La guerra sconosciuta dei Nativi Americani contro i colossi petroliferi

Nativi Americani

 

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La guerra sconosciuta dei Nativi Americani contro i colossi petroliferi

Da più di sei mesi centinaia di Nativi americani manifestano lungo il tracciato di un oleodotto in costruzione vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, tra il North Dakota e il South Dakota. Si oppongono alla costruzione dell’oleodotto fin dal 2014, quando per la prima volta fu presentato il progetto, sostenendo che profanerà le terre sacre e metterà in pericolo le risorse idriche.

 

Il Dakota Access Pipeline in cifre 

Lungo 2.047 chilometri, l’oleodotto da 3,8 miliardi di dollari dovrebbe trasportare 470mila barili di greggio al giorno, attraversando cinquanta contee in quattro Stati: dalla parte occidentale del North Dakota, via South Dakota e Iowa, ricongiungendosi alla fine con un oleodotto esistente a Patoka, nell’Illinois. L’oleodotto si estenderebbe sotto una parte del fiume Missouri che costeggia la riserva Sioux nel North Dakota. Per questo sono iniziate le proteste contro l’oleodotto che hanno assunto varie forme.

TRATTATO D’ALLEANZA CONTRO LE SABBIE BITUMINSE DELLE PRIME NAZIONI DEL NORD AMERICA

Il 22 settembre, accompagnati dall’intenso rullo dei tamburi, i rappresentanti di più di 50 ‘Prime Nazioni’ hanno firmato nella città di Vancouver, in Canada, il Trattato di alleanza contro le sabbie bituminose. Questa collaborazione si propone di bloccare tutti i progetti di costruzione degli oleodotti il cui passaggio è previsto nelle terre di queste popolazioni: la Trans Canada’s Energy East pipeline, la Trans Mountain expansion, la Line 3 pipeline, e il Northern Gateway.

I popoli indigeni – ha affermato uno dei Capi Indiani firmatari – non sopporteranno più che vengano realizzati sui loro territori dei progetti pericolosi per le popolazioni e per il clima. Forti del loro diritto all’auto-determinazione, hanno deciso tutti insieme di assumersi le loro responsabilità nei confronti della terra, delle acque, delle persone.

Questo Trattato impegna i firmatari a darsi reciproco sostegno nella lotta contro l’espansione delle estrazioni petrolifere, e a lavorare insieme per orientare la società verso stili di vita più sostenibili. I popoli delle Prime Nazioni, gli ambientalisti e altri gruppi coinvolti nella controversia sostengono che l’estrazione del petrolio e il suo trasporto con oleodotti, camion cisterne e treni aumentano i rischi di sversamenti catastrofici, che minacciano gli ecosistemi terresti e marini; inoltre impediscono di raggiungere i traguardi stabiliti dai trattati sul clima.

L’opposizione all’oleodotto Dakota Access si trasforma in un movimento indigeno globale. Il 24 settembre Dave Archambault II, in rappresentanza della Tribù dei Sioux di Standing Rock, si  presenta davanti ai 49 membri del Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, a Ginevra, e chiede ai presenti di unirsi ai manifestanti a Standing Rock per fermare la costruzione dell’oleodotto. Durante l’estate il movimento è cresciuto fino a contare migliaia di persone.

A STANDING ROCK I “PROTETTORI DELLE ACQUE” CANTANO PER L’ACQUA DI FRONTE A UOMINI ARMATI

Intanto ha inizio la repressione contro gli accampamenti di protesta. Scontri con la polizia militarizzata. Blindati e gas lacrimogeni a fine ottobre disperdono 300 dimostranti in un accampamento allestito su terreni agricoli privati. Ancora un altro attacco portato nella tarda notte del 20 novembre dalla polizia, che ha bersagliato con cannoni ad acqua i manifestanti mentre le temperature erano scese parecchio sotto lo zero. I Nativi e gli ambientalisti hanno riferito di essere stati attaccati anche con proiettili di gomma, gas lacrimogeni e spray al pepe. L’ultimo attacco risale a venerdì scorso, in concomitanza con il Black Friday, il giorno più commerciale dell’anno, nel corso di una manifestazione tenuta presso il Centro commerciale della capitale del Nord Dakota nel tentativo di attirare più attenzione al progetto del gasdotto. Più di trenta attivisti sono stati arrestati, facendo salire a 450 il numero dei manifestanti arrestati da agosto.                          

I NATIVI SFIDANO L’ORDINE FEDERALE DI LASCIARE L’ACCAMPAMENTO DI PROTESTA ENTRO IL 5 DICEMBRE

Sabato scorso i Nativi hanno manifestato chiaramente la loro intenzione di non lasciare l’accampamento di protesta contro il Dakota Access, dopo che le autorità degli Stati Uniti in una lettera hanno imposto lo sgombero entro il 5 dicembre. Lo hanno comunicato durante una conferenza stampa gli organizzatori dall’accampamento principale di protesta, dove sono accampati circa 5000 persone. Ai Protettori delle acque che dicono “Noi siamo custodi di questa terra. Questa è la nostra terra e non è possibile rimuoverci”. “Abbiamo tutto il diritto di stare qui per proteggere la nostra terra e per proteggere la nostra acqua”. “La Rimozione Forzata e l’oppressione dello Stato? Questa non è una novità per noi come indigeni”, noi rispondiamo che la storia che avete imparato è ormai scritta.

L’unico migrante privilegiato al mondo, il famigerato viso pallido, è sbarcato sulle vostre terre, ha distrutto e massacrato. Ha mentito sulle sue nefandezze, travestito da prode cowboy. Forse domani vincerà questa vostra ultima guerra perché quelli del petrolio non perdono mai. Ma la vostra sarà una magnifica sconfitta, che forse risveglierà le coscienze addormentate.

Fonte Il Faro Sul Mondo

Il petrolio in Basilicata, ovvero tumori, tangenti e sottosviluppo.

 

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Il petrolio in Basilicata, ovvero tumori, tangenti e sottosviluppo.

Quelli che riporto di seguito sono testimonianze recenti sulla situazione in Basilicata, dall’Espresso del 17 dicembre 2008 fino a episodi di vita di persone normali. Ci sono dentro storie raccapriccianti sulla tossicita’ di fanghi e fluidi perforanti, lasciati alla meno peggio fra i campi, storie di uomini e donne che muoiono di tumori a quarant’anni, e accuse di reati di concussione per la costruzione del secondo centro oli lucano, a Corleto Perticara, dopo quello che gia’ esiste a 20 km di distanza a Viggiano.

Maria Rita D’Orsogna

( Maria Rita D’Orsogna è fisica e docente universitaria  presso la California State University at Northrdige di Los Angeles. E’ autrice del blog www.dorsogna.blogspot.com 

ORAMAI LA NOSTRA TERRA E’ TUTTA ROVINATA 

Il signor Pietro ha 75 anni e vive a Viggiano. A suo stesso dire, lui e sua moglie vivono circondati dalla puzza di idrogeno solforato. Non e’ un biologo, ne un medico, ne un botanico e nemmeno un ingenere. E’ un semplice contadino che da casa sua vede il centro oli di Viggiano e mettendo insieme due piu due giunge alla sua semplice verita’:

“..da quando c’è il petrolio non vengono più fuori le insalate di una volta. Il grande problema è che non possiamo neanche lasciare questo terreno, perché o nessuno lo vuole oppure, nel migliore dei casi, saremmo costretti a venderlo ad un prezzo troppo basso”.

Filippo Massaro invece e’ il coordinatore per lo Sviluppo delle aree interne lucane. Commentando sul fatto che l’ENI non ha pagato una lira di risarcimento per i contadini e per le persone che possedevano campi, terreni e agriturismi da quelle parti giunge alla stessa conclusione:

L’agricoltura continua a morire. Non si contano più gli incontri e i conseguenti solenni impegni assunti da funzionari-dirigenti di Agip-Eni e dagli amministratori regionali. Solo chiacchiere. Non sono seguiti i fatti. I sistemi di monitoraggio ambientale, le centraline installate dalla Provincia, gli studi dell’Arpab e quelli di fonte diretta dell’Eni non sono efficienti e né sufficienti a garantire il rispetto dell’impatto ambientale. In alcuni casi le centraline sono state installate volutamente al posto sbagliato.

Anche la Gazzetta del Mezzogiorno conferma, spiegandoci che una volta a Viggiano c’erano le vigne che producevano uva e vino di qualità, c’erano le mele della val d’Agri. Di tutto cio’ non sono rimasti che chicchi d’uva oleosi e puzzolenti e mele annerite. I contadini hanno provato a reciclarsi come tecnici petroliferi, ma lavoro non ce n’e’.

Giovanna Perruolo, presidente della Confederazione Italiana di Agricoltura (CIA) della Val d’Agri testimonia che delle cento aziende che coltivano fagioli cosiddetti “Sarconi”, la metà quest’anno non ha piantato il prodotto. Fra le possibili e invisibile cause c’e’ la percezione negativa di un prodotto coltivato nella terra del petrolio. Dice Giovanna:

…forse era meglio quando nessuno associava il petrolio alla nostra terra, quando la Basilicata era ancora sconosciuta in questo senso”.

Duecento ettari di terra sono stati abbandonati.

La signora Donata aveva dei terreni vicino a Corleto Perticara, dove nel 1994 perforarono dei pozzi. I signori della Total decisero, allegramente, di lasciare fanghi e fluidi perforanti ALL’APERTO, senza alcuna forma di precauzione. Tutti gli animali che mangiavano l’erba, specie le pecore, dopo un po’ si accasciavano e morivano. Sono morti di tumore, dopo due anni anche il papa’ della signora Donata, e il suo vicino di casa, a 43 anni.

Beffa delle beffe, la Total gli disse pure che non c’era scampo e che dovevano vendergli quelle terre che loro stesi avevano avvelenato: “Offriamo 5 euro al metro quadrato. Vi conviene vendere perché altrimenti il comune esproprierà tutto e pagherà la metà”. Troppo buoni. Fattisi i conti, alla fine ai contadini venne offerto ancora meno: 2.5 euro al metro quadrato.

Fu da queste denuncie che il pubblico ministero Woodcock inizio’ le sue indagini per presunta concussione da parte della Total ai lucani. La Total, secondo i pm, avrebbe truccato anche le gare per il trattamento e per la fornitura dei fanghi di perforazione, oltre che essersi sporcata di vari intrallazzi con i politici locali.

Intanto, gia’ nel 2004, il Corriere diceva:

Ammine aromatiche, anidride solforosa, scarti dalla lavorazione del greggio, che qui viene separato dallo zolfo e dal metano e immesso nell’ oleodotto, verso la raffineria di Taranto e le navi per la Turchia. Anche l’ acqua la portano in Puglia. Qui non resta niente. Un centinaio appena di posti di lavoro. L’ Eni aveva promesso la Fondazione Mattei per i giovani e un centro per il monitoraggio ambientale, ma non hanno ancora deciso il posto: vorrebbero fare la fondazione a Viggiano e il centro di controllo a Marsiconuovo, lontano dal centro oli; non sarebbe meglio il contrario? Nel frattempo si muore di cancro, almeno un caso per famiglia. La valle in teoria è diventata un parco naturale, dai confini mobili, che si spostano in caso di scoperta di un pozzo. Un giorno il petrolio finirà, e noi avremo abbandonato i meleti, le piste da sci, gli scavi archeologici di Grumento. E non c’ è nessun controllo sui barili estratti. Chi ci garantisce che non ci stanno truffando? Hanno trattato la Basilicata come un Paese africano o asiatico in via di sviluppo.

Manca qualcos’altro? Dedicato ai negazionisti.

di: Maria Rita D’Orsogna dorsogna.blogspot.com

Correva l’anno 1941 e in Italia già esisteva l’auto elettrica. E poi? E poi, evidentemente, le lobby non erano d’accordo!

auto elettrica

 

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Correva l’anno 1941 e in Italia già esisteva l’auto elettrica. E poi? E poi, evidentemente, le lobby non erano d’accordo!

 

L’auto elettrica già girava in Italia nel 1941

Questo filmato dell’Istituto Luce mostra come l’auto elettrica fosse realtà nel nostro Paese già 75 anni fa.

Futurista, agile, ma soprattutto ad emissioni zero. Era così l’auto elettrica nel 1941, non alimentata con benzina che serviva per scopi bellici. Se a questo ci aggiungiamo l’idea prettamente autarchica di prodursi tutto da soli e il nostro scarso possesso di materie prime, ecco spiegato l’impulso dato all’invenzione di prototipi del genere.

Ancora non si conoscevano le enormi potenzialità dell’eolico e del solare, quindi non possiamo parlare di energia “pulita” al 100%, anche se in quel periodo venivano create centrali idroelettriche per sfruttare la forza dell’acqua.

Il filmato è la riprova di come 75 anni fa stessero veramente avanti.

guarda il video QUI

E proprio ieri si è venuti a sapere che nel 2015 c’è stato un vero e proprio boom di auto elettriche nel mondo. Se ne contano ormai più di un milione, con un incremento delle vendite pari al 70% rispetto all’anno prima.

Sono stati quasi 500mila, i mezzi a trazione elettrica immatricolati nel 2015. A dirlo è l’IEA, l’agenzia per l’energia dell’OCSE, che ha riscontrato come la maggior parte di questi veicoli abbia riscosso apprezzamento soprattutto in Cina, una della Nazioni più inquinate al mondo. Il paese orientale è affiancato ovviamente da Olanda e Norvegia, Stati in cui tra meno di dieci anni non si potranno acquistare automobili alimentate a benzina.

“Le auto elettriche sono circa 10 anni indietro all’eolico e al solare in termini di diffusione e sviluppo tecnologico – ha dichiarato l’economista capo dell’IEA, Laszlo Varro -, tuttavia questa tecnologia sta prendendo l’abbrivio. Le auto elettriche conquistano sempre più l’immaginario del consumatore”.

Il merito va anche ascritto all’aumento esponenziale dei distributori di ricarica, aumentati lo scorso anno nella sola Cina del 350%. Nel 1941, ovviamente, non c’erano. Poi ci si è messa la guerra a fare tutto il resto, e dopo, vuoi per la volontà delle lobbies del petrolio, vuoi per la sovrabbondanza degli idrocarburi ed infine per l’ancora non nata sensibilità ambientalista, l’auto elettrica è rimasta un prototipo e nulla più.

Ci basta sapere però che il futuro ha radici ben piantate in un passato raccontato solo in parte.

 

tratto da: http://www.lultimaribattuta.it/48126_auto-elettrica-gia-girava-in-italia-nel-1941

 

Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno per fare quello che potrebbero fare meglio e in modo più economico le rinnovabili! …Ma mica possiamo dare un dispiacere alle lobby di Petrolio & C.

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Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno per fare quello che potrebbero fare meglio e in modo più economico le rinnovabili! …Ma mica possiamo dare un dispiacere alle lobby di Petrolio & C.

 

Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno

Passare a un approvvigionamento energetico basato sulle fonti rinnovabili permette di combattere i cambiamenti climatici e risparmiare il nostro oro blu.

In Italia dove (fortunatamente) non ci sono centrali nucleari – di gran lunga risulta le più assetate per la produzione di energia –, ci pensano quelle alimentate da fonti fossili a consumare ingenti quantità d’acqua per poter funzionare: ogni anno ne bevono 160 milioni di metri cubi di acqua, ovvero (considerando in media un consumo procapite di circa 200 litri al giorno per persona) il fabbisogno annuale d’acqua di circa 2,2 milioni di persone.

D’altronde, però, l’energia è fondamentale al funzionamento della nostra società. Come rimediare? Passando alle fonti rinnovabili: «L’emergenza acqua che sta colpendo molte Regioni italiane – spiegano oggi dall’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento – è dovuta in primis ai mutamenti climatici che sostengono una tra le più severe siccità mai registrate, ma anche alla scarsa attenzione verso un’oculata gestione delle risorse ambientali e delle materie prime. Questi fattori messi insieme stanno portando ad una vera è propria crisi ecologica e al rischio di calamità naturale. Oltre agli adeguamenti strutturali e ad una gestione più razionale, è necessario avviare una pianificazione organica di lungo termine anche nel campo dell’approvvigionamento energetico. Uno studio dell’Eea, Agenzia europea dell’ambiente, ha infatti quantificato in circa il 44% dell’acqua usata direttamente ed indirettamente in Europa la quota utilizzata negli impianti termici e nucleari, più di quanto consumato dalla somma del settore industriale e agricolo; quota equivalente al consumo annuale di circa 80 milioni di persone».

Il contesto italiano – come si evince dai dati Istat sul consumo di acqua – è diverso, con l’agricoltura che spicca come il settore in assoluto più assetato: «I prelievi di acqua effettuati nel 2012 (dove ad oggi si fermano i dati Istat, ndr) sono stati destinati per il 46,8% all’irrigazione delle coltivazioni, per il 27,8% a usi civili, per il 17,8% a usi industriali, per il 4,7% alla produzione di energia termoelettrica e per il restante 2,9% alla zootecnia».

Ciò non toglie che una maggiore diffusione delle fonti di energia rinnovabili permetterebbe da una parte di combattere efficacemente i cambiamenti climatici, dall’altra di ridurre il comunque abbondante consumo d’acqua imputabile alle fonti fossili: «Negli ultimi dieci anni, grazie all’apporto della fonte eolica nella produzione di energia elettrica nel nostro Paese – aggiungono infatti dall’Anev – si sono risparmiati circa 110 milioni di metri cubi d’acqua, equivalenti al consumo annuale di circa 1,5 milioni di persone».

 

fonte: http://www.greenreport.it/news/acqua/manca-lacqua-italia-le-fonti-fossili-ne-bevono-160-milioni-metri-cubi-lanno/

Rivoluzione ambientale in Olanda: dal 2025 vietate le auto a benzina e gasolio

 

Olanda

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Rivoluzione ambientale in Olanda: dal 2025 vietate le auto a benzina e gasolio

Una vera e propria “rivoluzione” ambientale quella decisa dal Governo olandese che ha avviato il cammino legislativo per arrivare a vietare, dal 2025, la vendita di automobili con alimentazione a benzina o agasolio, ottenendo oggi una prima approvazione in Parlamento. Il provvedimento è stato approvato grazie al supporto di un ampio fronte politico del partito Laburista PvdA, a cui si sono affiancati anche i deputati dei Liberal Democratic D66, dei verdi GroenLinks e del partito ChristenUnie.

La decisione conferma il forte impegno verso il sostegno, la promozione e l’adozione della green economy del governo olandese che già nel 2013 aveva siglato un “accordo sull’energia” con una quarantina di organizzazioni indipendenti, al fine di promuovere iniziative “verdi” nell’ambito dell’energia, dell’isolamento termico degli edifici e della riduzione della CO2. Lo scorso dicembre l’Olanda, con altre quattro nazioni e otto Stati del Nordamerica, aveva formato la Zero-Emission Vehicle Alliance per arrivare al 2050 alla sola vendita di modelli eco-compatibili. La notizia di oggi arrivata dall’Olanda evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è una di quelle destinate a lasciare il segno nella storia.

Al contrario, in Italia si fa un passo indietro ed anzichè parlare di economia verde se ne parla poco o niente il dibattito pubblico è monopolizzato dall’inchiesta sul pozzo petrolifero di Tempa Rossa inBasilicata e dal referendum sulle Trivelle del prossimo 17 aprile. I dati della green economy italiana sonospaventosi, basta pensare che sulla benzina, gli italiani pagano accise che risalgono a fatti accaduti 77 anni fa!

Fonte: www.globochannel.com

Ecco a cosa arriva la follia umana: vogliono far sciogliere i ghiacci dell’Artide per estrarre petrolio!

Artide

 

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Ecco a cosa arriva la follia umana: vogliono far sciogliere i ghiacci dell’Artide per estrarre petrolio!

Negli ultimi 30 anni abbiamo perso tre quarti della calotta di ghiaccio che galleggia in cima al mondo. Per oltre 800 mila anni, il ghiaccio è stato una caratteristica costante del Mar Glaciale Artico e ora si sta sciogliendo a causa del nostro uso di energia sporca da fonti fossili. In un prossimo futuro potrebbe addirittura scomparire per la prima volta da quando gli esseri umani sono sulla Terra.

Questo sarebbe devastante non solo per le persone, per gli orsi polari, i narvali, i trichechi e altre specie che vi abitano, ma anche per tutti noi. Il ghiaccio in cima al mondo riflette nello spazio molto del calore del sole, contribuendo così a raffreddare il nostro pianeta, stabilizzando il clima da cui dipendiamo per coltivare il nostro cibo.

Le stesse aziende dell’energia sporca che per prime hanno causato lo scioglimento dei ghiacci artici ora stanno cercando di trarre profitto da quel disastro. Senza ghiaccio è più facile trivellare… Se riusciranno nel loro intento faranno un sacco di soldi, distruggeranno un intero continente, creeranno instabilità nel pianeta, tutto ciò per un quantitativo di oro nero che soddisfa il fabbisogno globale per soli 3 anni. Il dio denaro al di sopra di tutto.

Documenti governativi sin qui segreti dicono che contenere fuoriuscite di petrolio nelle acque del Polo è “quasi impossibile” ed ogni errore si rivelerebbe potenzialmente fatale per il fragile ecosistema artico. Per trivellare nella regione artica, le compagnie petrolifere devono trascinare gli iceberg lontano dai loro impianti e utilizzare enormi tubi idraulici per sciogliere il ghiaccio galleggiante con acqua calda. Se li lasciamo fare, una catastrofica fuoriuscita di petrolio è solo una questione di tempo.

 

fonte: http://lospillo.info/vogliono-far-sciogliere-ghiacci-dell-artide-estrarre-petrolio-dio-denaro-al-del-pianeta/

L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

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L’Italia vuole proteggere le coste dalle trivelle? Deve pagare un risarcimento alle Multinazionali. Un altro capolavoro di Renzi, quello che ieri, dopo il fallimento del Referendum sulle Trivelle ci fece “CIAONE”, ma che oggi ci prende per i fondelli con la pagliacciata della fiaccolata per l’ambiente!

 

L’Italia trascinata in tribunale da una multinazionale del petrolio e chiamata a pagare milioni di euro di risarcimento danni. Perché? A seguito del divieto di trivellazione a meno di venti km dalla costa.

È stata una compagnia petrolifera britannica, la Rockhopper Exploration, a chiamare il nostro Paese dinanzi ad una corte di arbitrato internazionale. La “colpa” sarebbe aver tentato di salvaguardare la nostra linea di costa. La multinazionale ha infatti richiesto agli arbitri il versamento di un cospicuo risarcimento danni da parte dell’Italia.

La compagnia contesta al nostro Paese il divieto di intraprendere nuove attività di esplorazione e perforazione entro le 12 miglia nautiche. Un limite approvato in Parlamento nel gennaio 2016. Tale divieto infatti intaccherebbe i futuri guadagni della compagnia e, pertanto, la multinazionale richiede un risarcimento danni.

Cerchiamo di capire i contorni della vicenda.

L’autorizzazione allo sfruttamento del sottosuolo

La pretesa della Rockhopper si fonda su alcune autorizzazioni ottenute nel 2015, allo scopo di sfruttare un deposito sottomarino. Un giacimento situato a circa 10 chilometri al largo della costa abruzzese nel mare Adriatico. Secondo le stime, tale deposito contiene 40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni di metri cubici di gas. Tale concessione però, a seguito del divieto approvato nel gennaio 2016, è stata negata nel febbraio successivo. Una decisione che, secondo la compagnia, “viola il Trattato della Carta europea dell’Energia” del 1998.

Pertanto, Rockhopper ha deciso di rifarsi sull’Italia per il “grave danno economico” subito. Ma non si limita a chiedere un risarcimento danni che copra il solo capitale già investito. Insiste nel ricevere anche gli utili futuri e potenziali che aveva stimato di realizzare.

L’Italia aggira il divieto

Probabilmente proprio per scongiurare ripercussioni di questo tipo, il governo ha approvato un decreto ministeriale per aggirare il divieto. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il mese scorso, il provvedimento autorizza le compagnie petrolifere a portare a termine un programma di sviluppo messo a punto quando ha ottenuto una concessione. In questo modo, i progetti precedenti al divieto del gennaio 2016, sarebbero comunque validi. Non solo. Il decreto autorizza le aziende anche a modificare tali progetti. Il che vuol dire, consentire di fatto la costruzione di nuovi pozzi e nuove piattaforme. Anche entro le 12 miglia marine.

Come spiegano gli esponenti del Coordinamento No Triv al ilfattoquotidiano.itper titoli già rilasciati le compagnie potranno presentare e farsi autorizzare una qualsiasi ‘variante’ al programma originario di lavoro, che preveda la perforazione di nuovi pozzi sempre entro le 12 miglia marine dalle linee di costa e fino alla fine del ciclo di vita del giacimento“.

Fioccano i risarcimento danni in Europa

Il problema non è solo italiano. E la Rockhopper non è l’unica multinazionale del petrolio e del gas a fare una richiesta di risarcimento danni di questo genere. Sta diventando molto comune nei Paesi che tentano, attraverso la legge, di rafforzare tutela dell’ambiente e salute dei lavoratori. Un esempio: la compagnia energetica svedese Vattenfall che ha fatto una richiesta di risarcimento danni alla Germania di ben 3,7 miliardi di euro, a seguito della sua decisione di abbandonare il nucleare.

Uguale richiesta anche da parte della società canadese Lone Pine Resources, che pretende dal Canada 250 milioni di dollari, in seguito al blocco imposto alle ricerche, dal Quebec nella Valle del San Lawrence. Senza contare, che in molti temono che a seguito del Ceta, l’accordo di libero scambio tra  Canada e Unione Europea, appoggiato in Francia da François Hollande, possa in futuro causare nuove citazioni in giudizio a causa delle norme ambientali.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/ambiente/italia-risarcimento-danni-petrolio/

Renzi e il Pd, un danno anche per l’ambiente – Ecco il risultato dei loro conflitti d’interessi con le lobby del fossile: l’Italia è al 26° posto al mondo per investimenti nel rinnovabile – Nel 2012 era al 6° posto…!!!

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Renzi e il Pd, un danno anche per l’ambiente – Ecco il risultato dei loro conflitti d’interessi con le lobby del fossile: l’Italia è al 26° posto al mondo per investimenti nel rinnovabile – Nel 2012 era al 6° posto…!!!

 

di MoVimento 5 Stelle

Non lo dice il Movimento 5 Stelle. Lo hanno denunciato, numeri alla mano, esperti e docenti universitari che hanno partecipato al convegno “Energia 5 Stelle: dal fossile a efficienza e rinnovabili, quale via”.

Mentre il MoVimento 5 Stelle ha presentato un programma energetico che punta alla transizione ecologica, portando l’Italia fuori dal carbone entro la fine della prossima legislatura e fuori dall’era del petrolio e dei fossili entro il 2050.
Renzi e i governi Pd, con le mani e piedi legati ai conflitti d’interessi delle lobby del fossile e dalle difese delle posizioni di rendita di chi distribuisce energia, in questi ultimi quattro anni hanno danneggiato il settore delle rinnovabili. Un settore fortemente legato al ‘made in Italy’ e che potrebbe creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.

Qualche dato del disastro targato Renzi e governi Pd dal 2013. Sono numeri da far impallidire il peggior Berlusconi.

Tra il 2013 ed il 2015 in Italia la produzione da energie rinnovabili è calata del 7,5%

Tra il 2013 ed il 2015 le emissioni di CO2 in Italia sono aumentate (aumentate!) del 10%.

Nella mappa mondiale degli investimenti del settore delle rinnovabili, l’Italia è passata dal 6° posto del 2012 al 25° del 2016.

Nel 2016 in Italia sono stati installati in Italia solo 360 MW di nuovo fotovoltaico e 290 MW di nuovi impianti eolici, con un calo annuale del 19% relativo alle installazioni di solare, eolico ed idroelettrico.

Renzi in questi anni ha ostacolato lo sviluppo della mobilità elettrica. Un’enorme opportunità industriale anche per il nostro Paese con risorse accessibili. Secondo il Politecnico di Milano, per servire 1 milione di veicoli elettrici è sufficiente un investimento sulle infrastrutture di ricarica di 450 milioni di euro, cioè 450 euro a veicolo elettrico circolante e circa 1 TWh di elettricità che potrebbe essere prodotta da energia rinnovabile.

 

fonte: http://www.beppegrillo.it/2017/05/renzi_e_il_pd_un_danno_per_lambiente_pdfossile.html

 

Lo Stato consente alle lobby di bombardare il sottosuolo Siciliano a caccia di petrolio. Paura terremoti – E ricordiamo a queste carogne che proprio lì si sono verificati i 3 terremoti più distruttivi della nostra storia: 210.000 morti!! …Ma per “loro” il dio petrolio è più importante della pelle della Gente!!

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Lo Stato consente alle lobby di bombardare il sottosuolo Siciliano a caccia di petrolio. Paura terremoti – E ricordiamo a queste carogne che proprio lì si sono verificati i 3 terremoti più distruttivi della nostra storia: 210.000 morti!! …Ma per “loro” il dio petrolio è più importante della pelle della Gente!!

Lo ha scoperto l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao (sempre loro a rompere le scatole alle lobby).

E l’allarme è grave: bombardare il sottosuolo nel territorio storicamente più sismico d’Italia.

Ricordiamo che proprio in Sicilia si sono avuti i 3 terremoti più disastrosi e devastanti della nostra storia con circa 210.000 morti (V. Wikipedia)

I petrolieri bombarderanno il sottosuolo dei Comuni siciliani. Paura per possibili terremoti

Lo ha scoperto l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle eletto in Sicilia, Ignazio Corrao. E’ ormai noto a tutti che gli esplosivi, fatti brillare nel sottosuolo – quindi compresi quelli utilizzati per cercare petrolio – possono provocare terremoti. Ma questo è l’ultimo problema dell’ENI e del PD di Renzi e Crocetta che hanno voluto e autorizzato questo scempio ambientale. Ecco uno dei ‘frutti avvelenati’ della mancata vittoria del referendum che avrebbe dovuto fermare le trivelle. L’elenco dei Comuni siciliani a rischio

Cosa stanno lasciando ai Siciliani il PD e il presidente della Regione, Rosario Crocetta, dopo aver fatto svuotare le ‘casse’ della Regione siciliana dal Governo nazionale? Bombe. Sì, avete letto bene: bombe che esploderanno sotto il sedere degli abitanti di un bel nutrito gruppo di Comuni della nostra Isola. Ricordate il referendum sulle trivelle? Il referendum perso per mancanza di quorum. Ebbene, ecco le conseguenze: l’ENI sta portando avanti un progetto di prospezione geofisica, conosciuto come “2D”, per la ricerca di idrocarburi nelle province di Caltanissetta, Catania, Enna e Ragusa con l’utilizzo di cariche esplosive da 10 kg. Bombe da far esplodere in fori profondi fino a 30 metri per centinaia di chilometri quadrati. Con il rischio di provocare terremoti!

La storia è stata scoperta e denunciata dall’unico europarlamentare eletto in Sicilia che fa gli interessi della Sicilia e dei Siciliani. Parliamo di Ignazio Corrao, unico tra gli europarlamentari (eletto nelle fine del Movimento 5 Stelle) che sta provando a difendere l’olio d’oliva extra vergine della Sicilia, il grano duro siciliano e le arance della nostra Isola. E’ Corrao che, con l’ausilio del gruppo di collaboratori che ha messo su, ha passato a setaccio le AIA, sigla che sta per Autorizzazioni Integrate Ambientali.

“Il progetto – si legge in un comunicato diffuso dai grillini – apparso sul sito del Ministero dell’Ambiente poche ore fa, ha mobilitato immediatamente il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle in Assemblea regionale siciliana che domani, lunedì 15 maggio, depositerà in Commissione Ambiente una richiesta di audizione urgente per convocare i vertici ENI ed il Governo Regionale”.

“Quanto scoperto è un fatto gravissimo ed inquietante – spiegano i deputati M5S all’Ars – sia perché la Regione siciliana pare abbia avallato tale scempio senza dir nulla, sia perché tali ricerche potrebbero produrre terremoti in un territorio che rimpiange lo sviluppo agricolo, turistico e culturale negato dagli affaristi e dai sindacalisti del petrolio”.

Insomma, la prima notizia è che i vari Crocetta, Raciti, Cracolici, Marziano, la CGIL di Catania che è direttamente presente nella politica siciliana con propri rappresentanti all’Ars e via continuando non ci hanno detto nulla. Tutti zitti. Ma sono stati lo stesso ‘sgamati.

“Stando al progetto – leggiamo sempre nel comunicato dei grillini dell’Ars – i Comuni che dovrebbero ospitare le esplosioni sotterranee sono quelli di Gela, Mineo, Ramacca, San Michele di Ganzaria, Mazzarino, Aidone, Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Caltagirone, Grammichele, Niscemi, San Cono. Uno scempio in piena regola firmato ENI-Crocetta – sottolineano i deputati – considerando che peraltro il territorio del Calatino Sud Simeto è già in parte dichiarato patrimonio dell’UNESCO. Siamo molto preoccupati, perché non vorremmo che il presidente Crocetta, da ex dipendente ENI e da persona che si è schierata contro il referendum sulle trivellazioni lo scorso anno, prediliga le fonti fossili a quelle rinnovabili”.

Qui si segnala quello che abbiamo scritto all’inizio di questo articolo: i Siciliani, adesso, cominciano a raccogliere i ‘frutti avvelenati’ del referendum sulle trivelle. Giustamente, i grillini ricordano che il ‘rivoluzionario’ Crocetta, invece di schierarsi in difesa della Sicilia, ha preferito schierarsi con chi – PD renziano in testa – boicottava il referendum per non far raggiungere il quorum.

La stragrande maggioranza di coloro i quali sono andati a votare ha detto “No” ai petrolieri e alle trivelle. Ma i petrolieri e le trivelle hanno vinto lo stesso, perché, come già ricordato, il referendum non ha raggiunto il quorum.

Ora i petrolieri – ENI in testa – presentano il conto e si preparano a bombardare il sottosuolo e si preparano ad bombardare il sottosuolo di un nutrito gruppo di Comuni della Sicilia sud orientale. E pazienza se i terremoti potrebbero provocare in Sicilia quello che è successo in centro Italia, dove migliaia di persone hanno perso la casa e sono ancora in mezzo alla strada, tra baracche e container.

“Non permetteremo che la Sicilia venga trattata ancora come una terra da depredare e distruggere in nome del Dio denaro – concludono i parlamentari grillini dell’Ars – ignorando la sua naturale vocazione agricola, culturale e turistica e, peggio ancora, calpestando la salute e la vita dei suoi abitanti”.

Dall’ufficio di Corrao parte invece l’invito a documentarsi e fare le osservazioni da parte dei Comuni interessati sindaci e società civile.

Già, l’invito ai sindaci siciliani a difendere la società civile? Supponiamo che l’invito non sarà rivolto ai sindaci di centrosinistra dei Comuni siciliani. Sono i sindaci dei Comuni che controllano l’ANCI Sicilia, l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani. Quell’ANCI Sicilia – presieduta dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – che non ha mosso un dito durante le settimane precedenti il referendum per fermare le trivelle.

Foto tratta da greenreport.it

P.S.

Dunque l’ENI va alla ricerca del petrolio siciliano con le bombe. Non solo un Ente nazionale che ha trattato sempre la Sicilia come una ‘colonia’ si deve prendere il nostro petrolio, ma lo deve cercare pure con le bombe, mettendo a rischio gli equilibri ambientali della nostra Isola. Con i soliti ‘ascari’ siciliani ‘inginocchiati’ al cospetto dell’ENI. 

Tutto questo perché il referendum sulle trivelle non ha raggiunto il quorum. 

Non possiamo non ricordare che il comportamento dell’ANCI Sicilia, nelle settimane precedenti il referendum sulle trivelle, è stato incredibile. Non una manifestazione, non un appello per invitare i cittadini a votare. Un’ANCI piegata ai voleri di Renzi e del suo PD.

Il vice presidente dell’ANCI, Paolo Amenta (che è sindaco di Canicattini Bagni, in provincia di Siracusa), e qualche altro sindaco hanno rilasciato qualche dichiarazione ufficiale. Ma nessuno ha partecipato alla manifestazione del 30 marzo 2016.

Per dirla in breve, in occasione del referendum sulle trivelle, l’interesse del più grande partito politico nazionale – il PD – era quello di far vincere i petrolieri. E l’ANCI siciliana si è adeguata ai voleri romani.  

Per questo è più che mai necessario che i cittadini siciliani, alle elezioni comunali di giugno, mandino a casa tutti i sindaci collegati ai partiti nazionali. E necessario, a partire dalle elezioni comunali dell’11 giugno, non votare più candidati collegati a partiti nazionali, a partire dal PD che, ricordiamolo, è sempre nelle salde mani di Renzi.

Due parole sull’ENI, infine. Che ha sempre considerato e continua a considerare la Sicilia un limone da ‘spremere’: prendere tanto per dare poco o nulla. O meglio, per lasciare in Sicilia inquinamento e problemi sociali.

 

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2017/05/14/i-petrolieri-bombarderanno-il-sottosuolo-dei-comuni-siciliani-paura-per-possibili-terremoti/

Quando lo Stato truffa i suoi stessi cittadini: In 48 anni, dal terremoto del Belice al 2015, gli italiani hanno finanziato le ricostruzioni con 145 miliardi di accise sui carburanti. Ne sono però stati spesi solo 70! E gli altri che fine hanno fatto??

Stato

 

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Quando lo Stato truffa i suoi stessi cittadini: In 48 anni, dal terremoto del Belice al 2015, gli italiani hanno finanziato le ricostruzioni con 145 miliardi di accise sui carburanti. Ne sono però stati spesi solo 70! E gli altri che fine hanno fatto??

 

 

Terremoti, con tassa benzina versati 145 miliardi: il doppio di quanto speso per ricostruire

In 48 anni, dal terremoto del Belice al 2015, gli italiani hanno finanziato le ricostruzioni delle zone devastate versando 145 miliardi nominali di accise sui carburanti; il doppio rispetto ai 70 mld nominali spesi dallo Stato per rimettere in piedi le 7 aree colpite negli ultimi decenni (Valle del Belice, Friuli, Irpinia, Marche/Umbria, Molise/Puglia, Abruzzo ed Emilia Romagna). A fare i conti è uno studio della Cgia di Mestre.

Sono 5, infatti, gli incrementi delle accise sui carburanti introdotti in questi ultimi 48 anni per recuperare le risorse da destinare alla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto. Dal 1970 (primo anno in cui sono disponibili i dati sui consumi dei carburanti) al 2015 gli italiani hanno versato nelle casse dello Stato 145 miliardi di euro nominali (261 miliardi di euro se attualizzati).

“Se si tiene conto che il Consiglio Nazionale degli Ingegneri stima in 70,4 miliardi di euro nominali (121,6 miliardi se attualizzati) il costo complessivo resosi necessario per ricostruire tutte e 7 le aree fortemente danneggiate dal terremoto (Valle del Belice, Friuli, Irpinia, Marche/Umbria, Molise/Puglia, Abruzzo ed Emilia Romagna), possiamo dire che in quasi 50 anni in entrambi i casi, sia in termini nominali sia con valori attualizzati, abbiamo versato più del doppio rispetto alle spese sostenute”, dettaglia ancora la nota Cgia.

Solo i più recenti, ovvero i sismi dell’Aquila e dell’Emilia Romagna, presentano dei costi nettamente superiori a quanto fino ad ora è stato incassato con l’applicazione delle rispettive accise. ”Ogni qual volta ci rechiamo presso un’area di servizio a fare il pieno alla nostra autovettura – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – 11 centesimi di euro al litro ci vengono prelevati per finanziare la ricostruzione delle zone che sono state devastate negli ultimi decenni da questi eventi sismici. Con questa destinazione d’uso gli italiani continuano a versare all’erario circa 4 miliardi di euro all’anno. Se, come dicono gli esperti, questi fenomeni distruttivi avvengono mediamente ogni 5 anni, è necessario che queste risorse siano impiegate in particolar modo per realizzare gli interventi di prevenzione nelle zone a più alto rischio sismico e non per altre finalità”.

 

fonte: http://www.imolaoggi.it/2016/09/03/terremoti-con-tassa-benzina-versati-145-miliardi-il-doppio-di-quanto-speso-per-ricostruire/