Glifosato, storia di un veleno da cui è impossibile difendersi

 

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Glifosato, storia di un veleno da cui è impossibile difendersi

Biscotti, farine, corn flakes, pasta, ma anche acqua potabile del rubinetto di casa (acquista qui il numero) e le baguette precotte da supermercato. E ancora: abbigliamento, come l’intimo per bambini, e matrici biologiche come le urine di 14 donne incinte. Sono oltre cento le matrici analizzate dal Salvagente in un anno e mezzo per verificare la presenza di glifosato: un numero impressionante se pensiamo che il Piano di controllo del ministero della Salute ha previsto l’analisi di soli 25 campioni di grano, di cui solo 13 proveniente dall’estero.

Il 5 ottobre gli Stati membri sono chiamati a esprimersi sulla richiesta della Ue di autorizzare per altri 10 anni l’uso del glifosato. Oggi la Coalizione StopGlifosato ha organizzato un tweetstorm per chiedere er chiedere al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al ministro delle Politiche agricole Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, alla ministra della Salute, Beatrice Lorenzin e al ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che l’Italia il 5 ottobre dica a Bruxelles “No alla ri-autorizzazione per altri 10 anni dell’uso del glifosato” e che, come ha fatto il governo austriaco, chieda alla Commisione Ue l’apertura di un’indagine sulla valutazione di rischio relativo al glifosato condotta dall’Efsa, nella quale sono stati copiate e incollate decine e decine di pagine prese dai documenti della Monsanto.

“Nessuno è al sicuro”

I risultati più sorprendenti sicuramente sono quelli che abbiamo pubblicato nel numero di giugno 2017. Non serve infatti vivere vicino ai campi, il rischio di essere contaminati dal glifosato è reale anche abitando al centro di una grande città come Roma. Le analisi condotte dal Salvagente, in collaborazione con l’associazione A Sud, parlano chiaro: 14 donne su 14 esaminate sono risultate positive alla ricerca di glifosato nelle loro urine.

I quantitativi di glifosato riscontrati dalle analisi vanno da 0,43 nanogrammi per millilitro di urina fino a 3,48 nanogrammi. Pochi? Molti? Impossibile dare un giudizio, dal momento che non esistono quantità massime consentite. Quel che è certo è che il glifosato non dovrebbe mai essere presente nel nostro organismo, tanto meno in quello dei nascituri.

Cos’è il glifosato

Il glifosato è un erbicida non selettivo impiegato sia su colture arboree che erbacee e aree non destinate alle colture agrarie (industriali, civili, argini, scoline, ecc.). È attualmente utilizzato in 750 prodotti per l’agricoltura: tra quelli che lo contengono come principio attivo il più noto è certamente il Roundup della Monsanto, una miniera d’oro per gli affari della multinazionale di biotecnologie agrarie. Basti pensare che secondo le stime della US Geological Survey, il consumo dell’erbicida è passato dai 67 milioni di chili del 1995 (l’anno precedente alla coltivazione dei campi Ogm) agli 826 milioni di chili del 2014, e la tendenza è quella di crescere, perché le piante infestanti sono sempre più resistenti e quindi hanno bisogno di dosi maggiori della sostanza per avere lo stesso effetto.

La Iarc e l’Efsa: due pareri discordanti

Il glifosato ha fatto il suo ingresso sulla scena scientifica e politica a marzo dello scorso anno quando una monografia della Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha revisionato tutti gli studi scientifici in materia e ha concluso classificando l’erbicida come genotossico (in grado cioè di danneggiare il Dna), sicuro cancerogeno per gli animali e probabile cancerogeno per l’uomo. Pochi mesi dopo l’Efsa ha ribaltato le conclusioni della Iarc sostenendo che è improbabile che il glifosato rappresenti un rischio cancerogeno per gli umani. Una presa di posizione che ha prestato il fianco a molte critiche che hanno a che fare, innanzitutto, con l’indipendenza degli autori che hanno firmato lo studio su cui l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare ha basato le sue conclusioni. Questo studio risulta scritto dalla Gliphosate task force, ovvero un gruppo in cui collaborano i produttori di fitofarmaci o meglio le aziende che hanno chiesto di poter vendere il glifosato nei paesi dell’Unione europea. Il rapporto tedesco (commissionato dall’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bfr) di 947 pagine consiste sostanzialmente in una serie di riassunti di studi commissionati da quelle aziende per indagare gli effetti del glifosato sulla salute.

Lo scandalo Monsanto Papers e il copia-incolla dell’Efsa

A luglio scorso scoppia lo scandalo dei Monsanto Papers. In quelle carte non ci sono solo le pressioni esercitate da Monsanto sulla Iarc, l’Agenzia internazionale sulla ricerca contro il cancro, che ha definito come “probabile cancerogeno” il glifosato (principio attivo del RoundUp, l’erbicida più usato al mondo), e testimoniate dall’inchiesta condotta da Le Monde. Dai Monsanto Papers emergono anche i condizionamenti messi in atto dal big dei pesticidi sull’Epa, l’Autorità di protezione ambientale, competente a rilasciare negli Stati Uniti le licenze all’uso dei pesticidi.

Non solo. A settembre scoppia anche il caso del copia-incolla dell’Efsa: nel parere nel quale l’Autorità per la sicurezza alimentare europea ha dato il via libera alla Ue per ri-aiutorizzare il glifosato, sono state copiate di sana pianta un centinaio di pagine direttametne dai documenti della Monsanto con i quali il big dell’agritech perorava l’innocuità del suo RoundUp.

 

fonte: https://ilsalvagente.it/2017/10/03/glifosato-storia-di-un-veleno-da-cui-e-impossibile-difendersi/26519/