Glifosato, NESSUNO È AL SICURO – Lo sconvolgente test de “Il Salvagente” conferma il rischio: “14 donne incinte su 14 positive all’erbicida potenzialmente (anzi, quasi sicuramente) cancerogeno”…!

 

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Glifosato, NESSUNO È AL SICURO – Lo sconvolgente test de “Il Salvagente” conferma il rischio: “14 donne incinte su 14 positive all’erbicida potenzialmente (anzi, quasi sicuramente) cancerogeno”…!

 

Non serve vivere vicino ai campi, il rischio di essere contaminati dal glifosato è reale anche abitando al centro di una grande città come Roma. Le analisi condotte dal Salvagente, in collaborazione con l’associazione A Sud, parlano chiaro: 14 donne su 14 esaminate sono risultate positive alla ricerca di glifosato nelle loro urine.

“Se non si cambia rotta nessuno può sentirsi al sicuro. Né può pensare che lo siano i propri figli, neppure se non hanno ancora visto la luce” spiega Riccardo Quintili, direttore del mensile il Salvagente, che ha presentato in conferenza stampa il numero della rivista dedicato proprio al pesticida, aggiungendo che “tra le tante cose da cambiare c’è anche l’atteggiamento di chi dovrebbe istituzionalmente difendere i consumatori e invece spesso si macchia di conflitti di interessi che ne ottenebrano il giudizio.” Il riferimento è ai troppi scandali che hanno accompagnato gli studi sulla sicurezza del glifosato, in particolare quelli che nel corso degli ultimi anni lo hanno assolto sconfessando la “probabile cancerogenicità” dichiarata dalla Iarc.

I quantitativi di glifosato riscontrati dalle analisi vanno da 0,43 nanogrammi per millilitro di urina fino a 3,48 nanogrammi. Pochi? Molti? Impossibile dare un giudizio, dal momento che non esistono quantità massime consentite. Quel che è certo è che il glifosato non dovrebbe mai essere presente nel nostro organismo, tanto meno in quello dei nascituri.

“Ci sono numerosi dati sperimentali condotti su cellule placentari ed embrionali umane che dimostrano come il glifosato induca necrosi e favorisca la morte cellulare programmata – ha spiegato Patrizia Gentilini, oncologa e membro del comitato scientifico di Isde – Quindi si tratta di una sostanza genotossica oltre che cancerogena, come ha stabilito la Iarc, non dimenticando che l’erbicida agisce anche come interferente endocrino”.

Indiziato numero uno, secondo le analisi presentate dal mensile dei consumatori e da A Sud è l’alimentazione: la strada che porta il glifosato all’interno del nostro organismo passa inevitabilmente per quello che portiamo in tavola. Non solo pane, pasta, farina e altri prodotti a base di farina come hanno dimostrato le nostre analisi condotte un anno fa dal Salvagente. Oltre l’85% dei mangimi utilizzati in allevamenti, infatti, sono costituiti da mais, soia, colza Ogm, resi resistenti al glifosato.

Contestualmente ai risultati delle analisi è stato presentato il Dossier, realizzato dalle Associazioni A Sud, Navdanya International e CDCA, dal titolo: “Il Veleno è servito – glifosato e altri veleni dai campi alla tavola”, che racconta storia, evoluzioni e rischi dell’utilizzo dei pesticidi in agricoltura, soffermandosi sugli studi scientifici pubblicati, sui profili normativi, sul conflitto di interessi che coinvolge le lobbies agrochimiche impegnate ad ottenere normative più permissive e sulle azioni dal basso promosse in diversi paesi da cittadini, agricoltori e movimenti sociali in prima linea per difendere la propria salute e la sovranità alimentare. Il dossier è gratuitamente scaricabile in e-book dai siti www.asud.net e www.navdanyainternational.it/.

Secondo Ruchi Shroff, dell’associazione Navdanya International, braccio italiano dell’omonima associazione indiana presieduta dalla scienziata e attivista Vandana Shiva: “in tutto il mondo la società civile si sta mobilitando contro l’uso degli agrotossici promosso dal Cartello dei Veleni delle multinazionali che si arricchisce ai danni dei cittadini e a spese degli Stati. L’Italia deve assumere un ruolo più consapevole nelle sedi competenti per difendere la salute dei cittadini, le piccole e medie imprese agricole, la ricchezza culturale e le eccellenze alimentari, come pizza, pasta e pane, che già ora vengono inquinate dal grano canadese al glifosato. Il dossier dimostra come sia possibile un sistema di produzione e distribuzione del cibo sostenibile, equo e salutare contro un sistema industriale anti-ecologico, iniquo e tossico”.

Nel mirino anche le politiche di regolamentazione delle sostanze tossiche in agricoltura; per Marica Di Pierri, A Sud, “occorre cambiare radicalmente la maniera in cui produciamo il cibo. Un’agricoltura senza pesticidi è possibile ed è una questione di salute oltre che di tutela dell’ambiente in cui viviamo. C’è bisogno di rivedere le procedure autorizzative affinché siano trasparenti e non condizionate dallo strapotere delle multinazionali produttrici”.

Simona Savini, associazione WeMove e coordinatrice in Italia dell’ICE Stop Glifosato: “Attraverso l’Iniziativa dei Cittadini Europei per vietare il glifosato potremmo davvero gettare le basi per un’agricoltura libera dai pesticidi. Centinaia di associazioni sono impegnate in questa campagna e i soli in tre mesi abbiamo raccolto 800mila firme su (www.stopglyphosate.org/it). Dobbiamo arrivare al milione entro giugno, e anche in Italia possiamo fare la nostra parte.”

fonte: fonte: https://ilsalvagente.it/2017/05/24/glifosato-le-nostre-analisi-confermano-il-rischio-14-donne-incinte-su-14-positive-allerbicida/

tratto da: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/05/glifosato-nessuno-e-al-sicuro-il-test.html

Il test Svizzero: fino a 6 pesticidi diversi nel tuo tè verde, quello che ti dovrebbe fare tanto, ma proprio tanto bene…

 

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Il test Svizzero: fino a 6 pesticidi diversi nel tuo tè verde, quello che ti dovrebbe fare tanto, ma proprio tanto bene…

 

Il test svizzero: fino a 6 pesticidi diversi nelle bustine di tè verde

Ancora una volta le bustine di tè sotto accusa. Dopo il test di 60 Millions de Consummateurs sulla qualità nera, questa volta a finire in laboratorio sono state le bustine di tè verde. I risultati? Purtroppo sempre deludenti. Il mensile svizzero Bon a savoir ha fatto analizzare 14 marchi di tè verde: con l’eccezione di Lipton e Coop Naturaplan, sono state rilevate tracce di pesticidi in tutti i tè analizzati.

Non si salvano neppure i marchi blasonati come Twining: nel Pure Green Tea sono stati rintracciati 6 pesticidi diversi. Le quantità misurate rimangono entro i limiti di legge ma, come sempre, non sono presi in considerazione gli effetti sulla salute dell’uomo  del cd “effetto cocktail”.

Le sostanze trovate

Partiamo dalle buone notizie. Il test svizzero ha premiato i marchi che avevano una più alta concentrazione di polifenoli, una sostanza presente nei tè verdi che procura benefici all’organismo. Un punteggio più basso, invece, è stato affidato agli infusi che avevano i pesticidi. Gli alcaloidi pirrolizidinici possono essere trovati nelle preparazioni di tè verde quando le piante selvatiche vengono raccolte nello stesso momento. In dosi elevate possono causare danni al fegato. Si sospetta inoltre che siano stati osservati effetti cancerogeni negli animali. Nel test svizzero, quindi, sono stati penalizzati (-0,5) i prodotti quando il valore di tolleranza giornaliera è superato con quattro buste al giorno per una persona da 60 kg; per quanto riguarda le quantità minori, la penalità era limitata a 0,2 punti. Il perclorato e i clorati possono inibire l’assorbimento di iodio da parte della tiroide. Le tracce di ciascuno di questi prodotti hanno portato ad una detrazione di 0,2 punti. L’antrachinone ha dimostrato di essere cancerogena negli esperimenti sugli animali. Una penalità di 0,5 punti è stata applicata a gradi superiori al valore raccomandato dall’Ue (0,02 g / kg). Tra 0,01 e 0,02 g / kg, è stato sottratto 0,2 punti.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/21/il-test-svizzero-fino-a-6-pesticidi-diversi-nelle-bustine-di-te-verde/28516/

Fino a 17 pesticidi nello stesso tè! Testate 26 marche, anche “bio”, TUTTE contengono pesticidi, compreso Lipton e Twinings! Ecco le porcherie che ci rifilano…!

 

pesticidi

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Fino a 17 pesticidi nello stesso tè! Testate 26 marche, anche “bio”, TUTTE contengono pesticidi, compreso Lipton e Twinings! Ecco le porcherie che ci rifilano…!

 

Fino a 17 pesticidi nello stesso tè. Neanche Lipton e Twinings si salvano

Fino a 17 pesticidi nella stessa bustina di tè. A scoprirlo è il magazine francese 60 millions de consommateurs che ha confrontato 26 marche vendute in Francia accertando che tutte, anche quelle bio, contengono pesticidi.

I peggiori e i migliori

Se per nove prodotti le tracce di pesticidi risultano “appena misurabili”, per quattro il risultato complessivo è stato “molto insufficiente”, contenendo residui molto importanti di pesticidi, anche sopra i limiti di legge. Nel té nero Dammann Frères sono stati trovate fino a 17 diverse tracce di pesticidi, ma tra i té neri, considerando tutti i tipi di materiali contaminanti, i peggiori sono stati ritenuti: l’Original earl grey della Twinings, il Rich earl grey Lipton e il Thè noir earl grey di Bio Village Repère (E.Leclerc). Nella categoria tè verde alla menta, invece, i giudizi complessivi si sono mantenuti tutti entro la soglia dell’”accettabile”. Qui Lipton si riscatta con uno dei migliori risultati con il prodotto thé verde alla menta, mentre tra i neri, il té bio Auchan noir Earl grey aromatisé ottiene un “molto buono” complessivo.

Cosa è stato trovato?

Tra i pesticidi più rilevati da 60 millions c’è il folpet, un fungicida, e l’antrachinone, un repellente per uccelli. Nel tè Bio Village è stato rilevato antrachinone in quantità quasi quattro volte il limite consentito, e in tutti i prodotti biologici c’è sempre almeno un pesticida, anche se questi insieme ai tè verdi ottengono dei risultati comunque migliori. Il tè verde con più contaminanti ha 10 tracce di pesticidi, e tra i tè neri, quelli bio hanno una media di residui di 3,4 volte inferiore a quelli convenzionali (mentre i bio verdi riducono la presenza rispetto ai convenzionali di 2,2 volte). Tra i metalli rilevati nei campioni arsenico, cadmio e mercurio e alluminio (trovato in maggiore quantità). Il mercurio, in particolare, è stato trovato in metà dei tè verdi studiati, mentre è quasi assente nei tè neri.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/11/08/fino-a-17-pesticidi-nello-stesso-te-neanche-lipton-e-twining-si-salvano/27803/

Glifosato – Un nuovo test svizzero svela, ancora una volta, presenza nella pasta di Barilla, Divella e De Cecco – …e ‘ste porcherie le dobbiamo mangiare noi!

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Glifosato – Un nuovo test svizzero svela, ancora una volta, presenza nella pasta di Barilla, Divella e De Cecco – …e ‘ste porcherie le dobbiamo mangiare noi!

 

Da Altroconsumo:

Glifosato, test svizzero svela tracce in pasta Barilla, Divella e De Cecco

Ampiamente sotto i limiti di legge eppure il glifosato è presente in tracce in tre marche di spaghetti made in Italy: BarillaDe Cecco e Divella. La trasmissione consumerista A Bon Entendeur del canale svizzero-francese Rts ha analizzato 16 prodotti tra paste e cereali da prima colazione a caccia dell’erbicida più usato al mondo e sospettato di essere cancerogeno per la Iarc. In sei casi, pur in quantità ridotte, è stato rilevato un residuo di glifosato.

“Nessuno è al sicuro”

Nel numero scorso (acquista qui) abbiamo dimostrato come la presenza di questo pesticida non può tranquillizzare nessun cittadino: nell’urina di tutte e 14 ragazze incinte, tutte residenti a Roma quindi in una zona potenzialmente non esposta al pesticida, che si sono sottoposte volontariamente al nostro test è stata riscontrata la presenza di glifosato. Segno che “Nessuno è al sicuro” (il titolo della nostra copertina di giugno) visto che l’esposizione è ripetuta e arriva da diverse fonti, cibo in primis.

Cosa mettiamo nel piatto

Come dimostra il recente test della trasmissione tv A Bon Entendeur: su 16 prodotti analizzati ben sei sono risultati contaminati in tracce. Non essendoci un limite di legge per i prodotti finiti è stato preso in considerazione quello previsto per la materia prima, il grano, che secondo la normativa Ue non può contenere più di 10.000 ppb (parti per miliardo o 10 mg/kg) di glifosato. Le quantità riscontrate sono molto basse. Ve li presentiamo in ordine crescente per quantità riscontrata. Nel Müsli per la colazione Crownfield prodotto in Germania è stato riscontrato un residuo pari a 17 ppb; nelle penne rigateBarilla 30 ppb;

spaghetti n° 12 De Cecco 32 ppb; fette biscottate Roland prodotte in Svizzera 44 ppb; spaghetti ristorante 8 Divella 62 ppb; cereali da colazione Nestlé Cheerios confezionati nel Regno Unito hanno riportato la più elevata concentrazione: 111 ppb.

Esposizione multipla ed effetto cocktail

In sè tutti i prodotti analizzati sono sicuri e quindi commerciabili. Ma la presenza dei residui di glifosato è ovunque: arriva nel nostro corpo principalmente tramite il cibo. Nel maggio 2016 abbiamo analizzato 50 prodotti tra pasta, farina, biscotti, corn flakes e fette biscottate e in diversi casi abbiamo riscontrato concentrazioni simili a quelle del test svizzero: la pasta Divella, ad esempio, risultò al nostro laboratorio con una quantità di 33 ppb.

Visto che non mangiamo mai un singolo prodotto al giorno, o anche un singolo prodotto a base di frumento (il glifosato è usato in particolar modo per “essiccare” prima il grano nei paesi freddi, dove manca il sole, come il Canada), ma la nostra dieta prevede molti farinacei (pasta, pizza, pane e via elencando) e nessuno mai ha analizzato l’impatto multiplo, l’effetto cocktail, dei pesticidi che, seppur in dosi piccoli, provengono da diversi alimenti. Per tutelera la salute dei consumatore sarebbe il caso di andare verso il bando dell’uso del glifosato come chiede la larga coalizione europea StopGlifosato al quale aderisce anche il Salvagente e che ha raggiunto il milione di firme necessarie per l‘Ice, l’Iniziativa dei cittadini europei, che costringerà il Parlamento europeo ad esaminare la richiesta di messa al bando definitivo del temuto pesticida, senza ulteriori proroghe come vorrebbe la Commissione Junker.

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/07/03/glifosato-test-svizzero-svela-tracce-in-pasta-barilla-divella-e-de-cecco/24007/

 

Scioccante – i cosmetici che utilizziamo tutti i giorni: ecco come vengono testati prima di raggiungere le nostre case…!

 

Cosmetici

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Scioccante – i cosmetici che utilizziamo tutti i giorni: ecco come vengono testati prima di raggiungere le nostre case…!

La maggior parte delle persone non ha idea di come vengano testati i cosmetici prima che raggiungano la nostra casa. Il metodo è alquanto scioccante….

Immaginate per un momento la seguente situazione: vi state lavando i capelli e improvvisamente, una goccia di shampoo finisce accidentalmente in un occhio. E ora, che cosa si fa? Naturalmente laverete immediatamente gli occhi per evitare che lo shampoo li brucia. Ora cambiamo situazione: un cucchiaio di shampoo viene versato nei vostri occhi, ma non potete sciacquarli con dell’ acqua o con le lacrime. Ahimè! Solo a pensarci vengono brividi …

cosmetici test 1

Questo è ciò che succede ai coniglietti in un laboratorio nel quale vengono effettuati test sui cosmetici, prima di essere venduti nei centri commerciali o centri estetici. Vi offriamo l’opportunità di conoscere meglio ciò che accade all’interno delle fabbriche di cosmetici, prima che i prodotti siano pronti per la vendita e uno scaffale.

Gli animali vengono usati come cavie, metodo più comune in questo campo. Noto come test di Draize, è stato attuato nel 1940. Le gocce della sostanza vengono versate nell’ occhio di un coniglio, e si aspetta per vedere cosa succede alla cornea. Spesso, la cornea dell’animale diventa torbida e l’occhio perde la sua funzione.

cosmetici test 2

Se non si osserva nulla di strano alla cornea o alla mucosa della membrana, il test continua. Questi test si svolgono in un periodo di 24 ore. Durante tutto questo tempo, la testa del coniglio è fissata saldamente con un collare speciale, in modo che l’animale non possa graffiarsi l’occhio con la zampa e per evitare che la sostanza fuoriesca.

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Durante il test si confronta con l’occhio sano, per ottenere un risultato più affidabile. Se la cornea diventa torbida, allora l’animale viene osservato per 21 giorni. Se i danni causati dall’applicazione del cosmetico sono irreversibili, l’animale viene ucciso.

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Ma non è tutto! Se il test è negativo, l’esperimento viene ripetuto su un secondo coniglio. Se il risultato del test è lieve e reversibile, viene utilizzato un terzo coniglio. Inutile dire che, alla fine di ogni prova, tutti gli animali vengono uccisi , dal momento che non potrebbero utilizzarli per altri test.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare, che sugli animali usati per questi esperimenti: gatti, cani, conigli, ratti, porcellini d’India, e perfino scimmie, la tossicità di un cosmetico, viene testata sulla pelle rasata dell’animale.

Che cosa possiamo fare per evitare questo trattamento disumano? In primo luogo, è necessario controllare tutti gli accessori, cosmetici e profumi prima di acquistarli.

cosmetici test 5

I produttori che non utilizzano gli animali nei loro test, fanno parte di una lista bianca o etica. Ciò significa che solo creano solo prodotti vegetali, o che utilizzano metodi alternativi per testarli, senza usare animali. È possibile individuare il logo di un coniglio in un cerchio e le parole “Non testato su animali”, “amico della natura”, ecc …

Se questo logo non è presente nelle vostre marche preferite di cosmetici, allora questi appartengono alla cosiddetta “lista nera”. Vi sorprenderà sapere che la maggior parte dei marchi famosi, compare in questa lista!

Il problema tragico dei test cosmetici effettuati sugli animali, deve essere risolto attraverso l’utilizzo di metodi alternativi! Condividete questo articolo con i vostri amici, per contribuire a combattere queste prove disumane condotte su poveri animali indifesi!

Fonte: piccolestorie.net

Obsolescenza programmata – Smartphone e pc fatti per durare poco: Apple e Samsung tra i peggiori – Ecco le pagelle di Greenpeace, utilissime se dovete fare un nuovo acquisto.

 

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Obsolescenza programmata – Smartphone e pc fatti per durare poco: Apple e Samsung tra i peggiori – Ecco le pagelle di Greenpeace, utilissime se dovete fare un nuovo acquisto.

 

Smartphone e pc fatti per durare poco: Apple e Samsung tra i peggiori

Greenpeace contro l’obsolescenza programmata (e le sue nefaste ricadute sull’ambiente) di smartphone, tablet e pc portatili. Da uno studio pubblicato appena due giorni fa dall’associazione ambientalista, alcune grandi marche di apparecchi elettronici escono con le ossa rotte.

La classifica è stata stilata in collaborazione con gli esperti del sito iFixit, che hanno valutato la possibilità dei congegni elettronici di essere riparati: Samsung, Microsoft e Apple non fanno una bella figura.

44 i prodotti sotto osservazione, venduti tra il 2015 e il 2017, cui sono stati attribuiti punteggi da 1 a 10 secondo più fattori: facilità di sostituire le batterie o lo schermo, disponibilità dei pezzi di ricambio e del manuale di riparazione, possibilità di intervento senza il bisogno di strumenti specifici.

 

 

I MIGLIORI E I PEGGIORI SECONDO GREENPEACE

Smartphone

Tra i 21 smartphone valutati è Samsung che ottiene i voti peggiori: 3 per i suoi Galaxy S7 e S7 Edge, 4 per il Galaxy S8, bocciati in tutte le voci considerate. Così come lo smartphone LG G6, che racimola un magro 5 su 10.

Conquistano appena la sufficienza (voto 6) lo Xiaomi MI 5, il Lenovo K5 Note, il Huawei Mate 8, il Vivo X7, l’Asus Zenfone 3 Max e il Sony Xperia Z5 Compact.

Gli iPhone 7+ e 7 della Apple ottengono 7. Stesso voto per: Google Pixel XL, Oppo R9M, Lenovo Moto Z, Huawei P9 e Vivo X7+.

Un punto in più (voto 8) è andato agli smartphone LG G4 e G5 e allo Xiaomi Redmi Note 3.
Il migliore? Il Fairphone 2, l’unico a conquistare un 10 pieno.

Tablet

Anche tra i 14 tablet, solo uno conquista la palma del migliore con il punteggio di 10: l’HP Elite X2 1012 G1.
A seguire, con punteggio di 8, si piazzano: l’LG G Pad 7.0, l’Acer Iconia One 7 e l’Amazon Paperwhite.
Voto 7, invece, ai tablet Huawei Mediapad M2 10.0, HP Elitepad 1000 G2 e Amazon New Fire. Con la sufficienza (voto 6) se la cava il Huawei Mediapad T2 7.0.

Bocciati il Sony Xperia Z4 (voto 5), il Samsung Galaxy Tab S3 e il Google Pixel C (entrambi con voto 4), l’Apple iPad Pro 9.7” e iPad 5 (voto 2) e, a chiudere la classifica, l’MS Surface Pro 5 (con voto 1).

PC portatili

Infine, tra i 9 laptops valutati si registra uno scarto enorme tra i migliori e i peggiori.

Se in due – il Dell Latitude E5270 e l’HP elite book 840 G3 – conquistano il massimo punteggio (10), e altri 4 sono abbondantemente sopra la sufficienza (Samsung Series 9 15” ed LG Gram 15” con voto 9; l’Acer Predator 17.3 con voto 8; e il Dell XPS 13, con voto 7), in 3 chiudono la classifica con il minimo punteggio, 1 su 10.

I tre “nemici dell’ambiente” sono: l’MS Surface Book, e i due laptops della Apple, Macbook Pro 13” e Retina Macbook 2017.

COS’È L’OBSOLESCENZA PROGRAMMATA

La tecnologia di cui ci serviamo ogni giorno ha una data di scadenza. Telefonini, computer, ma anche i grandi elettrodomestici, non hanno vita lunga. E si guastano spesso appena scaduta la garanzia.

E se vogliamo “aggiustarli” dobbiamo fare letteralmente i conti con eventuali riparazioni: spesso costose, non risolutive, o con pezzi di ricambio difficili da reperire. Si fa prima, insomma, a comprare un prodotto nuovo.

Realizzare dispositivi facilmente riparabili e progettati per durare è il passo più significativo che le aziende possono intraprendere per ridurre gli impatti ambientali dei prodotti elettronici. È quello che chiede Greenpeace con la sua campagna di sensibilizzazione, con l’invito a firmare la petizione sul sito www.rethink-it.org.

Ecco “ISET”, il test in grado di diagnosticare il tumore invasivo diversi anni prima che si manifesti della professoressa Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel

ISET

 

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Ecco “ISET”, il test in grado di diagnosticare il tumore invasivo diversi anni prima che si manifesti della professoressa Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel

Patrizia Paterlini, l’oncologa italiana in profumo di Nobel, è la madre del test “Iset”, in grado di diagnosticare il tumore invasivo con diversi anni di anticipo rispetto al manifestarsi della malattia.

La professoressa Paterlini, laureata a Modena e già allieva di Mario Coppo si sbilancia: “Scoprire il male con l’esame del sangue diventerà routine”.

Di di Stefano Luppi su la Gazzetta di Modena

Patrizia Paterlini-Bréchot, docente di biologia cellulare e molecolare all’Università Descartes di Parigi, insieme alla sua equipe sta facendo molto per “uccidere il cancro” come ha intitolato il suo ultimo libro. Al massimo tra 4-5 anni questo sogno dell’umanità e di milioni di malati di cancro nel mondo potrebbe concretizzarsi.
La professoressa Paterlini – che alcune voci accreditano già per il Premio Nobel – è nata nel Reggiano, a Castelnovo Sotto e si è laureata a Modena. Università dove ha svolto i primi incarichi post laurea che successivamente l’hanno poi portata a L’Aquila, Bologna e da circa trent’anni in Francia dove ha studiato con un luminare, il professor Christian Bréchot che poi è anche divenuto suo marito. Qui Patrizia Paterlini ha contribuito allo sviluppo del test “Iset”, oggi al centro di cinque brevetti del suo ateneo, una tecnica in grado di diagnosticare il tumore invasivo con diversi anni di anticipo rispetto al manifestarsi della malattia.
Lei è reggiana e ha compiuto i primi studi a Modena.
«Castelnovo di Sotto ha poche migliaia di abitanti, è lì che sono cresciuta, in quell’Italia per metà industriale e per metà agricola. Successivamente sono andata a vivere a Modena, dove sono stata anche residente: una città che per me è stato un vero nido di formazione, con esperienze molto importanti per la mia carriera successiva. Ma del resto l’università di Modena è una delle migliori d’Italia. Ricordo che presi in affitto una camera in un presbiterio vicino alla facoltà e stilai un calendario di dodici ore di lavoro al giorno, weekend compresi. Inoltre il sabato mattina gli studenti avevano la possibilità di fare pratica assistendo alle autopsie all’Istituto psichiatrico San Lazzaro di Reggio».
Dopo la laurea è stata dura? Lei in fin dei conti è un cervello in fuga dal proprio Paese.
«Dopo la laurea in medicina a Modena l’accesso ai posti universitari era bloccato, da anni, in tutta Italia. Al tempo ho dovuto pazientare tre anni, nel corso dei quali al mattino lavoravo in una clinica nota di Modena e al pomeriggio facevo ricerche in ematologia, a titolo gratuito, presso il Policlinico».
Chi è stato il suo maestro a Unimore? 
«Beh, ne parlo diffusamente nel libro perché si tratta di un maestro in campo clinico, anche in Francia: il professor Mario Coppo, purtroppo scomparso. Da lui ho imparato tutto, era una celebrità anche perché curava il papa, Maria Callas e alcune teste coronate. Per seguire le sue lezioni tanti studenti e medici non esitano a spostarsi come ci si sposta per assistere a uno spettacolo con una star. Come scrivo nel libro il ‘Maestro’, come tutti lo chiamavamo, esigeva l’eccellenza a livello scientifico, medico, comportamentale, intellettuale, morale, etico, linguistico. E osservava anche il tuo abbigliamento che doveva sempre essere consono».
Il cancro può essere sconfitto professoressa? 
«Siamo in un’epoca eccezionale da questo punto di vista, con progressi notevoli e a noi ricercatori pare che ci possa essere presto una netta diminuzione della mortalità se si riesce a diagnosticare prima la malattia. Individuare le prime cellule tumorali diffuse nel sangue è di straordinario aiuto per scoprire precocemente i tumori invasivi».
Il metodo da lei scoperto come funziona? 
«Da poco più di un anno è a disposizione il test Iset (Isolation by Size of Tumor Cells, www.isetbyrarecells.com) con il quale isoliamo e individuiamo le cellule tumorali nel sangue. Il test è per ora disponibile per aiutare a prevenire le metastasi in pazienti con diagnosi di tumore già acclarato, ma può essere eseguito anche su chi, senza diagnosi di tumore, lo richiede con consenso informato. Costa 486 euro, cifra non ancora rimborsata dall’assistenza sanitaria pubblica, né in Francia né altrove. Ma un giorno l’esame costerà pochi euro, un po’ come avviene oggi per quelli che analizzano la tiroide o il colesterolo. Abbiamo però bisogno di molti fondi per proseguire le ricerche e arrivare alla sua diffusione in modo capillare (per informazioni www.stl-dono.it)».

fonte: http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2017/04/22/news/patrizia-paterlini-da-modena-a-parigi-per-uccidere-il-cancro-1.15232636

QUI potete trovare il libro Uccidere il cancro: https://www.ibs.it/libri/autori/Patrizia%20Paterlini-Br%C3%A9chot

seguite la Prof.ssa Paterlini sul suo profilo Twitter: https://twitter.com/patriziapaterli

leggi anche:

L’oncologa Patrizia Paterlini: “Scopro i tumori prima che nascano”

 

Ancora falso olio extravergine: Bertolli, De Cecco e Carapelli bocciati nel test della tv svizzera Patti Chiari. CONTINUANO A PRENDERCI PER I FONDELLI. Segnatevi queste marche e ricordatevele quando andate a fare la spesa!!

olio extravergine

 

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Ancora falso olio extravergine: Bertolli, De Cecco e Carapelli bocciati nel test della tv svizzera Patti Chiari. CONTINUANO A PRENDERCI PER I FONDELLI. Segnatevi queste marche e ricordatevele quando andate a fare la spesa!!

 

Ancora falso olio extravergine: Bertolli, De Cecco e Carapelli bocciati nel test della tv svizzera Patti Chiari. Promossa Monini. Vince lo svizzero Sabo, prodotto dall’italiana Clemente

Ancora una volta un test comparativo, questa volta realizzato dal programma della tv svizzera italiana Patti Chiari, segnala la presenza sul mercato di finti oli extravergini. Gli autori del servizio, andato in onda il 9 dicembre hanno fatto analizzare in laboratorio 12 bottiglie (alcune vendute anche nei supermercati italiani), rilevando in alcuni casi l’assenza dei requisiti di legge per etichettare l’olio come extravergine di oliva. Il panel di esperti, nominati dal Consiglio olivicolo internazionale (COI) di Weadensiwill nel Canton Zurigo,  ha analizzato l’olio da un punto di vista organolettico alla ricerca di difetti sensoriali percepibili al gusto e all’olfatto, come stabilito dalla normativa europea.

I risultati sono stati davvero scoraggianti. Metà delle bottiglie prese in esame sono state bocciate a causa dei difetti riscontrati nel gusto e per la scarsa qualità del prodotto. Sulla base dei giudizi attribuiti dal panel ai vari marchi, la norma europea non consentirebbe di vendere come extravergini sei oli su dodici. Tra i marchi sotto accusa troviamo: De Cecco Classico, Bertolli Originale e Carapelli Classico. Non è la prima volta che Bertolli, come pure Carapelli e De Cecco vengono accusati di proporre in bottiglia un olio extravergine che non è tale. I primi rilievi risalgono al 2015  quando le inchieste di Il Test – Salvagente, aveva realizzato un test comparativo che ha declassato da olio extra vergine a olio vergine 9 marchi italiani tra cui Bertolli, ma anche Carapelli, De Cecco e Sasso. In seguito anche il programma svizzero Kassensturz e la rivista elvetica Ktipp bocciano ancora Bertolli. Pochi mesi fa, per Bertolli, Sasso e Carapelli, è arrivata anche una sanzione dall’Agcm, che ha condotto ulteriori analisi sensoriali, riscontrando difetti tali da provocare il declassamento dell’olio a vergine. In seguito alla sanzione, Carapelli (controllata da Deoleo), aveva scritto al Fatto Alimentare in rappresentanza di Bertolli e Sasso, per ribadire l’impegno del gruppo a migliorare gli standard qualitativi dei propri prodotti.

Tra le sei bottiglie di vero extravergine, due sono comunque di scarsa qualità

Esce vincitore dal test, l’olio extravergine 100% italiano Sabo, imbottigliato in Canton Ticino, ma prodotto dall’azienda italiana Clemente, con olive 100% pugliesi. Seguono l’olio Gran Delizia Toscano IGP e Monini Classico. Due degli oli sottoposti al test, pur essendo stati classificati extravergini dagli assaggiatori, raggiungono un punteggio insufficiente.

 

 

L’olio extra vergine Bertolli è stato bocciato dagli assaggiatori

A conferma dei risultati ottenuti dal panel svizzero, Patti Chiari ha sottoposto i 12 oli anche all’esame organolettico del Comitato di assaggio ufficiale dell’olio Chianti DOP, e al laboratorio fiorentino di analisi ValorItalia di Sambuca per quanto attiene le analisi chimiche. Sia il secondo panel, che le analisi di laboratorio  hanno sostanzialmente confermato la classifica degli esperti svizzeri. Vale la pena sottolineare come da un punto di vista analitico tutti gli oli analizzati rispettano i parametri chimici previsti dalla legge europea sugli extravergini, anche se alcuni elementi evidenziano le criticità evidenziate nelle prove di assaggio. Il laboratorio ha confermato le criticità dell’olio De Cecco (troppi polifenoli (cattivi) a basso peso molecolare), di Carapelli (presenza di alchilesteri). Al contrario, l’olio Sabo risulta contenere la quantità maggiore di polifenoli (buoni)  indice di buona qualità del prodotto e responsabili delle note amare di un extravergine di qualità.

Le aziende produttrici degli oli bocciati contestano le analisi

Deoleo, proprietaria di Carapelli e Bertolli, insieme a De Cecco e altre aziende produttrici degli oli bocciati dal test hanno contestato le analisi, avanzando l’idea che  le modalità di conservazione e stoccaggio potrebbero aver alterato le caratteristiche, oltre a sottolineare la soggettività delle analisi organolettiche. Tutte le aziende assicurano che le analisi condotte internamente prima prima e dopo aver ricevuto i risultati dei test della TV svizzera sono conformi ai requisiti di legge. Alle accuse di poca riproducibilità dei test sensoriali risponde Gianfranco De Felice del Coi, che ha rassicurato sulla validità assoluta della prova di  assaggio come elemento discriminante per classificare un extravergine e ha consigliato, se si vuole avere garanzia di maggiore qualità, di scegliere extravergini DOP e IGP. L’ultima nota riguarda la decisione dei grandi marchi di non accettare l’invito al confronto proposto dalla tv svizzera. Siamo di fronte all’ennesimo test che riscontra anomalie tra i grandi marchi  dell’olio extravergine e all’ennesimo rifiuto delle aziende di discutere. Un atteggiamento che non può portare a niente di buono.

 

fonte:http://www.ilfattoalimentare.it/falso-extravergine-patti-chiari.html