La Grande, Grandissima SICILIA! Pianta e cura grano antico. Così da sola o quasi sbarra la strada alle Multinazionali!

 

 

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La Grande, Grandissima SICILIA! Pianta e cura grano antico. Così da sola o quasi sbarra la strada alle Multinazionali!

I grani antichi, coltivati con metodi noti solo in Sicilia, riportano lavoro nel commercio locale… salvando l’isola dalla crisi. Vi pare poco?

Pensava di andarsene via e invece è rimasto in Sicilia a curare la terra. Ma Giuseppe Li Rosi, imprenditore agricolo di Raddusa da tre generazioni, non è un semplice agricoltore che fornisce materie prime all’industria. È uncoltivatore di grani antichi siciliani, patrimonio genetico appartenente alla biodiversità mediterranea e frutto della selezione fatta dai contadini in novemila anni di storia dell’agricoltura. E di quei grani fa anche prodotti finiti –farine, pasta e biscotti – «digeribili, pieni di sapore e odore», dice. Un’impresa non facile perché la loro coltivazione è stata abbandonata per decenni e soppiantata dai nuovi grani modificati geneticamente.

Ho convertito 100 ettari dell’azienda familiare a grano locale” confessa Giuseppe Li Rosi, un agricoltore siciliano che davanti alle pressioni internazionali e ai grani francesi o canadesi che ci vengono dati come unica scelta possibile, ha trovato insieme ad altri una via alternativa che salva qualità ed economia. I cosiddetti “grani antichi”, riscoperti dopo quasi un secolo di dimenticatoio.

Timilia, Maiorca e Strazzavisazz… grani che gli antichi Greci conoscevano e i Romani coltivavano, usati fino ai primi del Novecento, poi perduti nella nebbia della memoria. Sono tornati in auge di recente, anche perché ottimi sostituti del grano normale per le persone che soffrono di celiachia a altre intolleranze. Ma non è solo una questione medica.

I grani antichi, coltivati con metodi noti solo in Sicilia, riportano lavoro e movimento economico del commercio locale… salvando l’isola dalla crisi. Vi pare poco? Molti contadini siciliani stanno passando al biologico, la Sicilia è tra le prime regioni produttrici di prodotti Bio, e questi grani sono la novità del secolo.

Chi si impegna a gestire campi di grano antico, deve dedicare almeno 10 ettari a ogni coltura, mantenendo la purezza del seme. Li Rosi, presidente dell’associazione “Simenza, cumpagnia siciliana sementi contadine”, ha raccolto intorno a sé 70 produttori ma alle porte premono almeno un centinaio di altri agricoltori, entusiasti dell’idea. Contrariamente alle rigide regole dei grani multinazionali, che sono sempre gli stessi, i grani antichi si seminano con miscugli di sementi, sono insomma variegati e questo rende la qualità della spiga più resistente e anche la terra più produttiva. Sono tecniche che risalgono a mille anni fa e richiedono pazienza. Il primo anno si semina e raccoglie discretamente, il secondo e il quarto anno la produzione subisce incrementi significativi. La domanda ora è una sola: quanto scommettiamo che tra poco qualche mega organismo mondiale dirà che i grani locali sono pericolosi e cancerogeni… allo scopo di fermare questa ventata di novità salva-crisi che fa paura ai grandi? 

 

Fonte: http://www.italianosveglia.com/grandissima_sicilia_pianta_il_grano_antico_e_abbatte_le_multinazionali-b-95238.html

L’accusa dei Cinquestelle (sempre loro. Purtroppo solo loro): l’Unione Europea affama i pescatori siciliani.

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L’accusa dei Cinquestelle (sempre loro. Purtroppo solo loro): l’Unione Europea affama i pescatori siciliani.

L’UE affama i pescatori siciliani. È il momento di cambiare rotta.

di Rosa D’Amato, EFDD – M5S Europa

Nelle prossime settimane i ministri della pesca dei paesi membri dell’UE si ritroveranno per ridiscutere la situazione delle attuali quote pesca (CFP). Questa discussione toccherà da vicino migliaia di piccole imprese italiane che lavorano nel settore, basti ricordare che l’Italia è seconda dietro la Francia per potenza della sue flotte. In particolare la Sicilia sarà la regione maggiormente interessata dalla ricollocazione delle CFP, soprattutto perché sarà discusso un aumento delle quote di pesca del tonno del 55% circa, un prodotto che da vita a un business notevolissimo incentrato spesso con il suo commercio verso il Giappone. La pesca in Sicilia dovrebbe rappresentare un settore fondamentale per l’economia e lo sviluppo della regione. Invece, versa in una crisi profonda e le imprese e le tante famiglie che traggono il loro sostentamento da quest’attività sono sempre più penalizzate.

Ricordiamoci che la flotta siciliana è composta di 3.021 battelli, pari al 23,1 per cento del totale nazionale. La tipologia di pesca prevalente in ambito regionale è quella della “piccola pesca” (2.046 battelli, il 67,7 per cento regionale), seguita dallo “strascico” (523 battelli, il 17,3 per cento regionale), imbarcazioni solitamente di maggiore dimensione e maggior potenza motrice, e da “polivalenti passivi” (184 battelli, il 6,1 per cento regionale). Dei 7.597 pescatori siciliani la maggior parte fino a qualche anno fa erano imbarcati sui battelli della “piccola pesca”.

Purtroppo sia la decisione della ICCAT di contenere la quantità di tonno pescato entro un certo limite con l’obiettivo della conservazione dei tunnidi dell’atlantico, sia la gestione delle quote pesca da parte dell’Unione Europea, hanno contribuito a mettere in ginocchio il settore ittico e la piccola pesca siciliana. Nel primo caso la decisione dell’ICCAT ha causato un problema di bilanciamento dell’ecosistema, difatti con l’aumento della popolazione dei tunnidi dovuta alla protezione degli stessi, si è registrata contemporaneamente una diminuzione drastica nella presenza in mare di sardine e acciughe che sono il nutrimento principale dei tonni. La conseguenza diretta è che i pescatori siciliani di sarde e acciughe hanno iniziato a soffrire pesantemente della mancanza di questi pesci in mare. Il problema tocca anche indirettamente le aziende siciliane di trasformazione che lavorano con questi pesci, poiché devono acquistare sarde e acciughe provenienti da Spagna e Francia con un conseguente aumento dei costi.

D’altro canto l’applicazione delle quote pesca sui tonni rossi è considerata dai pescatori siciliani una legge assassina. Dato che consente a pochi grandi operatori di pescare il tonno siciliano mentre i piccoli pescatori non muniti delle adeguate e costose licenze di fatto scompaiono. Non solo i piccoli pescatori siciliani se la devono vedere con i grandi operatori italiani del settore ma anche con quelli provenienti da altri paesi europei, in particolare dalla Spagna. Infatti, le quote pesca suddividono le quantità di pesce pescabile per Paese, tenendo conto di quante tonnellate le flotte di un paese possono pescare. Statisticamente la Spagna, grazie al fatto che ha accesso anche al pesce dell’oceano Atlantico, registra un livello di tonnellate di pesce pescato impressionante soprattutto se comparato all’Italia. Per questa ragione la UE concede alla Spagna un’elevata percentuale di quote pesca dei tonni rossi nel mediterraneo. Concretamente l’Europa sta aiutando la Spagna a smantellare il settore ittico siciliano andando contro i proprio principi di mercato libero basato sulla competizione.

Come al solito, l’Europa si fa attanagliare dagli interessi delle grandi multinazionali, oramai il mercato del tonno è diventato un mercato estremamente remunerativo grazie all’ingenti quantità richieste dal Giappone. Da qui le pressioni delle grandi multinazionali sulle scelte degli organismi politici europei come al solito danneggiano i piccoli produttori assieme ai consumatori. Noi siamo dalla parte delle piccole e medie imprese, le vogliamo tutelare ad ogni costo. Continueremo a monitorare questa situazione che tocca un mondo imprenditoriale importante, troppo spesso dimenticato.

fonte: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/10/leuropa-affama-i-pes.html

 

Paghiamo cari i Limoni dal Cile e facciamo marcire quelli della Sicilia (i migliori del mondo)!

Limoni

 

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Paghiamo cari i Limoni dal Cile e facciamo marcire quelli della Sicilia (i migliori del mondo)!

Sembra un paradosso, ma è così. I limoni li abbiamo in Italia, ma preferiamo farli arrivare da altri Paesi. La crescita, in questo senso è esponenziale.
La realtà dei fatti – commenta Coldiretti – è che, dati alla mano, oltre il 25 per cento dei limoni consumati in Italia è di importazione. Se nel 1995 l’Italia importava 17,8 milioni di chilogrammi di limoni, oggi le importazioni sono arrivate a superare i 103 milioni di chilogrammi. La produzione nazionale, nello stesso periodo, da poco meno di 700 milioni di chilogrammi è crollata a poco più di 300 milioni di chilogrammi, sotto i colpi di prezzi troppo bassi e delle importazioni“, conclude Coldiretti.
E le aziende siciliane, dove in Italia ci sono i limoni, muoiono:
Fra il 2000 e il 2010 ha chiuso i battenti più del 40% delle aziende agricole in Sicilia, che produce l’85% dei limoni italiani. La “riviera dei Limoni”, che attraversa Aci Castello, Acitrezza, Giarre e Roccalumera non fa eccezione: dai 6mila ettari e 135mila tonnellate del 2009 ai 5mila ettari e 120 mila tonnellate del 2011.”

 

E alcuni siciliani commentano: “Qui in Sicilia i limoni restano sugli alberi e poi marciscono non li raccolgono nemmeno perché li vogliono pagare pochissimo e i contadini non recuperano neanche le spese. Però poi li importiamo per fare arricchire le altre nazioni. Bravi!
Come riporta la Repubblica di Palermo: “Limoni a 7 centesimi al chilo, i produttori li lasciano sugli alberi. Settanta chilometri di distese di limoneti disegnano la costa tra Catania e Messina. Hanno creato nell’immaginario collettivo l’iconografia della Sicilia, ma tra pochi anni di quegli alberi potrebbe non restare traccia. Ai contadini che producono nel tratto di terra che attraversa Aci Castello, Acitrezza e Giarre, fino a Roccalumera, non conviene più coltivare i limoni, perché i costi per produrli sono arrivati a superare i ricavi della vendita: sette centesimi per un chilo, contro i tredici che costa raccoglierli. E così migliaia di tonnellate di frutti rimangono a marcire sui rami. E si preferisce rincarare e guadagnare su quelli stranieri che importiamo a basso costo.
Che dire! Come sempre il mio consiglio è di comprare frutta e verdura locale, non trattata. Non affidiamo le nostre scelte e la nostra salute ai grandi business che cercano solo il guadagno senza scrupoli, a qualunque costo.
fonte: http://zapping2015.altervista.org/paghiamo-cari-i-limoni-dal-cile-e-facciamo-marcire-quelli-della-sicilia-i-migliori-del-mondo/

Un virus sta distruggendo le arance rosse siciliane, una delle eccellenze della nostra terra e uniche al mondo. Rischiano di scomparire per sempre, ma il governo se ne frega altamente!

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Un virus sta distruggendo le arance rosse siciliane, una delle eccellenze della nostra terra e uniche al mondo. Rischiano di scomparire per sempre, ma il governo se ne frega altamente!

 

Il virus della Tristeza, arrivato in Sicilia nel 2002, sta distruggendo gli alberi di ‘arance rosse’ della Sicilia orientale. A parte il disinteresse del Governo nazionale (e a questo ci siamo abituati) è incredibile la latitanza del Governo regionale che, per affrontare il problema, avrebbe a disposizione i fondi europei. Anche in altri Paesi del mondo hanno provato a produrre le ‘arance rosse’, ma con scarso successo. Perché dietro queste arance c’è un segreto tutto siciliano… 

Questo blog si occupa spesso di grano duro. Ma c’è un altro settore portante dell’agricoltura siciliana – e quindi dell’economia della nostra Isola – che è a rischio: la produzione di arance nella Piana di Catania e nel Siracusano. Parliamo, soprattutto, delle arance pigmentate, meglio note come ‘arance rosse’, con riferimento alle cultivar Tarocco, Moro, Sanguigne e Sanguinelle. Ebbene, c’è un virus che sta distruggendo le piante di ‘arance rosse’: è il virus della Tristeza,arrivato nella nostra Isola nei primi anni del 2000 e, fino ad oggi, ignorato dalle ‘autorità’, Stato e Regione.

Un terzo degli alberi che producono ‘arance rosse’ della Sicilia è stato ‘inghiottito’ da questo virus. Non è una novità. Lo scorso anno la CIA siciliana (Confederazione Italiana Agricoltori) ha lanciato l’allarme  (QUI L’ARTICOLO). Ma, a parte qualche convegno e i soliti impegni, a parole, del Governo nazionale e del Governo regionale, non è stato fatto nulla: nulla!

Ad puntare i riflettori sulla drammatica crisi in cui si dibattono gli agricoltori della Sicilia orientale che producono ‘arance rosse’ sono Le Iene, che hanno dedicato un servizio che vale la pena di seguire (QUI IL VIDEO DE ‘LE IENE’ SULLA CRISI DELLE ‘ARANCE ROSSE’ DELLA SICILIA).

La Tristeza è una malattia tremenda. Gli alberi di arancio, una volta attaccati dal virus, manifestano riduzione di sviluppo, perdono le foglie e i rami si disseccano. Al di sotto della corteccia, il legno della pianta presenta delle scanalature longitudinali. Alla fine la pianta muore.

Il virus viene diffuso dagli insetti, soprattutto dagli afidi.

L’unico modo per combattere la Tristeza è l’eradicazione degli alberi infetti.

Questo virus, nel Mediterraneo, ha colpito Cipro, Israele e Spagna. In Italia è arrivato nel 1956. In Sicilia, come già ricordato, è arrivato nel 2002.

La Regione siciliana avrebbe dovuto intervenire subito. Ma non l’ha fatto.

Ora lo scenario è drammatico. Se non si interverrà, nell’arco di pochi anni la Sicilia potrebbe dire addio alle ‘arance rosse’.

Dovrebbero intervenire le autorità: il Governo nazionale e il Governo regionale.

Il Governo nazionale, da un anno e mezzo, promette, ma non ha prodotto alcunché.

Il Governo regionale ha a disposizione i fondi europei per l’agricoltura: circa 5 miliardi di euro tra il 2014 e il 2020. Ci sono ritardi nella spesa di tali fondi. Ma quello che possiamo dire con certezza è che, fino ad oggi, in Sicilia, non esiste alcuna misura per l’agrumicoltura e non esistono provvedimenti per combattere la Tristeza.

Di fatto, gli agricoltori siciliani sono stati lasciati soli. Ed è anche logico: i fondi europei per l’agricoltura, in Sicilia, servono per ‘coltivare’ voti, non certo le piante! 

Ascoltando questo video ci si rende conto del fallimento dell’attuale Governo regionale in materia di agricoltura. All’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici, dovrebbero ‘fischiare’ le orecchie…

Le ‘arance rosse’ sono una particolarità della Sicilia orientale, soprattutto nel ‘triangolo’ di Lentini, Carlentini e Francofonte, anche se oggi sono diffuse in tutta la Piana di Catania e in alune aree dell’Ennese.

La produzione di ‘arance rosse’ è una peculiarità della Sicilia. nella nostra isola opera il Consorzio di tutela Arancia Rossa di Sicilia Igp. Altri Paesi hanno provato a produrle, ma con risultati non eccelsi. Questo perché le ‘arancie rosse’ non sono soltanto funzione dei geni, ma di altri tre elementi che si trovano solo nella nostra Isola: la natura dei terreno, l’escursione termica assicurata dalla presenza dell’Etna e la sapienza degli agricoltori siciliani.

Le ‘arance rosse’ sono molto richieste dal mercato. Ma la Sicilia, a causa di questa malattia, rischia di perdere quote importanti di mercato a scapito di altre realtà il cui prodotto, per qualità, non può certo essere paragonato a quello siciliano.

Un tempo – quando in Italia c’era ancora la politica – il Ministero dell’Agricoltura predisponeva i Piani agrumi’, con interventi mirati in questo settore. Erano interventi che riguardavano, per lo più, la Sicilia e la Calabra, dove si concentra, storicamente, l’80% degli agrumi prodotti in Italia.

Erano gli anni in cui, in Italia, ci si occupava della questione meridionale. Oggi i Governi nazionali rubano i soldi destinati al Sud dall’Unione Europea e li ‘riprogrammano’ destinandone buona parte alle Regioni del Centro Nord Italia.

In questo i Governi Berlusconi e Renzi sono stati ‘insuperabili’…

Insomma, la mala politica rischia fare venire meno la storia millenaria – unica e irripetibile in altre parti del mondo – delle ‘arance rosse’ di Sicilia.

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/10/12/le-arance-rosse-di-sicilia-uniche-al-mondo-rischiano-di-scomparire-a-causa-del-virus-della-tristeza-video/#_

Sorpresa: Non bastava il grano duro per la pasta. Ora arriva dal Canada anche il grano tenero per dolci, pane e pizze. Una nuova beffa per gli italiani e con molta probabilità un ulteriore danno per la salute!

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Sorpresa: Non bastava il grano duro per la pasta. Ora arriva dal Canada anche il grano tenero per dolci, pane e pizze. Una nuova beffa per gli italiani e con molta probabilità un ulteriore danno per la salute!

Ecco a Voi la pizza fatta con la farina del grano Canadese. Se solo fosse di qualità come il nostro, si sarebbe fatto 8.000 km stipano in una nave… Una nuova beffa per gli italiani e con molta probabilità un ulteriore danno per la salute!

L’allarme lo lancia ancora una volta il blog Siciliano I Nuovi Vespri, dato che i media “ufficiali” su queste questioni mantengono il più omertoso silenzio.

Da I Nuovi Vespri:

Sorpresa: arriva dal Canada anche il grano tenero per dolci, pane e pizze. Un beffa per la Sicilia!

Infatti, nella nostra Isola, noi possiamo contare su un grano tenero antico – il maiorca – che dovrebbe essere la base per i nostri dolci, per il nostro pane e per le nostre pizze. Perché la Sicilia deve dire No al grano duro e, adesso, anche al grano tenero canadese. GranoSalus ci racconta che, in queste ore, tre navi cariche di grano canadese sono presenti nel porto di Bari. E scaricano anche grano tenero. Perché è importante parlare del grano in campagna elettorale: Siciliani, attenti a chi votate!

La battaglia per un grano pulito è ancora lunga. E adesso si arricchisce di un nuovo tassello. Dal Canada, con le ‘famigerate’ navi, non arriva solo il grano duro per produrre pasta: arriva anche il grano tenero per i panifici, i biscottifici e per le pizzerie! Insomma, mentre il Parlamento italiano ormai alle ultime battute della legislatura (nella primavera prossima, è noto, si voterà per le elezioni politiche nazionali) si prepara a discutere e ad approvare il CETA – il discusso trattato internazionale tra Canada e UE (che la Commissione Europea, fregandosene dei Parlamenti dei 27 Paesi dell’Unione che ancora non si sono pronunciati sulla stesso CETA, sta già applicando, con sanzioni per chi non si adeguerà, in Italia continuano ad arrivare navi cariche di grano canadese.

Il CETA – per la cronaca – impone a 27 Paesi europei di mangiare i prodotti a base di grano canadese. E’ il prezzo che bisogna pagare alle multinazionali: in Europa i cittadini, che gli piaccia o no, debbono mangiare pasta, pane, pizze, dolci e via continuando prodotti con il grano canadese, pur sapendo che contiene contaminanti; in cambio le multinazionali vanno a fare affari in Canada.

Gli affari – e quindi il denaro – a scapito della salute di milioni di persone. Sarebbe questa l’Europa dei popoli?

GranoSalus e I Nuovi Vespri – che da tempo combattono insieme questa battaglia in favore dei consumatori e a sostegno degli agricoltori del Sud Italia che producono grano duro – hanno deciso di continuare a battersi contro questa follia con iniziative comuni che verranno comunicate ai nostri lettori e, in generale, a tutte le persone di buona volontà che non vogliono che, sulle proprie tavole, arrivino derivati del grano che contengono contaminanti e, segnatamente, glifosato e micotossine DON.

Insomma, la battaglia continua con sempre maggiore determinazione. Così, per entrare subito in tema, denunciamo che, in queste ore, ben tre navi cariche di grano canadese sono presenti nel porto di Bari.

“Non ha sbagliato GranoSalus a pensare che gli industriali italiani dicessero delle frottole sull’uso di grano canadese arricchito di contaminanti – leggiamo sul sito di GranoSalus -. Il grano canadese arriva continuamente. Che sia duro o tenero ha poca importanza. Del resto, il test sulle paste ha confermato la presenza dei residui di Don, Glifosate e Cadmio. Un test che non è stato sconfessato dinnanzi ai giudici di Roma e Trani. Ma la tendenza degli industriali a mentire non rappresenta più un luogo comune: anzi adesso è confermata dalle navi. Tre navi canadesi al porto di Bari! Sull’ultima nave Divella ha comunicato telefonicamente che si tratta di grano tenero anche se sui documenti ufficiali ‘erroneamente’ avrebbero indicato grano duro”.

Questa la precisazione del gruppo Divella riportato sempre nel sito di GranoSalus:

“Non trattasi di grano duro canadese bensì di grano tenero canadese varietà manitoba, diversamente da quanto indicato nella documentazione ufficiale sanitaria che erroneamente riporta il duro e che sarà oggetto di rettifica nei prossimi giorni da parte degli uffici competenti”.

Come potete leggere, c’è la conferma ufficiale che in Italia arriva anche grano tenero canadese!

Questo per la Sicilia è assurdo, perché nella nostra Isola – che per i dolci vanta un’antica e grande tradizione – noi abbiamo il nostro grano tenero, come ricorda Wikipedia:

“Il grano maiorca o mjorca (Triticum vulgare Host. var. albidum Koern)[2][3] è un tipo di grano tenero antico a chicco bianco a maturazione veloce, da secoli coltivato in Sicilia soprattutto in terreni aridi e marginali, da sempre è stato considerato come il sinonimo del grano tenero siciliano e la sua farina sinonimo di farina per dolci”.

Ma come: abbiamo la possibilità di coltivare il grano tenero maiorca, che è “sinonimo del grano tenero siciliano e la sua farina sinonimo di farina per dolci” e importiamo anche il grano tenero dal Canada?

E che fa il Governo regionale siciliano? Insieme con la solita Unione Europea, paga gli agricoltori siciliani per non fargli coltivare il nostro grano! Cari Siciliani, svegliatevi!

Volete ancora votare questa gente alle elezioni regionali del 5 novembre?

Volete ancora votare per l’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici, quello che dice di avere una “storia politica autentica”, un governante della Sicilia che fino ad oggi non ha detto mai detto una sola parola sullo scandalo del grano canadese che invade le nostre tavole?

Volete votare ancora per il PD e per Forza Italia che al Parlamento Europeo hanno votato in favore del CETA?

E che dire del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, la nuova ‘Sinistra’ che avanza? Ma avanza per andare dove? Possibile che il presidente di una delle due più importanti Regioni italiane per la produzione di grano (la seconda è la Sicilia) non abbia nulla da dire?

In Sicilia siamo abituati al vuoto-niente di Rosario Crocetta. Ma anche in Puglia, a quanto pare, non scherzano. E’ un caso che Emiliano e Crocetta sono entrambi del PD?

Tra navi nel porto di Bari significa che questo grano, sotto forma di prodotti derivati, arriverà sulle tavole di tutti gli italiani. E’ in Puglia, infatti, che si concentra il 90 per cento circa dei molini italiani. E da questa Regione che i derivati del grano finiscono in tutta l’Italia per essere trasformati in pasta e in altri prodotti. Per poi finire sulle nostre tavole e, nel caso della pasta, in tanti altri Paesi del mondo.

Sappiamo che la battaglia che stiamo conducendo è difficile. Perché ci scontriamo con le Regioni praticamente assenti (in Sicilia, dove si voterà il prossimo 5 novembre, c’è un solo candidato alla presidenza della Regione – il titolare di questo blog, Franco Busalacchi – che affronta questo argomento: il resto è silenzio), con un Governo nazionale favorevole al CETA, con un Parlamento nazionale che, fino ad oggi, ha potuto contare su una maggioranza favorevole al grano canadese.

Non è arrivato il momento di dire basta? Ci rivolgiamo ai Siciliani: il 5 novembre si voterà per le elezioni regionali. Cominciate a riflettere sul fatto che noi, qui in Sicilia, mangiamo ogni anno un quantitativo di pasta che è cinque-sei volte superiore alla media europea.

A Bruxelles hanno fissato dei limiti, circa la presenza di alcuni contaminanti – ci riferiamo alle mocotossine DON – che sono tarati per un consumo di pasta che non va oltre i 5 chilogrammi all’anno. In Sicilia e nel Sud Italia, in media, noi mangiamo da 25 a 30 chilogrammi di pasta ogni anno!

Imponendoci la pasta prodotta con il grano duro canadese, questi signori dell’Unione Europea – Commissione Europea e Parlamento Europeo – ci avvelenano a norma di legge! E avvelenano soprattutto i bambini.

“Con i nostri test – leggiamo sul sito di GranoSalus – che analizzano ciò che il Ministero esclude (ad es il glifosate), abbiamo dimostrato che Divella e La Molisana, grazie alle miscele con grani esteri, producono paste non idonee al consumo dei bambini di età inferiore ai tre anni, in relazione ai limiti di DON, senza che loro lo scrivano sulle confezioni”.

La battaglia è ancora lunga: e noi la combatteremo.

“Il motivo della nostra intransigenza è semplice – si legge sempre nel sito di GranoSalus -. Non siamo la Coldiretti, che fa finta di fare #laguerradelgrano. GranoSalus ha dimostrato a Divella, Barilla, De Cecco, Garofalo, La Molisana e Granoro quanto siano vere le nostre analisi in Tribunale. Un’associazione di privati, autofinanziata che, di fatto, si è sostituita ai (non) controlli del Ministero della Salute. Con un metodo semplice: autocontrollo e autocertificazione”.

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/09/30/sorpresa-arriva-dal-canada-anche-il-grano-tenero-per-dolci-pane-e-pizze-un-beffa-per-la-sicilia/#_

Lo scandalo dell’agricoltura biologica siciliana: “Uccisa nella culla”

 

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Lo scandalo dell’agricoltura biologica siciliana: “Uccisa nella culla”

5300 aziende ancora aspettano i pagamenti del 2015. Gli agricoltori annunciano una diffida nei confronti della Regione e proteste eclatanti. “Se è vero che la colpa è dell’AGEA, l’assessore all’agricoltura, Antonello Cracolici, si sarebbe dovuto incatenare davanti ai suoi uffici per pretendere il dovuto. La verità è che ai nostri politici il biologico interessa solo per fare propaganda…”

Sono allo stremo. Finanziariamente e psicologicamente. Finanziariamente perché aspettano dal 2015 le compensazioni previste dal bando del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) sull’agricoltura biologica. Che, in quanto tali, dovrebbero arrivare entro l’anno in cui si registrano l’impegno e le perdite per l’abbandono dell’agricoltura convenzionale. Psicologicamente perché si sentono presi per i fondelli da una politica che usa l’agricoltura biologica come propaganda, ma che lascia morire ‘dissanguati’ quegli agricoltori che ci credono.

Questa è la storia delle 5300 aziende agricole siciliane che ancora aspettano i pagamenti del bando 2015 sui contributi destinati all’agricoltura biologica. Parliamo del PSR 2014-2020.  Per 1800 di loro è già arrivata qualcosa, ma si tratta di pagamenti parziali che non coprono minimamente le spese sostenute. Tra l’altro, non si capisce neanche quali criteri siano stati utilizzati per selezionare le aziende e gli importi. E se la colpa sia della Regione siciliana o dell’AGEA, l’ente pagatore, che ha sede a Roma. Cosa che accresce la rabbia degli agricoltori che devono assistere al teatrino dello scaricabarile, ma che sono sul piede di guerra. Così si stanno coordinando per inviare una diffida alla Regione e per chiedere i danni.

Sono pronti anche a manifestazioni plateali: “Il governo regionale si fa bello parlando di agricoltura biologica, ma la verità è che la stanno uccidendo in culla”, dice a I Nuovi Vespri uno di questi imprenditori agricoli. E aggiunge: “Se è vero che la colpa è dell’AGEA, l’assessore all’agricoltura, Antonello Cracolici, si sarebbe dovuto incatenare davanti ai suoi uffici per pretendere il dovuto, invece dice che è tutto a posto. Siamo alla frutta e speriamo che i giovani non caschino nel tranello di questi politicanti che li invitano a darsi all’agricoltura, perché andrebbero incontro solo alla rovina. Evidentemente non hanno alcun interesse reale a fare crescere l’agricoltura biologica, né a garantire ai consumatori prodotti a chilometro zero”.

E, in effetti, a giudicare da quello che fanno contro i prodotti contraffatti  o contro le navi che continuano a scaricare in Sicilia grano avvelenato, cioè nulla, le cose sembrano stare davvero così.

Che dire dell’AGEA? Da sempre sosteniamo che anche lì di tutti si fanno gli interessi tranne che degli agricoltori. Qualche mese una dura presa di posizione della presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani:

“Il ritardo di AGEA nei pagamenti dei fondi che spettano ai nostri agricoltori regionali fin dal 2015 è inaccettabile”.

“L’attività di AGEA non risponde più ai bisogni dei nostri cittadini e in particolare dei nostri agricoltori”.  E ancora: “I nostri agricoltori stanno abbandonando l’interesse verso le misure di sviluppo rurale nelle quali la Regione ha investito tanto e che servono tremendamente alla nostra economia e alle nostre politiche agricole”.

Dalla Sicilia il solito, scandaloso silenzio dei nostri politicanti mercenari, o ascari chiamateli come volete, la sostanza non cambia. Se ne fregano e non disturbano il potere romano anche se in ballo c’è un settore che per la nostra Isola dovrebbe essere fondamentale. 

Sull’AGEA nel 2014 aveva aperto un fascicolo la Procura di Roma. Che aveva acceso i fari sulla SIN spa partecipata per il 51 per cento da AGEA (società del ministero dell’Agricoltura) e per il 49 per cento da un raggruppamento temporaneo di imprese. Che dal 2007 gestisce il sistema dei pagamenti agli agricoltori per conto del Ministero: il SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale).

“Dal 2010 ad oggi sono stati prodotti almeno dieci dossier, tra relazioni di collaudo, audit interni, perizie legali che dimostrano come il SIAN sia un costosissimo colabrodo, un sistema che ha drenato fino ad oggi dalle ‘casse’ dello Stato la bellezza di 780 milioni di euro” scriveva Repubblica in questo articolo.

Altro che sostegno all’agricoltura…

 

 

ndr

La Regione siciliana aveva una propria Agenzia regionale per il pagamento degli interventi in agricoltura. Su input del solito Governo regionale di Rosario Crocetta, grosso modo ad inizio di questa legislatura – complice una strana campagna mediatica – è stato deciso che questa agenzia regionale era ‘inutile’.

Insomma, bisognava eliminare gli ‘sprechi’. E, guarda caso, hanno eliminato l’Agenzia regionale che erogava finanziamenti e contributi agli agricoltori siciliani a valere sui fondi europei.

Così gli agricoltori siciliani, che avevano una linea amministrativa diretta per percepire i fondi del Piano di Sviluppo Rurale, sono finiti in coda alle altre Regioni italiane.

L’eliminazione dell’agenzia regionale siciliana per i pagamenti agli agricoltori ha dato modo al governo nazionale – allora alla presidenza del Consiglio c’era Matteo Renzi – di trattenere per un certo tempo (scopriamo ora per due anni!) i fondi che dovrebbero essere corrisposti agri agricoltori siciliani.

In pratica – questa è l’amara verità – lo Stato lucra due anni di interessi sui fondi europei destinati agli agricoltori siciliani. E questo grazie ai deputati regionali della Sicilia che hanno voluto e votato questo provvedimento ascaro. 

Chi debbono ‘ringraziare’ gli agricoltori siciliani di questo ‘regalo’?

In primo luogo, il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e l’assessore regionale all’Agricoltura del tempo (non ricordiamo il nome: speriamo lo farà qualche nostro lettore).

Ma debbono ringraziare anche i deputati dell’Assemblea regionale siciliana che hanno votato in favore della soppressione dell’Agenzia regionale che erogava agli agricoltori siciliani i fondi europei.  

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/08/08/lo-scandalo-dellagricoltura-biologica-siciliana-uccisa-nella-culla/

Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

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Vergognoso – Da Regione e UE soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il nostro grano. E così il grano al glifosato canadese avrà via libera!!

 

Regione e UE: soldi agli agricoltori siciliani per non coltivare il grano. E così arriva il grano canadese!

Ecco cosa fa la Regione siciliana: distribuisce ricchi premi agli agricoltori della nostra Isola che non coltiveranno il grano duro per sette anni! Meno grano duro prodotto in Sicilia, più giustificazioni per il grano duro che arriva con le navi. Così la Regione siciliana si genuflette agli interessi delle multinazionali, dell’Unione Europea e del Canada. Il tutto a scapito dei consumatori che mangeranno sempre più grano ‘estero’ con annessi e connessi

Che l’ha detto che la Regione siciliana non fa nulla per i produttori di grano duro della nostra Isola? Fa, invece. E sapete cosa fa, guarda caso a partire da quest’anno, proprio mentre infuria in tutto il mondo la polemica sul grano duro canadese pieno di glifosato e micotossine DON? Regala un po’ di soldi ad ogni agricoltore siciliano che decide di non coltivare più grano duro per sette anni! Sì, avete letto bene: tu, agricoltore di Sicilia, ti stai buono per sette anni tenendo i terreni a pascolo e io, Regione, ti regalo 360-370 euro ad ettaro. I soldi li tira fuori l’Unione Europea.

Il discorso non fa una grinza. Il Parlamento Europeo approva il CETA, il trattato commerciale internazionale tra Unione Europea e Canada che prevede, tra le altre cose, che l’Europa acquisti il grano duro che il Canada produce nelle aree fredde e umide. Sono 4 milioni di tonnellate di grano duro canadese all’anno (come potete leggere in questo articolo che abbiamo scritto lo scorso dicembre) ‘ricco’ di glifosato e micotossine DON.

Ovviamente ci sono tante lamentele. Mezzo mondo, ormai, sa di che pasta è fatto (è proprio il caso di dirlo!) il grano duro canadese coltivato nelle aree umide. I consumatori hanno cominciato a riflettere sulla pasta industriale che arriva sulle loro tavole. E i produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia, massacrati dalla concorrenza sleale dei canadesi, sono in rivolta. Un’associazione di produttori di grano del Sud e di consumatori – GranoSalus – ha fatto effettuare le analisi su otto marche di pasta italiane (qui i risultati delle analisi).

Gli industriali dicono che debbono ricorrere al grano duro estero (nessuno nomina più il grano duro canadese, chissà perché…) perché il grano duro prodotto nel Sud Italia non basta. Per certi versi hanno ragione, se è vero che, negli ultimi anni, 600 mila ettari di seminativi del Sud Italia sono stati abbandonati. Tutto grano duro che non si coltiva più, rimpiazzato dal grano duro “estero” (che nella stragrande maggioranza dei casi è canadese o ucraino) che arriva con le ‘famigerate’ navi.

In questo momento è in corso una battaglia durissima. I produttori di grano duro del Sud si sono ribellati. Sono soprattutto i granicoltori della Puglia e della Sicilia a combattere, visto che in queste due Regioni si coltiva quasi il 70% del grano duro italiano.

La battaglia è durissima e impari. Le multinazionali, attraverso il mercato di Chicago (il più importante del mondo per i cereali), fanno crollare il prezzo del grano duro del Sud Italia. L’estate dello scorso anno il prezzo del grano duro del Mezzogiorno d’Italia è precipitato a 14-15 euro al quintale, a fronte di costi di produzione di 21-22 euro al quintale. Presi per la gola, lo scorso anno molti agricoltori pugliesi e siciliani si sono rifiutati di vendere il proprio grano duro e l’hanno stoccato.

Quest’anno, stessa musica: grano duro di alta qualità, quello prodotto nel Sud Italia, ma prezzo basso: 21 euro al quintale. Strozzati per il secondo anno consecutivo.

Il tutto mentre in questo momento il grano duro canadese – quello ‘ricco’ di sostanze che fanno bene alla salute! – viene pagato a 27 euro al quintale.

I lettori giustamente diranno: ma come, il grano duro del Sud Italia – per lo più pugliese e siciliano – maturato al sole, privo di glifosato e di micotossine DON si vende a 21 euro e il grano duro canadese con i contaminanti si vende a 27 euro al quintale? Ma come funziona ‘sto mercato?

Funziona in ragione degli interessi delle multinazionali. Le multinazionali hanno deciso che la pasta industriale si deve produrre con il grano ‘estero’: e così deve essere! Quindi ‘botte’ in testa – cioè prezzi bassi – per gli agricoltori del Sud Italia e, in generale, per chi si oppone allo strapotere delle multinazionali.

Cosa fanno Unione Europea e Regione siciliana nel pieno di questo scontro? ‘Premiano’ gli agricoltori siciliani che si adeguano ai voleri delle multinazionali.

Tutti noi, l’estate dello scorso anno, ci siamo chiesti: perché una ‘stretta’ così forte? Perché far precipitare il prezzo del grano duro a 14-15 euro al quintale? Perché un prezzo così stracciato?

La spiegazione arriverà a febbraio di quest’anno. Dopo l’annata orribile dello scorso anno tanti produttori di grano duro della Sicilia si sono detti:

“Ragazzi, ragioniamo un attimo: lavorazione del terreno, semina, interventi per eliminare le malerbe, patema d’animo (perché in agricoltura un’ondata di maltempo ti dimezza il raccolto), trebbiatura e poi dobbiamo pure perdere nella vendita del nostro grano? E se non lo vendiamo – perché a 15 euro al quintale non lo vendiamo – ci dobbiamo sobbarcare pure i costi dello stoccaggio?”.

E’ a questo punto – siamo nel febbraio di quest’anno – che in ‘soccorso’ degli agricoltori siciliani arrivano le tre “C” della Regione siciliana: Crocetta, Cracolici & Cimò.

Il primo – Rosario Crocetta – è il presidente della Regione.

Il secondo – Antonello Cracolici – è l’assessore regionale all’Agricoltura.

Il terzo – Gaetano Cimò – è il dirigente generale del dipartimento Agricoltura della Regione.

Cosa si inventa il Governo regionale? Un decreto a valere sul PSR, Piano di Sviluppo Rurale, fondi europei per l’agricoltura. Misura 10. Anzi, per essere precisi, Misura 10.1.C.

Voi agricoltori – questo prevede tale Misura – vi impegnate a non coltivare i seminativi per sette anni. Per sette anni i vostri terreni debbo diventare pascolo permanente. E noi vi diamo un premio in base alla localizzazione. Ovvero:

288 euro ad ettaro se il vostro terreno si trova in montagna;

365 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in collina;

370 euro per ettaro se il vostro terreno si trova in pianura.

Il grano duro è una coltura tipicamente collinare che va bene anche in pianura: e infatti la maggiore remunerazione si ha per la collina e per la pianura.

Se a questi 360-370 euro all’anno, per ettaro, si somma il contributo AGEA – che varia da 230 a 290 euro per ettaro all’anno, a seconda se il fondo non viene o viene coltivato (se si coltiva si arriva a 290 euro), si arriva a un reddito di oltre 600 euro per ettaro.

Pensate: 600 euro all’anno per ogni ettaro di seminativo per restare in casa: non male no?

Il problema è che, tra sette anni, tra multinazionali e CETA, chissà che cosa torneranno a coltivare gli agricoltori che hanno accettato…

Intanto le navi che scaricano il grano duro ‘estero’ avranno un’altra motivazione: se anche la Sicilia coltiva meno grano duro a maggior ragione noi lo dobbiamo importare! E chi lo smonta, adesso?

Il danno prodotto da questa Misura del PSR non riguarda solo l’agricoltura siciliana e il grano duro in particolare. Riguarda i consumatori di pasta: italiani e del resto del mondo. Perché la pasta industriale si mangia in tutto il mondo.

Perché se il grano duro ‘cattivo’ scaccia quello buono la pasta industriale, vuoi o non vuoi, verrà prodotta con il grano duro ‘estero’.

Grande la Regione siciliana, no? Invece di sostenere la produzione di grano duro della nostra terra sostiene gli interessi delle multinazionali in combutta con l’Unione Europea!

Riassumiamo.

Le multinazionali devono fare affari in Canada.

I canadesi dicono: “Sì, ma in cambio ci dovete fare vendere i nostri 4 milioni di tonnellate di grano duro che coltiviamo nelle aree fredde e umide”.

Le multinazionali impongono all’Unione Europea il CETA, che prevede, tra le altre cose, che l’Unione acquisti il grano duro canadese. Morale: pasta, pane, biscotti, pizze, dolci, merendine e via continuando si faranno anche con questo grano ‘estero’.

Ci penserà la pubblicità martellante a farci ‘digerire’ il glofosato e le micotossine DON.

Il Parlamento Europeo approva il CETA e dice ai 27 Paesi che fanno parte della stessa Unione: approvate il CETA.

Milioni di consumatori, in tutta Europa, protestano contro il CETA e contro i veleni in agricoltura.

E mentre è in corso ‘sta battaglia che fa la Regione siciliana? D’accordo con l’Unione Europea toglie di mezzo una parte del grano duro siciliano per fare posto a quello ‘estero’.

Intanto la parola passa al Senato presieduto da Piero Grasso, che ‘deve’ approvare il CETA. E via…

P.S.

Qualcuno obietterà che la Misura 10.1.C del PSR non vale solo per il grano duro, ma anche per altre colture annuali. A questi ‘scienziati’ dovete rispondere che il grano duro si coltiva in rotazione: proprio con quelle colture che, insieme con il grano, non vanno coltivate per sette anni. 

Questa Misura è stata pensata contro il grano duro siciliano. Il resto sono chiacchiere. 

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/29/regione-e-ue-soldi-agli-agricoltori-siciliani-per-non-coltivare-il-grano-e-cosi-arriva-il-grano-canadese/

Chi ha interesse a incendiare la Sicilia? Il dopo-fuoco e il grande business di elicotteri e Canadair

 

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Chi ha interesse a incendiare la Sicilia? Il dopo-fuoco e il grande business di elicotteri e Canadair

Da sempre sul ‘banco degli imputati’ come possibili piromani, si scopre che operai della Forestale e pastori non hanno nulla da guadagnare dal fuoco. Ad avere possibili interessi con la Sicilia in fiamme potrebbero essere altri soggetti. Gli interventi per la ricostituzione delle aree verdi. E il grande giro di affari su elicotteri e Canadair

Mentre la Sicilia continua a bruciare (dopo Messina, dove i danni sono ingentissimi, è la volta della provincia di Trapani: il fuoco ha fatto la propria apparizione nel villaggio turistico di Calampiso, con la gente che è fuggita via mare, fiamme a San Vito Lo Capo e una nuova minaccia per la Riserva Naturale dello Zingaro, negli anni passati già incenerita da un incendio), forse perché sulla vicenda sta intervenendo la magistratura (qui l’articolo), si comincia a cercare di capire chi ci guadagnerà con il fuoco che si sta ‘mangiando’ buona parte del verde della Sicilia. Interessi legati agli elicotteri? O ai Canadair? O c’è ancora dell’altro?

Sulla rete i soliti noti – quelli sempre pronti ad attaccare “gli oltre 20 mila operai della Forestale della Sicilia che non fanno niente” – sono in netta diminuzione. Ed è anche logico: ci sono fatti oggettivi che sono sotto gli occhi di tutti:

come ignorare il fatto che gli operai della Forestale, quest’anno, sono stati inviati al lavoro dopo il 15 giugno?

come ignorare il fatto che le opere di prevenzione degli incendi non sono state effettuate?

come si fa a ignorare le erbe secche e le sterpaglie abbandonate in tutte le aree verdi dell’Isola?

Insomma, le accuse gratuite contro gli operai della Forestale non convincono più. In questa storia degli incendi che, ormai da quasi una settimana, stanno mandando in fumo anni e anni di lavoro (un bosco non si sviluppa in un paio di anni), contribuendo a desertificare la Sicilia, giocano tanti fattori.

Il primo elemento che salta agli occhi è la capillarità degli incendi di questi giorni: un mozzicone di sigaretta gettato in un bosco con un sottobosco pieno di erbe secche e sterpaglie, complice il vento, può causare il finimondo.

Ma da quasi una settimana il fuoco è in tutte le aree verdi dell’Isola. Il caso c’entra poco. Si tratta, con molta probabilità, di incendi dolosi, dietro ai quali c’è una strategia.

Sulla pagina facebook del Si.F.U.S. (Sindacato Forestali Uniti per la Stabilizzazione) ci sono tanti post che affrontano il tema da tante sfaccettature.

Abbiamo già parlato delle possibili speculazioni sulle opere successive agli incendi.

Ma c’è un altro filone: i mezzi di soccorso. E poiché gli incendi sono stati tanti e sono ancora tanti – e quasi tutti con ampio raggio di fuoco – sono intervenuti e continuano ad intervenire elicotteri e Canadair.

Sempre nella pagina facebook è interessante un articolo pubblicato da l’ecodelsud.it quotidiano indipendente di informazione della Sicilia e della CalabriaIn questo articolo – che riprende alcune considerazioni degli operai della Forestale – si parla proprio di elicotteri e Canadair.

“La Regione siciliana – si legge nel’articolo – spende mediamente una decina di milioni per gli elicotteri e circa tre milioni per i Canadair e la Protezione Civile intasca circa 13 milioni di euro l’anno, puliti-puliti. Chi ha interesse a che questo business vada avanti?” chiedono i forestali.

In realtà, proprio oggi abbiamo cercato – senza riuscirci – di saperne di più dei Canadair. E’ noto che un’ora di volo di questo aereo anfibio costa circa 14 mila euro (come potete leggere qui).

Noi pensavamo che il costo dei Canadair fosse a carico della Protezione civile nazionale. Ci siamo sbagliati. E’ la Regione siciliana che paga il servizio dei Canadair. E poiché, da oltre una settimana, in Sicilia questi aerei anfibi svolgono un servizio quasi h 24, non possiamo non porre una domanda:

si risparmia sugli operai della Forestale, sulla vigilanza degli stessi operai nelle aree verdi della Sicilia e poi spendiamo un sacco di soldi per i Canadair? E quanto stanno costando, quest’anno, i Canadair?

E infatti l’articolo pubblicato da l’ecodelsud.it arriva alle nostre stesse conclusioni:

“A tirare di somma, dunque, abbiamo capri espiatori che rispediscono al mittente le accuse; una politica sciatta e inadempiente che preferisce pagare milioni di euro invece di spendere, magari la stessa cifra una sola volta e non annualmente, per dotarsi di squadre antincendio, dotate di mezzi e strumenti propri. Una politica non in grado di affrontare le emergenze e che risolve sempre tutto con la dichiarazione di stato di calamità”.

E poi? “Cominciano a sorgere gruppi privati di flotte aeree antincendio – leggiamo sempre nell’articolo – spinte dal numero sempre crescente di incendi. Altro che ‘mafie pecoraie’ e ‘forestali piromani’, che recitano solo da utili comparse in questa tragicommedia coloniale della Terra bruciata”.

E ancora:

“Anche l’alibi della mafia ‘pecoraia e vaccara’, che brucia boschi per farne pascolo, viene sapientemente, intelligentemente, smontato: ‘Pascoli per farne che? – si obietta – Visto che la Sicilia importa dalla Padania e l’UE – in valore – il 95% di carni & derivati. E anche nel ciclo agroindustriale dei latticini non gode di buona salute”.

Ultima considerazione: in forza di una campagna di stampa discutibile è stata fatta passare la già citata tesi che “gli oltre 20 mila operai della Forestale siciliana non fanno nulla e si sprecano un sacco di soldi”.

Peccato che gli operai della Forestale la Regione siciliana li paga con i soldi dei Siciliani, cioè con le proprie entrate.

Ma grazie alla campagna di stampa non certo casuale lo Stato ha tagliato alla Regione anche una parte dei fondi per le attività di tutela delle aree verdi.

La Regione amministrata dal centrosinistra – protagonisti l’assessore-commissario all’Economia, Alessandro Baccei, l’assessore all’Agricoltura, Antonello Cracolici, e l’assessore al Territorio e Ambiente, Maurizio Croce – ha ‘risparmiato sulle attività di prevenzione degli incendi: ma i risparmi stanno in buona parte servendo per elicotteri e Canadair.

Servono – gli elicotteri e i Canadair – per spegnere gli incendi, non certo per prevenirli: così, al danno ambientale gravissimo, si somma la beffa di pagare anche elicotteri e aerei anfibi. Per avere, alla fine, terre bruciate.

Peggio di così – almeno per ciò che riguarda i boschi – una Regione non può essere amministrata.

 

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/07/12/chi-ha-interesse-a-incendiare-la-sicilia-il-dopo-fuoco-e-il-grande-business-di-elicotteri-e-canadair/

Incendio doloso distrugge un campo di due ettari: a chi danno fastidio i Grani Antichi Siciliani …?

 

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Incendio doloso distrugge un campo di due ettari: a chi danno fastidio i Grani Antichi Siciliani …?

Niscemi, ditrutti due ettari di grani antichi: “Non ci lasceremo intimidire”

Si tratta, con ogni probabilità, di un incendio doloso. Vittima, l’Azienda Agricola Profeta del comune in provincia di Caltanissetta: “I grani antichi cominciano a dare fastidio a qualcuno: pensano di averci fatto uno sgarro, ma hanno solo affermato la propria vigliaccheria…”

“I grani antichi cominciano a dare fastidio a qualcuno: pensano di averci fatto uno sgarro, ma hanno solo affermato la propria vigliaccheria. La nostra azienda continuerà a produrre biodiversità. Non ci ferma nemmeno il fuoco”.

E’ questo il commento che leggiamo sulla pagina Facebook dell’Azienda Agricola Profeta di Niscemi, vittima, nei giorni scorso, di quello che sembra un attentato incendiario che ha distrutto due ettari e mezzo di coltivazioni di grani antichi.

Il fuoco è stato appiccato in più punti e, complice il vento, si è immediatamente esteso sul campo. Provvidenziale l’intervento di un vicino che ha avvisato il proprietario, Carmelo Rizzo, il quale ha potuto fare intervenire i Vigili del Fuoco quasi subito.

Solidarietà da parte dell’associazione Simenza ed è una solidarietà concreta: ogni impresa associata regalerà all’azienda di Niscemi 50 kg di grani antichi. L’equivalente del raccolto distrutto.

L’associazione è formata da circa 120 aziende che si battona per la valorizzazione delle biodiversità dell’isola. A partire dal grano. In Sicilia le varietà di grani antichi sono 52, molte delle quali hanno rischiato di scomparire.

Solidarietà anche dal movimento TerraeLiberazione che parla di un vero e proprio atto terroristico contro i seminativi siciliani.

Solidarietà anche da parte de I Nuovi Vespri. it che, come ormai sapete, della difesa del grano siciliano ha fatto una vera e propria missione, tanto da avere suscitato l’ira di quelle multinazionali che per fare la pasta usano grani di dubbia qualità che arrivano dall’estero. L’accusa nei nostri confronti fa riflettere: “Accanita difesa dei grani del Sud Italia”…

fonte: http://www.inuovivespri.it/2017/06/08/niscemi-ditrutti-2-ettari-di-grani-antichi-non-ci-lasceremo-intimidire/#more-25032

Lo Stato consente alle lobby di bombardare il sottosuolo Siciliano a caccia di petrolio. Paura terremoti – E ricordiamo a queste carogne che proprio lì si sono verificati i 3 terremoti più distruttivi della nostra storia: 210.000 morti!! …Ma per “loro” il dio petrolio è più importante della pelle della Gente!!

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Lo Stato consente alle lobby di bombardare il sottosuolo Siciliano a caccia di petrolio. Paura terremoti – E ricordiamo a queste carogne che proprio lì si sono verificati i 3 terremoti più distruttivi della nostra storia: 210.000 morti!! …Ma per “loro” il dio petrolio è più importante della pelle della Gente!!

Lo ha scoperto l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao (sempre loro a rompere le scatole alle lobby).

E l’allarme è grave: bombardare il sottosuolo nel territorio storicamente più sismico d’Italia.

Ricordiamo che proprio in Sicilia si sono avuti i 3 terremoti più disastrosi e devastanti della nostra storia con circa 210.000 morti (V. Wikipedia)

I petrolieri bombarderanno il sottosuolo dei Comuni siciliani. Paura per possibili terremoti

Lo ha scoperto l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao. E’ ormai noto a tutti che gli esplosivi, fatti brillare nel sottosuolo – quindi compresi quelli utilizzati per cercare petrolio – possono provocare terremoti. Ma questo è l’ultimo problema dell’ENI e del PD di Renzi e Crocetta che hanno voluto e autorizzato questo scempio ambientale. Ecco uno dei ‘frutti avvelenati’ della mancata vittoria del referendum che avrebbe dovuto fermare le trivelle. L’elenco dei Comuni siciliani a rischio

Cosa stanno lasciando ai Siciliani il PD e il presidente della Regione, Rosario Crocetta, dopo aver fatto svuotare le ‘casse’ della Regione siciliana dal Governo nazionale? Bombe. Sì, avete letto bene: bombe che esploderanno sotto il sedere degli abitanti di un bel nutrito gruppo di Comuni della nostra Isola. Ricordate il referendum sulle trivelle? Il referendum perso per mancanza di quorum. Ebbene, ecco le conseguenze: l’ENI sta portando avanti un progetto di prospezione geofisica, conosciuto come “2D”, per la ricerca di idrocarburi nelle province di Caltanissetta, Catania, Enna e Ragusa con l’utilizzo di cariche esplosive da 10 kg. Bombe da far esplodere in fori profondi fino a 30 metri per centinaia di chilometri quadrati. Con il rischio di provocare terremoti!

La storia è stata scoperta e denunciata dall’unico europarlamentare eletto in Sicilia che fa gli interessi della Sicilia e dei Siciliani. Parliamo di Ignazio Corrao, unico tra gli europarlamentari (eletto nelle fine del Movimento 5 Stelle) che sta provando a difendere l’olio d’oliva extra vergine della Sicilia, il grano duro siciliano e le arance della nostra Isola. E’ Corrao che, con l’ausilio del gruppo di collaboratori che ha messo su, ha passato a setaccio le AIA, sigla che sta per Autorizzazioni Integrate Ambientali.

“Il progetto – si legge in un comunicato diffuso dai grillini – apparso sul sito del Ministero dell’Ambiente poche ore fa, ha mobilitato immediatamente il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle in Assemblea regionale siciliana che domani, lunedì 15 maggio, depositerà in Commissione Ambiente una richiesta di audizione urgente per convocare i vertici ENI ed il Governo Regionale”.

“Quanto scoperto è un fatto gravissimo ed inquietante – spiegano i deputati M5S all’Ars – sia perché la Regione siciliana pare abbia avallato tale scempio senza dir nulla, sia perché tali ricerche potrebbero produrre terremoti in un territorio che rimpiange lo sviluppo agricolo, turistico e culturale negato dagli affaristi e dai sindacalisti del petrolio”.

Insomma, la prima notizia è che i vari Crocetta, Raciti, Cracolici, Marziano, la CGIL di Catania che è direttamente presente nella politica siciliana con propri rappresentanti all’Ars e via continuando non ci hanno detto nulla. Tutti zitti. Ma sono stati lo stesso ‘sgamati.

“Stando al progetto – leggiamo sempre nel comunicato dei grillini dell’Ars – i Comuni che dovrebbero ospitare le esplosioni sotterranee sono quelli di Gela, Mineo, Ramacca, San Michele di Ganzaria, Mazzarino, Aidone, Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Caltagirone, Grammichele, Niscemi, San Cono. Uno scempio in piena regola firmato ENI-Crocetta – sottolineano i deputati – considerando che peraltro il territorio del Calatino Sud Simeto è già in parte dichiarato patrimonio dell’UNESCO. Siamo molto preoccupati, perché non vorremmo che il presidente Crocetta, da ex dipendente ENI e da persona che si è schierata contro il referendum sulle trivellazioni lo scorso anno, prediliga le fonti fossili a quelle rinnovabili”.

Qui si segnala quello che abbiamo scritto all’inizio di questo articolo: i Siciliani, adesso, cominciano a raccogliere i ‘frutti avvelenati’ del referendum sulle trivelle. Giustamente, i grillini ricordano che il ‘rivoluzionario’ Crocetta, invece di schierarsi in difesa della Sicilia, ha preferito schierarsi con chi – PD renziano in testa – boicottava il referendum per non far raggiungere il quorum.

La stragrande maggioranza di coloro i quali sono andati a votare ha detto “No” ai petrolieri e alle trivelle. Ma i petrolieri e le trivelle hanno vinto lo stesso, perché, come già ricordato, il referendum non ha raggiunto il quorum.

Ora i petrolieri – ENI in testa – presentano il conto e si preparano a bombardare il sottosuolo e si preparano ad bombardare il sottosuolo di un nutrito gruppo di Comuni della Sicilia sud orientale. E pazienza se i terremoti potrebbero provocare in Sicilia quello che è successo in centro Italia, dove migliaia di persone hanno perso la casa e sono ancora in mezzo alla strada, tra baracche e container.

“Non permetteremo che la Sicilia venga trattata ancora come una terra da depredare e distruggere in nome del Dio denaro – concludono i parlamentari grillini dell’Ars – ignorando la sua naturale vocazione agricola, culturale e turistica e, peggio ancora, calpestando la salute e la vita dei suoi abitanti”.

Dall’ufficio di Corrao parte invece l’invito a documentarsi e fare le osservazioni da parte dei Comuni interessati sindaci e società civile.

Già, l’invito ai sindaci siciliani a difendere la società civile? Supponiamo che l’invito non sarà rivolto ai sindaci di centrosinistra dei Comuni siciliani. Sono i sindaci dei Comuni che controllano l’ANCI Sicilia, l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani. Quell’ANCI Sicilia – presieduta dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – che non ha mosso un dito durante le settimane precedenti il referendum per fermare le trivelle.

Foto tratta da greenreport.it

P.S.

Dunque l’ENI va alla ricerca del petrolio siciliano con le bombe. Non solo un Ente nazionale che ha trattato sempre la Sicilia come una ‘colonia’ si deve prendere il nostro petrolio, ma lo deve cercare pure con le bombe, mettendo a rischio gli equilibri ambientali della nostra Isola. Con i soliti ‘ascari’ siciliani ‘inginocchiati’ al cospetto dell’ENI. 

Tutto questo perché il referendum sulle trivelle non ha raggiunto il quorum. 

Non possiamo non ricordare che il comportamento dell’ANCI Sicilia, nelle settimane precedenti il referendum sulle trivelle, è stato incredibile. Non una manifestazione, non un appello per invitare i cittadini a votare. Un’ANCI piegata ai voleri di Renzi e del suo PD.

Il vice presidente dell’ANCI, Paolo Amenta (che è sindaco di Canicattini Bagni, in provincia di Siracusa), e qualche altro sindaco hanno rilasciato qualche dichiarazione ufficiale. Ma nessuno ha partecipato alla manifestazione del 30 marzo 2016.

Per dirla in breve, in occasione del referendum sulle trivelle, l’interesse del più grande partito politico nazionale – il PD – era quello di far vincere i petrolieri. E l’ANCI siciliana si è adeguata ai voleri romani.  

Per questo è più che mai necessario che i cittadini siciliani, alle elezioni comunali di giugno, mandino a casa tutti i sindaci collegati ai partiti nazionali. E necessario, a partire dalle elezioni comunali dell’11 giugno, non votare più candidati collegati a partiti nazionali, a partire dal PD che, ricordiamolo, è sempre nelle salde mani di Renzi.

Due parole sull’ENI, infine. Che ha sempre considerato e continua a considerare la Sicilia un limone da ‘spremere’: prendere tanto per dare poco o nulla. O meglio, per lasciare in Sicilia inquinamento e problemi sociali.

 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2017/05/14/i-petrolieri-bombarderanno-il-sottosuolo-dei-comuni-siciliani-paura-per-possibili-terremoti/