La fantastica ricetta con cui l’Islanda ha sconfitto la crisi: politici capaci, lasciate fallire le banche, sbattuti in galera i banchieri responsabili, rimborsata la gente con i soldi ricavati vendendo una banca, niente austerità!

 

Islanda

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La fantastica ricetta con cui l’Islanda ha sconfitto la crisi: politici capaci, lasciate fallire le banche, sbattuti in galera i banchieri responsabili, rimborsata la gente con i soldi ricavati vendendo una banca, niente austerità!

 

Ancora una volta ci troviamo a raccontare quanto accade in Islanda, dove i banchieri finiscono in prigione (anziché essere salvati dal governo) e l’austerità viene rifiutata.
I risultati di questa strategia anti-sistema sono ottimi, tanto è vero che la crisi è scomparsa e la popolazione islandese – dopo un periodo molto difficile – è tornata a vivere nel benessere, come riporta un articolo di Vox.com tradotto in italiano dalla redazione di Comedonchisciotte.
Ieri (2 anni fa – Ndr) il primo ministro islandese, Sigmundur Gunnlaugsson, ha annunciato il piano che costituisce essenzialmente il capitolo conclusivo della strategia adottata dal suo paese per la gestione della crisi finanziaria – un approccio che deviava parecchio dalle preferenze delle élite finanziarie globali e che ha funzionato piuttosto bene. Invece di abbracciare l’ortodossia dei salvataggi bancari, dell’austerità e della bassa inflazione, l’Islanda ha fatto esattamente l’opposto.
E nonostante la sua economia fosse stata colpita dalla crisi bancaria forse più duramente di qualsiasi altra nel mondo, ciò non ha avuto una ripercussione poi così grande sull’occupazione che comunque è stata oggetto di una grande ripresa.
Quanto grande? Bè, è sufficiente paragonare l’evoluzione del tasso di disoccupazione in Islanda con ciò che è successo in Irlanda, il fiore all’occhiello delle Persone Molte Serie. Oppure effettuate un paragone con gli Stati Uniti.
Come ci sono riusciti?
Lasciare che le banche falliscano
Per iniziare, piuttosto che affannarsi a mobilizzare risorse pubbliche per assicurarsi che le banche non venissero meno alle proprie obbligazioni, l’Islanda ha lasciato che le banche fallissero. I dirigenti della banca più importante del paese sono stati perseguiti penalmente e sono finiti in prigione (v. seguito articolo).
Rigettare l’austerità.
Nonostante ciò, l’Islanda venne colpita da una grave recessione che diede luogo ad una crescita incontrollata del rapporto tra debito e PIL. Ma anche dopo diversi anni di costante incremento, il governo non cedette al panico. Decise invece di dare priorità alla ripresa. E quando la ripresa era ormai stata avviata e il rapporto debito – PIL aveva iniziato a ridursi, il governo fece in modo che si riducesse in modo graduale.
Svalutare e accettare l’inflazione.
Non esistono pasti gratis nella vita, e nessun paese si riprende da una grave recessione senza poter evitare che accadano anche delle brutte cose. Ma mentre la maggior parte dei paesi sviluppati ha subito anni di disoccupazione insostenibilmente elevata abbinata ad un’inflazione esageratamente bassa, l’Islanda ha fatto il contrario. Ha lasciato che il valore della propria moneta sprofondasse, il che ha condotto naturalmente a prezzi più alti.
Il risultato di ciò è stato un rapido riguadagnare terreno nei mercati internazionali delle industrie esportatrici del paese. La disoccupazione è salita, ma si è poi fermata ad un modesto 7,6% prima di scendere in modo costante fino a raggiungere livelli molto bassi. Negli Stati Uniti e in Europa, la priorità è stata data ad al mantenimento di una inflazione bassa al fine di proteggere i patrimoni dei benestanti. L’Islanda ha dato invece priorità all’occupazione ed è stata una scelta che ha funzionato.
Imporre controlli temporanei sui movimenti di capitale
In un contesto di insolvenze bancarie e valute che sprofondano, il governo islandese ha ritenuto necessario l’imposizione di un’ulteriore misura – i “capital controls”, ossia regolamentazioni che limitano l’abilità dei cittadini islandesi di portare fuori dal paese il loro denaro. Questo rappresenta una seria violazione dell’ortodossia del libero mercato. Costituisce inoltre una grossa scocciatura per le persone normali nelle loro attività ordinarie nonché un ostacolo alla creazione di nuove imprese. In alcuni paesi come l’Argentina questo tipo di controlli sul capitale ha incoraggiato il diffondersi di corruzione e malaffare.
Questo ha portato alcuni a concludere che non importa quanto bene possano funzionare da un punto di vista economico le politiche eterodosse, poiché esse sono destinate in definitiva al fallimento sul piano politico.
L’Islanda è prova del fatto che questo non è il caso. Azzeccare la giusta politica è difficile, ma può essere fatto. E il vantaggio che deriva dal fare la cosa giusta – svalutare in modo massiccio la moneta, imporre controlli ai movimenti di capitale per limitare le conseguenze negative e poi terminare i controlli una volta che l’economia si è ripresa – può essere enorme. L’Islanda ha trascorso 7 o 8 anni difficili, ma lo stesso vale per tanti altri paesi. Adesso però le cose stanno iniziando ad assumere un aspetto positivo perché i leader del paese hanno avuto la saggezza di rigettare gli elementi di quella saggezza convenzionale e compiaciuta di sé che altrove hanno dato prova di essere così nocivi.
fonte: http://siamolagente2.altervista.org/fantastica-islanda-mette-i-banchieri-in-prigione-rifiuta-lausterita-e-cosi-supera-la-crisi-sara-perche-i-loro-politici-non-sono-degli-incapaci-che-pensano-solo-ai-cazzi-loro-e-che-i-loro-m/

La civiltà? Islanda: prima hanno sbattuto in galera i banchieri che hanno provocato la crisi, ora rimborsano la gente con i soldi ricavati vendendo una banca !!

DI CLAIRE BERNISH – theantimedia.org

Per cominciare l’Islanda ha sbattuto in galera i banchieri corrotti per il loro diretto coinvolgimento nella crisi finanziaria del 2008.

Ora tutti gli Islandesi riceveranno una rendita dalla vendita di una delle tre più grandi banche d’Islanda, Islandbanki.

Se il Ministro delle Finanze Bjarni Benediktsson riuscirà nel suo intento – e probabilmente ce la farà – gli Islandesi riceveranno 30.000 corone dopo che il governo prenderà possesso della banca. Islandbanki diventerà la seconda delle tre più grandi banche sotto il controllo dello stato.

“Sto semplicemente dicendo che il governo prenderà una data porzione, il 5%, e semplicemente la distribuirà alla gente di questa nazione”, ha affermato.

Dato che gli Islandesi hanno preso il controllo del loro Governo, effettivamente controllano le banche. Benediktsson crede che ciò porterà capitale straniero nella nazione e infine spingerà l’economia – la quale, tra l’altro, è l’unica ad essersi totalmente ripresa dalla crisi del 2008. L’Islanda è persino riuscita a ripagare in toto il suo enorme debito al FMI – in anticipo rispetto alla data prevista.

Guðlaugur Þór Þórðarson, vicecapo della Commissione sul Budget, ha spiegato che questa manovra faciliterà l’alleggerimento del controllo dei capitali, benché non fosse convinto che il controllo statale fosse la soluzione più ideale. L’ex Ministro delle Finanze Steingrìmur J. Sigfùsson è dalla parte di Þórðarson, sostenendo in uno show radio “non dovremmo lasciare le banche nelle mani di folli” e che l’Islanda beneficerà da un cambio di vedute separando “le banche commerciali da quelle d’investimento”.

I piani non sono ancora stati preparati con precisione per quando avverranno la presa di possesso e il conseguente pagamento a tutti i cittadini, ma l’approccio rivoluzionario dell’Islanda al crollo finanziario mondiale del 2008 di certo merita tutta l’attenzione che si è guadagnato.

L’Islanda ha di recente sbattuto in galera il suo ventiseiesimo banchiere – 74 anni di detenzione sommando tutte le pene comminate – per aver causato il caos finanziario. I banchieri criminali statunitensi sono stati ricompensati per le loro frodi e le manipolazioni del mercato con un enorme salvataggio a spese dei contribuenti.

Claire Bernish

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Fonte: http://theantimedia.org/

29.10.2015

fonte: http://siamolagente2.altervista.org/la-civilta-islanda-prima-hanno-sbattuto-in-galera-i-banchieri-che-hanno-provocato-la-crisi-ora-rimborsano-la-gente-con-i-soldi-ricavati-vendendo-una-banca/

Paghiamo cari i Limoni dal Cile e facciamo marcire quelli della Sicilia (i migliori del mondo)!

Limoni

 

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Paghiamo cari i Limoni dal Cile e facciamo marcire quelli della Sicilia (i migliori del mondo)!

Sembra un paradosso, ma è così. I limoni li abbiamo in Italia, ma preferiamo farli arrivare da altri Paesi. La crescita, in questo senso è esponenziale.
La realtà dei fatti – commenta Coldiretti – è che, dati alla mano, oltre il 25 per cento dei limoni consumati in Italia è di importazione. Se nel 1995 l’Italia importava 17,8 milioni di chilogrammi di limoni, oggi le importazioni sono arrivate a superare i 103 milioni di chilogrammi. La produzione nazionale, nello stesso periodo, da poco meno di 700 milioni di chilogrammi è crollata a poco più di 300 milioni di chilogrammi, sotto i colpi di prezzi troppo bassi e delle importazioni“, conclude Coldiretti.
E le aziende siciliane, dove in Italia ci sono i limoni, muoiono:
Fra il 2000 e il 2010 ha chiuso i battenti più del 40% delle aziende agricole in Sicilia, che produce l’85% dei limoni italiani. La “riviera dei Limoni”, che attraversa Aci Castello, Acitrezza, Giarre e Roccalumera non fa eccezione: dai 6mila ettari e 135mila tonnellate del 2009 ai 5mila ettari e 120 mila tonnellate del 2011.”

 

E alcuni siciliani commentano: “Qui in Sicilia i limoni restano sugli alberi e poi marciscono non li raccolgono nemmeno perché li vogliono pagare pochissimo e i contadini non recuperano neanche le spese. Però poi li importiamo per fare arricchire le altre nazioni. Bravi!
Come riporta la Repubblica di Palermo: “Limoni a 7 centesimi al chilo, i produttori li lasciano sugli alberi. Settanta chilometri di distese di limoneti disegnano la costa tra Catania e Messina. Hanno creato nell’immaginario collettivo l’iconografia della Sicilia, ma tra pochi anni di quegli alberi potrebbe non restare traccia. Ai contadini che producono nel tratto di terra che attraversa Aci Castello, Acitrezza e Giarre, fino a Roccalumera, non conviene più coltivare i limoni, perché i costi per produrli sono arrivati a superare i ricavi della vendita: sette centesimi per un chilo, contro i tredici che costa raccoglierli. E così migliaia di tonnellate di frutti rimangono a marcire sui rami. E si preferisce rincarare e guadagnare su quelli stranieri che importiamo a basso costo.
Che dire! Come sempre il mio consiglio è di comprare frutta e verdura locale, non trattata. Non affidiamo le nostre scelte e la nostra salute ai grandi business che cercano solo il guadagno senza scrupoli, a qualunque costo.
fonte: http://zapping2015.altervista.org/paghiamo-cari-i-limoni-dal-cile-e-facciamo-marcire-quelli-della-sicilia-i-migliori-del-mondo/

La benzina? Senza accise ci costerebbe 44 centesimi al litro…!

 

 

Benzina

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La benzina? Senza accise ci costerebbe 44 centesimi al litro…!

Senza l’esoso intervento del fisco, la benzina potrebbe costare quasi il 70% in meno rispetto ai prezzi oggi praticati al distributore. E il calo del barile aiuta sì, ma non come previsto, dato che accise e tasse sono sempre in progressivo aumento. Una vera e propria stangata che colpisce automobilisti, trasportatori e aziende correlate, ma che riverbera i propri effetti deleteri e perversi lungo tutte le filiere produttive: perché non ce n’è una che possa dirsi del tutto sganciata dai valori di verde e gasolio.

Nessuna novità, ma quando dal sentire comune si passa ai numeri il colpo è sempre difficile da parare. Soprattutto se l’Italia può perfino godere di uno dei prezzi industriali più bassi (14° su 19) di tutta Europa. “La fase ribassista del prezzo del petrolio riduce i costi di trasporto delle imprese, accompagnando la ripresa in corso: all’11 gennaio 2016 il costo del gasolio per una impresa manifatturiera, al netto dell’Iva, è di 1,022 euro/litro”, spiegano da Confartigianato, evidenziando il contributo cruciale del prezzo del greggio a quel poco di ripresa in atto. C’è un però: “La pressione del fisco attenua la ricaduta del ribasso”, dato che – spiegano sempre dall’associazione degli artigiani – l’Italia si colloca “al 2° posto del prezzo comprensivo di accisa, la più alta dell’Eurozona; infine il prezzo al consumo, comprensivo di Iva, in Italia è il più alto dell’Uem, dato che l’Italia è al 2° posto in Eurozona per prelievo dell’Iva”. La situazione diventa ancora più paradossale se il carburante è per uso privato: in questo caso siamo saldamente in testa con un non invidiabile primato.

Analogo discorso anche per la benzina. Sugli 1.4320 euro di prezzo medio praticato alla pompa, la richiesta del fisco assomma a circa i 2/3. Se per assurdo il petrolio fosse gratis (e al netto di costi di raffinazione, trasporto e distribuzione), al momento di fare il pienopagheremmo comunque poco meno di un euro al litro. Volendo invece ribaltare l’ottica al suo inverso, ai prezzi correnti e senza accise e imposte di sorta pagheremmo 44 centesimi ogni litro di carburante. E c’è di più: rispetto alla fine del 2008, quando si registrò un altro sensibile calo dell’oro nero, pagavamo addirittura meno. All’epoca l’Iva era al 20% (ma si applicava su un prezzo medio del barile più alto di circa 15 dollari rispetto all’attuale) e le accise raggiungevano i 42.3 centesimi, per un totale di circa 61 centesimi al litro. Oggi, con l’Iva al 22% – ma ripetiamo: con il petrolio addirittura a livelli più bassi – si è a quasi 85 centesimi per litro di preziosa benzina. Il tutto grazie ad un meccanismo perverso per il quale l’Iva non viene applicata sul prezzo industriale, ma dopo che a questo sono state applicate le accise. Una vera e propria tassa sulle tasse, in barba agli elementari principi che dovrebbero regolare le norme tributarie.

Filippo Burla

 

fonte: http://curiosity2015.altervista.org/x4863-2/

Xylella – Vogliono abbattere altri cento ulivi, ma solo il M5s protesta …in fondo mica sono banche da salvare…!!

Xylella

 

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Xylella – Vogliono abbattere altri cento ulivi, ma solo il M5s protesta …in fondo mica sono banche da salvare…!!

 

Xylella, i 5 Stelle: «Vogliono abbattere cento ulivi, protesteremo per impedirlo»

Il Meetup M5S di Francavilla Fontana avvisa la cittadinanza che il 28 giugno prossimo, protesterà pacificamente contro l’abbattimento di circa 100 ulivi (molti dei quali leccini secolari) nella zona Oria-Francavilla Fontana (SP51) che collega Oria a Carosino. Con grande rammarico ed indignazione denunciamo con fermezza quanto sta per accadere: è chiaro a tutti che il “Piano degli interventi” del Commissario Silletti per far fronte all’emergenza sul rischio di diffusione del batterio “Xylella fastidiosa” è assolutamente errato ed inefficace. A nostro parere, non serve infatti abbattere migliaia di ulivi, simbolo regionale e risorsa nazionale, quando basta che una macchina con sopra l’insetto vettore della Xylella viaggi a nord del Salento per diffondere la patologia. Pertanto, l’eradicazione in via preventiva di migliaia di ulivi creerà solamente un danno permanente al territorio pugliese e all’Italia intera. La nostra priorità deve essere una ed una soltanto: impedire questa assurda e ingiustificata mattanza! Il caso preso in esame nel nostro territorio ha dell’incredibile: l’ignaro proprietario degli ulivi prima citati si è ritrovato notificato, senza alcun preavviso e soprattutto senza alcune indagine diagnostica degli enti preposti, l’avviso di abbattimento dei propri ulivi. Da ciò sorge spontanea una domanda: è legittimo questo atto? Con quali criteri vengono scelti gli ulivi infetti? Ricordiamo inoltre che Francavilla Fontana è riconosciuta come “zona cuscinetto”, pertanto oltre all’abbattimento dell’ulivo è prevista l’eradicazione di tutti gli ulivi, anche non infetti, nel raggio di 100 metri dalla pianta colpita dal virus. Il Meetup M5S sarà presente nel luogo degli abbattimenti, per cercare di ottenere l’annullamento di tale assurdità. Invitiamo tutta la cittadinanza e tutte le forze politiche locali e non, ad unirsi in questa lotta che non ha colori politici ma ha come unico scopo la difesa del nostro territorio.

Francavilla Fontana 5 stelle

Ecco il farmaco che provoca il cancro, illegale in tutta Europa, ma libero in Italia. D’altra parte come può il nostro Governo negare alle Lobby dei Farmaci i loro sudati miliardi solo per una manciata di Italiani che pensano di curarsi e che invece crepano di tumore?

farmaco

 

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Ecco il farmaco che provoca il cancro, illegale in tutta Europa, ma libero in Italia. D’altra parte come può il nostro Governo negare alle Lobby dei Farmaci i loro sudati miliardi solo per una manciata di Italiani che pensano di curarsi e che invece crepano di tumore?

 

IL FARMACO CHE PROVOCA IL CANCRO? LIBERO IN ITALIA, ILLEGALE IN EUROPA. ECCO DI COSA SI TRATTA

Perché il governo italiano e il ministro Lorenzin non vietano un farmaco per diabetici già illegale in Francia e Germania? Perché le aziende che lo producono sono state multate per nove miliardi di dollari negli Stati Uniti e in Italia è ancora possibile trovare questo principio attivo nelle nostre farmacie?

Stiamo parlando del pioglitazone, elemento utilizzato nella cura dei pazienti affetti da diabete e commercializzato nel mondo dalla giapponeseTakeda Pharmaceutical e dalla statunitense Eli Lilly, all’interno di Actos, un farmaco che da anni provoca effetti collaterali gravissimi, ma di cui in Italia nessuno sembra accorgersi.

A lanciare l’allarme, per ultimo, è il medico Domenico De Felice, che sul Fatto Quotidiano accusa il ministro della Salute del governo Renzi di non aver preso le misure necessarie per prevenire la diffusione di questo farmaco così pericoloso. Eppure le gravi controindicazioni sono note da tempo.

Già nel 2007, l’Agenzia del Farmaco italiana metteva in guardia “sui rischi associati all’assunzione di rosiglitazone e pioglitazone”, farmaci che aumentano la sensibilità dei tessuti all’azione dell’insulina:

Negli anni successivi alla loro commercializzazione”, si legge sul Bif, Bollettino di informazione sui farmaci, “sono state segnalate nuove reazioni avverse associate all’assunzione di questi farmaci, quali edema maculare con diminuzione della vista, fratture distali e infarto del miocardio per quanto concerne il rosiglitazone, e cancro alla vescica per il pioglitazone. Queste segnalazioni hanno stimolato l’attenzione della comunità scientifica e hanno portato le agenzie regolatorie a rivalutare il rapporto rischio-beneficio di questi farmaci”.

Alla luce di tutte queste ricerche, il medico De Felice già nell’aprile dell’anno scorso ha lanciato un’accusa forte al ministro Lorenzin – ma che potrebbe essere estesa a tutti i suoi predecessori:“Signora Lorenzin vuole ascoltare, informarsi oggi e ritirare dalle farmacie italiane immediatamente un farmaco rischioso che tranquillamente può essere sostituito da altri? Signora Lorenzin lei è a capo di un ministero per curare o per far ammalare i cittadini italiani?”.

Tra l’altro, ricorda lo stesso De Felice, “la Società Italiana di Diabetologia (Sid), sponsorizzata con soldi pubblici dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), sin dal lontano 2008 ha praticato in Italia una costosa, inutile e a tutti gli effetti pericolosa sperimentazione clinica multicentrica denominata Tosca, a base soprattutto di Pioglitazone-Actos”. Una sperimentazione che fino ad oggi, secondo i calcoli del medico, sarebbe costata ben 200 milioni di euro.

Cosa aspetta il ministro Lorenzin a prendere provvedimenti? In attesa che si adoperi per trovare alternative sicure, ricordiamo che il diabete si combatte soprattutto attraverso l’alimentazione, con alimenti e frutti che aiutano a prevenirlo.

by Curiosoty

Il prezzo del grano in Italia è fermo al 1987, ma il pane costa il 1450% in più. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

 

grano

 

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Il prezzo del grano in Italia è fermo al 1987, ma il pane costa il 1450% in più. Non trovate che c’è qualcosa che non quadra?

Lucio Battisti, uno dei più apprezzati cantautori italiani, in “Pensieri e Parole” chiedeva appunto “Che ne sai tu di un campo di grano…”.  Infatti i passaggi oscuri dalla terra alla tavola sono sconosciuti a milioni di comuni mortali.

In effetti il prezzo del grano in Italia è paralizzato al 1987, ma il pane dal fornaio costa il 1450 per cento in più. 
Eppure il consumatore non se ne accorge: oggi ci vogliono trenta chili di grano per arrivare alla quotazione di un chilo di pane. Questa è la situazione denunciata pubblicamente e in più occasioni da Coldiretti, ma non solo.A livello nazionale gli ettari coltivati sono 600 mila per 30 milioni di quintali. Se invece si passa al grano duro, quello per la pasta, coltivato soprattutto nelle regioni meridionali (Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise), gli ettari sono 1,3 milioni e i quintali 49 milioni.Tanti? No, pochi se si pensa che importiamo 23 milioni di quintali di grano duro e ben 48 di quello tenero: gli arrivi dall’Ucraina sono quadruplicati, raddoppiati dalla Turchia. Ma allora perché esportiamo frumento in Nord Africa?

Comunque, la pasta è la terza voce del nostro export commerciale (vale 2,4 miliardi di euro all’anno), mentre di prodotti da forno ne esportiamo per 1,7 miliardi. A fronte di tutte queste cifre da capogiro e di crescita percentuale, resta quella misera del prezzo pagato ai coltivatori, che fra l’altro è crollato nell’ultimo periodo quasi del 30 per cento.

Sarà l’effetto perverso della globalizzazione, ma qui ci confrontiamo con concorrenti che non hanno i nostri obblighi fiscali e soprattutto sanitari. Certo, ci sono controlli a campione nei porti, ma non è che facciano da seria barriera. Insomma, rari controlli, legislazione carente, speculazione dilagante, import selvaggio. Solo a Manfredonia – dove un privato spadroneggia nel porto, un’area demaniale dello Stato – dall’inizio del 2017 ad oggi sono approdate una mezza dozzina di navi portarinfuse ricolme di grano straniero (Ucraina, Russia, Bulgaria, Canada), poi scaricato in camion che trasportano di tutto.

E l’igiene?
Ma la salute pubblica conta qualcosa – in uno Stato di diritto almeno sulla carta – o vale e prevale soltanto il profitto economico a scapito della vita umana?E poi la speculazione: il grano si può stoccare anche per due o tre anni e quindi immetterlo sui mercati a seconda delle quotazioni. Un giochetto che riesce molto bene alle «5 sorelle» dei cereali (il colosso Usa, Adm; la Cargill di Minneapolis; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli svizzeri senza scrupoli della Glencore) con speculazioni finanziarie che prima o poi metteranno in ginocchio l’agricoltura reale.

Che si mette nel piatto?
C’è anche un problema di tracciabilità:  il consumatore deve poter scegliere, per questo è opportuno, oltre al rafforzamento dei controlli sul grano importato, anche l’etichettatura trasparente per i prodotti da forno, pane e pasta. Quanti vedono il simbolo del tricolore e pensano di mangiare «italiano», quando invece la farina arriva magari da Kiev?

Secondo la CIA «Risulta che enormi quantità di grano italiano sono state esportate nel Nord Africa, insieme all’arrivo, in contemporanea con i raccolti di navi piene di frumento provenienti da Paesi terzi», e questo,  «ha determinato questa ‘guerra del grano’, con prezzi insostenibili.

Venticinque anni fa il frumento valeva 30 mila lire, più o meno le stesse quotazioni di oggi».

Rilievi ai quali risponde Italmopa – Associazione Industriali Mugnai d’Italia, in un’audizione in Commissione agricoltura alla Camera.  «Il raccolto 2016 di frumento duro – ha precisato Ivano Vacondio, Presidente Italmopa – è caratterizzato da livelli produttivi particolarmente elevati, ma anche da carenze qualitative riconducibili alle condizioni meteo sfavorevoli verificatesi nel corso del raccolto, in particolare in Puglia, principale zona di produzione nazionale di frumento duro».

(…)La produzione di grano in Italia è a un bivio.
Sono cambiate le esigenze dell’industria del pane e della pasta, il prezzo viene definito da un mercato globale in un contesto internazionale instabile e i produttori di cereali italiani si ritrovano (da soli e senza garanzie) a fare i conti con le importazioni massicce di grano dall’estero, la mancanza di norme che regolino il mercato mondiale e limiti notevoli nella capacità di stoccaggio.

Ecco la cornice che fa da contorno alla crisi del grano in Italia, diventata ormai guerra tra i produttori di frumento e l’industria. Anche il Codacons è intervenuto con un esposto. Come uscire dalla crisi? «Sfatiamo il mito che il nostro grano non è di qualità –  spiega il responsabile dell’area Produzioni cerealicole di Confagricoltura, Mario Salvi – Il punto è che spesso quello ad alto contenuto proteico viene mescolato con frumento più scadente dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche».

(…)«L’anno scorso sono state acquistate all’estero 2,3 milioni di tonnellate di frumento – denuncia Saverio de Bonis, presidente di Granosalus – A scapito della sicurezza alimentare.

Anche perché in Italia i limiti alle sostanze contaminanti sono più alti che nella maggior parte del mondo: in Canada quella materia prima non si usa neanche per gli animali»…

Gli industriali rispondono che il grano straniero, che ha più glutine, migliora la qualità della pasta. Ma spesso il frumento proviene da paesi come l’Ucraina, dove secondo i rilievi scientifici dell’IAEA, la radioattività ha contaminato i terreni per migliaia di anni.

Non è tutto:

«In Italia può essere consumato anche dai bambini ciò che in Canada non va bene neppure per gli animali».

È la denuncia di Coldiretti, che segnala la mancanza di trasparenza sull’etichetta.  «Una cosa è l’alta quantità di glutine – dichiara il portavoce di Granosalus – un’altra è l’assenza di sostanze tossiche». I vuoti sono da ricercare anche nelle leggi comunitarie, non tarate sugli interessi del consumatore.

E’ sufficiente aggirarsi in una dozzina di porti italiani per rendersi conto delle nostre frontiere colabrodo.

Sono due i principali nodi: il lungo periodo di navigazione che può alterare il prodotto e la mancanza di indicazione sull’etichetta circa l’origine. «Ci preoccupa – aggiunge De Bonis – anche la presenza di Deossinivalenolo (Don o vomitossina)”. Questo perché i parametri europei sui limiti di Don nei cereali utilizzati per l’alimentazione umana sono quasi il doppio rispetto a quelli imposti in Canada. In Italia è considerato commestibile ciò che i canadesi non darebbero neppure agli animali».

I dati dell’Agenzia delle Dogane attestano che da luglio 2015 a febbraio 2016 al porto di Bari è stato scaricato un milione di tonnellate di grano. «Arriva da Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone, Cipro – spiega il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – e spesso passa da porti inglesi, francesi, da Malta e Gibilterra». E tutto ciò non accade solo a Bari: navi cariche di grano duro arrivano a Napoli, Ravenna, Palermo e in altre città».

Chi controlla tir e silos? 
Nessuno. 

Ho avuto modo di verificarlo costantemente dal 2 gennaio 2017 ad oggi. E della tutela della salute parla anche il presidente di Confagricoltura Puglia, Donato Rossi: «Tutti i tir, container e silos devono essere controllati». E non accade.“Chi verifica il ciclo della pasta? Sempre nessuno”, attesta Slow Food, che aveva lanciato il primo allarme nel 2010. Per capire se la pasta è di qualità bisogna analizzare alcuni fattori: la presenza di micotossine nel grano duro (estero o italiano), eventuali deterioramenti del prodotto durante i trasporti, i limiti imposti dall’Ue che pare non accorgersi che un italiano medio consuma più pasta (27 chilogrammi all’anno) di un norvegese.
Il Regolamento Comunitario 1881/2006 è calibrato su un consumatore medio europeo e non mediterraneo, che storicamente consuma più pasta, pane e cereali. Su questa base l’Europa ha dettato i valori massimi di alcuni contaminanti nel grano. Si parla di piombo, cadmio, mercurio e micotossine (come aflatossine e Don). Per la maggior parte dei Paesi al mondo, ad esempio, i valori del Don sono allineati tra 750 e 1000 ng/g nei cereali, mentre in Italia il limite è fissato a 1750, come nel nord Europa (dove si mangia molta meno pasta).

Sempre lo stesso regolamento riconosce per pasta e pane una quantità di Don che scende miracolosamente a 750 e 500. Com’è possibile? E dato che quel limite scende a 200 ng/g negli alimenti a base di cereali o comunque destinati a lattanti e bambini sotto i 3 anni bisogna chiarire che al di sotto dei 6 anni non si può mangiare la stessa pasta degli adulti. Questi i limiti delle norme. Poi c’è un mondo che si muove al di fuori delle regole. Importiamo cereali a uso zootecnico: non è legale, ma c’è chi lo fa proprio per mancanza di controlli. E, una volta nel silos, il grano diventa per miracolo tutto italiano.

Esattamente sulla vomitossina un progetto delle Politiche agricole (Micocer 2006-2008) ha definito “la minore incidenza nei grani del Sud, rispetto a quelli del Nord Italia”.

Questo perché il clima umido e le piogge favoriscono la presenza di micotossine, mentre il grano del Mezzogiorno viene raccolto a temperature molto elevate (tra i 28 e i 48 gradi) che non ne permettono la proliferazione.

Ma in Canada il clima è umido e spesso si miete con la neve. 
A ciò bisogna aggiungere gli effetti di lunghi viaggi transoceanici a bordo di navi cargo: scarsa aerazione, umidità ed escursioni termiche. Altra fase: la miscela. Il regolamento 1881 vieta di miscelare frumenti in norma con quelli che superano i valori massimi, con lo scopo di  stemperarne il carico di tossina. Vietato il taglio insomma. Che pur riducendo i valori, non li rende idonei all’alimentazione dei bambini.

By Curiosity

L’Unicef è una truffa colossale. I nostri soldi? Stipendi faraonici, mega-ville, alberghi di lusso e super-campagne pubblicitarie …ed ai bambini solo le briciole!!

Unicef

 

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Prima di leggere l’articolo Vi vogliamo avvertire che lo stesso, già da noi pubblicato su altro nostro blog, è stato segnalato come “bufala” da un sito che arbitrariamente e unilateralmente si erge a giudice supremo di tutta la Rete…

In proposito vi consigliamo di leggere questo:

Bufale un tanto al Chilo o Propaganda un tanto al Chilo?

Volete avere un riscontro di quanto Vi diciamo? Non fidatevi di chi Vi da risposte già belle e pronte. Ragionate con la Vostra testa e fate un giro sul Web, ne scoprirete di tutti i colori sull’argomento.

 

L’Unicef è una truffa colossale. I nostri soldi? Stipendi faraonici, mega-ville, alberghi di lusso e super-campagne pubblicitarie …ed ai bambini solo le briciole!!

 

I dati che ci arrivano sono davvero spaventosi, e se confermati, potremmo quasi osare dire di trovarci davanti ad una vera e propria truffa!
In Italia, solo per gli stipendi e le campagne promozionali si brucia quasi la metà dei soldi raccolti.
Per non parlare dei costi delle strutture, che proprio in Italia sono tra i più elevati, basti pensare solo alle megaville che Unicef possiede a Roma.
Altra stranezza riguarda il fatto che, in Italia, Unicef non destini nemmeno un euro dei suoi doldi ai piccoli profughi che giungono sulle nostre coste. Eppure in altri parti del Mondo Unicef è molto attivo in tal senso.
Il punto è che i soldi di Unicef Italia, nel nostro paese, finiscono quasi tutti bruciati tra costi dell’associazione e burocrazia.
Senza dimenticare che il comitato centrale di Ginevra gestisce quest’associazione mondiale senza dare conto a nessuno, senza lasciare libertà di scelta ai singoli comitati nazionali.
Basti pensare che, un paio di anni fa, alcuni consiglieri Unicef proposero a Ginevra di destinare almeno il 5% dei soldi raccolti ai bambini indigenti italiani. Ma da Ginevra non è mai giunta nessuna risposta!
In pratica la filiale italiana viene semplicemente usata come “cassa” alla quale attingere per finanziare i progetti nel Terzo Mondo.
E intanto i donatori italiani continuano a subire una vera e propria truffa!

Unicef: fondi destinati a campagne pubblicitarie, ville e stipendi dei dirigenti

La filiale italiana dell’Unicef viene usata dai vertici di Ginevra come se fosse un bancomat. Si prelevano soldi per la realizzazione di vari e svariati progetti, ovunque, tranne che in Italia.
Non si è mai vista una bandiera Unicef in nessuno tra le migliaia di sbarchi in Sicilia, Calabria e Sardegna. Oltre mezzo milione di bambini, spesso non accompagnati, accolti dai volontari e da altre associazioni non governative. Dove è l’Unicef così attivo in qualsiasi emergenza umanitaria in qualsiasi parte del mondo?
Dagli anni ’70 ad oggi sono stati raccolti dal Comitato italiano Unicef oltre 2 miliardi di euro, ma per l’assistenza ai bambini italiani o ai figli degli immigrati sbarcati sulle nostre coste non è stato speso neanche un centesimo.
Tra l’altro, la povera Italia non ha neanche mai alzato la cresta, né preteso alcunchè dai vertici Ginevra. Per paura di vedersi revocato lo status, forse, ma comunque si è sempre limitata ad eseguire gli ordini senza partecipare ai comitati e senza proporre propri progetti. Perciò solo raccolta fondi senza alcun benefit, questo fa la sede italiana.
Ma allora i soldi dove vanno a finire se i bimbi italiani e quelli italiani acquisiti muoiono di fame? Negli stra-stipendi, nelle mega-ville e nelle super-campagne. Sì, superlativi, perché superlative sono le somme di danaro di cui stiamo parlando. Nel 2015 sono stati spesi in campagne promozionali e strutture circa 20 milioni di euro, su 55 ricavati. La sede centrale di Roma è un complesso di due enormi ville collegate tra loro da un ponticello pedonale, con una tecnologicissima sala conferenze e dei sotterranei con tanto di scavi archeologici dell’età imperiale annessi e connessi.
L’analisi della dinastia dei presidenti del comitato italiano di certo non giova alla situazione. A predisporre il restauro fu il Presidente Giovanni Micali, costretto alle dimissioni poco dopo per una strana manovra di Palazzo. A lui subentrò Antonio Sclavi, consigliere del Monte dei Paschi di Siena e proprietario di varie panetterie in Toscana. Poi ci fu Vincenzo Spadafora, pupillo di Micali, poi quello che era stato vice presidente amministrativo dell’ente, Giacomo Guerrera, detto lo “sparagnino”, eletto per il rotto della cuffia. A Guerrera piace così tanto la poltrona che ha fatto di tutto per allungare il suo mandato di un anno, modificando uno statuto considerato intoccabile fino ad oggi.
Che in quest’anno in più riesca a destinare qualche soldo ai bambini che muoiono di fame sul nostro territorio, oppure vogliamo fare altri lavori alla villa?
by Curiosity

Ci spennano e ci pigliano pure per i fondelli: Ad Aprile diminuisce il prezzo del gas e aumenta quello dalla luce perchè? Perchè i condizionatori vanno a corrente! Poi puntualmente in autunno diminuirà il prezzo della luce e aumenterà quello del gas, perchè ci dobbiamo riscaldare…!!

gas

 

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Ci spennano e ci pigliano pure per i fondelli: Ad Aprile diminuisce il prezzo del gas e aumenta quello dalla luce perchè? Perchè i condizionatori vanno a corrente! Poi puntualmente in autunno diminuirà il prezzo della luce e aumenterà quello del gas, perchè ci dobbiamo riscaldare…!!

 

Da aprile bollette luce in aumento. In diminuzione il gas (quando non serve più)

Dal prossimo 1° aprile le bollette dell’elettricità subiranno un aumento del 2,9% (considerando una famiglia tipo) mentre quelle del gas diminuiranno del 2,7%. È quanto prevede l’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas. Il rialzo del prezzo dell’energia elettrica è principalmente determinato dall’aumento dei costi di approvvigionamento mentre la diminuzione nel gas è legata alla riduzione di diverse componenti. La componente, ad esempio, ‘materia prima’ registra un leggero calo, con quotazioni del gas nei mercati all’ingrosso attese in limitata diminuzione nel prossimo trimestre; in riduzione poi la componente relativa al servizio di trasporto e leggermente anche quella a copertura delle attività connesse all’approvvigionamento. In marcata riduzione anche la componente a copertura del meccanismo di rinegoziazione dei contratti pluriennali (il sistema che ha favorito la riduzione dei prezzi all’ingrosso del gas), finalmente azzerata per la conclusione dello stesso meccanismo.

Unc: “Sui bilanci delle famiglie inciderà solo l’aumento dell’elettricità”

“Una brutta notizia, considerato che da aprile a luglio nessuno potrà usufruire della riduzione del prezzo del gas, essendo i riscaldamenti spenti. In concreto, quindi, sui bilanci delle famiglie inciderà solo l’aumento dell’elettricità” afferma Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione Nazionale Consumatori.

Secondo lo studio dell’associazione, per una famiglia tipo significa pagare, su base annua (non, quindi, secondo l’anno scorrevole, ma dal 1° aprile 2017 al 1° aprile 2018), 14,80 euro in più per la sola luce.