Aiutarli a casa loro? Ecco cosa intendono quando dicono “aiutarli a casa loro”: le 6 multinazionali coinvolte nello schiavismo e nello sfruttamento del lavoro minorile…

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Aiutarli a casa loro? Ecco cosa intendono quando dicono “aiutarli a casa loro”: le 6 multinazionali coinvolte nello schiavismo e nello sfruttamento del lavoro minorile…

Lo schiavismo è purtroppo una realtà ancora presente, nei Paesi in via di sviluppo e non solo, come pratica abitudinaria da parte di numerose multinazionali al fine di ottenere il massimo guadagno e rendimento produttivo, a costo zero per i loro bilanci economici, ma a costo della vita per centinaia di adulti e bambini in tutto il mondo, costretti a lavorare in condizioni disumane per soddisfare ogni bisogno consumistico dei Paesi industrializzati.

Spesso anche noi ci ritroviamo ad essere complici, a nostra insaputa o per carenza di informazione, di una realtà che dovrebbe essere scomparsa da decenni, ma che continua a persistere e a condannare coloro che ne cadono vittima giorno dopo giorno, senza sosta. Lo schiavismo non è purtroppo assente nemmeno nel nostro Paese, come nel caso della multinazionale delle bevande Coca Cola.

1) Coca Cola

L’eclatante caso di Rosarno, in Calabria, è stato messo in luce da un’inchiesta effettuata da parte di The Ecologist ed in seguito ripresa da The Independent, che ha reso noto come nel mezzogiorno la raccolta delle arance destinata alla produzione delle bibite del noto marchio avvenisse in condizioni di schiavitù per mano di migranti provenienti dall’Africa, spesso dopo aver raggiunto le coste italiane a seguito di una squallida traversata vista come unica speranza di sopravvivenza. Coca cola avrebbe reagito semplicemente tagliando i ponti e gli accordi precedentemente stipulati con le aziende calabresi produttrici di arance, a difesa della propria immagine di multinazionale “pulita”.

2) Philip Morris

Nel 2010 la multinazionale del tabacco Philip Morris ammise la presenza nelle proprie piantagioni di almeno 72 bambini dell’età di 10 anni, coinvolti nella raccolta del tabacco e a rischio di subire un avvelenamento da nicotina. Non solo: pare che l’azienda costringa lavoratori migranti ad operare in condizioni di schiavitù, dopo aver sequestrato loro i documenti e costringendoli ad una operatività continua, senza alcun compenso. Nonostante le promesse avanzate da parte della multinazionale, relativamente alla volontà di porre fine a simili situazioni, pare che, in base a quanto riportato da The Independent, il problema non sia ancora del tutto risolto e che vi siano attualmente intere famiglie e bambini costretti a lavorare in condizioni disumane nelle piantagioni.

I marchi da evitare: Marlboro, Basic, Benson & Hedges, Cambridge, Chesterfield, Commander, Dave’s, English Ovals, Lark, L&M, Merit, Parliament, Players, Saratoga and Virginia Slims.

3) Victoria’s Secret

Il marchio Victoria’s Secret dichiara di utilizzare esclusivamente cotone di provenienza “fair trade” e ciò dovrebbe costituire una garanzia contro lo sfruttamento lavorativo all’interno delle piantagioni. Purtroppo però sembra essere concreto il rischio che alcuni produttori di cotone biologico e fair trade non riescano a fare a meno di sfruttare il lavoro minorile per il raggiungimento dei propri obiettivi produttivi, come nel caso della tredicenne Clarissa, che nel Burkina Faso sarebbe stata costretta a seminare e raccogliere cotone subendo maltrattamenti fisici. Dall’accaduto, nel 2008, pare che Victoria’s Secret non abbia fatto altro che rimuovere la dicitura “fair trade” dalle etichette dei propri prodotti provenienti dal Burkina Faso. Situazioni di sfruttamento potrebbero dunque essere ancora presenti nelle piantagioni di cotone di tale località.

4) KYE

Nel 2010 il National Labor Committee mise sotto accusa per schiavismo la manifattura cinese KYE per aver reclutato 1000 studenti lavoratori di età nominalmente compresa tra i 16 ed i 17 anni, ma spesso inferiore ai 15 anni, costretti a lavorare per 15 ore al giorno e per 7 giorni su 7. Non sarebbero mancate inoltre numerose donne di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, a cui venivano imposte condizioni simili e con una paga di 65 centesimi all’ora. Anche di fronte a dati ufficiali, KYE avrebbe proseguito a sostenere le perfette condizioni di lavoro all’interno delle proprie sedi. KYE è responsabile per la produzione di prodotti per aziende e marchi come Microsoft, XBox e HP. Altre aziende hanno recentemente ammesso di sfruttare i lavoratori cinesi per la loro produzione. Tra di esse non farebbero eccezione Apple e Nokia.

5) Forever 21

Relativamente all’acquisto di cotone proveniente da piantagioni in cui lo schiavismo prosegue ad imperare, come nel caso dell’Uzbekistan, Forever 21 avrebbe rilasciato dichiarazioni piuttosto subdole, lasciando intendere che vi siano accordi stipulati con i produttori affinché garantiscano che il lavoro venga svolto legalmente e da persone qualificate. La questione ha dato origine ad una petizione che tiene conto di come in Uzbekistan il governo costringa ogni anno milioni di studenti ad abbandonare la scuola nel periodo della raccolta del cotone, per dedicarsi ad essa in condizioni di schiavismo ed in piena violazione dei diritti umani. Forever 21 non è l’unica azienda di abbigliamento a rifornirsi di cotone proveniente dall’Uzbekistan, uno dei maggiori produttori mondiali. Tra di esse vi sarebbero anche Aeropostale, Toys ‘R’ Us, e Urban Outfitters.

6) Hershey’s

Hershey’s ha recentemente reso noto il lancio sul mercato americano di una nuova linea di cioccolato, denominata “Bliss Chocolate“, che utilizza esclusivamente cacao certificato dalla Rainforest Alliance. Una sola linea di prodotti non potrà di certo risollevare il marchio dalle accuse di schiavismo provenienti dall’International Labor Rights Forum. Sebbene l’azienda abbia siglato un rapporto contro il lavoro minorile già dieci anni fa, migliaia di bambini raccolgono ancora cacao in Africa per la multinazionale del cioccolato, che purtroppo proseguirà ancora ad avere un retrogusto amaro dal sapore di schiavitù, come nel caso delle rivali Nestlé e M&M.

Marta Albè

 

tratto da: https://www.greenme.it/vivere/lavoro-e-ufficio/7552-6-multinazionali-coinvolte-nello-schiavismo-e-nello-sfruttamento-del-lavoro-minorile

Tutto quello che non vi dicono sul centro commerciale che è comodamente aperto anche la domenica: da orari da incubo a stipendi da fame a…

 

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Tutto quello che non vi dicono sul centro commerciale che è comodamente aperto anche la domenica: da orari da incubo a stipendi da fame a…

 

Approfondimento GDO – Commercio: orari da incubo, stipendi da fame.

 

Pubblichiamo un approfondimento sul Commercio che diffonderemo a partire da domani in occasione dello sciopero della GDO. Il volantone fa parte della nostra campagna rivolta ai lavoratori del settore, attualmente teatro dei principali attacchi provenienti dal padronato. Lo smantellamento dei contratti integrativi (Ikea), il licenziamento in tronco di migliaia di lavoratori (Auchan) e lo sfondamento totale sulla questione degli orari, con negozi che rimangono aperti 24H (Carrefour l’apripista) sono solo un’anticipazione di ciò che potrebbe succedere anche in altri settori. L’unica strada percorribile per non sottomettersi a questo ennesimo attacco è l’unità fra lavoratori, all’interno del posto di lavoro così come fra vari settori, al di là delle sigle di appartenenza. Questa è l’arma che fa tremare il padronato e scavalca gli ostacoli posti spesso e volentieri dai dirigenti sindacali. Uniti possiamo tutto, divisi non siamo nulla.

Crisi economica e Commercio: quando il gatto si morde la coda

Una delle tante trovate del capitalismo italiano per tamponare la crisi economica che persiste dal 2008 è stata la liberalizzazione degli orari di apertura nel settore del Commercio. Con il decreto Salva Italia varato dal Governo Monti nel 2011, ogni esercizio ha potuto decidere gli orari della propria attività, arrivando anche all’apertura 24 ore su 24, 365 giorni all’anno.

Si è trattato di un cambiamento di grande portata, soprattutto se pensiamo al numero di lavoratori coinvolti: la nuova disciplina ha infatti investito 750mila piccoli negozi, 170mila ambulanti, 10mila supermercati e 600 ipermercati, quindi milioni di addetti del Commercio, concentrati soprattutto nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

La giustificazione posta a difesa del decreto era la spinta ai consumi che in teoria questa liberalizzazione avrebbe dovuto innescare, stimata da Federdistribuzione e governo in un aumento di 4 miliardi di euro di spesa, pari a circa il 2% dei consumi. Le cose sono andate diversamente, però. Nel 2012, anno dell’introduzione effettiva del Salva Italia, si è tenuto il peggior crollo dei consumi della storia repubblicana, con una flessione del 4,3% su base annua e un’ulteriore diminuzione del 2% nel 2013. Nei due anni successivi abbiamo assistito ad una sostanziale stagnazione del settore, in gran parte motivata dal calo dei prezzi, che al momento ha permesso di mantenere costanti i livelli di spesa delle famiglie (fonte dati: Confesercenti).

Lungi dall’essere uno stimolo al consumo, ciò che si è potuto riscontrare nel periodo successivo all’entrata in vigore della legge è stata invece una mera redistribuzione degli acquisti all’interno della settimana, a favore della domenica e a scapito degli altri giorni. Ciò nonostante, i centri commerciali continuano ad essere sempre aperti e a proliferare, soprattutto nel nord Italia, alternando l’inaugurazione di nuovi negozi al ridimensionamento o addirittura alla chiusura di altri.

Questo giochetto fa comodo non solo ai colossi della GDO, che si disfano di un esercizio non appena la redditività cade, ma ne giovano anche quei Comuni che ospitano nuovi centri commerciali: avallando la costruzione di metri cubi di cemento sperano di poter risanare parte del loro bilancio attraverso gli oneri di urbanizzazione.

Le ricadute sull’occupazione sono pari a zero, perché si crea da una parte distruggendo dall’altra e poco importa se questo mec­canismo consente la perpetrazione di speculazioni e sfruttamento del territorio, spesso operato anche dalla malavita organizzata. Purtroppo abbiamo già visto questo film proprio con la dismissione delle grandi fabbriche a favore di una speculazi­one edilizia spaventosa, che ha ingrassato i palazzinari, addirittura aggravando il problema casa.

L’altra favola raccontata all’epoca del Salva Italia era l’aumento dei posti di lavoro che sarebbe scaturito dalle aperture domenicali e festive: anche in questo caso una bolla di sapone. Il Commercio non si è distinto, anzi, è in linea con l’aumento della disoc­cupazione che caratterizza pressoché tutti i settori (attualmente al 13% su scala nazionale, toccando l’apice del 45% tra i giovani.) L’aspetto più paradossale di questa vicenda è che si chiede flessibilità oraria ma i posti di lavoro continuano a diminuire.

La liberalizzazione degli orari ha addiritura penalizzato fortemente la piccola distribuzione: nei 18 mesi successivi al decreto, il settore ha registrato un saldo negativo di quasi 32mila aziende, con la perdita di oltre 90mila posti di lavoro. Attualmente in Italia ci sono 500mila esercizi commerciali sfitti e dei 700mila esistenti, circa la metà è a rischio chiusura (fonte dati: Confesercenti).

Il Salva Italia è un gatto che si morde la coda e non riesce a salvare nemmeno se stesso. A pagare sono sempre i lavoratori: l’80% degli addetti del Commercio (circa 2 milioni) è costretto a lavorare la domenica e i festivi, giorni in cui la maggior parte delle persone è a riposo, quindi con ripercussioni importanti sul tempo libero e la vita familiare (fonte dati: Confesercenti).

Il mondo della GDO: lavori di più, pagato di meno

La liberalizzazione degli orari di apertura ha condotto a situazioni paradossali, come il caso di Carrefour, che tiene aperti 24 ore su 24 ben 77 negozi in tutta Italia rinunciando però ad aprirne di nuovi nel profondo sud perché la redditività non sarebbe abbastanza elevata. Va detto che anche gli altri giganti della GDO non sono da meno, perché la fuga dalle regioni meridionali riguarda pressoché tutti i marchi, con ripercussioni pesanti sui posti di lavoro.

La ricetta è quindi sfruttare di più chi è già impiegato, usando la disoccupazione come ricatto per far ingoiare continui peggioramen­ti. Proprio il ricatto di perdere il lavoro o di essere spostati a decine di km da casa, unito all’arrendevolezza dell’apparato sindacale, ha costretto i lavoratori del Commercio a subire una flessibilità sempre più sfrenata.

Dal 1997 ad oggi la legislazione in termini di tutele del posto di lavoro è andata sempre peggiorando e l’ultimo provvedimento varato, il Jobs Act del governo Renzi, ha definitivamente cancellato l’art. 18 per i nuovi assunti. La GDO è il teatro dove tutte le forme contrattuali, anche le più strampalate, sono state messe in atto con lo scopo di adattarsi il più possibile ai flussi di clientela. Non è difficile trovare lavoratori a tempo indeterminato, determinato, interinale, a chiamata all’interno dello stesso eser­cizio commerciale, magari assunti anche da ditte diverse Le figure più comuni sono a part-time perché solitamente soggette a turni e quindi più facilmente spostabili a seconda delle esigenze del negozio. L’assegnazione degli orari di lavoro all’ultimo, senza tener conto degli impegni dei dipendenti, è ormai un’abitudine consolidata in tutto il settore. Per un lavoratore è pressoché impossibile organizzarsi la vita al di fuori del negozio.

Oltre all’attacco sugli orari, va detto che le misure ap­provate nel decreto hanno conseguenze pesanti anche sullo stipendio: equiparando domenica e festivi ai giorni feriali, le maggiorazioni previste per il lavoro straordinario vengono a cadere. Non è un caso che anche in quelle realtà in cui il contratto integrativo azien­dale forniva ancora una tutela salariale, il padronato abbia deciso di dismetterlo cancellando in un sol colpo anni di contrattazione.

Il mantenimento degli accordi aziendali sta diventando sempre più problematico, soprattutto dopo che la bar­riera del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) è stata abbattuta con la firma di Cgil, Cisl e Uil nel rinnovo del 2015. In questo momento premi e incentivi previsti dai contratti interni sono sotto attacco: se ciò dovesse andare a buon fine si calcola un ribasso degli stipendi pari a circa il 20%, misura particolamente pesante per i part time, che nel settore sono la maggioranza.

La risposta dei sindacati: concertazione e autoritarismo

Il rinnovo contrattuale del 2011 si concluse con un accordo separato che vedeva la Cgil (Filcams) schierarsi contro Cisl e Uil, per una visione critica in particolare sulla limitazione del diritto alla malattia e sugli orari di lavoro. Al rifiuto della firma, però, la Cgil non fece seguire una campagna nazionale per riconquistare le tu­tele abolite. In questi anni, nel migliore dei casi, ha cercato di mantenere le ultime garanzie esistenti a livello aziendale accettando come un dato di fatto i peggioramenti subiti.

A marzo 2015, purtroppo, il nuovo CCNL è stato firmato anche dalla Cgil che stavolta ha ceduto su quegli stessi temi che ne aveva­no impedito la firma allo scorso rinnovo. Via libera dunque alle restrizioni sulla malattia, al lavoro domenicale senza maggiorazioni, alla banca ore e all’apprendistato selvaggio. A parole la Cgil ha criticato il Jobs Act, ma nella contrattazione del Commercio non è stata conquistata nessuna misura per limitare la nuova legislazione sul lavoro.

La capitolazione della Cgil non ha comportato un arretramento solamente dal punto di vista contrattuale. Per giustificare quanto fatto, i dirigenti Cgil ora devono applicare una linea più moderata e maggiormente concertativa anche all’interno delle vertenze. Non è un caso che durante la lotta Ikea proprio la Cgil abbia scelto di ricorrere a metodi autoritari, intimando ai propri delegati Rsu di allinearsi alle decisioni dei funzionari. In alcuni casi, si è arrivati addirittura a sollevare gli stessi rappresentanti dall’incarico, come successo nel negozio di Brescia.

I tradimenti sindacali non possono lasciarci indifferenti né devono farci cadere nel qualunquismo. Voltare lo sguardo dall’altra parte o sostenere che i dirigenti sindacali siano tutti uguali è semplice, ma non ci aiuterà ad avere maggiori tutele sul nostro posto di lavoro, nel Commercio come in qualsiasi altro settore. La risposta è ancora una volta nelle nostre mani, di noi che tutti i giorni andiamo a lavorare e ci scontriamo con arroganza e condizioni insopportabili. L’unità che fa la forza, quella che spaventa sia i padroni che i dirigenti sindacali, è proprio quella tra compagni di lavoro, tra coloro che subiscono i peggioramenti decisi sulle poltrone delle sale riunioni.

Proprio Ikea ci ha fornito un primo esempio di come sia necessario mantenere questa unità sviluppando forme di autor­ganizzazione e un dibattito collettivo tra colleghi, al di là della tessera di appartenenza. I sindacati sono uno strumento valido, ma solo se rispondono alle esigenze e ai bisogni di chi lavora. Dobbiamo riprendere in mano queste strutture quando è possibile e creare coordinamenti esterni quando i sindacati si trasformano in un freno per la lotta. Siamo noi i protagonisti e noi dobbiamo scegliere quale ruolo interpretare.

La strategia padronale: oggi tocca al Commercio, domani a tutti

Nel gennaio 2012 la Fiat usciva da Condindustria, inaugurando ufficialmente una stagione di svalutazione del contratto nazionale, peraltro già in corso negli stabilimenti, soprattutto a danno degli attivisti Fiom. La scelta di ritirarsi dall’associazione padronale ris­pondeva ad un disegno preciso di Marchionne: non sottomettersi a nessuno e avere le mani libere per imporre le proprie esigenze direttamente in fabbrica.

Il mondo della GDO ha riproposto questa strategia in grande stile, creando una vera e propria emorragia da Confcommercio: Au­chan, Carrefour, Coin, Despar, Esselunga, Ikea e Metro sono usciti per aderire a Federdistribuzione, attualmente sprovvista di CCNL. Evidentemente tutti gli sforzi fatti dai sindacati confederali per svendere il contratto non sono stati suf­ficienti. Oltre al danno, pure la beffa.

Auchan, Ikea, Coop e Gigante hanno addirittura annunciato la cancellazione del contratto integrativo. Auchan ha dichiarato quasi 1.400 licenziamenti, poi trasformati in dimissioni volontarie riuscendo a coprire il 90% degli esuberi, dato che segna una profonda sfiducia nei confronti del sindacato. Inoltre, i lavoratori rimasti, si trovano senza contratto aziendale, quindi con uno stipendio inferiore e meno diritti. Ikea, invece, ha ricattato i propri dipendenti subordinando l’erogazione del premio all’accettazi­one di un nuovo sistema di flessbilità oraria: i turni vengono imposti dal flusso di clientela e quindi soggetti a continui cambiamenti.

Ci sono state campagne di solidarietà verso i lavoratori di queste realtà, molte delle quali proponevano il boicottaggio del marchio o l’astensione dallo shopping la domenica. Riteniamo che queste posizioni possano essere valide a livello individuale, ma non abbiano la forza di ribaltare la situazione. Dicasi lo stesso per l’acquisto di prodotti equo e solidali in contrapposizione ai grandi marchi: lo sfruttamento esiste in tutte le realtà lavorative, da quelle mulinazionali a quelle equo e solidali, anche se meno evidente.

A queste campagne di opinione, che possono essere utili a porre in discussione il problema, desideriamo aggiungere una campagna di classe che miri ad unire i lavoratori, partendo dal presupposto che lo sfruttamento è un dato fondativo di questa società e per eliminarlo dobbiamo mettere in discussione tutto, non solo il giorno in cui andare a fare la spesa.

Gli attacchi subiti dai lavoratori del Commercio stanno avvenendo anche in altri settori, a partire dalla ristorazione collettiva e dal turismo. La diffusione di turni, banche ore, straordinari comandati è ormai un dato di fatto in molte realtà, anche nel mondo impiegatizio. Ecco che si genera un circolo vizioso: ci spingono a pensare che fare la spesa la domenica o andare al ristorante la sera tardi sia un’opportunità, ma la verità è che siamo costretti ad andarci in giorni ed orari improbabili proprio perché ci fanno lavorare in giorni ed orari improbabili. Oggi tocca al Commercio, domani toccherà a tutti.

Ci impongono questi sacrifici in nome di un profitto di cui non godremo mai, per risanare una crisi che non ab­biamo causato noi. Proprio per questi motivi la campagna contro l’aumento dell’orario di lavoro deve basarsi innanzitutto sulle nostre forze, rispedendo al mittente flessibilità oraria e contrattuale proprio adesso che siamo ancora in tempo.

La soluzione c’è: lavorare meno, lavorare tutti!

Spesso ci capita di sentirci impotenti di fronte a grandi aziende e multinazionali e pur percependo che qualcosa non quadra nel modo in cui funziona la società, ci pare di non sapere da dove cominciare per risanare la situazione. In realtà una prima, semplice proposta può servire ad invertire la rotta: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio.

I colossi della GDO e come loro tante imprese hanno guadagnato milioni di euro negli scorsi decenni. Nonostante l’ammontare immenso di questi profitti, la società si è polarizzata ulteriormente e i ricchi lo sono sempre più, mentre il tasso di povertà è cre­sciuto in maniera costante. Ciò significa che quella ricchezza, prodotta innanzitutto da chi lavora, è stata redistribuita male, com’è normale che sia nel sistema capitalista.

La riduzione d’orario a parità di stipendio sarebbe dunque attuabile fin da subito se si imponesse i padroni di rinunciare ai profitti intascati con il nostro sudore. Ciò comporterebbe un reale aumento dei posti di lavoro, risolvendo una volta per tutte il problema della disoccupazione. I lavoratori avrebbero maggior tempo a disposizione da trascorrere con famiglie, amici e per dedicarsi ad attività ricreative. In questo modo ne gioverebbe tutta la società, che sarebbe meno alienata e culturalmente più attiva. Infine, riducendo l’orario di lavoro a parità di stipendio, potremmo far compere durante la settimana e garantire la chiusura dei templi del commercio la domenica, trasformando il circolo vizioso in un meccanismo virtuoso.

Questa battaglia è il primo passo fondamentale per porre un freno a tutte le misure peggiorative che stiamo subendo nei posti di lavoro ormai da oltre vent’anni a questa parte. Nel prossimo periodo il governo porrà in discussione altri diritti, a partire dalle pen sioni e dallo stato sociale. Promuovere una grande campagna per lavorare meno e lavorare tutti è il modo migliore per passare subito al contrattacco e dimostrare che non vogliamo cedere nemmeno sui rinnovi contrattuali previsti a breve: pubblico impiego, trasporto pubblico e metalmeccanici.

Lavoriamo in settori diversi e abbiamo contratti differenti, ma l’attacco condotto dal padronato è unanime e generalizzato. Noi lavoratori siamo sulla stessa barca e l’ammutinamento deve coinvolgere tutte le realtà, esprimendo solidarietà a chi lotta e riportan­do questa battaglia anche all’interno del nostro posto di lavoro. Uniti possiamo tutto, divisi non siamo nulla.

 

fonte: http://www.laragione.org

Pomodoro cinese: lo sfruttamento dei bambini arriva (anche) sulle nostre tavole?

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Pomodoro cinese: lo sfruttamento dei bambini arriva (anche) sulle nostre tavole?

 

Ci sono intere famiglie che lavorano nei campi dove si coltiva uno degli ortaggi più consumati al mondo: il pomodoro. Tutto il giorno, tutti i giorni per un prodotto destinato all’esportazione in Italia.

A Xinjiang ad ovest della Cina ci sono appezzamenti di terreno sconfinati, dove uomini, donne e bambini seminano, annaffiano, raccolgono pomodori. Gesti da automi sotto l’occhio vigile del capo, che a fine giornata li pagherà a cottimo. Due centesimi al metro.

E’ un lungo racconto quello racchiuso nel reportage del giornalista Stefano Libertiche documenta la vita dei braccianti cinesi che lavorano in tutta la filiera del pomodoro: dal campo fino alla fabbrica.

Pomodori che finiranno nel ketchup della Heinz, in barattoli venduti nei mercati africani o in concentrati e sughi pronti.

“Nel 2016, secondo i dati dell’agenzia delle dogane, sono arrivati in Italia 92mila tonnellate di triplo concentrato made in China. Una cifra che segna un aumento del 40 per cento rispetto all’anno precedente”, scrive Liberti.

Dopo averle piantate in serra, le piante sono travasate nel terreno. E’ così, che tra aprile e maggio, centinaia di migranti con figli al seguito, lavorano tutti assieme nel campo.

Tra luglio e settembre, la manodopera aumenta perché bisogna raccogliere in fretta il pomodoro che tende a marcire. Per questo, i bambini sono gettonati, grazie alle loro mani piccole sono più svelti.

Liberti spiega tutto il percorso che il pomodoro fa prima di arrivare a tavola.Centinaia di camion trasportano l’ortaggio alle fabbriche, dopo la trasformazione, viaggiano in treno fino al porto di Tianjin, vicino Pechino.

Da qui, navi cargo partiranno sugli oceani, arrivando anche nel porto di Salerno “dove il concentrato in fusti di legno da 1,3 tonnellate sarà raccolto dalle ditte trasformatricie diluito in doppio concentrato, oppure usato per altri prodotti derivati”.

Il giornalista si chiede poi come mai l’Italia che è il primo produttore di pomodoro da industria dell’Unione europea e il secondo del mondo dopo Usa, importa quantitativi così alti.

La risposta è affidata a Giovanni De Angelis direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav), secondo cui, il pomodoro cinese “è utilizzato per lo più come materia prima in regime di temporanea importazione da parte di aziende che lo ritrasformano e lo riesportano al di fuori dell’Unione europea”.

Il direttore ribadisce:

“I nostri prodotti più commercializzati, i pelati e la passata, prendono origine da pomodoro italiano, nonostante l’allarmismo che è stato creato negli ultimi anni. La Cina in particolare produce solo la materia prima, che le nostre aziende trasformano mettendo il know-how e la capacità di gestire un procedimento industriale che non ha nulla a che vedere con quello utilizzato per produrre i beni di largo consumo sul mercato nazionale. Si tratta peraltro di un prodotto marginale nel fatturato complessivo dell’industria trasformatrice: parliamo di 145 milioni di eurosu un’industria che fattura tre miliardi di euro, meno del 5 per cento del totale”.

Differente l’opinione di Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti che invece da anni denuncia importazioni di concentrato cinese:

“Se consideriamo che per fare un chilo di triplo concentrato servono sette chili di pomodoro fresco, vediamo che l’anno scorso abbiamo importato dalla Cina e da altri paesi l’equivalente di circa un milione di tonnellate, una quantità equivalente a circa il 20 per cento della produzione nazionale”.

Confezionare concentrato cinese in prodotti italiani, danneggia tutta la filiera perché ogni paese ha i propri standard qualitativi.

Quando poi l’industria dice: ‘Non preoccupatevi, il concentrato cinese finisce in mercati esteri’, non mi pare mandi un messaggio felicissimo. Equivale a dire: manteniamo la qualità in casa, ma all’estero vendiamo prodotti scadenti. Un ottimo modo per distruggere la reputazione del made in Italy”, continua Bazzana.

“Nulla mi vieta di pensare poi che una parte più consistente del prodotto sia utilizzata per tagliare altri sughi e derivati di pomodoro. Essendo il pomodoro riesportato sotto forma di doppio concentrato, ossia con un prodotto diverso, le tabelle di equivalenza permettono una certa elasticità”.

Una situazione, quella illustrata dalla Coldiretti, che era stata denunciata anche da Le Iene. Nel servizio televisivo c’era un’intervista ad una grande azienda che in Cina produce concentrato di pomodoro che viene spedito in Europa, Italia compresa, e che una volta giunto a destinazione viene diluito e usato per i sughi.

Dominella Trunfio

fonte: https://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/23540-pomodoro-cinese