “unitamente ai settori petrolifero e militare, stava rapidamente assumendo per gli Stati Uniti un’importanza economica strategica”.

L’America Latina rappresentava l’inizio di una rivoluzione della produzione alimentare che aveva grandi mire: controllare i “bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione mondiale”. Assieme all’agribusiness degli anni novanta, era “il partner perfetto per l’introduzione…di coltivazioni geneticamente manipolate o piante OGM”. Questo connubio era mascherato da “efficienza del libero mercato, modernizzazione [e] metodo per sfamare un mondo denutrito”. In realtà non si trattava di niente del genere; nascondeva ingegnosamente “il più ardito colpo maestro mai sferrato a scapito del destino di intere nazioni”.

L’agribusiness assume una connotazione globale

La “Rivoluzione Verde ebbe inizio in Messico e negli anni cinquanta e sessanta si diffuse in America Latina”. Quindi venne introdotta in Asia, in particolar modo in India, in un’epoca in cui gli Statunitensi sostenevano che il loro scopo era quello di aiutare il mondo tramite l’efficienza del libero mercato. Si trattava di un percorso a senso unico, da loro a noi, affinché gli investitori corporativi fossero in grado di trarne profitto; assegnò ai colossi statunitensi della chimica e ai principali esponenti del commercio cerealicolo nuovi mercati per i loro prodotti. L’agribusiness stava diventando globale e gli interessi dei Rockefeller erano all’avanguardia nel fornire il proprio contributo affinché la globalizzazione dell’industria prendesse forma.
Nelson lavorava con il fratello JD III, il quale nel 1953 costituì il proprio Agricultural Development Council. I due condividevano uno scopo comune:

“la cartellizzazione dell’agricoltura mondiale e delle derrate alimentari sotto la loro egemonia corporativa”;

essenzialmente si proponeva di introdurre tecniche agricole moderne destinate ad aumentare la resa dei raccolti con la falsa rivendicazione di volere ridurre la fame nel mondo. La medesima lusinga venne in seguito utilizzata per propugnare la “rivoluzione genetica”, appoggiata dagli interessi commerciali dei Rockefeller e dai medesimi colossi dell’agribusiness.

Negli anni sessanta anche il presidente Lyndon Johnson utilizzò i prodotti alimentari come arma. Egli voleva che le nazioni destinatarie acconsentissero al fatto che l’amministrazione e i requisiti indispensabili imposti dai Rockefeller, ovvero il controllo della popolazione e l’apertura dei loro mercati all’industria statunitense, facessero parte dell’accordo; inoltre, per gli scienziati agricoli e gli agronomi dei paesi in via di sviluppo era prevista la formazione relativa alle più recenti concezioni della produzione, in modo che costoro fossero in grado di applicarle nei rispettivi paesi. Tale aspetto “costituì diligentemente una rete in seguito dimostratasi cruciale” per la strategia dei Rockefeller di “diffondere nel mondo l’impiego di coltivazioni geneticamente manipolate”, coadiuvata da finanziamenti dell’USAID e dalle ‘birichinate’ della CIA.

Le tattiche della “Rivoluzione Verde” sono state ‘dolorose’ e hanno richiesto un devastante ‘balzello’ agli agricoltori locali, distruggendo i loro mezzi di sussistenza e costringendoli a trasferirsi a vivere in catapecchie nelle baraccopoli; questi individui, cercando disperatamente di sopravvivere ed essendo facilmente preda di qualsiasi metodo per farlo, hanno fornito sfruttabile manodopera a basso costo.
La “Rivoluzione” ha inoltre arrecato danno ai terreni. Con l’andare del tempo le monoculture soppiantano la diversità, distruggono la fertilità del suolo e riducono la produttività dei raccolti. In ultima analisi l’impiego indiscriminato di pesticidi chimici può determinare gravi problemi per la salute. Engdahl cita un analista il quale ha definito la “Rivoluzione Verde” una “rivoluzione chimica” che i paesi in via di sviluppo non si possono permettere; tale rivoluzione ha avviato il processo di asservimento del debito a causa dei prestiti concessi dall’FMI, dalla Banca Mondiale e da banche private. I grandi proprietari terrieri se li sono potuti permettere, i piccoli coltivatori diretti invece no e, come conseguenza, spesso sono andati in fallimento. Naturalmente l’idea di fondo era proprio questa.

La “Rivoluzione Verde” si è basata sulla “proliferazione di nuove sementi ibride nei mercati dei paesi in via di sviluppo” – sementi che tipicamente non dispongono della capacità di riproduzione. Il calo di produttività dei raccolti ha comportato il fatto che gli agricoltori hanno dovuto acquistare ogni anno sementi dalle grandi aziende produttrici multinazionali, le quali controllano al loro interno le proprie linee parentali delle sementi. Una manciata di colossi del settore ne ha acquisito i brevetti e li ha utilizzati per porre le basi della successiva rivoluzione OGM. Il loro piano è diventato ben presto evidente: le coltivazioni tradizionali dovevano lasciare il posto a varietà ibride ad alto rendimento (HYV) di grano, mais e riso, con rilevanti immissioni chimiche.
Inizialmente i tassi di crescita sono stati sorprendenti, ma non sono durati a lungo. In paesi come l’India, la produzione agricola ha subito un rallentamento e quindi un declino; questi paesi sono stati gli sconfitti, di modo che i colossi dell’agribusiness potessero sfruttare vasti nuovi mercati per i loro macchinari, prodotti chimici e di altro genere; è stato l’inizio dell’“agribusiness”, andato a braccetto con la strategia della “Rivoluzione Verde” che in seguito avrebbe compreso le alterazioni genetiche delle piante.

Agli albori furono implicati due professori della Harvard Business School: John Davis e Ray Goldberg, i quali collaborarono con l’economista russo Wassily Leontief, furono finanziati dalle fondazioni Rockefeller e Ford, quindi avviarono una rivoluzione quarantennale finalizzata al dominio dell’industria alimentare. Essa si basava sull’“integrazione verticale”, del genere di quella che il Congresso mise al bando dopo che colossali gruppi di controllo e trust come la Standard Oil la utilizzarono per monopolizzare interi settori di industrie chiave e per schiacciare la concorrenza.
Tale integrazione verticale tornò in auge durante la presidenza di Jimmy Carter, membro fondatore della Commissione Trilaterale, e venne camuffata come “deregolamentazione” per smantellare “leggi a tutela del consumatore, della sicurezza alimentare e della salute…diligentemente formulate nel corso di decenni”. In base a questa nuova integrazione verticale favorevole all’industria, ora tali leggi avrebbero ceduto il passo. Una campagna propagandistica sosteneva che il problema era il governo, il quale si intrometteva in maniera eccessiva nella vita dei cittadini e doveva essere fatto arretrare a vantaggio di una maggiore “libertà” personale.
Dagli inizi degli anni settanta i produttori dell’agribusiness presero a tenere sotto controllo le scorte alimentari statunitensi, tuttavia ben presto sarebbero passati a una scala globale mai vista in precedenza. Lo scopo: ricavare “sbalorditivi profitti” tramite la “ristrutturazione delle modalità secondo cui gli Statunitensi coltivavano i prodotti vegetali per alimentare sé stessi e il mondo”. Ronald Reagan diede seguito alla politica di Carter e lasciò i principali quattro o cinque monopolisti a dirigerla, il che determinò un’inedita “concentrazione e trasformazione dell’agricoltura statunitense”, con i coltivatori diretti indipendenti estromessi dai loro terreni attraverso fallimenti e vendite forzate, in modo che i “più efficienti” colossi dell’agribusiness potessero subentrare con “aziende agricole industriali”. I piccoli produttori rimanenti diventarono virtuali servi della gleba in veste di “agricoltori a contratto”. Il paesaggio degli USA stava cambiando, con la gente calpestata nell’interesse del profitto.
Engdahl spiega il processo graduale di “fusione e consolidamento su larga scala…della produzione alimentare statunitense…in colossali concentrazioni corporative globali”dai nomi familiari: Cargill, Archer Daniels Midland, Smithfield Foods e ConAgra; man mano che queste aumentavano di dimensione, lo stesso accadeva ai loro utili, con indici annuali di redditività pari al 13 per cento nel 1993 per arrivare al 23 per cento nel 1999.

A rimetterci furono centinaia di migliaia di coltivatori diretti; dal 1979 al 1998 il loro numero diminuì di 300.000 unità; ancor peggio andò agli allevatori di suini, passati nel medesimo periodo da 600.000 a 157.000 unità, cosicché il tre per cento dei produttori si trovò nelle condizioni di controllare il 50 per cento del mercato. I costi sociali furono (e continuano ad essere) sconcertanti, poiché “intere comunità agricole andarono in rovina e città rurali si trasformarono in città fantasma”.

Prendete in considerazione le conseguenze. Nel 2004:

  • i quattro principali industriali della carne in scatola controllavano l’84 per cento della macellazione di manzi e vitelle: Tyson, Cargill, Swift e National Beef Packing;
  • quattro colossi controllavano il 64 per cento della produzione suina: Smithfield Foods, Tyson, Swift e Hormel Foods;
  • tre società controllavano il 71 per cento della lavorazione della soia: Cargill, ADM e Bunge;
  • tre colossi controllavano il 63 per cento di tutta la molitura del grano per ottenere la farina;
  • cinque società controllavano il 90 per cento del commercio cerealicolo globale;
  • altre quattro società controllavano l’89 per cento del mercato dei cereali per la prima colazione – Kellogg, General Mills, Kraft Foods e Quaker Oats;
  • dopo aver acquisito la Continental Grain nel 1998, la Cargill controllava il 40 per cento dei silos per cereali a livello nazionale;
  • quattro grandi colossi del settore agrochimico/sementi controllavano il 75 per cento delle vendite nazionali di grano da semina e il 60 per cento della soia, detenendo al contempo la più consistente quota del mercato agrochimico: Monsanto, Novartis, Dow Chemical e DuPont;
  • sei società controllavano i tre quarti del mercato globale dei pesticidi;
  • Monsanto e DuPont controllavano il 60 per cento del mais e della soia statunitensi – tutti brevettati come sementi OMG.

Inoltre:

  • nel 2002, 10 grandi rivenditori di alimenti controllavano 649 miliardi di dollari di vendite globali, mentre i principali 30 rivenditori di alimenti rendevano conto di un terzo delle vendite globali di generi alimentari e da drogheria.

Fine prima parte

Continua… QUI LA SECONDA PARTE


L’articolo è stato pubblicato originariamente su NEXUS New Times n.75, Agosto – Settembre 2008

tratto da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/i-semi-della-distruzione-5533

 

Chi è William Engdahl

F. William (Bill) Engdahl, eminente ricercatore, economista e analista che si occupa del Nuovo Ordine Mondiale, da oltre 30 anni scrive su tematiche energetiche, politiche ed economiche. Inoltre partecipa di frequente a convegni internazionali in veste di oratore e presta la sua opera di insigne ricercatore associato al Centre for Research on Globalization, col quale collabora regolarmente. Engdahl è autore di A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order (Pluto Press, 2004) e di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation (Global Research, 2007; vedere http://globalresearch.ca/books/SoD.html), argomento del presente articolo. Per contatti email, info@engdahl.oilgeopolitics.net.

 

Su NEXUS New Times ha scritto gli articoli:

OGM: lo sdoganamento della Monsanto (NEXUS 104)

L’imminente crisi del gas estratto con il fracking (NEXUS 105)

Il talco Johnson cancerogeno? È solo la punta dell’iceberg dell’agghiacciante lato oscuro della cosmesi made in Usa!

cancerogeno

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Il talco Johnson cancerogeno? È solo la punta dell’iceberg dell’agghiacciante lato oscuro della cosmesi made in Usa!

Leggi:

Borotalco e Cancro. Johnson & Johnson condannata per la quarta volta! E altri 2400 processi sono in corso. Possibile che una notizia così importante per un prodotto tanto diffuso sia del tutto ignorata dai media? Com’è che il Borotalco è ancora nei negozi? …il potere delle Multinazionali?
Il talco Johnson cancerogeno? È la punta dell’iceberg del lato oscuro della cosmesi Usa

Ha davvero fatto il giro del mondo e sconvolto milioni di famiglie la notizia della condanna della Johnson & Johnson, da parte di una giuria del Missouri, a pagare 72 milioni di dollari di risarcimento alla famiglia di Jacqueline Fox, la cui morte per cancro ovarico è stata legata all’uso quotidiano di Johnson’s Baby Powder e Shower to Shower prodotti a base di talco. Oltre all’entità del risarcimento, a toccare le emozioni più intime di ognuno di noi (almeno di chi ha superato gli “anta”) è il ricordo di come con quanta leggerezza e tenerezza cospargevamo (o eravamo cosparsi) di talco dopo ogni bagnetto.

Ma il caso della Johnson & Johnson è solo la “punta dell’iceberg”, spiega in un bel fondo sul Time Stacy Malkan. Malkan è autore di Not Just a Pretty Face The Ugly Side of the Beauty Industry, letteralmente libro denuncia sul lato oscuro della cosmesi. È anche codirettore di  U.S. Right to Know, portale che ha fatto della denuncia e delle inchieste giornalistiche sul cibo statunitense la sua missione.
Il fatto è che molti prodotti per la cura personale sugli scaffali dei negozi che passiamo sui nei nostri capelli, strofiniamo sulla nostra pelle e mettiamo nelle vasche dei nostri bambini – contengono sostanze chimiche con collegamenti noti ai problemi di salute, senza alcun avvertimento per i consumatori”.
Malkan, spiega che il caso Johnson in realtà non sorprende. E scrive:
Il fatto è che molti prodotti per la cura personale sugli scaffali dei negozi che passiamo sui nei nostri capelli, strofiniamo sulla nostra pelle e mettiamo nelle vasche dei nostri bambini – contengono sostanze chimiche con collegamenti noti ai problemi di salute, senza alcun avvertimento per i consumatori”.
Un problema sottovalutato dai produttori e soprattutto dalle autorità di regolazione, se è vero, come scrive Malkan che
“le aziende negli Stati Uniti sono autorizzate a mettere gli ingredienti in prodotti di cosmesi senza i test di sicurezza necessari e senza divulgare tutti gli ingredienti”.
L’autore che ha lavorato per più di un decennio con la Campagna per la cosmesi sicura, la coalizione dei gruppi sanitari e ambientali in prima linea nella ricerca degli ingredienti utilizzati nei prodotti per la cura personale, racconta di aver inviato centinaia di prodotti in laboratorio per scoprire se contenevano composti non elencati sulle etichette e in molti casi trovandoli.Nel corso della sua attività con la coalizione Campaign for Safe Cosmetics sono state scoperte due sostanze chimiche  collegate al cancro, la formaldeide e al 1,4 diossano, in decine di shampoo e prodotti da bagno per bambini.

“La gente era sconvolta. Due anni dopo, dopo aver riportato che Johnson & Johnson vendeva versioni senza formaldeide dei loro prodotti per bambini in Europa e in altri paesi, la società ha annunciato di riformulare i propri prodotti in tutto il mondo per rimuovere l’ingrediente. Non avrebbe dovuto lavorare in questo modo”.

Ricorda Malkan: “La gente era sconvolta. Due anni dopo, dopo aver riportato che Johnson & Johnson vendeva versioni senza formaldeide dei loro prodotti per bambini in Europa e in altri paesi, la società ha annunciato di riformulare i propri prodotti in tutto il mondo per rimuovere l’ingrediente. Non avrebbe dovuto lavorare in questo modo. Le aziende dovrebbero utilizzare in primo luogo gli ingredienti più sicuri possibile, e il governo dovrebbe tenere conto di questo”.

La differenza tra legislazione statunitense ed europea è evidente per il codirettore di U.S. Right to Know. “In Europa non troverete talco in molte polveri baby, l’idrochinone  nelle creme cutanee, l’acetato di piombo in tinture per capelli o molte altre sostanze tossiche perché sono vietate dai prodotti per la cura personale. Negli Usa potete trovare quelle sostanze nei prodotti per la cura personale, senza alcun avviso sulla salute”.

Negli Stati Uniti, denuncia Malkan, il gruppo di revisione degli ingredienti cosmetici, un organismo non governativo che condivide uffici con l’associazione commerciale del settore cosmetici, è incaricato di determinare se gli ingredienti sono sicuri. Anche se si consiglia di non utilizzare uno, le aziende sono libere di ignorare queste raccomandazioni”.

 

“I consumatori chiedono norme che impediscano alle aziende di  nascondere ingredienti tossici. E le industrie cosmetiche e chimiche stanno combattendo duramente per assicurarsi che non ci siano cambiamenti”.

Ora negli Usa è in discussione un disegno di legge che dovrebbe dare più autonomia di controllo alla Food and Drug Administration, ma per Malken “il disegno di legge deve essere rafforzato; i consumatori chiedono norme che impediscano alle aziende di  nascondere ingredienti tossici. E le industrie cosmetiche e chimiche stanno combattendo duramente per assicurarsi che non ci siano cambiamenti”.

Consclude Malkan: “La cosa più importante che ho imparato dai miei anni per ottenere prodotti di bellezza più sicuri è che quando ci troviamo insieme, possiamo cambiare il mercato. Possiamo cambiare anche prodotti e aziende. Dobbiamo anche cambiare le leggi in modo che i consumatori e le aziende abbiano accesso alle informazioni più idonee per fare le scelte più informate sui prodotti più sicuri.Insieme, possiamo dare al settore della bellezza una trasformazione”.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/05/30/il-talco-johnson-cancerogeno-negli-usa-e-solo-la-punta-di-un-iceberg/23106/

Il CETA è ancora peggio del TTIP. È una porcata che serve solo a sacrificare la salute della Gente al business delle Multinazionali! …E infatti il nostro Governo lo ha già approvato nel più totale silenzio dei media complici!

 

CETA

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

Il CETA è ancora peggio del TTIP. È una porcata che serve solo a sacrificare la salute della Gente al business delle Multinazionali! …E infatti il nostro Governo lo ha già approvato nel più totale silenzio dei media complici!

 

CETA: il colpo di stato silenzioso procede a tappe. Ok da Governo italiano. Adesso tocca al Parlamento

Il contestato accordo commerciale tra Unione europea e Canada (CETA), firmato il 30 ottobre 2016 e ratificato il 15 febbraio scorso dal Parlamento Ue a Bruxelles, è ora all’attenzione dei vari Governi nazionali che dovranno far ratificare l’accordo ai rispettivi parlamenti. L’ Italia nell’ultimo consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge di ratifica e attuazione del trattato di libero scambio con il Canada. Negative le ripercussioni per il grano duro del mezzogiorno di cui nessun  media nazionale ha dato notizia. E’ questo il mezzogiorno protagonista immaginato dal Governo Gentiloni?

Il cambio di rotta nella politica commerciale europea prosegue negli stati membri. Dopo l’ approvazione del CETA a Bruxelles,  l’ Italia ha dato l’ ok in Consiglio dei Ministri. Nella seduta di mercoledì 24 maggio, il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Angelino Alfano, ha approvato un disegno di legge di ratifica ed esecuzione  dell’Accordo economico e commerciale globale tra il Canada, da una parte, e l’Unione europea e i suoi Stati membri, dall’altra, con allegati, fatto a Bruxelles il 30 ottobre 2016, e relativo strumento interpretativo comune.

L’Accordo – si legge nel comunicato del governo – ha lo scopo di “stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge nello stesso comunicato – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”.

Il CDM è stato fatto in gran silenzio prima di passare la palla al Parlamento che dovrà ratificare questo accordo nefasto per l’ agricoltura del mezzogiorno e per i consumatori.

Cos’è il CETA?
Il CETA è un documento lunghissimo di 1598 pagine [PDF], che contiene centinaia di articoli. Uno dei suoi effetti principali sarà l’eliminazione della gran parte delle tariffe doganali tra Unione Europea e Canada, ma il trattato contiene anche molte altre disposizioni. Per esempio consente alle imprese europee di partecipare alle gare per gli appalti pubblici in Canada e viceversa. Si stabiliscono il reciproco riconoscimento di titoli professionali e nuove regole per proteggere il diritto d’autore e i brevetti industriali. In base a questo accordo commerciale, le multinazionali potranno andare a fare ‘business’ in Canada nel settore dei servizi. L’accordo prevede anche la tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli e alimentari tipici, una clausola fortemente richiesta dagli agricoltori europei. Il trattato taglia fuori il grano che non avendo alcuna protezione né alcun marchio di tutela rischia di essere la cenerentola dell’ accordo. Eppure parliamo del miglior grano duro al mondo: quello del mezzogiorno che mai nessun Governo ha saputo valorizzare e difendere in ambito mondiale.

Il folle accordo commerciale rischia di distruggere la granicoltura del Mezzogiorno d’Italia

Il Canada è il principale competitor nel mercato del grano duro, di cui è il primo paese produttore ed esportatore mondiale. In Canada si producono, grosso modo, due tipi di grano duro: uno buono (quello di 1° grado e 2° grado che i canadesi tengono per loro) e uno pieno di contaminanti (quello di 3°-4°-5° grado). Quello di 3° grado è ufficialmente l’ unico che arriva in Italia, in prevalenza al Porto di Bari e viene quotato al Borsino di Altamura.

Il Canada tiene molto al CETA, perché non sa come “sbarazzarsi” di tutto il grano duro contaminato che produce e che viene fatto maturare artificialmente a colpi di glifosato, il temibile erbicida (seccatutto)  che il Test del Salvagente ha trovato nelle urine delle mamme in gravidanza (come vi abbiamo scritto qui).

Grazie al CETA nessuno sarà più esente da contaminazione da glifosate. Nemmeno Angelino Alfano a cui questo particolare sarà sfuggito perché la Lorenzin non glielo ha fatto notare.

Ci sono numerosi dati sperimentali condotti su cellule placentari ed embrionali umane che dimostrano come il glifosato induca necrosi e favorisca la morte cellulare programmata – ha spiegato Patrizia Gentilini, oncologa e membro del comitato scientifico di Isde, in occasione della conferenza stampa in cui sono stati presentati gli esiti del Test – Quindi si tratta di una sostanza genotossica oltre che cancerogena, come ha stabilito la Iarc, non dimenticando che l’erbicida agisce anche come interferente endocrino”.

Il grano canadese oltre che di glifosate è ricco di DON e Cadmio che noi abbiamo trovato nella pasta italiana con il Test GranoSalus

Gli interessi del Canada si saldano, dunque, con quelli della grande industria italiana della pasta, che fino ad oggi ha utilizzato a piene mani il grano duro canadese, calpestando i divieti dell’ Unione europea sul glifosate. Che al Ministro della Salute sono evidentemente sfuggiti.

E’ bene ricordare che i consumi di pasta nel mondo crescono e le nostre industrie, che hanno la leadership nel mondo della pasta, sono costrette a prendere grano ovunque, che viene miscelato al nostro.

In cambio dei presunti vantaggi che deriverebbero a qualcuno, scrive il blog de I Nuovi Vespri, i canadesi chiedono di potere esportare in Europa i propri prodotti, a cominciare dal grano duro che si produce nelle aree fredde e umide e che in Canada non si consuma: i canadesi, infatti, non sono fessi e sanno benissimo che il loro grano duro fatto maturare con il glifosato fa male alla salute: così lo ‘rifilano’ all’Europa. E pazienza se a pagarne le conseguenze saranno i produttori di grano duro del Sud Italia, insieme ai consumatori!

E’ bene ricordare che il CETA non consentirà deroghe. Insomma: gli interessi delle multinazionali verranno prima degli interessi degli Stati. Se per esempio GranoSalus dovesse permettersi di far causa al Ministro della Salute per far rispettare il divieto sul glifosate, le multinazionali che esportano il grano in Italia si rivarrebbero direttamente sullo Stato italiano.

Un Consiglio dei Ministri silenzioso

Il consiglio dei ministri  si è riunito mercoledì sera in fretta e furia per parlare di questi argomenti senza neanche un minuto di preavviso. Non è stata convocata nessuna conferenza stampa. Una notizia di epocale importanza che è stata sottaciuta dai media? Come mai?

Con l’approvazione in Consiglio dei Ministri del CETA Gentiloni ha scoperto le carte. Insomma, il Partito Democratico non può sottrarsi alle pressioni delle multinazionali che hanno grandi interessi affinché il CETA venga approvato.

Nel frattempo il Ministro per la Coesione territoriale De Vincenti ha annunciato che a Matera il 5 giugno si terrà un convegno su “Mezzogiorno Protagonista: Missione Possibile“. Un mezzogiorno che, dato il flusso delle navi a Bari e dintorni, sta diventando la grande piattaforma logistica del CETA, grazie ad un colpo di stato silenzioso che rischia di pregiudicare il più grande giacimento d’oro dell’Italia.

 

 

L’appello del Nobel per l’economia Joseph Stiglitz al Parlamento Italiano: Non firmate l’accordo TTIP, NON IMMAGINATE NEANCHE COSA STATE PER FIRMARE !! – E infatti, il Governo Italiano chiede ufficialmente di continuare trattative !!

Nobel per l’economia

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

.

 

L’appello del Nobel per l’economia Joseph Stiglitz al Parlamento Italiano: Non firmate l’accordo TTIP, NON IMMAGINATE NEANCHE COSA STATE PER FIRMARE !! – E infatti, il Governo Italiano chiede ufficialmente di continuare trattative !!

 

L’appello del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz al Parlamento Italiano: Non firmate l’accordo TTIP, NON IMMAGINATE NEANCHE COSA STATE PER FIRMARE !! 

Il premio Nobel per l’economia (2001) Joseph Stiglitz, ospite del Parlamento italiano il 24 settembre 2014, parla del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership).

L’accordo sul TPP che è stato trovato oggi ad Atlanta fa da apripista al TTIP, l’accordo di libero scambio che (se approvato) raderà al suolo le nostre tipicità agroalimentari e aprirà agli OGM, alla carne agli ormoni e all’arbitrato internazionale per la risoluzione delle controversie: il tribunale al quale si rivolgerà qualunque azienda privata che riterrà che i suoi interessi economici siano stati intaccati dalle politiche degli Stati.

fonte: http://zapping2015.altervista.org/lappello-del-premio-nobel-per-leconomia-joseph-stiglitz-al-parlamento-italiano-non-firmate-laccordo-ttip-non-immaginate-neanche-cosa-state-per-firmare/

TTIP, ITALIA CHIEDE UFFICIALMENTE DI CONTINUARE TRATTATIVE

Ttip: Italia e altri 11 Paesi scrivono lettera a Ue per continuare trattative. Incontro Malmstroem-Froman, prossimo round 3 ottobre a New York.

Continuare i negoziati con gli Usa sull’accordo di libero scambio Ttip, e proseguire con la firma di quello con il Canada, il Ceta. E’ la richiesta che 12 Paesi tra cui l’Italia – ma non Francia e Germania – hanno rivolto alla Commissione Ue in una lettera, in vista della riunione informale dei ministri del commercio che si terrà a Bratislava il prossimo venerdì dove dovranno chiarirsi le reali posizioni dei diversi Paesi, tra loro divisi. Intanto la commissaria al commercio Cecilia Malmstroem ha incontrato oggi a Bruxelles il suo omologo americano Michael Froman, con cui è stato deciso di avviare il prossimo round di negoziati il 3 ottobre a New York.

“Siamo fiduciosi”, scrivono alla Malmstroem il ministro allo sviluppo economico Carlo Calenda e i colleghi di Irlanda, Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Finlandia, Repubblica ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Spagna e Portogallo, “che sarà in grado di raggiungere gli obiettivi in linea con il mandato” ricevuto dai 28 nel 2013. Per questo, sottolineano i 12 stati membri, “ribadiamo il nostro impegno e sostegno dato alla Commissione nei negoziati” e “guardiamo alla continuazione dei negoziati del Ttip con gli Usa”. I ministri dei 12 hanno ribadito il loro sostegno anche all’accordo commerciale con il Canada, che deve più solo essere firmato per entrare in vigore in modo provvisorio. “Aspettiamo la firma del Ceta il 27 ottobre e l’applicazione provvisoria dell’accordo” ritenuto “ampio e profondo” e “basato sulla realtà dei modelli commerciali di oggi”.

Nell’incontro odierno tra Malmstroem e Froman, che si rivedranno anche a Bratislava dove si giocherà una partita cruciale sul futuro dei negoziati con gli Usa, sono stati “discussi i prossimi passi per andare avanti” e, hanno assicurato i due, “abbiamo diretto le nostre squadre per fare il maggior numero di progressi possibili al prossimo round programmato per il 3 ottobre a New York”. Uno dei tentativi, secondo fonti europee, è cercare di lasciare comunque una porta aperta per proseguire le discussioni dopo le elezioni americane, ormai imminenti.

Tratto da Ansa.it

Possibile vaccino anti-tumorale scoperto per caso negli Usa

vaccino

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Possibile vaccino anti-tumorale scoperto per caso negli Usa

Alla base del nuovo trattamento, sperimentato con successo sui topi, una proteina che inibisce la capacità di un qualsiasi tumore di bloccare l’attività del sistema immunitario

Nel corpo, l‘immunità anti-cancro è immobilizzata dalla capacità delle cellule del cancro di bloccare l’attività del sistema immunitario, ma un naturale de-immobilizzatore del sistema immunitario è stato recentemente identificato. Un team di scienziati della Michigan Medicine University ha individuato ora una speciale proteina che blocca la capacità del cancro di impedire al sistema immunitario di distruggere le cellule tumorali. La proteina in questione, chiamata C3d, ha il potenziale per essere alla base di un vaccino preventivo contro il cancro e di essere utilizzata per il suo trattamento. “La nostra terapia del cancro blocca l’immunosoppressione indotta dal tumore – spiega la dottoressa Marilia Cascalho, professoressa di chirurgia, microbiologia e immunologia presso la Michigan Medicina, sulle pagine del Journal of Clinical Investigation Insight -. E’ naturale e non ha effetti collaterali negativi”.

Sostanza individuata non ha effetti collaterali

“Il successo più recente dell’immunoterapia del cancro – evidenzia Cascalho, che ha collaborato a stretto contatto con il collega Jeffrey L. Platt – è con agenti che bloccano l’inibizione del sistema immunitario. Anche se c’è stato un enorme successo dell’immunoterapia, il problema risulta esser la sua non specificità e i molteplici effetti collaterali. La nostra terapia del cancro utilizza un nuovo percorso per bloccare l’immunosoppressione indotta dal tumore. E’ diversa perché, quando durante la sperimentazione C3d è stata iniettata nelle cellule tumorali, non ha avuto effetti collaterali”. C3d, attivato dagli anticorpi, si occupa anche delle cellule danneggiate o comunque estranee. “C’è una buona ragione per cui C3d può essere usata come un vaccino – commenta Cascalho -. Tradizionalmente i vaccini contro il cancro sono prodotti per un antigene specifico e i ricercatori devono determinare quali antigeni sono presenti in alcuni tipi di cancro. Ma la grande sfida è che i tumori sono diversi, e hanno diversi antigeni. I tumori inoltre si evolvono, così gli antigeni non possono rimanere sempre presenti. Questo rende difficile sviluppare un vaccino anti-cancro”.

Vaccino funziona contro tutte le forme tumorali

“Rispetto ai metodi tradizionali, la nostra scoperta ha un grande vantaggio – aggiunge la ricercatrice -. L’utilizzo di C3d per lo sviluppo di un vaccino non necessita di una conoscenza preventiva degli eventuali antigeni tumorali presenti”. Non si tratta di un dettaglio di poco conto, perché ciò ci consente di utilizzare C3b come un vero e proprio vaccino anti-cancro”. Nella sperimentazione condotta sui topi affetti da melanoma e linfoma, il farmaco si è dimostrato in grado di impedire al cancro di bloccare il sistema immunitario. In particolare c’è stato un calo dell’ 80-90 per cento di tumori cancerosi. “La sorpresa più grande – spiega ancora Cascalho – è che la vaccinazione anti-cancro con C3d ha prodotto una immunità anti-tumorale di lunga durata. Il vaccino potrebbe essere utilizzato come terapia in soggetti che sono predisposti al cancro per via della genetica o per condizione precancerosa”.

Un risultato inaspettato e del tutto casuale

Gli scienziati stavano sperimentando l’uso della proteina nella lotta all’Hiv. Samuel Balin, un dermatologo dell’Università della California, a Los Angeles, ha chiesto tuttavia la possibilità di valutarne le proprietà in una sua personale indagine per il possibile uso contro il cancro. Ciò che ha scoperto ha dell’incredibile e apre di fatto scenari inimmaginabili. “In questo momento – sostiene prudentemente la ricercatrice – C3d sembra essere incredibilmente promettente”. Stando a quanto dichiarato dai ricercatori la proteina non necessita di un impiego diretto sull’organo colpito da tumore, ma può essere utilizzata anche per il trattamento di neoplasie oggi considerate non trattabili in quanto si trovano in siti inaccessibili persino attraverso un intervento chirurgico.

Fonti:  Eurekalert   National Center for Biotechnology Information   Journal of Clinical Investigation Insight

Tratto da: http://notizie.tiscali.it/scienza/articoli/vaccino-anti-tumorale-sviluppato-negli-usa/

 

Vi siete mai chiesto cosa accadrebbe se scoppiasse una guerra tra Usa e Corea del Nord?

attacco nucleare

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

Vi siete mai chiesto cosa accadrebbe se scoppiasse una guerra tra Usa e Corea del Nord?

 

Cosa accadrebbe se la Corea del Nord lanciasse un attacco nucleare

Esistono protocolli specifici per diversi scenari termonucleari, ma nessuno sa con certezza cosa accadrebbe se una guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord si concretizzasse.

È uno scenario da giorno del giudizio. Nonostante la retorica utilizzata in queste ore da Corea del Nord e Stati Uniti, l’unica opzione per risolvere la crisi nella regione resta quella diplomatica. Bisogna discernere un tweet dalla reale posizione politica e militare.

Medesimo ragionamento per la retorica del Nord.

Ammettiamo per assurdo che la Corea del Nord in maniera preventiva o per ritorsione ad un attacco convenzionale subito riuscisse a lanciare una o più testate nucleari. La Corea del Nord ha investito enormi risorse in una forza missilistica di proiezione mobile disseminata in profondità in tutto il paese. È praticamente certo che gli Stati Uniti, qualora dovessero decidere di attaccare preventivamente la Corea del Nord, non riuscirebbero ad azzerare le minaccia missilistica, perdendo quasi certamene Seul. Qualora un attacco missilistico nemico fosse ritenuto imminente, si attiverebbero i protocolli Kill Chain per la distruzione chirurgica preventiva dei siti di lancio, secondo le procedure 4D: rilevare, interrompere, distruggere, e difendere. Tuttavia, un attacco preventivo è sempre difficile da giustificare diplomaticamente, considerando che pochi secondi dopo scoppierebbe una guerra dalle conseguenze inimmaginabili.

Tale scenario si basa sui piani strategici elaborati da Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. A riferimento prendiamo quindi il piano di emergenza OPLAN 5029 ed OPLAN 5027. Le specifiche dell’OPLAN 5015, infine, sono classificate ma, dovrebbe prevedere i piani di attacco preventivi contro la Corea del Nord. In questo scenario, tralasciamo la scarsa affidabilità degli intercettori basati in Alaska ed in California (programma da 36 miliardi di dollari) e le capacità del Pacific Missile Range (in fase di test) degli Stati Uniti. Tale wargame, infine, si basa sulla teoria e non considera alterazioni del paradigma (inevitabili) come il ruolo della Cina.

Prima fase: Testate nucleari in volo (scenario non SLBM)

Corea del Sud e Giappone, circa 180 milioni di persone e 75.000 soldati statunitensi sarebbero i principali obiettivi di un attacco nucleare del Nord. Ad essere immediatamente attivata sarebbe la Korea Air and Missile Defense. Se la Corea del Nord lanciasse un attacco convenzionale, i danni provocati sarebbero accettabili diversamente dalle testate nucleari contro cui il margine di intercettazione, pena conseguenze inaccettabili, dovrebbe raggiungere il 100%. Grado di certezza che non sarà mai possibile raggiungere. Il Kinetic Kill del Terminal High Altitude Area Defense o THAAD è ritenuto in grado di distruggere un missile balistico a medio e corto raggio grazie all’energia cinetica da impatto. Lockheed Martin, conferma un raggio di azione di 200 km ad un’altitudine operativa di 150 km ed una velocità massima di Mach 8.24. I sistemi THAAD chiudono il cerchio difensivo a protezione dello strato esterno della Corea del Sud, integrandosi ai sistemi Aegis e Patriot. Il suo raggio di intercettazione è di 120°: un sottomarino, concettualmente, potrebbe lanciare il suo carico da qualsiasi direzione. Una batteria THAAD si compone di sei lanciatori montati su camion per 48 intercettori, otto per ogni lanciatore, una unità di controllo del tiro e della comunicazione ed un radar AN / TPY-2. Il sistema migliora sostanzialmente la capacità di difesa contro un attacco missilistico della Corea del Nord, poiché quando incorporato in un’architettura di difesa, il THAAD incrementa la possibilità di intercettare i vettori in entrata, sebbene non rappresenti la difesa perfetta (non esiste). Per ammorbidire la posizione della Cina, il radar in banda X è posto in modalità di intercettazione terminale. Il THAAD è concepito per intercettare una manciata di missili in arrivo, non per contrastarne centinaia in fase terminale. Nessuno sistema missilistico di difesa assicura una schermatura completa. Nove cacciatorpediniere in turnazione sono sempre in pattugliamento al largo della Corea del Sud. La schermatura difensiva del Giappone è ritenuta più efficace di quella della Corea del Sud ed integrata nella rete statunitense. La maggior parte dei sistemi missilistici di difesa non sono mai stati testati in condizioni reali. Sono asset concepiti per ridurre la percentuale dei missili in entrata e per garantire la rappresaglia.

La rappresaglia

Prendiamo a riferimento l’OPLAN 8010-12, testo di riferimento strategico dove si rileva la “necessità di una volontà politica americana nell’impiegare le forze strategiche qualora la deterrenza fallisse”. Le soglie di tolleranza sono delineate, ma nell’OPLAN 8010 si rileva testualmente che “il presidente può ordinare a Stratcom di rispondere ad un atto ostile o ad una minaccia imminente”. Non vi è un vincolo sul potenziale uso del nucleare. OPLAN 8010 è un piano strategico che incorpora diversi elementi del potere nazionale per esercitare pressione ed ottenere effetti strategici contro avversari specifici. Qualora le testate della Corea del Nord venissero immediatamente intercettate, la risposta militare degli Stati Uniti sarebbe senza dubbio decisa, ma di natura convenzionale. Il punto è che una volta in volo, nessuno conoscerebbe il loro carico utile interno prima della loro detonazione. Da valutare anche il bersaglio prescelto, le potenziali vittime ed il numero di vettori lanciati. Queste alcune delle infinite variabili da considerare.

Ciò significa che il comandante in capo, il Presidente degli Stati Uniti, dovrà decidere in pochi minuti un immediato grado di risposta. In sintesi: Trump potrebbe ordinare una rappresaglia nucleare, mentre le le testate del Nord sono in volo. Sarebbe una decisone politica che richiede compostezza, giudizio, moderazione, abilità diplomatica e percezione delle tecnologia in possesso delle fazioni da colpire. Consentendo un’alterazione del paradigma, gli Stati Uniti potrebbero anche decidere di attendere l’efficacia e la natura dell’attacco del Nord prima di ordinare una rappresaglia di qualche tipo.

Se di natura convenzionale, lo scontro vedrebbe Stati Uniti e Corea del Sud piegare la Corea del Nord nel breve termine con una ragionevole certezza di perdere Seul. A riferimento prendiamo il Korea Massive Punishment and Retaliation, piano strategico di attacco della Corea del Sud per annientare Pyongyang con forze missilistiche, sbarramento di artiglieria ed invasione terrestre. Le perdite sarebbero elevatissime da entrambi gli schieramenti.

Se la Corea del Nord lanciasse un attacco nucleare, per i motivi spiegati in precedenza, gli Stati Uniti non avrebbero altra scelta che attivare la linea Trident II. Teoria, valutazioni e supposizioni. Innescata la guerra, ogni decisione politica e miliare diverrà più complicata.

La risposta proporzionale

E’ un concetto strategico. “Valutata la minaccia, una proporzionale risposta, ma in grado di arrestare il potere decisionale e militare di un nemico”. Tuttavia, una risposta proporzionale, una volta autorizzato il lancio di testate nucleari, non esiste. E’ un principio che dovrebbe guidare la valutazione immediata in uno scenario di guerra.

Per ridurre il tempo di volo dalla linea di fuoco fissa dei Minuteman in patria, Donald Trump autorizzerebbe il lancio da uno dei sottomarini strategici classe Ohio sempre in navigazione. Secondo il concetto della ridondanza Usa, da quattro a sei Ohio sono sempre in mare a copertura di potenziali obiettivi. Il concetto della proporzionalità si applica per la scelta delle testate da impiegare. Approssimativamente, i sottomarini balistici trasportano 890 testate.

La linea morbida di attacco è formata da 506 testate W76/Mk4A da 100 kt. La linea pesante da attacco è format da 384 testate pesanti W88 / MK5 da 455 kt.

E’ un grado distruttivo inimmaginabile. L’ordigno che colpì Hiroshima aveva una resa esplosiva di 15 kt. Il tempo necessario per lanciare un attacco nucleare è stimato in otto / dodici minuti. Esistono protocolli specifici per diversi scenari termonucleari, ma nessuno sa con certezza cosa accadrebbe se una guerra tra Stati Uniti e Corea del Nord si concretizzasse.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/mondo/cosa-accadrebbe-se-corea-nord-lanciasse-attacco-nucleare-1386428.html

Avrete già letto dell’eccezionale successo della Moab (la madre di tutte le bombe) lanciata da Trump. Distrutto il tunnel dell’Isis. Ma nessuno vi ha detto che quel tunnel fu voluto e progettato proprio dagli Americani!

Moab

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook: Zapping

.

 

Avrete già letto dell’eccezionale successo della Moab (la madre di tutte le bombe) lanciata da Trump. Distrutto il tunnel dell’Isis. Ma nessuno vi ha detto che quel tunnel fu voluto e progettato proprio dagli Americani!

MOAB – USA SGANCIANO LA PIÙ POTENTE BOMBA NON NUCLEARE AL MONDO PER COLPIRE I TUNNEL DELL’ISIS… FINANZIATI DALLA CIA

Gli Stati Uniti d’America hanno sganciato, per la prima volta, la “Gbu-43 massive ordnance air blast bomb” (MOAB), una bomba da in grado di contenere 11 tonnellate di esplosivo, il più potente ordigno non nucleare mai realizzato dall’uomo. Obiettivo dichiarato dal Pentagono: un sistema di tunnel realizzati dai miliziani dell’Isis presso il distretto di Achin, in Afghanistan.
I media internazionali, riportano testimonianze di afgani che, seppure in un Paese in guerra da decenni, parlano di qualcosa di “mai visto”, una fiammata accecante seguita da qualcosa di molto simile ad un terremoto. A Washington, il Presidente Donald Trump esprime tutta la sua soddisfazione per l’esito della missione portata a termine grazie all’utilizzo della MOAB, facendo capire ai giornalisti presenti che tale azione di forza intrapresa dagli USA rappresenti anche un avvertimento al Governo di Pyongyang.

Un articolo del The New York Times Magazine datato 2005, spiega come i tunnel ora bombardati dagli USA in Afghanistan contengano “bunker e campi base, scavati in profondità nelle pareti rocciose” facenti “parte di un complesso finanziato dalla CIA e costruito per i mujaheddin”. Negli anni Ottanta, infatti, la CIA finanziava e armava i ribelli jihadisti in Afghanistan, utilizzandoli nella “guerra per procura” (“proxy war”) contro la Russia sovietica, più o meno quello che sta avvenendo ora in Siria; un finanziamento stimato in “3 miliardi di Dollari in armi e fondi che la CIA ha investito nella jihad”, soldi finiti nei conti della “Saudi Binladin Group“, una delle imprese edili più prospere in Arabia Saudita e in tutto il Golfo Persico, appartenente a Salem Bin Laden, erede del secondo patrimonio saudita in ordine di grandezza, nonché socio in affari di George W. Bush.

Nico ForconiControInformo.info