Uno dei più gravi disastri ambientali della storia dell’umanità di cui nessuno ci dice niente: sversati 100 kmq di petrolio nel Mar Cinese! – E statene certi, le conseguenze le sentiremo presto sulla nostra pelle!

 

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Uno dei più gravi disastri ambientali della storia dell’umanità di cui nessuno ci dice niente: sversati 100 kmq di petrolio nel Mar Cinese! – E statene certi, le conseguenze le sentiremo presto sulla nostra pelle!

 

Disastro ambientale: sversati 100 kmq di petrolio nel Mar Cinese

Le immagini satellitari mostrano la portata del disastro ambientale a seguito della collisione tra una petroliera iraniana e un mercantile cinese lo scorso 6 gennaio

Due chiazze di petrolio che si allargano su una superficie di oltre 100 chilometri quadrati. Per ora è questa la portata del disastro ambientale causato da una inspiegabile collisione avvenuta sabato 6 gennaio nel Mar Cinese tra una petroliera iraniana e un mercantile partito da Hong Kong. La polizia marittima sta cercando di precisare l’entità del danno e in queste ore dovrebbe iniziare l’esplorazione del relitto, affondato lunedì a circa 300 km dalla costa di Shanghai.

Le immagini satellitari utilizzate dall’Amministrazione oceanica cinese mostrano la diffusione dell’inquinamento su due superfici di 69 e 40 km quadrati, quest’ultima meno spessa e meno concentrata. Restano intanto le forti preoccupazioni per i danni all’ecosistema marino, mentre non c’è più nulla da fare per i 32 componenti dell’equipaggio, di cui sono state rinvenute soltanto tre salme.

In una dichiarazione arrivata oggi, il Ministero dei Trasporti ha detto che il team di recupero avrebbe localizzato il relitto ad una profondità di 115 metri. Ora le squadre sul posto si preparano ad immergere robot sottomarini per esplorarlo. Per ora sono stati prelevati 31 campioni d’acqua nell’area circostante, ritrovando in ciascuno tracce di olio pesante (utilizzato come combustibile per queste imbarcazioni) e in generale una concentrazione di petrolio oltre gli standard di qualità dell’acqua di mare. Ma l’impatto ecologico complessivo non è ancora stato valutato.

 

La petroliera Sanchi è andata alla deriva, in fiamme, dopo essersi scontrata contro il mercantile Crystal una decina di giorni fa. I forti venti hanno allontanato la petroliera dalla costa cinese, rendendo quasi impossibili gli interventi di ricerca e soccorso. La nave, che trasportava 136 mila tonnellate di condensato – un tipo petrolio ultraleggero e altamente infiammabile – è affondata dopo che diverse esplosioni ne hanno sventrato lo scafo.

Sebbene ieri il ministero dell’Ambiente giapponese abbia affermato che non intravede molte possibilità che lo sversamento raggiungerà le sue coste, resta il disastro ambientale nel Mar Cinese, oltre che la tragedia di 32 morti per la gran parte non ritrovati.

 

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/disastro-ambientale-petrolio-mar-cinese-333/

Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, quando il loro business è più importante di “quattro miseri alberi”…!

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Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, quando il loro business è più importante di “quattro miseri alberi”…!

Nonostante le promesse all’ONU del presidente Moreno

Cento pozzi di petrolio nel parco nazionale, bufera sull’Ecuador

La seconda fase del progetto Ishpingo-Tambococha-Tiputini prevede l’estrazione di petrolio da 97 pozzi nel cuore del parco nazionale Yasunì, tra gli hotspot di biodiversità più ricchi del mondo.

Il nuovo piano di estrazione del petrolio fa discutere

Novantasette nuovi pozzi di petrolio nel cuore del parco nazionale Yasunì, uno degli hotspot di biodiversità più ricchi del pianeta. Questo è il piano della compagnia statale Petroamazonas, che in Ecuador ha scatenato le proteste degli ambientalisti per un potenziale disastro ambientale impossibile da escludere.

L’apertura del pozzo Tambococha-2, il primo del nuovo piano di trivellazioni, getta una pioggia di critiche sul presidente Lenín Moreno, che agli occhi dell’opinione pubblica avrebbe fatto una clamorosa marcia indietro rispetto alle promesse di proteggere l’Amazzonia ecuadoriana e prestare maggiore attenzione all’opinione delle comunità indigene. Il controverso progetto Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT), avviato nel 2016, giunge così nella sua seconda fase, che vede le trivelle addentrarsi ulteriormente nel parco nazionale.

Con le perforazioni del Tambococha-2, Petroamazonas ha intenzione di estrarre petrolio a 1.800 metri di profondità, da una riserva stimata in 287 milioni di barili. Nei prossimi mesi, la compagnia prevede di costruire quattro impianti e trivellare in 97 punti. Nono sono in molti a credere alle rassicurazioni: Petroamazonas promette che lavorerà in modo discreto, concentrando le operazioni in un’area ridotta, interrando le tubazioni e prendendo tutte le precauzioni del caso contro le possibili fuoriuscite. Ma i critici sostengono sia impossibile garantire un impatto zero su un’area così sensibile. L’apertura di nuove strade nella foresta per il passaggio dei mezzi a motore rischiano di accelerare la deforestazione, la caccia e aumentare le tensioni con due tribù indigene che vivono nel parco.

Il presidente Moreno era stato portato sugli allori dagli ambientalisti dopo aver promesso alle Nazioni Unite, nel 2017, che avrebbe fatto di più per proteggere l’Amazzonia. Ha concordato maggiori consultazioni con le comunità locali prima di concedere nuove concessioni minerarie, e l’Ecuador terrà a breve un referendum sull’ampliamento della protezione per Yasuní.

«Le trivellazioni a Yasuni contraddicono l’impegno alle Nazioni Unite di Moreno e le proposte di aumentare la protezione inserite nel referendum – ha dichiarato Carlos Mazabanda , coordinatore di Amazon Watch in Ecuador – Inoltre, tutto questo va contro la costituzione, che riconosce i diritti della natura e cerca di proteggere gli ecosistemi sensibili da attività che potrebbero portare all’estinzione delle specie, alla distruzione degli ecosistemi o alla permanente alterazione dei cicli naturali».

 

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/cento-pozzi-di-petrolio-ecuador-333/

 

Wave Star, la centrale che produce elettricità pulita ed a basso costo delle onde. Così in Danimarca hanno risolto il problema energetico. Da noi invece NO. Alla faccia dei nostri 8000 km di costa. I nostri politici proprio non se la sentono di dare questo dispiacere alle lobby del Petrolio!

 

Wave Star

 

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Wave Star, la centrale che produce elettricità pulita ed a basso costo delle onde. Così in Danimarca hanno risolto il problema energetico. Da noi invece NO. Alla faccia dei nostri 8000 km di costa. I nostri politici proprio non se la sentono di dare questo dispiacere alle lobby del Petrolio!

 

E’ davvero incredibile il potenziale dell’energia del mare. Pensate, basterebbe lo 0,02% dell’energia prodotta dal mare per soddisfare il fabbisogno energetico di tutta la terra! Tra le rinnovabili oggi è forse la meno conosciuta, ma secondo le stime, questa preziosa risorsa, nei prossimi anni subirà una forte impennata. E l’Italia, con quasi 8.000 km di coste, potrebbe essere uno dei paesi leader per la ricerca, lo sviluppo e l’implementazione di queste nuove tecnologie marine. Cosa stiamo aspettando? Ah, dimenticavo. I nostri politici proprio non se la sentono di dare un dispiacere del genere ai loro amici delle lobby del Petrolio!

 

fonte: http://curiosity2017.blogspot.it/2017/04/wave-star-la-centrale-che-produce.html

 

Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!

 

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Il petrolio nell’Adriatico è una bufala propagandistica!

L’ingegnere ambientale Deleonibus ne è certo: «scavare nei fondali dell’Adriatico e dello Ionio è pericoloso e le probabilità di estrarre petrolio sono scarse, come di scarso valore sarebbe il greggio estratto».

L’ingegnere Giuseppe Deleonibus che da tempo si batte contro le trivellazioni nell’Adriatico. È anche consulente del Comune di Polignano a mare (Bari), premiato nel 2015 con le 5 Vele di Legambiente, nonché uno dei paesi della costa pugliese interessato dalle nuove trivellazioni.

Stiamo diventando il Paese dei buchi. Si allunga a dismisura l’elenco dei decreti emanati dal ministero dell’Ambiente a favore dei petrolieri che vogliono effettuare “prospezioni geosismiche”per verificare la presenza di sacche di idrocarburi nel sottofondo del mar Ionio e nel mar Adriatico centrale e meridionale, specchi d’acqua immensi pari a tre volte l’Abruzzo. Le nove ispezioni autorizzate questo mese a favore delle compagnie Spectrum Geo, Northern Petroleum ed Enel Longanesi Developments saranno svolte con la tecnica dell’air gun, che potrebbe avere un pesante impatto sulla flora marina, tanto che questa pratica era stata contemplata nel disegno di legge sugli ecoreati approvato un mese fa, ma poi stralciata per volere del premier Matteo Renzi. Nel disegno di legge c’era scritto che chi utilizza l’air gun avrebbe rischiato tra uno e i tre anni di carcere.

Le amministrazioni locali, le associazioni ambientaliste e i comitati dei cittadini sono convinti che la decisione di ispezionare l’Adriatico e lo Ionio metterà a repentaglio non solo l’integrità delle coste e dell’ambiente marino, ma anche tutti gli sforzi e gli investimenti compiuti in questi anni per salvaguardare lo splendido patrimonio paesaggistico di quella parte d’Italia. Sono tanti infatti i Comuni della fascia costiera che anche quest’anno sono stati premiati con la Bandiera Blu o considerati degni delle 5 Vele di Legambiente, perché da tempo puntano sul turismo di qualità, unica occasione di crescita e di sviluppo, in una zona dove la crisi economica e la disoccupazione giovanile sono alle stelle. Vale la pena ricordare che l’Italia è il quarantanovesimo produttore di petrolio nel mondo, con pozzi di petrolio e di gas modesti, molto frammentati e spesso situati a grandi profondità oppure offshore, e che questo ha reso difficile sia la loro localizzazione che il loro sfruttamento. I giacimenti più importanti si trovano in Sicilia e nel suo immediato offshore, ricordiamo il giacimento di Ragusa (1.500 metri di profondità) o quello di Gela (scoperto nel 1956, ha caratteristiche simili a quello di Ragusa e si trova a 3.500 metri di profondità) e quello di Gagliano Castelferrato (scoperto nel 1960, produce gas ed è situato a circa 2.000 metri di profondità). Oltre a questi vi sono anche altri giacimenti nella parte orientale dell’isola e in quella occidentale. Ci sono poi, tra i più importanti, quelli dalla Val d’Agri, in Basilicata, e quello di Porto Orsini nell’Adriatico ravennate. Oggi, in Italia la produzione petrolifera si aggira intorno a 80.000 barili al giorno e la velocità di esaurimento corrente è del 3,1%. Nel 2011 sono stati estratti 40 milioni di barili (84% dalla terraferma), una goccia nel mare per il nostro fabbisogno, visto che oltre il 90% di greggio lo importato dall’estero.

Allora a chi conviene estrarre? Le norme italiane sulle attività petrolifere sono tra la più permissive al mondo e le compagnie lo sanno bene, visto che sono libere di perforare la terra e i fondali marini italiani con bassi costi e con tecniche considerate discutibili da scienziati e ambientalisti, vedi l’airgun. Attualmente sono centinaia le concessioni e più di mille i pozzi produttivi in Italia, tra terraferma e mare. Le royalties, quella quota di denaro che le compagnie petrolifere versano a Stato, Regioni e Comuni coinvolti nelle attività petrolifere, sono altissime ovunque, ma non in Italia, dove le compagnie petrolifere cedono solo il 4% dei ricavati per le estrazioni in mare e il 10% per quelle sulla terraferma. Un bel vantaggio per i petrolieri se si pensa che in Norvegia, ad esempio, primo produttore europeo di greggio, costringe le compagnie a cedere il 50% dei ricavati, al quale si aggiunge un’ulteriore tassa del 28%, che finisce in parte in un fondo pensionistico, a garanzia del welfare state. Non va meglio ai petrolieri in Danimarca, dove le royalties sono del 70%, mentre in Usa sono del 30% e in Inghilterra vanno dal 32 al 50%. Per non parlare delle tasse in Russia che arrivano all’80%, mentre in Alaska al 60% e in Canada al 45%.

Insomma, un’economia sporca che in Italia ha portato pochi benefici al territorio, un’occupazione limitata e infiniti lutti, per i lavoratori e per l’ambiente. Vicino alle aree industriali e alle raffinerie si vive male, tra la paura di incidenti, l’inquinamento ambientale e un preoccupante aumento di patologie tumorali. Un esempio su tutti: nella zona di Priolo, in Sicilia, il 35% dei decessi avviene per tumore, principalmente quello ai polmoni.

Vale la pena allora promuovere la ricerca del petrolio nei nostri mari? Ce lo spiega l’ingegnere ambientale Giuseppe Deleonibus, impegnato da tempo nella battaglia contro le trivelle e consulente tecnico del comune di Polignano a Mare, premiato quest’anno da Legambiente e Touring club italiano con le 5 Vele, nonché uno dei paesi della costa pugliese interessato dalle nuove trivellazioni. Ingegner Deleonibus, il ministero dell’Ambiente ha autorizzato di recente l’estrazione di petrolio nel mare Adriatico. Quanto e che tipo di petrolio è possibile trovare in quei fondali?

Ne vale la pena? Non vale assolutamente la pena estrarre petrolio dal nostro Adriatico. La probabilità di trovarlo nelle zone prospicienti le coste pugliesi è, ad esempio, del 17%. Qualora lo si trovasse, sarebbe di scarsa qualità. Questo è suffragato dal fatto che i pozzi attualmente in produzione, nelle stesse aree oggi oggetto di autorizzazione, producono un petrolio con un indice API poco superiore a 10, quindi un petrolio molto simile a un fango.

Con quale tecnica verranno effettuati i sondaggi nel fondale marino? La tecnica è l’air gun, bombe di aria compressa. Il principio di funzionamento di un air gun si basa su fenomeni di riflessione e rifrazione di onde elastiche, la cui velocità di propagazione dipende dal tipo di roccia e varia tra 1.500 m/s, pari a 5.400 chilometri all’ora e 7.000 m/s, pari a 25.200 chilometri all’ora. Tale metodica di ricerca è ufficialmente annoverata tra le forme riconosciute di inquinamento dalla proposta di Direttiva numero 2006/16976 recante gli indirizzi della strategia comunitaria per la difesa del mare. A ridosso degli air gun si possono misurare picchi di pressione dell’ordine di 230 dB e anche più, che danneggiano soprattutto i mammiferi marini.

Quindi è una tecnica pericolosa? La tecnica ha un impatto sui cetacei e sui pesci, come acclarato da ricerche scientifiche di livello internazionale. Il rumore degli air gun utilizzati per la ricerca di idrocarburi influenzano negativamente del 40-80% i tassi di cattura del pescato. Studi scientifici condotti sull’utilizzo di questa tecnica hanno dimostrato infatti che i pesci modificano il loro comportamento a causa delle onde emesse e la loro distribuzione spaziale risulta alterata. Inoltre, è stata evidenziata una riduzione della resa di pesca nelle aree in cui si svolgono le operazioni. Studi più recenti riportano come l’uso dell’air gun danneggia seriamente la fauna ittica presente per oltre 58 giorni e provoca la diminuzione del pescato anche del 70% in un raggio di circa 40 miglia nautiche. Le onde emesse e la fortissima alterazione del moto marino, poi, arrecano gravi danni ad alcune specie, in particolare ai mammiferi marini quali Misticeti, le balene, e Odontoceti, ovvero delfini, orche e capodogli, che dipendono dal senso dell’udito per orientarsi, per accoppiarsi e per trovare cibo.

Viene in mente lo spiaggiamento dei capodogli a Vasto, zone di trivellazioni….

Non ci sono prove inconfutabili che legano la morte dei capodogli di Vasto con l’uso degli airgun. Sandro Mazzariol del Cert, il Cetacean stranding Emergency Response Team dell’università di Padova, nato proprio per affrontare le emergenze spiaggiamenti, ha sostenuto che prima di stabilire il nesso tra spiaggiamento e ricerca petrolifera bisogna approfondire con indagini più mirate seguendo tutti gli 11 step del Protocollo messo a punto dopo gli avvenimenti del Gargano. C’è molta letteratura scientifica, però, che lega l’uso degli air gun a spiaggiamenti di cetacei o comunque a mutamento dei comportamenti di questi e altri animali marini. Come ben sostiene l’esperto di cetacei Guido Pietroluongo: “Lo stress è un pericoloso fattore che causa gravi danni alla fisiologia dei Cetacei, causandone anche la morte. Nella maggior parte degli episodi di spiaggiamento di Cetacei, i fattori di inquinamento acustico e ambientale, rappresentano costanti concause responsabili della morte di questi mammiferi marini”. Può esserci una correlazione, come qualcuno ha ipotizzato dopo il sisma in Emilia Romagna, tra trivelle e terremoti?

Attualmente non ci sono evidenze certe. Di contro qualcuno sostiene che ci siano legami tra il fracking, la tecnica che consiste nell’utilizzare un fluido iniettato ad alta pressione per creare e propagare una frattura in uno strato di roccia nel sottosuolo, e i terremoti. Dalle informazioni in mio possesso, però, sembra che in Italia questa tecnica non venga utilizzata. Certo è che a sostenere un legame tra fracking e terremoti c’è un approfondito studio realizzato dallo United States Geological Survey, l’agenzia scientifica del governo degli Stati Uniti che si occupa del territorio, delle sue risorse naturali e dei rischi che lo minacciano. Qualcuno ingiustamente ha legato il terremoto dell’Emilia Romagna alle trivellazioni: io sono con i geologi che sostengono che nessuna attività dell’uomo, come sondaggi, perforazioni, prelievi di idrocarburi, prelievi di acqua, possa creare o indurre terremoti di intensità pari a quelli avvenuti. La tecnica dell’airgun, che invece sarà utilizzata nell’Adriatico, era stata inserita tra i reati ambientali. Poi all’ultimo momento, per motivi di opportunità “politica”, la Camera l’ha stralciata dal disegno di legge. Oggi il governo l’autorizza per la ricerca del petrolio nel nostro mare. Non è una contraddizione, visto che ne aveva riconosciuto la pericolosità? Fosse l’unica contraddizione di questo e dei passati governi. Siamo in Italia, Stato in cui tutto èpossibile.

A livello internazionale, al G7 ad esempio, il governo si pone l’obiettivo di un futuro fatto di fonti rinnovabili, con una progressiva riduzione delle fonti inquinanti, come il petrolio. A livello nazionale invece lo stesso governo autorizza a trivellare. Come si spiega questa contraddizione? Un governo che si tiene in piedi grazie alle lobbies non potrà mai fare un torto alle stesse in favore di salute e tutela ambientale.

di Paola Pentimella Testa

 

fonte: https://indygraf.com/il-petrolio-nell-adriatico

La follia umana non ha limiti: vogliono far sciogliere i ghiacci dell’Artide per estrarre petrolio!

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La follia umana non ha limiti: vogliono far sciogliere i ghiacci dell’Artide per estrarre petrolio!

“Negli ultimi 30 anni – raccontano a Greenpeace Italia, sul cui sito è possibile firmare la petizione in favore dell’Artico – abbiamo perso tre quarti della calotta di ghiaccio che galleggia in cima al mondo. Per oltre 800 mila anni, il ghiaccio è stato una caratteristica costante del Mar Glaciale Artico e ora si sta sciogliendo a causa del nostro uso di energia sporca da fonti fossili. In un prossimo futuro potrebbe addirittura scomparire per la prima volta da quando gli esseri umani sono sulla Terra. Questo sarebbe devastante non solo per le persone, per gli orsi polari, i narvali, i trichechi e altre specie che vi abitano, ma anche per tutti noi. Il ghiaccio in cima al mondo riflette nello spazio molto del calore del sole, contribuendo così a raffreddare il nostro pianeta, stabilizzando il clima da cui dipendiamo per coltivare il nostro cibo. Proteggere il ghiaccio significa proteggere tutti noi”.

E COME FARE?

Innanzitutto fermando la corsa al petrolio nell’Artico che sta per scatenarsi. “Shell, BP, Exxon, Gazprom e gli altri sono pronti a correre il rischio di una devastante fuoriuscita di petrolio nelle acque dell’Artico pur di sfruttare riserve che valgono tre anni di consumi globali di petrolio – spiega Greenpeace -. Le stesse aziende dell’energia sporca che per prime hanno causato lo scioglimento dei ghiacci artici ora stanno cercando di trarre profitto da quel disastro. Vogliono aprire la nuova frontiera dell’oro nero per raggiungere un potenziale di 90 miliardi di barili di petrolio. Questo vuol dire un sacco di soldi per loro, ma equivale a soli tre anni di consumi petroliferi per il pianeta. Documenti governativi sin qui segreti dicono che contenere fuoriuscite di petrolio nelle acque del Polo è “quasi impossibile” ed ogni errore si rivelerebbe potenzialmente fatale per il fragile ecosistema artico. Per trivellare nella regione artica, le compagnie petrolifere devono trascinare gli iceberg lontano dai loro impianti e utilizzare enormi tubi idraulici per sciogliere il ghiaccio galleggiante con acqua calda. Se li lasciamo fare, una catastrofica fuoriuscita di petrolio è solo una questione di tempo. Abbiamo visto i danni terribili causati dai disastri della Exxon Valdez e della Deepwater Horizon. Non possiamo lasciare che ciò accada nell’Artico. Dobbiamo istituire un divieto di trivellazioni petrolifere nelle acque artiche”.

E si tratta di rischi reali, in quanto le intercettazioni di Wikileaks rivelano come gli Stati Uniti abbiano a più riprese parlato di “aumento delle minacce militari nell’Artico” e come la Russia preveda “l’intervento armato” in futuro. “La minaccia di una guerra futura nell’Artico è reale – precisano -. Tutti i Paesi artici stanno comprando sottomarini, aerei da combattimento e navi rompighiaccio a propulsione nucleare per imporre le loro rivendicazioni. Sia la Russia che la Norvegia hanno annunciato un ‘Battaglione artico’ per difendere i loro interessi nazionali. Insieme con la crescente militarizzazione, sei paesi stanno cercando di appropriarsi delle parti dell’Artico non reclamate, compreso il Polo Nord, come proprio territorio nazionale. Oggi quest’area appartiene a tutti noi. Continuiamo così e istituiamo un santuario globale nell’Alto Artico per tutta le forme vita sulla Terra”.

fonte: http://www.fotovoltaicosulweb.it/guida/salva-l-artico-george-clooney-diventa-testimonial-della-campagna-contro-le-perforazioni-petrolifere.html

 

Cari italiani non dimenticate mai Enrico Mattei, il fondatore di ENI, assassinato il 27 ottobre 1962 perchè ha cercato di fare sempre l’interesse del suo Paese e non si è MAI voluto piegare agli interessi delle multinazionali!

 

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Cari italiani non dimenticate mai Enrico Mattei, il fondatore di ENI, assassinato il 27 ottobre 1962 perchè ha cercato di fare sempre l’interesse del suo Paese e non si è MAI voluto piegare agli interessi delle multinazionali!

Cari italiani non dimenticate mai Enrico Mattei – Il 27 Ottobre del 1962 fu assassinato un Uomo che visse lottando per la libertà !!

 

Il 27 Ottobre del 1962 fu assassinato un Uomo che visse lottando per la libertà, per il benessere di tutti, contro ogni forma di sfruttamento, di sottomissione. Un visionario nella posizione di poter risolvere la gran parte dei problemi del mondo semplicemente proponendo un modello diverso di gestire il petrolio.

Il 27 Ottobre del 1962 fu assassinato un Uomo e con lui la possibilità di un capitalismo diverso, etico, funzionale per tutti, anche per i più deboli. Fu assassinato un metodo per trattare con i paesi arabi, pacifico,alla pari. Fu assassinata la possibilità di rendere liberi ed indipendenti i paesi del terzo mondo. Fu assassinata la visione di un mondo dove le risorse energetiche sono di tutti, non di poche ricche società.

Il 27 Ottobre del 1962 fu assassinato un Uomo, il nemico delle grandi multinazionali, degli accordi segreti per gestire l’economia mondiale. Fu assassinato il nemico di chi uccide per soldi, per potere. Fu assassinata la speranza di riscatto per le classi più deboli, più povere.

Il 27 Ottobre del 1962 fu assassinata l’Italia, fu assassinata la libertà.

Qualsiasi leader volesse provare a risolvere gli errori del mondo moderno non può iniziare da zero, deve ripartire da dove un grande leader del passato ha fallito, provando non commettere gli stessi errori. Per questa ragione ogni grande leader di oggi dovrebbe necessariamente trovare ispirazione in quell’Uomo assassinato il 27 Ottobre del 1962. L’unico errore che commise quell’Uomo fu non cedere di un millimetro, spingersi sempre oltre ciò che è possibile per fare ciò che è giusto, instancabilmente, ignorando l’enorme importanza della sua vita.

Tutto questo male è stato fatto al mondo dall’impunito autore di quell’assassinio. Altrettanto male fate voi che non ricordate, voi che lasciate cadere nell’ oblio della storia, della memoria, il significato profondo di quel 27 Ottobre.

 

fonte: http://curiosity2015.altervista.org/cari-italiani-non-dimenticate-mai-enrico-mattei-27-ottobre-del-1962-fu-assassinato-un-uomo-visse-lottando-la-liberta/

 

Svezia, primo paese libero dal petrolio

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Svezia, primo paese libero dal petrolio

 

“Children should grow up in a toxin-free environment – 
the precautionary principle, 
the removal of dangerous substances 
and the idea that the polluter should 
pay are the basis of our politics”

Stefan Lovfen, primo ministro di Svezia

La Svezia vuole diventare la prima nazione del mondo totalmente fossil-free. L’ha annunciato il primo ministro Stefan Löfven alle Nazioni Unite.

Sono ambiziosi e ammirevoli: in concomitanza con gli imminenti incontri sul clima di Parigi (), la Svezia ha annunciato di voler accelerare il suo cammino verso le rinnovabili e contro i cambiamenti climatici. E così per il 2016 hanno stanziato ben 546 miloni di dollari solo per incentivare fonti non fossili nel paese.

In questo momento le fonti fossili generano il 20 per cento dell’elettricità del paese, il resto viene da un mix di fonti rinnovabili, in particolare dall’idroelettrico, e dal nucleare. Ma le centrali nucleari chiudono perché ormai obsolete e datate, e gli svedesi hanno deciso di non costruirne più di nuove. Sono le tre centrali di Ringhals 1 e 2 e Oskarshamn 2, la cui chiusura viene anzi anticipata. Ci si aspetta che le rinnovabili rimpiazzeranno il contributo energetico delle centrali chuise. E non solo: in Svezia hanno già chiuso centrali a carbone e addirittura uno degli aereoporti secondari di Stoccolma, il cui sito sarà trasformato in sito residenziate per persone a basso reddito. La Chalmers University of Technology ha già annunciato mesi fa il suo divestimento da fonti fossili.

Ma come funzionerà la transizione al fossil-free in questo paese di dieci milioni di persone, guidato da una coalizione fra verdi e social-democratici, con fabbriche e produttività da mantere? Si investirà di più in solare ed eolico, ricerca di base e infrastutture, in aumento dei servizi di trasporto pubblico, miglioramento dello stoccaggio di energia, di sistemi di isolamento terminco nelle costruzioni e una rete elettrica più efficente. A partire da adesso. Ad esempio già nel 2016 gli stanziamenti per il solare aumentano del 800 per cento. E gli investimenti non saranno solo in Svezia, ma anche con circa 40 milioni di dollari di investimenti in paesi in via di sviluppo per progetti “green“.

Lofven ricorda che alla base della sua politica c’é il principio di precauzione, l’idea che chi inquina paga e che nessun bambino merita di crescere in un ambiente tossico.

In realtà è da tanto che la Svezia segue la politica dell’energia green. Già dieci anni fa, nel 2005, il governo pubblicò “Making Sweden an Oil-Free Society” in cui si iniziava già a programmare verso una società green. Allora come oggi, gli svedesi non si sono dati una data, ma un obiettivo da perseguire, e sperano di essere leader ed esempio nelle rinnovabili nel mondo.

Sembra quasi una gara a chi nel mondo vuole liberarsi per prima dal petrolio – i vicini danesi per esempio hanno investito a lungo nell’eolico, generando quest’estate addirittura il 140 per cento della loro energia dall’eolico. La parte in eccesso è stata poi venduta a Svezia e Norvegia. L’Islanda già genera quasi il 100 per cento della sua energia dalle rinnovabili, in particolare il geotermico.

E in Italia? Matteo Renzi cosa annuncerà alle Nazioni Unite o agli incontri sul clima? Che vogliamo riempire l’Adriatico di trivelle? Che vogliamo fare buchi un po’ dappertutto, dal Veneto alla Sicilia? O che vogliamo fare tutto questo in barba alla volontà popolare?

di Maria Rita D’Orsogna*

* FISICA E DOCENTE ALL’UNIVERSITÀ STATALE DELLA CALIFORNIA, CURA DIVERSI BLOG. QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO ANCHE SU DORSOGNA.BLOGSPOT.IT. MARIA RITA HA AUTORIZZATO CON PIACERE COMUNE A PUBBLICARE I SUOI ARTICOLI.

fonte: http://comune-info.net/2015/10/svezia-primo-paese-libero-dal-petrolio/

Auto Elettrica: la super batteria Toshiba garantisce 320km con 6min di carica – potrebbe essere il colpo di grazia al petrolio… Lobby permettendo.

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Auto Elettrica: la super batteria Toshiba garantisce 320km con 6min di carica – potrebbe essere il colpo di grazia al petrolio… Lobby permettendo.

E-car: la super batteria Toshiba garantisce 320km con 6min di carica

Grazie all’ossido di titanio-niobio e una nuova tecnica di sintesi, la multinazionale giapponese è riuscita a raddoppiare la densità energetica delle SCiB.

Nuovi miglioramenti per la SCiB, la super batteria di Toshiba

(Rinnovabili.it) – Toshiba vuole liberare per sempre i proprietari di auto elettriche dall’ansia da ricarica. L’ambizione del gigante giapponese ha già alla spalle una storia di piccoli e grandi successi che in questi anni hanno lasciato i laboratori di ricerca per arrivare sul mercato dell’energy storage portatile. Un passaggio che si spera possa compiere in tempi celeri anche la nuova super batteria sfornata dalla multinazionale nipponica: un vero e proprio gioiellino hi-tech che potrebbe permettere di triplicare l’autonomia di guida.

Secondo quanto riportato dalla stessa società, il dispositivo sarebbe in grado di garantire 320 km con appena sei minuti di carica.

 

La super batteria Toshiba è incarna l’ultima evoluzione tecnologia della SCiB (Super Charge ion Battery), sistema d’accumulo lanciato per la prima volta nel 2007 e prodotto per differenti usi finali, dai pc alle auto elettriche. Concepita per ricaricarsi in pochi minuti fino al 90% della sua capacità, la SCiB rappresentava una vera novità per il settore delle batterie al litio: il dispositivo, infatti, introduceva per la prima volta nella sua struttura un anodo in litio titanato, materiale pressoché inerte (in sostituzione della grafite) in grado di mostrare buone prestazioni di ricarica e una maggiore sicurezza.

La SCiB di nuova generazione utilizza un materiale differente per l’elettrodo positivo, chiamato ossido di titanio-niobio. La Toshiba ha brevettato un procedimento che permette di organizzare questo materiale in una struttura cristallina capace di stoccare più efficientemente gli ioni di litio. In questo modo è stato possibileraddoppiare la densità energetica della sua super batteria.Gli ingegneri giapponesi hanno testato una prima versione da 50 Ah, valutando sicurezza e cicli di vita. La nuova SCiB è in grado di mantenere oltre il 90 per cento della sua capacità dopo 5.000 cicli di carica/scarica. E se incorporata in un veicolo elettrico compatto – si legge nella nota stampa della multinazionale – consente un’autonomia di 320 km dopo solo sei minuti di carica ultra rapida, pari a circa tre volte il range offerto da una batteria al litio standard.

Il lavoro del gruppo, oggi sovvenzionato in parte dalla nuova organizzazione per lo sviluppo tecnologico e tecnologico del Giappone (NEDO), continuerà a focalizzarsi sull’aumento della densità energetica, per portare ancora oltre l’autonomia dei mezzi elettrici. Le prime applicazioni pratiche della nuova super batteria son previste per il 2019.

 

tratto da: http://www.rinnovabili.it/mobilita/super-batteria-toshiba/

Inquinamento – I morti di Basilicata e Puglia che non interessano al Governo: deve tutelare Eni, Marcegaglia, Ilva e Enel!

 

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Inquinamento – I morti di Basilicata e Puglia che non interessano al Governo: deve tutelare Eni, Marcegaglia, Ilva e Enel!

 

Inquinamento, da Viggiano a Brindisi: i morti che non interessano alla politica

Per la terza volta nell’ultimo anno in Italia viene presentato uno studio epidemiologico sull’impatto degli inquinanti di alcune industrie senza che ne restino tracce importanti nel dibattito politico né sui giornali. È accaduto lo scorso novembre quando la Regione Puglia ha presentato il report sull’Ilva di Taranto, quello che dimostrava come ci fossero – ed è lecito pensare ci siano ancora – aumenti di malattie respiratorie tra i bambini e un incremento fuori scala dei tumori nei quartieri più vicini allo stabilimento siderurgico. Eppure il team guidato dall’epidemiologo Francesco Forastiereindicava senza esitazioni “una connessione diretta tra aumento della mortalità per tumore e per malattie cardiovascolari, respiratorie e i picchi di innalzamento della produzione della fabbrica, anche in epoca molto recente e successiva alle contestazioni” della magistratura.

Il problema è riemerso lo scorso giugno a Brindisi, sull’altra sponda della Puglia, dove insistono un grosso polo petrolchimicogestito da società del gruppo Eni e la centrale a carbone dell’Enelquella sequestrata – per altre vicende – due giorni fa. Lo stesso team di lavoro, sempre su incarico della Regione Puglia, ha stilato un rapporto preciso: negli scorsi anni c’è stato un “raddoppio delle leucemie” e si è registrato un “60 per cento in più di infarti per emissioni industriali”. Lo studio metteva in luce come la situazione fosse migliorata dal 2012 grazie alla chiusura di un’altra centrale a carbone, quella di Edipower. Così mentre il parroco di uno dei quartieri più colpiti ha rotto il silenzio durante il funerale di un dipendente di una delle aziende sotto accusa (“Dobbiamo parlare di inquinamento che troppi danni fa alla nostra comunità”, ha detto ad agosto don Cosimo Zecca), quel dato scientifico confinato al passato è stato utilizzato come grimaldello da alcuni sindaci della provincia per archiviare la pratica. Una mossa pilatesca.

Adesso è il momento di Viggiano e Grumento Nova, i due comuni lucani più vicini al Centro Oli dell’Eni, dove avviene la prima raffinazione del greggio estratto in Val d’Agri. Dati limpidi, purtroppo, e nessuna reazione politica, nonostante un anno e mezzo fa anche l’Istituto superiore di sanità avesse delineato un quadro a tinte fosche. Dopo oltre una settimana di silenzio, il “più in alto in grado” a parlare è stato il governatore regionale Marcello Pittella. Per dire, sostanzialmente, che forse sì-forse no e quindi meglio che approfondiscano i ministeri dell’Ambiente e della Salute. Dopo quattro-anni-quattro di lavoro da parte di 29 (ven-ti-no-ve) ricercatori italiani.

La questione Taranto era stata frettolosamente archiviata, riguardo a Brindisi e ai paesi lucani, invece, tutto è rimasto confinato alla stampa locale o ai dorsi regionali dei giornali nazionali. Sul sito del Fatto Quotidiano abbia dato ampio spazio in tutti e tre i casi, anche con inchieste e reportage prima che arrivassero i dati a sostanziare gli allarmi lanciati dalle popolazioni.

Chi continua a rimanere cieco – o semplicemente si gira dall’altra parte – quando gli studiosi di epidemiologia soffiano via la propaganda di parte e restano i dati, inoppugnabili, dei danni causati (anche da) quelle emissioni è la politica. Qualche sporadica interrogazione di parlamentari eletti in quei territori, qualche dichiarazione a denti stretti contro le grosse aziende che gestiscono gli impianti e via, tutti pronti a dimenticare.

Un giochino splendido. Così, quando interviene la magistratura, spesso si parla di strumentalizzazioni e di politica trascinata ad hoc nelle inchieste (leggi il caso Guidi). Quando invece si alza forte la voce di studiosi che impiegano anni per mappare quei territori ed escludere i fattori confondenti spesso usati per minare la credibilità dei report – chi ha dimenticato quando i tarantini divennero tabagisti e alcolisti di massa? – ai nostri prodi non resta che tergiversare o il silenzio. Lo stesso nel quale decine e decine di persone continuano ad ammalarsi e morire in quelle città abbandonate a loro stesse, nonostante le evidenze scientifichesuggeriscano che è arrivato il momento di iniziare a muoversi. Non sono più le nubi nere dell’inquinamento ad avanzare. È la politica a rimanere immobile.

 

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/30/inquinamento-da-viggiano-a-brindisi-i-morti-che-non-interessano-alla-politica/3881141/

Ecco l’auto elettrica “made in Bari”. Lo schiaffo della Puglia alle Multinazionali: “200 km con una ricarica, costo 10.000 euro” – Scommettiamo che sparirà come in passato sono sparite tutte le geniali invenzioni che hanno dato fastidio alle lobby del Petrolio?

 

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Ecco l’auto elettrica “made in Bari”. Lo schiaffo della Puglia alle Multinazionali: “200 km con una ricarica, costo 10.000 euro” – Scommettiamo che sparirà come in passato sono sparite tutte le geniali invenzioni che hanno dato fastidio alle lobby del Petrolio?

Promosso da Tua Industries, il progetto del prototipo di una minicar elettrica ‘made in Bari’ è in programma al salone dell’Automotive della Fiera del Levante, nel padiglione 104. Si tratta di un quadriciclo pesante con motore elettrico che la Tua Industries, società che fa capo al fondo di investimento americano LCM (Lev Capital Management), subentrata con la reindustrializzazione della Om Carrelli di Modugno (Bari), ha realizzato e che presto partirà con la produzione vera e propria. Un veicolo in grado di percorrere 200 km con una sola ricarica elettrica. Il costo dovrebbe aggirarsi a poco più di 10.000 euro.

“Questa vicenda è iniziata quando ero sindaco di Bari con un presidio vicino alla fabbrica perché una grande multinazionale, che aveva sostanzialmente preso brand, fatturato e apparecchiature, voleva chiudere l’attività per acquisire le quote di mercato. L’orgoglio degli operai ha impedito questo destino. Abbiamo provato in tutti i modi a trovare un progetto di reindustrializzazione, e oggi siamo arrivati al prototipo finalmente autorizzato dagli organismi competenti”.

Così il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano partecipando questa mattina in Fiera del Levante, in anteprima assoluta, alla presentazione dell’auto elettrica prodotta da TUA Industries, il quadriciclo più leggero sul mercato, l’unico a quattro posti, realizzato con tecniche costruttive delle super cars.

“Ci sono ancora difficoltà – ha continuato Emiliano – perché si tratta di mandare a regime una produzione che non è semplice e che ha bisogno di una importante capitalizzazione. Sto verificando la volontà degli imprenditori italiani ad andare avanti nel progetto, noi continueremo a sostenerli perché, al di là del significato del mantenimento occupazionale, è diventato un progetto industriale veramente interessante. La prima auto italiana totalmente elettrica. Questa auto potrebbe consentire a tutte le forze di polizia municipale in Italia di muoversi nei centri abitati colpiti dai superamenti dei PM10, almeno riducendo le emissioni delle auto pubbliche. Peraltro è un’auto comoda e silenziosa”.

“È un’auto italiana e pugliese e questo chiude anche tutto il circuito dell’automotive pugliese e barese perché non avevamo ancora una produzione come questa, di un’auto intera. Come sempre combatteremo con tutta l’energia per difendere questo progetto neonato”.

Sollecitato dai giornalisti sul futuro della produzione, Emiliano ha detto che “oggi si presenta il prototipo, ma che ci sono buone intese per la rete commerciale con importanti case automobilistiche per vendere queste automobili”.

“Speriamo 
– ha concluso Emiliano – che tutto vada bene. I nemici delle produzioni industriali nel Mezzogiorno ci sono sempre, ora bisognerà schivarli tutti e portare la fabbrica a regime. Penso che una volta considerato il prototipo e individuata la determinazione di noi tutti ad andare avanti,  la necessità di altri investitori non dovrebbe essere insormontabile”. 

Ecco il VIDEO: