Aspirina per 5 anni riduce del 60% il tumore della prostata

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Aspirina per 5 anni riduce del 60% il tumore della prostata

L’utilizzo dell’aspirina per lunghi periodi di tempo può ridurre fino al 60% l’insorgenza del tumore della prostata. Mediamente la protezione si attesta sul 40% ma se il farmaco viene preso regolarmente per cinque anni sale, infatti,al 60%.
E’ quanto emerge da uno studio condotto dalla Società italiana di medicina generale (Simg) su 13.453 pazienti affetti da malattie cardio-vascolari e presentato in occasione del congresso nazionale della società.

«Quello alla prostata è, infatti, il tumore più frequente tra la popolazione maschile del nostro paese e quest’anno colpirà 35mila italiani. Grazie all’effetto protettivo dell’aspirina potremo dimezzare il rischio di nuovi casi» sottolinea Claudio Cricelli presidente Simg.

La ricerca, che dimostra anche l’efficacia nel ridurre del 30% i casi di carcinoma al colon retto, ha utilizzato i dati raccolti nel portale Health Search Ims Health Longitudinal Patient Database. L’aspirina, spiega Francesco Lapi, direttore della ricerca di Health Search, «è un farmaco antiaggregante e antinfiammatorio, agisce inibendo alcune vie enzimeatiche che favoriscono la proliferazione cellulare. Quindi riesce a bloccare la riproduzione incontrollata delle cellule che caratterizza le patologie oncologiche».
I dati della ricerca italiana sono in linea con quelli di altre simile condotte all’estero, aggiunge Francesco Cognetti presidente della Fondazione “Insieme contro il cancro” e mostrano la necessità di «rafforzare l’alleanza tra medico di medicina generale e oncologo per incentivare la prevenzione dei tumori del nostro paese».

Un’altra bomba ambientale di cui nessuno parla – Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino. Risultato: tumori e inquinamento!

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Un’altra bomba ambientale di cui nessuno parla – Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino. Risultato: tumori e inquinamento!

 

Fusti di botulino, medicinali scaduti, scarti umani: c’è di tutto sotto le campagne di Cassino
Una vera e propria bomba ambientale che ha provocato tumori e inquinamento nella zona di Nocione. L’indagine coordinata dalla Procura di Cassino con la Guardia di Finanza

Migliaia di tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi nelle campagne di Cassino. Una vera e propria “Terra dei fuochi” laziale che in oltre vent’anni ha provocato danni devastanti all’ambiente e alla salute di uomini e animali, in una zona ad alta vocazione agricola. Succede a Nocione, area di diverse migliaia di metri quadrati a confine con Sant’Elia Fiumerapido dove per oltre vent’anni si è smaltito praticamente di tutto: dai fusti di botulino agli scarti di laboratorio, fino ad arrivare ad arti umani.

Le indagini, sono a una fase avanzata, vengono portate avanti dalla Guardia di Finanza di Cassino, sotto il coordinamento del procuratore Capo di Cassino Luciano D’Emmanuele, e si muovono su due fronti. Il primo che mira alla raccolta di una serie di testimonianze dei residenti ed ex dipendenti del comune per capire se hanno visto attività di scavo nella zona, l’altro concerne analisi del terreno.

I militari del colonnello Roberto Piccinini, comandante provinciale delle Fiamme Gialle, coordinati dal tenente colonnello Massimiliano Fortino hanno ricostruito tutto il percorso di smaltimento di rifiuti tossici pericolosissimi provenienti dalla Lombardia. Nei verbali di interrogatorio, i cui stralci sono stati pubblicati dal quotidiano Il Tempo,  si leggono dichiarazioni sconcertanti rilasciate da coloro che, per convenienza e per interesse, hanno partecipato all’interramento senza all’epoca proferir parola. “Abbiamo scavato di notte buche profonde anche trenta metri. Qui poi arrivavano i camion e gettavano tutto. Scarti ospedalieri, protesi di gambe e braccia rimosse dal corpo dei pazienti, cromo esausto e poi del siero, tanto siero scaduto e proveniente da Milano dove c’era un laboratorio che doveva smaltire senza pagare cifre astronomiche”.

Si parla di connivenze tra amministratori, colletti bianchi e alcuni imprenditori del settore rifiuti, che avrebbero scelto non a caso un terreno da tempo abbandonato per agire indisturbati. I primi sospetti sono iniziati ad emergere quando gli animali da cortile hanno iniziato a morire in pochi istanti dopo aver bevuto l’acqua di un canale. C’è una testimonianza, finita a verbale nei fascicoli della procura, che parla di odori nauseabondi provenienti dal canale Nocione, di strani movimenti notturni di camion ed escavatori, e soprattutto di un episodio in cui alcune galline, finite casualmente nel fosso dove giacevano i materiali tossici, sarebbero morte in meno di cinque minuti. “Da quel momento in poi abbiamo smesso di coltivare l’orto. Abbiamo fatto analizzare l’acqua e i dati dell’Arpa ci hanno segnalato la presenza di cromo, sia nel terreno che nell’acqua”, racconta una contadina.

Per non parlare delle malattie: dodici casi di linfoma di Hodgkin fra gli abitanti della zona. Un’anomalia che ha indotto un medico romano a segnalare la cosa alla Dia e appunto alla Guardia di Finanza. Contemporaneamente sono arrivati gli esposti degli ambientalisti corredati di fotografie che attestano il rinvenimento, durante i lavori di scavo per l’ampliamento di un pozzo, di resti umani e scarti di sala operatoria.

Le indagini proseguono a ritmo serrato, anche con l’utilizzo di mezzi altamente sofisticati: per i rilievi la GdF ha utilizzato anche aereo un P166 dotato di scanner termico sensibile alle radiazioni termiche emesse da svariate superfici e idoneo alla realizzazione di immagini e mappe termiche geocorrette. In grado di discriminare, con precisione al decimo di grado centigrado, temperature superficiali in un range dai -20° ai 110°. In questo modo si capirà se realmente ci sono altri interrati nella zona di Nocione e quali sono le dimensioni esatte del disastro ambientale.

fonte: http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/cassino-inquinamento/

Tutta la verità sulla sperimentazione del Metodo Di Bella? L’aveva già chiaramente esposta Report nel 2000. Contraddizioni, farmaci scaduti, preparati male o non fedeli al protocollo, studi sballati. Una truffa ai danni dei malati di tumore che ci è costata 70 miliardi delle vecchie lire

Metodo Di Bella

 

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Tutta la verità sulla sperimentazione del Metodo Di Bella? L’aveva già chiaramente esposta Report nel 2000. Contraddizioni, farmaci scaduti, preparati male o non fedeli al protocollo, studi sballati. Una truffa ai danni dei malati di tumore che ci è costata 70 miliardi delle vecchie lire

 

Report – PUNTATA DEL 31/05/2000
PERCHE’ LA SPERIMENTAZIONE DEL METODO DI BELLA E’ FALLITA?

(se non ti va di leggere, in fondo all’articolo troverai il collegamento al video)

MILENA GABANELLI in studio
Esattamente due anni veniva dichiarata fallita la sperimentazione Di Bella voluta a furor di popolo. Ma perché è fallita? Che cosa non ha funzionato? Sabrina Giannini ha ricostruito i punti salienti dei quella vicenda.

VOCE FUORI CAMPO DI GIORNALISTA DEL TG1 (su immagini di telegiornale)
Cura di Bella bocciata. Deludenti i primi risultati finali ma non si rassegnano i sostenitori del medico modenese.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E’ finita così la vicenda della cura Di Bella. Iniziata in modo alquanto anomalo, per non dire unico, nella storia della sperimentazione clinica: con un decreto d’urgenza.

Immagini di seduta al Senato del 19 marzo 1998

“17 febbraio 1998 n. 23, recante disposizioni urgenti in materia di sperimentazioni cliniche in campo oncologico e altre misure in materia sanitaria. Chi l’approva? Il Senato approva”.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La comunità oncologica ufficiale a cui è stato affidato il compito di sperimentare la cura in 60 centri sparsi per l’Italia, è giunta dopo 3 mesi a questi risultati: sui 386 pazienti che si erano sottoposti volontariamente alla sperimentazione, solamente 3 avevano fatto registrare una riduzione parziale del tumore. In 47 casi la malattia era rimasta stabile, la metà dei pazienti aveva avuto una progressione di malattia e un quarto era deceduto durante la sperimentazione. Erano tutti malati di cancro terminale, senza alternative di cura, quasi tutti già sottoposti alle terapie tradizionali.
Qui si chiude la sperimentazione ma i farmaci continuano ad essere somministrati ai malati che stanno meglio grazie alla terapia Di Bella.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Mentre la stampa diceva questo loro continuavano a darci i farmaci.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Il sig. Giovannini, da quando si cura con la terapia Di Bella, ha visto regredire completamente un linfoma Hogckin e oggi continua a ricevere farmaci gratuitamente, purché presenti ogni mese una documentazione medica che provi che la malattia è stabile o regredita, come prevede una disposizione ministeriale. Giovannini non era nel gruppo dei 386 che doveva testare l’attività antitumorale del farmaco ma in quello osservazionale che si proponeva di valutare la sopravvivenza dei malati e gli effetti tossici della cura.
Ma oggi quanti malati ricevono gratis i farmaci della terapia Di Bella? Circa il 2%.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Come mai se una sperimentazione viene dichiarata fallita dal Ministero della Sanità si continuano a somministrare dei farmaci gratuitamente a un numero di persone che, tutto sommato, stano meglio?

DOTT. NATALE CASCINELLI-Dir. Scientifico Ist. dei Tumori di Milano
Il motivo è essenzialmente un motivo compassionevole.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E attualmente quanti sono ancora i pazienti che voi seguite?

DOTT. NATALE CASCINELLI-Dir. Scientifico Ist. dei Tumori di Milano
In tutto sono 11, su un gruppo iniziale di 181.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Ma oltre ai malati che continuano la cura, perché nel loro caso è efficace, un anno e mezzo dopo la fine della sperimentazione ci sono malati terminali ancora in vita. E sono più del 20%. Ma secondo gli esperti il dato non è interessante.

DOTT. FRANCESCO COGNETTI – Primario Oncologia Ospedale Regina Elena – Roma
In ogni malattia tumorale c’è una modesta percentuale di pazienti che sopravvivono a lungo termine. La cosa sarebbe diversa se queste cifre fossero 30, 40, 50%.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Ma alcuni aspetti della sperimentazione hanno portato il caso sul tavolo dei magistrati. Aspetti legati alla preparazione dei farmaci distribuiti ai malati in cura.
Il 2 dicembre 1998 il Nucleo Antisofisticazione dei Carabinieri di Firenze sequestra 1048 flaconi di soluzione retinoidi che sono stati distribuiti oltre il termine massimo di scadenza dei tre mesi a 28 centri della sperimentazione del metodo Di Bella. Leggo testualmente: “Ciò comporta che 1048 pazienti abbiano assunto, per un periodo oscillante tra i 20 e i 30 giorni, un farmaco potenzialmente imperfetto e non più possedente le caratteristiche terapeutiche iniziali. Senza escludere che la degradazione e scomposizione dei principi attivi possa produrre effetti collaterali gravi, specialmente in soggetti sofferenti in patologie neoplastiche. Ne consegue quindi che i risultati ottenuti dalla sperimentazione siano sicuramente inattendibili e che la stessa sperimentazione debba essere, quanto meno, rivista.
Sulla base di questo verbale sono stati avviate indagini giudiziali. Le Procure di Firenze e Roma hanno ritenuto opportuno archiviare il caso. Non lo ha fatto, almeno per ora, quella di Torino. Ma come era saltata fuori la storia dei farmaci scaduti? Da due pazienti.

DONNA
Nel ritirare questo pacchetto mi accorgo che il prodotto aveva già superato abbondantemente sei mesi. Lo faccio presente alla farmacia dell’Ospedale che mi scarica, praticamente, sulla farmacia dell’Istituto Regina Elena che è dispensatrice del pacchetto di farmaci.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La signora, grazie alla stabilità della malattia, è stata reclutata nello studio osservazionale ma da 5 anni cura una leucemia linfatica con il metodo Di Bella. Il 5 agosto del ’98 ritira il primo pacco presso l’Ospedale S. Giovanni di Roma.

DONNA
Inizialmente mi dice “lei come sa queste cose?” Allora rispondo che io le uso da tanto e che so che la validità è di sei mesi. Mi risponde che devono chiedere all’Istituto di Sanità, e che devo richiamarli dopo un po’. Richiamo dopo mezz’ora e la dottoressa mi dice allarmata di non prenderli perché si è verificato un equivoco e i farmaci, in effetti, sono scaduti.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
La soluzione retinoide, ovvero la miscela di vitamine non in commercio che può essere fatta dai farmacisti, è altamente sensibile alla luce e la sua preparazione estremamente delicata.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Il mese di luglio dell’anno scorso non stavo molto bene: avevo dissenteria, nausea e qualcuno mi ha detto che poteva essere il plurivitaminico se non è preparato di recente. Nessuno mi ha saputo dire niente di preciso e io mi sono rivolto all’Istituto Superiore di Sanità.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
L’Istituto Superiore di Sanità restituisce il flacone facendolo recapitare al Policlinico di Modena.

GIOVANNI GIOVANNINI – paziente per lo studio osservazionale
Io avevo detto che avrei ritirato il flacone se mi avessero detto perché me lo avevano sostituito.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Infatti dopo molti solleciti, Giovannini riceve una lettera dall’Istituto Superiore di Sanità nella quale il direttore scrive di suo pugno che le prove di scadenza non sono state fatte come invece si fa di regola prima di iniziare una sperimentazione. Ma un altro documento smentisce ciò che è stato dichiarato al Sig. Giovannini. L’Istituto Superiore di Sanità, al direttore della farmacia dell’Ospedale S. Giovanni di Roma che voleva sapere se la soluzione aveva una scadenza, risponde che ha intrapreso studi sulla stabilità secondo i quali la preparazione integra dura tre mesi ma se aperta e richiusa più volte solo 20 giorni. Sui flaconi però non è mai stata messa la data di scadenza.
Abbiamo chiesto spiegazioni all’Istituto Superiore di Sanità ma, su questo argomento specifico, ha preferito non pronunciarsi. Ne deduciamo che forse gli studi sono stati fatti, ma in ritardo. Ne abbiamo conferma dal direttore della farmacia dell’Istituto per i Tumori di Milano, dott. Ascani.

TELEFONATA TRA L’AUTRICE E IL DOTT. ASCANI

VOCE DEL DOTT. ASCANI
Verso la fine, finita la sperimentazione, è venuto fuori che la scadenza dei retinoidi era di quattro mesi tenuti in frigo. Tre mesi no.

AUTRICE
E’ venuto fuori da chi?

VOCE DEL DOTT. ASCANI
Dal Ministero.

AUTRICE
Quindi vuol dire che durante la sperimentazione in realtà non erano state fatte delle prove o presumibilmente non ve l’hanno detto&

VOCE DEL DOTT. ASCANI
E’ stato prodotto alla svelta per cui&.

FINE DELLA TELEFONATA

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Potrebbero essere stati distribuiti farmaci scaduti, quindi non efficaci? Allora ci siamo chiesti: chi preparava la soluzione retinoide che rappresenta la medicina principale della cura Di Bella? Era lo stabilimento chimico militare di Firenze a cui abbiamo chiesto un’intervista che ci è stata negata.
Ci sarebbe un’altra questione sul tavolo del giudice: l’acetone, ovvero il solvente utilizzato per preparare la soluzione retinoide. Il prof. Di Bella aveva chiesto di eliminarlo completamente e, secondo i criteri di buona pratica clinica, quando si sperimenta un farmaco, bisogna attenersi alle indicazioni dell’ideatore della terapia. Quindi l’acetone, pur essendo comunque presente in dosi considerate non tossiche, potrebbe aver provocato effetti collaterali a persone già gravemente malate? Non sarebbe irrilevante se si pensa che nelle statistiche finali che bocciano la cura, i pazienti venivano esclusi al minimo peggioramento o all’insorgere di effetti collaterali.

DOTT. MAURIZIO PIANEZZA – Medico chirurgo Ospedale S. Martino – Genova
Sono state eliminate da questa sperimentazione persone che secondo me potevano continuare, e ne ho le prove. (su immagini di schedario) Ecco: a una signora che faceva la terapia Di Bella ad un certo punto le è stata tolta perché aveva diarrea. Era venuta da me per chiedermi un parere in questo senso. Le avevo dato la terapia e poi le è stata tolta. La persona è ancora viva.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E secondo l’autorevole rivista scientifica British Medical Journal, nella sperimentazione non si è fatto un confronto con le altre terapie e non si sono scelti i pazienti a caso. Quindi, leggo testualmente, la sperimentazione avrebbe potuto essere progettata meglio. Il tempo è stato forse il fattore più influente poiché c’era una crescente pressione dell’opinione pubblica.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
Secondo lei non c’è stata un’adeguata curiosità scientifica?

DOTT. MAURIZIO PIANEZZA – Medico chirurgo Ospedale S. Martino – Genova
Zero. Curiosità scientifica zero.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
E’ probabile, ma nelle sostanze della cura Di Bella aveva espresso interessamento quella che in Italia è considerata la voce più autorevole dell’oncologia, il prof. Veronesi.

TRATTO DAL PROGRAMMA “ELISIR” (Raitre) DEL 7 NOVEMBRE 1999

Telefonata di una telespettatrice che si rivolge al prof. Veronesi.

VOCE DELLA TELESPETTATRICE
Io, professore, ho sentito parlare di farmaci preventivi per il tumore al seno. Vorrei sapere a chi sono destinati e a chi rivolgersi eventualmente.

PROF. VERONESI
Per il momento sono farmaci di ricerca, quindi non sono ancora disponibili, però sono molto promettenti. Sono delle nuove molecole che si chiamano retinoidi, derivati dell’acido retinico quindi derivati della vitamina A. Hanno efficacia molto buona ma sono ancora in una fase sperimentale. Dobbiamo pazientare ancora almeno un anno o due.

VOCE FUORI CAMPO DELL’AUTRICE
L’acido retinico è la sostanza principale della terapia Di Bella eppure il protocollo proposto dal professore, che tra l’altro era nel Comitato Guida, non è mai stato attuato. Avremmo voluto chiederglielo. Abbiamo aspettato per qualche mese che il professore, prima che diventasse ministro della sanità, avesse tempo. Ci doveva ricevere la prima settimana di Aprile ma con un fax ci ha informato che proprio quella settimana sarebbe stato fuori Italia invece, proprio quella settimana, lo abbiamo visto intervistato a Milano dal TG 3 sulla questione Genoma.
Ne deduciamo che anche il prof. Veronesi non desideri parlare della cura Di Bella. Certo doveva parlare di una sperimentazione da trincea, un argomento compromettente e delicato, combattuto fra fanatismi opposti, con in mezzo 280.000 persone che ogni anno si sentono dire “lei ha il cancro”.

MILENA GABANELLI in studio
Quella sperimentazione mal fatta ci è costata 70 miliardi.

Fonte: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-04d3db17-54b7-4ac2-9857-8580454763a9.html

 

QUI IL VIDEO DEL SERVIZIO

 

La testimonianza: “Così, da medico, ho curato mia moglie dal tumore con il metodo Di Bella e terapie non tradizionali”

tumore

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La testimonianza: “Così, da medico, ho curato mia moglie dal tumore con il metodo Di Bella e terapie non tradizionali”

 

Riproponiamo questa testimonianza del 2012 tratta da Il Giornale. All’epoca fece scalpore, poi è passata al dimenticatoio…

“Così, da medico, ho curato mia moglie da un tumore”

Carlo è un odontoiatra lombardo, ha 42 anni e 3 figli piccoli. Scoprì il metodo Di Bella quando la moglie rischiò di morire, nel 2009, dopo la diagnosi di cancro cerebrale invasivo (astrocitoma anaplastico), lo stesso tumore che stroncò Ted Kennedy…

Questa è la storia di un odontoiatra di 42 anni, Carlo, sposato e con 3 figli piccoli, che è riuscito a cambiare il suo destino. Davanti alla malattia della moglie – un tumore al cervello ad alto grado (astrocitoma anaplastico) che l’ha portata in fin di vita – lui si è comportato come il comandante saggio del Titanic (uno che non è mai esistito).

Ha azzeccato la manovra giusta, pur sfiorando l’iceberg letale. “Dovevo salvarla – dice ora che il tumore della moglie si è fermato – Ci tengo però a dire che se lei fosse morta io non sarei affondato: sono molto credente e sono convinto che Dio ci ami profondamente, anche nella malattia”.

Come vi siete accorti del tumore? (lo stesso che stroncò Ted Kennedy)
“Nell’aprile 2009 mia moglie aveva 35 anni, ha avuto un attacco epilettico mentre lavorava. In ospedale le hanno trovato una lesione cerebrale, è stata operata dieci giorni dopo”.

Diagnosi?
“Astrocitoma anaplastico (il cancro delle cellule che sostengono i neuroni) al terzo grado. È un tumore maligno che cresce rapidamente anche se non dà metastasi. Il dramma è che non si riesce a rimuoverlo del tutto perché infiltra i tessuti sani vicini”.

E qual è la cura?
“Radioterapia e chemioterapia prolungate nel tempo, la sopravvivenza a due anni è del 50% a cinque anni del 18%.”

Come trovarsi l’iceberg a un palmo dalla prua…Che avete fatto?
“Il protocollo prevede 30 sedute di radioterapia e concomitante chemioterapia, si cerca di andare avanti il più possibile, il guaio è stato che dopo tre cicli di chemio mia moglie ha manifestato altissima tossicità al fegato e al sangue: non aveva più globuli rossi e bianchi, né piastrine. Neppure le trasfusioni le davano sollievo. A dicembre è entrata in uno stato cachettico (la condizione del malato terminale)… pensavamo non arrivasse a fine anno…Durante questa mia tragedia non dormivo più, studiavo ogni notte e in ogni pausa del giorno, avrò consultato centinaia di studi e decine di professionisti”.

Dove è approdato?
“Alla terapia Di Bella, innanzittutto: il dottor Achille Norsa ha pubblicato diversi ‘case report’ sui tumori cerebrali, l’ho consultato insieme a Giuseppe Di Bella e a Paolo Lissoni.”.

Quali effetti ha avuto la terapia Di Bella su sua moglie? “Ottimi. Oggi, a tre anni di distanza, lavora e si occupa della famiglia come prima di ammalarsi, il suo cancro non è andato avanti, è rarissimo che un tumore cerebrale di questo tipo resti immobile, gli esami però lo provano. Come dicevano i latini contra factum non datur argomentum, ossia, di fronte ai fatti non serve discutere. Quel che ho capito è che non si può pensare di arrestare un tumore senza la somatostatina (soffoca le cellule maligne, togliendo loro il nutrimento dei vasi sanguigni).”

Ha provato a dirlo a un oncologo tradizionale?
“Durante il periodo delle cure i medici degli ospedali mi hanno sempre trattato come un deficiente, ora che vedono mia moglie viva e vegeta tacciono e la guardano come si guarda un fantasma. Ripetevano ‘che queste terapie non servono a nulla’, mentre io dico che se avessero letto Schally, Pollak, Lincoln forse qualche dubbio gli sarebbe venuto. Negli Usa è normale testare i farmaci off label, ossia i medicinali per uno scopo diverso da quello che è scritto sul bugiardino, è il caso della somatostatina e degli inibitori prolattinici usati da Di Bella contro i tumori ma anche di altre sostanze. Là si fa quando le cure tradizionali si rivelano inefficaci, da noi nemmeno è possibile immaginarlo”.

A proposito di altre sostanze, lei non ha curato sua moglie soltanto con il metodo Di Bella.
“No. Ero deciso a provarle tutte. Ho impiegato anche altri due farmaci non riconosciuti in Italia. Il primo è CRM 197, scoperto dallo scienziato italiano Buzzi, è la parte non tossica della tossina difterica che provoca, nel malato di tumore, una cascata immunitaria (è in corso una sperimentazione in Giappone su donne con tumore ovarico)”.

Il secondo?
E’ un oncolitico (‘scioglie’ il cancro), si chiama virus di Newcastle, della famiglia dei virus responsabili dell’aviaria, è un ritrovato di un medico ungherese. In Germania questo prodotto è impiegato nelle cliniche e negli ospedali”.

Quindi ha acquistato i medicinali all’estero.
“Sì, entrambi. Non solo, ho dovuto anche farli somministrare all’estero, perché in Italia sono farmaci vietati”.

Ma non è rischioso mescolare tutte queste sostanze? “Certamente bisogna saperle usare, ci vuole un medico esperto. Quanto al mescolarle mi ero informato, sono adatte a sposarsi con la terapia Di Bella e al caso di mia moglie. La mia fortuna è che so leggere bene in inglese”.

Quindi lei non ci sa dire se il tumore di sua moglie si è stabilizzato per il metodo Di Bella o per le altre due terapie. “Francamente no. Ma non mi importa, quel che conta è che lei stia bene e faccia una vita normale”.

Avrà speso un sacco di soldi.
“Tanti. Sa qual è la tristezza? Che io ho potuto fare tutto questo (tradotto: curare la madre dei miei figli) perché: sono medico, ho studiato e non ho problemi economici, ma gli altri…?”

Per gli altri offre lo Stato…Ma è vero che lei ora fa il consulente gratis?
“E’ l’effetto del passaparola, abito in un centro piccolo, ormai ho una discreta competenza sui tumori cerebrali, così la gente viene qui a chiedermi un parere e io per comodità, concentro le consulenze dopo il lavoro. L’ultima ora della giornata la passo così. È il minimo che possa fare dopo quello che ho ricevuto, è il mio modo di aiutare chi sta male”.

 

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/salute/cos-medico-ho-curato-mia-moglie-tumore.html

L’oncologa Rita Brandi: “Ecco le prove che il Metodo Di Bella funziona”!!

 

oncologa

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L’oncologa Rita Brandi: “Ecco le prove che il Metodo Di Bella funziona”!!

 

Da: Corriere della Sera

Seguace di Di Bella: «Io ho le prove che il Metodo funziona»

L’oncologa: «La sperimentazione è stato un bluff. Il professore diceva che la chemio è arcaica e non ha mai guarito nessuno»

di Riccardo Brunoù

Nel 1999 il ministero della Salute, al termine di una sperimentazione di più di un anno, stabilì che il metodo Di Bella era inefficace. Diciassette anni dopo, ci sono ancora moltissimi pazienti che chiedono di essere curati con il cocktail di farmaci ideato dal fisiologo di origine siciliana e medici che applicano quel protocollo. Come Rita Brandi, oncologa romana, che spiega senza troppi giri di parole: «La Di Bella continua perché la chemio non guarisce». Il malato per sottoporsi alla cura deve firmare un consenso informato. «Ho il dovere di prospettargli tutte le possibilità — spiega la dottoressa —. Se sceglie la terapia standard lo seguo nel migliore dei modi, affiancando le terapie di sostegno». Ma la maggiore parte dei suoi pazienti («circa l’80%» conferma) vanno da lei per quel metodo che ancora suscita speranze, ultima scialuppa dopo aver provato tutte le rotte della medicina convenzionale. Anche la dottoressa Brandi ha iniziato così. «Era il 1998, mia madre aveva un cancro al pancreas, diagnosi infausta, nessuna illusione chemioterapica. Corsi a Modena dal professore, lui fu chiaro, mi disse subito che non sarebbe morta di vecchiaia. Le avevano dato tre mesi di vita, visse dieci mesi, ma in condizioni decisamente migliori, meno dolori, voglia di fare, non era più una donna buttata sempre al letto».

«Posso tirare fuori le cartelle cliniche»

Già questo, spiega Rita Brandi, sarebbe un successo. Ma lei è pronta a dimostrare che la multiterapia, basata sulla convinzione che si possa fermare la crescita del tumore agendo sull’ormone della crescita e la prolattina, a volte può guarire. «Posso tirare fuori le cartelle cliniche, non ho paura a confrontarmi. Dicevano che sarebbe bastato un solo caso per darle validità, ce ne sono quanti ne vogliono». È convinta che la «sperimentazione sia stata un bluff. Hanno scelto pazienti terminali, che avevano già completato l’iter tradizionale, fortemente debilitati e defedati». Ricorda quando «Di Bella mi diceva che la “chemioterapia è invasiva ed arcaica e che non ha mai guarito nessuno”. Al contrario, io ho visto morire di chemio». Nonostante questo, assicura di non essere una «dibelliana con i paraocchi». «Bisogna essere aperti a tutto ciò che può aiutare il paziente. E purtroppo la stragrande maggioranza dei medici ha perso l’entusiasmo e la curiosità». È consapevole che le sue scelte la isolano. «All’inzio ho sofferto, essere accostata ai ciarlatani mi ha provocato turbamenti emotivi. Ma ci sono i pazienti a darti coraggio e a spingerti ad andare avanti».

fonte: http://www.corriere.it/cronache/16_settembre_13/seguace-di-bella-io-ho-prove-d47f3d40-79f4-11e6-8c12-dd8263fa3b6d.shtml

La Rivincita di Di Bella – Studi confermano la validità dell’Acido Retinoico e Melatonina nella cura del cancro

Di Bella

 

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La Rivincita di Di Bella – Studi confermano la validità dell’Acido Retinoico e Melatonina nella cura del cancro

 

La Melatonina usata da Di Bella già nel 1969, quando nessuno ne parlava e sapeva cosa fosse, oggi è oggetto di studio e ricerca dato che si sta scoprendo le sue incredibili capacità curative tanto che alcuni scienziati l’hanno chiamata la “Molecola dell’Immortalità”. Ebbene tanto le case farmaceutiche e i conservatori della classe medica italiana erano contro che nel 1996 ne vietarono la somministrazione. Le ragioni? Possiamo immaginarle, e dato che oggi si trova anche al supermercato possiamo di sicuro dire che non era per proteggere la nostra salute, anzi.

Oggi chiunque può verificare sulla massima banca dati medico scientifica mondiale PUBMED l’enorme sviluppo della ricerca sulla melatonina con 20.908pubblicazioni che documentano effetti  rilevanti in patologie cardiocircolatorie, ematologiche, oncologiche, degenerative, immunitarie e tumorali.

Per chi non sapesse la storia del Metodo Di Bella per la cura dei tumori deve sapere che è basato sul fatto che tutti gli organismi viventi possiedono sia i meccanismi responsabili della differenziazione e della crescita delle cellule tumorali, sia le difese per combattere lo sviluppo delle medesime. Insomma la formazione di cellule cancerose è tanto naturale quanto la loro eliminazione.

La terapia del professor di bella, agendo sulle cellule sane e sul loro metabolismo e  non direttamente sulle cellule tumorali, si propone di stimolare i meccanismi “naturali” di lotta dell’organismo e, attraverso questi, di produrre attorno ad ogni cellula “degenerata” un ambiente sfavorevole ed ostile per le sue funzioni vitali, siano esse di crescita che di riproduzione.

Così facendo la terapia cerca di ridurre le capacità vitali e riproduttive della cellula malata impedendogli di crescere e di proliferare in maniera abnorme. Nel contempo favorisce la “maturazione strutturale” (invecchiamento) del tessuto tumorale aumentando pertanto le possibilità che le cellule anomale vadano incontro ad una precoce “apoptosi” e cioè alla morte naturale.

Come puoi ben capire è un approccio diametralmente opposto alla chemioterapia che invece distrugge sia cellule sane che cellule malate, debilitando l’intero organismo. La cura Di Bella cerca proprio di rafforzare le naturali funzioni difensive del corpo e di sottrarre nutrimento alle cellule tumorali.

Qualche giorno fa è stata pubblicata una ricerca pubblicata su Stem Cells International, sulle cellule staminali che documenta l’effetto differenziante – e dunque potenzialmente antitumorale – di due sostanze della terapia Di Bella: l’acido retinoico e la melatonina. Sono entrambe molecole particolari, tossiche per le cellule tumorali e vitali per quelle sane.

Soddisfatto anche Giuseppe Di Bella, figlio di Luigi Di Bella e presidente dell’omonima Fondazione che ha finanziato la ricerca: “Si è avuta un’ulteriore conferma che l’acido retinoico esercita le più elevate proprietà differenzianti e che la melatonina ne amplifica l’effetto. È la piena conferma dell’intuizione di mio padre, che oltre 20  anni fa – in assenza di tecniche di biologia molecolare in grado di evidenziare i recettori nucleari dei retinoidi e della melatonina – ne aveva previsto non solo l’esistenza ma anche l’interazione, come documentato oggi”.

Prosegue Di Bella: “Le altre due sostanze, l’acido ialuronico e l’acido butirrico, sono state scelte per la loro funzione di supporto: il primo (che ha recettori diffusamente espressi nelle cellule tumorali) veicola l’acido retinoico e la melatonina all’interno della cellula, mentre l’acido butirrico agisce come ‘decompattatore’ del DNA consentendo agli agenti differenzianti (acido retinoico e melatonina) di interagire con le sequenze del DNA di cui regolano l’espressione genica”.

Ma questo è solo l’ultimo studio di una serie di conferme che il Metodo Di Bella, prima bistrattato e ridicolizzato, sta ora avendo dal mondo scientifico. Luigi Di Bella prima di morire nel 2003 disse: «Prima o poi dovranno sbattere il muso contro la mia terapia».

Ad esempio qualche tempo fa è stata pubblicata una ricerca sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences che dimostrava come l’acido retinoico fosse utile contro il cancro. Nell’abstract si concludeva dicendo: “le cellule neoplastiche vanno incontro all’autodistruzione, attraverso un processo di morte cellulare programmata definito apoptosi, sia in vitro sia in vivo“.

 

fonte: http://curiosity2015.altervista.org/la-rivincita-di-di-bella-studi-confermano-la-validita-dellacido-retinoico-e-melatonina-nella-cura-del-cancro/

Ecco “ISET”, il test in grado di diagnosticare il tumore invasivo diversi anni prima che si manifesti della professoressa Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel

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Ecco “ISET”, il test in grado di diagnosticare il tumore invasivo diversi anni prima che si manifesti della professoressa Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel

Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel, è la madre del test “Iset”, in grado di diagnosticare il tumore invasivo con diversi anni di anticipo rispetto al manifestarsi della malattia.

La professoressa Paterlini, laureata a Modena e già allieva di Mario Coppo si sbilancia: “Scoprire il male con l’esame del sangue diventerà routine”.

Di di Stefano Luppi su la Gazzetta di Modena

Patrizia Paterlini-Bréchot, docente di biologia cellulare e molecolare all’Università Descartes di Parigi, insieme alla sua equipe sta facendo molto per “uccidere il cancro” come ha intitolato il suo ultimo libro. Al massimo tra 4-5 anni questo sogno dell’umanità e di milioni di malati di cancro nel mondo potrebbe concretizzarsi.
La professoressa Paterlini – che alcune voci accreditano già per il Premio Nobel – è nata nel Reggiano, a Castelnovo Sotto e si è laureata a Modena. Università dove ha svolto i primi incarichi post laurea che successivamente l’hanno poi portata a L’Aquila, Bologna e da circa trent’anni in Francia dove ha studiato con un luminare, il professor Christian Bréchot che poi è anche divenuto suo marito. Qui Patrizia Paterlini ha contribuito allo sviluppo del test “Iset”, oggi al centro di cinque brevetti del suo ateneo, una tecnica in grado di diagnosticare il tumore invasivo con diversi anni di anticipo rispetto al manifestarsi della malattia.
Lei è reggiana e ha compiuto i primi studi a Modena.
«Castelnovo di Sotto ha poche migliaia di abitanti, è lì che sono cresciuta, in quell’Italia per metà industriale e per metà agricola. Successivamente sono andata a vivere a Modena, dove sono stata anche residente: una città che per me è stato un vero nido di formazione, con esperienze molto importanti per la mia carriera successiva. Ma del resto l’università di Modena è una delle migliori d’Italia. Ricordo che presi in affitto una camera in un presbiterio vicino alla facoltà e stilai un calendario di dodici ore di lavoro al giorno, weekend compresi. Inoltre il sabato mattina gli studenti avevano la possibilità di fare pratica assistendo alle autopsie all’Istituto psichiatrico San Lazzaro di Reggio».
Dopo la laurea è stata dura? Lei in fin dei conti è un cervello in fuga dal proprio Paese.
«Dopo la laurea in medicina a Modena l’accesso ai posti universitari era bloccato, da anni, in tutta Italia. Al tempo ho dovuto pazientare tre anni, nel corso dei quali al mattino lavoravo in una clinica nota di Modena e al pomeriggio facevo ricerche in ematologia, a titolo gratuito, presso il Policlinico».
Chi è stato il suo maestro a Unimore? 
«Beh, ne parlo diffusamente nel libro perché si tratta di un maestro in campo clinico, anche in Francia: il professor Mario Coppo, purtroppo scomparso. Da lui ho imparato tutto, era una celebrità anche perché curava il papa, Maria Callas e alcune teste coronate. Per seguire le sue lezioni tanti studenti e medici non esitano a spostarsi come ci si sposta per assistere a uno spettacolo con una star. Come scrivo nel libro il ‘Maestro’, come tutti lo chiamavamo, esigeva l’eccellenza a livello scientifico, medico, comportamentale, intellettuale, morale, etico, linguistico. E osservava anche il tuo abbigliamento che doveva sempre essere consono».
Il cancro può essere sconfitto professoressa? 
«Siamo in un’epoca eccezionale da questo punto di vista, con progressi notevoli e a noi ricercatori pare che ci possa essere presto una netta diminuzione della mortalità se si riesce a diagnosticare prima la malattia. Individuare le prime cellule tumorali diffuse nel sangue è di straordinario aiuto per scoprire precocemente i tumori invasivi».
Il metodo da lei scoperto come funziona? 
«Da poco più di un anno è a disposizione il test Iset (Isolation by Size of Tumor Cells, www.isetbyrarecells.com) con il quale isoliamo e individuiamo le cellule tumorali nel sangue. Il test è per ora disponibile per aiutare a prevenire le metastasi in pazienti con diagnosi di tumore già acclarato, ma può essere eseguito anche su chi, senza diagnosi di tumore, lo richiede con consenso informato. Costa 486 euro, cifra non ancora rimborsata dall’assistenza sanitaria pubblica, né in Francia né altrove. Ma un giorno l’esame costerà pochi euro, un po’ come avviene oggi per quelli che analizzano la tiroide o il colesterolo. Abbiamo però bisogno di molti fondi per proseguire le ricerche e arrivare alla sua diffusione in modo capillare (per informazioni www.stl-dono.it)».

fonte: http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2017/04/22/news/patrizia-paterlini-da-modena-a-parigi-per-uccidere-il-cancro-1.15232636

QUI potete trovare il libro Uccidere il cancro: https://www.ibs.it/libri/autori/Patrizia%20Paterlini-Br%C3%A9chot

seguite la Prof.ssa Paterlini sul suo profilo Twitter: https://twitter.com/patriziapaterli

leggi anche:

L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopro i tumori prima che nascano”

 

La sorprendente vitamina D che blocca la crescita delle cellule tumorali

vitamina D

 

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La sorprendente vitamina D che blocca la crescita delle cellule tumorali

Nel 2016, ci sono state 1,658,370 nuove diagnosi di cancro solo negli Stati Uniti.
Alune ricerche hanno dimostrato e scoperto come il cancro si sviluppi quando il corpo ha carenza di vitamina D, e quindi quanto possa essere d’aiuto nella cura dei tumori l’assunzione di tale vitamina.
Circa il 70% dei bambini americani non ha abbastanza vitamina D, quasi la stessa percentuale e mancanza si riscontra negli adulti, il 75%.
Questa vitamina può, a molti, non sembrare così importante, ma sono tanti ormai i ricercatori ed i medici che affermano possa prevenire diversi tipi di cancro, malattie cardiache e anche il diabete. Sembrerebbe che l’anello mancante nella cura per il cancro sia proprio l’assunzione di una quantità giornaliera sufficiente di questa importante sostanza nutritiva, che da, inoltre, un buon contributo alla salute in generale.
Uno dei maggiori problemi che legano un deficit di vitamina D al cancro è che pochissime persone sanno davvero come determinare se si è carenti di questa vitamina. Mentre l’unico modo per confermare una carenza di vitamina D è un esame del sangue, ci sono diverse manifestazioni che indicano ad un individuo una potenziale mancanza di questa vitamina.
INDICATORI COMUNI DI CARENZA DI VITAMINA D  sono:

• la depressione
• dolore osseo
• debolezza muscolare
• l’asma grave, specialmente nei bambini
• il deficit cognitivo, in particolare negli anziani
• sudorazione eccessiva che appare senza sforzo fisico o ad alta temperatura è un indicatore di bassi livelli di vitamina D.
• il dolore cronico.

Dai risultati attuali la dose giornaliera raccomandata di questa vitamina è stata quantificata in 600 UI al giorno per individui di età compresa tra 1 e 70 anni mentre per i neonati tra 0 a 12 mesi 1.000 IU al giorno. Consigliabile trascorrere almeno 30 minuti al giorno al sole, e seguire una dieta ricca di verdure CRUDE, tipo radicchio, rucola, insalata, cavoli e broccoletti, da non usare con sale ed aceto perchè ne riducono l’assorbimento; semi di girasole, funghi, avocado, germogli di crescione, alfa-alfa.

Naturopedia.it

L’ultima frontiera della lotta al cancro? L’Adroterapia. È in Italia e finalmente non è più per pochi…!

Adroterapia

 

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L’ultima frontiera della lotta al cancro? L’Adroterapia. È in Italia e finalmente non è più per pochi…!

L’Adroterapia, l’ultima frontiera contro i tumori, finalmente non è più per pochi

Un’ottima notizia. L’inclusione nei Lea, i Livelli minimi di assistenza, il 18 marzo scorso dell’adroterapia contro il cancro è la fine di una lunga discriminazione verso i malati di gran parte delle regioni italiane. Fino a oggi, infatti, avevano accesso diretto solo i residenti in Lombardia e in Emilia-Romagna.

Una terapia innovativa e “salva-vita” contro i tumori, definita così anche in Gazzetta Ufficiale. Eppure praticamente sconosciuta in Italia e ignorata, almeno fino a oggi, dai servizi sanitari regionali di 18 Regioni su 20. L’adroterapia non è una cura in fase sperimentale, né una cura compassionevole. La differenza non è irrilevante. Tutt’altro.

In Italia esiste un istituto d’eccellenza mondiale in cui si pratica: il Cnao di Pavia, il Centro nazionale di adroterapia oncologica. Qui si trattano tumori non operabili e resistenti alla radioterapia tradizionale. Entrato in attività nel settembre del 2011, è uno dei pochi centri al mondo in grado di effettuare l’adroterapia sia con protoni che con ioni carbonio, un trattamento avanzato che sfrutta i principi della sica della particelle.

LA CHANCE

I pazienti che possono avvalersi dell’adroterapia sono quelli che non rispondono o rispondono non completamente alla radioterapia convenzionale. Spesso hanno tumori che si trovano in profondità all’interno del corpo o sono circondati da tessuti sani estremamente sensibili alle radiazioni, come gli occhi, il nervo ottico, il tronco cerebrale, il pancreas o l’intestino.

Nel 2016 al CNAO è stato avviato il trattamento per i tumori pediatrici.

Tutti questi tumori che per posizione o stato sono inoperabili e inattaccabili, sono invece il bersaglio delle cure effettuate a Pavia.

I risultati clinici ottenuti, pur nei limiti del breve periodo di osservazione, dimostrano consistenti elementi di efficacia. Nel settembre 2015, intervistata dal nostro giornale, la dottoressa Francesca Valvo, direttore medico del Cnao, aveva chiarito: “Tenuto conto del fatto che il periodo di osservazione dei pazienti trattati è ancora breve (il primo malato è arrivato nel Centro di Pavia nel 2011), possiamo dire che l’adroterapia ha bloccato il tumore (ne ha arrestato la crescita) nella maggior parte dei casi con percentuali comprese tra l’87% e il 91%”.

LE 10 INSERITE NEI LEA

Di tutte le patologie che il CNAO può trattare, 10 sono state inserite nei nuovi LEA. CNAO sta lavorando con le istituzioni per poter ampliare l’utilizzo dell’adroterapia all’interno del Sistema Sanitario Nazionale.

  • cordomi e condrosarcomi della base del cranio e del rachide,
  • tumori del tronco encefalico e del midollo spinale,
  • sarcomi del distretto cervico-cefalico, paraspinali, retroperitoneali e pelvici,
  • sarcomi delle estremità resistenti alla radioterapia tradizionale (osteosarcoma, condrosarcoma),
  • meningiomi intracranici in sedi critiche (stretta adiacenza alle vie ottiche e al tronco encefalico),
  • tumori orbitari e periorbitari (ad esempio seni paranasali), incluso il melanoma oculare,
  • carcinoma adenoideo-cistico delle ghiandole salivari,
  • tumori solidi pediatrici,
  • tumori in pazienti affetti da sindromi genetiche e malattie del collageno associate ad un’aumentata radiosensibilità,
  • recidive che richiedono il ritrattamento in un’area già precedentemente sottoposta a radioterapia.

 

FISICI, INGEGNERI E MEDICI

La collaborazione tra tre discipline ha permesso la nascita di questo polo sanitario. In questo istituto infatti gli oncologi lavorano a stretto contatto con sici e ingegneri. E lo fanno seguendo le strade più virtuose, dato che il Cnao è una fondazione senza scopo di lucro istituita dal ministero della Salute nel 2001. Una realtà che proprio per i risultati che è in grado di conseguire, vengono a “copiarci” da tutto il mondo. E, una volta tanto, non è neppure costata un’enormità alle casse dello Stato. La realizzazione del centro ha richiesto un investimento di 135 milioni di euro, il 50% in meno rispetto ad altri poli di ricerca all’estero. Tant’è che molti centri hanno chiesto al Cnao di collaborare per realizzare progetti “gemelli”. Tra questi Vienna, Dallas, OsiJek (Croazia), Phoenix, San Francisco.

Un’eccellenza mondiale presa ad esempio all’estero ma poco sfruttata proprio dove è nata.

COME FUNZIONA

L’adroterapia è una forma evoluta di radioterapia. A differenza di quest’ultima, però, che utilizza prevalentemente raggi X ed elettroni, utilizza fasci di protoni e ioni carbonio per colpire il tumore. Si tratta di particelle più potenti ed efficaci nel distruggere le cellule cancerogene che resistono alla radioterapia. Con l’adroterapia, inoltre, si colpiscono in modo mirato solo le cellule tumorali, con ricadute negative limitate sulla qualità della vita a differenza di ciò che accade con la radioterapia che irradia tutti i tessuti, anche quelli sani.

Per farlo il Cnao utilizza un sincrotrone, ovvero un grande e complesso acceleratore di particelle, frutto della tecnologia italiana, che scompone gli atomi e dirige i fasci di particelle sui tessuti tumorali. L’intero edificio del Cnao di Pavia è stato pensato in funzione del sincrotrone, riproducendo un Cern in miniatura, con un macchinario di forma circolare, un diametro di 25 metri e una circonferenza di 80 metri. L’intero irradiamento dura pochi minuti e il numero delle sedute varia a seconda della patologia. Il ciclo completo di trattamento può durare, a seconda dei casi, da 2 a 6 settimane con una seduta al giorno per 4/5 giorni a settimana. I medici e i tecnici del Centro nazionale di adroterapia oncologica definiscono per ciascuna persona la corretta posizione sul lettino, che deve essere riproducibile per ogni seduta di trattamento ed è studiata per consentire la maggior precisione possibile del raggio che colpirà i tessuti tumorali.

Il fascio che colpisce le cellule del tumore è un “pennello” che agisce con una precisione di 200 micrometri (due decimi di millimetro). Nella maggior parte dei casi l’adroterapia presenta un rischio inferiore di effetti collaterali rispetto alla radioterapia, ma non è completamente priva di tossicità

QUANDO RICORRERE ALL’ADROTERAPIA

Il Cnao tratta casi che non hanno reale alternativa di cura e che rientrano nei 23 protocolli clinici autorizzati dal ministero della Salute, per i tumori che colpiscono:

  • sistema nervoso centrale (gliomi ad alto grado, gliomi a basso grado) • base cranica (cordomi e condro-sarcomi, meningiomi);
  • occhio e orbita (melanoma oculare e altri tumori rari che toccano la congiuntiva, le ghiandole lacrimali o i tessuti nervosi o connettivali);
  • testa e collo (adenocarcinomi, carcinomi adenoidei cistici, sarcomi, melanomi mucosi);
  • tumori di origine epiteliale (come i carcinomi spino-cellulari per tumori in fase avanzata);
  • seni paranasali e cavità nasali.
  • ghiandole salivari.
  • distretto addominale (fegato e pancreas per tumori in fase avanzata).
  • distretto pelvico (prostata – per tumori ad alto rischio; retto – per le recidive).
  • ossa e tessuti molli (sarcomi).

 

 

L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopro i tumori prima che nascano”

Patrizia Paterlini

 

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L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopro i tumori prima che nascano”

Ha messo a punto un esame del sangue che individua le cellule malate con 4 o 5 anni di anticipo sulla normale diagnosi. Un test rivoluzionario per la lotta al cancro: «Perché il tempo, nella cura, fa la differenza»

Per passione, per testardaggine, ma non solo. «Da medico, non sono mai riuscita ad accettare che il cancro uccidesse un così grande numero di persone». Patrizia Paterlini Bréchot, oncologa, docente di Biologia cellulare e molecolare all’universtità Descartes di Parigi e direttore di un’équipe dell’Inserm (Institut national de la santé et de la recherche medicale), non ricorda una morte che le sia stata indifferente: «Ci sono sguardi di pazienti che ancora oggi non riesco a togliermi dalla testa».

È la ragione per cui, quasi 30 anni fa, ha deciso di diventare ricercatrice. Da allora questa emiliana adottata dalla Francia ha speso tutte le sue energie, la sua intelligenza e anche molto del denaro di famiglia nella guerra contro il cancro. Con un obiettivo: «Arrivare alla fine dell’esistenza e guardarmi allo specchio sapendo che sono riuscita a salvare tante vite». Obiettivo centrato, si direbbe. È frutto del suo lavoro il test Iset (Isolamento per dimensione delle cellule tumorali): una tecnica in grado di diagnosticare un tumore anche 4 o 5 anni prima che si manifesti e quindi di abbattere in modo significativo la mortalità.

Cos’è l’Iset? «Un esame del sangue che riesce a individuare la presenza di cellule neoplastiche circolanti nell’organismo molto prima che il tumore raggiunga una dimensione tale da essere “visibile” con Pet, Tac e risonanza magnetica. Nel caso del cancro al seno, gli studi epidemiologici hanno dimostrato che l’invasione tumorale ha inizio 5-6 anni prima della diagnosi. Un tempo che, nelle cure, può fare la differenza. Purtroppo il test ha ancora un limite: non è in grado di individuare l’organo da cui derivano le cellule malate. Per ora, almeno, perché la ricerca è già in fase avanzata».

Ma non esistono già i “marker” per scoprire il cancro attraverso un prelievo di sangue?«I marker sono molecole che possono essere associate a una neoplasia o alla sua evoluzione, ma che non danno la certezza della diagnosi. Invece le cellule sono l’unità biologica del tumore: isolarne una significa trovare una parte della neoplasia senza il rischio di incorrere in falsi negativi e falsi positivi. Certo, le cellule tumorali circolanti sono rare: una per millilitro, mescolata a 5 miliardi di globuli rossi e a 10 milioni di globuli bianchi. Ma siccome sono più grandi delle altre, per individuarle abbiamo messo a punto un sistema basato sulle dimensioni, a cui segue la diagnosi citopatologica. In pratica, una sorta di pap-test applicato al sangue. In medicina quello è l’esame che ha salvato più vite: da quando è stato introdotto, le morti per tumore al collo dell’utero sono calate drasticamente».

E il suo test che sicurezza garantisce? «Quella di riuscire a individuare una cellula tumorale in 10 millilitri di sangue. Una sicurezza validata da altri scienziati nel mondo e da 42 studi indipendenti su oltre 2.000 pazienti con tumore».

Nella ricerca che usa l’Iset sono stati coinvolti dei malati? «Certo. Fin qui 245, di cui 168 affetti da broncopatia cronica ostruttiva: grandi fumatori a forte rischio di sviluppare un cancro del polmone. In 5 di loro il test ha rilevato cellule tumorali. I noduli sono poi comparsi in un tempo compreso fra 1 e 4 anni: sono stati rimossi chirurgicamente e, a 2 anni dall’intervento, nessuno ha sviluppato recidive. Se si pensa che finora l’87% dei pazienti è morto a 5 anni dalla diagnosi, si può capire quanto forte sia la speranza. In un tumore così letale la speranza di sopravvivenza è legata alla diagnosi precoce, quando la neoplasia si trova allo stadio 1, quello di tutti e 5 i pazienti sottoposti all’Iset. Dopo la divulgazione di questi dati, in Francia il test sta per essere utilizzato su persone già colpite da neoplasia, in modo da individuare con largo anticipo eventuali recidive e intervenire prima che si manifestino. Ma ci sono altri Paesi interessati, compresa l’Italia».

Dall’Italia lei se n’è andata quasi 30 anni fa e non è più tornata. «Ma sono fiera di essere italiana: nella classifiche della produzione scientifica, siamo i ricercatori che pubblicano di più rispetto ai fondi che hanno. Siamo dunque tra i più efficaci al mondo. Io sono partita per la Francia perché volevo fare uno stage di biologia molecolare e nel 1988, in Europa, Parigi era il posto migliore, in particolare il gruppo del professor Christian Bréchot».

Che poi è diventato suo marito. «È successo che il professore si è innamorato della stagista e la stagista si è innamorata del professore… Contro ogni intenzione, perché volevo dedicare tutta me stessa alla ricerca, mi sono sposata e ho avuto 2 figli, che ormai hanno 25 e 23 anni e sono indipendenti. In passato, però, non tutto è stato semplice: da italiana, l’attaccamento alla famiglia era più forte di qualsiasi cosa. Per quello che mi riguarda, l’equilibrio casa-lavoro è più difficile di qualsiasi progetto scientifico. Una sfida senza regole che mette quotidianamente alla prova».

Mi pare che comunque se la sia cavata. «Pare anche me. In fondo, il fatto di avere una professione che coincide con una passione è una fonte di stabilità e di sicurezza. Nei confronti della vita, dei figli, del marito, del mondo».

Lei lavora con suo marito? «Non più. Sono stata per lungo tempo nella sua unità di ricerca ma, quando lui è diventato direttore dell’Inserm, ho fatto un concorso per avere un mio gruppo. L’ho vinto e sono andata per la mia strada».

Nella sua lotta contro il cancro ha usato anche il patrimonio familiare. «Sì, ho costituito una società per sviluppare l’Iset e metterlo a disposizione dei medici. Se avessi aspettato i finanziamenti pubblici, il test non sarebbe ancora arrivato ai pazienti. I brevetti, però, sono di proprietà degli istituti di ricerca. Se nella mia carriera avessi pensato al denaro, a guadagnare dalle scoperte fatte, non dirigerei un laboratorio né insegnerei: farei altro».

Oggi vive tutto questo come una vittoria personale? «No, il progetto è soprattutto una vittoria della ricerca. Nella quale, in particolare, mi ha seguita una collega italiana, Giovanna Vona, che è morta a 35 anni per un tumore al colon. Eroica e magnifica fino alla fine, Giovanna non ha mai voluto smettere, continuando a lavorare con l’apparecchio per iniettare i farmaci nascosto sotto il camice. Per me non se n’è mai andata: questa battaglia per migliorare la vita dei malati di cancro la combattiamo ancora insieme».

fonte: http://curiosity2015.altervista.org/loncologa-patrizia-paterlini-scopro-i-tumori-prima-che-nascano/