Lo scandalo dell’agricoltura biologica siciliana: “Uccisa nella culla”

 

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Lo scandalo dell’agricoltura biologica siciliana: “Uccisa nella culla”

5300 aziende ancora aspettano i pagamenti del 2015. Gli agricoltori annunciano una diffida nei confronti della Regione e proteste eclatanti. “Se è vero che la colpa è dell’AGEA, l’assessore all’agricoltura, Antonello Cracolici, si sarebbe dovuto incatenare davanti ai suoi uffici per pretendere il dovuto. La verità è che ai nostri politici il biologico interessa solo per fare propaganda…”

Sono allo stremo. Finanziariamente e psicologicamente. Finanziariamente perché aspettano dal 2015 le compensazioni previste dal bando del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) sull’agricoltura biologica. Che, in quanto tali, dovrebbero arrivare entro l’anno in cui si registrano l’impegno e le perdite per l’abbandono dell’agricoltura convenzionale. Psicologicamente perché si sentono presi per i fondelli da una politica che usa l’agricoltura biologica come propaganda, ma che lascia morire ‘dissanguati’ quegli agricoltori che ci credono.

Questa è la storia delle 5300 aziende agricole siciliane che ancora aspettano i pagamenti del bando 2015 sui contributi destinati all’agricoltura biologica. Parliamo del PSR 2014-2020.  Per 1800 di loro è già arrivata qualcosa, ma si tratta di pagamenti parziali che non coprono minimamente le spese sostenute. Tra l’altro, non si capisce neanche quali criteri siano stati utilizzati per selezionare le aziende e gli importi. E se la colpa sia della Regione siciliana o dell’AGEA, l’ente pagatore, che ha sede a Roma. Cosa che accresce la rabbia degli agricoltori che devono assistere al teatrino dello scaricabarile, ma che sono sul piede di guerra. Così si stanno coordinando per inviare una diffida alla Regione e per chiedere i danni.

Sono pronti anche a manifestazioni plateali: “Il governo regionale si fa bello parlando di agricoltura biologica, ma la verità è che la stanno uccidendo in culla”, dice a I Nuovi Vespri uno di questi imprenditori agricoli. E aggiunge: “Se è vero che la colpa è dell’AGEA, l’assessore all’agricoltura, Antonello Cracolici, si sarebbe dovuto incatenare davanti ai suoi uffici per pretendere il dovuto, invece dice che è tutto a posto. Siamo alla frutta e speriamo che i giovani non caschino nel tranello di questi politicanti che li invitano a darsi all’agricoltura, perché andrebbero incontro solo alla rovina. Evidentemente non hanno alcun interesse reale a fare crescere l’agricoltura biologica, né a garantire ai consumatori prodotti a chilometro zero”.

E, in effetti, a giudicare da quello che fanno contro i prodotti contraffatti  o contro le navi che continuano a scaricare in Sicilia grano avvelenato, cioè nulla, le cose sembrano stare davvero così.

Che dire dell’AGEA? Da sempre sosteniamo che anche lì di tutti si fanno gli interessi tranne che degli agricoltori. Qualche mese una dura presa di posizione della presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani:

“Il ritardo di AGEA nei pagamenti dei fondi che spettano ai nostri agricoltori regionali fin dal 2015 è inaccettabile”.

“L’attività di AGEA non risponde più ai bisogni dei nostri cittadini e in particolare dei nostri agricoltori”.  E ancora: “I nostri agricoltori stanno abbandonando l’interesse verso le misure di sviluppo rurale nelle quali la Regione ha investito tanto e che servono tremendamente alla nostra economia e alle nostre politiche agricole”.

Dalla Sicilia il solito, scandaloso silenzio dei nostri politicanti mercenari, o ascari chiamateli come volete, la sostanza non cambia. Se ne fregano e non disturbano il potere romano anche se in ballo c’è un settore che per la nostra Isola dovrebbe essere fondamentale. 

Sull’AGEA nel 2014 aveva aperto un fascicolo la Procura di Roma. Che aveva acceso i fari sulla SIN spa partecipata per il 51 per cento da AGEA (società del ministero dell’Agricoltura) e per il 49 per cento da un raggruppamento temporaneo di imprese. Che dal 2007 gestisce il sistema dei pagamenti agli agricoltori per conto del Ministero: il SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale).

“Dal 2010 ad oggi sono stati prodotti almeno dieci dossier, tra relazioni di collaudo, audit interni, perizie legali che dimostrano come il SIAN sia un costosissimo colabrodo, un sistema che ha drenato fino ad oggi dalle ‘casse’ dello Stato la bellezza di 780 milioni di euro” scriveva Repubblica in questo articolo.

Altro che sostegno all’agricoltura…

 

 

ndr

La Regione siciliana aveva una propria Agenzia regionale per il pagamento degli interventi in agricoltura. Su input del solito Governo regionale di Rosario Crocetta, grosso modo ad inizio di questa legislatura – complice una strana campagna mediatica – è stato deciso che questa agenzia regionale era ‘inutile’.

Insomma, bisognava eliminare gli ‘sprechi’. E, guarda caso, hanno eliminato l’Agenzia regionale che erogava finanziamenti e contributi agli agricoltori siciliani a valere sui fondi europei.

Così gli agricoltori siciliani, che avevano una linea amministrativa diretta per percepire i fondi del Piano di Sviluppo Rurale, sono finiti in coda alle altre Regioni italiane.

L’eliminazione dell’agenzia regionale siciliana per i pagamenti agli agricoltori ha dato modo al governo nazionale – allora alla presidenza del Consiglio c’era Matteo Renzi – di trattenere per un certo tempo (scopriamo ora per due anni!) i fondi che dovrebbero essere corrisposti agri agricoltori siciliani.

In pratica – questa è l’amara verità – lo Stato lucra due anni di interessi sui fondi europei destinati agli agricoltori siciliani. E questo grazie ai deputati regionali della Sicilia che hanno voluto e votato questo provvedimento ascaro. 

Chi debbono ‘ringraziare’ gli agricoltori siciliani di questo ‘regalo’?

In primo luogo, il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e l’assessore regionale all’Agricoltura del tempo (non ricordiamo il nome: speriamo lo farà qualche nostro lettore).

Ma debbono ringraziare anche i deputati dell’Assemblea regionale siciliana che hanno votato in favore della soppressione dell’Agenzia regionale che erogava agli agricoltori siciliani i fondi europei.  

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/08/08/lo-scandalo-dellagricoltura-biologica-siciliana-uccisa-nella-culla/

Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

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Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

Regione e UE: soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il grano. E così arriva il grano canadese!

Ecco cosa fa la Regione siciliana: distribuisce ricchi premi agli agricoltori della nostra Isola che non coltiveranno il grano duro per sette anni! Meno grano duro prodotto in Sicilia, più giustificazioni per il grano duro che arriva con le navi. Così la Regione siciliana si genuflette agli interessi delle multinazionali, dell’Unione Europea e del Canada. Il tutto a scapito dei consumatori che mangeranno sempre più grano ‘estero’ con annessi e connessi

Che l’ha detto che la Regione siciliana non fa nulla per i produttori di grano duro della nostra Isola? Fa, invece. E sapete cosa fa, guarda caso a partire da quest’anno, proprio mentre infuria in tutto il mondo la polemica sul grano duro canadese pieno di glifosato e micotossine DON? Regala un po’ di soldi ad ogni agricoltore siciliano che decide di non coltivare più grano duro per sette anni! Sì, avete letto bene: tu, agricoltore di Sicilia, ti stai buono per sette anni tenendo i terreni a pascolo e io, Regione, ti regalo 360-370 euro ad ettaro. I soldi li tira fuori l’Unione Europea.

Il discorso non fa una grinza. Il Parlamento Europeo approva il CETA, il trattato commerciale internazionale tra Unione Europea e Canada che prevede, tra le altre cose, che l’Europa acquisti il grano duro che il Canada produce nelle aree fredde e umide. Sono 4 milioni di tonnellate di grano duro canadese all’anno (come potete leggere in questo articolo che abbiamo scritto lo scorso dicembre) ‘ricco’ di glifosato e micotossine DON.

Ovviamente ci sono tante lamentele. Mezzo mondo, ormai, sa di che pasta è fatto (è proprio il caso di dirlo!) il grano duro canadese coltivato nelle aree umide. I consumatori hanno cominciato a riflettere sulla pasta industriale che arriva sulle loro tavole. E i produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia, massacrati dalla concorrenza sleale dei canadesi, sono in rivolta. Un’associazione di produttori di grano del Sud e di consumatori – GranoSalus – ha fatto effettuare le analisi su otto marche di pasta italiane (qui i risultati delle analisi).

Gli industriali dicono che debbono ricorrere al grano duro estero (nessuno nomina più il grano duro canadese, chissà perché…) perché il grano duro prodotto nel Sud Italia non basta. Per certi versi hanno ragione, se è vero che, negli ultimi anni, 600 mila ettari di seminativi del Sud Italia sono stati abbandonati. Tutto grano duro che non si coltiva più, rimpiazzato dal grano duro “estero” (che nella stragrande maggioranza dei casi è canadese o ucraino) che arriva con le ‘famigerate’ navi.

In questo momento è in corso una battaglia durissima. I produttori di grano duro del Sud si sono ribellati. Sono soprattutto i granicoltori della Puglia e della Sicilia a combattere, visto che in queste due Regioni si coltiva quasi il 70% del grano duro italiano.

La battaglia è durissima e impari. Le multinazionali, attraverso il mercato di Chicago (il più importante del mondo per i cereali), fanno crollare il prezzo del grano duro del Sud Italia. L’estate dello scorso anno il prezzo del grano duro del Mezzogiorno d’Italia è precipitato a 14-15 euro al quintale, a fronte di costi di produzione di 21-22 euro al quintale. Presi per la gola, lo scorso anno molti agricoltori pugliesi e siciliani si sono rifiutati di vendere il proprio grano duro e l’hanno stoccato.

Quest’anno, stessa musica: grano duro di alta qualità, quello prodotto nel Sud Italia, ma prezzo basso: 21 euro al quintale. Strozzati per il secondo anno consecutivo.

Il tutto mentre in questo momento il grano duro canadese – quello ‘ricco’ di sostanze che fanno bene alla salute! – viene pagato a 27 euro al quintale.

I lettori giustamente diranno: ma come, il grano duro del Sud Italia – per lo più pugliese e siciliano – maturato al sole, privo di glifosato e di micotossine DON si vende a 21 euro e il grano duro canadese con i contaminanti si vende a 27 euro al quintale? Ma come funziona ‘sto mercato?

Funziona in ragione degli interessi delle multinazionali. Le multinazionali hanno deciso che la pasta industriale si deve produrre con il grano ‘estero’: e così deve essere! Quindi ‘botte’ in testa – cioè prezzi bassi – per gli agricoltori del Sud Italia e, in generale, per chi si oppone allo strapotere delle multinazionali.

Cosa fanno Unione Europea e Regione siciliana nel pieno di questo scontro? ‘Premiano’ gli agricoltori siciliani che si adeguano ai voleri delle multinazionali.

Tutti noi, l’estate dello scorso anno, ci siamo chiesti: perché una ‘stretta’ così forte? Perché far precipitare il prezzo del grano duro a 14-15 euro al quintale? Perché un prezzo così stracciato?

La spiegazione arriverà a febbraio di quest’anno. Dopo l’annata orribile dello scorso anno tanti produttori di grano duro della Sicilia si sono detti:

“Ragazzi, ragioniamo un attimo: lavorazione del terreno, semina, interventi per eliminare le malerbe, patema d’animo (perché in agricoltura un’ondata di maltempo ti dimezza il raccolto), trebbiatura e poi dobbiamo pure perdere nella vendita del nostro grano? E se non lo vendiamo – perché a 15 euro al quintale non lo vendiamo – ci dobbiamo sobbarcare pure i costi dello stoccaggio?”.

E’ a questo punto – siamo nel febbraio di quest’anno – che in ‘soccorso’ degli agricoltori siciliani arrivano le tre “C” della Regione siciliana: Crocetta, Cracolici & Cimò.

Il primo – Rosario Crocetta – è il presidente della Regione.

Il secondo – Antonello Cracolici – è l’assessore regionale all’Agricoltura.

Il terzo – Gaetano Cimò – è il dirigente generale del dipartimento Agricoltura della Regione.

Cosa si inventa il Governo regionale? Un decreto a valere sul PSR, Piano di Sviluppo Rurale, fondi europei per l’agricoltura. Misura 10. Anzi, per essere precisi, Misura 10.1.C.

Voi agricoltori – questo prevede tale Misura – vi impegnate a non coltivare i seminativi per sette anni. Per sette anni i vostri terreni debbo diventare pascolo permanente. E noi vi diamo un premio in base alla localizzazione. Ovvero:

288 euro ad ettaro se il vostro terreno si trova in montagna;

365 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in collina;

370 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in pianura.

Il grano duro è una coltura tipicamente collinare che va bene anche in pianura: e infatti la maggiore remunerazione si ha per la collina e per la pianura.

Se a questi 360-370 euro all’anno, per ettaro, si somma il contributo AGEA – che varia da 230 a 290 euro per ettaro all’anno, a seconda se il fondo non viene o viene coltivato (se si coltiva si arriva a 290 euro), si arriva a un reddito di oltre 600 euro per ettaro.

Pensate: 600 euro all’anno per ogni ettaro di seminativo per restare in casa: non male no?

Il problema è che, tra sette anni, tra multinazionali e CETA, chissà che cosa torneranno a coltivare gli agricoltori che hanno accettato…

Intanto le navi che scaricano il grano duro ‘estero’ avranno un’altra motivazione: se anche la Sicilia coltiva meno grano duro a maggior ragione noi lo dobbiamo importare! E chi lo smonta, adesso?

Il danno prodotto da questa Misura del PSR non riguarda solo l’agricoltura siciliana e il grano duro in particolare. Riguarda i consumatori di pasta: italiani e del resto del mondo. Perché la pasta industriale si mangia in tutto il mondo.

Perché se il grano duro ‘cattivo’ scaccia quello buono la pasta industriale, vuoi o non vuoi, verrà prodotta con il grano duro ‘estero’.

Grande la Regione siciliana, no? Invece di sostenere la produzione di grano duro della nostra terra sostiene gli interessi delle multinazionali in combutta con l’Unione Europea!

Riassumiamo.

Le multinazionali devono fare affari in Canada.

I canadesi dicono: “Sì, ma in cambio ci dovete fare vendere i nostri 4 milioni di tonnellate di grano duro che coltiviamo nelle aree fredde e umide”.

Le multinazionali impongono all’Unione Europea il CETA, che prevede, tra le altre cose, che l’Unione acquisti il grano duro canadese. Morale: pasta, pane, biscotti, pizze, dolci, merendine e via continuando si faranno anche con questo grano ‘estero’.

Ci penserà la pubblicità martellante a farci ‘digerire’ il glofosato e le micotossine DON.

Il Parlamento Europeo approva il CETA e dice ai 27 Paesi che fanno parte della stessa Unione: approvate il CETA.

Milioni di consumatori, in tutta Europa, protestano contro il CETA e contro i veleni in agricoltura.

E mentre è in corso ‘sta battaglia che fa la Regione siciliana? D’accordo con l’Unione Europea toglie di mezzo una parte del grano duro siciliano per fare posto a quello ‘estero’.

Intanto la parola passa al Senato presieduto da Piero Grasso, che ‘deve’ approvare il CETA. E via…

P.S.

Qualcuno obietterà che la Misura 10.1.C del PSR non vale solo per il grano duro, ma anche per altre colture annuali. A questi ‘scienziati’ dovete rispondere che il grano duro si coltiva in rotazione: proprio con quelle colture che, insieme con il grano, non vanno coltivate per sette anni. 

Questa Misura è stata pensata contro il grano duro siciliano. Il resto sono chiacchiere. 

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/29/regione-e-ue-soldi-agli-agricoltori-siciliani-per-non-coltivare-il-grano-e-cosi-arriva-il-grano-canadese/

Chi ha interesse a incendiare la Sicilia? Il dopo-fuoco e il grande business di elicotteri e Canadair

 

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Chi ha interesse a incendiare la Sicilia? Il dopo-fuoco e il grande business di elicotteri e Canadair

Da sempre sul ‘banco degli imputati’ come possibili piromani, si scopre che operai della Forestale e pastori non hanno nulla da guadagnare dal fuoco. Ad avere possibili interessi con la Sicilia in fiamme potrebbero essere altri soggetti. Gli interventi per la ricostituzione delle aree verdi. E il grande giro di affari su elicotteri e Canadair

Mentre la Sicilia continua a bruciare (dopo Messina, dove i danni sono ingentissimi, è la volta della provincia di Trapani: il fuoco ha fatto la propria apparizione nel villaggio turistico di Calampiso, con la gente che è fuggita via mare, fiamme a San Vito Lo Capo e una nuova minaccia per la Riserva Naturale dello Zingaro, negli anni passati già incenerita da un incendio), forse perché sulla vicenda sta intervenendo la magistratura (qui l’articolo), si comincia a cercare di capire chi ci guadagnerà con il fuoco che si sta ‘mangiando’ buona parte del verde della Sicilia. Interessi legati agli elicotteri? O ai Canadair? O c’è ancora dell’altro?

Sulla rete i soliti noti – quelli sempre pronti ad attaccare “gli oltre 20 mila operai della Forestale della Sicilia che non fanno niente” – sono in netta diminuzione. Ed è anche logico: ci sono fatti oggettivi che sono sotto gli occhi di tutti:

come ignorare il fatto che gli operai della Forestale, quest’anno, sono stati inviati al lavoro dopo il 15 giugno?

come ignorare il fatto che le opere di prevenzione degli incendi non sono state effettuate?

come si fa a ignorare le erbe secche e le sterpaglie abbandonate in tutte le aree verdi dell’Isola?

Insomma, le accuse gratuite contro gli operai della Forestale non convincono più. In questa storia degli incendi che, ormai da quasi una settimana, stanno mandando in fumo anni e anni di lavoro (un bosco non si sviluppa in un paio di anni), contribuendo a desertificare la Sicilia, giocano tanti fattori.

Il primo elemento che salta agli occhi è la capillarità degli incendi di questi giorni: un mozzicone di sigaretta gettato in un bosco con un sottobosco pieno di erbe secche e sterpaglie, complice il vento, può causare il finimondo.

Ma da quasi una settimana il fuoco è in tutte le aree verdi dell’Isola. Il caso c’entra poco. Si tratta, con molta probabilità, di incendi dolosi, dietro ai quali c’è una strategia.

Sulla pagina facebook del Si.F.U.S. (Sindacato Forestali Uniti per la Stabilizzazione) ci sono tanti post che affrontano il tema da tante sfaccettature.

Abbiamo già parlato delle possibili speculazioni sulle opere successive agli incendi.

Ma c’è un altro filone: i mezzi di soccorso. E poiché gli incendi sono stati tanti e sono ancora tanti – e quasi tutti con ampio raggio di fuoco – sono intervenuti e continuano ad intervenire elicotteri e Canadair.

Sempre nella pagina facebook è interessante un articolo pubblicato da l’ecodelsud.it quotidiano indipendente di informazione della Sicilia e della CalabriaIn questo articolo – che riprende alcune considerazioni degli operai della Forestale – si parla proprio di elicotteri e Canadair.

“La Regione siciliana – si legge nel’articolo – spende mediamente una decina di milioni per gli elicotteri e circa tre milioni per i Canadair e la Protezione Civile intasca circa 13 milioni di euro l’anno, puliti-puliti. Chi ha interesse a che questo business vada avanti?” chiedono i forestali.

In realtà, proprio oggi abbiamo cercato – senza riuscirci – di saperne di più dei Canadair. E’ noto che un’ora di volo di questo aereo anfibio costa circa 14 mila euro (come potete leggere qui).

Noi pensavamo che il costo dei Canadair fosse a carico della Protezione civile nazionale. Ci siamo sbagliati. E’ la Regione siciliana che paga il servizio dei Canadair. E poiché, da oltre una settimana, in Sicilia questi aerei anfibi svolgono un servizio quasi h 24, non possiamo non porre una domanda:

si risparmia sugli operai della Forestale, sulla vigilanza degli stessi operai nelle aree verdi della Sicilia e poi spendiamo un sacco di soldi per i Canadair? E quanto stanno costando, quest’anno, i Canadair?

E infatti l’articolo pubblicato da l’ecodelsud.it arriva alle nostre stesse conclusioni:

“A tirare di somma, dunque, abbiamo capri espiatori che rispediscono al mittente le accuse; una politica sciatta e inadempiente che preferisce pagare milioni di euro invece di spendere, magari la stessa cifra una sola volta e non annualmente, per dotarsi di squadre antincendio, dotate di mezzi e strumenti propri. Una politica non in grado di affrontare le emergenze e che risolve sempre tutto con la dichiarazione di stato di calamità”.

E poi? “Cominciano a sorgere gruppi privati di flotte aeree antincendio – leggiamo sempre nell’articolo – spinte dal numero sempre crescente di incendi. Altro che ‘mafie pecoraie’ e ‘forestali piromani’, che recitano solo da utili comparse in questa tragicommedia coloniale della Terra bruciata”.

E ancora:

“Anche l’alibi della mafia ‘pecoraia e vaccara’, che brucia boschi per farne pascolo, viene sapientemente, intelligentemente, smontato: ‘Pascoli per farne che? – si obietta – Visto che la Sicilia importa dalla Padania e l’UE – in valore – il 95% di carni & derivati. E anche nel ciclo agroindustriale dei latticini non gode di buona salute”.

Ultima considerazione: in forza di una campagna di stampa discutibile è stata fatta passare la già citata tesi che “gli oltre 20 mila operai della Forestale siciliana non fanno nulla e si sprecano un sacco di soldi”.

Peccato che gli operai della Forestale la Regione siciliana li paga con i soldi dei Siciliani, cioè con le proprie entrate.

Ma grazie alla campagna di stampa non certo casuale lo Stato ha tagliato alla Regione anche una parte dei fondi per le attività di tutela delle aree verdi.

La Regione amministrata dal centrosinistra – protagonisti l’assessore-commissario all’Economia, Alessandro Baccei, l’assessore all’Agricoltura, Antonello Cracolici, e l’assessore al Territorio e Ambiente, Maurizio Croce – ha ‘risparmiato sulle attività di prevenzione degli incendi: ma i risparmi stanno in buona parte servendo per elicotteri e Canadair.

Servono – gli elicotteri e i Canadair – per spegnere gli incendi, non certo per prevenirli: così, al danno ambientale gravissimo, si somma la beffa di pagare anche elicotteri e aerei anfibi. Per avere, alla fine, terre bruciate.

Peggio di così – almeno per ciò che riguarda i boschi – una Regione non può essere amministrata.

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/12/chi-ha-interesse-a-incendiare-la-sicilia-il-dopo-fuoco-e-il-grande-business-di-elicotteri-e-canadair/

Incendio doloso distrugge un campo di due ettari: a chi danno fastidio i Grani Antichi Siciliani …?

 

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Incendio doloso distrugge un campo di due ettari: a chi danno fastidio i Grani Antichi Siciliani …?

Niscemi, ditrutti due ettari di grani antichi: “Non ci lasceremo intimidire”

Si tratta, con ogni probabilità, di un incendio doloso. Vittima, l’Azienda Agricola Profeta del comune in provincia di Caltanissetta: “I grani antichi cominciano a dare fastidio a qualcuno: pensano di averci fatto uno sgarro, ma hanno solo affermato la propria vigliaccheria…”

“I grani antichi cominciano a dare fastidio a qualcuno: pensano di averci fatto uno sgarro, ma hanno solo affermato la propria vigliaccheria. La nostra azienda continuerà a produrre biodiversità. Non ci ferma nemmeno il fuoco”.

E’ questo il commento che leggiamo sulla pagina Facebook dell’Azienda Agricola Profeta di Niscemi, vittima, nei giorni scorso, di quello che sembra un attentato incendiario che ha distrutto due ettari e mezzo di coltivazioni di grani antichi.

Il fuoco è stato appiccato in più punti e, complice il vento, si è immediatamente esteso sul campo. Provvidenziale l’intervento di un vicino che ha avvisato il proprietario, Carmelo Rizzo, il quale ha potuto fare intervenire i Vigili del Fuoco quasi subito.

Solidarietà da parte dell’associazione Simenza ed è una solidarietà concreta: ogni impresa associata regalerà all’azienda di Niscemi 50 kg di grani antichi. L’equivalente del raccolto distrutto.

L’associazione è formata da circa 120 aziende che si battona per la valorizzazione delle biodiversità dell’isola. A partire dal grano. In Sicilia le varietà di grani antichi sono 52, molte delle quali hanno rischiato di scomparire.

Solidarietà anche dal movimento TerraeLiberazione che parla di un vero e proprio atto terroristico contro i seminativi siciliani.

Solidarietà anche da parte de I Nuovi Vespri. it che, come ormai sapete, della difesa del grano siciliano ha fatto una vera e propria missione, tanto da avere suscitato l’ira di quelle multinazionali che per fare la pasta usano grani di dubbia qualità che arrivano dall’estero. L’accusa nei nostri confronti fa riflettere: “Accanita difesa dei grani del Sud Italia”…

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/06/08/niscemi-ditrutti-2-ettari-di-grani-antichi-non-ci-lasceremo-intimidire/#more-25032

Lo Stato consente alle lobby di bombardare il sottosuolo Siciliano a caccia di petrolio. Paura terremoti – E ricordiamo a queste carogne che proprio lì si sono verificati i 3 terremoti più distruttivi della nostra storia: 210.000 morti!! …Ma per “loro” il dio petrolio è più importante della pelle della Gente!!

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Lo Stato consente alle lobby di bombardare il sottosuolo Siciliano a caccia di petrolio. Paura terremoti – E ricordiamo a queste carogne che proprio lì si sono verificati i 3 terremoti più distruttivi della nostra storia: 210.000 morti!! …Ma per “loro” il dio petrolio è più importante della pelle della Gente!!

Lo ha scoperto l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao (sempre loro a rompere le scatole alle lobby).

E l’allarme è grave: bombardare il sottosuolo nel territorio storicamente più sismico d’Italia.

Ricordiamo che proprio in Sicilia si sono avuti i 3 terremoti più disastrosi e devastanti della nostra storia con circa 210.000 morti (V. Wikipedia)

I petrolieri bombarderanno il sottosuolo dei Comuni siciliani. Paura per possibili terremoti

Lo ha scoperto l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao. E’ ormai noto a tutti che gli esplosivi, fatti brillare nel sottosuolo – quindi compresi quelli utilizzati per cercare petrolio – possono provocare terremoti. Ma questo è l’ultimo problema dell’ENI e del PD di Renzi e Crocetta che hanno voluto e autorizzato questo scempio ambientale. Ecco uno dei ‘frutti avvelenati’ della mancata vittoria del referendum che avrebbe dovuto fermare le trivelle. L’elenco dei Comuni siciliani a rischio

Cosa stanno lasciando ai Siciliani il PD e il presidente della Regione, Rosario Crocetta, dopo aver fatto svuotare le ‘casse’ della Regione siciliana dal Governo nazionale? Bombe. Sì, avete letto bene: bombe che esploderanno sotto il sedere degli abitanti di un bel nutrito gruppo di Comuni della nostra Isola. Ricordate il referendum sulle trivelle? Il referendum perso per mancanza di quorum. Ebbene, ecco le conseguenze: l’ENI sta portando avanti un progetto di prospezione geofisica, conosciuto come “2D”, per la ricerca di idrocarburi nelle province di Caltanissetta, Catania, Enna e Ragusa con l’utilizzo di cariche esplosive da 10 kg. Bombe da far esplodere in fori profondi fino a 30 metri per centinaia di chilometri quadrati. Con il rischio di provocare terremoti!

La storia è stata scoperta e denunciata dall’unico europarlamentare eletto in Sicilia che fa gli interessi della Sicilia e dei Siciliani. Parliamo di Ignazio Corrao, unico tra gli europarlamentari (eletto nelle fine del Movimento 5 Stelle) che sta provando a difendere l’olio d’oliva extra vergine della Sicilia, il grano duro siciliano e le arance della nostra Isola. E’ Corrao che, con l’ausilio del gruppo di collaboratori che ha messo su, ha passato a setaccio le AIA, sigla che sta per Autorizzazioni Integrate Ambientali.

“Il progetto – si legge in un comunicato diffuso dai grillini – apparso sul sito del Ministero dell’Ambiente poche ore fa, ha mobilitato immediatamente il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle in Assemblea regionale siciliana che domani, lunedì 15 maggio, depositerà in Commissione Ambiente una richiesta di audizione urgente per convocare i vertici ENI ed il Governo Regionale”.

“Quanto scoperto è un fatto gravissimo ed inquietante – spiegano i deputati M5S all’Ars – sia perché la Regione siciliana pare abbia avallato tale scempio senza dir nulla, sia perché tali ricerche potrebbero produrre terremoti in un territorio che rimpiange lo sviluppo agricolo, turistico e culturale negato dagli affaristi e dai sindacalisti del petrolio”.

Insomma, la prima notizia è che i vari Crocetta, Raciti, Cracolici, Marziano, la CGIL di Catania che è direttamente presente nella politica siciliana con propri rappresentanti all’Ars e via continuando non ci hanno detto nulla. Tutti zitti. Ma sono stati lo stesso ‘sgamati.

“Stando al progetto – leggiamo sempre nel comunicato dei grillini dell’Ars – i Comuni che dovrebbero ospitare le esplosioni sotterranee sono quelli di Gela, Mineo, Ramacca, San Michele di Ganzaria, Mazzarino, Aidone, Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Caltagirone, Grammichele, Niscemi, San Cono. Uno scempio in piena regola firmato ENI-Crocetta – sottolineano i deputati – considerando che peraltro il territorio del Calatino Sud Simeto è già in parte dichiarato patrimonio dell’UNESCO. Siamo molto preoccupati, perché non vorremmo che il presidente Crocetta, da ex dipendente ENI e da persona che si è schierata contro il referendum sulle trivellazioni lo scorso anno, prediliga le fonti fossili a quelle rinnovabili”.

Qui si segnala quello che abbiamo scritto all’inizio di questo articolo: i Siciliani, adesso, cominciano a raccogliere i ‘frutti avvelenati’ del referendum sulle trivelle. Giustamente, i grillini ricordano che il ‘rivoluzionario’ Crocetta, invece di schierarsi in difesa della Sicilia, ha preferito schierarsi con chi – PD renziano in testa – boicottava il referendum per non far raggiungere il quorum.

La stragrande maggioranza di coloro i quali sono andati a votare ha detto “No” ai petrolieri e alle trivelle. Ma i petrolieri e le trivelle hanno vinto lo stesso, perché, come già ricordato, il referendum non ha raggiunto il quorum.

Ora i petrolieri – ENI in testa – presentano il conto e si preparano a bombardare il sottosuolo e si preparano ad bombardare il sottosuolo di un nutrito gruppo di Comuni della Sicilia sud orientale. E pazienza se i terremoti potrebbero provocare in Sicilia quello che è successo in centro Italia, dove migliaia di persone hanno perso la casa e sono ancora in mezzo alla strada, tra baracche e container.

“Non permetteremo che la Sicilia venga trattata ancora come una terra da depredare e distruggere in nome del Dio denaro – concludono i parlamentari grillini dell’Ars – ignorando la sua naturale vocazione agricola, culturale e turistica e, peggio ancora, calpestando la salute e la vita dei suoi abitanti”.

Dall’ufficio di Corrao parte invece l’invito a documentarsi e fare le osservazioni da parte dei Comuni interessati sindaci e società civile.

Già, l’invito ai sindaci siciliani a difendere la società civile? Supponiamo che l’invito non sarà rivolto ai sindaci di centrosinistra dei Comuni siciliani. Sono i sindaci dei Comuni che controllano l’ANCI Sicilia, l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani. Quell’ANCI Sicilia – presieduta dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – che non ha mosso un dito durante le settimane precedenti il referendum per fermare le trivelle.

Foto tratta da greenreport.it

P.S.

Dunque l’ENI va alla ricerca del petrolio siciliano con le bombe. Non solo un Ente nazionale che ha trattato sempre la Sicilia come una ‘colonia’ si deve prendere il nostro petrolio, ma lo deve cercare pure con le bombe, mettendo a rischio gli equilibri ambientali della nostra Isola. Con i soliti ‘ascari’ siciliani ‘inginocchiati’ al cospetto dell’ENI. 

Tutto questo perché il referendum sulle trivelle non ha raggiunto il quorum. 

Non possiamo non ricordare che il comportamento dell’ANCI Sicilia, nelle settimane precedenti il referendum sulle trivelle, è stato incredibile. Non una manifestazione, non un appello per invitare i cittadini a votare. Un’ANCI piegata ai voleri di Renzi e del suo PD.

Il vice presidente dell’ANCI, Paolo Amenta (che è sindaco di Canicattini Bagni, in provincia di Siracusa), e qualche altro sindaco hanno rilasciato qualche dichiarazione ufficiale. Ma nessuno ha partecipato alla manifestazione del 30 marzo 2016.

Per dirla in breve, in occasione del referendum sulle trivelle, l’interesse del più grande partito politico nazionale – il PD – era quello di far vincere i petrolieri. E l’ANCI siciliana si è adeguata ai voleri romani.  

Per questo è più che mai necessario che i cittadini siciliani, alle elezioni comunali di giugno, mandino a casa tutti i sindaci collegati ai partiti nazionali. E necessario, a partire dalle elezioni comunali dell’11 giugno, non votare più candidati collegati a partiti nazionali, a partire dal PD che, ricordiamolo, è sempre nelle salde mani di Renzi.

Due parole sull’ENI, infine. Che ha sempre considerato e continua a considerare la Sicilia un limone da ‘spremere’: prendere tanto per dare poco o nulla. O meglio, per lasciare in Sicilia inquinamento e problemi sociali.

 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2017/05/14/i-petrolieri-bombarderanno-il-sottosuolo-dei-comuni-siciliani-paura-per-possibili-terremoti/

La rivoluzione dei contadini siciliani: 3.000 ettari di grani antichi contro le Multinazionali…!

 

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La rivoluzione dei contadini siciliani: 3.000 ettari di grani antichi contro le Multinazionali…!

Di Marco Angelillo per Repubblica.it

Tornano i grani antichi in Sicilia. Tornano a riempire i campi, ricostruiscono paesaggi, arricchiscono la biodiversità di un’agricoltura che da decenni ha ridotto a poche specie super selezionate il frumento dell’isola che fu uno dei granai dell’Impero romano. Ufficialmente sono solo 500 ettari, ma c’è chi parla di 3.000. I contadini che stanno passando al biologico e al recupero delle sementi locali crescono di anno in anno, si associano, mettono in piedi filiere alimentari e fanno cultura, oltre che coltura.

“Ho convertito 100 ettari dell’azienda familiare a grano locale” confessaGiuseppe Li Rosi, uno dei più convinti sostenitori del ritorno all’antico in agricoltura, “e sono il custode di tre varietà locali, Timilia, Maiorca e Strazzavisazz”. I custodi seminano queste rarità botaniche, dedicando almeno 10 ettari a ogni coltura, si impegnano nella ricerca storica e a mantenere la purezza del seme. Li Rosi, contadino da generazioni, è anche il presidente dell’associazione Simenza, cumpagnia siciliana sementi contadine, che mette insieme settanta produttori “ma altri cento sono pronti a entrare”, assicura Giuseppe. La sperimentazione, oltre alla conservazione, è all’ordine del giorno nella Cumpagnia: si coltivano campi anche con miscugli di sementi, un procedimento diametralmente opposto alla tecnica moderna, che ricerca l’uniformità, lo standard in nome della quantità.

Nei campi di Simenza, invece, variabilità e mescolanza innescano una selezione naturale che fortifica le spighe e che non ha bisogno della chimica, si adatta alle condizioni ambientali, alla composizione e all’esposizione del terreno. Serve solo un po’ di pazienza: il secondo e il quarto anno la produzione subisce incrementi significativi. Il risultato biologico è sorprendente: basta attendere solo qualche ciclo semina-raccolto-semina e alla fine ogni azienda avrà un mix diverso di grani che collaborano tra loro, naturalmente. Questa biodiversità è foriera di almeno due vantaggi: una miglior competitività contro le specie infestanti e un naturale adattamento al cambiamento delle condizioni climatiche. È il principio della selezione partecipata, promosso a livello nazionale dall’Aiab, associazione italiana per l’agricoltura biologica.

In Sicilia, il ritorno dei grani antichi sta trasformando anche il paesaggio. Sui Nebrodi, per esempio, il frumento era scomparso da tempo. Quest’anno 50 ettari di grano hanno riportato l’agricoltura in montagna. Un ritorno analogo si sta manifestando sulle Madonie e sui Peloritani. Non è un processo facile. Le leggi sulle sementi favoriscono le multinazionali del settore: un pugno di aziende controllano quasi il 60% dell’industria sementiera e non sembrano preoccuparsi di pochi nostalgici delle coltivazioni tradizionali. Inoltre il Tips, l’accordo commerciale internazionale, proibisce lo scambio di semi tra gli agricoltori, rendendo ardua la possibilità di conservare e tramandare quelli autoctoni. “Ci è concessa solo la modica quantità”, ammette Li Rosi.

Tuttavia, il movimento siciliano per liberare la produzione di cibo dalle leggi delle colture intensive e inquinanti è vasto. Le facoltà di Agraria sono gettonatissime e la ricerca avanza: a Caltagirone esiste una Stazione consorziale sperimentale di granicoltura che dipende dall’assessorato regionale all’agricoltura e che ha redatto un catalogo di oltre 250 varietà di grano e di 50 leguminose siciliane.

Anche la medicina non sta a guardare. Antonio Milici, neurologo e neuropsichiatra, reduce dal recente convegno “Grani antichi siciliani: ambiente e salute”, organizzato da Adas, l’associazione per la difesa dell’ambiente e della salute, punta l’attenzione sul legame tra malattie e alimentazione: “è strettissimo”, afferma. “Dalla celiachia alle intolleranze, dal diabete all’ipertensione, ai problemi cardiovascolari, il sistema immunitario è messo a dura prova dalle sostanze che il nostro corpo assume quotidianamente”. Com’è ormai noto ai più, tutto si lega: stile di vita, alimentazione, attività fisica, gestione delle emozioni. Non si tratta solo del fisico, perché si stanno studiando correlazioni che a prima vista potrebbero sembrare azzardate: “Alcune malattie della psiche possono avere come concausa un’alimentazione basata su cibi non sani o alterati dalla chimica”, afferma Milici.

Siamo quello che mangiamo: il ritorno dei grani antichi, allora, potrebbe influire notevolmente sul nostro benessere psico-fisico. E difendere l’ambiente e la salute come fossero due facce della stessa medaglia, è la risposta più appropriata per recuperare l’armonia perduta.

 

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2016/04/28/news/la_rivoluzione_dei_contadini_siciliani_3_000_ettari_di_grani_antichi_contro_le_multinazionali-138634847/#gallery-slider=138635431

Incredibile – Il Canada esporta in Sicilia grano duro pieno di glifosato e micotossine, ma pretende uva da tavola siciliana supercontrollata!!

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Incredibile – Il Canada esporta in Sicilia grano duro pieno di glifosato e micotossine, ma pretende uva da tavola siciliana supercontrollata!!

 

I canadesi, che non si fanno alcun problema a rifilarci il grano duro zeppo di veleni, hanno preteso e ottenuto mille controlli sulla salubrità dell’uva Italia (che, detto per inciso, è una delle migliori uve da tavola del mondo!). Sono i paradossi di una Regione governata da politici dilettanti (non vogliamo pensare ad altre ipotesi…). E il bello è che l’assessore all’Agricoltura, Antonello Cracolici, si vanta pure di aver fatto controllare l’uva che verrà esportata. E sul grano duro mezzo avvelenato che arriva in Sicilia con le navi, assessore, nessun controllo? 

Simpatici, i canadesi: a noi ci spediscono il grano duro pieno di glifosato (un erbicida che danneggia la nostra salute) e di micotossine. Però hanno preteso controlli severissimi prima di ricevere l’uva da tavola siciliana che, detto per inciso, è una delle migliori del mondo. Loro a noi ci possono rifilare il loro grano duro di pessima qualità pieno di sostanze nocive; noi, invece, prima di esportare i nostri prodotti agricoli, dobbiamo sottostare a regole severissime, perché i canadesi alla loro salute ci tengono!

Il bello sapete qual è? Che quel concentrato di irragionevolezza e di sfascio totale rappresentato dall’assessorato regionale all’Agricoltura della Sicilia che non fa nulla per bloccare il grano duro canadese pieno di glifosato e micotossine che arriva sulle nostre tavole si è invece attivato per fare in modo che la salute dei canadesi sia ultra tutelata!

Sia chiaro che, quando parliamo dello sfascio dell’assessorato regionale all’Agricoltura non ci riferiamo al personale, che in massima parte è preparato; ci riferiamo alla politica e ai dirigenti generali che, invece di fare gli interessi della Sicilia, seguono le direttive della politica (e se non fanno quello che dice l’assessore di turno vengono mandati a casa: questa è la verità sulla legge Bassanini che avrebbe dovuto ‘separare’ politica e burocrazia: legge che ha invece ‘consegnato’ l’alta burocrazia alla politica!

Detto questo, tornando all’uva da tavola siciliana che tornerà ad essere esportata in Canada, diciamo subito che la storia che vi stiamo raccontando dimostra, ancora una volta, che la Regione siciliana è amministrata da nessuno.

“Siamo nelle mani di una massa di incompetenti”, ha detto Cosimo Gioia a proposito della crisi del grano duro: e i fatti, ancora una volta, gli danno ragione.

(Cosimo Gioia, per la cronaca, oltre ad essere un bravo imprenditore agricolo, è stato dirigente generale del dipartimento Agricoltura della regione ai tempi del Governo di Raffaele Lombardo: ed è stato messo alla porta perché ha provato a difendere il grano duro siciliano dalle schifezze cerealicole che arrivano dall’estero. Sacrificato dagli ‘ascari’).

La vicenda dell’uva da tavola siciliana è emblematica. Leggiamo assieme un comunicato stampa diramato qualche giorno fa dall’attuale assessore region ale all’Agricoltura, Antonello Cracolici:

“Dopo 5 anni di blocco riparte oggi da Mazzarrone l’esportazione di uva Italia in Canada con il primo carico da 20 tonnellate.”

Mazzarrone, importante centro agricolo del Catanese, è un’area nella quale si produce uva Italia di elevata qualità. L’altra area della Sicilia dove si produce uva Italia di prim’ordine è Canicattì e il suo circondario, in provincia di Agrigento (e anche alcune zone del Nisseno).

“Gli operatori del Servizio Fitosanitario (della Regione siciliana ndr) – prosegue il comunicato dell’assessore Cracolici – hanno applicato il protocollo dei controlli sul prodotto siciliano recentemente riconosciuto dalle autorità canadesi. Nel 2007, prima del blocco delle esportazioni, l’uva da tavola siciliana diretta in Canada superava le 700 tonnellate all’anno”.

Poi – a quanto si può dedurre – l’export siciliano di uva Italia verso il Canada è stato bloccato. Motivo: i canadesi hanno voluto fare chiarezza sulla salubrità dell’uva da tavola (in particolare, sull’uva Italia) prodotta in Sicilia.

“La merce – prosegue il comunicato – è stata sottoposta ad un esame integrato con le verifiche di qualità adottate dalle aziende produttrici, sotto la supervisione del Servizio Fitosanitario regionale che sta lavorando anche all’applicazione di un protocollo sanitario per avviare l’esportazione in Canada di albicocche, ciliegie, pesche, susine e kiwi. Le procedure di controllo sui prodotti concordate con i Paesi importatori sono già state applicate con successo anche per l’arancia rossa diretta in Giappone e in Cina. Il Servizio Fitosanitario regionale ha un ruolo strategico per favorire l’export dei prodotti siciliani nel mondo perché ha tra le sue funzioni anche quella di armonizzare le disposizioni sui controlli sanitari dei prodotti tra paesi importatori ed esportatori”.

Come potete notare, la Regione siciliana è dotata di un Servizio Fitosanitario che è perfettamente in grado di valutare se un prodotto agricolo – in questo caso l’uva Italia – può essere esportato perché privo di residui di pesticidi dannosi per la salute umana.

La cosa assurda è che questo Servizio Fitosanitario della Regione funziona per i prodotti agricoli siciliani che debbono essere esportati, ma non funziona per controllare i prodotti agricoli che arrivano in Sicilia dal Canada, dal Nord Africa, dal Sud Africa, dall’Asia, dalla Cina e via continuando.

Questo Servizio Fitosanitario della Regione non si occupa di controllare i prodotti agricoli che arrivano in Sicilia dal resto del mondo non per responsabilità di chi vi lavora (cioè del personale), ma perché la politica siciliana non ha interesse a tutelare la salute dei siciliani. E infatti nella nostra Isola arrivano le schifezze da mezzo mondo.

Il caso del grano duro che arriva dal Canada pieno di glifosato e di micotossine è eclatante, visto che queste sostanze dannosissime per la nostra salute (e responsabili, a lungo andare, di malattie gravi) finiscono sotto forma di pasta, pane, pizze, semola, farine, biscotti, dolci e via continuando sulle nostre tavole.

Ma c’è la frutta estiva che arriva dall’Africa (Dio solo sa che pesticidi usano le multinazionali che si sono impossessate dei terreni dell’Africa, usufruendo di un costo del lavoro irrisorio rispetto ai costi del lavoro in agricoltura del nostro Paese); c’è l’ortofrutta cinese e asiatica (non vi raccontiamo cosa combinano i cinesi con la passata di pomodoro, perché sennò smettereste di utilizzare passata di pomodoro acquistata nei supermercati per i prossimi trent’anni…).

Questi prodotti agricoli che arrivano in Sicilia non solo sono senza controlli, non solo mettono a repentaglio la nostra salute, ma ammazzano la nostra agricoltura: succede con il grano duro siciliano (quest’anno il prezzo di questo prodotto è precipitato a 14 centesimi al chilogrammo: tenete conto che, per riprendere le spese gli agricoltori siciliani e, in generale, del Sud Italia, dovrebbero vendere un chilogramnmo di grano duro 24 centesimi); succede con gli ortaggi; succede con la frutta.

Una vergogna avallata dall’Unione Europea dell’Euro e da un dannosissimo Parlamento Europeo dal quale, per protesta la Sicilia – se fosse una Regione seria – dovrebbe ritirare la delegazione parlamentare. Unione Europea dell’Euro e Parlamento Europeo stanno distruggendo l’agricoltura del Sud Italia e, in particolare, l’agricoltura siciliana.

Aiutati – per ciò che riguarda la Sicilia – dall’attuale Governo della Regione: in particolare, dall’assessorato all’Agricoltura che tutela la salute dei canadesi e non fa nulla per tutelare la salute dei Siciliani!

Ultima ‘chicca’. Dovete sapere, cari lettori di Time Sicilia, che i produttori di uva Italia di Canicattì e di Mazzarrone (e di altri piccoli centri della nostra Isola) sono tra i più bravi al mondo. Forse non esageriamo a definirli i più bravi del mondo. E sapete perché? Perché, da sempre, utilizzano in modo rigoroso e scientifico i pesticidi.

L’uva da tavola biologica, senza pesticidi, è un sogno. Ammesso che si possa produrre, costerebbe una barca di soldi. Per l’uva da tavola, piaccia o no, bisogna utilizzare i pesticidi. Ma bisogna saperli utilizzare. Facendo in modo che non rimangano residui dannosi per la salute umana. E in questo gli agricoltori di Canicattì, di Mazzarrone e centri vicini sono bravissimi. Non a caso l’uva Italia di questi centri della Sicilia si esporta in mezzo mondo.

Sapete qual è il paradosso? Che, a parte nei centri di produzione, trovare l’uva Italia di Canicattì e Mazzarrone in Sicilia è difficile. Se non ci credete, fatevi un giro per i supermercati. Troverete – questo è proprio il periodo dell’uva da tavola – altre uve. Ma difficilmente troverete quella di Canicattì e Mazzarrone.

E allora che uva da tavola mangiano, in tanti casi, i Siciliani? Qui arriva il bello.

L’uva da tavola coltivata nel Nord Africa (Egitto, Tunisia, Marocco) – guarda che caso! – matura nel periodo in cui matura quella siciliana.

Provate a leggere da dove arriva l’uva da tavola nei supermercati: nella stragrande maggioranza dei casi non c’è alcuna informazione. Perché le multinazionali sono contrarie alla ‘tracciabilità’ (l’indicazione di provenienza di un prodotto agricolo e informazioni sulle tecniche agronomiche e sulle metodologie seguite per conservare i prodotti).

Quindi troverete uva da tavola senza alcuna indicazione sulla provenienza. Arriva dal Nord Africa? Com’è stata coltivata? Che pesticidi hanno utilizzato? Come è stata conservata?

Buon appetito!

 

fonte: http://timesicilia.it/canada-esporta-sicilia-grano-duro-pieno-glifosato-micotossine-pretende-uva-tavola-siciliana-supercontrollata/

L’allarme di Coldiretti: “I limoni siciliani stanno scomparendo” – Non si capisce perché ci fanno acquistare a 3 euro il prodotto che arriva dall’altra parte del mondo e non consumare quello della nostra terra !!!

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L’allarme di Coldiretti: “I limoni siciliani stanno scomparendo” – Non si capisce perché ci fanno acquistare a 3 euro il prodotto che arriva dall’altra parte del mondo e non consumare quello della nostra terra !!!

 

L’allarme di Coldiretti: “I limoni siciliani stanno scomparendo”

 

“I limoni siciliani stanno sparendo. Nel 2010 nell’Isola i limoneti si estendevano su una superficie di circa 22.400 ettari nel 2015 gli ettari sono diventati 17.800 e per quest’anno si teme un’altra riduzione”. E’ l’allarme di Coldiretti Sicilia che fotografa una realtà paradossale: “nella terra degli agrumi la grande distribuzione vende limoni d’importazione a 3 euro al chilo”.

“La situazione del comparto – aggiunge Coldiretti Sicilia – è tragica. A livello nazionale negli ultimi 15 anni si è volatilizzato il 50% limoni, il 31 % degli aranci e il 18 % dei mandarini. Quest’anno anche il prezzo dei limoni siciliani all’origine, rispetto al passato, è aumentato e sono cresciuti i furti in campagna, ma davvero non si capisce perché bisogna acquistare a 3 euro il prodotto che arriva dall’altra parte del mondo e non consumare quello della nostra terra. L’acquisto diretto dal produttore – conclude Coldiretti Sicilia – oltre ad offrire una garanzia di salubrità permette di risparmiare e non privarsi di un agrume così importante per la salute”.

 

fonte: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2016/09/06/allarme-coldiretti-limoni-siciliani-stanno-scomparendo_8vBX42NwwlHn0K6gc7XjZP.html?refresh_ce

…E ancora una domanda: nei supermercati troviamo solo le mandorle californiane a 14,5 Euro al chilo! Ma che fine hanno fatto le nostre insuperabili mandorle siciliane?

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…E ancora una domanda: nei supermercati troviamo solo le mandorle californiane a 14,5 Euro al chilo! Ma che fine hanno fatto le nostre insuperabili mandorle siciliane?

Siamo alla follia! Dopo i limoni a 3,5 Euro al chilogrammo ecco le mandorle califoniane a 14,5 Euro al chilogrammo. Con questi prezzi i nostri agricoltori che producono mandorle sarebbero miliardari! Invece a loro li stanno facendo fallire, perché fino a qualche anno fa le mandorle siciliane erano così deprezzate che nemmeno valeva la pena di raccoglierle. Oggi, mentre i nostri agricoltori sono al fallimento ci propinano le mandorle americane e chissà di quali altri Paesi. Mandorle ‘estere’ che presentano aflatossine. Mentre le nostre mandorle totalmente prive di veleni – rimangono sugli alberi… E la regione siciliana che fa? Distribuisce mance del PSR!

Dopo i limoni a 3 Euro e mezzo al chilogrammo della pazza estate che ci siamo lasciati alle spalle (vicenda sulla quale il Codacons ha presentato un esposto, come potete leggere qui), ci tocca sorbirci un’altra assurdità: le mandorle californiane vendute nei supermercati di Palermo a 14,5 Euro al chilogrammo! Vi sembra normale che in Sicilia – che insieme con la Puglia è la regione mandorlicola per eccellenza – i cittadini debbano acquistare le mandorle americane a 14,5 Euro al chilogrammo? Vi sembra normale che questo succede perché gli agricoltori siciliani hanno abbandonato questa coltura – che fa parte della nostra storia e della nostra tradizione – perché i prezzi delle mandorle, fino a qualche anno fa, erano troppo bassi, e ora scopriamo che la grande distribuzione organizzata vende ai Siciliani le mandorle californiane a un prezzo esorbitante?

Intanto per quale motivo dobbiamo acquistare mandorle californiane? Possibile che in Sicilia non dobbiamo mangiare le nostre mandorle? Se la grande distribuzione avesse venduto le mandorle siciliane – che non hanno nulla da invidiare alle mandorle californiane – allo stesso prezzi, i nostri agricoltori produttori di mandorle sarebbero miliardari! Altro che abbandono degli alberi di mandorlo!

Credeteci: quello che sta succedendo con il mandorlo in Sicilia non è normale: è, lo ribadiamo, un’assurdità. Per i Siciliani acquistare mandorle californiane è una pura follia!

Nel 2010, in Sicilia, si contavano ancora 48 mila ettari di superficie coltivata a mandorlo. Forse la stima era un po’ eccessiva: magari aree agricole consociate con altre colture (per esempio, con l’olivo e con la vite) sono state considerate zone a mandorlo. Chissà. Ma il Coordinamento regionale delle aziende siciliane della filiera mandorlicola, beh, questo è stato costituito per davvero. Un’iniziativa del Consorzio della mandorla di Avola (forse la varietà di mandorla siciliana più nota: di certo la più ricercata per la produzione dei tradizionali confetti) e degli agricoltori di Agrigento, altra provincia mandorlicola per antonomasia (insieme con le province di Caltanissetta, di Enna e, naturalmente, di Siracusa).

Insomma, un’iniziativa concreta per tutelare e rilanciare la mandorla siciliana, sei anni fa, è stata messa in piedi. Con il patrocinio dell’assessorato regionale delle risorse agricole e alimentari, filiera frutta secca (come potete leggere qui). Tenete conto che in queste quattro province – Siracusa, Agrigento, Caltanissetta ed Enna si concentra l’82% circa delle piantagioni di mandorle della Sicilia.

Sei anni fa il quadro era chiaro: già allora si sapeva che le mandorle siciliane erano letteralmente “aggredite dalla concorrenza straniera”. Una concorrenza che gli agricoltori siciliani e la stessa Regione siciliana conoscevano bene, se è vero che, dalla fine degli anni ’80 del secolo passato, la superficie a mandorli della Sicilia aveva subito un tracollo, con il dimezzamento degli impianti.

Già anche allora si parlava di assurdità: la domanda mondiale di mandorle cresceva mentre la Sicilia dimezzava la superficie investita a mandorle. Perché? Perché in Sicilia, agli agricoltori, le mandorle venivano pagare a prezzi stracciati!

E’ evidente che, già allora, era in corso una manovra per fare fuori la mandorlicoltura siciliana. I risultati li possiamo ‘apprezzare’ oggi. Ecco le mandorle californiane che la grande distribuzione organizzata ci vende a 14,5 Euro. La ‘colonizzazione’ è perfettamente riuscita.

Noi, ieri, sempre a Palermo, ci siamo fatti il giro tra i supermercati. E abbiamo scoperto quanto segue. Che si possono acquistare mandorle non californiane a 6-7 Euro al chilogrammo. Prezzo che, attenzione, sarebbe già remunerativo per gli agricoltori siciliani. Infatti, se i produttori di mandorle di Siracusa, di Agrigento, di Caltanissetta e di Enna (volendo, anche i produttori di Palermo, Ragusa, Catania Messina e Trapani, che rappresentano il 18% della produzione siciliana) potessero vendere le propria mandorle ai commercianti a 3,5-4 Euro al chilogrammo non avrebbero certo di che lamentarsi.

Ma, a quanto pare, non è così. Anche perché le mandorle che si vendono a 6-7 Euro al chilogrammo non sono ‘tracciabili’: cioè non è possibile stabilire da dove arrivano. Magari sono anche siciliane: ma nella dicitura questo non viene indicato. Viceversa, le mandorle californiane sono ‘tracciabli’: infatti c’è scritto, per l’appunto, che sono mandorle californiane.

Siamo all’ennesima assurdità: le mandorle californiane sono riconoscibili, quelle siciliane, no. Tutto questo in Sicilia!

Non è finita. Molte delle mandorle che arrivano dall’universo mondo – comprese quelle californiane – sono coltivate e, soprattutto conservate in presenza di umidità. Risultato: sono mandorle che contengono tossine molto pericolose per la salute umana: le aflatossine.

Un europarlamentare siciliano eletto in Sicilia (precisazione d’obbligo, perché ormai, sia al parlamento nazionale, sia al parlamento europeo abbiamo anche i parlamentari e gli europarlamentari eletti in Sicilia, ma non siciliani!) – Giovanni La Via – già da qualche anno sta provando a fare introdurre nelle mandorle siciliane l’etichettatura “senza aflatossine”.

Infatti le mandorle prodotte in Sicilia e in Puglia, grazie al clima tipico del nostro Sud Italia, non presentano aflatossine, perché i funghi che li producono (Aspergillus) crepano ‘cotti’ dal sole. E’ lo stesso discorso del nostro grano duro, che non presenta le micotossine perché le alte temperature lo impediscono.

fonte: http://www.inuovivespri.it/2016/11/03/le-mandorle-californiane-a-145-euro-al-chilogrammo-che-fine-hanno-fatto-le-mandorle-siciliane/#more-16345