Dalla Sardegna si alza l’urlo: “Non siamo la pattumiera d’Italia” – Inizia la rivolta Italiana contro il nucleare!

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Dalla Sardegna si alza l’urlo: “Non siamo la pattumiera d’Italia” – Inizia la rivolta contro il nucleare!

L’Italia ha da smaltire circa 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari e deve realizzare al più presto un deposito unico nazionale. Dove debba sorgere ancora non è chiaro. O meglio, nessuno lo vuole svelare. La Sardegna si sente l’indiziata numero uno e la paura non sembra infondata. Cercare di capirne qualcosa di più è difficile, perché i dossier del ministero dell’Ambiente sono ancora tutti secretati. Il procedimento in corso si chiama Valutazione ambientale strategica: si è chiuso il 13 settembre e dall’isola sono arrivate osservazioni a valanga. «La procedura è stata a dir poco anomala – sostiene il presidente dell’Anci della Sardegna, Emiliano Deiana –. Com’è possibile presentare le osservazioni se non viene detto prima quale sarà la localizzazione dell’impianto? Non è stato possibile neanche allegare studi precisi o consulenze tecniche sulle caratteristiche del territorio».

Nel dossier che i sindaci sardi hanno contestato in massa c’è un indizio che ha fatto subito scattare l’allarme. Gli indizi, in realtà, sono almeno tre: le cartine delle regioni italiane che fanno i conti col rischio sismico, vulcanico e con quello idrogeologico. Messe una sull’altra, l’unica regione che sembra indenne a tutti i fenomeni sembra essere proprio la Sardegna. «Secondo il dossier della Sogin, la società incaricata dal ministero di individuare i siti idonei, i parametri delle tre mappe fanno scattare l’esclusione di alcune regioni – denuncia il deputato Mauro Pili –. Al contrario, la zona che è immune da quelle situazioni finirà per essere scelta». Il procedimento è ancora lungo, i sindaci sardi e le associazioni ambientaliste hanno già spedito i loro dossier a Roma ma il ministro dell’Ambiente, in visita in Sardegna in pieno agosto, ha tentato di rassicurare: «Cosa c’è di vero in questo rischio? Proprio nulla». Le parole di Gianluca Galletti non hanno avuto l’effetto sperato e anche l’assessore regionale all’Ambiente, che accompagnava il ministro nel suo tour estivo, ha dovuto ribadire che il deposito nucleare nell’isola non si può fare.

A Ottana, ex polo industriale andato in rovina, temono che dove c’erano le fabbriche possa essere realizzato l’impianto per le scorie. I tecnici di Sogin da queste parti hanno già fatto un sopralluogo e per questo gli abitanti sono pronti a scatenare la guerra. «Ci stenderemo giorno e notte nella zona industriale, dormiremo in campagna, faremo di tutto per impedire che arrivino qui gli scarti delle centrali delle altre regioni – annuncia il sindaco Franco Saba –. Noi pretendiamo la bonifica delle nostre vecchie fabbriche, non accettiamo che si ricordino di noi solo per smaltire le scorie». «Il più grande paradosso – dice Francesco Mura, primo cittadino della piccola Nughedu Santa Vittoria – è che pensino di depositare gli scarti delle lavorazioni nucleari in una delle poche regioni che non ha avuto le centrali».

Lo stesso rischio l’isola lo aveva già corso qualche anno fa e nel 2011 aveva risposto con un referendum con quorum molto alto e il 97 per cento dei voti contro. «Capiamo l’esigenza di mettere in sicurezza gli scarti delle centrali, ma è una follia depositare materiali così pericolosi in un’isola – precisa la battagliera sindaca di Arborea, reduce dal successo contro le trivelle per la ricerca del metano –. Perché proprio la Sardegna deve farsi carico di quest’altra servitù? Non bastano quelle militari?». «Ci hanno già scaricato i detenuti più pericolosi, dai mafiosi ai terroristi islamici, e ora ci vogliono trasformare persino nella pattumiera nucleare – rincara la dose il presidente dell’Anci –. E poi si è pensato a quanto possa essere rischioso spostare questi materiali via mare, attraversando le acque di un parco internazionale e del santuario dei cetacei?»

via NincoNanco

Italia – 90mila metri cubi di scorie nucleari: dove ce le metteranno?

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Italia – 90mila metri cubi di scorie nucleari: dove ce le metteranno?

 

IN ITALIA 90MILA METRI CUBI DI SCORIE NUCLEARI; COSA NE FACCIAMO?

In Italia ci sono oltre 90mila metri cubi di rifiuti radioattividerivanti dalle centrali dismesse (75mila metri cubi) e dalle attività industriali, mediche e di ricerca (15mila), a cui si aggiungono 58mila metri cubi di rifiuti provenienti da attività di bonifica di installazioni industriali contaminate accidentalmente. Cosa ne facciamo? Andranno nel deposito nazionale che l’Italia è chiamata ad avere operativo entro il 2024. Solo che per realizzarlo manca ancora tutto.

Manca il programma nazionale per la gestione delle scorie, manca la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il futuro deposito (la cosiddetta Cnapi, che in realtà è stata redatta dalla Sogin nel 2015 sulla base dei criteri dell’Ispra ma che da allora è in attesa di pubblicazione e di cui, quindi, non si nulla) e manca il luogo dove sorgerà questo deposito.

Quello che invece c’è già, è il rischio di incorrere nell’ennesima procedura di infrazione. Secondo la direttiva 2011/70 del Consiglio europeo, infatti, il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi doveva essere presentato entro il 23 agosto 2015. Cosa che non è avvenuta. Così, lo scorso il 13 luglio la Commissione europea ha inviato un “parere motivato”, ovvero un richiamo formale che ci dà tempo 60 giorni per evitare il deferimento alla Corte di giustizia europea. Appena due mesi per recuperare un ritardo di anni.

Sarà per questo che, a due anni dalla scadenza fissata dal Consiglio Europeo, il governo ha avviato la fase di consultazione pubblica per la Valutazione ambientale strategica (Vas), la procedura prevista dalle direttive europee che permette ai cittadini di dire la propria sul programma nazionale per la costruzione e la gestione del deposito dei rifiuti radioattivi.

Procedura che, però, arriva in estate e si chiude il 13 settembre, proprio quando vanno un po’ tutti in vacanza. Il ministro Calenda ha però annunciato tempi brevi per la conclusione della procedura di Vas e la pubblicazione entro la fine di quest’anno della Carta delle aree idonee ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari italiani.

Discutibile il metodo, perché andavano seguiti i gli step in ordine successivo: paradossalmente, abbiamo avviato l’iter di definizione e discussione sul deposito nazionale, che è un pezzo del programma, senza però dare lo scenario di contesto cioè la strategia. E soprattutto, per l’ennesima volta, l’Italia corre ai ripari dopo il richiamo europeo. “Fatto salvo tutto questo, però, ora ci auguriamo che, una volta definito il programma, si vada avanti in maniera molto diversa rispetto a quanto fatto con il deposito che è, a nostro avviso, una struttura necessaria”, dice all’Adnkronos Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente.

Anche per l’associazione ambientalista infatti, l’Italia non può più accumulare ritardi sulla realizzazione di un deposito in cui smaltire i rifiuti a bassa e media attività, soprattutto considerando che molti depositi ‘temporanei’ si trovano in aree che, secondo gli stessi criteri dell’Ispra, oggi risulterebbero non idonee.

“Prima di imputare la mancata realizzazione di questo deposito alla sindrome Nimby o all’ostracismo di Comuni e comitati – sottolinea Zampetti – bisogna fare estrema attenzione alla trasparenza dell’iter e alla certezza dei tempi, cosa che avevamo già chiesto nel 2014, quando l’Ispra presentò i requisiti”.

Ma i tempi indicati all’inizio non sono mai stati rispettati e tutta la confusione che c’è stata fino ad oggi “non fa altro che alimentare timori e allerta nella popolazione con il risultato che alcuni Comuni e comitati hanno già preso posizione. L’auspicio è che a questo punto, col programma prima e con la pubblicazione della Cnapi poi, ci sia tutto il tempo e la partecipazione possibili a garanzia che il deposito si faccia nel miglior modo e luogo possibili”.

“Quello ci lascia perplessi – aggiunge Zampetti – è un aspetto, contenuto sia nel programma nazionale sia nel progetto di deposito, che è quello di mettere temporaneamente nel deposito delle scorie a bassa e media attività, anche quelle ad alta attività attualmente in fase di riprocessamento all’estero. Visti i quantitativi marginali che l’Italia ha di questo tipo di scorie, sarebbe meglio continuare con questi accordi lasciando che a gestirli siano i Paesi che hanno già le strutture adeguate”.

Fonte: qui